18 SETTEMBRE 2019
Mercoledì XXIV Settimana T. O. - Anno C
1Tm 3,14-16; Sal 110 (111); Lc 7,31-35
Colletta: O Dio, che hai creato e governi l’universo, fa’ che sperimentiamo la potenza della tua misericordia, per dedicarci con tutte le forze al tuo servizio. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Il duro giudizio di Gesù sugli uomini del suo tempo non lascia spazi ad equivoci. Tempo dopo, con rinnovata amarezza, ripeterà questo giudizio: O generazione incredula e perversa, fino a quando sarò con voi e vi sopporterò? (Lc 7,41). Gesù conosceva tutti (Gv 2,24), leggeva nei loro cuori, e questo “fa comprendere che non si tratta di una presa di posizione pessimistica da parte di Gesù..., quanto la cecità che ogni generazione ha nel cogliere i “segni dei tempi”, ossia i segni di Dio e della salvezza che sono scritti nella storia umana. In genere siamo tutti talmente presi da noi stessi e dal nostro egocentrismo che non riusciamo a vedere null’altro oltre quel che ci riguarda. È emblematico quanto dice Gesù: Giovanni, che fa penitenza, è accusato di avere un demonio, e lui che mangia e beve di essere un mangione. Spesso si cade in atteggiamenti irritati o piagnoni perché si vuole difendere ad ogni costo se stessi.» (Mons. Vincenzo Paglia).
Dal Vangelo secondo Luca 7,31-35: In quel tempo, il Signore disse: «A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”. È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”. Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».
A chi posso paragonare la gente di questa generazione? - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 31 A chi dunque paragonerò io gli uomini di questa generazione? Questa formula, come pure la seguente, ricorrono spesso all’inizio delle parabole. «Gli uomini di questa generazione»: non sono tutti gli uomini che vivevano al tempo di Gesù, ma quelli che noni hanno ascoltato il Precursore, né ora ascoltano lui (cf. versetti 33-34). L’intera pericope è parallela al testo di Mt., 11,16-19.
versetto 32 Seduti in piazza; altri preferiscono dare al participio greco (καθήμενοι = seduti) il senso del corrispondente verbo ebraico (jashab) che semplicemente significa «stare» e traducono: «stando in piazza». Gridano gli uni agli altri, cioè si dicono vicendevolmente a voce alta; l’espressione di Luca è più viva di quella di Matteo («gridano agli altri»). Vi abbiamo sonato il flauto...; gli esegeti non concordano sul senso di questa parabola; secondo alcuni si tratterebbe di un disaccordo sulla scelta del gioco: un gruppo di fanciulli vorrebbe dei canti allegri accompagnati da danze, mentre l’altro desidererebbe imitare le scene di lutto accompagnate da lamentazioni. Invece secondo altri commentatori si tratterebbe di due gruppi di fanciulli di cui uno vuole che si faccia alternativamente un gioco allegro ed un gioco triste, mentre l’altro è contrario a tale proposta. In questo caso i primi, vedendo l’ostinazione dei secondi, si mettono egualmente a fare il loro gioco senza curarsi della opposizione dei compagni. Qualunque possa essere il senso preciso e circostanziato dell’immagine, si tratta sicuramente di ragazzi capricciosi e puntigliosi che non scendono ad accordi vicendevoli, dimostrando così una irriducibile caparbietà davanti ad ogni proposta.
versetto 33 La parabola riferita al versetto precedente prospetta una situazione che serve ad illustrare l’atteggiamento dei contemporanei di Gesù. L’immagine non sembra contenere degli elementi allegorici, ma stabilisce soltanto un confronto tra l’atteggiamento della «generazione» del tempo di Cristo e l’irragionevole caparbietà di quel gruppo di fanciulli.
È venuto Giovanni Battista che non mangia pane, né beve vino; Luca attenua l’espressione formulata in termini troppo assoluti da Matteo, che ha nel passo parallelo: «non mangiava, né beveva» (Mt., 11,18). Voi dite: ha un demonio; Giovanni, che conduceva una vita austera, era venuto a predicare la penitenza; gli Ebrei tuttavia, vedendo che il Battista seguiva un regime di vita tanto differente da quello degli altri, hanno detto che era un indemoniato; essi quindi non soltanto non lo hanno voluto ascoltare, ma lo hanno perfino accusato di avere un demonio.
versetto 34 È venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve; dopo il Battista è apparso Gesù che non viveva austeramente come il suo Precursore, ma invitava alla gioia (indicata con l’espressione «mangia e beve»); gli Ebrei allora, dopo averlo visto ed ascoltato, non hanno mancato di accusarlo dicendogli che era un mangione, un bevone, un amico dei pubblicani e dei peccatori. In tal modo sia il Battista come «il Figlio dell’uomo», nonostante il loro differente genere di vita, non sono stati ascoltati, né seguiti dai loro contemporanei, cioè dai prevenuti ed ostinati Farisei e legisti.
Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli - Carlo Ghidelli (Luca): Ma la Sapienza è stata giustificata da tutti i suoi figli: per una retta interpretazione occorre tener presente: - per Sapienza si deve intendere l’azione dello Spirito Santo nelle parole e nelle opere di Gesù; - per giustificare occorre riferirsi al v. 29 e alla spiegazione sopra offerta;
- per tutti i suoi figli, probabilmente in contrasto con i figli di questa generazione del v. 31s, si devono intendere coloro che hanno accolto il messaggio del Battista ed ora prestano fede al messaggio di Gesù. I termini Sapienza e figli richiamano tutto un contesto sapienziale, quello che l’A.T. ci fa conoscere attraverso la letteratura sapienziale e che nel N.T. trova una eco più ampia nel vangelo di Giovanni. Qui, a loro modo, Luca e Matteo (il quale sostituisce opere a figli), sintetizzano il meglio del messaggio contenuto nei libri sapienziali e lo applicano alle circostanze storiche della vita di Giovanni e di Gesù. La Sapienza è innanzitutto di Dio, è Dio stesso nella sua provvidenza, nella sua volontà di salvezza, di rivelazione e di comunione. La Sapienza personificata, che « si è veduta sulla terra e ha vissuto fra gli uomini » (Ba 3,38), ora nella pienezza dei tempi «si è fatta carne ed ha abitato in mezzo a noi» (Gv 1,14): essa ormai si presenta e si propone all’uomo solo attraverso Gesù, il Verbo di Dio fatto carne. A lui è necessario prestare attenzione, ascolto e servizio; a lui l’uomo deve orientare mente, cuore e corpo; con lui e con la sua proposta di salvezza deve confrontarsi e misurarsi ogni uomo. Dall’atteggiamento che gli uomini prendono di fronte a Cristo dipende ormai il loro inserimento o la loro esclusione da quel piano che la Sapienza di Dio ha ideato, promesso ed ora realizzato. D’altro canto vi è anche una sapienza dell’uomo, anzi l’uomo può diventare figlio della Sapienza (è un semitismo per esprimere la scelta di chi si mette dalla parte della Sapienza) con la sua scelta interiore, con la sua risposta personale, con tutta la sua vita. Nell’oggi escatologico, che è segnato dalla presenza di Cristo, Sapienza di Dio, dimostrano di essere veri figli della Sapienza quanti si aprono al messaggio evangelico, riconoscendo da un lato le opere di Dio (cfr Gv 5,36; 9,4), ma soprattutto facendo l’opera di Dio (Gv 6,29) che è la fede; accogliendo, da un lato, il dono di Dio in Gesù Cristo (Gv 3,16s) e interpretando dall’altro i segni dei tempi (cfr Le 12,56 con Mt 16,3).
La sapienza - Lisa Cremaschi: La letteratura sapienziale ha per oggetto l’arte di vivere. Un saggio sintetizza in brevi massime, parabole e proverbi i suoi consigli, frutto di un’attenta riflessione sugli eventi della vita quotidiana e sul comportamento degli uomini. Il popolo di Israele elaborò una propria letteratura sapienziale, che presenta somiglianze con il patrimonio sapienziale dei popoli del Vicino Oriente antico. Il sapiente per antonomasia nella Bibbia è Salomone, che, quando divenne re, non chiese a Dio successo e ricchezze, ma il dono della sapienza per governare il suo popolo; e Dio gli concesse “un cuore saggio e intelligente” (1Re 3,12; cfr. Sap 9,1-18). Gli sono attribuiti 3000 proverbi e 1500 poesie; sotto il suo nome furono tramandati anche i libri di Qoelet e della Sapienza, opere composte in realtà in epoca successiva. I cinque libri sapienziali (Giobbe, Proverbi, Qoelet, Siracide, Sapienza), a cui si aggiungono nella tradizione cattolica anche i Salmi e il Cantico dei cantici, furono tutti redatti dopo l’esilio pur utilizzando in parte del materiale antecedente. A una sapienza tutta umana, sul tipo di quella egiziana, la Bibbia contrappone la sapienza che viene da Dio, vittoriosa su ogni umana sapienza. Considerando la creazione, la storia, la vita degli uomini, il sapiente vi sa discernere un riflesso della sapienza di Dio (Gb 28; Pr 1-9; Sir 24; Bar 3,94,4; Sap 6-9).
In alcuni testi sapienziali la sapienza viene personificata e descritta come una realtà divina, che esiste prima della creazione (Prv 1-9; Sir 24,9), o come un soffio della potenza di Dio, un riflesso della sua luce eterna (Sap 7,25). Secondo il Siracide (composto dopo il 200 a.C.) i precetti della Torà sono un aspetto della sapienza inviata da Dio e venuta ad abitare in mezzo agli uomini.
• Gesù è la sapienza. Il Nuovo Testamento riconosce in Gesù la sapienza. Non solo Gesù utilizza parabole e massime al modo dei sapienti, dona consigli per la concreta vita dell’uomo, invita ad ascoltare le sue parole ricorrendo al linguaggio proprio della sapienza (Mt 11,28; cfr. Sir 24,18), ma la sua persona stessa viene descritta come la personificazione della sapienza (cfr. Mt 12,42; Lc 7,35). Gesù è la “sapienza di Dio” (cfr 1Cor 1,24-30). Alla sapienza del del mondo ( Cor 2,6; 3,19; Gc 3,15) il cristiano oppone un’altra sapienza, che viene da Dio (1Cor 2, 9-13; Gc 3,17), che è accordata ai “piccoli” (Mt 11,25), a quelli che non contano secondo la logica di questo mondo (1Cor 1,27). Ogni umana sapienza per il cristiano è illuminata, orientata dal mistero della morte e risurrezione di Cristo, dalla croce di Cristo, “scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani”; ma per coloro che sono chiamati, sia giudei che greci, predichiamo Cristo “potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Cor 1,23-24).
Sapienza del mondo e sapienza cristiana - A. Barucq e P. Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): 1. La sapienza del mondo condannata. - Nel momento di questa rivelazione suprema della sapienza, ricomincia il dramma che i profeti avevano già posto in evidenza. Divenuta stolta dopo che aveva disconosciuto il Dio vivente (Rom 1,21s; 1 Cor 1,21), la sapienza di questo mondo ha portato al colmo la sua follia quando gli uomini «hanno crocifisso il Signore della gloria» (1Cor 2,8). Perciò Dio ha condannato questa sapienza dei sapienti (1,19s; 3,19s), che è «terrena, animale, diabolica» (Giac 3,15); per schernirla, egli ha deciso di salvare il mondo mediante la follia della croce (1Cor 1,17-25). Quando si annuncia agli uomini il vangelo della salvezza, si può quindi lasciar da parte tutto ciò che deriva dalla sapienza umana, dalla cultura e dal parlare forbito (1Cor 1,17; 2,1-5): la follia della croce non tollera mistificazioni.
2. La vera sapienza. - La rivelazione della vera sapienza avviene quindi in modo paradossale. Essa non è accordata ai sapienti ed agli scaltri, ma ai piccoli (Mt 11,25); per confondere i sapienti inorgogliti, Dio ha scelto ciò che vi era di stolto nel mondo (1Cor 1,27). Bisogna quindi rendersi stolti agli occhi del mondo, per diventare sapienti secondo Dio (3,18). Infatti la sapienza cristiana non si acquista mediante sforzo umano, ma per rivelazione del Padre (Mi 11,25ss). Essa è, in sé, cosa divina, misteriosa e nascosta, che non è possibile sondare mediante l’intelligenza umana (1Cor 2,7ss; Rom 11,33ss; Col 2,3). Manifestata mediante il compimento storico della salvezza (Ef 3,10), essa può essere comunicata soltanto dallo Spirito di Dio agli uomini che gli sono docili (1Cor 2,10-16; 12,8; Ef 1,17).
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”» (Vangelo).
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
La potenza di questo sacramento, o Padre,
ci pervada corpo e anima,
perché non prevalga in noi il nostro sentimento,
ma l’azione del tuo Santo Spirito.
Per Cristo nostro Signore.
ci pervada corpo e anima,
perché non prevalga in noi il nostro sentimento,
ma l’azione del tuo Santo Spirito.
Per Cristo nostro Signore.