1 Maggio 2026
 
San Giuseppe Lavoratore - Memoria
 
Gen 1,26-2,3 oppure Col 3, 14-15.17.23-24; Salmo Responsoriale 89 (90); Mt 13,54-58
 
Il 1° maggio, prima di diventare in Europa la “Festa del Lavoro”, fu per lungo tempo, alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX, una giornata di rivendicazioni e spesso di lotte per la promozione della classe lavoratrice. A questo richiamo non poteva rimanere insensibile la Chiesa, che i papi Pio IX e Leone XIII col loro magistero via via aprivano ai problemi del mondo del lavoro. Pio XII istituì questa memoria liturgica, per dare una dimensione cristiana a questo giorno, mettendola sotto il patrocinio di S. Giuseppe lavoratore (1955). San Giovanni XXIII rese omaggio a san Giuseppe, all’esemplare maestro di vita cristiana, all’uomo laborioso, onesto, fedele alla parola di Dio, obbediente, virtù che il Vangelo sintetizza con due parole:  “uomo giusto”. “I proletari e gli operai - scriveva Leone XIII - hanno come diritto speciale a ricorrere a S. Giuseppe e a proporsi la sua imitazione. Giuseppe infatti, di stirpe regale, unito in matrimonio con la più grande e la più santa delle donne, considerato come il padre del Figlio di Dio, passa ciò nonostante la sua vita a lavorare e chiede al suo lavoro di artigiano tutto ciò che è necessario al mantenimento della famiglia». Il lavoro nell’insegnamento della Chiesa non è un castigo, eleva l’uomo riconducendolo nella vocazione primaria voluta dal suo Creatore. L’uomo infatti, “creato ad immagine di Dio, ha ricevuto il comando di sottomettere a sé la terra con tutto quanto essa contiene, e di governare il mondo nella giustizia e nella santità, e così pure di riferire a Dio il proprio essere e l’universo intero, riconoscendo in lui il Creatore di tutte le cose; in modo che, nella subordinazione di tutta la realtà all’uomo, sia glorificato il nome di Dio su tutta la terra” (Gaudium et spes 4).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Angel González (Commento della Bibbia Liturgica): Gn 1 è una proclamazione soteriologica: non dice come fu fatto il mondo nel suo momento originale, ma come dev’essere nella sua piena realizzazione; non risponde alla domanda sull’origine, ma a quella sul destino. Afferma che Dio crea tutto perché giunga a Lui, non in un momento del tempo umano, ma in tutto il tempo cosmico e umano.
In questa versione teologica, il mondo è definito dal suo riferimento a Dio, ed è la fede che lo definisce. Lo chiama creazione, un termine che orienta in due direzioni. Una di esse è negativa: relativizza il mondo, costa-tando la sua creaturalità; l’altra è positiva e nobilita il mondo affermando il suo riferimento al creatore. Così, è smentita ogni pretesa di divinità nelle cose del mondo, è demitizzato tutto quello che le religioni naturali divinizzano: cose, esseri, potenze sparse e anche l’uomo. E così si riconosce a tutte le cose, e all’uomo in particolare, una dignità intangibile che consiste nel loro riferimento a Dio, nel quale tutto raggiunge la sua pienezza. È una concezione del mondo equilibrata, poiché non lo sfigura con nessun eccesso, non divinizzandolo né disprezzandolo.
L’uomo ha il suo posto in vetta alla piramide. Se così è immaginato il mondo, l’azione creatrice di Dio è rappresentata in un movimento ascendente per culminare in lui. L’uomo è la creatura più vicina a Dio; è detto sua «immagine e somiglianza» nel mondo per il suo essere personale, per la sua capacità creatrice, perché può prendere coscienza della presenza e dell’azione di Dio e perché può interpretare il mondo come opera sua, e così, elevare sacerdotalmente questo riconoscimento verso di Lui.
Questa concezione del mondo si inserisce sulla base della fede giudaica e cristiana. Il suo linguaggio, oggi, può sembrare inaccettabile, specialmente se si legge in chiave inadeguata, come quella scientifica o storicistica. Per i suoi destinatari immediati, che vedevano vacillare le fondamenta del mondo nelle scosse della loro storia particolare, era un messaggio di vita. Persino la loro istituzione identificatrice, il sabato, acquistava un nuovo fondamento. Col sabato, essi vivevano, con la periodicità d’una settimana, tutto il tempo di Dio come creatore e salvatore, e celebravano anticipatamente la creazione terminata. È un’immagine della meta indicata per illuminare il cammino e assicurare che, percorrendolo, si arriva alla realizzazione totale e al riposo di Dio. Questo ha senso per coloro che sanno vedere il mondo dalle altezze di Dio,
 
Vangelo
Non è costui il figlio del falegname?
 
Gesù è a Nazaret, porta ai suoi compaesani l’annuncio tanto desiderato: il compimento delle Scritture. Ma i nazaretani, “prima ancora di afferrare il suo messaggio, lo rifiutano perché non vogliono riconoscere il Messia nell’umile figlio dell’artigiano. Gesù diventa per loro motivo di scandalo: la sua provenienza modesta, comune a tutti loro, era incompatibile con la concezione corrente del Messia glorioso. La gelosia, l’invidia, l’aspettativa di un Messia politico impediscono ai nazaretani, come alla maggioranza dei giudei, di accogliere il Salvatore del mondo, predetto dai profeti. L’origine umana di Gesù era ben nota anche nelle comunità giudeocristiane di Mt. Tale conoscenza poteva provocare disagio e distogliere dalla fede qualche cristiano immaturo.
L’evangelista intende conferire al racconto un valore parenetico per ravvivare l’adesione a Cristo di questi fedeli titubanti” (Angelico Poppi, I quattro Vangeli).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,54-58
 
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.
 
Parola del Signore.
 
Incredulità a Nazaret - Felipe F. Ramos: La presentazione «ufficiale» di Gesù nella sinagoga del suo paese, a Nazaret, fu un insuccesso. Dalla sorpresa iniziale per i suoi insegnamenti i suoi conterranei giunsero fino allo scandalo; e la loro incredulità tagliò tutte le vie alla parola e persino al miracolo.
Il nostro racconto è parallelo a quello di Marco (6,1-6) dal quale dipende. Matteo introduce due cambiamenti: a) invece di chiamare Gesù «carpentiere», lo presenta come «figlio del carpentiere», forse per conferire maggior dignità a Gesù affermando che, dal momento in cui cominciò a predicare, cessò d’essere un lavoratore del legno; b) attenua la frase di Marco: «non vi poté operare nessun prodigio» dicendo che «non fece molti miracoli». Questa differenza fra i due evangelisti si può giustificare tenendo conto dei loro diversi punti di vista. Marco raccoglie la mentalità, generalizzata nella Bibbia, secondo la quale Dio è vicino a coloro che lo invocano, e quindi il suo inviato può agire solo là dove trova la fede. Per Matteo, questo vorrebbe dire condizionare eccessivamente il potere di Gesù, il quale può compiere miracoli indipendentemente dai condizionamenti che l’uomo gli può imporre.
La frase più significativa di tutto il brano evangelico è la seguente: si scandalizzavano per causa sua. Con essa l’evangelista ci introduce nel mistero di Gesù. L’atteggiamento dei nazaretani è rappresentativo di tutti coloro che cercano di comprendere Gesù partendo unicamente da quello che si può sapere di lui: è del nostro stesso paese, è figlio del carpentiere, conosciamo la sua famiglia, non ha frequentato l’università... Tentar di spiegare il mistero di Gesù, partendo da tutte le possibilità e da tutti gli aspetti umani vuol dire cacciarsi in un vicolo chiuso. Quello che è detto dei suoi concittadini, è già stato detto anche dei «suoi»: lo considerarono come pazzo (Mc 3,21). La stessa cosa è detta anche dei discepoli, e la ripeterà san Paolo parlando dello scandalo della croce (Mc 14,27-29; 1Cor 1,23). Gesù fu incompreso e disprezzato (Is 50,6: Mt 27,27-31.39-4,4; Eb 12,2). Non avrebbe avuto una sorte migliore, se si fosse tenuto al semplice livello dei profeti. Il profeta porta con sé l’incomprensione. Tanto più la porta in sé il profeta (Dt 18,15) che in più è il servo di Yahveh. Ma anche qui si dovrebbe ricordare la sentenza di Gesù: «Alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere» (11,19).
 
Per approfondire
 
Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Davanti a Gesù ci sono unicamente due possibilità: aprirsi nella fede o chiudersi nello scandalo. I suoi concittadini si scandalizzano per causa sua; esattamente l’opposto di un comportamento di fede. Lo scandalo viene dal basso, dall’uomo e dal male; distrugge la fede, anzi neppure la lascia nascere. Gesù diventa occasione di scandalo senza avervi, in alcun modo, contribuito. È nell’intimo dell’uomo che si decide quale via e verso quale direzione si orienterà la nostra vita. La domanda: «Da dove» è occasione di scandalo per molti, anche oggi, particolarmente per chi ha studiato, conosce la storia e crede di “sapere”; per costoro Gesù non è che il fondatore di una religione, come Budda o Maometto; la sua dottrina, un sistema religioso o un’esperienza originale di un genio; i suoi discepoli, un gruppo di seguaci entusiasti, come ne pullulano sempre tanti intorno agli innovatori in campo religioso, nulla di più! Alla domanda: «Da dove» si crede di poter rispondere: dall’Antico Testamento, dalla tradizione religiosa dei popoli vicini, dal movimento innovatore della comunità di Qumran, dalla letteratura del giudaismo tardivo e dalla tradizione delle scuole rabbiniche, e null’altro. Lo ripetiamo: non ha senso porre la seconda domanda senza aver prima veramente ascoltato ciò che ci viene detto! Gesù stesso cita un proverbio, secondo il quale nessun profeta vale qualcosa «nella sua patria e in casa sua». Sembra quasi di norma che lo scandalo debba sorgere proprio là dove meno lo si aspetta. L’uomo viene meno più facilmente nel suo ambiente, dove è più difficile distinguere ciò che viene dal basso, dalla tradizione familiare e locale, da ciò che entra nel mondo dall’alto. Questo atteggiamento è già, in radice, incredulità. Per la loro incredulità - e non per la propria impotenza - Gesù non può compiere miracoli a Nazaret. il miracolo è legato alla fiducia e alla disponibilità dell’uomo. Solo chi fa il primo passo e adempie la condizione fondamentale - quella di un ascolto volonteroso e aperto -, viene raggiunto da tutto il resto. Anzi, questi «compirà opere più grandi» di quelle del suo Maestro (Gv 14,12).
 
San Giuseppe, l’uomo giusto - Redemptoris custos 17. Nel corso della sua vita, che fu una peregrinazione nella fede, Giuseppe, come Maria, rimase fedele sino alla fine alla chiamata di Dio. La vita di lei fu il compimento sino in fondo di quel primo «fiat» pronunciato al momento dell’Annunciazione, mentre Giuseppe - come è già stato detto - al momento della sua «annunciazione» non proferì alcuna parola: semplicemente egli «fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore» (Mt 1,24). E questo primo «fece» divenne l’inizio della «via di Giuseppe». Lungo questa via i Vangeli non annotano alcuna parola detta da lui. Ma il silenzio di Giuseppe ha una speciale eloquenza: grazie ad esso si può leggere pienamente la verità contenuta nel giudizio che di lui dà il Vangelo: il «giusto» (Mt 1,19).
Bisogna saper leggere questa verità, perché vi è contenuta una delle più importanti testimonianze circa l’uomo e la sua vocazione. Nel corso delle generazioni la Chiesa legge in modo sempre più attento e consapevole una tale testimonianza, quasi estraendo dal tesoro di questa insigne figura «cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).
18. L’uomo «giusto» di Nazaret possiede soprattutto le chiare caratteristiche dello sposo. L’Evangelista parla di Maria come di «una vergine, promessa sposa di un uomo... chiamato Giuseppe» (Lc 1,27). Prima che comincia a compiersi «il mistero nascosto da secoli» (Ef 3,9), i Vangeli pongono dinanzi a noi l’immagine dello sposo e della sposa. Secondo la consuetudine del popolo ebraico, il matrimonio si concludeva in due tappe: prima veniva celebrato il matrimonio legale (vero matrimonio), e solo dopo un certo periodo, lo sposo introduceva la sposa nella propria casa. Prima di vivere insieme con Maria, Giuseppe quindi era già il suo «sposo»; Maria però, conservava nell’intimo il desiderio di far dono totale di sè esclusivamente a Dio. Ci si potrebbe domandare in che modo questo desiderio si conciliasse con le «nozze». La risposta viene soltanto dallo svolgimento degli eventi salvifici, cioè dalla speciale azione di Dio stesso. Fin dal momento dell’Annunciazione Maria sa che deve realizzare il suo desiderio verginale di donarsi a Dio in modo esclusivo e totale proprio divenendo madre del Figlio di Dio. La maternità per opera dello Spirito Santo è la forma di donazione, che Dio stesso si attende dalla Vergine, «promessa sposa» di Giuseppe. Maria pronuncia il suo «fiat».
Il fatto di esser lei «promessa sposa» a Giuseppe è contenuto nel disegno stesso di Dio. Ciò indicano entrambi gli evangelisti citati, ma in modo particolare Matteo. Sono molto significative le parole dette a Giuseppe: «Non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20). Esse spiegano il mistero della sposa di Giuseppe: Maria è vergine nella sua maternità. In lei «il Figlio dell’Altissimo» assume un corpo umano e diviene «il figlio dell’uomo».
Rivolgendosi a Giuseppe con le parole dell’angelo, Dio si rivolge a lui come allo sposo della Vergine di Nazaret. Ciò che si è compiuto in lei per opera dello Spirito Santo esprime al tempo stesso una speciale conferma del legame sponsale, esistente già prima tra Giuseppe e Maria. Il messaggero chiaramente dice a Giuseppe: «Non temere di prendere con te Maria, tua sposa». Pertanto, ciò che era avvenuto prima - le sue nozze con Maria - era avvenuto per volontà di Dio e, dunque, andava conservato. Nella sua divina maternità Maria deve continuare a vivere come «una vergine, sposa di uno sposo» (cfr. Lc 1,27).
 
Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita - Pietro Crisologo (Sermoni 48, 2): Egli insegnò nella loro sinagoga. Non potevano essere «sue» le sinagoghe, nelle quali si radunava la folla dell’incredulità, non della fede; nelle quali si incontrava il popolo dell’invidia, non dell’amore; nelle quali aveva sede il concilio dei malvagi, non il consiglio della buona regola di vita. Insegnava nelle loro sinagoghe, così che rimanevano stupiti. Rimanevano stupiti per lo sdegno, non per la benevolenza; erano stupiti per il livore, non per l’ ammirazione; erano furibondi, perché l’umiltà ritta in piedi insegnava ciò che non potevano sapere le cattedre superbe. Così che rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli viene questa sapienza?».
Parla così chi non conosce Dio, dal quale deriva la sapienza, deriva la virtù. Parla così chi non sa che Cristo è la apienza di Dio, è la potenza di Dio. Donde venga la sapienza lo dimostra Salomone: egli, avendo ricevuto il potere regale ancora fanciullo, volle, chiese e ricevette da Dio la sapienza per governare il popolo affidatogli con la virtù non col fasto, con la sapienza non con l’alterigia, col cuore non col suo potere di re. Donde gli vengono questa sapienza e questi prodigi? Che la potenza, la quale dà gli occhi che la natura non ha dato; che restituisce l’udito otturato dalla malattia; che nei muti scioglie il legame della parola; che fa correre di bel nuovo gli zoppi; che costringe a ritornare nei propri corpi le anime già imprigionate negli inferi: che tale potenza derivi da Dio non negherebbe se non chi è invidioso della salvezza.
 
Testimoni di Cristo - San Giuseppe Lavoratore - Il lavoro genera Dio nelle pieghe della storia - In un tempo in cui la visibilità, lo slogan urlato, il messaggio “di pancia” sembrano essere l’unica arma per costruire la storia, la figura di san Giuseppe lavoratore ci riporta all’umile impegno di chi fa della propria professione lo strumento più efficace per costruire la pace. A mettere al centro della liturgia odierna la figura di Giuseppe lavoratore nel 1955 fu Pio XII su richiesta delle Acli, che sentivano la necessità di coniugare la festa dei lavoratori con il messaggio cristiano. Fu così che questa ricorrenza diventò l’occasione per ricordare a tutto il mondo, che l’orizzonte ultimo di ogni opera umana, fine nelle pieghe più recondite della storia, è Dio stesso. Il lavoro, spiega papa Francesco nella Lettera apostolica «Patris Corde», è «partecipazione all’opera stessa della salvezza, occasione per affrettare l’avvento del Regno, sviluppare le proprie potenzialità e qualità, mettendole al servizio della società e della comunione». Inoltre, nota ancora il Pontefice, «il lavoro diventa occasione di realizzazione non solo per sé stessi, ma soprattutto per quel nucleo originario della società che è la famiglia». (Avvenire).
 
O Dio, che hai chiamato l’uomo a cooperare con il lavoro
al disegno della tua creazione,
fa’ che per l’esempio e l’intercessione di san Giuseppe
siamo fedeli ai compiti che ci affidi,
e riceviamo la ricompensa che ci prometti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
30 Aprile 2026
 
Giovedì IV Settimana di Pasqua
 
At 13,13-25; Salmo Responsoriale dal Salmo 88 (89); Gv 13,16-20
 
In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato (Gv 13,20)
 
Catechismo della Chiesa Cattolica 858: Gesù è l’Inviato del Padre. Fin dall’inizio del suo ministero, «chiamò a sé quelli che egli volle [...]. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare» (Mc 3,13-14). Da quel momento, essi saranno i suoi «inviati» (è questo il significato del termine greco άπόστoλoι). In loro Gesù continua la sua missione: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20,21; Cf Gv 13,20; 17,18)). Il loro ministero è quindi la continuazione della sua missione: «Chi accoglie voi, accoglie me», dice ai Dodici (Mt 10,40).
859: Gesù li unisce alla missione che ha ricevuto dal Padre. Come «il Figlio da sé non può fare nulla» (Gv 5,19.30), ma riceve tutto dal Padre che lo ha inviato, così coloro che Gesù invia non possono fare nulla senza di lui, dal quale ricevono il mandato della missione e il potere di compierla. Gli Apostoli di Cristo sanno di essere resi da Dio «ministri adatti di una Nuova Alleanza» (2Cor 3,6), «ministri di Dio» (2Cor 6,4), «ambasciatori per Cristo» (2Cor 5,20), «ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio» (1Cor 4,1).
860: Nella missione degli Apostoli c’è un aspetto che non può essere trasmesso: essere i testimoni scelti della risurrezione del Signore e le fondamenta della Chiesa. Ma vi è anche un aspetto permanente della loro missione. Cristo ha promesso di rimanere con loro sino alla fine del mondo. La «missione divina, affidata da Cristo agli Apostoli, dovrà durare sino alla fine dei secoli, poiché il Vangelo, che essi devono trasmettere, è per la Chiesa principio di tutta la sua vita in ogni tempo. Per questo gli Apostoli [...] ebbero cura di costituirsi dei successori».
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La prima lettura ci presenta il grande discorso inaugurale di san Paolo, che comprende due parti: la prima parte, il testo odierno e che va dal versetto 16 al versetto 25, è un riassunto della storia sacra, con l’aggiunta di un cenno a Giovanni Battista; nella seconda parte, che va dal versetto 26 al versetto 39, Paolo afferma che Gesù, morto e resuscitato, è veramente il messia atteso. Il discorso termina (vv. 40-41) con un monito severo, desunto dalla Scrittura.
 
Vangelo
 Chi accoglie colui che manderò, accoglie me.
 
Le parole di Gesù sono incastonate in una cornice di intimità, di familiarità. Nel brano giovanneo, oltre alla lavanda dei piedi e l’annuncio del tradimento di Giuda, va messo in evidenza il mandato apostolico: come Gesù è stato mandato dal Padre, così egli manda gli Apostoli. Tra Gesù, colui che manda, e gli Apostoli, coloro che sono mandati, si crea una perfetta comunione, una piena identificazione, per cui chi accoglie gli Apostoli accoglie Colui che li manda.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 13,16-20
 
[Dopo che ebbe lavato i piedi ai discepoli, Gesù] disse loro:
«In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica.
Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma deve compiersi la Scrittura: “Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno”. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io sono.
In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».
 
Parola del Signore.
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 16 Il servo non è più grande del suo padrone; i discepoli dovranno seguire la stessa via tracciata dal loro Maestro, dovranno cioè servire i fratelli offrendo la propria vita per essi; cf. Giov.,15, 12-15. Lo stesso principio è illustrato in modo differente da Mt., 10, 24; Lc., 6, 40; cf. Giov.,15, 20. Nella seconda parte del vers. Gesù applica direttamente ai suoi, cioè agli apostoli che egli ha scelto e inviato nel mondo, il principio formulato nella prima parte dello stesso vers. (né l’inviato è più grande di colui che lo ha mandato).
17 Sapendo questo, sarete beati...; l’insegnamento di Cristo si conclude con questa beatitudine diretta ai discepoli. Questi, se avranno ben compreso alla luce della fede l’intimo significato del principio proposto loro dal Maestro e se vi uniformeranno la propria condotta, saranno beati.
18 Io non parlo per tutti voi; l’insegnamento di Cristo non sarà accolto, né praticato da tutti i suoi discepoli, perché uno di essi lo tradirà. Conosco quelli che ho scelto; fin dall’inizio egli sapeva quelli che aveva scelto, e se soltanto ora dice che tra di essi vi sarà un traditore lo fa unicamente perché si veda il compimento delle Scritture. Già da tempo il pensiero del tradimento di Giuda amareggiava l’animo del Maestro; egli tuttavia non lo aveva allontanato, né escluso dalle sue iniziative di bontà. Ora Gesù, nell’imminenza dei gravi fatti che incombevano su di lui, vuole esprimersi più chiaramente, allo scopo di prevenire uno scandalo ed un grave smarrimento nei discepoli. Colui il quale mangia il mio pane; la citazione è tratta dal Salmo 41 [40], 10; in questo Salmo Davide si lamenta di essere circondato da nemici e di essere stato tradito da Achitofel, il quale, pur onorato della partecipazione alla mensa del re, si è rivoltato contro di lui per colpirlo a morte. Ha levato il suo calcagno contro di me; cioè: mi ha dato un calcio; l’immagine richiama il comportamento di un cavallo o di un asino quando si imbizzarriscono. Nel testo citato Davide è considerato come figura del Messia.
19 Affinché, quando sarà accaduto, crediate che io sono; l’avveramento di una predizione costituisce una prova in favore della persona che l’ha compiuta; cf. Deuteronomio, 18, 21-22. I discepoli, una volta che Giuda ha perpetrato il suo tradimento, si richiameranno alle parole con le quali Cristo lo aveva predetto; di conseguenza la loro fede, invece di rimanere scossa dai tragici eventi, ne avrà una ulteriore conferma. A tradimento consumato, sii vedrà con chiarezza come Gesù conosca in anticipo i fatti (scienza divina di Cristo) e come le Scritture dichiarino la verità. «Io sono»; cf. Giov., 8, 24, 28, 58; «Io sono» richiama il nome divino rivelato a Mosè (Esodo, 3, 14) e significa per Israele che Jahweh è il suo unico e vero Dio (cf. Deuteronomio, 32, 39). Il Maestro quindi, applicandoci questo nome, si ricollega a questa tradizione biblica, dichiarandosi l’unico e vero Salvatore di Israele.
20 Chi accoglie colui che ho mandato accoglie me...; Gesù ritorna sul tema dell’inviato (apostolo) ed afferma che l’accoglienza fatta ad un suo inviato è una accoglienza fatta a lui stesso ed al Padre; l’affermazione, che rimane isolata nel presente contesto giovanneo (cf. vers. 16), è conosciuta dai sinottici (cf. Mt., 10, 40; Mc., 9, 37; Lc., 9, 48).
 
Per approfondire
 
Silvano Fausti (Una comunità legge il Vangelo di Giovanni): levò contro di me il suo calcagno. Continua la citazione dal Sal 41,10. Levare il calcagno significa fare lo sgambetto, far cadere. La parola «calcagno» richiama la promessa di Gen 3,15: sarà schiacciata la testa del nemico che insidia il «calcagno» della discendenza di Eva. In realtà la menzogna del serpente antico è vinta da colui che lava i piedi e dà la vita per chi leva contro di lui il calcagno.
La parola «calcagno» ricorda anche il nome di Giacobbe (Israele), che significa «il tallonatore», che sta alle calcagna (Gen 25,26) e «soppianta» Esaù, sottraendogli la primogenitura (Gen 27,36). Il Vangelo di Giovanni dice che Giuda era «ladro» (12,6). Ora suggerisce che, come il padre Giacobbe rubò la primogenitura, così Giuda rubò al Padre l’Unigenito, soppiantando il primogenito di ogni creatura. Giuda è il prototipo dell’uomo peccatore, che il Padre tanto ama da cedere per lui il Figlio (3,16), il quale, a sua volta, si offre a lui nel boccone immerso e dato (cf. v. 26).
Il fatto che il Signore dia da mangiare il suo pane a chi leva contro di lui il calcagno, è il compimento della Scrittura, rivelazione di Dio come amore assoluto per l’uomo. Gesù, dando la vita per Giuda e per quanti in lui si riconoscono, veramente schiaccia la testa del serpente e vince la menzogna che ci allontanò da Dio. Il suo boccone ripara il danno del primo boccone, con il quale satana ci fece lo sgambetto, facendoci decadere dalla no tra condizione di figli.
Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno, profezia ma anche tanta amarezza. Parole amare, ma anche una esortazione che cerca di aprire gli occhi di tanti cristiani che credendosi furbi sono convinti di poterla fare franca, d’altronde, comunemente si pensa che Dio è misericordia e perdona tutto e tutti. Amarezza…, Giuda, apostolo, responsabile della cassa apostolica, un incarico assai delicato, e da affidare a persone fidate, eppure, lui, Giuda ha alzato il calcagno contro il Figlio dell’Uomo. Si rimane esterrefatti, non  tanto per l’ingratitudine o il tradimento, qualche volta anche noi abbiamo messo i panni di Giuda, ma per il fatto che Giuda, come apostolo e amico di Gesù, aveva visto miracoli strepitosi come la moltiplicazione dei pani così abbondante da sfamare cinquemila uomini, o la risurrezione di Lazzaro, da tre giorni nel sepolcro, e i tanti malati, lebbrosi, paralitici guariti istantaneamente, e i molti posseduti da Satana liberati con parole imperiose, eppure aveva gli occhi annebbiati, perché l’unica luce che teneva acceso il suo sguardo, ma anche il suo cuore e la sua mente, era il denaro. Sì, il denaro, perché, come dice san Giovanni, era ladro. E chi è ladro è un po’ avaro, e chi è avaro vuole guadagnare sempre di più, e così vendendo Gesù pensava di mettere da parte un buon capitale. Riuscì anche a comprarsi un campo, ma finì con il collo tra le spire di una corda. Possiamo tirare alcune somme. È vero siamo un po’ tutti Giuda, ma attenzione a non essere ladri. Come Giuda c’è sempre la possibilità di convertirsi, ma quando si è ladri, essendo schiavi del denaro, la possibilità di convertirsi è assai rara e molto difficile, e la cronaca nera ci fa da maestra. Siamo ladri quando boriosi pensiamo di fare a meno della grazia di Dio, siamo ladri quando ostentiamo come nostra la farina che non è del nostro mulino, siamo ladri quando pensiamo di poter stare sempre in piedi, siamo ladri quando pensiamo di poter fare a meno di tutti, e anche di Dio. Possiamo accumulare fama, onori e medaglie più o meno varie, al valore civile o militare, ma restiamo un po’ Giuda, è la nostra seconda pelle, e sopra tutto ladri, che è il marchio di Satana. E la fine meschina di Giuda dovrebbe servirci da sussidiario: la storia del ladro Giuda viene da sempre rappresentata sul palcoscenico del mondo, un mondo che a volte, o spesso, è giuda e ladro. E come ci suggerisce la sacra Scrittura chi vuol farsi compagno di questo povero mondo si fa nemico di Dio.. Meglio poveri e onesti, meglio poveri e amici di Dio!
 
Origene (In Jo., XXXII.): Chi accoglie colui che lo invierò, accoglie Me: Gesù Cristo invia non soltanto santi, ma santi e Angeli, e invia Apostoli, così chiamati appunto perché inviati da Lui. Tra questi alcuni sono uomini, altri sono potenze superiori: e noi non sbaglieremo applicando anche a quest’ultime il nome di “Apostoli”, dal momento che di loro sta scritto: Essi non sono forse tutti spiriti al servizio di Dio, inviati per assistere coloro che devono ereditare la salvezza ? (E b. 1.14) ... Infatti chiunque è inviato da qualcuno è “Apostolo” di colui che lo manda ... In questo senso non sbaglierebbe chi chiamasse Apostolo di Dio anche Giovanni Battista, dal momento che di lui sta scritto: Venne un uomo inviato da Dio, e il suo nome era Giovanni (Gv. 1 ,6) ... Dunque chi accoglie colui che lo invierò, accoglie Me, ma chi accoglie Gesù Cristo, accoglie il Padre. Quindi chi accoglie colui che Gesù invia, accoglie il Padre che ha inviato Gesù. Il passo può avere anche un altro significato, più o meno questo: Chi accoglie colui che Io invierò accoglie Me, giunge cioè fino alla possibilità di ricevere Me.
Chi invece non mi accoglie per mezzo di qualche mio Apostolo, ma mi riceve non da uomini o per mezzo di uomini, bensì direttamente quando vengo nelle anime di coloro che sì sono preparati a ricevermi, costui accoglie il Padre che mi ha inviato, cosicché in lui non ci sono soltanto Io, il Cristo, ma c ‘è anche il Padre.
 
Testimoni di Cristo - San Pio VI Papa (dal 17/1/1566 al 1/05/1572): Antonio Michele Ghislieri, religioso domenicano, creato vescovo e cardinale, svolse compiti di alta responsabilità nella Chiesa. Divenuto papa col nome di Pio V, operò per la riforma della Chiesa in ogni settore, sulle linee tracciate dal Concilio tridentino. Pubblicò i nuovi testi del Messale (1570), del Breviario (1568) e del catechismo romano. Preoccupato delle mire geopolitiche dei turchi, promosse la «Lega Santa» dei principi cristiani contro la mezzaluna, unendosi in alleanza con Genova, Venezia e Spagna. Le forze navali della Lega si scontrarono, il 7 ottobre 1571, con la flotta ottomana nelle acque al largo di Lepanto, riportando una memorabile vittoria, che si verificò grazie, soprattutto, alla crociata di Rosari che erano stati recitati per ottenere l’aiuto divino. La vittoria venne comunicata “in tempo reale”: Pio V ebbe, infatti, una visione, dove vide cori di Angeli intorno al trono della Beata Vergine che teneva in braccio il Bambino Gesù e in mano la Corona del Rosario. Dopo l’evento prodigioso - era mezzogiorno - il Papa diede ordine che tutte le campane di Roma suonassero a festa e da quel giorno viene recitato l’Angelus a quell’ora. Due giorni dopo un messaggero portò la notizia dell’avvenuto trionfo delle forze cristiane. Il 7 ottobre del 1571 venne celebrato il primo anniversario della vittoria di Lepanto con l’istituzione della «Festa di Santa Maria della Vittoria», successivamente trasformata nella «Festa del Santissimo Rosario». Morì il primo maggio del 1572. La sua salma riposa nella patriarcale basilica di Santa Maria Maggiore in Roma.
 
O Dio, che innalzi la natura umana
al di sopra della dignità delle origini,
guarda all’ineffabile mistero del tuo amore,
perché in coloro che hai rinnovato nel sacramento del Battesimo
siano custoditi i doni della tua grazia
e della tua benedizione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 29 APRILE 2026
 
Santa Caterina da Siena, Vergine e Dotto re della Chiesa, Patrona d’Italia e d’Europa
 
1Gv 1,5-2,2; Salmo Responsoriale Dal Salmo 102 (103); Mt 11,25-30
 
Se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri (1Gv 1,7)
 
La vita dei figli della luce. - Andrè Feuillet e Pierre Grelot: Era già stata una raccomandazione di Gesù (cfr. Gv 12, 35 s): bisogna che l’uomo non lasci oscurare la sua luce interiore, e così pure bisogna che vegli sul suo occhio, lampada del corpo (Mt 6, 22 s par.). In Paolo la raccomandazione diventa abituale. Bisogna rivestirsi delle armi di luce e rigettare le opere delle tenebre (Rom 13, 12 s) per tema che il giorno del Signore ci sorprenda (1 Tess 5, 4-8). Tutta la morale entra facilmente in questa prospettiva: il «frutto della luce» è tutto ciò che è buono, giusto e vero; le «opere sterili delle tenebre» comprendono i peccati di ogni specie (Ef 5, 9-14). Giovanni non parla diversamente. Bisogna «camminare nella luce» per essere in comunione con il Dio che è luce (1 Gv 1, 5 ss). Il criterio è l’amore fraterno: da questo si riconosce se si è nelle tenebre o nella luce (2, 8-11). Colui che vive in tal modo, da vero figlio della luce, fa risplendere tra gli uomini la luce divina di cui è diventato depositario. Divenuto a sua volta la luce del mondo (Mt 5, 14 ss), egli risponde alla missione che Cristo gli ha dato.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): Avere comunione con Dio e camminare nella luce non sono sinonimi di possedere l’impeccabilità.
Anche il cristiano pecca e ha coscienza di farlo. Non riconoscerlo sarebbe un inganno; la verità non sarebbe in lui. Anche qui, le affermazioni del nostro autore fanno pensare che tenesse presente la mentalità degli gnostici, i quali dicevano di possedere lo spirito e di essere del tutto liberi dal peccato. Questa pretesa è contraddetta dall’esperienza cristiana e dalla natura dell’uomo. La novità della vita cristiana non elimina la vecchia condizione umana con la sua propensione al peccato. È necessario, invece, confessare i propri peccati, È l’atteggiamento che Dio esige dal peccatore per diffondere su di lui la sua grazia. Dio è presentato qui come giusto e fedele. Ancora una volta, egli dimostrerà la sua proverbiale fedeltà all’alleanza e la giustizia che deve rendere al sangue del suo Figlio sparso in favore del peccatore.
La Chiesa non è una comunità di puri e di perfetti che non abbiano mai peccato, ma una comunità che crede che i suoi peccati non sono un ostacolo permanente per accostarsi a Dio, È possibile trasformare la lontananza in vicinanza.
Chi dice di non avere peccati non solo è un menzognero che inganna se stesso, ma che fa menzognero anche Dio. La rivelazione di Dio in Cristo fa conoscere quello che è il peccato. Anzi questa rivelazione .afferma molto chiaramente che tutti, senza eccezioni, partecipano dello stesso denominatore comune di colpevolezza (la lettera ai Romani ha come punto essenziale di partenza questa colpevolezza universale alla quale Dio ha posto rimedio in Cristo. Cf principalmente Rm 3,20b; Gal 3,22.24). La stessa parola di Dio è contraria alla pretesa innocenza umana. Pensare alla propria innocenza equivale a camminare sulla propria strada e non su quella di Dio.
Il peccato è una realtà nella vita cristiana, una realtà infelice che può essere superata solo per l’azione di Dio in Cristo. Però appunto da questa azione sorge l’imperativo della lotta contro il peccato: non peccate. La comunione con Dio può essere rotta dal peccato. Quando avviene questo, il cristiano deve ricordare che Gesù Cristo è il suo intercessore e il suo avvocato davanti al Padre. Anzi, Cristo è il mezzo di espiazione per i peccati commessi.
 
Vangelo
Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.
 
Bibbia di Gerusalemme: 11,25 Poiché questo brano (vv 25:27) è senza un chiaro nesso con il contesto in cui Matteo l’ha inserito (cf. il suo posto diverso in Luca), queste cose non si riferiscono a ciò che precede; si devono intendere invece dei «misteri del regno» in generale (13,10, rivelati ai piccoli, i discepoli (cf. 10,42), ma tenuti nascosti ai «sapienti», i farisei e i loro dottori.
11,27 La professione di relazioni intime con Dio (vv 26-27) e l’invito a diventare discepoli (vv 28-30) evocano parecchi passi dei libri sapienziali (Pr 8,22-36: Sir 24,3-9.19-20; Sap 8,3-4: 9,9-18: ecc.). Gesù si attribuisce anche il ruolo della sapienza (cf. 11,19+), ma in una maniera eminente, non più come una personificazione, ma come una persona; il «Figlio» per eccellenza del «Padre» (cf. 4.3+), Questo passo, di tono giovanneo (cf. Gv 1,18; 3,11.35; 6,46; 10,15; ecc.), esprime nel fondo più primitive della tradizione sinottica, come in Giovanni, la coscienza chiara che Gesù aveva della sua filiazione divina. La struttura di questo passo potrebbe essere stata influenzata da Sir 51 sul tema delle relazioni privilegiate con Dio (cf. anche Es 33,12-23).
11,28 stanchi e oppresse allusione alla Legge, il cui «fardello» è talvolta appesantito da alcune osservanze aggiunte successivamente (soprattutto dai farisei). Il «giogo della Legge»  è una metafora frequente presso i rabbini (cf. già Sof 3,9 LXX; Lam 3,27; Ger 2,20; 5,5; Is 14,251; Sir 6,24-30; 51,26-27) l’utilizza già in un contesto di sapienze. con l’idea di lavoro facile e riposante.
11,29 mite e umile di cuore: epiteti classici dei «poveri» dell’AT (cf. Sof 2,3+; On 3,87). Gesù rivendica per sé il loro atteggiamento religioso e se ne avvale per farsi loro maestro di sapienza, come era annunciato del «servo» (Is 61,1-2: Lc 4,18: cf. ancora Mt 12,18-21; 21,5), Per essi infatti egli ha pronunciato le beatitudini (5,3+) e molte altre istruzioni della buona novella.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 11,25-30

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
 
Parola del Signore.
 
Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra ... - L’espressione Signore del cielo e della terra, evoca l’azione creatrice di Dio (Cf. Gen 1,1). Il motivo della lode sta nel fatto che il Padre ha «nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli». Le cose nascoste «non si riferiscono a ciò che precede; si devono intendere invece dei “misteri del regno” in generale [Mt 13,11], rivelati ai “piccoli”, i discepoli [Cf. Mt 10,42], ma tenuti nascosti ai “sapienti”, i farisei e i loro dottori» (Bibbia di Gerusalemme).
Molti anni dopo Paolo ricorderà queste parole di Gesù ai cristiani di Corinto: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor 1,26-29).
... nessuno conosce il Figlio... La rivelazione della mutua conoscenza tra il Padre e il Figlio pone decisamente il brano evangelico in relazione «con alcuni passi della letteratura sapienziale riguardanti la sophia. Solo il Padre conosce il Figlio, come solo Dio la sapienza [Gb 28,12-27; Bar 3,32]. Solo il Figlio conosce il Padre, così come solo la sapienza conosce Dio [Sap 8,4; 9,1-18]. Gesù fa conoscere la rivelazione nascosta, come la sapienza rivela i segreti divini [Sap 9,1-18; 10,10] e invita a prendere il suo giogo su di sé, proprio come la sapienza [Prov 1,20-23; 8,1-36]» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli).
... nessuno conosce il Padre se non il Figlio... Gesù è l’unico rivelatore dei misteri divini, in quanto il Padre ne ha comunicato a lui, il Figlio, la conoscenza intera. Da questa affermazione si evince che Gesù è uguale al Padre nella natura e nella scienza, è Dio come il Padre, di cui è il Figlio Unico.
Venite a me... Gesù nell’offrire ai suoi discepoli il suo giogo dolce fa emergere la «nuova giustizia» evangelica in netta contrapposizione con la giustizia farisaica fatta di leggi e precetti meramente umani (Mt 15,9); una giustizia ipocrita, ma strisciante da sempre in tutte le religioni. Il ristoro che Gesù dona a coloro che sono stanchi e oppressi, in ogni caso, non esime chi si mette seriamente al suo seguito di accogliere, senza tentennamenti, le condizioni che la sequela esige: rinnegare se stessi e portare la croce dietro di lui, ogni giorno, senza infingimenti o accomodamenti: «Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”» (Lc 9,23). È la croce che diventa, per il Cristo come per il suo discepolo, motivo discriminante della vera sapienza, quella sapienza che agli occhi del mondo è considerata sempre stoltezza o scandalo (1Cor 1,17-31). Un carico, la croce di Cristo, che non soverchia le forze umane, non annienta l’uomo nelle sue aspettative, non lo umilia nella sua dignità di creatura, anzi lo esalta, lo promuove, lo avvia, «di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito Santo» (2Cor 3,18) ad un traguardo di felicità e di beatitudine eterna. La croce va quindi piantata al centro del cuore e della vita del credente.
Invece, molti, anche cristiani, tendono a porre al centro di tutta la loro vita, spesso disordinata, le loro scelte, non sempre in sintonia con la morale; o avvinti dai loro gusti e programmi, tentano di far ruotare attorno a questo centro anche l’intero messaggio evangelico, accettandolo in parte o corrompendolo o assoggettandolo ai propri capricci; da qui la necessità capricciosa di imporre alla Bibbia, distinguo, precetti o nuove leggi, frutto della tradizione umana; paletti issati come muri di protezione per contenere la devastante e benefica azione esplosiva della Parola di Dio (Cf. Mc 7,8-9).
Gesù è mite e umile di cuore: è la via maestra per tutti i discepoli, è la via dell’annichilimento (Cf. Fil 2,5ss), dell’incarnarsi nel tempo, nella storia, nel quotidiano dei fratelli, non come maestri arroganti o petulanti, ma come servi (Cf. 1Cor 9,22).
 
Per approfondire
 
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me … - Catechismo della Chiesa Cattolica 459 Il Verbo si è fatto carne per essere nostro modello di santità: « Prendete il mio giogo su di voi e imparate da me ...» (Mt 11,29). «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6). E il Padre, sul monte della trasfigurazione, comanda: «Ascoltatelo» (Mc 9,7). In realtà, egli è il modello delle beatitudini e la norma della Legge nuova: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 15,12). Questo amore implica l’effettiva offerta di se stessi alla sua sequela.
520 Durante tutta la sua vita, Gesù si mostra come nostro modello: è «l’uomo perfetto » che ci invita a diventare suoi discepoli e a seguirlo; con il suo abbassamento, ci ha dato un esempio da imitare, con la sua preghiera, attira alla preghiera, con la sua povertà, chiama ad accettare liberamente la spogliazione e le persecuzioni.
521 Tutto ciò che Cristo ha vissuto, egli fa sì che noi possiamo viverlo in lui e che egli lo viva in noi. «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo». Siamo chiamati a formare una cosa sola con lui; egli ci fa comunicare come membra del suo corpo a ciò che ha vissuto nella sua carne per noi e come nostro modello: «Noi dobbiamo sviluppare continuamente in noi e, in fine, completare gli stati e i misteri di Gesù. Dobbiamo poi pregarlo che li porti lui stesso a compimento in noi c in tutta la sua Chiesa. [ ... ] Il Figlio di Dio desidera una certa partecipazione e come un’estensione e continuazione in noi e in tutta la sua Chiesa dei suoi misteri mediante le grazie che vuole comunicarci e gli effetti che intende operare in noi attraverso suoi misteri. E con questo mezzo egli vuole completarli in noi».
 
Il dono delle lacrime: Un tratto della spiritualità di Caterina è legato al dono delle lacrime. Esse «esprimono una sensibilità squisita e profonda, capacità di commozione e di tenerezza. Non pochi Santi hanno avuto il dono delle lacrime, rinnovando l’emozione di Gesù stesso, che non ha trattenuto e nascosto il suo pianto dinanzi al sepolcro dell’amico Lazzaro e al dolore di Maria e di Marta, e alla vista di Gerusalemme, nei suoi ultimi giorni terreni. Secondo Caterina, le lacrime dei Santi si mescolano al Sangue di Cristo, di cui ella ha parlato con toni vibranti e con immagini simboliche molto efficaci: “Abbiate memoria di Cristo crocifisso, Dio e uomo (…). Ponetevi per obietto Cristo crocifisso, nascondetevi nelle piaghe di Cristo crocifisso, annegatevi nel sangue di Cristo crocifisso” (Epistolario, Lettera n. 21: Ad uno il cui nome si tace). Qui possiamo comprendere perché Caterina, pur consapevole delle manchevolezze umane dei sacerdoti, abbia sempre avuto una grandissima riverenza per essi: essi dispensano, attraverso i Sacramenti e la Parola, la forza salvifica del Sangue di Cristo. La Santa senese ha invitato sempre i sacri ministri, anche il Papa, che chiamava “dolce Cristo in terra”, ad essere fedeli alle loro responsabilità, mossa sempre e solo dal suo amore profondo e costante per la Chiesa. Prima di morire disse: “Partendomi dal corpo io, in verità, ho consumato e dato la vita nella Chiesa e per la Chiesa Santa, la quale cosa mi è singolarissima grazia” (Raimondo da Capua, S. Caterina da Siena, Legenda maior, n. 363). Da santa Caterina, dunque, noi apprendiamo la scienza più sublime: conoscere ed amare Gesù Cristo e la sua Chiesa» (Benedetto XVI Udienza Generale, 24 Novembre 2010).
 
Nessuno conosce il Padre se non il Figlio - Ilario di Poitiers (Commento a Matteo 11, 12): E affinché non si pensi che in lui ci sia qualcosa in meno di ciò che c’è in Dio, afferma che tutto gli è stato dato dal Padre, che solo il Padre lo conosce e che il Padre è conosciuto solo da lui a da colui al quale egli avrà voluto rivelarlo.
Ed egli lo avrebbe rivelato a colui che gli avesse chiesto di rivelarlo. Questa rivelazione ci insegna che l’identità di sostanza dell’uno e dell’altro è fondata sulla mutua conoscenza. Così chiunque conosce il Figlio deve riconoscere anche il Padre nel Figlio, poiché tutto gli è stato dato dal Padre. E ciò che gli è stato dato non è altro che ciò che nel Figlio è conosciuto solo dal Padre, e ciò che è conosciuto solo dal Figlio è ciò che appartiene al Padre. E così in questo segreto della loro mutua conoscenza si comprende che nel Figlio non è manifestato nient’altro se non ciò che è inconoscibile nel Padre.
 
Testimoni di Cristo - Santa Caterina da Siena. Portare il «fuoco» in tutta Italia, profezia e missione affidata alla Chiesa - Mettere «fuoco in tutta Italia»: non è una minaccia ma l’auspicio che la patrona del nostro Paese, Caterina da Siena, oggi consegna in modo particolare alla comunità dei credenti. Chi, se non i cristiani, testimoni del Vangelo del Risorto, infatti, sa riconoscere le «cose grandi»? «Non accontentatevi delle piccole cose. Dio le vuole grandi», ci ammonisce ancora oggi santa Caterina. Era nata nel 1347 e non aveva frequentato scuole, anche se fin da piccola aveva coltivato un’intensa vita spirituale. Rifiutò il matrimonio cui voleva destinarla la famiglia e chiese solo di poter avere una stanzetta, la sua “cella” dove viveva da terziaria domenicana (o Mantellata, per l’abito bianco e il mantello nero). Lì si ritrovavano artisti, intellettuali, religiosi (che poi si chiamarono «Caterinati») trasformando quel luogo in un “cenacolo”. Lì arrivavano persone in cerca di ascolto, consolazione e incoraggiamento. Con i suoi messaggi (che venivano dettati, anche se lei aveva imparato a leggere e a scrivere) raggiungeva tutti: i potenti, così come i semplici, il popolo, gli ultimi, come i carcerati. Fu anche ambasciatrice presso il Papa ad Avignone per conto dei fiorentini e poi fu chiamata a Roma, dove morì nel 1380. Fu canonizzata da papa Pio II nel 1461 e nel 1939, per iniziativa di Pio XII, fu proclamata patrona principale d’Italia. Paolo VI nel 1970 la annoverò tra i dottori della Chiesa e nel 1999 Giovanni Paolo II la dichiarò compatrona d’Europa, indicandone così l’esempio a tutto il Continente. (Matteo Liut)
 
O Dio, che in santa Caterina [da Siena],
ardente del tuo Spirito di amore,
hai unito la contemplazione di Cristo crocifisso
e il servizio della Chiesa,
per sua intercessione concedi al tuo popolo
di essere partecipe del mistero di Cristo,
per esultare quando si manifesterà nella sua gloria.
Egli è Dio, e vive e regna con te
 
 
 28 Aprile 2026
 
Martedì della IV Settimana di Pasqua
 
At 11, 19-26; Salmo Responsoriale Dal Salmo 86 (87); Gv 10,22-30
 
 
«Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente» (Vangelo).
 
Gesù ha accettato il titolo di Messia cui aveva diritto, ma non senza riserve ...: Catechismo della Chiesa Cattolica 438: La consacrazione messianica di Gesù rivela la sua missione divina. «È, d’altronde, ciò che indica il suo stesso nome, perché nel nome di Cristo è sottinteso colui che ha unto, colui che è stato unto e l’unzione stessa di cui è stato unto: colui che ha unto è il Padre, colui che è stato unto è il Figlio, ed è stato unto nello Spirito che è l’unzione». La sua consacrazione messianica eterna si è rivelata nel tempo della sua vita terrena nel momento in cui fu battezzato da Giovanni, quando Dio lo «consacrò in Spirito Santo e potenza» (At 10,38) «perché egli fosse fatto conoscere a Israele» (Gv 1,31) come suo Messia. Le sue opere e le sue parole lo riveleranno come «il Santo di Dio». Numerosi ebrei ed anche alcuni pagani che condividevano la loro speranza hanno riconosciuto in Gesù i tratti fondamentali del «figlio di Davide» messianico promesso da Dio a Israele. Gesù ha accettato il titolo di Messia cui aveva diritto, ma non senza riserve, perché una parte dei suoi contemporanei lo intendevano secondo una concezione troppo umana, essenzialmente politica.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La Chiesa amplia sempre più i suoi confini, complice la persecuzione scatenata dal Sinedrio contro i discepoli di Gesù. Il brano  introduce l’episodio della fondazione della chiesa di Antiochia, come conseguenza diretta del martirio di Stefano ed è ad Antiochia che i credenti vengono chiamati cristiani: ossia adepti e seguaci di Christus. I pagani di Antiochia, coniando questo appellativo hanno preso il titolo «Cristo» (unto) per un nome proprio.
 
Vangelo
Io e il Padre siamo una cosa sola.
 
Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente: chi vola basso non vedrà mai il cielo, chi non abbandona la carne e il sangue (Mt 16,17)  non potrà entrare nel mistero del Cristo. I Giudei avevano tutto, prove inoppugnabili, morti risuscitati, paralitici risanati, lebbrosi purificati, ciechi che avevano ricuperato la vista, muti la favella, sordi l’udito..., eppure non capivano ancora. L’evangelista svela il perché: non avevano fede, e non erano pecore di Cristo. Due condizioni necessarie perché vengano nettati gli occhi dell’anima, e aprirsi alla luce folgorante della rivelazione: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente, e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio (Mt 16,16; Gv 6,69).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 10, 22-30
 
Ricorreva, in quei giorni, a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».
Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».
 
Parola del Signore.
 
Gesù-Pastore conosce le sue pecore: una conoscenza che supera il campo dell’intelletto e sconfina nell’amore (cfr. Os 6,6; 1Gv 1,3). Nel vangelo di Giovanni «conoscenza e amore crescono insieme, per cui è difficile dire se l’amore è il frutto della conoscenza o la conoscenza è frutto di amore [...]. L’amore è unito alla conoscenza quando il rapporto tra Gesù e il Padre è descritto come una reciproca conoscenza [Gv 7,29; 8,55; 10,15). La stessa reciproca conoscenza è il vincolo tra Gesù e i suoi discepoli [Gv 10,14ss]» (John L. McKenzie). Questa profonda intimità genera nel cuore dei credenti il frutto della vita eterna: essendo stati «rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna» (1Pt 1,23), i credenti gustano la gioia della vita eterna già d’adesso, nelle pieghe di una quotidianità a volte impastata di peccato e di acute contraddizioni. Questa intensa comunione di amore con il Cristo sarà portata perfettamente a compimento nel Regno dei Cieli: solo nel Regno i credenti, strappati dalla contingenza della vita terrena, non «avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna ... Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 7,16-17). In attesa di questi beni, la comunione amorosa con il Buon Pastore dona ai discepoli già ora pace, serenità e sicurezza. «Colui che si affida a Gesù con la fede trova in lui quella sicurezza assoluta che non trova mai in alcuna sicurezza o protezione umana. In lui infatti è presente il potere divino. Lo stesso potere viene poi attribuito al Padre e la stessa sicurezza proviene dalla certezza che “ciò che mi ha dato” [cfr. 6,36-40] nessuno lo può rapire dalla mano del Padre [cfr. Is 43,13; Sap 3,1). In questi due versetti 28-29 si riflette la serena esperienza della comunità giovannea che si sentiva il gregge protetto dal Figlio di Dio e che nessuno poteva rapire: né le persecuzioni [16,4] né le eresie [1Gv]» (Giuseppe Segalla). Questa sicurezza è significata anche dalle parole di Gesù che rivelano l’identità di sostanza tra lui e il Padre: «Io e il Padre siamo una cosa sola».
 
Per approfondire
 
Il buon pastore - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Il vangelo di oggi si apre con l’invito perentorio dei giudei a Gesù durante la festa della dedicazione del tempio di Gerusalemme: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». La risposta di Cristo inizia con il riferimento alle sue opere, prova eloquente della sua identità. «Ma voi non credete, perché non siete mie pecore».
Così Gesù introduce di nuovo il tema della parabola di ieri, tornando su alcune idee che aveva già espresso. Ma ora mette in risalto la comunione intima che egli costituisce con i suoi fedeli. Due sono le disposizioni fondamentali per questa comunione di vita: la conoscenza del pastore e l’ascolto della sua voce, perché Gesù si identifica con Dio fino al punto di dire: «io e il Padre siamo una cosa sola ».
Nel vangelo di ieri Gesù dichiarava di essere la porta delle pecore. Ma dopo fa ancora di più: si definisce come il buon pastore, l’unico e autentico pastore per un solo gregge. E lo è per tre ragioni che lo differenziano dal pastore mercenario.
Primo: perché è disposto a dare la vita per le sue pecore nel momento del pericolo. «Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore».
Secondo: perché conosce le sue pecore ed è conosciuto da loro. «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre cono e me e io cono co il Padre». In senso biblico, il verbo «conoscere» non è ristretto al piano concettuale a puramente intellettivo, ma significa una conoscenza che crea comunione di vita, una relazione personale, attiva, amorosa, reciproca. Nel caso di Gesù con i suoi questa conoscenza è tanto profonda, che la paragona alla sua mutua conoscenza con il Padre.
Terzo: perché, di fatto, dà la vita per i suoi. «E offro la vita per le pecore. Per questo il Padre mi ama perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso».
Questa è la migliore garanzia della premura pastorale di Gesù.
 
Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente - Marida Nicolaci (Vangelo secondo Giovanni): La domanda dei Giudei (v. 24) - Il linguaggio con cui i Giudei esprimono a parole la brama che il loro «accerchiare» Gesù esprime fisicamente non potrebbe essere più chiaro. La frase che in senso figurato significa «fino a quando ci terrai col fiato sospeso?» letteralmente suona: «fino a quando ci toglierai l’anima/vita (psyché)?». Il contesto prossimo della scena spinge a valorizzare tale linguaggio: a Gesù, buon pastore, nessuno può «togliere la psyché» perché lui è già disponibile a donarla per il gregge per obbedire al comando del Padre. I Giudei, invece, più gli si avvicinano e se ne sentono attirati più lo considerano come una minaccia per la loro vita nella misura in cui egli non si concede a loro così come lo vorrebbero. Ciò che li anima nel muoversi verso Gesù è un desiderio di possesso violento che non trova, però, la soddisfazione che cerca. Essi vogliono che Gesù si riveli proprio a loro come messia, se lo è veramente («dillo a noi»)! Dal suo dichiararsi messia la loro stessa vita potrebbe dipendere e non aspettano da lui che una dichiarazione chiara, senza più enigmi, allusioni e ambiguità di linguaggio. Il loro atteggiamento possessivo appare, però, come una negazione della dedizione totale all’unico Dio richiesta dalla legge: come i martiri stessi del giudaismo avevano e avrebbero dimostrato, amare Dio con tutto il cuore, l’anima (psyché) e le forze (Dt 6,4-5) significa amarlo anche se questo dovesse «togliere l’anima/vita tpsyché)» (Mishnah Berakot 9,5; Talmud babilonese Berakot 61b).
Davanti alla prova di fede cui li mette Gesù con il suo strano messianismo e con il suo strarto concetto del regno di Dio, questi Giudei mostrerebbero di non essere disposti, nonostante tutto illoro zelo per Dio, la legge, la nazione ed il tempio, a lasciarsi «togliere la vita». Gesù, ai loro occhi rischia di fare la parte che i farisei e i sommi sacerdoti attribuiranno ai romani (cf 11,47s)!
 
Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di Giovanni 61,2: Le pecore difese da un’unica potenza Proprio perché tu comprenda che la frase il Padre me le ha date venne pronunciata da lui perché non lo chiamassero nuovamente “avversario di Dio” dopo aver detto nessuno le può strappare dalle mie mani, prosegue dimostrando che la mano sua e quella del Padre sono una cosa sola. Se le cose non stessero così, avrebbe detto: “Il Padre me le ha date, è più grande di tutti, e nessuno le può rapire dalle mie mani”. Non disse però così, ma: dalle mani del Padre mio. Quindi, perché tu non pensi che egli sia debole e che le pecore siano al sicuro solo grazie alla potenza del Padre, aggiunse: Io e il Padre siamo una cosa sola. È come se dicesse: “Non ho detto che nessuno rapirà le pecore grazie alla potenza del Padre, nel senso che io non sia capace di difenderle. Infatti io e il Padre siamo una cosa sola”; cioè, secondo la potenza, in quanto è di essa che qui si parla. Se poi la potenza è identica, è evidente che anche la sostanza è identica.
 
Testimoni di Cristo - Beato Lucchese, Terziario: Lucchese nacque presso Poggibonsi (SI) lo stesso anno di S. Francesco d’Assisi (1181). In gioventù combatté per il partito dei Guelfi; ma poi, abbandonata la vita militare, si sposò con Bona Segni e si mise a commerciare in granaglie e fare il cambiavalute approfittando dei pellegrini che si recavano a Roma lungo la via Francigena. Nell’ottobre1212 Lucchese ebbe modo di ascoltare una predica di S. Francesco a S. Gimignano e da lì iniziò la sua conversione: risarcì tutti coloro che aveva impoveriti con i suoi traffici, fece penitenza, si mise al servizio dei frati, donò tutti i suoi beni e insieme alla moglie trasformò la sua casa in ospedale. Oltre all’amore verso il prossimo si distinse nella pratica della povertà e dell’umiltà. Quando S. Francesco tornò in Valdelsa, nel 1221, donò a questa coppia di sposi l’abito della Penitenza, facendone i primi Terziari francescani. Morì a Poggibonsi il 28 aprile 1260.
 
Dio onnipotente,
che ci dai la grazia di celebrare
il mistero della risurrezione del tuo Figlio,
concedi a noi di testimoniare con la vita
la gioia di essere salvati.