2 Luglio 2026
 
Giovedì XIII Settimana T. O.
 
Am 7,10-17; Salmo Responsoriale Dal Salmo 18 (19); Mt 9,1-8
 
San Swithun di Winchester Vescovo: A causa della trascuratezza dei suoi contemporanei, non si hanno notizie di un certo rilievo sulla sua vita, né delle sue parole, né delle sue conversazioni, che fossero state riportate per le future generazioni.
Swithun visse nel IX secolo, fu cappellano reale del re Egberto di Wessex e tutore del figlio del re, principe Ethelwulf, che governò poi dall’839 all’858.
E su richiesta del re Ethelwulf, divenne vescovo di Winchester, allora capitale dell’Inghilterra; fu consacrato da Ceolnoth arcivescovo di Canterbury il 30 ottobre 852.
Governò la diocesi dieci anni, perché morì il 2 luglio 862; il re Ethelwold, il 15 luglio 971, fece trasferire le reliquie nella cattedrale, coincise con questo avvenimento la caduta di un’abbondantissima pioggia, tale che fu ritenuta segno della potenza del santo vescovo, evidentemente si era in periodo di prolungata siccità.
Da quel giorno si dice che se piove nel giorno di s. Swithun (15 luglio) pioverà anche per i seguenti 40 giorni.
Da noi si dice la stessa cosa per s. Barbara e per s. Caterina d’Alessandria.
Era invocato per ottenere la pioggia, il suo culto che prese sviluppo dal secolo X, si estese per la fama di essere un santo guaritore, sia nell’isola di Wight, sia in Francia.
Nel 1093 il suo corpo fu di nuovo trasferito dalla vecchia alla nuova cattedrale di Winchester; la sua festa celebrata il 2 luglio per tutto il Medioevo, fu poi man mano sostituita al 15 luglio, giorno della prima traslazione. (Autore: Antonio Borrelli)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Amasia paragona Amos ai profeti di carriera che vivono della loro professione (Cf. 1Sam 9,7), ma non lo accusa d’essere un falso profeta; anzi, il suo intervento e la sua denunzia di cospirazione mostrano che egli teme le conseguenze della predicazione del profeta. La fedeltà di Amos alla vocazione divina rende efficace e veritiero il suo annunzio, purtroppo foriero di crudeli sventure: morte di spada per Geroboamo, esilio per Amasia e per tutto Israele, disonore e morte per donne e bambini.
 
Vangelo
Resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.
 
Il paralitico e coloro che lo portano chiedono a Gesù la guarigione del corpo perché attratti dalla sua misericordia usata nei confronti dei malati e degli ossessi. Gesù dona al paralitico la salute fisica e contemporaneamente il perdono dei peccati, ma non dobbiamo credere che quel paralitico fosse più peccatore che malato: Gesù «fa intendere che in quell’uomo si sono rese evidenti in modo particolare le conseguenze di quella separazione tra Dio e uomo nella quale risiede la radice del male. Gesù richiama i presenti a questa considerazione affinché non si fermino alla esteriorità del miracolo. E ai versi 10-11 “affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati... ti ordino... alzati” chiarisce la verità opposta, cioè che il perdono non resta mai un fatto puramente interiore, psicologico, ma riconduce anche l’aspetto corporale dell’uomo sotto la sovranità di Dio» (P. Antonio Di Masi).

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,1-8
 
In quel tempo, salito su una barca, Gesù passò all’altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso su un letto. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati».
Allora alcuni scribi dissero fra sé: «Costui bestemmia». Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa infatti è più facile: dire “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire: “Àlzati e cammina”? Ma, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Àlzati - disse allora al paralitico -, prendi il tuo letto e va’ a casa tua». Ed egli si alzò e andò a casa sua.
Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.
Parola del Signore.
 
Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Dopo una nuova traversata, verso la riva occidentale del lago, dov’è Cafarnao (cf 4,13), avviene un nuovo fatto. Un paralitico mene portato a Gesù, e già questo manifesta la fede di quella gente.  La novità del questo miracolo sta in ciò che lo precede. Finors Gesù ha guanto la gente colpita da ogni tipo di infermità. qui invece è lui che prende l’iniziativa e dice: «Ti sono rimessi i tuoi peccati». Ciò non va interpretato nel senso che Gesu riconosca un supporto causale e immediato tra la malattia e il peccato; anzi altrove respingerà esplicitamente l’opinione dei dottori della legge per i quali ogni malattia è la conseguenza di un peccato personale. Certo è che l’uomo soffre di due malattie: la malattia del corpo caduco e mortale e la malattia del peccato, che lo rovina interiormente. La malattia del peccato è la più grave, perche nessun medico umano è capace di guarirla, ma soltanto Dio.
Allora alcuni scribi cominciarono a pensare «Costui bestemmia» ...  Gli scribi riconoscono - in sé giustamente - che qui viene pronunciata una bestemmia. Chi può arrogarsi la potestà di perdonare i peccati, del momento che ciò appartiene soltanto a Dio? Il peccato infatti è contro Dio, è una negligenza colpevole, una trasgressione deliberata di un suo comandamento. Soltanto Dio, quindi, è competente in questo campo!
Ma qui non siamo di fronte a un uomo qualunque. Gesù lo dimostra con un ragionamento logico e stringato: sapete benissimo che è più difficile rimettere i peccati che guarire il corpo, ma chi può la cosa più difficile, non potrà anche la più facile? E viceversa: voi vedete con i vostri occhi che io posso eliminare le malattie fisiche; non è questa una prova che poso rimuovere anche l’infermità spirituale? Se vi manca la buona volontà di comprendere, non vi piegherà almeno la forza della logica?
L’autorità sovrana del Figlio dell’uomo all’inizio si era manifestata nel suo insegnamento e le folle l’avevano constatato con stupore (7,28). Qui si estrinseca nella capacità di togliere il peccato, adesso, sulla terra, nel presente tempo messianico. Ciò significa che quanto viene perdonato sulla terra è perdonato anche in cielo, presso Dio. Ciò che il Figlio dell’uomo compie ora con autorità divina, più tardi sarà compiuto anche dai suoi apostoli, ai quali trasmetterà lo stesso potere. Qui irrompe il regno di Dio: la vita e la salvezza riconquistano e compenetrano completamente l’uomo, corpo e anima.
Ed egli si alzò e andò a casa. A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini. Che l’infermo si alzi realmente e vada a casa, appare una semplice e naturale conseguenza del fatto che era stato guarito nello spirito. Così la storia termina senza scalpore. La cosa principale per la gente non è la guarigione miracolosa, ma che Dio abbia «dato un tale potere agli uomini». Come deve essere grande Dio, proprio per questa liberalità, che non tiene gelosamente per sé il suo tesoro. L’accento, quindi, viene posto su quanto Dio fa: egli trasmette agli uomini i suoi poteri. Qui, ora, è stato il Figlio dell’uomo in persona, ma ciò non viene sottolineato; in seguito saranno degli uomini semplici ad avere il potere di rimettere i peccati in nome di Dio, un miracolo che si rinnova ogni volta che veniamo perdonati. Siamo consapevoli che Dio mette a nostra disposizione qualcosa di esclusivamente suo e dona a un uomo la sua stessa autorità? Siamo coscienti che si tratta di una grazia concessa liberamente?
 
Per approfondire
 
Il peccato nei sinottici - Giuseppe Ghiberti: La natura del peccato secondo i sinottici è rappresentata ancora sovente con le cate­gorie antico testamentarie. Tipica categoria ripresa da quell’ambiente è quella del peccato inteso come «debito», secondo Mt 6,12: «e rimetti a noi i nostri debiti», dove Lc 11,4 ha: «rimetti a noi i nostri peccati». Il termine «debito» indica quanto noi dobbiamo a Dio e suggerisce quanto più grande sia la colpa del peccato (Cf. la specificazione del parallelo di Luca!), quando provenga da debitori quali siamo noi. Il concetto del debito torna spesso nell’insegnamento di Gesù, per esempio nella parabola del servitore spietato (Mt 18,23-35), del grande e piccolo debitore (Lc 7,41ss), ecc. Pur essendo apparentato con l’antica economia dell’alleanza, si tratta di un concetto chiarificatore, perché aiuta a superare l’idea d’un peccato ristretto solo all’ambito degli ordinamenti pur complicati della legge. E intanto esso serve a esprimere una giustificazione della necessità del perdono reciproco.
Dall’aspetto di «bene sottratto ingiustamente», inerente al concetto di peccato, si passa a quello di ostilità a Dio: non solo egli ha tutti i diritti verso di noi, ma ci ha fatto il dono della sua parola, dei suoi comandi, e noi gli rifiutiamo adesione e ubbidienza. Siamo pertanto iniqui e ci allontaniamo da lui.
Un recupero dei suoi beni, particolarmente della sua amicizia, sarà possibile solo con la conversione. I passi che documentano queste idee sono numerosi. In Mt 7,21-23 leggiamo che nel giudizio finale Cristo allontanerà da sé per sempre quanti non hanno fatto la volontà del Padre suo, siano essi carismatici straordinari. In 23,28 il primo evangelista testimonia che Cristo ha messo sotto denuncia l’ipocrisia dei farisei, giusti solo in apparenza. Dalla parabola del figlio prodigo emerge soprattutto la descrizione della situazione miserevole in cui si trova chi ha abbandonato Dio (Cf. Lc 15,11-25).
Noteremo che, in base a quanto s’è detto precedentemente, tutto il bene a cui il peccato si oppone è considerato in categorie di Regno. E siccome il Regno viene attraverso Gesù, già si intravede che commettere il peccato è prendere posizione contro l’opera di Gesù. Non farà stupire che, per contropartita, il peccato porti schiavitù nei riguardi di Satana. Il caso più evidente è rappresentato da Giuda che secondo Lc 22,3 ha tradito Gesù perché Satana entrò in lui; ma la legge generale è espressa da Gesù nella parabola del seminatore: chiunque ascolta la parola di Dio senza comprenderla (comprensione pratica) si vede derubato dal maligno del seme seminato nel suo cuore (Mt 13,19).
Le conseguenze del peccato, secondo i sinottici, possono essere accennate brevemente.
Avendo sottolineato che tra gli aspetti del peccato, il più doloroso è la delusione data all’amore di Dio e l’abbandono e allontanamento da lui, si comprende ora come gli effetti vengano nuovamente segnalati come infelicità nell’uomo causata dall’assenza di Dio. E ciò non solo nelle tipiche «parabole della misericordia» (e in particolare nel figlio prodigo), ma anche nell’«andate lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato al diavolo» (Mt 25,41), dove l’accento è posto, più che sul fuoco terrificante, sull’impossibilità di rima­nere con Dio e sul cambio della sua compagnia con quella del demonio. Restano certo valide molte cose della riflessione veterotestamentaria, ma le novità non sono meno rilevanti. Così effetto del peccato sarà la necessità del perdono; ma Gesù avverte che la grande remissione sarà lui a effettuarla (Cf. sopra Mt 26,28).
L’origine del peccato non è fatta oggetto di particolare attenzione nei sinottici, che si preoccupano solo di sottolinearne la natura intima all’uomo. Il peccato ha le sue radici nel cuore dell’uomo e non in tanti aspetti secondari, esterni e formalistici, suggeriti dalla mentalità legalistica farisaica (Cf. Mt 15,10-20 e Mc 7,14-23).
Quando però si sia insistito sull’interiorità e volontarietà dell’atto peccaminoso, non si è ancora chiarito se questa interiorità sia universalmente toccata da una presenza o predisposizione al male.
 
Costui bestemmia - Deville (Dizionario di Teologia Biblica): Ogni ingiuria rivolta ad un uomo merita di essere punita (Mt 5, 22). Quanto più la bestemmia, insulto fatto a Dio stesso! Essa è il contrario dell’adorazione e della lode che l’uomo deve a Dio, è il segno per eccellenza dell’empietà umana.
 
ANTICO TESTAMENTO
 
La presenza di un solo bestemmiatore nel popolo di Dio è sufficiente per contaminare tutta la comunità. Perciò la legge dice: «Chiunque bestemmia il nome di Jahvè, morirà, tutta la comunità lo lapiderà» (Lev 24, 16; cfr. Es 20, 7; 22, 27; 1 Re 21, 13).
Più sovente la bestemmia si trova sulle labbra dei pagani, i quali insultano il Dio vivente quando assalgono il suo popolo: un Sennacherib (2 Re 19, 4 ss. 16. 22; Tob 1, 18), un Antioco Epifanie (2 Mac 8, 4; 9, 28; 10, 34; Dan 7, 8. 25; 11, 36), cui si ispira senza dubbio il ritratto di Nabuchodonosor nel libro di Giuditta (9, 7 ss).
Così pure gli Edomiti che plaudono alla rovina di Gerusalemme (Ez 35, 12 s) ed i pagani che insultano l’unto di Jahvè (Sal 89, 51 s). A costoro Dio si riserva di applicare egli stesso il castigo meritato: Sennacherib cadrà di spada (2 Re 19, 7. 28. 37) come Antioco, la bestia satanica (Dan 7, 26; 11, 45; cfr. 2 Mac 9), ed il paese di Edom sarà ridotto a deserto (Ez 35, 14 s). D’altronde il popolo di Dio deve guardarsi dal provocare egli stesso le bestemmie dei pagani (Ez 36, 20; Is 52, 5), perché Dio farebbe vendetta di questa profanazione del suo nome.
 
NUOVO TESTAMENTO
 
1. Lo stesso dramma si intreccia nel NT attorno alla persona di Gesù. Egli, che onora il Padre, è accusato dei Giudei di bestemmia, perché si dice Figlio di Dio (Gv 8, 49. 59; 10, 31-36), e proprio per questo sarà condannato a morte (Mc 14, 64 par.; Gv 19, 7).
In realtà, questo stesso accecamento porta a consumazione il peccato dei Giudei, perché disonorano il Figlio (Gv 8, 49) e, sulla croce, lo caricano di bestemmie (Mc 15, 29 par.). Se non fosse che un errore sull’identità del figlio dell’uomo, sarebbe un peccato remissibile (Mt 12, 32) dovuto ad ignoranza (Lc 23, 34; Atti 3, 17; 13, 27). Ma è un disconoscimento più grave, perché i nemici di Gesù attribuiscono a Satana i segni che egli compie per mezzo dello Spirito di Dio (Mt 12, 24. 28 par.): c’è dunque bestemmia contro lo Spirito, che non può essere rimessa né in questo mondo, né nell’altro (Mt 12, 31 s par.), perché è un rifiuto volontario della rivelazione divina.
 
2. Il dramma continua ora attorno alla Chiesa di Gesù Cristo. Paolo era un bestemmiatore quando la perseguitava (1 Tim 1, 13); quando poi predica il nome di Gesù, i Giudei gli si oppongono con bestemmie (Atti 13, 45; 18, 6). La loro opposizione conserva quindi lo stesso carattere del Calvario. Vi si unisce ben presto l’ostilità dell’impero romano persecutore, nuova manifestazione della bestia dalla bocca piena di bestemmie (Apoc 13, 1-6), nuova Babilonia adorna di titoli blasfemi (Apoc 17, 3). Infine i falsi dottori, maestri di errore, introducono la bestemmia fin tra i fedeli (2 Tim 3, 2; 2 Piet 2, 2. 10. 12), tanto che talora diventa necessario consegnarli a Satana (1 Tim 1, 20). Le bestemmie degli uomini contro Dio vanno così verso un parossismo che coinciderà con la crisi finale, nonostante i segni annunziatori del giudizio divino (Apoc 16, 9. 11- 21). Di fronte a questa situazione, i cristiani non seguiranno l’esempio dei Giudei infedeli «a motivo dei quali il nome di Dio è bestemmiato» (Rom 2, 24). Eviteranno tutto ciò che provocherebbe gli insulti dei pagani contro Dio o contro la sua parola (1 Tim 6, 1; Tito 2, 5). La loro buona condotta deve portare gli uomini a «glorificare il Padre che è nei cieli» (Mt 5, 16).
 
Pietro Crisologo, Sermo, 50, 3-6: “Figlio”, dice, “ti sono rimessi i tuoi peccati.” Dicendo questo, voleva esser riconosciuto Dio, quale ancora non appariva agli occhi umani a causa della [sua] umanità. Per le facoltà ed i miracoli, infatti, era paragonato ai profeti, i quali, da parte loro, per mezzo di lui avevano compiuto prodigi; il rimettete i peccati, invece, dato che non spetta all’uomo e costituisce segno distintivo della divinità, ai cuori degli uomini lo dimostrava Dio.
Lo prova il livore dei farisei; infatti quando ebbe detto: Ti sono rimessi i tuoi peccati, risposero i farisei: “Costui bestemmia: chi infatti può rimettere i peccati, se non Dio solo?” (Mt 9,3).
 
O Dio, che ci hai reso figli della luce
con il tuo Spirito di adozione,
fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore,
ma restiamo sempre luminosi
nello splendore della verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.