21 Novembre 2019

Giovedì XXXIIII Settimana T. O.

Presentazione della Beata Vergine Maria - Memoria

 1Mac 2,15-29; Salmo 49 (50); Lc 19,41-44

Dal Martirologio: Memoria della Presentazione della beata Vergine Maria. Il giorno dopo la dedicazione della basilica di Santa Maria Nuova costruita presso il muro del tempio di Gerusalemme, si celebra la dedicazione che fece di se stessa a Dio fin dall’infanzia colei che, sotto l’azione dello Spirito Santo, della cui grazia era stata riempita già nella sua immacolata concezione, sarebbe poi divenuta la Madre di Dio.

Colletta: Guarda, Signore, il tuo popolo riunito nel ricordo delle beata Vergine Maria; fa’ che per sua intercessione partecipi alla pienezza della tua grazia. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Questo oracolo completamente intessuto di reminiscenze bibliche lo si trova soltanto nel Vangelo di Luca. Richiama la rovina di Gerusalemme del 587 (o 586?) a.C. e molto più quella del 70 d.C., “di cui peraltro non descrive nessuno dei tratti caratteristici. Da questo testo non si può dunque concludere che essa fosse già avvenuta [cf. Lc 17,22+, Lc 21,20+]” (Bibbia di Gerusalemme). La colpa del popolo d’Israele è di non aver compreso di essere stato “visitato” da Dio nella “pienezza dei tempi”, attraverso il suo unigenito Figlio. Rifiutando Gesù che porta la pace, Gerusalemme, la città santa, non potrà trovare pace e sarà vittima di spaventose devastazioni che porteranno al popolo lutti, sofferenze e dolori.

Dal Vangelo secondo Luca 19,41-44: In quel tempo, Gesù, quando fu vicino a Gerusalemme, alla vista della città pianse su di essa dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».

In quel tempo… - Benedetto Prete (I quattro Vangeli): versetto 41 La versione presenta qualche rigidezza espressiva, perché si è preferito rendere il testo con la maggiore fedeltà possibile; una traduzione più libera è la seguente: Gesù, quando fu vicino alla città e la vide, pianse su di essa. La struttura della proposizione mette in rilievo il fatto che il Maestro, alla vista della capitale religiosa dell’ebraismo, ha provato una viva ed intensa commozione. La descrizione nella sua estrema sobrietà raggiunge una notevole efficacia. Pianse; all’aoristo greco ἔκλαυσεν bisogna dare il senso forte di piangere, non già quello attenuato di affliggersi, far lamenti; l’espressione dello scrittore rivela un aspetto concreto dell’umanità di Cristo; il Maestro, essendo realmente uomo, ebbe quelle vive e profonde commozioni che caratterizzano la natura umana. La scena del pianto di Gesù fa vivo contrasto con quella descritta precedentemente; sembra che Luca ami questi rapidi passaggi tra scene contrastanti (cf. Lc., 23,27-31).
versetto 42 Oh, se anche tu, in questo giorno...!; l’esclamazione esprime la profonda amarezza che opprimeva l’animo del Salvatore alla vista della città che gli si presentava allo sguardo con l’imponenza delle sue mura e del suo tempio e sulla quale gravava un pesante destino. «Anche tu», cioè: come avevano compreso i discepoli (cf. verss. 37-40). «In questo giorno»: oggi, vale a dire: nel momento in cui Gesù sta per entrare nella città santa, dopo che i discepoli e la folla lo hanno acclamato Messia. La dichiarazione del Maestro suppone che già altre volte egli aveva visitato Gerusalemme esplicando in essa una attività didattica e taumaturgica (cf. Lc., 13,34). Questo giorno, cioè la presente circostanza, potrebbe essere ancora utile ai Gerosolimitani per riconoscere in Gesù il Messia; gli abitanti della città santa, se fossero disposti ad accogliere l’estremo appello che il Maestro rivolgerà ad essi durante il soggiorno che seguirà questo suo ingresso messianico, potrebbero ancora evitare il terribile castigo che colpirà la loro capitale religiosa. Ciò che è per la (tua) pace, cioè il messaggio, l’annunzio della pace (cf. vers. 38). Ma ora (ciò) è nascosto ai tuoi occhi! «Ma ora»; l’espressione, più che indicare il tempo («ora»), designa la conseguenza logica che deriva dalle premesse ricordate; essa quindi ha il seguente valore: perciò è rimasto nascosto ai tuoi occhi. «È nascosto»; rimane sottinteso che tale occultamento del messaggio di pace è conseguenza di una punizione divina (la forma passiva, come pure quella impersonale, sono una circonlocuzione del nome di Dio). Gli abitanti di Gerusalemme non hanno voluto riconoscere Gesù come Messia, nonostante che egli abbia operato tanti miracoli per confermare il suo insegnamento; ora Dio li ha puniti con una cecità spirituale così ostinata da rendere inattuabile il desiderio del Salvatore.
versetto 43-44 I due verss. sviluppano il pensiero espresso nella dichiarazione precedente; la cecità dei Gerosolimitani è soltanto un inizio del grave castigo divino che ha colpito la città e che troverà il suo tragico compimento nella rovina di essa per opera dei romani. La predizione della caduta di Gerusalemme è fatta con termini ed immagini tratte dall’Antico Testamento; infatti il vers. 43 richiama Isaia, 29,3; 37,33; Geremia, 52, 4-5; Ezechiele, 4, 1-3; 21, 27 [22] ed il vers. 44 riecheggia Osea, 10, 14; 14, 1; Nahum, 3, 10; Salmo, 137 [136],9. Da ciò risulta che i due verss. sono il risultato di una compilazione antologica di testi fusi insieme dall’evangelista. Le immagini utilizzate dall’autore sacro non intendono descrivere i particolari storici dell’assedio e della caduta di Gerusalemme — da esse quindi lo studioso non può concludere con assoluta certezza che il vangelo di Luca sia stato scritto dopo questo tragico evento – ma richiamano fatti generici che si verificavano comunemente negli assedi e nelle espugnazioni delle città antiche. La presente descrizione va integrata con quella che Luca farà più avanti nel discorso concernente la fine di Gerusalemme (cf. Lc., 21,20-24). Il tragico annunzio viene introdotto con una formula abituale presso i profeti: «verranno giorni per te»; questa formula, ripresa fedelmente dagli antichi oracoli, serve ad accentuare la gravità della predizione. Non lasceranno pietra in te; cf. Lc., 21,6, dove la stessa idea è applicata alla rovina del tempio. Il tempo della visita che ti è stata fatta, oppure: «il tempo in cui tu sei stata visitata»; letteral.: «il tempo della tua visita»; nella traduzione si è dovuto parafrasare il testo originale per motivi di chiarezza. Per il termine biblico «visita», si veda il commento a Lc., 1,68; qui il Salvatore allude alla visita di grazia e di benevolenza che Dio ha fatto agli abitanti di Gerusalemme con l’invio del Messia e della quale essi non hanno approfittato.

Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee - Hugues Cousin: I vv. 42-44 presentano cinque azioni delle truppe nemiche, dall’assedio propriamente detto fino alle atrocità conseguenti alla caduta: questo sarà il castigo della città per il suo rifiuto. Se i particolari descritti attingono a diversi testi delle Scritture (soprattutto Es 29,3: l’assedio; Sal 137,9: i piccoli «sbattuti contro la roccia»), Luca pensa evidentemente al compimento di questa profezia: le operazioni compiute dall’esercito romano per stringere d’assedio Gerusalemme e la caduta della città, il 26 settembre dell’anno 70, un mese dopo l’incendio del tempio.
Gesù non è né il primo né l’ultimo a profetizzare la distruzione di Gerusalemme. Geremia ed Ezechiele lo avevano fatto, prima della distruzione del 587 a.C. Secondo Flavio Giuseppe, quattro anni prima dello scoppio della guerra del 66-70 d.C, «un certo Gesù, figlio di Anania» cominciò a profetizzare gridando nel tempio: «Una voce da oriente, una voce da occidente, una voce dai quattro venti, una voce contro Gerusalemme e il tempio, [...] una voce contro il popolo intero!». E anche sotto la frusta, egli non cesserà di ripetere: «Guai a Gerusalemme!». Morì durante l’assedio. Proprio mentre «gridava, dalle mura, con voce penetrante: Ancora guai alla città e al popolo e al tempio!» e aggiungeva: «E guai anche a me!, fu colpito da una pietra lanciata da una balista» romana (La guerra giudaica, VI, 300-309). La novità di Gesù di Nazaret non consiste nell’annuncio della catastrofe, ma in quello che, ai suoi occhi, ne è la causa. Diversamente da coloro che avevano assistito alla risurrezione del figlio della vedova (cfr. 7,16), la città ha rifiutato di riconoscere che l’ora X annunciata dalle Scritture e attesa da Israele era suonata; essa rifiuta di credere che, quando Gesù predica e agisce, quando entra a Gerusalemme, acclamato dai suoi discepoli, è Dio stesso che visita il suo popolo per offrirgli la salvezza.

Gesù, quando fu vicino a Gerusalemme, alla vista della città pianse su di essa - Giovanni Nicolini: Per cogliere qualche scintilla luminosa dalla meraviglia di questo piccolo episodio che il solo Luca ricorda, ho pensato al pianto di Dio. Penso al suo venire nella carne e nella condizione dell’umanità, pienamente: Gesù! E penso a come tutto l’umano, visitato da Dio nella persona di Gesù in questo e per questo venga illuminato e svelato. Penso alla partecipazione assoluta di Dio al pianto della storia. Penso come il nostro piangere sia infinitamente meno profondo, meno consapevole, meno doloroso. Penso a come non si possa trovare nessun uomo e nessuna donna al mondo più “umano” del Figlio di Dio. Penso a come ogni pianto sia visitato, sia in certo modo “giudicato”, e sia “assunto” da Dio nel mistero del suo Figlio in mezzo a noi, tra noi e in noi. Questo pianto lo coinvolge direttamente e assolutamente perché è dovuto al non avere Gerusalemme “compreso quello che porta alla pace” [ver. 42]. Alla lettera, l’espressione sarebbe “le cose verso la pace”. Questo “movimento “ verso la pace ci dice che il cammino in essa e verso essa è infinito, perché Lui stesso, Gesù, è la pace! E la pace non è una “situazione”, ma piuttosto un’ “azione”. La pace è “fare la pace” - o riceverla! - incessantemente. Farla crescere in noi, tra noi e con tutti. La pace è la pienezza della carità. Siamo ben lontani da una pace intesa miseramente - anche se è già molto! - come “non guerra”. Ebbene, il Vangelo di Gesù, il Vangelo che è Gesù, è la pace. “Comprendere” la pace è accogliere e camminare nella via del Vangelo. Non riconoscere “il tempo in cui sei stata visitata” - alla lettera “il tempo della tua visita”, “tempus visitationis tuae” - diventa il “giudizio” divino sulla storia umana. La “conversione” è sempre, per ciascuno e per tutti, riconoscere che Gesù è “la visita” di Dio alla nostra povera condizione, che attende la salvezza. Ma Gesù è venuto a Gerusalemme per offrire la sua vita: così si apre la via della pace. La sua Pasqua entra nell’abisso della storia umana e ne condivide pienamente il dramma. Per questo Egli è anche la via della risurrezione e della vita nuova.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi.” (Vangelo)
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Signore, che ci hai nutriti dei tuoi sacramenti,
nel gioioso ricordo della beata Vergine Maria,
fa’ che sul suo esempio collaboriamo fedelmente
al mistero della redenzione.
Per Cristo nostro Signore.



20 Novembre 2019

Mercoledì XXXIIII Settimana T. O.

 2Mac 7,1.20-31; Salmo Responsoriale 16 (17); Lc 19,11-28

Colletta: Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio, perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene, possiamo avere felicità piena e duratura. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

La parabola corrisponde a quella dei talenti, che Matteo colloca nel discorso escatologico (25,14-30), tra le parabole della vigilanza. Ma le divergenze tra le due redazioni sono tanto notevoli che numerosi esegeti le fanno derivare da fonti diversi. Inoltre, molti credono che «la parabola delle monete d’oro o dei talenti» faccia riferimento a Erode Archelao il quale era partito per Roma per ricevere il titolo di re della Giudea. Al di là di questa nota, l’insegnamento del racconto è molto chiaro. Gesù è l’uomo che intraprende il viaggio, i servi i credenti, le monete d’oro il «patrimonio del padrone dato da amministrare in proporzione diverse “a ciascuno secondo le sue capacità”» (Clara Achille Cesarini). Non è degno del premio celeste chi non sente la responsabilità di far crescere il regno. L’inattività del servo malvagio, alla fine della vita, sarà giudicata con severità.

Dal Vangelo secondo Luca 19,11-28: In quel tempo, Gesù disse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro. Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato. Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”. Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”. Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. “Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”». Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.

In quel tempo, Gesù disse una parabola - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): La parabola funge da transizione dalla sezione precedente (18,15-19,27), incentrata sulla ricerca del regno, all’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme. Ormai i discepoli erano convinti che egli fosse il Messia e pensavano che avrebbe presto inaugurato il regno di Dio, «sull’istante», con la sua intronizzazione regale in occasione delle festività pasquali imminenti. Nel contesto lucano la parabola delle mine serve a chiarire come prima del compimento del regno di Dio, nel giorno del giudizio finale, dovesse trascorrere molto tempo. Era quindi importante far fruttificare i doni ricevuti, per non restarne esclusi. Si tratta quindi di una «parabola di giudizio» (Jeremias). L’ingresso messianico a Gerusalemme andava distinto dalla parusia, quando il Figlio dell’uomo verrà nella gloria per attuare pienamente e in modo definitivo la sovranità di Dio sul mondo. Il ritardo della parusia costituiva per i cristiani un problema che era sentito acutamente. Dal contesto lucano della parabola e da alcune accentuazioni risulta chiaro che l’evangelista prevedeva un periodo di tempo piuttosto prolungato prima del ritorno del Signore. Si tratta del tempo intermedio della chiesa, nel quale bisogna impegnarsi a fondo con fedeltà e costanza per l’irradiazione del vangelo tra le genti, senza indugiare in un’attesa sterile e improduttiva della parusia gloriosa del Cristo (cf. At 1,11). «La parabola delle mine, scrive Stoger, riduce l’entusiasmo per una imminente parusia e incoraggia in compenso la speranza escatologica» (II, p. 146).

Decodificare il testo evangelico è molto facile. Le monete non sono le buone qualità o le virtù dei credenti, ma i beni, «i misteri del Regno» (Mt 13,11), che il padrone dà da amministrare ai suoi servi secondo le loro capacità. L’«uomo» è Cristo che, ormai prossimo alla morte, lascia agli Apostoli, e quindi alla Chiesa, il suo patrimonio per riscuotere, al suo ritorno, i frutti prodotti dalla operosità di ciascuno. Il ritorno non è soltanto quello ultimo della fine dei tempi, ma anche quello del rendiconto individuale alla morte di ciascun discepolo. Al ritorno del padrone, dopo la resa dei conti, il giudizio divino sarà senza sconti. I servi sono i cristiani, in modo particolare quelli che hanno compiti di responsabilità nella comunità cristiana, o tutti gli uomini di buona volontà chiamati a lavorare indefessamente per la crescita del Regno di Dio. I servi devono attendere il ritorno del Signore trafficando il denaro ricevuto e il premio della fedeltà consisterà in un incarico di maggiore responsabilità. L’ammissione nella gioia del Signore significa che il servo entrerà in una perfetta comunione di vita con il suo padrone.
Il padrone non dà comandi, lascia tutto il suo patrimonio alla libera iniziativa dei servi, «secondo le capacità di ciascuno» (Mt 26,15). Il Signore Dio nel consegnare agli uomini i suoi beni non li costringe ad operare secondo schemi già prestabiliti, ma li lascia liberi di trovare i modi per metterli in pratica, per trafficarli, per incrementarli. Così per quel bene grande e prezioso che è la sua Parola. Affidata come inviolabile deposito alla Chiesa è custodita quando è trafficata, cioè messa in pratica; quando viene annunciata senza timore, con grande franchezza e non quando se ne fa un tesoro nascosto.
Come risulta chiaramente dal testo, tutta la parabola si concentra sul comportamento del terzo servo: quello che ha tenuto la moneta nascosta in un fazzoletto e per questo viene rimproverato e condannato dal padrone. Trafficare il denaro comporta dei rischi, il rischio di bruciare in operazioni commerciali tutto il patrimonio ricevuto in affidamento, ma vi è la possibilità di accrescerlo. Con i doni di Dio bisogna rischiare. Il servo infingardo non ha perso nulla, ma non ha guadagnato nulla. Poteva depositarlo in banca e ritirare a tempo debito gli interessi. Una precauzione che l’avrebbe messo al riparo dall’ira del suo padrone. Il fatto paradossale del servo pigro che viene spogliato dell’unica moneta e data a chi ne aveva dieci «indica che i poteri conferiti ai discepoli aumentano quando sono esercitati bene e diminuiscono quando non lo sono. Il castigo per questo tipo di infedeltà è severo quanto quello inflitto per mancanze più positive; è l’espulsione nelle tenebre esteriori» (John L. MacKenzie).
La «parabola delle monete d’oro» sembra suggerire che la non risposta ai doni di Dio sia dettata dalla paura. È come se l’uomo avesse paura di Dio. Come, in un Giardino, si era nascosto dietro una siepe perché si era scoperto nudo, così, ora, nasconde sotto terra i semi della salvezza: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo» (Mt 25,24-25). Ma forse nasconde i doni di Dio sotto terra perché non diventino Parole di Dio che possano parlare al suo cuore, alla sua mente e sopra tutto alla sua coscienza. La possibilità che il seme diventi Parola di Dio ha scatenato nel servo infingardo, tardo di mente e di cuore, la paura, la paura di Dio. Così, la paura ha finito per paralizzare, complessare, bloccare il servo malvagio. La paura della reazione del padrone esigente ha ucciso la sua semplicità, la sua purezza, la sua creatività... un vero e proprio suicidio: «... gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi» (Mt 27,5). La paura ha impedito al servo dell’unico talento di fare il calcolo delle probabilità e lo ha bloccato nell’immobilismo fissandolo per sempre in una eternità buia senza luce, salato col fuoco (Cf. Mc 9,49), dov’è pianto e stridore di denti.

Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato - Lino Pedron: Le amare osservazioni che il servo malvagio e fannullone fa contro il suo padrone sono la manifestazione della sua cattiva coscienza. Il Signore viene accusato di essere un padrone crudele, un trafficante ingordo, un egoista senza riguardo per nessuno. Secondo queste parole sarebbe stato proprio il Signore a togliere ogni coraggio e a mettere addosso al suo servo un tale terrore paralizzante.
Quello che il Signore domanda è fedeltà nell’amministrazione, attività coraggiosa, lavoro oculato. Per questo non è concepibile un’attesa inoperosa e piena di paura. Il capitale che ci ha dato non serve per arricchire davanti agli uomini, ma davanti a Dio; farlo fruttare non significa accumulare con avidità, ma dare con generosità (cfr Lc 12,13ss; 16,1ss). Questa parabola illustra la scelta giusta operata da Zaccheo: ha fatto fruttare i suoi averi dandoli ai poveri. Il vero guadagno che ci arricchisce davanti a Dio (cfr Lc 12,21) consiste nel donare. È l’unico modo di investire; ci dà il nostro vero tesoro (cfr Lc 12,33) e ci procura amici che ci accolgano nelle dimore eterne (cfr Lc 16,9). La salvezza è un premio e come tale è insieme dono e conquista, incontro tra la benevolenza di Dio e la libertà dell’uomo. Il premio è sproporzionato al merito, come una città rispetto a una “mina”. Una “mina” greca d’argento corrispondeva allo stipendio di trecento giornate lavorative.
Fuori parabola, Dio ci dona “molto più di quanto possiamo domandare o sperare” (Ef 3,20): ci dona se stesso. Tutto è dono suo, noi stessi e le nostre azioni.
La paura di Dio è tipica di Adamo (Gen 3,10) e dei suoi discendenti. Essa deriva dall’immagine di un Dio cattivo, che non ci ama. Questa paura blocca l’azione dell’uomo. L’uomo “religioso” considera Dio severo e intransigente. Il suo comportamento da uomo “giusto” è mosso da un’estrema difesa da Dio, nella ricerca parossistica di chiudere il conto in parità. Ma ciò non è possibile. L’unica via d’uscita è la gratitudine per la gratuità del dono.

E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me - Questo versetto è un po’ difficile da accettare, ma così è stato registrato da  Luca. Molto probabilmente “è un’immagine truculenta per presentare la dannazione eterna. È la sorte di chi rifiuta la vita di Dio.” (Lino Pedron), ma in linea con l’annuncio evangelico, si deve dire che i nemici, quelli che non hanno accolto Gesù, “saranno esclusi dal regno. La descrizione parabolica è fatta in base alle abitudini del tempo, ma ‘insegnamento vuol solo dire che saranno esclusi. Purtroppo esiste questa triste possibilità: essere eternamente falliti. Il discepolo conosce dunque il suo destino, e conosce tutta la bontà del suo Signore. Viva dunque la speranza” (Mario Galizzi, Vangelo secondo Luca).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città” (Vangelo).
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Padre, che ci hai nutriti con questo sacramento,
ascolta la nostra umile preghiera:
il memoriale, che Cristo tuo Figlio ci ha comandato di celebrare,
ci edifichi sempre nel vincolo del tuo amore.
Per Cristo nostro Signore.



19 Novembre 2019

Martedì XXXIIII Settimana T. O.

 2Mac 6,18-31; Salmo Responsoriale 3; Lc 19,1-10

Colletta: Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio, perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene, possiamo avere felicità piena e duratura. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

La vicenda di Zaccheo ha fatto scorrere fiumi di inchiostro. L’ansia di vedere Gesù, la prontezza nell’accoglierlo nella sua dimora, la conversione, e il desiderio di riparare alle sue ruberie, superando anche il tetto previsto dalla Legge. Fin qui la sua storia, ma di lui, dopo la conversione, non si sa nulla. Cosa ha fatto dopo? Ha mantenuto gli impegni assunti dinanzi a Gesù e a una città? Nulla. La conversione lo ha accompagnato fino alla morte? Nulla, nessuna notizia postuma. Il bel finale sarebbe stato se Luca avesse raccontato un “po’ di vita” di quest’uomo dopo la conversione. A motivo del silenzio, siamo costretti a fantasticare, così lo possiamo immaginare “cristiano”, e forse presbitero o episcopo, oppure fondatore di comunità cristiane, perfino compagno di Pietro o di Paolo, magari un po’ defilato, e, infine, martire. Ma sono solo fantasie. Il vero messaggio non sta nella conversione di Zaccheo, avvezzo a maneggiare denaro e a rubare, ma sta nel dopo. Sta nella vita nascosta, nella “vita nascosta” in Dio, nel bene silenzioso che viaggia veloce come i fiumi sottoterra, nel silenzio sulle imprese che è sigillo di umiltà, nel riparare i propri errori, nel mettere fine a una vita peccaminosa e malvagia, sempre nel silenzio, senza proclami o manifesti. Ebbene se c’è tutto questo nella nostra povera vita, allora abbiamo accolto sul serio Gesù nella nostra casa, e la nostra conversione è veramente sincera, e assai robusta tanto da resistere alla tentazione di mettere la nostra “vita cristiana” sotto i riflettori del mondo, per ricevere ovazioni, premi, coppe e quant’altro. Solo la vita “nascosta in Dio” autentica la nostra conversione. E allora possiamo continuare a fantasticare, e a pensare che Zaccheo abbia concluso la sua vita “nascosto in Dio”, facendo tanto bene, sopratutto ai poveri.

Dal Vangelo secondo Luca 19,1-10: In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomoro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Il Figlio dell’uomo infatti è venuto ... - La storia di Zaccheo la si trova soltanto nel Vangelo di Luca e vuole esemplificare il giusto atteggiamento nei confronti delle ricchezze. Gerico era un’importante sede dell’amministrazione romana e sosta obbligata per chi dalla Perea si recava a Gerusalemme.
Zaccheo non faceva certamente onore al suo nome: forma grecizzata - Zakchaios - dell’ebraico Zakkai o Zaccai, il nome significa puro e innocente.
Zaccheo non era né puro né innocente: «capo della mafia di Gerico» (Don Luigi Giussani), strozzino, ladro, collaborazionista degli odiati romani, certamente non poteva non essere che odiato. Per la sua professione, esattore delle tasse, e per il suo hobby preferito, estortore incallito, era considerato peccatore pubblico, cioè tagliato fuori dalla salvezza e di conseguenza emarginato dalla società e allontanato dalle famiglie.
salì su un sicòmoro, Gesù non sta a controllare il curriculum vitae del capo dei pubblicani e lo invita a scendere subito dall’albero su cui si era arrampicato. La fretta indica l’urgenza messianica. Poiché il tempo della salvezza è arrivato e non si può più rimandare, Zaccheo è invitato a scendere subito, senza tentennamenti e senza perdere ulteriore tempo.
È entrato in casa di un peccatore. Come era previsto si alza un coro di dissensi. I soliti farisei, miopi e musi lunghi di professione, ligi alla legge e incollati ad una sua comprensione letterale, si scandalizzano: un ebreo non poteva venire a contatto con un peccatore (Cf. Mt 8,8).
... se ho rubato a qualcuno. Zaccheo sembra voler dare una mano a Gesù nel tentativo di tappare la bocca ai soliti saccenti: secondo la legge, la conversione a un pubblicano costava il venti per cento dei suoi beni da distribuire ai poveri come segno di pentimento; Lv 5,20-24 suggeriva di restituire i beni rubati con un quinto in più. Zaccheo va ben oltre la legge. Una decisione maturata nella gioia della ritrovata salvezza che lo catapulta tra le braccia di Dio misericordioso: «Zaccheo ha dimostrato con i fatti, cioè con “frutti degni della conversione” [Lc 3,8], che la salvezza l’aveva raggiunto nella sua casa. Anche lui, avendo imitato la fede di Abramo, doveva essere considerato suo vero figlio, appartenente al popolo di elezione a pieno diritto» (Angelico Poppi).
Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto, un’affermazione che fa strabuzzare gli occhi alle ipocrite guide del popolo d’Israele. Con questa frase conclusiva, Gesù, come già aveva solennemente proclamato nella sinagoga di Nazaret (Cf. Lc 4,16-30), rivela la sua vera identità: Egli è il Salvatore di tutti gli uomini.
I pochi anni vissuti in mezzo agli uomini lo hanno visto portare la vita ai morti, la salute fisica agli ammalati, il perdono ai peccatori, la consolazione alle vedove e soprattutto il dono della grazia a coloro che gli si sono avvicinati con fede. Come all’adultera o alla donna peccatrice, ora Gesù porta la salvezza al piccolo Zaccheo.
Gesù significa “Dio salva” (Mt 1,21), un Nome che ben manifesta la divina missione del Figlio di Maria: «ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21).
Gesù, vero Dio e vero Uomo, è il salvatore di tutti gli uomini e «invita i peccatori alla mensa del Regno: “Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori” [Mc 2,17]. Li invita alla conversione, senza la quale non si può entrare nel Regno, ma nelle parole e nelle azioni mostra loro l’infinita misericordia del Padre suo per loro e l’immensa “gioia” che si prova “in cielo per un peccatore convertito” [Lc 15,7]. La prova suprema di tale amore sarà il sacrificio della propria vita “in remissione dei peccati” [Mt 26,28]» (CCC 545).

Oggi la salvezza è entrata in questa casa - Carlo Ghidelli (Luca): mentre Zaccheo fa penitenza, nella gioia, e dona ai poveri i suoi beni, mentre la folla mormora contro Gesù, Gesù stesso esprime a chiare lettere il vero motivo della sua permanenza in casa di Zaccheo. La mormorazione dei presenti non lo preoccupa perché è immotivata e tradisce una miope concezione della salvezza; la conversione di Zaccheo invece lo esalta. Come buon pastore, per questo Egli è venuto: la sua presenza è salvezza per chi crede, per chiunque, mediante la fede, diventa vero figlio d’Abramo. - in questa casa: come non c’è professione, anche quella del pubblicano, che sia incompatibile con la salvezza cristiana (cfr 3,12-14), così non c’è famiglia che non possa accogliere il dono di Dio in Gesù Cristo (cfr At 11,14). Qui salvezza non sta ad indicare, come in 18,14, la giustificazione del pubblicano, ma la venuta, la presenza di Gesù. In quanto Messia (Figlio dell’uomo, al v. 10), Gesù è stato mandato per chiamare e portare a Dio veri figli di Abramo (cfr anche 3,8 dove però si dice che Dio è capace di suscitare dei figli ad Abramo anche dalle pietre: è Dio dunque che in ogni tempo e in ogni circostanza, oggi però in Cristo e per mezzo di Cristo, chiama a salvezza; Egli infatti è capace anche di risuscitare dai morti - cfr 2Co 1,9 -, Egli è il Dio dei vivi - cfr Lc 20,38). - figlio di Abramo: come già Paolo, Luca ama sottolineare che Gesù viene a portare la salvezza per Israele: cfr 2,32; 13,16; 22,30; 24,21; At 1,6; 28,19s.
a cercare e a salvare: è spontaneo il riferimento a Gesù buon Pastore (Gv 10,1ss), ma soprattutto alle parabole della pecorella smarrita (Lc 15,1-7) e della moneta perduta (15,8-10), che si richiamano più lontanamente all’immagine profetica di Ez 34,16 (cfr anche Mt 9,36). Il richiamo con 15,24.32 ci autorizza ad affermare che da buon discepolo Luca, ancora una volta, ama mettere in forte risalto la bontà e l’amore di Dio per tutti gli uomini (Tt 3,4) privilegiando i peccatori, i ladroni, le peccatrici (cfr 7,36-50; 23,34.39-43 ecc.).

Salvezza -  Nei Vangeli sinottici - Bruno Ramazzotti e Giuseppe Barbaglio (Salvezza in Schede Bibliche Pastorali Vol. VII): La salvezza è talvolta intesa come liberazione dai pericoli che minacciano la vita. Significativa appare qui l’invocazione dei discepoli che stanno per essere travolti dalle onde tempestose del lago di Galilea: «Salvaci, Signore, siamo perduti!» (Mt 8,25; cf. anche il passo parallelo 14,30 in cui è Pietro che invoca l’intervento di Cristo). Si tratta, in realtà, del grido d’aiuto dei credenti della chiesa matteana confrontati con pericoli incombenti, in particolare con la persecuzione. Nel passato degli apostoli infatti Matteo rilegge la storia della chiesa.
Sempre Matteo, nel vangelo d’infanzia, si preoccupa di presentare l’etimologia del nome di Gesù: «Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (1,21), dove nel vocabolo «popolo» si deve intendere con tutta probabilità la chiesa.
Il concetto di salvezza ha dunque un vasto campo di applicazione; esso va dalla guarigione di mali fisici (Mt 9,21-22 e par.; Me 5,28; 6,56; 10,52; Le 17,19) al rinnovamento spirituale testimoniato dal racconto lucano della peccatrice a cui Gesù dice: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!» (7,50) e da da un detto del Signore conservatoci sempre da Luca: «Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (19,10). Si noti qui il contesto del racconto di Zaccheo che Luca conclude con le parole del Maestro al pubblicano: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo» (19,9).
Nel discorso apocalittico poi Marco e Matteo ci hanno trasmesso un detto caratteristico del genere letterario particolare del contesto: «Voi sarete odiati da tutti a causa del mio nome, ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato» (Me 13,13; cf. Mt 24,13; cf. anche Mt 10,22). Qui si tratta evidentemente della salvezza finale ed escatologica. In questa prospettiva si deve ancora citare l’interrogativo dei discepoli e la risposta di Cristo a proposito della discussione sorta dopo il rifiuto dell’uomo ricco di seguire Gesù: «Chi si potrà dunque salvare?... Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile» (Mt 19,25-26 e par.). Alla salvezza escatologica si riferisce anche un detto incentrato sul duplice significato, fisico e spirituale, di vita: «Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» (Mc 8,35 e par.).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Zaccheo, pieno di gioia, accoglie Gesù, ma la folla subito inizia a mormorare scandalizzata (come siamo tutti bravi in questo!): «è andato ad alloggiare da un peccatore!». Ma Zaccheo ormai ha trovato la vera ricchezza: Gesù, e ci spiazza con la sua immediata risposta: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». E la risposta del Signore? Eccola: «oggi la salvezza è entrata in questa casa». Il Santo Abate Benedetto ci incoraggia: «mai disperare della misericordia di Dio» (RB 4,74). Dio si ricorda di ognuno di noi e notte e giorno ci cerca. Nonostante la nostra «piccola statura» non ci scoraggiamo, la preghiera è il nostro «albero», la nostra salvezza e ci sentiremo anche noi chiamare per nome: oggi devo fermarmi a casa tua!” (Papa Francesco).
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Padre, che ci hai nutriti con questo sacramento,
ascolta la nostra umile preghiera:
il memoriale, che Cristo tuo Figlio ci ha comandato di celebrare,
ci edifichi sempre nel vincolo del tuo amore.
Per Cristo nostro Signore.