20 Luglio 2018

Venerdì XV Settimana T. O.


Oggi Gesù ci dice: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono” (Gv 10,27 - Canto al Vangelo).  

Dal Vangelo secondo Matteo 12,1-8: Al di là della polemica, Gesù rimprovera i Farisei di non aver compreso lo spirito della Legge antica, “altrimenti non avrebbero pronunziato un giudizio tanto severo a proposito dell’atto compiuto dai discepoli. Gesù dichiarandosi il padrone del sabato accenna indirettamente alla propria divinità. Il sabato è d’istituzione divina; Gesù, come Figlio di Dio, può dispensare dall’osservanza del riposo sabatico” (Benedetto Prete, Vangelo secondo Matteo).
Ed è anche chiaro che Gesù non vuole trasgredire la Legge, e non ha intenzione di suggerirlo ai suoi discepoli. Tanto meno, la Legge non è la tana dei cristiani-coniglio, di coloro che arrossiscono se devono fare il segno di croce in un locale pubblico prima della colazione o del pranzo. La Legge non è una tana per nascondersi e malaffare nel buio, illudendosi di essere lontani dagli occhi di Dio, e, poi, dire a se stessi ho la coscienza a posto perché ogni giorno dico le preghiere del buon cristiano, e la Domenica vado a Messa. Gesù vuol dire ai farisei di tutti i tempi che l’albero della Legge è bene innaffiato quando la misericordia è il suo frutto, succoso, buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare salvezza (cfr. Gen 3,6).

Il sabato - C. Spicq e P. Grelot: 1. L’istituzione del sabato. - Il termine sabato designa un riposo effettuato con intenzione religiosa. La sua pratica appare già negli strati più antichi della legge (Es 20,8; 23,12; 34,21). Ha probabilmente un’origine premosaica, che rimane oscura. Nella Bibbia è legato al ritmo sacro della settimana, che chiude con un giorno di riposo, di gioia e di riunione cultuale (Os 2,13; 2Re 4,23; Is 1,13).
2. I motivi del sabato. - Il codice dell’alleanza sottolineava il lato umanitario di questo riposo, che permetteva agli schiavi di riprendere fiato (Es 23,12). Tale è ancora il punto di vista del Deuteronomio (5,12 ...). Ma la legislazione sacerdotale gli conferisce un altro senso. Con il suo lavoro l’uomo imita l’attività del Dio creatore. Con il riposo del settimo giorno, imita il riposo sacro di Dio (Es 31,13 ...; Gen 2,2s). Dio ha dato così il sabato ad Israele come un segno, affinché sappia che Dio lo santifica (Ez 20,12).
3. La pratica del sabato. - Il riposo del sabato era concepito dalla legge in modo molto stretto: divieto di accendere il fuoco (Es 35,3), di raccogliere legna (Num 15,32 ...), di preparare il cibo (Es 16,23 ...). Su testimonianza dei profeti, la sua osservanza condizionava la realizzazione delle promesse escatologiche (Ger 17,19-27; Is 58,13s). Si vede quindi Neemia tener duro nella sua pratica integrale (Neem 13, 15-22). Per « santificare» questo giorno (Deut 5,12), c’è una «convocazione santa» (Lev 23,3), offerta di sacrifici (Num 28,9s), rinnovamento dei pani della proposizione (Lev 24,8; 1Cron 9,32). Fuori di Gerusalemme, questi riti sono sostituiti da un’adunanza singolare, consacrata alla preghiera comune ed alla lettura commentata della Sacra Scrittura. All’epoca dei Maccabei, la fedeltà al riposo del sabato è tale che gli Asidei si lasciano massacrare piuttosto che violarlo prendendo le armi (1Mac 2,32-38). Verso l’epoca del Nuovo Testamento si sa che gli Esseni lo osservavano in tutto il loro rigore, mentre i dottori farisei elaborano in proposito una casistica minuziosa.

Gesù passò in giorno di sabato - Benedetto Prete (Vangelo secondo Matteo): Gesù con i discepoli compiva quel breve cammino permesso dalla legge ebraica in giorno di sabato (circa un mezzo miglio). I discepoli, lungo il percorso strappano delle spighe, le strofinano tra le palme delle mani e ne mangiano i chicchi non ancora secchi.
Il fatto sorprende i Farisei, che non tardano a rilevare l’illegalità di esso; per loro quell’atto costituiva una pubblica infrazione del riposo sabatico. I rabbini avevano elencato 39 generi di lavoro interdetto in giorno di sabato; tra questi vi erano le opere del mietere, battere, ventilare il grano. I Farisei, rigorosi osservanti del riposo sabatico, non potevano approvare nei discepoli un’opera proibita dalla legge, per loro la raccolta di qualche spiga equivaleva alla mietitura. Da qui la loro disapprovazione. Il Maestro rifiuta di entrare in discussioni di casistica le quali non avrebbero approdato a nulla, egli scagiona i discepoli richiamando due esempi, desun­ti dalla S. Scrittura, atti a chiarire l’incidente che aveva scandalizzato i Farisei. Entrò egli nella casa di Dio e mangio i pani di proposizione; David, perseguitato da Saul, fuggi a Nob di Beniamino, dove si trovava il Tabernacolo (casa di Dio). Il gran sacerdote Achimelech permise al fuggitivo di consumare i pani chiamati di proposizione (perché posti avanti a Dio nel Tabernacolo; cf. Levitico, 24,5-9). Soltanto i sacerdoti potevano mangiare questi pani, quando settimanalmente venivano rimossi per essere sostituiti con dei nuovi, dato il carattere sacro di essi (poiché erano pani presentati a Dio). La necessità di Davide prevalse sulla legge positiva e questa eccezione alla legge fu sanzionata dal grande Sacerdote (cf. 1Re, 21,1-6). Gesù richiamando questo episodio intende affermare che un urgente necessità scusa dall’osservanza di una legge positiva.

... nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio violano il sabato... - Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Il secondo esempio fa un ulteriore passo avanti: i sacerdoti occupati nel tempio compiono di sabato lavori manuali di ogni genere per preparare e immolare sacrifici, raccogliere le offerte, purificare i vasi. Tutto questo non è permesso in via eccezionale, al contrario, viene espressamente comandato dalla legge, per cui facendolo, i sacerdoti sono senza colpa. Quanto più questa libertà dovrà valere adesso che è presente qualcosa «più grande del tempio». L’affermazione di Gesù è ardita: Israele non conosce alcun santuario maggiore del tempio, che garantisca la presenza di Dio. Proprio una sua frase circa la santità del tempio giocherà un ruolo importante nel processo contro di lui (26, 61; cf. At 7, 47-50). In realtà, mentre nel tempio è garantita soltanto la vicinanza di Dio, in Gesù egli è presente in maniera visibile; abita tra noi: è il Dio fatto uomo, dignità infinitamente maggiore di quella di un tempio di pietre e di legno.

Misericordia io voglio non sacrifici - Claude Tassin (Vangelo di Matteo): L’osservanza del sabato deve basarsi sul precetto profetico della misericordia (v. 7). Qui torna il testo di Osea 6,6 che manifestava in Mt 9,13 l’atteggiamento di Gesù verso i peccatori. Per misericordia, Gesù scusa i discepoli (che avevano fame!), ma, soprattutto, giudica errata l’interpretazione del sabato da parte dei farisei: da un lato, il loro parere sull’episodio dimentica il precetto dell’amore misericordioso; dall’altro, essi non capiscono che il figlio di Davide, più grande del tempio, il Figlio dell ‘uomo al quale Dio affida il potere di interpretare l’osservanza del sabato.

Misericordia io voglio e non sacrifici: CCC 2099-2100: È giusto offrire sacrifici a Dio in segno di adorazione e di riconoscenza, di implorazione e di comunione: «Ogni azione compiuta per aderire a Dio rimanendo con lui in comunione, e poter così essere nella gioia, è un vero sacrificio». Per essere autentico, il sacrificio esteriore deve essere espressione del sacrificio spirituale: «Uno spirito contrito è sacrificio...» (Sal 51,19). I profeti dell’Antica Alleanza spesso hanno denunciato i sacrifici compiuti senza partecipazione interiore o disgiunti dall’amore del prossimo. Gesù richiama le parole del profeta Osea: «Misericordia io voglio, non sacrificio» (Mt 9,13; 12,7). L’unico sacrificio perfetto è quello che Cristo ha offerto sulla croce in totale oblazione all’amore del Padre e per la nostra salvezza. Unendoci al suo sacrificio, possiamo fare della nostra vita un sacrificio a Dio.

Terzo Comandamento: Ricordati di santificare le feste - Catechismo Tridentino, 3300: Nella spiegazione del comandamento si deve aver cura che i fedeli sappiano in che cosa esso coincide con gli altri, e in che cosa ne differisce; cosi comprenderanno perché noi rispettiamo e riteniamo per giorno sacro non più il Sabato ma la Domenica. Una differenza intanto è questa: gli altri comandamenti del Decalogo sono naturali e perpetui, né possono in nessun modo essere cambiati; sicché, per quanto la Legge di Mosè sia stata abrogata, il popolo Cristiano rispetta sempre i comandamenti contenuti nelle due tavole, non in virtù della prescrizione mosaica, ma perché si tratta di precetti rispondenti alla natura, la cui forza stessa ne impone agli uomini il rispetto. Questo precetto invece del culto del Sabato, per quanto riguarda il giorno prescelto, non è circoscritto e fisso, ma mutabile; non si riferisce ai costumi, ma ai riti; non è naturale, non avendoci istituito o comandato la natura di prendere un dato giorno, anziché un altro, per dare a Dio culto esterno. Ma solamente dal tempo in cui il popolo d’Israele fu liberato dalla servitù del Faraone, esso rispetto il Sabato. Ma al momento in cui tutti i riti ebraici e le cerimonie dovevano decadere, alla morte cioè di Cristo, anche il Sabato doveva essere cambiato. Infatti essendo tali cerimonie pallide immagini della luce, necessariamente sarebbero state rimosse all’avvento della luce e della verità, che è Cristo Signore. Scriveva in proposito san Paolo ai Galati, rimproverando i cultori del rito mosaico: Voi osservate i giorni, i mesi, le stagioni, gli anni: temo per voi che cioè io per voi abbia lavorato invano (4,10). Nel medesimo senso si esprimeva con i Colossesi (2,16). E questo valga per le differenze. Coincide invece con gli altri precetti non già nel rito e nelle cerimonie, ma in quanto implica qualcosa che rientra nella Morale e nel diritto naturale. Il culto e l’ossequio religioso a Dio, formulati in questo comandamento, sgorgano infatti dal diritto di natura, essendo proprio la natura che ci spinge a consacrare qualche ora al culto di Dio. Non constatiamo infatti che tutti i popoli consacrano alcuni giorni alla pubblica celebrazione di sacre cerimonie? L’uomo è tratto da natura a dedicare un tempo determinato ad alcune funzioni elementari, quali il riposo del corpo, il sonno, e simili. Per la stessa forza naturale è spinto a concedere, oltre che al corpo, un po’ di tempo allo spirito, affinché si rinfranchi nel pensiero di Dio. Che in una parte del tempo si venerino le cose divine e si tributi a Dio il dovuto onore, rientra quindi nell’insieme dei precetti riguardanti i costumi, perciò gli Apostoli stabilirono che fra i sette giorni, il primo fosse consacrato al culto divino, e lo chiamarono giorno del Signore. Anche san Giovanni nell’Apocalisse ricorda il giorno del Signore (1,10). E l’Apostolo comanda che si facciano collette ogni primo giorno della settimana (1Cor16,2), che è la Domenica, secondo la spiegazione del Crisostomo. Evidentemente fin da allora il giorno domenicale era sacro.

Ortensio da Spinetoli (Matteo): Pur restando un documento della polemica antifarisaica la forza del racconto gravita sulle affermazioni conclusive con cui Gesù rivendica la sua superiorità sul tempio (v. 6) e sul sabato (v. 8). Egli è superiore alla legge del riposo sabatico non solo perché si pone al di sopra delle autorità religiose giudaiche, ma addirittura del santuario e del culto. Egli è lo stesso Dio cui appartiene i1 tempio e a cui è ordinato il riposo festivo. «Perché il figlio dell’uomo è il Signore del sabato»: per questo egli può modificare le leggi che lo riguardano. Il gesto degli apostoli, suggerito da una necessità superiore che lo rende incensurabile, è una operazione degli uomini del regno, cioè dei seguaci di Cristo, quindi esenti dal ritualismo rabbinico-farisaico. Gesù insegna di sua autorità (7,29), impone nuovi principi all’agire religioso dell’uomo. È ad essi che occorre attenersi. Il tempio, casa di Dio, è la realtà a cui va tutto subordinato. Gesù approfitta del richiamo per lanciare una idea che gli sta ancor più a cuore: la funzione che la sua umanità è destinata a ricoprire nel nuovo ordinamento dei rapporti con Dio. Non solo la legge del sabato o del sacro, può essere rinnovata, ma lo stesso centro del culto giudaico dovrà essere presto sostituito. Il tema del Cristo-tempio sarà ripreso più chiaramente dal quarto evangelista (1,14; 2,18). La legge del culto e del riposo sabatico hanno bisogno di un adeguamento alla vita quotidiana: più che i sacrifici e i riti occorre praticare la misericordia, la benevolenza verso tutti (cfr. 9,13). La carità e il servizio dei fratelli sono prima del culto, ha affermato Gesù nel discorso della montagna (5,23), e ribadisce ora a conclusione della disputa.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Se aveste compreso che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrifici”, non avreste condannato persone senza colpa.
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via,concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme. Per il nostro Signore Gesù Cristo…



19 Luglio 2018

Giovedì XV Settimana T. O.


Oggi Gesù ci dice: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Vangelo).  

Dal Vangelo secondo Matteo 11,28-30: Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi: sono i malati, i sofferenti, i perseguitati, che devono andare da Gesù, ma dobbiamo pensare anche alla stanchezza e all’oppressione dovute a quei fardelli pesanti della legge e delle osservanze, difficili da portare e contro le quali lo stesso Gesù ha avuto parole severe, poiché coloro che pongono questi pesi sulle spalle della gente, non vogliono muoverli neppure con un dito (Mt 23,4). Certo anche Gesù ci impone di portare ogni giorno il giogo della Croce (Lc 9,23), ma Egli ci invita a portarla con Lui; Egli sa come si porta e la Croce non diventerà più disperante, ma leggera, sarà purificazione per noi, sarà merito, sarà partecipazione all’opera della redenzione: Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa (Col 1,24-25).

Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero - Lo stile del brano evangelico di oggi è decisamente sapienziale (Sir 51,1-30; Sap 6,9). Gesù invita alla sua sequela i «piccoli», tutti coloro che sono «affaticati e oppressi», ai quali offre la sua legge, dolce e il cui carico è leggero. Per cui, il messaggio emergente è la «nuova giustizia» evangelica in netta contrapposizione con la giustizia farisaica fatta di precetti e di leggi; una giustizia ipocrita, strisciante da sempre in tutte le religioni, anche nel cuore dei cristiani. Chi si mette seriamente al seguito di Cristo deve accettare, senza tentennamenti, la «clausola» che la sequela esige: rinnegare se stessi e portare la croce dietro di lui, ogni giorno (Lc 9,23), senza infingimenti o accomodamenti.
È la croce che, per il Cristo come per il suo discepolo, diventa motivo discriminante della vera sapienza, quella sapienza che agli occhi del mondo è considerata sempre «stoltezza» o «scandalo» (1Cor 1,17-31). Un carico, la croce di Cristo, che non soverchia le forze umane, non annienta l’uomo nelle sue aspettative, non lo umilia nella sua dignità di creatura, anzi lo esalta, lo promuove, lo avvia, «di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito Santo» (2Cor 3,18) ad un traguardo di felicità e di beatitudine eterna. La croce va quindi piantata al centro del cuore e della vita del credente.
Molti cristiani tendono invece a porre al centro di tutto la loro vita con le sue scelte morali o gusti o programmi e tentando di far ruotare attorno a questo centro anche l’intero messaggio evangelico, accettandolo in parte o corrompendolo o assoggettandolo ai propri capricci; da qui la necessità di imporre alla Bibbia, distingui, precetti o nuove leggi frutto della tradizione umana; paletti issati come muri di protezione per contenere la devastante e benefica azione esplosiva della Parola di Dio: «Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini [...]. Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione» (Mc 7,8-9).

Gesù nostro modello: CCC 520-521: Durante tutta la sua vita, Gesù si mostra come nostro modello (Rm 15,5; Fil 2,5): è “l’uomo perfetto” che ci invita a diventare suoi discepoli e a seguirlo; con il suo abbassamento, ci ha dato un esempio da imitare (Gv 13,15), con la sua preghiera attira alla preghiera (Lc 11,1), con la sua  povertà, chiama ad accettare liberamente la spogliazione e le persecuzioni (Mt 5,11-12). Tutto ciò che Cristo ha vissuto, egli fa sì che noi possiamo viverlo in lui e che egli lo viva in noi. “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo”. Siamo chiamati a formare una sola cosa con lui; egli ci fa comunicare come membra del suo corpo a ciò che ha vissuto nella sua carne per noi e come nostro modello.

Gesù umile - Giuseppe Barbaglio (Umiltà, in Schede Bibliche Pastorali): Premettiamo un necessario riferimento al Magnificat, nel quale Maria interpreta poeticamente il senso dell’evento dell’anunciazione: ella loda Dio «perché ha guardato l’umiltà della sua serva» (Lc 1,48). Non si tratta però di un caso sporadico; è legge dell’agire divino quella dell’esaltazione dell’umile e dell’abbassamento del superbo: «... ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,52). Maria, come anche Anna, la madre di Samuele, nell’AT (cf. Gdc 1,11), ha valore paradigmatico. Il detto: «Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato», che sottintende l’intervento di Dio a umiliare ed esaltare, come già nell’AT era stato ripetuto più volte, compare tre volte nei testi dei sinottici e tutte a conclusione di un brano, posto a suggello del senso di quanto precede. Così Lc conclude la pericope riguardante la scelta dei primi posti da parte degli invitati a un banchetto (14,11): un modo per chiarire l’insegnamento di Gesù sull’umiltà. Lo stesso evangelista mette questa conclusione anche alla fine della parabola del fariseo e del pubblicano (18,14): Dio che umilia il superbo ed esalta l’umile si è manifestato a proposito del fariseo e del pubblicano della parabola.
Matteo se ne serve invece per chiudere l’esortazione ai discepoli a non ambire titoli gloriosi all’interno della comunità e, positivamente, a «perseguire la grandezza consistente nel servizio reso ai fratelli» (23,12). Sempre il primo evangelista ha costruito un bel brano incentrato sull’umiltà necessaria per entrare nel regno finale di Dio (18,1-5). Introduce il brano la domanda dei discepoli: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Gesù risponde con un’azione simbolica, tipica dei profeti nell’AT: prende un bambino, lo mette in mezzo a loro e dice: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno di Dio». Dunque la condizione impreteribile per l’ingresso nel regno  futuro di Dio è far proprio un atteggiamento spirituale di umiltà che trova nei bambini una realizzazione naturale: ciò che i bambini sono per se stessi, esseri umili e deboli, deve diventare un tratto della condotta e del sentire interno delle persone. Che sia in questione il motivo dell’umiltà, della bassezza appare dal detto successivo: «Perciò chiunque si umilierà (tapeinósei: ns. trad.) come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli». Un modo per esprimere la classica antitesi di Dio che esalta gli umili e abbassa i superbi; con questa particolarità: il ribaltamento avverrà alla fine. Il detto dunque ha valore escatologico; il che peraltro è tutt’altro che sconosciuto nell’AT. Gesù però non ha solo parlato della necessità di essere umili, ma ha incarnato nella sua persona l’umiltà.
Ne è testimonianza Mt 11,29: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite (prays) e umile di cuore (tapeinos tèi kardiaì) e troverete ristoro per le vostre anime». L’immagine del giogo sta a indicare il peso della legge imposto alle persone. Nel contesto immediato del detto: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò» (v. 28); «Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (v. 30) si precisa l’antitesi tra il peso della legge giudaica che opprime le persone con l’infinito numero delle sue prescrizioni e dei suoi divieti e il giogo della sequela di Cristo, che è tutt’altro che oppressivo.
Gesù afferma di essere maestro mansueto e umile di cuore, da cui i discepoli suoi devono imparare. In concreto «Gesù è tapeinos dinanzi a Dio, sottomesso a lui. L’aggiunta a tapeinos di tèi kardiai rende chiaro che egli non è tale in forza di una necessità imposta, alla quale si sia sottomesso, bensì nella libertà e nell’assenso a questa via in cui Dio l’accompagna. Gesù è tapeinos anche rispetto agli uomini, di cui diventa il servitore e il soccorritore (Lc 22,27; Mt 20,28; Mc 10,45). Questo aspetto del suo essere tapeinos è espresso con prays. Egli si trattiene in compagnia dei peccatori e dei disprezzati, ponendosi in questo modo come modello per i suoi discepoli» (GLNT, XIII, 877).

Grazia e obbedienza alla legge di Dio: Veritatis splendor, 102: Anche nelle situazioni più difficili l’uomo deve osservare la norma morale per essere obbediente al santo comandamento di Dio e coerente con la propria dignità personale. Certamente l’armonia tra libertà e verità domanda, alcune volte, sacrifici non comuni e va conquistata ad alto prezzo: può comportare anche il martirio. Ma, come l’esperienza universale e quotidiana mostra, l’uomo è tentato di rompere tale armonia: “Non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto... Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7,15.19). Donde deriva, ultimamente, questa scissione interiore dell’uomo? Egli incomincia la sua storia di peccato quando non riconosce più il Signore come suo Creatore, e vuole essere lui stesso a decidere, in totale indipendenza, ciò che è bene e ciò che è male. “Voi diventerete come Dio, conoscendo il bene e il male” (Gen 3,5): questa è la prima tentazione, a cui fanno eco tutte le altre tentazioni, alle quali l’uomo è più facilmente inclinato a cedere per le ferite della caduta originale. Ma le tentazioni si possono vincere, i peccati si possono evitare, perché con i comandamenti il Signore ci dona la possibilità di osservarli: “I suoi occhi su coloro che lo temono, egli conosce ogni azione degli uomini. Egli non ha comandato a nessuno di essere empio e non ha dato a nessuno il permesso di peccare” (Sir 15,19-20). L’osservanza della legge di Dio, in determinate situazioni, può essere difficile, difficilissima: non è mai però impossibile. È questo un insegnamento costante della tradizione della Chiesa, così espresso dal Concilio di Trento: “Nessuno poi, benché giustificato, deve ritenersi libero dall’osservanza dei comandamenti; nessuno deve far propria quell’espressione temeraria e condannata con la scomunica dei Padri, secondo la quale è impossibile all’uomo giustificato osservare i comandamenti di Dio. Dio infatti non comanda ciò che è impossibile, ma nel comandare ti esorta a fare tutto quello che puoi, a chiedere ciò che non puoi e ti aiuta perché tu possa; infatti “i comandamenti di Dio non sono gravosi” (cfr. 1Gv 5,3) e “il suo giogo è soave e il suo peso è leggero” (cfr. Mt 11,30).

Il missionario deve avere i sentimenti di Gesù: Ad Gentes 24: Alla chiamata di Dio l’uomo deve rispondere in maniera tale da vincolarsi del tutto all’opera evangelica, «senza prender consiglio dalla carne e dal sangue». Ed è impossibile dare una risposta a questa chiamata senza l’ispirazione e la forza dello Spirito Santo. Il missionario diventa infatti partecipe della vita e della missione di colui che «annientò se stesso, prendendo la natura di schiavo» (Fil 2,7); deve quindi esser pronto a mantenersi fedele per tutta la vita alla sua vocazione, a rinunciare a se stesso e a tutto quello che in precedenza possedeva in proprio, ed a «farsi tutto a tutti». Annunziando il Vangelo ai pagani, deve far conoscere con fiducia il mistero del Cristo, del quale è ambasciatore: è in suo nome che deve avere il coraggio di parlare come è necessario, senza arrossire dello scandalo della croce. Seguendo l’esempio del suo Maestro, mite e umile di cuore, deve dimostrare che il suo giogo è soave e il suo peso leggero. Vivendo autenticamente il Vangelo, con la pazienza, con la longanimità, con la benignità, con la carità sincera, egli deve rendere testimonianza al suo Signore fino a spargere, se necessario, il suo sangue per lui. Virtù e fortezza egli chiederà a Dio, per riconoscere che nella lunga prova della tribolazione e della povertà profonda risiede l’abbondanza della gioia. E sia ben persuaso che è l’obbedienza la virtù distintiva del ministro di Cristo, il quale appunto con la sua obbedienza riscattò il genere umano.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Anche nelle situazioni più difficili l’uomo deve osservare la norma morale per essere obbediente al santo comandamento di Dio e coerente con la propria dignità personale.
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via,concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme. Per il nostro Signore Gesù Cristo…



18 Luglio 2018

Mercoledì XV Settimana T. O.


Oggi Gesù ci dice: “Può forse vantarsi la scure contro chi se ne serve per tagliare?” (I Lettura).  

Dal Vangelo secondo Matteo 11,25-27: Nel brano evangelico si possono mettere in evidenza due temi. Il primo è quello dei piccoli, i quali proprio per la loro umiltà riescono a cogliere il mistero del Cristo. Il secondo tema è la rivelazione della divinità di Gesù: il Figlio conosce il Padre con la medesima conoscenza con cui il Padre conosce il Figlio. Il brano matteano è presente anche nel vangelo secondo Luca (10,21-22). Mentre in Matteo il brano è senza un chiaro nesso con il contesto, Luca  offre un’indicazione cronologica più precisa. Le cose nascoste sono i “«misteri del regno» in generale (Mt 13,11), rivelati ai «piccoli», i discepoli (cf. Mt 10,42), ma tenuti nascosti ai «sapienti», i farisei e i loro dottori” (Bibbia di Gerusalemme).
Questo passo, che richiama lo stile del quarto vangelo (cf. Gv 1,18; 3,11; 3,35; 6,46; 10,15, ecc.), esprime “nel fondo più primitivo della tradizione sinottica, come in Giovanni, la coscienza chiara che Gesù aveva dalla sua filiazione divina” (Bibbia di Gerusalemme).

L’espressione Signore del cielo e della terra, evoca l’azione creatrice di Dio (Cf. Gen 1,1). Il motivo della lode sta nel fatto che il Padre ha «nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli». Molti anni dopo Paolo ricorderà queste parole di Gesù ai cristiani di Corinto: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor 1,26-29).
... nessuno conosce il Figlio... La rivelazione della mutua conoscenza tra il Padre e il Figlio pone decisamente il brano evangelico in relazione «con alcuni passi della letteratura sapienziale riguardanti la sophia. Solo il Padre conosce il Figlio, come solo Dio conosce la sapienza [Gb 28,12-27; Bar 3,32]. Solo il Figlio conosce il Padre, così come solo la sapienza conosce Dio [Sap 8,4; 9,1-18]. Gesù fa conoscere la rivelazione nascosta, come la sapienza rivela i segreti divini [Sap 9,1-18; 10,10] e invita a prendere il suo giogo su di sé, proprio come la sapienza [Prov 1,20-23; 8,1-36]» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli).
... nessuno conosce il Padre se non il Figlio... Gesù è l’unico rivelatore dei misteri divini, in quanto il Padre ne ha comunicato a lui, il Figlio, la conoscenza intera. Da questa affermazione si evince che Gesù è uguale al Padre nella natura e nella scienza, è Dio come il Padre, di cui è il Figlio Unico.

Benedetto Prete: Il passo 11,25-27 non ha un nesso stretto con il contesto: Matteo lo introduce con una espressione indeterminata (in quel tempo). Il versetto è concepito ed espresso alla maniera semitica; Cristo “benedice” (altri traducono: io ti lodo; io ti celebro) il Padre non per aver nascosto i misteri del regno (cf. Mt., 13,11) ai sapienti, ma per averli rivelati ai piccoli. I sapienti sono i Farisei ed i loro dottori; i piccoli (letteralmente: i fanciulli, gli infanti) designano i discepoli. Agli umili, ai semplici, ai sinceri è dato penetrare nel mistero del regno di Dio; a coloro invece che vanno superbi per la propria conoscenza della Scrittura (la Legge) non è dato penetrare nel piano della sapienza divina (cf. 1Corinti, 1,19-31). La vera sapienza che Cristo richiede non è lo studio compiacente della Legge, ma l’accettazione delle verità che egli annunzia. L’ab­bandono fiducioso dei semplici a Cristo permette loro di superare le difficoltà che presentano i misteri della rivelazione. Il detto supera la circostanza storica che lo ha suggerito al Maestro; esso non è rivolto unicamente agli Ebrei presenti, ma agli uomini di ogni tempo. Non l’intelligenza altera e soddisfatta di sé, ma l’intelligenza umile e sinceramente aperta alla verità accoglie il mistero di Dio e ne intravede le manifestazioni create. Le verità propriamente eccelse non sono quelle che l’uomo scopre con la perspicacia della sua intelligenza, ma quelle che Dio gli rivela. Giustamente questo versetto è considerato come «la perla» del Vangelo di Matteo.
v. 27 Passo di stile giovanneo. Il testo dimostra che la tradizione dei Sinottici conosceva la filiazione divina di Cristo. Gesù ha tutto ciò che possiede il Padre e lo manifesta a chi vuole. La presenza in Matteo e Luca (Lc, 10, 21-22) di questo passo di contenuto giovanneo costituisce una preziosa testimonianza per la storicità del IV vangelo.

... le hai rivelate ai piccoli: Dei Verbum 2: Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto. La profonda verità, poi, che questa Rivelazione manifesta su Dio e sulla salvezza degli uomini, risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione.

... nessuno conosce il Figlio se non il Padre - Dominum et vivificantem 20: La teofania del Giordano rischiara solo fugacemente il mistero di Gesù di Nazareth, la cui intera attività si svolgerà sotto la presenza attiva dello Spirito Santo. Tale mistero sarebbe stato da Gesù stesso svelato e confermato gradualmente mediante tutto ciò che «fece e insegnò». Sulla linea di questo insegnamento e dei segni messianici che Gesù compì prima di giungere al discorso di addio nel Cenacolo, troviamo eventi e parole che costituiscono momenti particolarmente importanti di questa progressiva rivelazione. Così l’evangelista Luca, che ha già presentato Gesù «pieno di Spirito Santo» e «condotto dallo Spirito nel deserto», ci fa sapere che, dopo il ritorno dei settantadue discepoli dalla missione affidata loro dal Maestro, mentre pieni di gioia gli raccontavano i frutti del loro lavoro, «in quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: - Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così ti è piaciuto». Gesù esulta per la paternità divina; esulta, perché gli è dato di rivelare questa paternità; esulta, infine, quasi per una speciale irradiazione di questa paternità divina sui «piccoli». E l’evangelista qualifica tutto questo come «esultanza nello Spirito Santo». Una tale esultanza, in un certo senso, sollecita Gesù a dire ancora di più. Ascoltiamo: «Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio, e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare».

... nessuno conosce il Padre se non il Figlio... - Il Padre rivelato dal Figlio: Catechismo della Chiesa Cattolica nn. 240-242: Gesù ha rivelato che Dio è “Padre” in un senso inaudito: non lo è soltanto in quanto Creatore; egli è eternamente Padre in relazione al Figlio suo Unigenito, il quale non è eternamente Figlio se non in relazione al Padre suo: “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11,27).
Per questo gli Apostoli confessano Gesù come “il Verbo” che “in principio” “era presso Dio”, “il Verbo” che “era Dio” (Gv 1,1), come “l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), come l’“irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3).
Sulla loro scia, seguendo la Tradizione Apostolica, la Chiesa nel 325, nel primo Concilio Ecumenico di Nicea, ha confessato che il Figlio è “consustanziale” al Padre, cioè un solo Dio con lui. Il secondo Concilio Ecumenico, riunito a Costantinopoli nel 381, ha conservato tale espressione nella sua formulazione del Credo di Nicea ed ha confessato “il Figlio unigenito di Dio, generato dal Padre prima di tutti i secoli, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre” [Denz. -Schönm., 150].

Il privilegio dei piccoli di spirito - Sac. Dolindo Ruotolo (I Quattro Vangeli): Perché le anime non corrispondono alle grazie del Signore? Perché presumono di se stesse, si gonfiano vanamente, indagano con superba tracotanza quello che dovrebbero adorare e praticamente rifiutano la luce delle divine misericordie. Il Vangelo non si può intendere dai così detti grandi del mondo, perché essi hanno la testa come intontita dalle loro meschinità, e sono avvolti dalla fitta cortina delle loro idee.
Gesù perciò si compiace dei piccoli di spirito, che in realtà sono grandi, e ringrazia il Padre di aver loro rivelato i misteri della verità e dell’amore celati ai così detti sapienti della terra. La sapienza e la prudenza umana è come nebbia che si leva all’orizzonte e impedisce il diffondersi dei raggi del sole; gli uomini la credono sapienza ma in realtà è stoltezza innanzi a Dio. Ne sa più un umile contadino, pieno dello spirito del Signore, che un dotto filosofo, il quale si perde nei vortici delle sue fantasie. È questo un punto importantissimo e fondamentale per andare a Dio, e Gesù mostra in se stesso la grandezza di questo principio: Egli si è umiliato e fatto piccolo per amore, e tutto gli è stato dato dal Padre; è povero innanzi al mondo, ma è ricchissimo innanzi a Dio, perché il tutto donatogli dal Padre è il suo Verbo che termina l’umana natura.
Il Verbo è la conoscenza del Padre ed è la sapienza infinita che lo conosce, il Verbo e il Padre sono perfettamente uguali, benché realmente distinti. Il Padre conosce stesso e genera il Verbo nella sua infinita semplicità, ed il Verbo, conoscenza del Padre, lo glorifica in una luce infinitamente semplice.
È dunque la semplicità che trionfa nell’oceano dell’infinita luce ed è attraverso la semplicità che questa luce si comunica. Il Padre la comunica ai piccoli, e il Figlio la comunica a chi vuole; siccome la sua volontà è fonte di bene così è chiaro che la comunica non a capriccio, ma diffondendo il bene con la sua volontà, salvando e redimendo. Il bene raggiunge la creatura nel sacrificio e il sacrificio avvicina la creatura al sommo bene, e per questo Gesù invita a sé tutti i sofferenti per ristorarli col dono della luce e dell’amore di Dio.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Il Vangelo non si può intendere dai così detti grandi del mondo, perché essi hanno la testa come intontita dalle loro meschinità, e sono avvolti dalla fitta cortina delle loro idee.
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via,concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme. Per il nostro Signore Gesù Cristo…



17 Luglio 2018

Martedì XV Settimana T. O.


Oggi Gesù ci dice: “Oggi non indurite il vostro cuore,ma ascoltate la voce del Signore” (Cfr. Sal 94,8ab - Acclamazione al Vangelo).  

Dal Vangelo secondo Matteo 11,20-24: Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida!, una severa minaccia volta a frantumare la stoltezza e la diffidenza di coloro che si rifiutavano di accogliere la Parola. Parole risuonate dalla bocca del mite e umile Gesù (Mt 11,29), severi guai rivolti agli scribi e ai farisei, alle città di Corazim, Betsaida, Cafarnao, e oggi rivolte a noi. Sono inviti pressanti affinché ci apriamo alla grazia, ci disponiamo alla salvezza offerta in una dimensione di infinito amore. Quell’amore che sarà pienamente svelato quando Gesù salirà sulla Croce per offrirsi al Padre come vittima purissima per la nostra salvezza.
  
Condanna delle città di Galilea (11,20-24) - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): Matteo aggancia questo brano a quello precedente con il v. 20. Le città e i villaggi nei dintorni del lago di Genesaret erano stati i primi destinatari dell’attività messianica di Gesù, del suo insegnamento e dei suoi atti di potenza, eppure non si erano convertiti. Di qui la severa apostrofe contro alcuni capoluoghi della Galilea, che riproduce la veemenza delle invettive, lanciate dai profeti contro Tiro e Sidone (Am 1,9-10; Is 23; Ez 26-28), e contro la stessa Gerusalemme (Is 29,1; Ez 24,6.9). Forse Matteo anticipa qui il biasimo di Gesù alla conclusione del suo ministero in Galilea, prima di partire verso la Giudea. Le profezie minacciose assumono così in Matteo un carattere di condanna definitiva per il rifiuto della salvezza, mentre nel contesto lucano rimane ancora uno spazio di tempo per la resipiscenza.
La struttura molto accurata della pericope si articola nei seguenti elementi: condanna in generale (v. 20), apostrofe contro Corazin e Betsaida e predizione del castigo (vv. 21-22), apostrofe contro Cafarnao e predizione del castigo (v. 23). Risulta evidente il parallelismo perfetto della redazione matteana, che si rifà alla fonte Q; il
contesto lucano (10,12-15) è diverso.
vv. 20-21 Gesù aveva esercitato il ministero nella parte settentrionale della Galilea, abitata in prevalenza da popolazione ebraica. Perciò non si fa alcun cenno alle città più importanti di Tiberiade, Magdala, Sefforis, dove prevaleva la popolazione pagana. I villaggi di Corazin e Betsaida vengono raffrontate con Tiro e Sidone, due centri della Fenicia, assunti spesso dai profeti come tipo della ribellione a Dio.
v. 23 Cafarnao è messa a confronto con Sodoma, la città più malvagia per la Bibbia. Gesù aveva stabilito a Cafarnao il suo domicilio, facendone il centro della sua missione. Perciò la condanna della città sarà più severa. Invece d’essere esaltata sino al cielo e glorificata per il privilegio dovuto alla scelta di Gesù, sarà sprofondata nell’Ade, nel regno della morte. Le città della Galilea ne avevano ascoltato il messaggio e sperimentato il potere taumaturgico, avevano goduto della presenza dello Sposo; perciò saranno giudicate più severamente, per non aver corrisposto all’amore di Dio. I miracoli sono denominati da Matteo dynàmeis, cioè atti potenti, in quanto manifestazione della potenza di Dio, che dovevano costituire un segno inequivocabile della sua presenza operante in Gesù. Da questo passo emerge l’importanza che Matteo accorda non soltanto all’annuncio, ma anche ai miracoli come segni del tempo messianico già in atto.

Guai - Possiamo tradurlo come un grido di commiserazione sulla propria persona (cfr. Gdc 6,22; 1Sam 4,7s) oppure di minaccia di giudizio, così come leggiamo nel Vangelo di oggi. Il “guai” interessa sopra tutto i Farisei (Mt 23,13ss) e in modo particolare Gerusalemme, la città santa: “Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è lasciata a voi deserta!” (Mt 23,37-38; cfr. Mt 24,15-28; Mc 13,24; Lc 21,25-33; 17,26-35) 
Israele e i suoi capi (Is 5,8-22; Ger 33,1; Ez 34,2) saranno giudicati severamente, e parimenti saranno giudicati rigorosamente i popoli pagani (Is 10,5; Ger 48,46). Allo stesso modo sarà condannato il mondo, fucina di scandali: “Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo!” (Mt 18,7).
Nel discorso della montagna secondo il vangelo di Luca (6,20-26) alle quattro beatitudini fanno seguito quattro guai. Il giudizio di Dio nell’Apocalisse di Giovanni viene introdotto con dei guai: «E vidi e udii un’aquila, che volava nell’alto del cielo e che gridava a gran voce: “Guai, guai, guai agli abitanti della terra, al suono degli ultimi squilli di tromba che i tre angeli stanno per suonare!”»  (Ap 8,13; cfr. Ap 12,12; 18,10.16).


Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): Corazin e Betsàida erano fiorenti città situate sulla riva settentrionale del lago di Genèsaret, non lontano da Cafàrnao. Durante il suo ministero pubblico il Signore predicò frequentemente in quelle città, operando numerosi miracoli; a Cafàrnao insegnò la dottrina del suo corpo e del suo sangue, cioè della Sacra Eucaristia (cfr Gv 6,51ss.). Tiro e Sidone, le due capitali della Fenicia, insieme con Sòdoma e Gomorra - tutte famose per i vizi dei loro abitanti - costituivano esempi classici presso gli Ebrei a indicare il castigo di Dio (si veda Ez 26-28; Is 23).
Con questi richiami Gesù pone in risalto l’ingratitudine delle persone che pur avendo avuto la possibilità di conoscerlo non vollero tuttavia convertirsi; nel giorno del giudizio (vv. 22 e 24) chiederà loro un rendiconto molto esigente: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto» (Lc 12,48).

I miracoli di Gesù in gran parte caduti nel vuoto - Felipe F. Ramos (Matteo): Il nostro testo parla di miracoli di Gesù in modo generico: non è specificate esattamente quali siano stati operati nelle città ricordate. Meglio così. Infatti questo ci porta a una considerazione, anch’essa generica, sui miracoli di Gesù. Essi sono un’epifania dell’azione dello Spirito, della vittoria su satana della misericordia di Dio, che invita sempre il traviato a tornare alla casa paterna.
Opere che sono predicazione-parola allo stesso tempo, opere-parola che potrebbero spingere alla penitenza le città più empie. La responsabilità maggiore ricade su Cafarnao per la ragione che abbiamo detta: in Cafarnao fu presente, fisicamente presente per un tempo più lungo il regno dei cieli, per la più lunga permanenza di Gesù in essa. Questo stesso fatto fu forse un motivo d’orgoglio? Comunque sia, la città è descritta con le parole di Isaia (14,13-15) che si riferiscono alla città di Babilonia. Il messaggio di Gesù livella ogni genere di privilegi e pone il terreno personale di chiamata-risposta. La risposta personale alla sua parola decide l’appartenenza o l’esclusione dal suo regno.

Ortensio Da Spinetoli (Matteo): Le motivazioni, del rifiuto del messia non sono solo i suoi umili natali ma soprattutto l’indifferenza con cui hanno accolto i suoi prodigi. Nonostante avesse compiuto davanti ai galilei «la maggior parte dei suoi miracoli (dynàmeis)», non si erano corrvertiri. La portata storico-apologetica dell’annotazione è singolare. Essa dimostra l’esistenza e più ancora il peso che le operazioni prodigiose avevano nella predicazione di Gesù. Come in san Giovanni, anche qui l’evangelista fa appello alla forza probativa dei miracoli per garantire l’autenticità del messaggio proposto. Nelle guarigioni o liberazioni di ossessi vi era già un evidente segno della presenza del regno di Dio in mezzo agli uomini. Gli ascoltatori avrebbero dovuto « convertirsi» cioè entrare a far parte del movimento messianico iniziato da Gesù ma non hanno preso in seria considerazione il suo invito e le prove con cui era convalidato. Il rifiuto è per questo ingiustificato e illogico, degno perciò di condanna. Nel giorno in cui la collera divina si abbatterà sulla nazione eletta, anche le città della Galilea saranno irreparabilmente travolte. Anzi, la loro sorte sarà più dura di quella toccata a suo tempo a Tiro, Sodoma e Gomorra, città tristemente celebri nella tradizione biblica per l’acerbità dei castighi di cui furono oggetto.

Si deve sovente inculcare la dottrina intorno alla Penitenza - Catechismo Tridentino 239 (Parte Second: I sacramenti): Essendo notissime la debolezza e fragilità della natura umana, come ciascuno può facilmente sperimentare in se stesso, nessuno può disconoscere la grande necessità del sacramento della Penitenza. Che se lo zelo dei Pastori si deve misurare dall’importanza della materia da loro trattata, bisogna concludere che essi non saranno mai abbastanza zelanti nello spiegare questo argomento. Anzi, con tanto maggior diligenza si dovrà trattare di questo in confronto col Battesimo, in quanto il Battesimo si somministra una sola volta, né si può reiterare; mentre la Penitenza si può ricevere ed è necessario riceverla ogni volta che ci avvenga di ricadere nel peccato dopo il Battesimo. Perciò il concilio di Trento ha detto che il sacramento della Penitenza è cosi necessario per la salvezza di coloro che sono caduti in peccato dopo il Battesimo, come questo è necessario a quelli che non sono ancora rigenerati alla fede (Sess. 14, cap. 2). San Girolamo ha scritto quella notissima sentenza, approvata pienamente da quelli che hanno scritto di questo argomento sacro dopo di lui, che la Penitenza è la seconda tavola di salvezza (In Is 3,8). Come, infranta la nave, rimane una sola via di scampo, quella cioè di aggrapparsi a una tavola scampata al naufragio, cosi un volta perduta l’innocenza battesimale, se non si ricorre alla tavola della Penitenza, non v’è speranza di salvezza. Queste considerazioni si rivolgono non solo ai Pastori ma a tutti i fedeli, affinché in materia cosi necessaria non pecchino di negligenza. Convinti dell’umana fragilità, il loro primo e più ardente desiderio sia di camminare nella via di Dio, col soccorso della sua grazia, senza inciampi né cadute. Ma se inciampassero, considerando subito la somma benignità di Dio, che da buon Pastore cura le ferite delle sue pecorelle e le risana (Ez 34,16), ricorreranno senza indugio a questa saluberrima medicina della Penitenza.

Nel giorno del giudizio - Catechismo della Chiesa Cattolica 678-679: In linea con i profeti e con Giovanni Battista Gesù ha annunziato nella sua predicazione il giudizio dell’ultimo giorno. Allora saranno messi in luce la condotta di ciascuno e il segreto dei cuori. Allora verrà condannata l’incredulità colpevole che non ha tenuto in alcun conto la grazia offerta da Dio. L’atteggiamento verso il prossimo rivelerà l’accoglienza o il rifiuto della grazia e dell’amore divino. Gesù dirà nell’ultimo giorno: «Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
Cristo è Signore della vita eterna. Il pieno diritto di giudicare definitivamente le opere e i cuori degli uomini appartiene a lui in quanto Redentore del mondo. Egli ha «acquisito» questo diritto con la sua croce. Anche il Padre «ha rimesso ogni giudizio al Figlio» (Gv 5,22). Ora, il Figlio non è venuto per giudicare, ma per salvare e per donare la vita che è in lui. È per il rifiuto della grazia nella vita presente che ognuno si giudica già da se stesso, riceve secondo le sue opere e può anche condannarsi per l’eternità rifiutando lo Spirito d’amore.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Essendo notissime la debolezza e fragilità della natura umana, come ciascuno può facilmente sperimentare in se stesso, nessuno può disconoscere la grande necessità del sacramento della Penitenza. 
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via,concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme. Per il nostro Signore Gesù Cristo…



16 Luglio 2018

Lunedì XV Settimana T. O.


Oggi Gesù ci dice: “Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni” (I Lettura).  

Dal Vangelo secondo Matteo 10,34-11,1: Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me... ascoltare questo insegnamento di Gesù a molti fa venire la pelle d’oca... sono pagine che danno fastidio, e che vorremmo strappare... e così, qualche volta, nella nostra insipienza riusciamo a neutralizzarle apportandovi becere correzioni secondo i nostri gusti. Ma è in questa pagina che troviamo il cuore della Buona Novella: la Croce, e soltanto la Croce può dare all’uomo, su questa terra, la vera pace, e, oltrepassati i confini della vita, la vera ed eterna beatitudine. Il tuo distintivo di cristiano non è nel crocifisso d’oro che porti al collo o vezzosamente come bijou sul bavero del tuo elegante tailleur. Potrai dimostrare di essere cristiano soltanto quando, mostrando le tue spalle, esse appariranno letteralmente scarnificate dal legno della Croce.

La pace - Friedrich Hauss: Pace deriva dall’aver tolto ogni opposizione con Dio e dall’aver restaurato con lui la comunione, per opera dell’azione riconciliatrice di Cristo. Le singole persone acquistano la pace in virtù dell’obbedienza di fede. In seguito all’opposizione del mondo a Dio, questa è una pace solo creduta e spesso collegata con uno stato esteriore di lotta. La pace esterna sarà stabilita solo quando, alla fine dei tempi, l’opposizione a Dio nel mondo sarà stata completamente eliminata.
Nell’Antico Testamento, la pace è uno stato tranquillo di benessere esteriore visto come un dono di Dio, una condizione di normalità di tutte le cose, uno stato della salvezza, e non la pace dell’anima del singolo. La lotta di Geremia si rivolge contro i falsi profeti che. parlano di pace là dove, invece, domina la più grande ribellione  a Dio. Soltanto Dio sa stabilire la pace vera, che è bene di salvezza escatologico (Is 2,4; Zac 9,9).
Nel Nuovo Testamento, la pace escatologica è iniziata con Gesù Cristo, ed è pace con Dio (Rm 5,1; Ef 2,14) così come pace tra gli uomini. Questa pace crea anche ordine nell’anima degli uomini (Rm 15,13). Essa trova il suo compimento al ritorno del Signore. Di essa parlano spesso le parole di saluto al termine delle lettere (Eb 13,20: E il Dio della pace, il quale trasse dai morti il gran pastore delle pecore, vi renda capaci di ogni opera buona! Rm 16, 20: Il Dio della pace schiacci ben presto Satana sotto i vostri piedi).

Chi ama padre o madre più di me: La Famiglia e il Regno: Catechismo della Chiesa Cattolica 2232-2233: I vincoli familiari, sebbene importanti, non sono però assoluti. Quanto più il figlio cresce verso la propria maturità e autonomia umane e spirituali, tanto più la sua specifica vocazione, che viene da Dio, si fa chiara e forte. I genitori rispetteranno tale chiamata e favoriranno la risposta dei propri figli a seguirla. È necessario convincersi che la prima vocazione del cristiano è di seguire Gesù: « Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me » (Mt 10,37).
Diventare discepolo di Gesù significa accettare l’invito ad appartenere alla famiglia di Dio, a condurre una vita conforme al suo modo di vivere: «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50). I genitori accoglieranno e rispetteranno con gioia e rendimento di grazie la chiamata rivolta dal Signore a qualcuno dei loro figli a seguirlo nella verginità per il Regno, nella vita consacrata o nel ministero sacerdotale. I genitori accoglieranno e rispetteranno con gioia e rendimento di grazie la chiamata rivolta dal Signore a uno dei figli a seguirlo nella verginità per il Regno, nella vita consacrata o nel ministero sacerdotale.

Amoris laetitia  17-18: I genitori hanno il dovere di compiere con serietà lo loro missione educativa, come insegnano spesso i sapienti della Bibbia (cfr Pr 3,11-12; 6,20-22; 13,1; 29,17). I figli sono chiamati ad accogliere e praticare il comandamento: «Onora tuo padre e tua madre» (Es 20,12), dove il verbo “onorare” indica l’adempimento degli impegni familiari e sociali nella loro pienezza, senza trascurarli con pretese scusanti religiose (cfr Mc 7,11-13). Infatti, «chi onora il padre espia i peccati, chi onora sua madre è come chi accumula tesori» (Sir 3,3-4).
Il Vangelo ci ricorda anche che i figli non sono una proprietà della famiglia, ma hanno davanti il loro personale cammino di vita. Se è vero che Gesù si presenta come modello di obbedienza ai suoi genitori terreni, stando loro sottomesso (cfr Lc 2,51), è pure certo che Egli mostra che la scelta di vita del figlio e la sua stessa vocazione cristiana possono esigere un distacco per realizzare la propria dedizione al Regno di Dio (cfr Mt 10,34-37; Lc 9,59-62). Di più, Egli stesso, a dodici anni, risponde a Maria e a Giuseppe che ha una missione più alta da compiere al di là della sua famiglia storica (cfr Lc 2,48-50). Perciò esalta la necessità di altri legami più profondi anche dentro le relazioni familiari: «Mia madre e i miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,21). D’altra parte, nell’attenzione che Egli riserva ai bambini – considerati nella società del Vicino Oriente antico come soggetti privi di diritti particolari e come parte della proprietà familiare – Gesù arriva al punto di presentarli agli adulti quasi come maestri, per la loro fiducia semplice e spontanea verso gli altri: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18,3-4).

... chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me - I Giorni del Signore (Commento delle Letture Domenicali): Portare lo propria croce, perdere lo propria vita «Nulla preferire all’amore di Cristo» può comportare strazianti rinunce anche agli affetti più legittimi. Ma non si tratta di esigenze che discendano da una sorta di vassallaggio totale ed esclusivo a un sovrano che non può ammettere concorrenti. Si tratta in realtà dell’accoglienza di Dio e della salvezza in virtù della partecipazione al mistero e alla persona del Cristo. Non c’è salvezza se non grazie alla croce, non c’è Salvatore fuorché il Cristo morto in croce e risorto. Non si può essere «degni di lui», essere suo discepolo, senza «prendere la propria croce», e questo significa che bisogna essere in comunione col suo mistero di morte per aver parte alla sua risurrezione. La croce - «perdere la propria vita» - è la tappa ineludibile per accedere alla vita, ma una tappa assunta «a causa» del Signore. Sì, qui siamo veramente nell’ordine del mistero, dell’amore, e non nell’ordine di un calcolo qualsiasi, o di una condizione arbitrariamente imposta. Giacché in se stesse la sofferenza e la morte - la croce - restano un male di cui solo il Cristo ha ribaltato il senso a motivo della sua risurrezione. Il vangelo e il suo annuncio, come la vita cristiana, sono contraddistinti in maniera indelebile dal segno della croce . L’evangelista e i discepoli hanno compreso appieno tutto ciò che voleva dire Gesù solo dopo la sua morte e la sua risurrezione.
Le espressioni: «prendere la propria croce», «perdere la propria vita per conservarla», assumono allora un senso insieme figurato - poiché non si tratta di riprodurre realmente la crocifissione di Gesù - e realistico, poiché le eventuali prove da sopportare sono davvero crocifiggenti.

La Croce di Gesù e del Cristiano - Nel linguaggio di ogni giorno la parola croce ha assunto un valore negativo; infatti, rappresenta tutto quello che umilia l’uomo, lasciandolo in balia della angoscia e della disperazione. Con cattivo gusto, anche una persona molesta viene chiamata croce.
Per il cristiano, invece, la croce è la somma di tutte le sofferenze patite dal Cristo e che la professione cristiana comporta. La croce è, in questo modo, redenzione, libertà e riscatto.
La croce prepara il cristiano al martirio: la testimonianza sino all’effusione del sangue, per il discepolo di Cristo, non è un incidente di percorso.
“L’immagine del portare la croce, come metafora indicante il sopportare dolore, abnegazioni, rinunce giornaliere o altri generi di ostilità e impedimenti che si impongono al cristiano, può sfociare nel martirio. Chi non accetta la sua porzione di sacrificio non potrà essere discepolo di Cristo” (Giuseppe D’Anna).
Chi ama Cristo brama la croce, il martirio è perfetta comunione con il divino Martire.
“Non vedo l’ora di godere delle belve - scriveva sant’Ignazio di Antiochia ai Romani - che mi sono preparate e bramo che si gettino subito su di me! Le aizzerò perché mi divorino in un istante...
Ora comincio a essere discepolo... Fuoco e croce, assalti di fiere, lacerazioni, strazi, slogature, mutilazioni, stritolamento di tutto il corpo, i più crudeli tormenti del demonio: tutto venga su di me, purché io raggiunga Gesù Cristo!”. La croce è la condizione necessaria per seguire il Maestro: essa non è un accessorio.

Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà - Ancora un paradosso che sconcerta i benpensanti. La parola di Gesù non lascia spazio ad equivoci: seguire Cristo, vivere la sua Parola, significa rischiare la vita terrena per guadagnare quella eterna. Potremmo dire che in queste parole si pone un’esplicita condizione: chi vuole trovare la Vita, quella vera, deve saper fare gettito della propria vita terrena. Questo imperativo evangelico ha un sapore squisitamente ascetico.
«Chi ama la propria vita - scriveva san Tommaso - in questo mondo, aspirando cioè ai beni del mondo, la perderà rispetto ai beni eterni... Chi nega alla sua anima i beni presenti e sopporta per Dio quelli che sembrano mali in questo mondo, la conserverà per la Vita eterna» (In Jo. ev. exp., XII).
Quando si rinunzia a una vita fondata sull’egoismo, sulla violenza, sulla corsa alle ricchezze, al potere, agli onori e alle medaglie, ci si avvia alla Vita vera, dove l’uomo vecchio è sepolto e dove rinasce nuova creatura: morti con Cristo, vivremo con lui. Sapientemente Eckhart diceva che il cristiano deve saper perdere la propria vita per tre motivi: «Il primo è che io devo rinunciarvi nella misura in cui è mia, giacché in quanto è mia non è di Dio. In secondo luogo quando non è perfettamente fissa, radicata e riflessa in Dio... Infine quando l’anima ha il desiderio di se stessa... anziché di Dio, che le è assolutamente al di sopra. Perciò il Cristo dice: “Chi ama la propria vita la porterà alla perdizione”». Da ultimo, non va sottovalutato il «bicchiere d’acqua fresca», perché sarà materia d’esame nel giorno del Giudizio. Qualcuno ha detto: «Homo homini lupus» (L’uomo è per l’altro un lupo). E Jean-Paul Sartre (1905-1980), considerato il fondatore dell’esistenzialismo francese, ha aggiunto: «Gli altri sono l’inferno».
La Parola di Dio è di parere diverso e aggiunge semplicemente: gli altri sono Gesù.
Un’affermazione che non permette tagli o deroghe. O si amano tutti, o si perdonano tutti o si accolgono tutti, o non si può essere discepoli di colui che è morto per tutti. Solo la carità permetterà di varcare legittimamente il portone del Paradiso e se è chiuso non si pensi di trovare delle finestre aperte!

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
***  “Dio ti ha chiamato a seguirlo e quindi devi portare una croce dietro a Lui, sia quella che sia. Se ne fuggi una, incorri in un’altra più pesante... Questa è la Via più vera, più sicura e più breve che si possa percorrere, che lo stesso sommo Maestro di ogni verità ha trovato, Lui stesso l’ha percorsa e l’ha insegnata a noi” (Johannes Tauler, Divine Istituzioni, 4).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via,concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme. Per il nostro Signore Gesù Cristo…