IL PENSIERO DEL GIORNO

 19 Novembre 2017


Oggi Gesù ci dice: «Rimanete in me e io in voi, chi rimane in me porta molto frutto» (Gv 15,4a.5b ).  


Vangelo secondo Matteo 25,14-30: Molti credono che «la parabola dei talenti» faccia riferimento a Erode Archelao il quale era partito per Roma per ricevere il titolo di re della Giudea. Al di là di questa nota, l’insegnamento del racconto è molto chiaro. Gesù è l’uomo che intraprende il viaggio, i servi i credenti, i talenti il «patrimonio del padrone dato da amministrare in proporzione diverse “a ciascuno secondo le sue capacità”» (Clara Achille Cesarini). Non è degno del premio celeste chi non sente la responsabilità di far crescere il regno. L’inattività del servo malvagio, alla fine della vita, sarà giudicata con severità.


Benedetto Prete: Al  primo servo fedele ed attivo è dato anche il talento del servitore infingardo. Questo gesto del padrone scopre maggiormente il vero senso del racconto. Il servo attivo ha una grande ricompensa ed è associato sempre di più agli interessi del padrone. Secondo la prospettiva della parabola risulta che il servitore di Cristo riceve maggiore autorità e responsabilità nel governo del regno (cf. Lc 16,9-12). A chiunque ha, sarà dato ... a chi invece non ha, sarà tolto anche ciò che ha; il proverbio, espresso in forma paradossale, spiega la risoluzione del padrone di togliere il talento al servo infingardo per affidarlo a quello attivo (cf. 13,12); queste parole possono anche svelare un aspetto dell'economia divina nelle anime: Dio moltiplica le sue grazie a coloro che le apprezzano e sfruttano; le ritira invece da quelli che se ne mostrano indegni.
Sia gettato fuori, nelle tenebre; fuori dalla gioia e dalla luce della sala del convito celeste (cf. verss. 21, 23) vi è il luogo di condanna e di pena (cf. 8,12; 22,13). La parabola dei talenti, come le due precedenti, tratta del rendiconto che ciascuno deve dare a Dio al termine della vita.
Essa quindi non va applicata a ciò che avverrà alla fine dei tempi, ma al termine dellesistenza di ciascuno. I servitori rappresentano le anime alle quali Gesù affida il compito di far fruttificare i doni di natura e di grazia in ordine allo sviluppo del suo regno. Questi servi devono render conto del modo con il quale hanno impiegato e fruttificato i doni ricevuti da Dio al momento della morte e del giudizio particolare.


Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): Il talento non era propriamente una moneta, ma una unità contabile, che equivaleva pressappoco a cinquanta chili di argento.
In questa parabola il Signore ci insegna principalmente la necessità di corrispondere alla grazia con un atteggiamento coraggioso, esigente e costante per tutta la vita. Bisogna rendere produttivi tutti i doni di natura e di grazia ricevuti dal Signore. Ciò che conta non è il loro numero, ma la generosità nel farli fruttare. La vocazione cristiana non può essere occultata né resa sterile; al contrario, deve essere comunicativa, apostolica, diffusiva. «Tu invece bada a non perdere lefficacia e pertanto annienta il tuo egoismo. La tua vita per te? La tua vita è per Iddio. per il bene di tutti gli uomini. nellamore al Signore. Dissotterra il talento! Rendilo proficuo» (Amici di Dio, n. 47).
A un cristiano comune non può passare inosservato il fatto che Gesù abbia voluto spiegare la dottrina della corrispondenza alla grazia servendosi, come figura, del lavoro professionale degli uomini. Ciò facendo, il Signore non ci ricorda forse che la vocazione cristiana si dischiude in mezzo alle occupazioni ordinarie della vita? «Vi è una sola vita, fatta di carne e di spirito, ed è questa che deve essere - nellanima e nel corpo - santa e piena di Dio: questo Dio invisibile lo troviamo nelle cose più visibili e materiali.
«Non vi è altra strada, figli miei: o sappiamo trovare il Signore nella nostra vita ordinaria, o non lo troveremo mai» (Colloqui, 11.114).


Catechismo della Chiesa Cattolica

n. 1936 I talenti L’uomo, venendo al mondo, non dispone di tutto ciò che è necessario allo sviluppo della propria vita, corporale e spirituale. Ha bisogno degli altri. Si notano differenze legate all’età, alle capacità fisiche, alle attitudini intellettuali o morali, agli scambi di cui ciascuno ha potuto beneficiare, alla distribuzione delle ricchezze. I «talenti» non sono distribuiti in misura eguale.

n. 1880 I talenti arricchiscono l’identità dell’uomo: Una società è un insieme di persone legate in modo organico da un principio di unità che supera ognuna di loro. Assemblea insieme visibile e spirituale, una società dura nel tempo: è erede del passato e prepara l’avvenire. Grazie ad essa, ogni uomo è costituito «erede», riceve dei «talenti» che arricchiscono la sua identità e che sono da far fruttificare. Giustamente, ciascuno deve dedizione alle comunità di cui fa parte e rispetto alle autorità incaricate del bene comune.


Un uomo partendo... - Decodificare il testo evangelico è molto facile. I talenti non sono le buone qualità o le virtù dei credenti, ma i beni, «i misteri del Regno» (Mt 13,11), che il padrone dà da amministrare ai suoi servi secondo le loro capacità. L’«uomo» è Cristo che, ormai prossimo alla morte, lascia agli Apostoli, e quindi alla Chiesa, il suo patrimonio per riscuotere, al suo ritorno, i frutti prodotti dalla operosità di ciascuno. Il ritorno non è soltanto quello ultimo della fine dei tempi, ma anche quello del rendiconto individuale alla morte di ciascun discepolo. Al ritorno del padrone, dopo la resa dei conti, il giudizio divino sarà senza sconti. I servi sono i cristiani, in modo particolare quelli che hanno compiti di responsabilità nella comunità cristiana, o tutti gli uomini di buona volontà chiamati a lavorare indefessamente per la crescita del Regno di Dio. I servi devono attendere il ritorno del Signore trafficando i talenti ricevuti e il premio della fedeltà consisterà in un incarico di maggiore responsabilità. L’ammissione nella gioia del Signore significa che il servo entrerà in una perfetta comunione di vita con il suo padrone.
Il padrone non dà comandi, lascia tutto il suo patrimonio alla libera iniziativa dei servi, «secondo le capacità di ciascuno». Il Signore Dio nel consegnare agli uomini i suoi beni non li costringe ad operare secondo schemi già prestabiliti, ma li lascia liberi di trovare i modi per metterli in pratica, per trafficarli, per incrementarli. Così per quel bene grande e prezioso che è la sua Parola. Affidata come inviolabile deposito alla Chiesa è custodita quando è trafficata, cioè messa in pratica; quando viene annunciata senza timore, con grande franchezza e non quando se ne fa un tesoro nascosto.
Come risulta chiaramente dal testo, tutta la parabola si concentra sul comportamento del terzo servo: quello che nasconde il talento sotto terra e per questo viene rimproverato e condannato dal padrone. Trafficare i talenti comporta dei rischi, il rischio di bruciare in operazioni commerciali tutto il patrimonio ricevuto in affidamento, ma vi è la possibilità di accrescerlo. Con i doni di Dio bisogna rischiare. Il servo infingardo non ha perso nulla, ma non ha guadagnato nulla. Poteva depositarlo in banca e ritirare a tempo debito gli interessi. Una precauzione che l’avrebbe messo al riparo dall’ira del suo padrone. Il fatto paradossale del servo pigro che viene spogliato dell’unico talento e dato a chi ne aveva dieci «indica che i poteri conferiti ai discepoli aumentano quando sono esercitati bene e diminuiscono quando non lo sono. Il castigo per questo tipo di infedeltà è severo quanto quello inflitto per mancanze più positive; è l’espulsione nelle tenebre esteriori» (John L. MacKenzie).
La «parabola dei talenti» sembra suggerire che la non risposta ai doni di Dio sia dettata dalla paura. È come se l’uomo avesse paura di Dio. Come, in un Giardino, si era nascosto dietro una siepe perché si era scoperto nudo, così, ora, nasconde sotto terra i semi della salvezza: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo» (Mt 25,24-25). Ma forse nasconde i doni di Dio sotto terra perché non diventino Parole di Dio che possano parlare al suo cuore, alla sua mente e sopra tutto alla sua coscienza. La possibilità che il seme diventi Parola di Dio ha scatenato nel servo infingardo, tardo di mente e di cuore, la paura, la paura di Dio. Così, la paura ha finito per paralizzare, complessare, bloccare il servo malvagio. La paura della reazione del padrone esigente ha ucciso la sua semplicità, la sua purezza, la sua creatività... un vero e proprio suicidio: «... gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi» (Mt 27,5). La paura ha impedito al servo dell’unico talento di fare il calcolo delle probabilità e lo ha bloccato nell’immobilismo fissandolo per sempre in una eternità buia senza luce, salato col fuoco (Cf. Mc 9,49), dov’è pianto e stridore di denti.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
****  Non vi è altra strada, figli miei: o sappiamo trovare il Signore nella nostra vita ordinaria, o non lo troveremo mai.
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Padre, che affidi alle mani dell’uomo tutti i beni della creazione e della grazia, fa’ che la nostra buona volontà moltiplichi i frutti della tua provvidenza; rendici sempre operosi e vigilanti in attesa del tuo giorno, nella speranza di sentirci chiamare servi buoni e fedeli, e così entrare nella gioia del tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


IL PENSIERO DEL GIORNO


18 Novembre 2017


Oggi Gesù ci dice: «Dio farà giustizia ai suoi eletti che gridano verso di lui» (Vangelo).  


Vangelo secondo Luca 18,1-8: La parabola è facile da comprendere: se persino l’uomo più iniquo cede di fronte ad una supplica incessante, Dio, che è buono, non ascolterà e salverà prontamente chi lo invoca? Ma non si confonda la giustizia umana con quella di Dio. L’agire di Dio è molto diverso da quello umano.


Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? - Prima di entrare nei dettagli bisogna ricordare che il racconto lucano è una parabola e che «la parabola è una storia che sovente comprende alcuni dati umoristici con lo scopo di far risaltare un’idea fondamentale. Bisognerà perciò stare attenti a non architettare teorie sulla base di un solo dettaglio. Che il giudice di questa parabola sia un disonesto è provocante, ma ciò non ha nulla a che vedere con Dio» (I Quattro Vangeli Commentati, ELLEDICI).
Il brano lucano va posto nel suo contesto e cioè tra il diciassettesimo e il ventunesimo capitolo che sono dominati da una domanda insistentemente posta a Gesù: «Quando verrà il Regno di Dio?» (Lc 17,20). La risposta di Gesù non lascia spazio a dubbie interpretazioni: il «Regno di Dio in parte è già presente, in parte deve ancora venire. Nel suo primo stadio, il regno “è già in mezzo a voi”; nel suo secondo stadio esso verrà di sorpresa. Nel tempo intermedio i credenti devono cooperare al suo avvento e perseverare nella preghiera» (Adrian Schenker - Rosario Scognamiglio).
La parabola odierna si inserisce in questa cornice di tempo intermedio, che spiega così la domanda finale, apparentemente senza alcun nesso immediato con la parabola: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
Il fine della parabola poi è abbastanza chiaro: Gesù vuole insegnare ai suoi discepoli la necessità di «pregare sempre, senza stancarsi mai» e di attendere con perseveranza il suo ritorno perché Egli certamente ritornerà come giudice degli uomini.
Luca ama soffermarsi sulla preghiera di Gesù: è l’orante perfetto in continua comunione di amore con il Padre. Gesù prega sopra tutto nei momenti più importanti della sua vita: è orante nelle acque del Giordano (Lc 3,21); è orante sul monte Tabor (Lc 9,28); prega prima di compiere il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Lc 9,16); prega nel Cenacolo quando istituisce l’Eucarestia (Lc 22,19-20); prega prima di consegnarsi alla sua beata Passione (Lc 22,39-46); confitto sulla croce prega per i suoi aguzzini (Lc 23,34); muore pregan­do: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46).
La vedova fa parte degli anawim, i poveri di Dio.
Spesso abbandonati alla loro sorte vengono maltrattati, vessati, derubati. Un’accusa mossa ai Farisei è proprio quella di divorare le case delle vedove (Lc 20,47) con pretestuosi e interessati consigli.
Nonostante che la legge ammonisse i giudici ad emettere giuste sentenze (Cf. Dt 16,18), nella prassi contavano molto le regalie e le influenze degli amici potenti. La sentenza iniqua che condannò Nabot alla lapidazione fu confezionata solo per soddisfare i capricci del re Acab e della regina Gezabele (Cf. 1Re 21,1-16). Anna, Caifa e compagni di congrega si serviranno di falsi testimoni per emettere la sentenza di morte che porterà sulla croce il Figlio di Dio (Cf. Mt 26,60-61).
Che il giudice sia iniquo quindi non sorprende chi ascolta la parabola, la sorpresa sta nel fatto che alla fine il giudice, pur consapevole della sua empietà e del suo disprezzo verso il prossimo, si arrenda alle suppliche della vedova. Una manovra meschina pensata unicamente per liberarsi delle noiose insistenze della donna.
Che le istanze fossero veramente insistenti a suggerirlo è il verbo che Luca usa: hypopiazo, alla lettera «sbattere sotto gli occhi».
Nel commentare la parabola, Gesù mette in evidenza il punto focale del racconto: se quel giudice disonesto e crudele accondiscese ad aiutare una povera vedova unicamente per togliersela di torno, come potrebbe Dio, buono, «ricco di misericordia» (Ef 2,4), non aiutare i suoi eletti che si rivolgono a lui «giorno e notte» con grande fede?
Un’altra grande differenza tra i due attori principali della parabola sta nel loro intervenire: il giudice per la sua iniquità ha obbligato la vedova ad attendere penosamente la sentenza, Dio che è buono (Cf. Lc 18,19) invece interverrà prontamente.
Rifacendoci sempre alla lingua greca, l’espressione corrispondente all’avverbio prontamente può significare sia la prontezza di Dio, sia improvvisamente, di sorpresa: in tal caso il monito che Gesù rivolge al suo uditorio - Dio farà loro giustizia prontamente - assume una valenza preziosissima: è un’incitazione all’attesa e alla vigilanza escatologica: «Sì, vieni presto, Gesù!» (Cf. Ap 22,20).
Se vale quest’ultima lettura, allora si comprende nel suo significato più genuino la domanda di Gesù «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Negli ultimi tempi la fede avrà vita difficile, ma sarà salvato chi vigila nella preghiera con spirito pentito e umile.


Il giudizio nei Vangeli XAVIER LEON-DUFOUR (Giudizio, Dizionario di Teologia Biblica - Marietti): 1. Nei sinottici, la predicazione di Gesù si riferisce frequentemente al giudizio dell’ultimo giorno. Allora tutti gli uomini dovranno rendere conto (Cf. Mt 25,14-30).
Una condanna rigorosa attende gli scribi ipocriti (Mc 12,40 par.), le città del lago che non hanno ascoltato la predicazione di Gesù (Mt 11,20-24), la generazione incredula che non si è convertita alla sua voce (12,39-42), le città che non accoglieranno i suoi inviati (10,14s). Il giudizio di Sodoma e Gomorra non sarà nulla in confronto al loro (10,23s); essi subiranno il giudizio della Geenna (23,33). Questi insegnamenti pieni di minacce mettono in rilievo la motivazione principale del giudizio divino: l’atteggiamento assunto dagli uomini di fronte al vangelo. L’atteggiamento verso il prossimo conterà altrettanto: secondo la legge mosaica, ogni omicida era passibile di tribunale umano; secondo la legge evangelica, occorrerà molto meno per essere passibili della Geenna (Mt 5,21s)! Bisognerà rendere conto di ogni calunnia (12,36). Si sarà giudicati con la stessa misura che si sarà applicata al prossimo (7,1-5). Ed il quadro di queste assise solenni, in cui il figlio dell’uomo funzionerà da giustiziere (25,31-46), mostra gli uomini accolti nel regno o consegnati alla pena eterna, secondo l’amore o l’indifferenza che avranno dimostrato verso il prossimo.
C’è tuttavia un delitto che, più di qualunque altro, chiama il giudizio divino. È quello con cui l’incredulità umana ha raggiunto il colmo della malizia in un simulacro di giudizio legale: il processo e la condanna a morte di Gesù (Mc 14,63 par.; Cf. Lc 24,20; Atti 13,28). Durante questo giudizio iniquo, Gesù si è rimesso a colui che giudica con giustizia (1Piet 2,23); quindi Dio, risuscitandolo, lo ha ristabilito nei suoi diritti. Ma l’esecuzione di questa sentenza ingiusta ha richiesto, in cambio, una sentenza di Dio contro l’umanità colpevole. È sintomatico il fatto che la cornice, in cui il vangelo di Matteo colloca la morte di Gesù, coincide con lo scenario tradizionale del giudizio nell’escatologia del Vecchio Testamento (Mt 27,45.51ss). La morte di Gesù è quindi il momento in cui il mondo è giudicato; la storia successiva, fino all’ultimo giorno, non farà che esplicitare questa sentenza. Essa, secondo la testimonianza di Gesù stesso, colpirà dapprima «coloro che sono in Giudea», i primi colpevoli (24,15ss par.); ma questo non sarà che un preludio ed un segno, che annunzierà l’avvento finale del figlio dell’uomo, giudice del grande giorno (24,29ss). Il condannato della passione, vittima del peccato del mondo, pronunzierà allora contro il mondo peccatore una condanna clamorosa.
2. Il vangelo di Giovanni sviluppa questa teologia insistendo sulla attualizzazione del giudizio entro la storia, a partire dal tempo di Gesù. Non ignora che Gesù, come figlio dell’uomo, è stato stabilito dal Padre giudice dell’ultimo giorno (Gv 5,26-30).
Ma, di fatto, il giudizio si realizza fin dal momento in cui il Padre manda il Figlio suo nel mondo. Non già che egli sia mandato per giudicare il mondo: al contrario, viene per salvarlo (3,17). Ma, secondo l’atteggiamento che ciascuno assume nei suoi confronti, il giudizio si compie subito: chi crede non sarà giudicato, chi non crede è già giudicato perché ha rifiutato la luce (3,18ss). Quindi il giudizio non è tanto una sentenza divina, quanto una rivelazione del segreto dei cuori umani. Coloro le cui opere sono malvagie preferiscono le tenebre alla luce (3,19s), e Dio non ha che da lasciare che questi uomini superbi, che si vantano di vederci chiaro, si accechino; quanto agli altri, Gesù viene a guarire i loro occhi (9,39), affinché, operando nella verità, essi vengano alla luce (3,21). Il giudizio finale non farà altro che manifestare pubblicamente questa distinzione operata fin d’ora nel segreto dei cuori. Giovanni non è meno attento al significato del processo e della morte di Gesù. In lui il processo dura quanto lo stesso ministero, e Gesù invano si sforza di portare i Giudei, proseliti di Satana e del mondo malvagio, a «giudicare con equità» (7,24).
Di fatto, egli sarà consegnato a Pilato per essere condannato a morte (19,12-16). Ma la morte di Gesù significherà il giudizio del mondo e la sconfitta di Satana (12,31), come se la sua elevazione sulla croce anticipasse in certo modo il suo ritorno glorioso come figlio dell’uomo. A partire da questo momento egli potrà mandare ai suoi lo Spirito: il Paraclito confonderà in modo permanente il mondo, attestando che il suo principe è già giudicato, cioè condannato (16,8.11). Questo è il modo in cui si realizza il giudizio escatologico annunziato dai profeti: a partire dal tempo di Cristo esso è un fatto già acquisito, costantemente presente, di cui si attende soltanto la consumazione finale.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
****  Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: Dio grande e misericordioso, allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te, perché, nella serenità del corpo e dello spirito, possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


IL PENSIERO DEL GIORNO


17 Novembre 2017


Oggi Gesù ci dice: «Venite, benedetti del Padre mio, ero malato e mi avete visitato. In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,34.36.40 - Antifona).  


Vangelo secondo Luca 17,27-35:Continuando il tema iniziato ieri, Gesù parla del «giorno del Figlio dell’uomo», cioè della sua ultima venuta. Luca, a differenza di Matteo e Marco, ha mantenuto separate due tradizioni orali primitive, che si riferiscono una alla caduta di Gerusalemme e l’altra alla fine del mondo, quando avverrà il ritorno glorioso di Cristo come signore e giudice. Ritorno che i sinottici indicano con l’espressione profetica e veterotestamentaria «giorno del Figlio dell’uomo» e san Paolo chiama «parusia», termine ellenistico.
Il testo evangelico di oggi sottolinea un aspetto di quel giorno: il giudizio, la cui caratteristica è la sorpresa delle cose inaspettate. Per esprimere questo concetto, Gesù usa due paragoni storici. Come la gente viveva senza preoccuparsi della fine che l’attendeva, con il diluvio al tempo di Noè, e con la distruzione di Sodoma al tempo di Lot, così avverrà nel giorno del Figlio dell’uomo.
Come allora, anche oggi gli uomini vivono immersi nelle realtà temporali che assorbono completamente la loro attenzione: sostentamento quotidiano, famiglia, affari, denaro e piacere. Dio è assente dal loro orizzonte, ma un giorno si manifesterà all’improvviso con il suo giudizio. Allora sarà chiaro il vero valore dell’esistenza umana e, soprattutto, ciò che giace in fondo a ognuno e alla sua condotta. Fino al punto che sarà molto diversa la sorte di quelli che vivono e lavorano insieme, dividendo le stesse preoccupazioni, ma non gli stessi atteggiamenti davanti a Dio” (Basilio Caballero, La Parola per ogni giorno).


Dove, Signore? - Benedetto Prete (Vangelo secondo Luca): Non si vede con chiarezza a che cosa voglia alludere questa domanda dei discepoli - riferita soltanto da Luca - la quale, con molta probabilità, è qui inserita dall’evangelista per offrire un contesto opportuno a una risposta data da Gesù e riferita subito dopo; la domanda infatti giunge inattesa nel racconto. I discepoli desiderano sapere dove avverrà il giudizio, oppure dove saranno raccolti gli eletti; queste in breve sono le due spiegazioni più probabili indicate dagli esegeti. Dove (sarà) il corpo, ivi pure si raccoglieranno gli avvoltoi; la risposta ha il tono di un detto proverbiale a cui il Maestro ricorre per illustrare il suo pensiero. L’immagine tuttavia rimane imprecisa, poiché essa costituisce un semplice paragone, anche se maestoso ed espressivo, non già un’affermazione fatta con termini chiari e diretti. La proposizione non può essere intesa in modo allegorico, come se il corpo indicasse Gesù stesso e gli avvoltoi, i discepoli o gli uomini in genere. Con tale risposta il Maestro indica in modo vago dove si avrà il giudizio; in questo caso il detto va parafrasato nel modo seguente: in qualunque luogo si troveranno gli uomini, là si avrà anche il giudizio; oppure se si preferisce mantenere un parallelismo tra l’insegnamento e la superba immagine usata dal Maestro si può cosi spiegare il testo: nel giorno della venuta gloriosa di Gesù, il giudizio verrà compiuto improrogabilmente - per cosi dire il giudizio piomberà inesorabilmente sugli uomini in qualunque luogo essi si troveranno - come avviene di uno stormo di avvoltoi che, appena avvistato un cadavere, si calano con rapido volo su di esso. Altri invece nella stessa immagine preferiscono vedere un’indicazione del modo con il quale gli eletti si raccoglieranno intorno a Cristo glorioso; la risposta del Maestro, in questo secondo caso, assume quest’altro senso: come gli avvoltoi si precipitano sul luogo dove hanno avvistato un cadavere, cosi gli eletti si raccoglieranno rapidamente intorno al Figlio dell’uomo, quando questi, al termine del tempo, ritornerà con tutta la sua gloria e potenza.
Questa seconda interpretazione può essere parzialmente chiarita con l’immagine di S. Paolo quando afferma che nel giorno della parusia, gli eletti, portati dalle nubi, andranno incontro al signore per stare perennemente con lui cf 1Ts 4,17). Il corpo indica qui il cadavere di un animale; Matteo dice apertamente «cadavere» nel testo parallelo (cfr. Mt 24,28). Gli avvoltoi, la Volgata traduce con  «aquile»; è meglio pensare ad avvoltoi che volano a stormi e sono comuni in Palestina.


Attendere con pazienza la venuta di Gesù Cristo - Partecipazione dei laici alla funzione profetica del Cristo: Lumen gentium 35: Cristo, il grande profeta, il quale con la testimonianza della sua vita e con la potenza della sua parola ha proclamato il regno del Padre, adempie il suo ufficio profetico fino alla piena manifestazione della gloria, non solo per mezzo della gerarchia, che insegna in nome e con la potestà di lui, ma anche per mezzo dei laici, che perciò costituisce suoi testimoni provvedendoli del senso della fede e della grazia della parola (cfr. At 2,17-18; Ap 19,10), perché la forza del Vangelo risplenda nella vita quotidiana, familiare e sociale. Essi si mostrano figli della promessa quando, forti nella fede e nella speranza, mettono a profitto il tempo presente (cfr. Ef 5,16; Col 4,5) e con pazienza aspettano la gloria futura (cfr. Rm 8,25). E questa speranza non devono nasconderla nel segreto del loro cuore, ma con una continua conversione e lotta «contro i dominatori di questo mondo tenebroso e contro gli spiriti maligni» (Ef 6,12), devono esprimerla anche attraverso le strutture della vita secolare.
Come i sacramenti della nuova legge, alimento della vita e dell’apostolato dei fedeli, prefigurano un cielo nuovo e una nuova terra (cfr. Ap 21,1), così i laici diventano araldi efficaci della fede in ciò che si spera (cfr. Eb 11,1), se senza incertezze congiungono a una vita di fede la professione di questa stessa fede. Questa evangelizzazione o annunzio di Cristo fatto con la testimonianza della vita e con la parola acquista una certa nota specifica e una particolare efficacia dal fatto che viene compiuta nelle comuni condizioni del secolo.
In questo ordine di funzioni appare di grande valore quello stato di vita che è santificato da uno speciale sacramento: la vita matrimoniale e familiare. L’esercizio e scuola per eccellenza di apostolato dei laici si ha là dove la religione cristiana permea tutta l’organizzazione della vita e ogni giorno più la trasforma. Là i coniugi hanno la propria vocazione: essere l’uno all’altro e ai figli testimoni della fede e dell’amore di Cristo. La famiglia cristiana proclama ad alta voce allo stesso tempo le virtù presenti del regno di Dio e la speranza della vita beata. Così, col suo esempio e con la sua testimonianza, accusa il mondo di peccato e illumina quelli che cercano la verità.
I laici quindi, anche quando sono occupati in cure temporali, possono e devono esercitare una preziosa azione per l’evangelizzazione del mondo. Alcuni di loro, in mancanza di sacri ministri o essendo questi impediti in regime di persecuzione, suppliscono alcuni uffici sacri secondo le proprie possibilità; altri, più numerosi, spendono tutte le loro forze nel lavoro apostolico: bisogna tuttavia che tutti cooperino all’estensione e al progresso del regno di Cristo nel mondo. Perciò i laici si applichino con diligenza all’approfondimento della verità rivelata e domandino insistentemente a Dio il dono della sapienza.


“Dio infatti non ci ha destinati alla sua ira, ma ad ottenere la salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Egli è morto per noi perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. Perciò confortatevi a vicenda e siate di aiuto gli uni agli altri, come già fate” (1Ts 5,9-11) - Settimio Cipriani (Le Lettere di Paolo): Il timore dell’ultimo giorno non deve perciò fiaccare le speranze del cristiano, irrigidendolo in un clima di trepidante timore al pensiero della «collera» di Dio (v. 9). Cristo-Giudice non cessa di essere Cristo-Redentore, che «è morto per noi» perché «viviamo insieme con lui» (v. 10) per l’eternità (cfr. Fil. l,23). Tutto preso dal brivido di questa idea, l’Apostolo non desidera più neppure di non morire: «Sia che vigiliamo (non in senso morale come al v. 6, ma in senso fisico: essere vivo) sia che dormiamo», l’importante è «vivere» sempre con Cristo (v. 10) nella intimità del suo amore e nella luce della sua grazia. Ecco un motivo più che sufficiente di consolazione e di edificazione (v. 11).
Anche la trepidazione per l’ultimo giorno si converte dunque per il cristiano in una gioia serena e letificante.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Dei Verbum 4: L’economia cristiana in quanto è l’alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non si dovrà attendere alcuna nuova rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cf. ITm 6,14 e Tt 2,13).
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che a sant’Elisabetta hai dato la grazia di riconoscere e onorare Cristo nei poveri, concedi anche a noi, per sua intercessione, di servire con instancabile carità coloro che si trovano nella sofferenza e nel bisogno. Per il nostro Signore Gesù Cristo.


IL PENSIERO DEL GIORNO

16 Novembre 2017


Oggi Gesù ci dice: «Io sono la vite, voi i tralci, dice il Signore; chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto» (Gv 15,15 - Acclamazione al Vangelo).  


Vangelo secondo Luca 17,20-25: I farisei vogliono sapere quando verrà il regno di Dio. Gesù risponde loro che il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione. Il regno di Dio è già in mezzo a loro in modo misterioso, nascosto agli occhi degli uomini. Sarà luminoso, palese a tutti gli uomini alla fine dei tempi. Allo stesso modo sarà la venuta del Figlio dell’uomo, ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato dalla sua generazione.


Figlio dell’uomo - Piccolo Dizionario Biblico (Edizioni Paoline): Nell’ebraico si usa spesso nel senso di «uomo» (cfr. p. es. Is 51,12). In Dn 7,13s si chiama figlio dell’uomo un personaggio che riceve da Dio la signoria. Nell’attuale contesto di Daniele, figlio dell’uomo significa sicuramente il popolo di Israele. È molto discusso come si sia giunti a questa espressione: l’autore ha pensato all’uomo primordiale, ad un angelo, ad un altro essere celeste? L’immagine del figlio dell’uomo viene ripetuta in alcuni pseudoepigrafi o apocrifi; non sembra che essa sia stata di uso comune. Anche nel Nuovo Testamento ci sono dei passi in cui figlio dell’uomo, significa solo «uomo» (per esempio Eb 2,6). Secondo i vangeli «figlio dell’uomo» è stato soprattutto il modo con cui Gesù stesso si è qualificato (per esempio Mt 8,20). Nei passi in cui ricorre l’espressione figlio dell’uomo per lo più si distinguono: parole che esprimono la forza ed il potere di Gesù (per esempio sul sabato, Mc 2,28); parole che esprimono le sofferenze e la passione di Gesù (per esempio Mc 9,31; Mt 8,20; cfr. Lc 6,22); parole che si riferiscono alla parusia (per esempio Mc 13,26). L’interpretazione dell’espressione figlio dell’uomo deve tener conto di tutti questi usi; perciò non sembra giusta la spiegazione per la quale figlio dell’uomo significa «io». Genericamente parlando, si danno i seguenti tipi d’interpretazione: 1) L’espressione figlio dell’uomo non proviene da Gesù stesso, ma dalle comunità primitive; in questo caso resta aperta la questione per sapere che cosa esse con ciò volessero esprimere. 2) La maggior parte delle parole riguardanti il figlio dell’uomo sono autentiche di Gesù. Egli voleva cosi esprimere la sua idea messianica (trionfo e passione), cioè che egli era umanamente debole, eppure potente. 3) Le parole riguardanti il figlio dell’uomo presente provengono da Gesù, quelle riguardanti il figlio dell’uomo che deve venire sono post-pasquali. 4) Gesù non parla di se stesso, ma di un altro. Le comunità identificano però con quest’altro il Signore glorificato e immettono l’espressione figlio dell’uomo anche in altre parole che provengono da Gesù. La seconda di queste quattro opinioni sembra la più plausibile. Naturalmente essa riguarda solo la maggioranza dei passi: alcuni di essi possono essere stati riformulati dalle comunità


Il Figlio dell’uomo: Giovanni Paolo (Udienza Generale, 29 aprile 1987): Quando Gesù chiama se stesso “Figlio dell’uomo” usa un’espressione proveniente dalla tradizione canonica dell’Antico Testamento e presente anche negli apocrifi giudaici. Occorre però notare che l’espressione “Figlio dell’uomo” (ben-adam) era diventata nell’aramaico dei tempi di Gesù un’espressione indicante semplicemente “uomo” (“bar-enas”). Gesù, perciò, chiamando se stesso “figlio dell’uomo”, riuscì quasi a nascondere dietro il velo del significato comune il significato messianico che la parola aveva nell’insegnamento profetico. Non a caso, tuttavia, se enunciazioni sul “Figlio dell’uomo” appaiono specialmente nel contesto della vita terrena e della passione di Cristo, non ne mancano anche in riferimento alla sua elevazione escatologica.


Il regno di Dio è il suo potere universale e la sua provvidenza - Catechismo Tridentino 381: Il senso ... più comune di Regno di Dio che ricorre di frequente nella sacra Scrittura, è quello che non solo indica il potere di Dio su tutti gli uomini e le cose, ma anche la provvidenza che tutto regola e governa: Nelle sue mani, dice il Profeta, tiene la terra in tutta la sua estensione (Sal 94,4). E in questa estensione è compreso tutto ciò che, nascosto nelle profondità della terra e in tutte le parti del creato, si tiene celato a noi. Ciò intendeva Mardocheo quando diceva: Signore, Signore, re onnipotente, tutte le cose sono poste sotto la tua signoria, e non v’è chi possa opporsi alla tua volontà; sei tu Signore di tutti e non v’è chi possa resistere alla tua maestà (Est 13,9).
Con le parole Regno di Dio s’intende ancora la provvidenza particolare con cui Dio custodisce e vigila sugli uomini pii e i santi; provvidenza e cura esimia, per le quali David disse: Poiché Dio mi governa, nulla mi potrà mancare (Sal 22; Sal 1), ed Isaia: Il Signore è nostro re: egli ci salverà (Is 33,22).


Rapporti tra progresso terreno e sviluppo del regno di Dio  - Gaudium et spes 39: Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità e non sappiamo in che modo sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo però dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini .
Allora, vinta la morte, i figli di Dio saranno risuscitati in Cristo, e ciò che fu seminato in infermità e corruzione rivestirà l’incorruttibilità; resterà la carità coi suoi frutti, e sarà liberata dalla schiavitù della vanità tutta quella realtà che Dio ha creato appunto per l’uomo.
Certo, siamo avvertiti che niente giova all’uomo se guadagna il mondo intero ma perde se stesso. Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo della umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione, che adombra il mondo nuovo.
Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, tale progresso, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, è di grande importanza per il regno di Dio. Ed infatti quei valori, quali la dignità dell’uomo, la comunione fraterna e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre «il regno eterno ed universale: che è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace».
Qui sulla terra il regno è già presente, in mistero; ma con la venuta del Signore, giungerà a perfezione.


L’accesso degli uomini al regno - Pierre Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): Il regno è il dono di Dio per eccellenza, il valore essenziale che bisogna acquistare a prezzo di tutto ciò che si possiede (Mt 13,44ss). Ma per riceverlo, bisogna soddisfare a talune condizioni. Non già che esso possa mai essere considerato come una mercede dovuta per giustizia: Dio assolda liberamente gli uomini nella sua vigna e dà ai suoi operai ciò che gli piace dare (Mt 20,1-16). Tuttavia, se tutto è grazia, gli uomini devono rispondere alla grazia: i peccatori induriti nel male «non erediteranno il regno di Cristo e di Dio» (1Cor 6,9s; Gal 5,21; Ef 5,5; cfr. Ap 22,14s). Un animo di povero (Mt 5,3 par.), un atteggiamento di bambino (Mt 18,1-4 par.; 19,14), una ricerca attiva del regno e della sua giustizia (Mt 6,33), la sopportazione delle persecuzioni (Mt 5,10 par.; At 14,22; 2Ts 1,5), il sacrificio di tutto ciò che si possiede (Mt 13,44ss; cfr. 19,23par.), una perfezione maggiore di quella dei farisei (Mt 5,20), in una parola il compimento della volontà del Padre (Mt 7,21), specialmente in materia di carità fraterna (Mt 25,34): tutto ciò è richiesto a chi vuol entrare nel regno ed infine ereditarlo. Infatti, se tutti vi sono chiamati, non tutti saranno eletti: il convitato, che non ha la veste nuziale, sarà cacciato fuori (Mt 22,11-14). All’inizio è richiesta una conversione (cfr. Mt 18,3), una nuova nascita, senza la quale non si può «vedere il regno di Dio» (Gv 3,3ss). L’appartenenza al popolo giudaico non è più una condizione necessaria come nel Antico Testamento: «Molti verranno dall’Oriente e dall’Occidente e siederanno a mensa nel regno dei cieli, mentre i sudditi del regno saranno gettati fuori...» (Mt 8,11s par.). Prospettiva di giudizio, che talune parabole presentano in una forma concreta: separazione della zizzania e del buon grano (Mt 13, 24-30), scelta dei pesci (Mt 13,47-50), resa dei conti (Mt 20,8-15; 25,15-30); tutto ciò costituisce una esigenza di vigilanza (Mt 25,1-13).


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Gesù invita a far parte del Regno di Dio tutti gli uomini. Anche il peggior peccatore è chiamato a convertirsi e ad accettare l’infinita misericordia del Padre. Il Regno appartiene, già qui sulla terra, a coloro che lo accolgono con cuore umile. È ad essi che sono rivelati i suoi Misteri (Compendio Catechismo della Chiesa Cattolica 107).
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: Dio grande e misericordioso, allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te, perché, nella serenità del corpo e dello spirito, possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio. Per il nostro Signore Gesù Cristo.


IL PENSIERO DEL GIORNO
  
15 Novembre 2017


Oggi Gesù ci dice: «In ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio» (1Ts 5,18 - Acclamazione al Vangelo).  


Vangelo secondo Luca 17,11-19: La guarigione dei dieci lebbrosi e l’ingratitudine dei nove giudei mettono in risalto la durezza di cuore del popolo ebreo che non vuole accogliere il Messia. Israele, rifiutando il Cristo, rifiuta ogni dono che viene dall’alto autoescludendosi in questo modo dalla salvezza.


Hugues Cousin (Vangelo di Luca): Per la terza volta, viene a scandire il racconto un ritornello sul viaggio di Gesù verso Gerusalemme (v. 11).
Invece di proseguire il cammino verso sud, Gesù sembra deviare verso est, tra la Galilea e la Samaria, per rag­giungere la valle del Giordano. La precisazione serve a giustificare la presenza di un samaritano in un gruppo di lebbrosi giudei.
Il racconto della guarigione propriamente detto (vv. 12-14) è breve ed è simile a quello di 5,12-16, dove Gesù si è trovato per la prima volta davanti a uno di quei «paria» esclusi dalla comunità. Certo, qui essi non si getta­no ai suoi piedi, ma salutano Gesù come «maestro»: è così che lo chiamano i discepoli. Gli rivolgono una sup­plica, senza chiedere esplicitamente la guarigione (cfr. 5,12) né l’elemosina. Gesù li manda dai sacerdoti che, secondo la legislazione di Lv 14,2ss, devono constatare la guarigione. Gesù, tuttavia, non compie alcun gesto di guarigione e quindi la purificazione non è istantanea (cfr. 5,13). Seguendo le istruzioni di Gesù, i dieci uomini danno quindi prova di fiducia, di una fede che contrasta con quella del comandante dell’esercito siriano Naaman (cfr. 4,27) che inizialmente aveva rifiutato di compiere quello che gli prescriveva il profeta Eliseo (2Re 5,10-12). Ed ecco che, a distanza, avviene la guarigione.


Catechismo della Chiesa Cattolica

I segni del regno di Dio

547 Gesù accompagna le sue parole con numerosi «miracoli, prodigi e segni» (At 2,22), i quali manifestano che in lui il Regno è presente. Attestano che Gesù è il Messia annunziato.

548 I segni compiuti da Gesù testimoniano che il Padre lo ha mandato. Essi sollecitano a credere in lui. A coloro che gli si rivolgono con fede egli concede ciò che domandano. Allora i miracoli rendono più salda la fede in colui che compie le opere del Padre suo: testimoniano che egli è il Figlio di Dio. Ma possono anche essere motivo di scandalo. Non mirano a soddisfare la curiosità e i desideri di qualcosa di magico. Nonostante i suoi miracoli tanto evidenti, Gesù è rifiutato da alcuni; lo si accusa perfino di agire per mezzo dei demoni. 

549 Liberando alcuni uomini dai mali terreni della fame, dell’ingiustizia, della malattia e della morte, Gesù ha posto dei segni messianici; egli non è venuto tuttavia per eliminare tutti i mali di quaggiù, ma per liberare gli uomini dalla più grave delle schiavitù: quella del peccato,  che li ostacola nella loro vocazione di figli di Dio e causa tutti i loro asservimenti umani.

550 La venuta del regno di Dio è la sconfitta del regno di Satana: «Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio» (Mt 12,28). Gli esorcismi di Gesù liberano alcuni uomini dal tormento dei demoni. Anticipano la grande vittoria di Gesù sul «principe di questo mondo». Il regno di Dio sarà definitivamente stabilito per mezzo della croce di Cristo: «Regnavit a ligno Deus - Dio regnò dalla croce».


Catechismo degli Adulti

Storicità dei miracoli

192 Nella Chiesa delle origini i miracoli accompagnano normalmente la diffusione del vangelo e sostengono l’attività missionaria. Tuttavia non vengono sopravvalutati; rimangono in secondo piano rispetto alla vita nuova, alla santità. Gli stessi miracoli compiuti da Gesù durante la vita pubblica vengono narrati con sorprendente sobrietà. È un indizio di autenticità storica. Di indizi ve ne sono anche altri e molto solidi: le numerose sentenze evangeliche, assai antiche e attendibili, che menzionano l’attività taumaturgica di Gesù e il suo significato; le varie controversie con i farisei, che presuppongono guarigioni miracolose effettivamente compiute; le manifestazioni di entusiasmo da parte della gente, altrimenti inspiegabili; l’elevato numero di miracoli ricordati nei quattro Vangeli, globalmente nei sommari e distintamente in una trentina di episodi. Tutta la narrazione evangelica viene meno se si tolgono i racconti dei miracoli. Perfino una fonte ebraica menziona l’attività taumaturgica di Gesù, ricordando che fu giustiziato perché «ha praticato magia e ha sedotto Israele».


Il miracolo e la scienza

193 Del resto, miracoli nel nome di Gesù avvengono nella storia della Chiesa fino ai nostri giorni, rendendo credibili quelli attribuiti a lui nella sua vita terrena.
Molti nostri contemporanei ritengono che fatti del genere siano incompatibili con la conoscenza scientifica della natura. Al più sono disposti ad ammettere alcuni fenomeni eccezionali, come effetto di suggestione o di altre forze psichiche e fisiche ancora sconosciute.
Una così radicale diffidenza non appare giustificata. Il mondo si presenta come un processo evolutivo, sempre aperto a molte possibilità, caratterizzato dalla continuità e nello stesso tempo dalla novità. In questa prospettiva è possibile concepire il miracolo come superamento creativo di una data situazione, per virtù divina, valorizzando le stesse cause naturali. Non dunque un sovvertimento, ma una ricomposizione dell’ordine delle cose, quasi un anticipo del compimento definitivo.
Quanto alla suggestione, non è difficile rendersi conto che si tratta di una spiegazione insostenibile. Nessuna fiducia, per quanto grande, può causare guarigioni istantanee di gravi malattie organiche, come la lebbra, il cancro, le fratture ossee. Senza dire che a volte vengono guarite persone non coscienti o in coma, vengono risuscitati i morti, viene trasformata la natura inanimata.
È sempre possibile ipotizzare l’intervento di forze sconosciute. Gli scienziati si limitano a constatare che il fatto prodigioso è scientificamente inspiegabile, oltre le costanti della nostra osservazione. L’interpretazione rimane aperta. Ma se l’evento straordinario avviene in un contesto religioso di serietà morale, di bontà, di umile fiducia in Dio, di preghiera, allora diventa un segno inequivocabile. Non per niente Gesù reagisce con indignazione quando gli scribi attribuiscono a Satana i suoi miracoli, che invece sono gesti evidenti di potenza benevola e misericordiosa, liberatrice e dispensatrice di vita.


Paolo VI (Omelia 29 Gennaio 1978): La lebbra! Il solo nome, ancor oggi, ispira a tutti un senso di sgomento e di orrore. Sappiamo dalla storia che tale sentimento era fortemente percepito presso gli antichi, in particolare presso i popoli dell’Oriente, ove, per motivi climatici ed igienici, tale morbo era molto avvertito. Nell’Antico Testamento (Cfr. Lev. 13-14) riscontriamo una puntuale e minuta casistica e legislazione nei confronti dei colpiti dalla malattia: le paure ancestrali, la concezione diffusa circa la fatalità, l’incurabilità ed il contagio, costringevano il popolo ebraico ad usare le opportune misure di prevenzione, mediante l’isolamento del lebbroso, il quale, considerato in stato di impurità rituale, veniva a trovarsi fisicamente e psicologicamente emarginato ed escluso dalle manifestazioni familiari, sociali e religiose del popolo eletto. Inoltre, la lebbra si configurava come un marchio di condanna, in quanto la malattia era considerata un castigo di Dio. Non rimaneva se non la speranza che la potenza dell’Altissimo volesse guarire i colpiti.
Gesù, nella sua missione di salvezza, ha spesso incontrato i lebbrosi, questi esseri sfigurati nella forma, privi del riflesso dell’immagine della gloria di Dio nell’integrità fisica del corpo umano, autentici rottami e rifiuti della società del tempo.
L’incontro di Gesù con i lebbrosi è il tipo e il modello del suo incontro con ogni uomo, il quale viene risanato e ricondotto alla perfezione dell’originaria immagine divina e riammesso alla comunione del popolo di Dio. In questi incontri Gesù si manifestava come il portatore di una nuova vita, di una pienezza di umanità da tempo perduta. La legislazione mosaica escludeva, condannava il lebbroso, vietava di avvicinarlo, di parlargli, di toccarlo. Gesù, invece, si dimostra, anzitutto, sovranamente libero nei confronti della legge antica: avvicina, parla, tocca, e addirittura guarisce il lebbroso, lo sana, riporta la sua carne alla freschezza di quella di un bimbo. «Allora venne a lui un lebbroso - si legge in Marco -, lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi guarirmi!”. Mosso a compassione Gesù stese la mano lo toccò e gli disse: “Lo voglio, guarisci!”. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì» (Marc. 1,40-42; cfr. Matth. 8,2-4; Luc. 5,12-15). Lo stesso avverrà per altri dieci lebbrosi (Cfr. Luc. 17,12-19). «I lebbrosi sono guariti!», ecco il segno che Gesù dà per la sua messianicità ai discepoli di Giovanni il Battista, venuti ad interrogarlo (Matth. 11,5). E ai suoi discepoli Gesù affida la propria stessa missione: «Predicate che il regno dei cieli è vicino.., sanate i lebbrosi» (Matth 10,7ss.). Egli inoltre affermava solennemente che la purità rituale è completamente accessoria, che quella veramente importante e decisiva per la salvezza è la purezza morale, quella del cuore, della volontà, che non ha nulla a che vedere con le macchie della pelle o della persona (Cfr. Ibid. 15, 10-20).


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Egli inoltre affermava che la purità rituale è completamente accessoria, che quella veramente importante e decisiva per la salvezza è la purezza morale, quella del cuore, della volontà, che non ha nulla a che vedere con le macchie della pelle o della persona.
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: Dio grande e misericordioso,allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te, perché, nella serenità del corpo e dello spirito,possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio. Per il nostro Signore Gesù Cristo.