25 Febbraio 2020

Martedì VII Settimana T. O.

 Gc 4,1-10; Sal 54 (55); Mc 9,30-37

Colletta: Il tuo aiuto, Padre misericordioso, ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito, perché possiamo conoscere ciò che è conforme alla tua volontà e attuarlo nelle parole e nelle opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Gli Apostoli non capiscono le parole del Maestro, sono parole che annunciano la sua morte cruenta, e per questo hanno timore di interrogarlo. Ma in verità, sono affaccendati in altre argomentazioni più dilettevoli, infatti, per via si sono infervorati a discutere tra loro chi fosse il più grande. Colti in fallo, arrivati a Cafarnao, forse in casa di Pietro, Gesù approfitta del fatto per dare loro una lezione di vita cristiana. Sedutosi, è la postura del maestro nell’atto di insegnare (cfr. Mt 5,1), chiama i Dodici: Gesù restringe il cerchio ai soli Dodici perché sono loro che devono assimilare fin in fondo il suo insegnamento e viverlo integralmente poi nel loro ruolo di «colonne della Chiesa» (Gal 2,9). Gesù ancora una volta rovescia i modelli sui quali tanti maestri avevano costruito l’identikit del vero figlio della Legge (cfr. Lc 15,25-32). Nella casa di Pietro il primo è colui che si fa servo, non chi dà ordini a destra e a manca; chi sa piegare le ginocchia e, come l’ultimo sguattero della terra, mettersi a lavare i piedi dei suoi amici e dei suoi nemici (cfr. Gv 13,13-15). Poi, la seconda manovra, il porre un bambino in mezzo a loro, spiazza del tutto gli Apostoli. I bambini sono i membri più deboli della comunità cristiana, i più bisognosi e i più dimenticati. Di essi deve farsi carico il discepolo di Gesù, come Lui si è fatto carico dell’umanità debole e fragile gemente sotto il dominio del peccato.

Dal Vangelo secondo Marco 9,30-37: In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Durante il viaggio in Galilea, Gesù istruisce i discepoli sulla sua missione salvifica che si sarebbe conclusa a Gerusalemme, crocifisso su una croce. Gesù non vuole che «alcuno lo sapesse»: questo ordine, anche se è da collocare nel contesto del cosiddetto «segreto messianico», deve essere visto come il desiderio, da parte del Maestro, di evitare l’assedio della folla che gli avrebbe impedito di stare un po’ con i suoi.
Ormai la sua vita pubblica volge al termine e la sua morte cruenta è a un passo: il diavolo (Lc 4,13) e i nemici del giovane Rabbi di Nazaret stanno affilando le armi per l’ultimo, decisivo assalto.
Gesù è consapevole di tutto questo, non è affatto turbato, ma si premura di istruire «tutti i suoi discepoli», coloro che avrebbero dovuto continuare la sua opera di salvezza nel mondo (2Ts 2,4).
Non vuole che la sua morte orrenda, maledetta dalla Legge (Gal 3,13; cf. Dt 21,23), colga gli Apostoli impreparati. Non vuole che la sua morte frantumi la loro debole fede. Non vuole che la sua morte, a motivo della loro estrema debolezza, possa gettarli tra gli artigli di satana (cf. Lc 22,31). Vuole che la sua morte sia invece un messaggio di speranza, una porta spalancata sulla vita. Ecco perché vuol stare solo con i suoi discepoli: li vuole istruire fin nei più minuti dettagli perché comprendano, perché accettino la volontà del Padre.
«Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini...», è un’espressione biblica «che indica una prova tremenda, in cui il malcapitato può aspettarsi qualunque crudeltà e non può neppure far appello alla pietà o alla misericordia come farebbe con Dio [cf. Mc 14,41; 2Sam 24,14; Sir 2,18]» (ADALBERTO SISTI, Marco).
Lo uccideranno, è il secondo annuncio che Gesù fa della sua imminente morte, ma i discepoli «non comprendevano» ancora. Capivano le parole, ma aggrappati com’erano a un messianismo rivoluzionario, non potevano comprendere il vero senso del discorso. Avevano paura di interrogarlo, di «chiedergli spiegazioni». Temevano che Gesù fugasse per sempre quelle esili certezze alle quali si erano abbarbicati nella speranza di aver capito male, di aver forse frainteso. In verità, non riuscivano ad entrare dentro gli ingranaggi del progetto salvifico: non riuscivano a capire perché la salvezza dell’uomo doveva passare necessariamente attraverso la morte del Verbo di Dio.

In quel tempo... - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): vv. 33-34 L’ambientazione si ricollega al v. 30: Gesù aveva intrapreso il cammino verso la morte ed era di passaggio a Cafarnao, dove fece una breve sosta probabilmente nella casa di Pietro. Come risulta dagli scritti giudaici e di Qumràn, nel giudaismo si verificavano spesso vivaci discussioni sulla precedenza nelle varie manifestazioni civili e religiose del tempo.
v. 35 «Se qualcuno vuole essere primo, sarà ultimo di tutti e servitore di tutti». E un logion autentico di Gesù, che trasmette «la regola d’umiltà per i discepoli» (Pesch, II, p. 165), anche se si ignora il preciso contesto storico in cui fu pronunziato, perché ricorre in altri passi con qualche variante (cf. Mc 10,43-44 e parr; Mt 23,11; Lc 9,48b). Gesù con questo detto capovolge la mentalità corrente sulla grandezza: il primo è l’ultimo e il servitore di tutti. I Dodici dovevano diventare le guide spirituali della comunità cristiana, ma la loro vera grandezza consisterà nell’umiltà e nel servizio dei fratelli più umili ed emarginati.
vv. 36-37 Preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciatolo, disse... Abbiamo una applicazione concreta della sentenza precedente sul servizio, un esempio offerto da Gesù stesso ai discepoli. II comportamento del Maestro diventa esemplare per i capi della chiesa di tutti i tempi: servendo i bisognosi, si serve Gesù stesso. Anche lui, pur essendo Figlio di Dio, si è fatto servo di tutti. L’accoglienza e la premura verso i bambini costituiranno una prassi costante nella chiesa, quale segno della sua appartenenza a Cristo. Il tenero atteggiamento di Gesù che abbraccia i bambini è un dettaglio esclusivo di Marco, l’evangelista più attento a cogliere i tratti umani del Maestro. Il brano costituisce un doppione di un episodio affine, narrato in 10,13-16

 Dio e i bambini - L. Roy: Già nell’Antico Testamento il bambino, a motivo stesso della sua debolezza e della sua imperfezione native, appare come un privilegiato di Dio. Il Signore stesso è il protettore dell’orfano ed il vindice dei suoi diritti (Es 22,21ss; Sal 68,6); egli ha manifestato la sua tenerezza paterna e la sua preoccupazione pedagogica nei confronti di Israele «quando era bambino», al tempo dell’uscita dall’Egitto e del soggiorno nel deserto (Os 11,14).
I bambini non sono esclusi dal culto di Jahve, partecipano anche alle suppliche penitenziali (Gioe 2,16; Giudit 4,1s), e Dio si prepara una lode dalla bocca dei bambini e dei piccolissimi (Sal 8,2s = Mt 21,16). Lo stesso avverrà nella Gerusalemme celeste, dove gli eletti faranno l’esperienza dell’amore «materno» di Dio (Is 66,10-13). Già un salmista, per esprimere il suo abbandono fiducioso nel Signore, non aveva trovato di meglio che l’immagine del piccino che si addormenta sul seno della madre (Sal 131,2). Più ancora, Dio non esita a scegliere taluni bambini come primi beneficiari e messaggeri della sua rivelazione e della sua salvezza: il piccolo Samuele accoglie la parola di Jahve e la trasmette fedelmente (1Sam 1-3); David è scelto a preferenza dei suoi fratelli maggiori (1Sam 16,1-13); il giovane Daniele si dimostra più sapiente degli anziani di Israele salvando Susanna (Dan 13,44-50).
Infine, un vertice della profezia messianica è la nascita di Emmanuel, segno di liberazione (Is 7,14ss); ed Isaia saluta il bambino regale che, assieme al regno di David, ristabilirà il diritto e la giustizia (9,1-6).

Gesù e i Bambini - Giuseppe Manzoni (Bambino in Schede Bibliche - Ed. Dehoniane): Il vaticinio di Isaia è diventato realtà quando il Verbo di Dio si fece carne e volle nascere bambino a Betlemme (Lc. 2,7), e bambino fu adorato dai pastori e dai magi, e bambino fu circonciso e presentato al tempio (Lc. 2,22-36), quasi anticipato offertorio della sua passione. Bambini furono anche i primi martiri, associati per la crudeltà di Erode al Martire divino (Mt. 2,16-18). È soprattutto Luca l’evangelista dell’infanzia di Gesù; ma in tutto l’insegnamento di Cristo c’è un mirabile vangelo dell’infanzia. È nota la predilezione di Gesù per i bambini: è la tenerezza stessa di Dio che si manifesta con delicata sensibilità umana. Non vuole che i discepoli li allontanino da lui, anzi li abbraccia e li benedice, imponendo loro le mani (Mc. 10,13-16 - L’imposizione delle mani era per gli ebrei un gesto di benedizione cf. Gen 48,14-20). È beato chi accoglie uno di quei piccoli in nome suo: accogliere un bambino è come accogliere Cristo stesso (Lc. 9,46-48); ma guai a chi scandalizza o disprezza uno di questi innocenti: «Chi invece scandalizza anche uno solo di questi che credono in me, sarebbe bene per lui che gli si appendesse una macina d’asino al collo, e lo si gettasse negli abissi del mare ...» (Mt. 18,6-10).
Fra questi «piccoli» che il Padre non vuole che vadano perduti (Mt. 18,14), oltre agli apostoli, Gesù vede i fanciulli, i poveri, gli indifesi, gli abbandonati ai margini della società e della vita; di essi ha detto Gesù di ritenere come fatto a sé il bene fatto al più piccolo dei suoi fratelli (Mt. 25, 40).
Ma la predilezione di Gesù per i piccoli risale ad un motivo ancor più profondo e interiore: l’infanzia spirituale è una condizione di santità perché infrange il più grave ostacolo alla medesima: l’orgoglio. L’infanzia spirituale è una delle dottrine più rivoluzionarie di Cristo. Il suo è uno spirito d’infanzia! Durante un viaggio in Galilea, Gesù aveva rattristato i suoi discepoli predicendo per la seconda volta la sua passione (Mc. 9,30-37); ma essi non avevano compreso nulla, dominati dalla meschina ambizione di chi fosse il primo fra loro: di questo avevano animatamente discusso fra loro lungo la via. Arrivati a Cafarnao, Gesù li interroga sulle loro discussioni. Gli apostoli rispondono con il silenzio. Allora Gesù, con un rovescio di mano, spazza via tutte le false grandezze. Il bambino, che non si dà importanza, che è umile, che accetta di dipendere e di ricevere da tutti: ecco il modello per entrare nel regno di Dio (Mc. 9,33-35; Mt. 18,2-4; Mc. 10,14-15).
L’esigenza dell’infanzia spirituale, di farsi cioè piccoli e umili, per degli uomini adulti appare a prima vista paradossale. Gli apostoli rimangono disorientati, ma non hanno parole per obiettare. Le trova invece un dottore della Legge, cosciente del suo valore, Nicodemo: come può un uomo, già adulto, rinascere? (Gv. 3,3-7.9-10). Ecco l’obiezione più grave di un uomo fatto, contro l’infanzia spirituale: perché esigere da un adulto le qualità di un fanciullo? Gesù però non muta la sua dottrina: bisogna fidarsi di lui con la semplicità dei «piccoli» che credono alla sua parola (Mt. 18,6; 1Pt. 1,3.22-23): «Come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza, se avete gustato come è buono il Signore» (1Pt 2,2-3). A loro infatti, se nella vita conservano lo spirito d’infanzia, il Padre si compiace di rivelare i misteri divini: «In quello stesso istante esultò nello Spirito Santo e disse: “Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai semplici! Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te...” » (Lc. 10,21).
È la realizzazione messianica dell’invito: «Se qualcuno è piccolo venga a me», nell’abbandono e nella dipendenza totale, nel vuoto di sé e del proprio egoismo, per accettare la pienezza dell’amore. Le vie di Dio sono sconvolgenti per le prospettive umane, come costata san Paolo: Dio sceglie ciò che è stolto e debole per il mondo, per confondere i sapienti e i forti, e perché nessuno si vanti innanzi a Dio! (1Cor. 1,27-29)


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me» (Vangelo).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Il pane che ci hai donato, o Dio,
in questo sacramento di salvezza,
sia per tutti noi pegno sicuro di vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.


24 Febbraio 2020

Lunedì VII Settimana T. O.

 Gc 3,13-18; Sal 18 (19); Mc 9,14-29

Colletta: Il tuo aiuto, Padre misericordioso, ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito, perché possiamo conoscere ciò che è conforme alla tua volontà e attuarlo nelle parole e nelle opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

I discepoli avevano cercato di esorcizzare un fanciullo posseduto dal demonio, ma ogni tentativo era andato a vuoto. O generazione incredula!: Il rimprovero di Gesù è rivolto ai discepoli, ma soprattutto alla folla e agli scribi, guide cieche del popolo d’Israele. Il suo ministero in Galilea stava per concludersi in modo deludente: anche il padre del fanciullo posseduto dallo spirito muto mostra un atteggiamento poco fiducioso in lui: Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci.
Solo alla replica di Gesù il padre professa la sua fede, una professione dettata forse dal tentativo di ricevere la guarigione del figlio.
L’esorcismo viene descritto con lo schema letterario consueto: la minaccia, il comando di uscire, la reazione rabbiosa del demonio che qui viene indicato come “spirito muto e sordo”, e infine la liberazione con l’uscita dello spirito impuro.
Alla domanda dei discepoli la risposta di Gesù è abbastanza eloquente: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera». In alcuni manoscritti si legge “con la preghiera e con il digiuno”, mentre in Matteo 17,20 la risposta è diversa: “Per la vostra poca fede”. Le parole di Gesù indicano la preghiera come via maestra per cacciare il demonio, che è sinonimo di una vita vissuta in comunione con Dio e dalla quale il discepolo può trarre la potenza e la fede per abbattere il nemico infernale.

Dal Vangelo secondo Marco 9,14-29: In quel tempo, [Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni, scesero dal monte]e arrivando presso i discepoli, videro attorno a loro molta folla e alcuni scribi che discutevano con loro. E subito tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». E dalla folla uno gli rispose: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». Egli allora disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». E glielo portarono. Alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava schiumando. Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall’infanzia; anzi, spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: «Credo; aiuta la mia incredulità!». Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: «Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più». Gridando, e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi. Entrato in casa, i suoi discepoli gli domandavano in privato: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».

In quel tempo - Felipe F. Ramos: Questo passo è incluso nel contesto del racconto della trasfigurazione. L’evangelista intende mettere in rilievo che la messianità di Gesù e per conseguenza la stessa salvezza appartengono all’ambito della fede.
La descrizione dell’infermità fa pensare all’epilessia. I discepoli furono incapaci di guarire il ragazzo. Perché?
Gesù che, nelle pagine del secondo vangelo, rivela costantemente il suo carattere forte, sbotta contro la mediocrità religiosa dei suoi contemporanei: «O generazione incredula! Fino a quando starò con voi?». Qui abbiamo già un cenno di risposta alla domanda dei discepoli che gli chiedevano perché non avessero potuto guarire il ragazzo.
Anche al padre del ragazzo manca la fede, ma almeno egli lo riconosce umilmente: «Se puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù aveva intuito in quell’uomo un initium fidei, un principio di fede, che è già un primo segno di Dio. In conseguenza di questa fede iniziale gli viene concessa una fede più robusta, che è però preceduta dalla preghiera molto significativa: «Credo, aiutami nella mia incredulità».
L’evangelista fa notare un particolare importante: Gesù, quando vide che la gente si radunava, affrettò la guarigione. Ci troviamo nuovamente di fronte alla riservatezza messianica: Gesù rifugge da ogni spettacolarità. Anzi, la gente resta delusa quando, in un primo momento, crede che il ragazzo sia morto. E allora Gesù con un semplice segno della mano lo fa alzare. La turba non aveva potuto godersi lo «show».
In fine, tornando a casa, i discepoli gli chiedono: «Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?». La risposta di Gesù è chiara: «Questa specie di demoni», cioè il male, non cede «miracolosamente», se non alla preghiera.
Non si tratta della forza dell’uomo, ma della grazia di Dio.
Ci si presenta nuovamente il problema: Gesù credeva realmente che vi fossero spiriti maligni che si impossessavano dell’uomo, dato che oggi sappiamo che si tratta di un’infermità epilettica? Nella cristologia più ortodossa Gesù, sebbene Dio, non cessa di essere un uomo normale, eccetto che nel peccato. Quindi non deve meravigliare che partecipasse della cultura dei suoi contemporanei, che consideravano certi infermi come posseduti da esseri estranei. Effettivamente la prima vista d’un epilettico dà l’impressione che qualcuno o qualcosa si sia impadronito di lui. In questo modo si intendeva dire che l’uomo era infermo e, per conseguenza, non era responsabile dei suoi atti. Gesù poté molto bene condividere quell’interpretazione della realtà umana che oggi è superata scientificamente. La cosa interessante - e permanente - è che Gesù non tenta di avvalersi dei suoi poteri taumaturgici per meravigliare le folle, ma, al contrario, li nasconde e li usa solo quando il beneficiario è già un credente.
I «miracoli» di Gesù si possono spiegare scientificamente con la parapsicologia? Un autentico credente è indifferente alla risposta che si dà a questa domanda.

Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede: La risposta di Gesù, più che rimprovero sembra avere le sfumature dell’ironia: “Prima di intervenire, Gesù riprende ironicamente - non riesco a percepire un tono di rimprovero nei confronti di questo povero padre straziato eppure implorante - le stesse parole dell'uomo: «Se puoi... tutto è possibile a chi crede», e con questa frase squarcia ogni confine, finanche la pagina stessa, e arriva direttamente alle viscere dei discepoli, del lettore del suo tempo, di ciascuno di noi. Eccoci di fronte alla miseria della nostra fede. Eccoci di fronte ai dubbi di sempre, alle contro-testimonianze delle nostre vite e della storia. Tutto è possibile a chi crede... Eppure ci guardiamo alle spalle e vediamo, come i discepoli, tutte le volte in cui non siamo stati capaci di scacciare un demone, una malattia, un cancro, o evitare una tragedia o un dolore. Cosa dici, Signore Gesù? Quando mai ci è tutto possibile se crediamo? Come dobbiamo credere, forse? Perché, se tu hai ragione, è evidente che sbagliamo qualcosa…” (Annalisa Guida, Vangelo secondo Marco).

Credo; aiuta la mia incredulità: Paolo VI (Udienza Generale, 20 aprile 1966): La fede è l’adesione al Signore, la quale rende possibile la dilatazione della sua potenza operante e salvatrice nel credente. «Non si turbi il Cuor vostro: credete in Dio, ed in me credete» dice ancora Gesù (Io. 14,1). «Colui che crederà e sarà battezzato, si salverà» (Marc. 16,16); e così via. Gli Apostoli ripeteranno questo fondamentale precetto della vita cristiana; S. Pietro, ad esempio, scriverà: «... Resistite fortes in fide, resistete (al demonio) forti nella fede» (1Petr. 5,8-9); e il capo II della lettera agli Ebrei è una lunga e lirica esaltazione della fede come principio efficiente nella vita di coloro che la professano [...]. L’atto di fede è difficile per la mentalità moderna, tanto abituata al dubbio sistematico e alla critica, e persuasa di limitare la propria certezza entro i confini della propria esperienza (mentre poi la massima parte di ciò che si sa, si fonda sulla fede - umana - di ciò che altri, i maestri, gli scienziati, i competenti ci dicono di credere) [...] la fede non è un atto puramente speculativo; è atto ragionevole, ma non frutto della sola ragione. Una componente volontaria lo rende possibile e meritorio: bisogna voler credere, quando, è ovvio, vediamo ch’è ragionevole, ch’è umano, ch’è bello il farlo. La certezza diventa un dovere, ad un dato momento (Newman); e la fede che ne risulta diventa un atto religioso; l’atto religioso fondamentale del cristianesimo. «L’atto di fede, omaggio reso a Dio dall’intelligenza umana, è un atto incontestabilmente religioso. Ma lo è a un titolo ancora più profondo: l’atto di fede è un’attività teologale che rende partecipe l’uomo della vita stessa di Dio, un’attività la quale non solo si orienta verso Dio, ma è orientata da Dio» (AUBERT, in Prob. e Orient. II, 694). Diremo dunque, come l’umile personaggio del Vangelo: «Credo, Domine, adiuva incredulitatem meam; credo, Signore, Tu aiuta la mia incredulità!» (Mc 9,24). E cantando ora il Credo sul sepolcro dell’Apostolo, che ha avuto da Cristo la missione di confermare nella fede i fratelli (Lc 22,32), meglio comprenderemo il valore della fede nella vita cristiana; non più peso essa ci sembrerà, ma energia e gaudio; non più temeremo di immergerci nella vita profana del mondo, dove non saremo sperduti e naufraghi, ma testimoni sereni e forti d’una luce vigiliare e notturna, la fede nel tempo presente, foriera della luce piena del giorno eterno.

La fede non è soltanto da predicare - San Josemaría Escrivá: La fede non è soltanto da predicare, ma soprattutto da praticare. Spesso forse ci sentiremo mancare le forze. Ricorriamo allora ancora una volta al Vangelo e comportiamoci come il padre del ragazzo lunatico. Voleva la salvezza del figlio e sperava che Cristo lo avrebbe guarito, ma non riusciva a credere fino in fondo a tanta felicità. E Gesù, che sempre chiede fede, vedendo l’insicurezza di quell’anima, la esorta: «Se tu puoi credere, tutto è possibile per chi crede» [Mc 9, 23]. Tutto è possibile: siamo onnipotenti! Purché vi sia fede. Quell’uomo si rende conto che la sua fede è insicura, teme che la sua poca fiducia impedisca al figlio di guarire. E piange. Non vergogniamoci di questo pianto: è frutto dell’amor di Dio, della preghiera contrita, dell’umiltà. Il padre del fanciullo rispose piangendo: «Signore io credo, ma tu aiuta la mia incredulità!» [Mc 9, 24]. Al termine di questa meditazione, siamo noi, ora, a dire quelle stesse parole. Signore, credo! Sono stato educato nella tua fede, ho deciso di seguirti da vicino. Ripetutamente, durante la mia vita, ho implorato la tua misericordia. Eppure, ripetutamente mi è parso impossibile che tu potessi operare tante meraviglie nel cuore dei tuoi figli. Signore, credo! Ma tu aiutami perché possa credere di più e meglio! E rivolgiamo la nostra preghiera anche a Maria, Madre di Dio e Madre nostra, Maestra di fede: Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore [Lc 1, 45]”.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «L’atto di fede, omaggio reso a Dio dall’intelligenza umana, è un atto incontestabilmente religioso. Ma lo è a un titolo ancora più profondo: l’atto di fede è un’attività teologale che rende partecipe l’uomo della vita stessa di Dio, un’attività la quale non solo si orienta verso Dio, ma è orientata da Dio» (AUBERT, in Prob. e Orient. II, 694).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Il pane che ci hai donato, o Dio,
in questo sacramento di salvezza,
sia per tutti noi pegno sicuro di vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.

  


23 Febbraio 2020

VII Domenica T. O.

 Lv 19,1-2.17-18; Sal 102 (103); 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

Colletta: Il tuo aiuto, Padre misericordioso, ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito, perché possiamo conoscere ciò che è conforme alla tua volontà e attuarlo nelle parole e nelle opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Prima lettura: Pur nella morsa di un nazionalismo, a volte esasperato, il popolo d’Israele, regno di sacerdoti e nazione santa (Es 19,6), è sollecitato ad amare i fratelli e il prossimo. Un amore concreto che sradichi dal cuore l’odio e la vendetta, un amore teso anche alla correzione fraterna del prossimo. La nuova Legge promulgata dal Cristo allargherà i confini di questo amore spingendo gli uomini ad amare anche i nemici e a pregare per i persecutori (Mt 5,44).

Salmo responsoriale: «Ecco come il padre giudica e corregge: al figlio prodigo che ha peccato, anziché castigarlo, dà un bacio. L’amore non riesce a vedere la colpa: per questo il padre redime con un bacio il peccato del figlio, lo chiude nel suo abbraccio. Egli non mette a nudo gli errori del figlio, non lo espone al disonore; si china sulle sue ferite, curandole in modo che non lascino nessuna cicatrice, nessuna traccia. Beato l’uomo al quale è tolto il peccato e coperto l’errore [Sal 31,1]» (Pietro Crisologo).

Seconda lettura: La pericope paolina può essere divisa in tre parti. Nella prima parte, l’apostolo Paolo, mettendo in evidenza il tema della santità, ricorda ai cristiani di Corinto che essi sono tempio di Dio perché inabitati dallo Spirito Santo, per cui devono stare attenti a non distruggere il tempio di Dio conducendo una vita insana e immorale. Nella seconda parte, rimproverando i cristiani della Chiesa corinzia per le loro perenni liti e divisioni, mette a nudo l’inutilità della loro sapienza umana, sterile in sé e incapace di comprendere i progetti di Dio. Nella terza parte ricorda l’unità in Cristo: se tutto appartiene al credente, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro, egli però è di Cristo e Cristo è di Dio, costituendo in questo modo una profonda comunione con Dio che non può essere alterata o violata da ambizioni insipienti e meramente umane.

Vangelo: Gesù «non viene né a distruggere la legge [Dt 4,8] e tutta l’economia antica né a consacrarla come intangibile, ma a darle, con il suo comportamento, forma nuova e definitiva, dove si realizza nella pienezza ciò verso cui la legge stessa era avviata» (Bibbia di Gerusalemme. Ciò si applica in particolare alla legge dell’amore. Le sfumature dell’amore cristiano sono la non violenza, il ripudio della vendetta e l’attenzione amorevole e disinteressata alla indigenza e alle necessità del prossimo. Inoltre, il cristiano, imitando il Padre che è nei cieli, il quale fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, deve amare i nemici e pregare per i persecutori. «L’amore, in cui già si riassumeva la legge antica [Mt 7,12; 22,34-40p], diviene il comandamento nuovo di Gesù [Gv 13,34] e compie tutta la legge [Rm 13,8-10; Gal 5,14; Cf. Col 3,14]» (Bibbia di Gerusalemme).

Dal Vangelo secondo Matteo 5,38-48: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».   

Vendetta, perdono, amore - Bisogna tenere a mente che la Chiesa di Matteo è sotto attacco, geme nel crogiuolo della prova e potenti e forti sono i persecutori. In questo clima di lotta e di odio, le parole di Gesù tendono a dare pace ai cuori smarriti e a suggerire la nuova risposta da dare agli aguzzini che con dura ed efferata violenza perseguitano i cristiani: imitando la misericordia del Padre celeste, un no fermo e deciso alla vendetta, un no alla legge del taglione, un sì magnanimo all’amore e al perdono.
Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente: Gesù si riferisce alla cosiddetta “legge del taglione” (lex talionis). Già codificata nel Codice di Hammurab, istaurando «una proporzione tra la punizione e il torto causato, essa rappresentava una restrizione della vendetta [Cf. Gen 4,23-24]» (Bibbia di Gerusalemme). Gesù supera questa mentalità giudiziaria dando un indirizzo nuovo: Ma io vi dico di non opporvi al malvagio. Una legge nuova che non vieta né di opporsi alla violenza ingiusta e gratuita (Cf. Gv 18,22) né, ancor meno, di combattere il male nel mondo. È una resistenza pacifica, non violenta che ha le radici nell’amore e che si irradia a sollevare l’indigenza del prossimo: Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Un amore che raggiunge il prossimo e abbraccia anche i nemici. La seconda parte del precetto a cui allude Gesù, odierai il tuo nemico, non si trova nella Legge, ma esprime un sentimento diffuso tra gli Ebrei nei riguardi dei popoli a loro ostili, visti sopra tutto come nemici di Dio. Non si poteva certamente amare coloro che, oltre a depredare e uccidere, tendevano essenzialmente a distruggere la religione e la fede del popolo di Israele, tutte le guerre condotte dal popolo eletto hanno avuto quasi sempre uno sfondo religioso.
L’espressione odierai il tuo nemico, comunque, nella lingua ebraica va tradotta in questo modo: non amerai il nemico. All’amore si accompagna la preghiera. Pregare per i persecutori «è una forma di amore spalancata sulla speranza di un cambiamento e che lascia unicamente a Dio il compito di giudicare l’altro» (Claude Tassin).
Al v. 45 si spiega perché bisogna amare i nemici e pregare per i persecutori: affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Troviamo un eco di questa esortazione nella prima lettera di san Giovanni: «Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. Chi dice di rimanere in lui, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato» (2,5-6).
Come la giustizia del discepolo deve superare quella della scribi e dei farisei (Mt 5,20), così la  vita del discepolo, coinvolgendo la mente e il cuore, deve superare quella dei pubblicani e dei pagani.
Anche il giudaismo conosceva il precetto dell’amore, ma con evidenti differenze con quello proposto da Gesù nelle Beatitudini. Il giudeo faceva riposare il cardine dell’amore su una osservanza scrupolosa, e spesso asfissiante, della Legge, una ottemperanza che a volte distruggeva la vera essenza dell’amore. Possiamo a tal proposito ricordare il rimprovero che Gesù muove ai Farisei: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle» (Mt 23,23).
Voi, dunque, siate perfetti... Questo «loghion non si riferisce soltanto all’ultima antitesi, concernente l’amore dei nemici, ma ricapitola l’insegnamento globale di Gesù circa la “giustizia superiore” [Mt 5,21-47]» (Angelico Poppi). La perfezione che viene qui richiesta è la somma di sfumature diverse che si colgono a secondo della traduzione del testo: téilos, in greco, sta a significare perfetto, compiuto, senza difetti, completo, in questo caso nella carità; tamìn, in ebraico, ha una valenza cultuale di integrità e di santità. Una santità quindi che coinvolge tutta la persona del credente: anima, corpo e spirito (Cf. 1Tess 5,23). Il nuovo comandamento di Gesù ha un corrispondente nel Libro del Levitico: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» (19,2). Sembra una meta impossibile da raggiungere, e infatti «è impossibile che la creatura abbia la perfezione di Dio. Pertanto il Signore vuol dire che la perfezione divina costituisce il modello cui deve aspirare il cristiano, consapevole della distanza infinita che lo separa dal suo Creatore. Ma ciò nulla toglie alla forza di questo imperativo, anzi ne riceve luce» (Bibbia di Navarra).
Siate santi come il Padre vostro celeste, una sfida, un invito che la Chiesa non si stanca di rinnovare lungo i secoli.

 Amate i vostri nemici - Don Luca Orlando Russo: La prima lettura di questa settima domenica del tempo ordinario ci presenta un brano della Torah (così gli ebrei chiamano i primi cinque libri dell’Antico Testamento), la Legge. In esso risalta il comando del Signore relativo all’amore del prossimo che ha come misura l’amore per se stesso. Nel brano evangelico continua il discorso della montagna e Gesù, come già domenica scorsa, nel richiamare alla memoria dei suoi ascoltatori il comando dell’amore al prossimo, vi aggiunge l’amore al nemico. Lo specifico di questa raccomandazione è che si colloca in quel contesto di amore fino alla morte, di dono di sé che culminerà, nella vicenda umana di Gesù, nella morte in croce. E, non mi stancherò mai di ripetermi, solo nell’amore rivelatosi nel morire di Gesù è possibile cogliere il senso di una simile consegna. In questa raccomandazione si riassume tutto l’insegnamento di Gesù che in essa, riconducendovi tutta la problematica dell’uomo, personale e sociale, ha fatto una scelta: riconoscere che il problema dell'uomo al mondo è essenzialmente, sostanzialmente un problema di relazione. L’essere umano è fatto per entrare in relazione con gli altri. Nessuno si può realizzare da solo, ma attraverso rapporti di collaborazione. L’esistenza dell’uomo, la sua maturazione, la sua felicità, il suo equilibrio, la sua realizzazione passano attraverso le relazioni e dunque passano attraverso la comunione. Spesso l’uomo vive relazioni negative, vive controrelazioni, incontra nemici! Ma anche in questo caso, per la sua realizzazione, è invitato a cercare la comunione. La comunione è il carburante del processo di realizzazione: elemento indispensabile per maturare, evolvere, vivere nella pace. Vuoi essere sereno? Cerca la comunione con gli altri: questa è la risposta fondamentale all’esigenza fondamentale della vita di ciascuno. Siamo invitati a sposare questa visione della realtà sul piano antropologico e a dare, quindi, una messa a punto ai nostri progetti di vita. Le relazioni sono un problema a causa delle nostre diversità. Problema spesso così schiacciante che, spesso, non affrontiamo e ci mettiamo a fare altre cose, che saranno anche buone e belle, ma non sono la priorità. A che serve realizzarsi sotto tutti i punti di vista se poi la vita è povera di comunione, che è il senso stesso dell’esistenza?!.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Vuoi essere sereno? Cerca la comunione con gli altri: questa è la risposta fondamentale all’esigenza fondamentale della vita di ciascuno” (Don Luca Orlando Russo).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Il pane che ci hai donato, o Dio,
in questo sacramento di salvezza,
sia per tutti noi pegno sicuro di vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.




22 Febbraio 2020

Sabato VI Settimana T. O.

 1Pt 5,1-4; Sal 22 (23); Mt 16,13-19

Cattedra di San Pietro Apostolo - Festa

Dal Martirologio: Festa della Cattedra di san Pietro Apostolo, al quale disse il Signore: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Nel giorno in cui i Romani erano soliti fare memoria dei loro defunti, si venera la sede della nascita al cielo di quell’Apostolo, che trae gloria dalla sua vittoria sul colle Vaticano ed è chiamata a presiedere alla comunione universale della carità.

Colletta: Concedi, Dio onnipotente, che tra gli sconvolgimenti del mondo non si turbi la tua Chiesa, che hai fondato sulla roccia con la professione di fede dell’apostolo Pietro. Per il nostro Signore Gesù Cristo... 

Gesù consegnando a Pietro le chiavi del regno dei cieli gli conferisce il potere di legare e  di sciogliere: “due termini tecnici del linguaggio rabbinico che si applicano innanzitutto al campo disciplinare della scomunica con cui si «condanna» [legare] o si «assolve» [sciogliere] qualcuno, e ulteriormente alle decisioni dottrinali o giuridiche con il senso di «proibire» [legare] o «permettere» [sciogliere]. Pietro, quale maggiordomo [di cui le chiavi sono l’insegna, cfr. Is 22,22] della casa di Dio, eserciterà il potere disciplinare di ammettere o di escludere come egli crederà meglio, e amministrerà la comunità con tutte le decisioni opportune in materia di dottrina e di morale. Sentenze e decisioni saranno ratificate da Dio nell’alto dei cieli” (Bibbia di Gerusalemme). Le potenze del Male non potranno prevaricare, e la Chiesa avrà la missione di strappare gli eletti all’impero della morte, temporale ed eterna, per farli entrare nel regno dei cieli. Il primato di Pietro è un potere per il bene della Chiesa, e poiché deve durare sino alla fine dei tempi, sarà trasmesso a coloro che gli succederanno nel corso dei secoli.

Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-19: In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 

Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente - Cesarea di Filippo è l’antica città di Paneas al nord della Palestina, sulle pendici del monte Ermon. Quando Augusto nel 20 a.C. consegnò la regione al governo di Erode il grande, questi vi eresse un tempio in onore dell’imperatore romano. La costruzione della cittadina è da attribuire a Filippo, figlio di Erode, che la chiamò Cesarea in onore di Tiberio Cesare e vi si aggiungeva “di Filippo” per distinguerla da Cesarea marittima. Vi era adorato il Dio Pan, una divinità dalla sembianza caprina. In questa località che grondava di imperio e rimandava a sovrani che si autoproclamavano dèi, Gesù manifesta ai suoi discepoli la sua identità divina.
Ma voi, chi dite che io sia? Per Giovanni Papini «Gesù non interroga per sapere, ma perché i suoi fedeli, finalmente sappiano anch’essi [...] il suo vero nome». Ed è Simone, primo tra i Dodici e primo tra i cristiani, a esprimere in termini umani la realtà soprannaturale del figlio di Maria: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente». Un’espressione che spesso si trova nell’Antico Testamento (Cf. Gs 3,10; Sal 42,3; 84,3; Os 2,1) ed esprime la presenza operante di Dio.
La risposta di Pietro pone almeno una domanda: egli intendeva professare la divinità di Gesù oppure si riferiva soltanto alla sua messianicità? Se si propende per quest’ultima soluzione, si restituisce alla espressione il semplice senso messianico che essa ha nell’Antico Testamento. Sulla base della risposta del Cristo, né carne né sangue te lo hanno rivelato, si può invece pensare che Pietro abbia voluto professare la divinità del suo Maestro: un’illuminazione che veniva dall’alto e non era frutto di investigazione umana.
La risposta di Gesù a questa professione di fede ha una portata di notevolissima importanza. In primo luogo, egli proclama: «E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Il termine semitico che traduce Chiesa, ekklêsia, significa assemblea. La «Chiesa» nell’Antico Testamento è la comunità del popolo eletto (Cf. Dt 4,10; At 7,38). Nei vangeli non appare che due volte e designa la nuova comunità che Gesù stava per fondare e che egli presenta come una realtà non solo stabile, ma indistruttibile: «[...] le potenze degli inferi non prevarranno su di essa». La locuzione, invece, è frequente nelle lettere paoline. Per la Bibbia di Gerusalemme, Gesù usando «il termine “Chiesa” parallelamente all’espressione “regno dei cieli” (Mt 4,17), sottolinea che questa comunità escatologica comincerà già sulla terra mediante una società organizzata di cui stabilisce il capo».
La Chiesa è edificata su Simone, che a motivo di questo ruolo riceve qui il nome di Pietro. Il mutamento del nome sta a indicare la nuova missione di Simon Pietro: egli sarà la roccia, quindi elemento di coesione, di unità e di stabilità.
A questo punto, Gesù indica i poteri conferiti a Simon Pietro: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Il senso di questa immagine, nota alla sacra Scrittura e all’antico Oriente, suggerisce l’incarico affidato a un unico personaggio di sorvegliare ed amministrare la casa. Nel mandato di Simon Pietro, il potere di legare e di sciogliere implica il perdono dei peccati, ma la sua comprensione non va limitata a questo significato: esso, infatti, comprende tutta un’attività di decisione e di legislazione, nella dottrina come nella condotta pratica, che coincide con l’amministrazione della Chiesa in generale.
Sempre per la Bibbia di Gerusalemme, l’esegesi cattolica «ritiene che queste promesse eterne valgano non soltanto per la persona di Pietro, ma anche per i suoi successori; sebbene tale conseguenza non sia esplicitamente indicata nel testo, è tuttavia legittima in ragione dell’intenzione manifesta che ha Gesù di provvedere all’avvenire della sua Chiesa con una istituzione che la morte di Pietro non può rendere effimera».
Luca (22,31s) e Giovanni (21,15s) sottolineano che il primato di Pietro, sempre per mandato divino, deve essere esercitato particolarmente nell’ordine della fede e che tale primato lo rende capo, non solo della Chiesa futura, ma già degli altri Apostoli. Infine, c’è da sottolineare che la professione petrina avviene nella regione di Cesarea di Filippo. Possiamo dire che non è «ricordato a caso il quadro geografico: la confessione del Messia e l’investitura di Pietro avvengono fuori dalla Palestina, in un territorio pagano. Le future direzioni della salvezza sono ormai chiare» (O. Da Spinetoli).

Ma voi, chi dite che io sia? - Felipe F. Ramos: La vostra opinione? Pietro impersona la confessione cristiana della fede: Gesù è il Messia, il Figlio di Dio. Ma questa confessione cristiana non procede «dalla carne né dal sangue», vale a dire che non è possibile arrivarci attraverso la logica e i ragionamenti umani; è possibile solo grazie alla rivelazione del Padre.
Ma Pietro che aveva impersonato questa confessione cristiana della fede, diviene subito dopo il protagonista d’urna promessa formale di Gesù: sarà la roccia sulla quale Gesù edificherà la sua Chiesa. Matteo ci aveva già anticipato che Simone sarebbe stato chiamato Pietro (4,18).
La promessa di Gesù è basata su un gioco di parole percepibile solo nella lingua aramaica parlata da Gesù (Pietro, in greco Petros e in aramaico Kephas; il gioco di parole sarebbe questo: tu sei Kephas e su questa Kephas...).
A Pietro e ai suoi successori è affidata una missione unica nella Chiesa. Presentandola sotto l’immagine d’un edificio o d’una costruzione è logico parlare di fondamento. La costruzione si edifica partendo dalle fondamenta che, una volta gettate, devono restare al loro posto perché l’edificio non crolli. Naturalmente stiamo parlando del fondamento visibile: quello invisibile non può essere altro che Cristo, come afferma chiaramente l’apostolo Paolo (1Cor 3,10-12). Il fondamento invisibile, Cristo risuscitato, e quello visibile, la cattedra di Pietro, sono la migliore e l’unica garanzia dell’indefettibilità della Chiesa attraverso i tempi e in mezzo al mare in tempesta.
Il potere speciale di Pietro è espresso con due metafore: quella delle chiavi, che simboleggia l’autorità sulla casa e quella di legare e sciogliere che simboleggia il proibito e il permesso.
Quanto all’autenticità di queste parole, oggi praticamente l’ammettono tutti. Un interrogativo che, ad altro livello, si potrebbe aprire è se l’evangelista Matteo riproduce esattamente quello che avvenne in quel momento storico della confessione di Pietro oppure il testo suppone un arricchimento e un approfondimento del mistero di Gesù e della Chiesa alla luce della risurrezione e delle prime esperienze del cristianesimo nascente. Matteo, infatti, è l’unico che parla con questa chiarezza e questa profondità. La confessione di Pietro, nel racconto di Marco, non va oltre il riconoscimento del Messia in Gesù (Mc 8,29), cosa molto diversa dal confessarlo Figlio di Dio. Egli tace circa la promessa fatta a Pietro, come fa anche Luca (9,20). Il quarto vangelo riferisce una confessione fatta da Pietro, ma in circostanza diversa (Gv 6,67-69); ma sappiamo che Giovanni cammina per vie del tutto diverse, come è sua abitudine.

Tra i Dodici soltanto a Pietro venne assegnato un posto preminente: «Nel collegio dei Dodici Simon Pietro occupa il primo posto. Gesù a lui ha affidato una missione unica. Grazie ad una rivelazione concessagli dal Padre, Pietro aveva confessato: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” [Mt 16,16]. Nostro Signore allora gli aveva detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa” [Mt 16,18]. Cristo, “Pietra viva”, assicura alla sua Chiesa fondata su Pietro la vittoria sulle potenze di morte. Pietro, a causa della fede da lui confessata, resterà la roccia incrollabile della Chiesa. Avrà la missione di custodire la fede nella sua integrità e di confermare i suoi fratelli» (CCC 552). E a tanto Gesù aggiunge l’autorità di governare la casa di Dio, che è la Chiesa e l’incarico “di legare e di sciogliere”, un mandato che «risulta essere stato pure concesso al collegio degli Apostoli, unito al suo capo» (LG 22). Tale incarico indica «l’autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina, e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesù ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno» (CCC 553). Ora, questo «ufficio pastorale di Pietro e degli altri Apostoli costituisce uno dei fondamenti della Chiesa ed è continuato dai Vescovi sotto il primato del Papa» (CCC 881). Ubi Petrus, ibi Ecclesia, ibi Deus, in tempi così burrascosi tale verità è l’unica ancora di salvezza: noi vogliamo stare con Pietro, perché con lui c’è la Chiesa, con lui c’è Dio.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio, che nella festa dell’apostolo Pietro
ci hai nutriti del corpo e del sangue di Cristo,
fa’ che la partecipazione ai doni della salvezza
sia per noi sacramento di unità e di pace.
Per Cristo nostro Signore.