6 Giugno 2020

Sabato della IX Settimana del Tempo Ordinario

2Tm 4,1-8; Sal 70 (71); Mc 12,38-44

Colletta:  O Dio, che nella tua provvidenza tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza, allontana da noi ogni male e dona ciò che giova al nostro vero bene. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

 Catechismo Tridentino (Art. VII n. 91) - Cristo è stato costituito giudice anche come uomo: La sacra Scrittura mostra che a Cristo nostro Signore non solo come Dio, ma anche come uomo, è stato affidato questo giudizio. Infatti sebbene la potestà di giudicare sia comune a tutt'e tre le Persone della santissima Trinità, pure la si attribuisce particolarmente al Figlio, cosi come gli si attribuisce la sapienza. Che poi, come uomo debba giudicare il mondo, è confermato dalla parola del Signore: Come il Padre ha la vita in sé, cosi diede pure al Figlio l'avere in se stesso la vita. E gli ha dato il potere di fare il giudizio, perché è Figlio d'uomo (Gv 5,26). Era poi oltremodo conveniente che tale giudizio fosse presieduto da Cristo S. N.; perché, trattandosi di giudicare gli uomini, questi potessero con i loro occhi corporei mirare il Giudice, ascoltare con le proprie orecchie la sentenza proferita, percepire insomma coi sensi tutto intero il giudizio. Era ancora giustissimo che l'Uomo il quale fu condannato dalla più iniqua sentenza umana, sia visto da tutti sul seggio di giudice. Perciò il Principe degli apostoli, dopo avere esposto nella casa di Cornelio per sommi capi la religione cristiana, ed aver insegnato che Cristo, appeso e ucciso sulla croce dai Giudei, era risorto a vita il terzo giorno, soggiunse: Ci ha comandato di predicare al popolo e attestare, come da Dio egli è stato costituito giudice dei vivi e dei morti (At 10,42).

Gesù non teme di accusare palesemente di falso e di disonestà gli scribi notoriamente conosciuti come esperti interpreti della Legge. Sedutosi dinanzi al tesoro sembra prendersi un po’ di riposo contemplando la grandezza del tempio, dimora della gloria di Dio, ma non può non soffermarsi sulla ipocrisia di coloro che sfacciatamente si autoproclamano «maestri in Israele» (Gv 3,10). E questa volta lo fa con garbo, quasi in punta di piedi, evidenziando il gesto generoso di una vedova che mette nelle casse del tesoro tutta la sua sussistenza. È un modo spiccio per insegnare ai suoi discepoli la carità, quella delle occasioni ordinarie che non ha come contraccambio gli applausi degli uomini. La nota - due spiccioli, cioè un quadrante -, stando al testo greco, oltre a mettere in evidenza la miseria della donna, al dire del Ricciotti, fa percepire nel vangelo di Marco «uno spiccato sentore di romanità», perché «più frequenti che presso gli altri due Sinottici vi sono impiegati in greco vocaboli latini, come centurio [15,39.44], spiculator [6,27] [...]. Né si giustificherebbero se non perché indirizzate a lettori latini, precisazioni come queste: due minuzzoli [leptà] che è un quadrante, in cui si nomina la  moneta romana equivalente alle due greche [12,42]» (Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo). Questa critica interna del testo darebbe ragione, quindi, a chi vorrebbe che il Vangelo di Marco sia stato scritto a Roma quando infuriava la persecuzione scatenata da Nerone.

Dal Vangelo secondo Marco 12,38-44 In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Guardatevi dagli scribi - La Passione è ormai alle porte e Gesù, pur sapendo che gli restano pochi giorni, non smette di insegnare alla folla che benevolmente lo assedia. Questa volta l’insegnamento ha il greve odore del rimprovero: una reprimenda rivolta agli scribi notoriamente conosciuti come ligi esecutori della Legge.
Gli «uomini del libro» vengono colti in tre momenti della loro vita: fra la gente comune, nelle cerimonie ufficiali, culto e banchetti, e nell’intimo della loro coscienza. Una presentazione cruda puntellata da duri epiteti che mettono in evidenza l’ipocrisia, la malevolenza e la disonestà lucida di uomini che invece avrebbero dovuto essere semplici, luminosi, umili, caritatevoli.
La lunga veste, forse il tallit, il mantello a righe bianche e azzurre ancora oggi in uso, e l’incedere fatto di piccoli passi conferiva ai notabili del paese solennità, importanza, ieraticità, quel contegno nobile di chi guarda dall’alto in basso. I luoghi preferiti naturalmente erano quelli più affollati: le piazze, i mercati, per mettersi in mostra, per pavoneggiarsi e ottenere gli applausi del popolo. Amavano anche i primi seggi nelle sinagoghe perché essendo a volte prossimi alla porta d’ingresso costringevano chi entrava a riverirli. Bramavano i primi posti nei banchetti per ostentare la loro amicizia con il padrone di casa ovviamente ricco e anche influente. A tanta ipocrisia aggiungevano la simulazione di una religiosità sterile, vuota e l’odiosa disonestà di predare le vedove divorando i loro beni. Per questi tali il giudizio è senza appello: «Essi riceveranno una condanna più grave». Riceveranno «molte percosse» perché «pur conoscendo la volontà del padrone» non hanno «disposto o agito secondo la sua volontà» (Lc 12,47).
La folla forse avrà applaudito. Certamente non tutti erano così, ma così erano coloro che si accanivano contro la predicazione e l’insegnamento del Cristo. Marco non registra reazioni, sembra che i contestatori abbiano incassato il colpo e si siano dileguati nelle tenebre dei loro vacui ragionamenti per continuare a complottare contro Gesù.
Sgomberato il campo, ora, Gesù sembra essere bene intenzionato a prendersi un po’ di riposo e si siede di fronte al tesoro.
Il tesoro era un locale posto in un atrio del tempio dove erano collocate tredici cassette destinate a raccogliere le elemosine il cui ricavato doveva servire per il buon funzionamento del tempio e del culto. Erano di ferro e il tintinnio della moneta che scivolava dentro, ai buoni intenditori, dava il reale ammontare delle offerte. Sulle cassette erano poste delle targhette su cui era indicata la destinazione dell’obolo. Per cui a volte stazionava lì un addetto del tempio il cui compito era di indicare, soprattutto a chi non sapeva leggere, la buca dove introdurre la moneta. Poi strillava il valore delle offerte, certamente quelle più consistenti, suscitando consensi di ammirazione. La nota di Marco - Tanti ricchi ne gettavano molte (12,41) - forse è esagerata, ma serve bene a mettere in evidenza l’insegnamento etico del seguito del racconto evangelico.
Tra i tanti paludati, applauditi a scena aperta, si fa spazio una povera vedova che getta nel tesoro «due monetine, che fanno un soldo». E così accade che il suono delle monete e lo strillone, denunciando l’esigua offerta, suscitano tra i presenti brontolii e mugolii di disapprovazione. Il tintinnio, lo strillo e i mugugni non sono sfuggiti nemmeno a Gesù ma con una risonanza nel suo cuore molto, molto diversa. Gesù a questo punto chiama a sé i discepoli che forse si erano allontanati per cicalare con i detrattori della povera donna. Li chiama per insegnare loro come Dio vede, valuta e giudica i gesti degli uomini, a differenza degli umani spesso prigionieri della loro effimera sapienza. Quello che conta agli occhi di Dio è il valore morale del dono non quello commerciale, perché Dio guarda il cuore (cfr. 1Re 16,7). È anche una lezione sulla carità. Quella spicciola, quella di tutti i giorni che non porta lo sporco della bava della superbia.
Ma c’è un altro insegnamento che dovrebbe lasciare insonni tutti i credenti. La vedova, facendo scivolare nel tesoro «tutto quanto aveva per vivere», compie un atto di fede pieno, totale. Dando tutto ha manifestato di fidarsi di Dio e lo ha fatto in un modo molto pratico, lo ha fatto non riservando nulla per sé e il suo futuro. Ha abbandonato tutte le sue sicurezze e si è affidata completamente a Dio sostenuta dalla certezza che il Signore, «Padre dei poveri e difensore delle vedove» (Sal 68,6), non l’avrebbe abbandonata. Questo gesto così diventa per la comunità cristiana un serio esame di coscienza: la mia fede è vissuta veramente come adesione totale a Dio? Tale adesione è tanto sconvolgente da impregnare tutto il mio cuore, tutta la mia mente, tutta la mia vita?

Le vedove ai tempi di Gesù appartenevano ad una classe sociale posta ai margini della società. Alla mercé di una società poco incline alla carità, erano facilmente esposte alla povertà, a mille angherie e a pericoli di ogni sorta.
La vedova, obbligata a indossare abiti che ne designavano la condizione (cfr. Gen 38,14.19), era priva di ogni diritto anche quello di ereditare dal marito. Non aveva neppure un difensore legale, e quindi era in balia dei giudici iniqui. La parabola del giudice disonesto è molto palese in questo senso (cfr. Lc 18,1-8; Is 1,23; 10,2; 2Sam 14,4ss).
Nonostante tutto la società ebraica imponeva delle regole ben precise per tutelare i diritti delle vedove. Al creditore era vietato di prendere in pegno la veste della vedova (cfr. Dt 24,17), e in Lev 22,13 si legge: «Se la figlia del sacerdote è rimasta vedova o è stata ripudiata e non ha figli, ed è tornata ad abitare da suo padre come quando era giovane, potrà mangiare il cibo del padre».
La legge del levirato (= levir, cognato, che traduce l’ebraico jabam) obbligava la vedova senza figli maschi a maritare il cognato. Il primo figlio veniva attribuito al defunto e riceveva la sua parte di eredità. L’istituzione, che era in vigore anche presso gli assiri e gli hittiti, aveva lo scopo di perpetuare la discendenza e di assicurare la stabilità del patrimonio familiare (cfr. Dt 25,5-10). Un’altra norma voleva che nella mietitura del campo il mannello dimenticato era «per il forestiero, per l’orfano e per la vedova» (Dt 24,19).
Comunque, queste pratiche benevole non erano seguite da tutti gli Israeliti, ma lasciate alla generosità degli uomini pii. Con tale compassione si comporterà Booz nei confronti della giovane Rut, nuora di Noemi (cfr. Rut 2,1ss). Tobia era solito dare la terza decima del suo raccolto alle vedove, ai forestieri e agli orfani (cfr. Tb 1,8). E così non era raro che alla generosità dei pochi si contrapponesse la malvagità di coloro che non si vergognavano di predare le vedove (cfr. Gb 24,3; Sap 2,10; Is 10,2). In questo contesto di cattiveria, l’iniquo era paragonato agli idoli pagani considerati incapaci di avere pietà della vedova e di beneficare l’orfano (cfr. Bar 6,37). In contrapposizione con Iahvé onorato dal popolo eletto come «Padre degli orfani e difensore delle vedove» (Sal 68,6).
Da qui l’accorato appello dei profeti a difendere la causa delle vedove (cfr. Is 1,17). Nella predicazione profetica disprezzare una vedova significava attirarsi i castighi di Dio e ciò equivaleva ad essere maledetti (cfr. Dt 27,19; Ger 22,1-5). Di contro soccorrere gli orfani e le vedove sottendeva essere amati e benedetti da Dio: «Se non opprimerete lo straniero, l’orfano e la vedova, se non spargerete sangue innocente in questo luogo e se non seguirete per vostra disgrazia dèi stranieri, io vi farò abitare in questo luogo, nella terra che diedi ai vostri padri da sempre e per sempre» (Ger 7,6-7).
Nei Vangeli, Gesù rimprovera i Farisei di spogliare le case delle vedove (cfr. Mc 12,40) e loda una «povera vedova» che depone nel tesoro del tempio due quattrini, tutta la sua sussistenza (cfr. Mc 12,43-44). San Paolo invita Timoteo ad onorare le vedove (cfr. 1Tm 5,3). Così farà san Giacomo con i suoi lettori: «Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze» (Gc 1,27).
Esisteva un catalogo nel quale venivano iscritte le vedove che la Chiesa assisteva con premura e generosità. L’iscrizione era sottoposta ad alcune condizioni: «Una vedova sia iscritta nel catalogo delle vedove quando abbia non meno di sessant’anni, sia moglie di un solo uomo, sia conosciuta per le sue opere buone: abbia cioè allevato figli, praticato l’ospitalità, lavato i piedi ai santi, sia venuta in soccorso agli afflitti, abbia esercitato ogni opera di bene» (1Tm 5,9-10). Se Paolo in generale suggeriva alle vedove di restare nello stato vedovile (cfr. 1Cor 7,8) alle più giovani, per comprensibili motivi, consigliava di risposarsi (cfr. 1Tm 5,11-15).
La necessità della assistenza delle vedove farà nascere nella Chiesa il ministero del diaconato (cfr. At 6,5ss). Ma dovranno passare ancora molti anni prima che la rivalutazione della vedova, e della donna in particolare, trovi il suo compimento.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. (Mt 5,3)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Padre, che ci hai nutriti
con il corpo e il sangue del tuo Figlio,
guidaci con il tuo Spirito,
perché non solo con le parole, ma con le opere e la vita
possiamo renderti testimonianza
e così entrare nel regno dei cieli.
Per Cristo nostro Signore.





5 Giugno 2020

Venerdì della IX Settimana del Tempo Ordinario

2Tm 3,10-16; Sal 118; Mc 12,35-37

Dal Martirologio: Memoria di san Bonifacio, vescovo e martire. Monaco di nome Vinfrido, giunto a Roma dall’Inghilterra fu ordinato vescovo dal papa san Gregorio II e, preso il nome di Bonifacio, fu mandato in Germania ad annunciare la fede di Cristo a quelle genti, guadagnando moltitudini alla religione cristiana; resse la sede di Magonza e da ultimo a Dokkum tra i Frisoni, nell’odierna Olanda, trafitto con la spada dalla furia dei pagani, portò a compimento il martirio.

Colletta: Interceda per noi, Signore, il santo vescovo e martire Bonifacio, perché custodiamo con fierezza e professiamo con coraggio la fede che egli ha insegnato con la parola e testimoniato con il sangue. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

San Bonifacio Martire: Benedetto XVI (Udienza Generale 11 Marzo 2009): A distanza di secoli, quale messaggio possiamo noi oggi raccogliere dall’insegnamento e dalla prodigiosa attività di questo grande missionario e martire? Una prima evidenza si impone a chi accosta Bonifacio: la centralità della Parola di Dio, vissuta e interpretata nella fede della Chiesa, Parola che egli visse, predicò e testimoniò fino al dono supremo di sé nel martirio. Era talmente appassionato della Parola di Dio da sentire l’urgenza e il dovere di portarla agli altri, anche a proprio personale rischio. Su di essa poggiava quella fede alla cui diffusione si era solennemente impegnato al momento della sua consacrazione episcopale: «Io professo integralmente la purità della santa fede cattolica e con l’aiuto di Dio voglio restare nell’unità di questa fede, nella quale senza alcun dubbio sta tutta la salvezza dei cristiani». (Epist. 12, in S. Bonifatii Epistolae, ed. cit., p. 29). La seconda evidenza, molto importante, che emerge dalla vita di Bonifacio è la sua fedele comunione con la Sede Apostolica, che era un punto fermo e centrale del suo lavoro di missionario, egli sempre conservò tale comunione come regola della sua missione e la lasciò quasi come suo testamento. In una lettera a Papa Zaccaria affermava: «Io non cesso mai d’invitare e di sottoporre all’obbedienza della Sede Apostolica coloro che vogliono restare nella fede cattolica e nell’unità della Chiesa romana e tutti coloro che in questa mia missione Dio mi dà come uditori e discepoli» (Epist. 50: in ibid. p. 81). Frutto di questo impegno fu il saldo spirito di coesione intorno al Successore di Pietro che Bonifacio trasmise alle Chiese del suo territorio di missione, congiungendo con Roma l’Inghilterra, la Germania, la Francia e contribuendo così in misura determinante a porre quelle radici cristiane dell’Europa che avrebbero prodotto fecondi frutti nei secoli successivi. Per una terza caratteristica Bonifacio si raccomanda alla nostra attenzione: egli promosse l’incontro tra la cultura romano-cristiana e la cultura germanica. Sapeva infatti che umanizzare ed evangelizzare la cultura era parte integrante della sua missione di Vescovo. Trasmettendo l’antico patrimonio di valori cristiani, egli innestò nelle popolazioni germaniche un nuovo stile di vita più umano, grazie al quale venivano meglio rispettati i diritti inalienabili della persona. Da autentico figlio di san Benedetto, egli seppe unire preghiera e lavoro (manuale e intellettuale), penna e aratro.
La testimonianza coraggiosa di Bonifacio è un invito per tutti noi ad accogliere nella nostra vita la parola di Dio come punto di riferimento essenziale, ad amare appassionatamente la Chiesa, a sentirci corresponsabili del suo futuro, a cercarne l’unità attorno al successore di Pietro. Allo stesso tempo, egli ci ricorda che il cristianesimo, favorendo la diffusione della cultura, promuove il progresso dell’uomo. Sta a noi, ora, essere all’altezza di un così prestigioso patrimonio e farlo fruttificare a vantaggio delle generazioni che verranno.

Dal Vangelo secondo Marco 12,35-37: In quel tempo, insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo: “Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici sotto i tuoi piedi”. Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?». E la folla numerosa lo ascoltava volentieri.

José Maria González-Ruiz: Per comprendere la polemica concreta che questo passo ci offre, è necessario ricordare che l’ascendenza davidica di Gesù fu sempre affermata dalla Chiesa primitiva. Non si trattava, dunque, di offrire ai lettori del secondo vangelo un materiale adeguato per utilizzarlo nelle polemiche con gli scribi, ma di denunziare, come aveva fatto Gesù stesso, la falsa scienza di quei «dottori» ai quali mancava una vera conoscenza della sacra Scrittura. L’obiezione è data dal fatto che gli scribi si perdevano in un labirinto di sottigliezze per dimostrare l’ascendenza davidica del futuro Messia, ma davano eccessiva importanza a quest’argomento messianico, data la loro impazienza di riavere un re teocratico che li liberasse miracolosamente dal giogo delle autorità romane d’occupazione. Gesù vuole invece far vedere il carattere trascendentale del Messia, la cui realtà va al di là d’un popolo determinato.
L’evangelista osserva espressamente che molta gente «lo ascoltava volentieri», e fa rilevare nuovamente la contrapposizione fra il popolo e i suoi capi religioso-politici. Poche pagine più indietro (10,47s), aveva messo sulle labbra del cieco di Gerico l’invocazione: «Figlio di Davide» indirizzata a Gesù, invocazione ripetuta poi dalla gente durante la sua entrata in Gerusalemme (11,10).

Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 35 Gesù... prese la parola; il Salvatore stesso prende l’iniziativa per discutere sull’insegnamento degli Scribi intorno all’origine del Messia. A questi maestri in Israele, che pensano ad un Messia umano e di discendenza davidica e che in tal modo istruiscono il popolo, Cristo mostra l’incoerenza della loro opinione con quella della Scrittura. Il Salvatore, che si trovava ad insegnare nel tempio, sentì il dovere d’illuminare gli Scribi e le persone del popolo su un problema che lo riguardava personalmente, Come mai gli Scribi dicono che il Messia è figlio di Davide? Il popolo seguiva ciecamente l’opinione dei propri maestri, gli Scribi. All’entrata trionfale di Gesù nella città santa la folla tutta festante aveva fatto echeggiare nell’aria questa acclamazione: «Benedetto il regno che viene del nostro padre Davide!» (Mc 11,10). Figlio di Davide era il titolo più diffuso e popolare per designare il Messia, esso fu ripetuto con vivo entusiasmo dalla folla nel giorno dell’ingresso del Maestro a Gerusalemme (cf. Mt., 22,42).
Molti passi della Scrittura dichiarano che il Messia è figlio o discendente di Davide (cf. Am 9,11; Os 3,5; Is 11,1; Ger 23,5; 30,9; 33,15,17,22; Ez 34,23; 37,24, Zac 12,8); Gesù non contesta queste affermazioni sull’origine del Messia, ma vuole far riflettere gli ascoltatori sul fatto che la stessa Scrittura presenta il Messia come un personaggio anteriore e superiore a Davide stesso.
Versetti 36-37: Il Salvatore argomenta con un testo del Salmo, 110,1 (Volgata: Salmo, 109, 1) per far vedere a tutti che lo stesso Davide riteneva il Messia superiore a sé. Il Signore (ebraico: Jahweh) ha detto al mio Signore (ebr.: Adoni), l’argomento è sviluppato da Gesù nel modo seguente: Davide, scrivendo questo salmo messianico, dichiara che Jahweh (il Signore) chiama il Messia «mio Signore» (Adoni), cioè: «Signore dello stesso Davide», e lo invita ad assidersi alla sua destra (siedi alla mia destra); allora, conclude Gesù, come può il Messia essere soltanto un discendente umano di Davide, quando questo re stesso lo chiama suo «Signore»? La conclusione, formulata dal Maestro a modo di domanda, non può avere che una sola spiegazione: il Messia è in pari tempo Signore di Davide (cioè molto superiore per natura a questo re) e figlio di Davide (cioè discendente, come uomo, dal glorioso monarca, suo lontano antenato). Gesù, pur non dichiarando esplicitamente che il Messia è figlio di Dio, lo lascia facilmente capire poiché Davide, parlando sotto ispirazione divina, lo chiama suo Signore e lo colloca alla destra di Jahweh. La numerosa folla l’ascoltava con piacere; il rilievo dell’evangelista riassume l’impressione riportata dalla folla nell’assistere agli episodi narrati sopra. Queste parole tuttavia potrebbero costituire un’introduzione al severo giudizio che Gesù formulerà subito dopo (cf. verss. 38-40); per tale motivo in alcune traduzioni questa seconda parte del versetto è posta all’inizio della sezione seguente.

Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? - Alessandro Pronzato (Un cristiano comincia a leggere il Vangelo di Marco): Gesù non misconosce di discendere da Davide (ha accettato il titolo di «figlio di Davide» dal cieco Bartimeo), ma lascia intuire che la sua storia non è soltanto questione di genealogia umana, e neppure una storia di potere e di splendore terrestre.
Ancora una volta smentisce l’attesa messianica in chiave politica (un Messia re e liberatore).
L’opinione degli scribi sulla discendenza del Messia da Davide non è falsa. Ma incompleta. « Questi uomini vedono una parte sola della speranza messianica, che per loro è nazionale e politica, per cui il re che viene non sarà altro che una figura principesca per mezzo della quale il loro popolo deve diventare potente» (G. Dehn).
In conclusione: Gesù non nega affatto di essere figlio di Davide. Tuttavia lascia capire che non è soltanto questo. «La sua figura non è più quella di un semplice reggente terreno, politico, poiché gli è stato conferito il regno celeste ed eterno di Dio» (E. Schweizer).
Certo, non parla esplicitamente della propria persona. Ma, in fondo, pone l’interrogativo decisivo, che è poi quello di tutto il Vangelo di Marco, riguardante il mistero della sua persona.
La chiesa primitiva, naturalmente, non mancherà di utilizzare questo brano nella polemica contro gli ambienti giudaici 5, per dimostrare che in Gesù si erano adempiute, sostanzialmente tutte le speranze, attese e promesse dell’Antico Testamento. Anche se le aveva realizzate in maniera diversa, trascendendole.
Il Salmo 110 diventerà un testo fondamentale della cristologia della chiesa primitiva e occuperà un posto di privilegio nella liturgia.
L’espressione «sedere alla destra di Dio verrà riferita all’intronizzazione solenne di Gesù accanto a Dio dopo la risurrezione.

Disse il Signore al mio Signore - Adalberto Sisti (Marco): Il testo biblico a cui Gesù si appella è il Salmo 110,1 che nell’ebraico dice: «Oracolo di Jahvé al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io non abbia ridotto i tuoi nemici sgabello ai tuoi piedi». La composizione è attribuita a Davide sia dal testo masoretico sia dalla versione greca. Gli scrittori cristiani lo citano spesso in senso messianico, riferendolo letteralmente in ogni sua parte a Cristo (At 2,34; 7,56; Rm 8,34; 1Cor 15,25; Ef 1,20; Col 3,1; Eb 1,3; 5,6; 7,17-21; 8,1; 10,12-13; IPt 3,22). Negli scritti giudaici dal sec. I al III d.C. si trova riferito ad Abramo o al re Ezechia (cf GIUSTINO, Dial. cum Tryphone, 32; 56; 83); ma si sa che il senso messianico veniva escluso soltanto per reazione allinterpretazione cristiana e in polemica con essa.
Gesù dà come ammesso da tutti che il Salmo sia opera di Davide e che quando questi scrive «Il Signore ha detto al mio Signore», egli immagini che Dio (Jahvé) parli al suo Messia per investirlo della dignità regale e sacerdotale, seconda solo a quella di Dio stesso. Perciò argomenta: Se Davide, che pure era ispirato e guidato dallo Spirito Santo, ha parlato del Messia come suo Signore, certamente egli pensava che non avrebbe dovuto essere soltanto un suo figlio o discendente, ma qualche cosa di più, perché altrimenti non lo avrebbe indicato come Signore. In tal modo crediamo che il Maestro, senza parlare direttamente di sé, abbia voluto far comprendere che la definizione di figlio di Davide era insufficiente e inadeguata, specialmente se tale definizione era collegata - come di fatto lo era - all’attesa della restaurazione del regno davidico in senso politico, territoriale e nazionale, in contra osizione all’autorità di Roma.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.  (Gv 14,23)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

La partecipazione ai tuoi santi misteri,
ci comunichi, o Padre, lo Spirito di fortezza
che rese san Bonifacio fedele nel servizio
e vittorioso nel martirio.
Per Cristo nostro Signore.





4 Giugno 2020

Giovedì della IX Settimana del Tempo Ordinario

2Tm 2,8-15; Sal 24 (25); Mc 12,28b-34

Colletta: O Dio, che nella tua provvidenza tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza, allontana da noi ogni male e dona ciò che giova al nostro vero bene. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Deus caritas est 1. «Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1 Gv 4,16). Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre per così dire una formula sintetica dell’esistenza cristiana: « Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto».
Abbiamo creduto all’amore di Dio - così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest’avvenimento con le seguenti parole: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui ... abbia la vita eterna» (3, 16). Con la centralità dell’amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d’Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza. L’Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro del Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il centro della sua esistenza: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (6, 4-5). Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell’amore di Dio con quello dell’amore del prossimo, contenuto nel Libro del Levitico: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (19,18; cfr Mc 12,29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4,10), l’amore adesso non è più solo un «comandamento», ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro.
In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza, questo è un messaggio di grande attualità e di significato molto concreto.

Dal Vangelo secondo Marco 12,28b-34: In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Gesù giunto in Gerusalemme, accolto dalla folla osannante, scaccia i mercanti dal tempio aprendo così l’ennesimo fronte conflittuale con i detentori del potere israelitico. Come per l’inizio del Vangelo in Galilea, Marco ha ricordato cinque conflitti (cfr. Mc 2,1-3.6), così ora in Gerusalemme, alla fine del suo ministero pubblico, l’evangelista raccoglie cinque questioni, intramezzate dalla parabola dei vignaioli: l’autorità di Gesù, Dio e Cesare, la risurrezione, il comandamento più grande, il rapporto Cristo-Davide. Il brano odierno si colloca all’interno di questo conflitto ed è teso ad enunciare l’unicità di Dio Signore. Qui, sulla bocca di Gesù esso si basa sullo Shema (cfr. Dt 6,4-5). 

Qual è il primo di tutti i comandamenti? - Lo scriba, l’«uomo del libro», occupava in Israele un posto di primo piano in quanto aveva il compito di conservare le Scritture, leggerle, tradurle e interpretarle al popolo. Lo scriba come tale non apparteneva ad alcuna setta (farisei, sadducei, erodiani ...), ma di fatto molti di essi erano farisei che aderivano alla rigorosa interpretazione della legge.
Nel brano odierno, lo scriba ha una certa ammirazione verso il giovane Maestro, ma solo per motivi partigiani in quanto precedentemente aveva «ben risposto» (Mc 12,28) ai farisei e agli erodiani su alcune questioni concernenti la commistione tra potere statale e religioso («È lecito dare il tributo a Cesare?» Mc 12,13-17) e ai sadducei per quanto riguardava la risurrezione (i sadducei negavano la risurrezione Mc 12,17-27). Anche se tali dibattiti erano frequenti nei circoli rabbinici, la domanda posta a Gesù è capziosa perché con essa si vuole saggiare soprattutto la sua ortodossia.
Il Cristo risponde sorprendentemente unendo due precetti che nella Legge mosaica erano collocati in sezioni separate: l’amore verso l’unico Signore Dio (cfr. Dt 6,4-5) e l’amore verso il prossimo (cfr. Lev 19,18). Assommando i due comandamenti ne fa un solo precetto dandogli la precedenza assoluta su tutti gli altri precetti. Come l’amore di Dio si palesa e si verifica nell’amore per il prossimo così il vero amore per il prossimo non è mai separato dal vero amore verso Dio: «Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1Gv 4,20-21).
La risposta non spiazza lo scriba perché gli Ebrei avevano già l’abitudine di accostare l’uno all’altro i due precetti così, ripetendo pedissequamente il detto di Gesù, manifesta l’intenzione di approvare pienamente l’accostamento delle due leggi. In ogni caso, il precetto «Amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici», è un insegnamento che spesso ricorreva nella predicazione profetica: «(Dice il Signore) Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità... Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova» (Is 1,13.15-17).
Il vero culto reso a Dio va di pari passo con l’amore, la carità, l’onestà, la giustizia, la solidarietà: «Voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti» (Os 6,6).
La saggezza lodata da Gesù sta nel fatto che lo scriba è riuscito a tenersi fuori dalle diatribe legali dei farisei e dei sadducei dando all’amore verso Dio e verso il prossimo la precedenza sui sacrifici e sugli innumerevoli precetti mosaici. Le scuole giudaiche contavano ben 248 precetti positivi e 365 precetti negativi rendendo in questo modo impraticabile e asfissiante la vita religiosa.
«Gesù vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”»: è la prima volta che Gesù loda la ‘sapienza’ degli «uomini del libro». La figura di questo scriba può essere accostata a quella di Giuseppe d’Arimatea, l’autorevole membro del sinedrio, che «aspettava anche lui il regno di Dio» (Mc 15,43). In Matteo (13,52), Gesù fa bene intendere che lo scriba divenuto suo discepolo conosce, possiede e amministra tutta la ricchezza dell’antica alleanza, accresciuta e perfezionata dagli insegnamenti della nuova alleanza. Lo scriba non è «lontano dal regno di Dio», perché è una «realtà vicina, presente nella stessa persona, nell’opera redentrice di Gesù. Questa redenzione, manifestazione suprema di amore, sta per compiersi appunto, tra breve, a Gerusalemme. Non c’è altro criterio che possa indicare all’uomo la sua vicinanza o lontananza dal regno di Dio se non la sua sincera disponibilità o il suo ostinato rifiuto davanti alla suprema legge dell’amore, proposta da Gesù» (R. Scognamiglio).
L’assenso dello scriba sembra mettere a tacere una volta per tutte gli avversari di Gesù, ma è soltanto una pausa. Di lì a poco i sommi sacerdoti e gli scribi cercheranno «il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo» (Mc 14,1).
L’insegnamento di Gesù sull’amore troverà profonde radici nella vita delle primitive comunità cristiane tanto che Paolo scrivendo ai cristiani di Roma dirà loro: «Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore» (Rom 13,9-10).

La nuova possibilità - Rinaldo Fabris (Il Vangelo di Marco): La novità evangelica, il lieto annuncio si ha nella esclamazione finale di Gesù. Essa ha il suo corrispondente nelle sentenze in cui Gesù saluta il tempo nuovo, la nuova situazione inaugurata dalla sua presenza e azione personale: il regno di Dio è vicino (Mc 1,15).
Nell’incontro con Gesù lo scriba non ha trovato semplicemente la conferma autorevole delle intuizioni morali alle quali la sua formazione scolastica e religiosa lo aveva già preparato, ma ha fatto l’esperienza della vicinanza di Dio, del regno vicino, della giustizia di Dio.
Amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi non è più soltanto una nuova sintesi morale, il comandamento più importante o il principio etico di grado superiore, ma è la nuova possibilità offerta all’uomo qui e ora nell’incontro con colui che rende visibile e accessibile l’amore di Dio. In Gesù amare Dio e il prossimo è un dono, un dinamismo immesso in colui che si apre nella fede.  

Hai detto bene, Maestro... - Jacques Hervieux (Vangelo di Marco): La risposta di Gesù, per una volta, soddisfa completamente il suo interlocutore. Al versetto 22, l’uomo non fa che ripetere, con parole assai simili, le due citazioni di Gesù, che ne approfitta per insistere sulla portata di carattere monoteistico del primo: «Il Signore è Dio; all’infuori di lui non ce n’è altri» (Dt 4,35). Quindi conclude che l’amore di Dio e del prossimo è preferibile a tutti i sacrifici del culto giudaico (v. 33), cosa che concorda perfettamente col pensiero dei profeti quando Dio dichiara: «Io voglio l’amore, non i sacrifici» (Os 6,6). Per uno scriba, si tratta di una presa di posizione tanto più degna di nota perché ci si trova nel vestibolo del tempio (da 11,27). Quest parole non passano inosservate agli occhi di Gesù che parla di «risposta saggia» e rivolge al suo autore questo insolito elogio: «Non sei lontano dal regno di Dio» (v. 34a). Ci si rende dunque conto che anche tra gli scribi ostili a Gesù decisamente fin dall’inizio (2,16; 3,22, ecc.) si trovano degli uomini in cammino verso la luce. In pratica, Marco ha fatto di questo incontro un episodio costruttivo: secondo lui - e al contrario di Matteo (22,35) e di Luca (10,25) - non si tratta di tornare alle vecchie dispute come in precedenza. Al di là del gioco di domanda e risposta, qui si tratta di un intenso dialogo fra Gesù e un fariseo particolarmente disponibile, senza alcun secondo fine; la conclusione in merito a questo incontro è degna di nota: nessuno osava più interrogare Gesù (v. 34b); ciò significa che il tempo delle dispute è finito.

Non ci si regola con Dio attraverso la Legge -  Eduard Schweizer (Il Vangelo secondo Marco): Come nell’Antico Testamento e nell’insegnamento giudaico, Gesù intende l’amore come un volere e pensa a tutte le piccole cose quotidiane in cui questo si esprime. Quel che dà a queste proposizioni la loro forza che scardina ogni legalismo è però soltanto l’agire di Gesù che, come era già evidente da 2, 1-3,6, chiamava i pubblicani alla comunione con Dio ed escludeva i legalisti che, cercando di osservare tutti i possibili comandamenti singoli, perdevano di vista la volontà di Dio.
Soltanto in questo modo diventa possibile l’affermazione di san Paolo (Rm 13,8-10). Cioè, quando il duplice comandamento è compreso così radicalmente, come nella vita e nella morte di Gesù, da includere e comprendere veramente tutti gli altri comandamenti, la legge non può più essere per l’uomo lo strumento col quale egli si mette in regola con Dio e grazie al quale crede di poter rivendicare qualcosa da lui.
Invece, egli si trova posto di fronte a Dio come uno che, sì, non è mai arrivato al traguardo (chi nel campo dell’amore fosse giunto al traguardo, sarebbe già fuori dell’amore), ma pure non dubita minimamente di quell’amore che non è mai compiuto, ed anzi ha la con lazione di sapersi amate da Dio e di vivere della realtà di quest’amore che si accresce sempre di più.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Il salvatore nostro Gesù Cristo ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita per mezzo del Vangelo. (Cfr. 2Tm 1,10) 
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Padre, che ci hai nutriti con il corpo e il sangue del tuo Figlio,
guidaci con il tuo Spirito, perché non solo con le parole,
ma con le opere e la vita possiamo renderti testimonianza
e così entrare nel regno dei cieli.
Per Cristo nostro Signore.




3 Giugno 2020

MERCOLEDÌ DELLA IX SETTIMANA T. O.

SS. CARLO LWANGA E COMPAGNI, MARTIRI  

MEMORIA

2Tm 1,1-3.6-12; Sal 122; Mc 12,28b-34

Tra il 1885 e il 1887, in Uganda i cristiani subirono una violenta persecuzione. Le vittime furono un centinaio. Tra loro Carlo, domestico del re Muanga dell'antico regno indipendente del Buganda, bruciato vivo insieme a dodici compagni il 3 giugno 1886. Carlo Lwanga, capo dei paggi reali, era stato battezzato durante l'evangelizzazione attuata dai Padri Bianchi, fondati dal cardinale Lavigerie. Inizialmente la loro opera, avviata nel 1879, venne ben accolta dal re Mutesa così come dal successore Muanga, che però si fece influenzare dal cancelliere del regno e dal capotribù. Tanto che decise la soppressione fisica dei cristiani, alcuni dei quali uccise con le proprie mani. Oggi il calendario ricorda ventidue martiri dell'Uganda, beatificati il 6 giugno 1920 da Benedetto XV e canonizzati da Paolo VI l'8 ottobre 1964. A loro è stato inoltre dedicato un grande santuario a Namugongo consacrato da Paolo VI nel 1969. (Avvenire)

Colletta: O Dio, che nel sangue dei martiri hai posto il seme di nuovi cristiani, concedi che il mistico campo della Chiesa, fecondato dal sacrificio di san Carlo Lwanga e dei suoi compagni, produca una messe sempre più abbondante, a gloria del tuo nome. Per il nostro Signore Gesù Cristo ..    

Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro: Evangelii Nuntiandi 20-21: Il Vangelo, e quindi l'evangelizzazione, non si identificano certo con la cultura, e sono indipendenti rispetto a tutte le culture, Tuttavia il Regno, che il Vangelo annunzia, è vissuto da uomini profondamente legati a una cultura, e la costruzione del Regno non può non avvalersi degli elementi della cultura e delle culture umane. Indipendenti di fronte alle culture, il Vangelo e l'evangelizzazione non sono necessariamente incompatibili con esse, ma capaci di impregnarle tutte, senza asservirsi ad alcuna.
La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture. Esse devono essere rigenerate mediante l'incontro con la Buona Novella. Ma questo incontro non si produrrà, se la Buona Novella non è proclamata.
Ed essa deve essere anzitutto proclamata mediante la testimonianza. Ecco: un cristiano o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità d'uomini nella quale vivono, manifestano capacità di comprensione e di accoglimento, comunione di vita e di destino con gli altri, solidarietà negli sforzi di tutti per tutto ciò che è nobile e buono. Ecco: essi irradiano, inoltre, in maniera molto semplice e spontanea, la fede in alcuni valori che sono al di là dei valori correnti, e la speranza in qualche cosa che non si vede, e che non si oserebbe immaginare. Allora con tale testimonianza senza parole, questi cristiani fanno salire nel cuore di coloro che li vedono vivere, domande irresistibili: perché sono così? Perché vivono in tal modo? Che cosa o chi li ispira? Perché sono in mezzo a noi? Ebbene, una tale testimonianza è già una proclamazione silenziosa, ma molto forte ed efficace della Buona Novella. Vi è qui un gesto iniziale di evangelizzazione. Forse tali domande saranno le prime che si porranno molti non cristiani, siano essi persone a cui il Cristo non era mai stato annunziato, battezzati non praticanti, individui che vivono nella cristianità ma secondo principii per nulla cristiani, oppure persone che cercano, non senza sofferenza, qualche cosa o Qualcuno che essi presagiscono senza poterlo nominare.
Altre domande sorgeranno, più profonde e più impegnative; provocate da questa testimonianza che comporta presenza, partecipazione, solidarietà, e che è un elemento essenziale, generalmente il primo, nella evangelizzazione. A questa testimonianza tutti i cristiani sono chiamati e possono essere, sotto questo aspetto, dei veri evangelizzatori. Pensiamo soprattutto alla responsabilità che spetta agli emigranti nei Paesi che li ricevono.

Dal Vangelo secondo Marco 12,28b-34: In quel tempo, vennero da Gesù alcuni sadducei - i quali dicono che non c'è risurrezione - e lo interrogavano dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C'erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie». Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».

Dopo i farisei e gli erodiani sulla scena arrivano i sadducei, esponenti delle classi dirigenti, amanti dell’ordine costituito, collaboratori dei Romani, liberali in materia religiosa. A differenza dei farisei, i sadducei consideravano valido soltanto quanto era scritto nella Torah e non trovando in essa alcun testo che affermasse una nuova vita nell’aldilà non credevano nella risurrezione. Non credevano nemmeno nell’esistenza degli angeli (Cf. At 23,8).
Nell’interrogare Gesù, per dare maggior autorità alle loro parole e screditare la dottrina dei farisei, citano la legge del levirato (Dt 25,5ss). Secondo questa legge se un uomo moriva senza lasciare figli, il fratello era obbligato a sposare la vedova per dare una discendenza al defunto.
Gesù risponde affermando inequivocabilmente la realtà della risurrezione e illustrando i requisiti dei corpi risorti confuta sapientemente l’argomento dei sadducèi: se in questo mondo gli uomini contraggono nozze per assicurare la continuità della specie,  «nella risurrezione» cesserà questa necessità: gli uomini «giudicati degni della vita futura e della risurrezione», partecipando a una nuova vita, saranno «uguali agli angeli» e non potranno più morire.
L’evangelista Marco dicendo saranno uguali agli angeli non vuole fare un paragone, ma spiegare in cosa consiste la risurrezione: non in una «rianimazione di un cadavere, bensì nella spiritualizzazione di tutto l’essere umano, reso simile agli angeli in cielo, per partecipare alla vita di Dio, come dono sublime della sua liberalità» (Angelico Poppi).
Gesù per affermare il mistero della risurrezione cita la Parola di Dio, così come avevano fatto i suoi interlocutori per negarla. È infatti la Sacra Scrittura a dimostrare il grave errore dei sadducèi: il Signore, nella teofania del roveto ardente, dichiarandosi «il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (Es 3,6) rivela una comunione vera con degli esseri che anche dopo la morte continuano a vivere.
«Vivono per sempre» (Sap 5,15) perché da Dio sono stati creati per l’immortalità (Sap 1,13-15-2,23).
La morte non può spezzare la comunione di coloro che si addormentano nel Signore con il Dio vivo e fedele (Cf. Rom 6,10): Dio, non intendendo lasciare i suoi amici nella corruzione del sepolcro (Cf. Sal 16,10s), saprà trarli col suo Spirito dalla polvere (Cf. Ez 37,3; Gv 11,24s).
Una comunione che coinvolgerà interamente l’uomo: nel giorno della risurrezione dei morti i corpi si ricongiungeranno alle anime per godere eternamente.

José Maria González-Ruiz: L’atteggiamento della piccola ma potente fazione dei sadducei si potrebbe definire di opportunismo «ecclesiastico». Essi non condividevano l’atmosfera febbrile dei circoli pii ed escatologici e si mostravano scettici riguardo all’attesa messianica. Rigettavano la letteratura apocalittica recente e la tradizione orale. Il loro canone si riduceva al Pentateuco, Non accettavano l’idea della risurrezione che era parte dell’attesa messianica ed escatologica,come non ammettevano l’immortalità dell’anima.
Com’e evidente nel dialogo qui riferito, i sadducei credevano che un uomo risuscitasse quando un suo fratello gli «suscitava» una posterità. Per essi, l’eternità dell’uomo si confondeva con la conservazione della specie. Era gente realista, che calcolava perfettamente il pro e il contro di ogni situazione. Era nella loro logica volersi liberare d’un uomo pericoloso come Gesù, ma non perdevano la calma; erano oggettivi e consideravano superfluo lo zelo dei farisei. Nel nostro racconto i sadducei si contentano di mettere Gesù in ridicolo davanti al popolo, scoprendo l’assurdità delle idee circa la risurrezione che egli condivideva coi farisei.
L’aneddoto della donna con sette mariti entrava, naturalmente, nella casuistica dei dottori della legge. I sadducei dei dottori della legge si riferiscono qui all’antica legge del levirato o del matrimonio con il cognato. Questo il testo del Pentateuco: «Quando i fratelli abiteranno insieme e uno di loro morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto non si mariterà fuori con un forestiero; il suo cognato verrà da lei e se la prenderà in moglie, compiendo cosi verso di lei il dovere del cognato: il primogenito che essa metterà al mondo andrà sotto il nome del fratello morto perché il nome di questo non si estingua in Israele» (Dt 25,5-6).
Per i sadducei, fedeli al solo Pentateuco, l’unica «risurrezione» era quella riferita in questo testo del Deuteronomio, cioè la sopravvivenza del defunto nel figlio del fratello. Tutto il resto, per essi, era una dottrina volgare
e grottesca che dava luogo a discussioni senza senso.
La risposta di Gesù si differenzia anche dall’atteggiamento dei farisei. La fede nella risurrezione e fede nella potenza di Dio il quale ha il potere di creare tutto nuovo.
Il credente non deve perdersi nel dedalo razionalistico della fantasia umana. In realtà come risulta anche dalla lettura del Pentateuco - Dio é il Dio dei vivi; e per questo si presenta a Mosè come «il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe». La fede per Gesù non è «una proiezione di questo mondo in un mondo estraneo creato dalla fantasia», ma e un’apertura a Dio, e lascia che il totalmente Altro crei un essere nuovo, totalmente altro.

Papa Francesco (Udienza Generale 3 Aprile 2031): Nel Credo ripetiamo questa espressione: «Il terzo giorno è risuscitato secondo le Scritture». E’ proprio l’evento che stiamo celebrando: la Risurrezione di Gesù, centro del messaggio cristiano, risuonato fin dagli inizi e trasmesso perché giunga fino a noi. San Paolo scrive ai cristiani di Corinto: «A voi… ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto; cioè che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture, e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1Cor 15,3-5). Questa breve confessione di fede annuncia proprio il Mistero Pasquale, con le prime apparizioni del Risorto a Pietro e ai Dodici: la Morte e la Risurrezione di Gesù sono proprio il cuore della nostra speranza. Senza questa fede nella morte e nella risurrezione di Gesù la nostra speranza sarà debole, ma non sarà neppure speranza, e proprio la morte e la risurrezione di Gesù sono il cuore della nostra speranza. L’Apostolo afferma: «Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati» (v. 17). Purtroppo, spesso si è cercato di oscurare la fede nella Risurrezione di Gesù, e anche fra gli stessi credenti si sono insinuati dubbi. Un po’ quella fede “all’acqua di rose”, come diciamo noi; non è la fede forte. E questo per superficialità, a volte per indifferenza, occupati da mille cose che si ritengono più importanti della fede, oppure per una visione solo orizzontale della vita. Ma è proprio la Risurrezione che ci apre alla speranza più grande, perché apre la nostra vita e la vita del mondo al futuro eterno di Dio, alla felicità piena, alla certezza che il male, il peccato, la morte possono essere vinti. E questo porta a vivere con più fiducia le realtà quotidiane, affrontarle con coraggio e con impegno. La Risurrezione di Cristo illumina con una luce nuova queste realtà quotidiane. La Risurrezione di Cristo è la nostra forza!

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Io sono la resurrezione e la vita, dice il Signore; chiunque crede in me non morirà in eterno. (Cfr. Gv 11,25a.26) 
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Abbiamo partecipato ai tuoi misteri, Signore,
nel glorioso ricordo dei tuoi martiri:
questo sacramento, che li sostenne nella passione,
ci renda forti nella fede e nell'amore,
in mezzo ai rischi e alle prove della vita.
Per Cristo nostro Signore.