IL PENSIERO DEL GIORNO

28 LUGLIO 2017


Oggi Gesù ci dice: “Beati coloro che custodiscono la parola di Dio con cuore integro e buono e producono frutto con perseveranza” (Cfr. Acclamazione al Vangelo Lc 8,15).
  
Benedetto Prete (Vangelo secondo Luca):  Con un cuore buono e integro: così rendiamo l’espressione originale καλός καί ἀγαθός (letteralmente: bello e buono), usata esclusivamente da Luca; essa compendia l’ideale umano della grecità classica. La conservano e producono frutto per la loro costanza; nel terzo evangelista la conclusione della parabola [del seminatore], come anche le varie applicazioni fatte precedentemente, considerano l’aspetto religioso che ha interesse è valore per tutti ed in ogni circostanza. «La conservano»; va rilevato che con questa espressione, propria dell’evangelista, il «conservare» la parola ascoltata ha un’importanza essenziale, anteriore a qualsiasi altra considerazione. «Producono frutto per la loro costanza»; la particella ἐν nel greco biblico può avere senso modale (con la loro costanza) e causale (per la loro costanza); abbiamo preferito il senso causale, perché più incisivo e rispondente al pensiero che l’evangelista vuol porre in evidenza nell’applicazione conclusiva della parabola. La costanza è la fermezza e la perseveranza nella prova (nelle tentazioni) fino alla fine; essa quindi costituisce il segno distintivo del seguace di Cristo che rimane fedele alla «parola», nonostante le varie e gravi difficoltà che possono presentarglisi (cf. verss. 12,13,14). Così Luca nella parabola del seminatore scopre un’ampia visuale di dottrina; la conclusione ultima che egli trae dall’immagine descritta da Gesù non rappresenta una applicazione limitata al semplice caso prospettato in essa, ma raggiunge il valore di un principio universale che sintetizza l’ideale della vita cristiana: la sopportazione costante delle prove rende feconda e ricca di frutti l’esistenza del seguace di Gesù (cf. Lc 21, 19)


La Parola di Dio ( Dizionario di Mistica) Il Concilio Vaticano Il sarà un evento salvifico per la netta affermazione del primato della Parola e per la riproposta della teologia della tradizione auspicata dai contributi di H. de Lubac e di J. Daniélou, di Y. Congar e di una sequela di teologi di questa scuola illuminata dallo Spirito della Pasqua del Signore.
Cosi conclude la Dei Verbum: «La Chiesa ha sempre venerato le divine scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della P. che del corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli» (n. 21).
«È necessario che tutti i chierici, in primo luogo i sacerdoti di Cristo e quanti, come i diaconi o i catechisti, attendono legittimamente al ministero della parola, siano attaccati alle Scritture, mediante la sacra lettura assidua e lo studio accurato, affinché qualcuno di loro non diventi “vano predicatore della Parola all’esterno, lui che non l’ascolta da dentro” mentre deve partecipare ai fedeli a lui affidati le sovrabbondanti ricchezze della Parola divina, specialmente nella sacra liturgia. Parimenti, il santo Concilio esorta con forza e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere “la sublime scienza di Gesù Cristo” (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine scritture. “L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo”. Si accostino dunque volen­tieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra liturgia ricca di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle iniziative adatte a tale scopo e di altri sussidi che, con l’approvazione e a cura dei pastori della Chiesa, lodevolmente oggi si diffondono ovunque. Si ricordino però che la lettura della Sacra Scrittura dev’es­sere accompagnata dalla preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l’uomo; poiché “gli parliamo quando preghiamo e lo ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini» (D V 25).
«Con la lettura e lo studio dei libri sacri “la Parola compia la sua corsa e sia glorificata” (2Ts 3,l) e il tesoro della rivelazione, affidato alla Chiesa, riempia sempre più il cuore degli uomini. Come dall’assidua frequenza del mistero eucaristico si accresce la vita della Chiesa, cosi è lecito sperare nuovo impulso di vita spirituale dall’accresciuta venerazione della Parola, che “permane in eterno” (Is 40,8; lPt 1,23- 25)» (D V 26).


Basilio Caballero (La Parola per ogni giorno)

3. Le parabole non sono finite

Ancora oggi Dio ci parla del suo regno in parabole, cioè in segni, al passo con la vita che continua incessantemente il suo corso. In primo luogo, continua a parlarci attraverso suo Figlio, Gesù Cristo, che è la parabola viva ed eterna del Padre, come disse Gesù all’apostolo Filippo che gli chiedeva di fargli vedere il Padre: « Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,9).
Dio ci parla anche con la parola della Chiesa e con la comunità dei fratelli; ci interpella in parabola attraverso i più poveri e bisognosi di liberazione, come con gli avvenimenti positivi e negativi del nostro tempo, con le legittime aspirazioni dell’umanità, con il dolore dei popoli oppressi, con le vittime ll’oppressione e dell’ingiustizia, con la natura e l’inquietudine degli ecologisti, con i successi e i fallimenti personali, familiari e sociali, con l’innocenza dei bambini, l’entusiasmo e l’anticonformismo dei giovani e con la maturità e responsabilità degli adulti, con l’arte e la bellezza, con tutto quello che esiste.
Chi ama percepisce la voce dell’Amato in tutto ciò che è umano, bello e nobile. Sarebbe triste metterei nell’atteggiamento dei sordi che, udendo, non ascoltano, dei ciechi che, guardando, non vedono e degli stolti che, nonostante l’evidenza, non capiscono.
Comprendere questa multiforme parola di Dio nella vita personale e nella storia umana richiede il passaggio dall’ascolto all’azione, superando gli scogli che le nostre passioni, la superficialità, l’opportunismo, l’incostanza, le ansie e l’avidità comportano per uno splendido raccolto del seme del regno in noi.

Grazie, Padre, per l’offerta di salvezza del tuo regno
in Cristo che è parabola vivente del tuo amore per l’uomo.
Grazie anche perché oggi continui a parlarci
e a rivelarci la tua volontà in segni e parabole,
attraverso Cristo e la Chiesa, la comunità dei fratelli,
i poveri e gli emarginati, il dolore degli oppressi,
la natura e l’inquietudine degli ecologisti,
i bambini e i giovani, l’arte, l’amore e la bellezza.

Con la forza del tuo Spirito, liberaci,
Signore, dalla nostra superficialità,
dall’incostanza e dalle idolatrie
perché la tua parola frutti nel nostro solco.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Catechismo degli Adulti 611: La parola di Dio è Dio stesso che si rivela e si dona nella storia degli uomini, fino a comunicarsi personalmente in Gesù di Nàzaret. Gesù è la Parola eterna e creatrice di Dio fatta carne e dice parole che «sono spirito e vita» (Gv 6,63): risana i malati, apre gli occhi ai ciechi, risuscita i morti, converte i peccatori, chiama i discepoli, promette e dona lo Spirito Santo.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: Dio dei nostri padri, che ai santi Gioacchino e Anna hai dato il privilegio di avere come figlia Maria, madre del Signore, per loro intercessione concedi ai tuoi fedeli di godere i beni della salvezza eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo...   


IL PENSIERO DEL GIORNO

27 LUGLIO 2017


Oggi Gesù ci dice: “A voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli” (Mt 13,11).
  
Benedetto Prete (Vangelo secondo Matteo): I misteri del regno dei cieli; il regno dei cieli è un segreto piano (misterion) di Dio. Gli Ebrei erano impreparati per una rivelazione diretta ed immediata di un mistero cosi profondo e divino. Per essi era opportuno ricorrere all’insegnamento indiretto delle parabole, perché la rivelazione diretta del piano misericordioso che Dio attua nel mondo li avrebbe accecati e scandalizzati. Per i discepoli, desiderosi di essere illuminati da Gesù e destinati a diventare maestri degli altri, era conveniente manifestare direttamente la verità sul regno dei cieli.


Anselm Urban (prontuario della Bibbia): Regno di Dio. L’espressione greca basileia theou (“regalità di Dio” ebr. “malkut JHWH”) designa in primo luogo il potere esercitato, l’effettivo governare di Dio. In genere sarebbe consigliabile la traduzione “signoria di Dio”. Tuttavia s’intende talvolta un particolare ambito o stato nel quale la sovranità di Dio si esplica pienamente, in tal caso si parla di regno. “Regno dei cieli” (in Mt; meglio: “signoria dei cieli”) perifrasa soltanto il nome di Dio e sarebbe totalmente frainteso se fosse concepito come un “regno al di sopra delle nubi”: si tratta della pretesa di governo che Dio avanza su questo mondo. Nell’Antico Testamento si parla molto della sovranità regale di JHWH, ma raramente nel senso di “regno”. In 1Cr 17,14 viene chiamato così il regno davidico (idealizzato teocraticamente); nelle visioni di Dn i regni di questo mondo vengono sostituiti dal regno del figlio dell’uomo (7,14 - e rispettivamente del popolo dei santi, come accenna il v. 27). Mentre nel giudaismo rabbinico la “signoria dei cieli” è piuttosto un’entità spirituale, nell’apocalittica vive e si sviluppa ulteriormente (naturalmente accanto a speculazioni escatologiche) la grande visione dei profeti (per es. Is 11): un regno universale di pace e di salvezza che trasforma anche la creazione, una vita purificata degli uomini al di là della colpa e del peccato, sotto l’ordine onnicomprensivo della legge divina. Gesù non annuncia né un regno politico, né puramente spirituale­morale, ma si ricollega alle visioni profetiche. La novità è che tutto ciò è “vicino” (Mc 1,15), “è alle porte” (13,19). Il regno non viene attraverso i nostri sforzi, per quanto noi siamo assegnati al lavoro nella vigna (Mt 20,1ss), ma cresce soltanto ad opera di Dio (cf. Mc 4,26-29). SI può essere certamente “collaboratori per il regno” (Col 4,11), ma “edificare il regno” lo può soltanto Dio stesso. A noi rimane l’umile invocazione: “Venga il tuo regno!” (Mt 6,10). 


Catechismo degli Adulti

Il regno di Dio - La posizione di Gesù: 117 Gesù si inserisce nel suo ambiente, inquieto e pieno di aspettative, con continuità e originalità. Il suo passaggio desta nella gente interesse, stupore, entusiasmo; a volte perfino un misterioso timore. Provoca in molti diffidenza, delusione, rifiuto e ostilità. Non lascia però indifferente nessuno.
Il suo annuncio è che il regno di Dio non è più solo da attendere nel futuro; è in arrivo, anzi in qualche modo è già presente. Viene in modo assai concreto, a risanare tutti i rapporti dell’uomo: con Dio, con se stesso, con gli altri e con le cose. Vuole attuare una pace perfetta, che abbraccia tutto e tutti. Al suo confronto l’esodo dall’Egitto e il ritorno da Babilonia erano solo pallidi presagi. Tuttavia il Regno non comporta né il trionfo della legge mosaica, né la rivoluzione nazionale, né gli sconvolgimenti cosmici. Bisogna credere innanzitutto all’amore di Dio Padre, che si manifesta attraverso Gesù, e convertirsi dal peccato, che è la radice di tutti i mali.

La nostra cooperazione: 141 In Gesù, Dio Padre inaugura la sua nuova presenza nella storia e offre a noi la possibilità di entrare in un rapporto di comunione con lui. Il suo regno non ha un carattere spettacolare; ama nascondersi nella semplicità delle cose ordinarie. E tuttavia possiamo farne l’esperienza subito, se lo accogliamo liberamente e attivamente
Per avere un raccolto soddisfacente, non basta che il seminatore getti il seme con abbondanza; occorre che il terreno sia buono. Il Regno è interamente dono, ma ha bisogno della nostra cooperazione: la esige e la provoca nello stesso tempo. Dio non solo rispetta, ma suscita la libertà; non salva l’uomo dall’esterno, come fosse un oggetto, ma lo rigenera interiormente, e poi attraverso di lui rinnova la società e il mondo. La lieta notizia del regno di Dio che viene implica un appello: «Convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,15). La nuova prossimità di Dio mediante Gesù rende possibile una radicale conversione.


Catechismo della Chiesa Cattolica: I SEGNI DEL REGNO DI DIO

547 Gesù accompagna le sue parole con numerosi «miracoli, prodigi e segni» (At 2,22), i quali manifestano che in lui il Regno è presente. Attestano che Gesù è il Messia annunziato.

548 I segni compiuti da Gesù testimoniano che il Padre lo ha mandato. Essi sollecitano a credere in lui.? A coloro che gli si rivolgono con fede egli concede ciò che domandano. Allora i miracoli rendono più salda la fede in colui che compie le opere del Padre suo: testimoniano che egli è il Figlio di Dio. Ma possono anche essere motivo di scandalo. Non mirano a soddisfare la curiosità e i desideri di qualcosa di magico. Nonostante i suoi miracoli tanto evidenti, Gesù è rifiutato da alcuni; ma lo accusano a perfino di agire per mezzo dei demoni.

549 Liberando alcuni uomini dai mali terreni della fame, dell’ingiustizia, della malattia e della morte, Gesù ha posto dei segni messianici; egli non è venuto tuttavia per eliminare tutti i mali di quaggiù, ma per liberare gli uomini dalla più grave delle schiavitù: quella del peccato,che li ostacola nella loro vocazione di figli di Dio e causa tutti i loro asservimenti umani.

550 La venuta del regno di Dio è la sconfitta del regno di Satana: «Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio» (MI 12.28). Gli esorcismi di Gesù liberano alcuni uomini dal tormento dei demoni. Anticipano la grande vittoria di Gesù sul « principe di questo mondo». II regno di Dio sarà definitivamente stabilito per mezzo della croce di Cristo: « Regnavit a ligno Deus - Dio regnò dalla croce».


Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 4 Novembre 1987): L’instaurazione del regno di Dio nella storia dell’umanità è lo scopo della vocazione e della missione degli apostoli - e quindi della Chiesa - in tutto il mondo (cf. Mc 16,15; Mt 28,19-20). Gesù sapeva che questa missione, al pari della sua missione messianica, avrebbe incontrato e suscitato forti opposizioni. Fin dai giorni dell’invio nei primi esperimenti di collaborazione con lui, egli avvertiva gli apostoli: “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Mt 10,6).
Nel testo di Matteo è condensato anche ciò che Gesù avrebbe detto in seguito sulla sorte dei suoi missionari (cf. Mt 10,17-25); tema sul quale egli ritorna in uno degli ultimi discorsi polemici con “scribi e farisei”, ribadendo: “Ecco io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città...” (Mt 23,34). Sorte che del resto era già toccata ai profeti e ad altri personaggi dell’antica alleanza, ai quali accenna il testo (cf. Mt 23,35). Ma Gesù dava ai suoi seguaci la sicurezza della durata dell’opera sua e loro: “et portae inferi non praevalebunt...”.
Malgrado le opposizioni e contraddizioni che avrebbe conosciuto nel suo svolgersi storico, il regno di Dio, instaurato una volta per sempre nel mondo con la potenza di Dio stesso mediante il Vangelo e il mistero pasquale del Figlio, avrebbe sempre portato non solo i segni della sua passione e morte, ma anche il suggello della potenza divina, sfolgorata nella risurrezione. Lo avrebbe dimostrato la storia. Ma la certezza degli apostoli e di tutti i credenti è fondata sulla rivelazione del potere divino di Cristo, storico, escatologico ed eterno, sul quale il Concilio Vaticano II insegna: “Cristo, fattosi obbediente fino alla morte e perciò esaltato dal Padre (cf. Fil 2,8-9), entrò nella gloria del suo regno; a lui sono sottomesse tutte le cose, fino a che egli sottometta al Padre se stesso e tutte le creature affinché Dio sia tutto in tutti (cf. 1Cor 15,27-28)” (Lumen Gentium, 36).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
****  La venuta del regno di Dio è la sconfitta del regno di Satana.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: Dio dei nostri padri, che ai santi Gioacchino e Anna hai dato il privilegio di avere come figlia Maria, madre del Signore, per loro intercessione concedi ai tuoi fedeli di godere i beni della salvezza eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo...   


IL PENSIERO DEL GIORNO

26 LUGLIO 2017


Oggi Gesù ci dice: “Colui che ascolta la Parola e la comprende, questi dà frutto” (Cfr. Mt 13,1-9).
  
La parola del Signore è un seme che può portare moltissimo frutto, se cade su terreno ben disposto. E tuttavia non tutti quelli che ascoltano la Parola del Signore posseggono le migliori disposizioni per accoglierla. Diversi sono i livelli di profondità, nei quali il seme può penetrare; tale diversità è come un monito: occorre offrire buon terreno alla Parola che Dio ci rivolge.


Catechismo degli Adulti

Parola Viva ed efficace

610 Oggi la parola è inflazionata nel chiasso della pubblicità e della propaganda, nel vuoto di tanti discorsi e scritti; perciò la sua reputazione è in ribasso. Si sente dire: «Contano i fatti e non le parole». Ma è veramente così? La parola non è solo informazione: è comunicazione e azione. Provoca gioia e dolore, amicizia e ostilità, reazioni e iniziative. La sua forza costruisce e distrugge, unisce e divide; fa andare avanti la storia non meno dei fatti economici e tecnici.
A maggior ragione è attiva e feconda la parola di Dio che crea, libera, santifica, giudica e sconvolge. «La mia parola non è forse come il fuoco e come un martello che spacca la roccia?» (Ger 23,29). «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare,... così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,10-11. «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4,12).


I giorni del Signore (Commento delle Letture Domenicali, San Paolo): Creatrice e protagonista della storia, la parola testimonia la fedeltà ostinata di Dio, la sua lunga pazienza e il suo assiduo lavoro per la manifestazione della salvezza offerta a tutti gli uomini. Efficace e di una fecondità inaudita, questa parola, venendo da Dio che ha creato l'uomo libero e ha stabilito con la sua creatura un'alleanza d'amore, esige una risposta volontaria fatta di disponibilità, di conversione, di fiducia incessantemente rinnovata in colui che la pronuncia. Gli apparenti insuccessi mettono alla prova tanto il credente quanto il missionario, tentati di perdere fiducia e di lasciarsi vincere dallo scoraggiamento.
Ciascuno infatti vede moltiplicarsi indifferenze, contrasti, defezioni là dove la parabola dovrebbe manifestare la sua efficacia. Gesù stesso ha conosciuto questa situazione, i discepoli che lo attorniavano hanno dovuto anche loro affrontarla: essa resta la grande prova dei credenti e della Chiesa di tutti i tempi, che si sentono dire, con tristezza a ironia: «Dov'è il tuo Dio?» (Sal 41,11). È perciò necessario rileggere, approfondire e meditare la parabola della semente e del seminatore.
Sì, è vero, una parte della semente si perde, perché il seminatore la getta a piene mani e a tutti i venti affinché ne riceva anche l'angolo più appartato del terreno. E difatti, grazie a tale generosità, si vede la fecondità straordinaria di un solo seme che incontra un lembo di buon terreno, poiché «dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta» per uno!
Questione di puro caso o di fortuna, tale diversità di rendimento? Sicuramente no, giacché la parola viene seminata nel cuore dell'uomo. Le pietre e i rovi alludono alla durezza del cuore e alle cure mondane che lo ingombrano. Se il seme resta alla superficie, alla mercé degli uccelli del cielo, è perché l'uomo non lascia che penetri in lui. Se dunque la parola non porta i suoi frutti, ciò dipende dalla mancanza di disposizione in quelli che l'ascoltano.
Questo pressante appello alla responsabilità di ciascuno dev'essere accolto con un'immensa speranza. Il nostro tempo di lunga pazienza e di lavoro assiduo, di sofferenza anche, è il tempo di «un parto che dura ancora», ma che conoscerà ben presto l'ora gioiosa della liberazione. Allora ciò che è ancora nascosto verrà alla luce, e «la gloria dei figli di Dio» si rivelerà, con quella del Cristo uscito dall'ombra del sepolcro e che apparirà sulle nubi raggiante di splendore.


GAETANO BONICELLI

La Sacra Scrittura va dunque accettata con fede. Non è sempre agevole comprendere il messaggio dello scrittore sacro e uno studio sempre più attento va riservato a tutte le questioni che possono essere sollevate sul piano della storia e della interpretazione dei testi. Le parole di Dio infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al parlare dell'uomo. Ma hanno la garanzia di Dio che è quella della efficacia. Qui si innesta quel gioiello di testo del profeta Isaia, il secondo Isaia, che abbiamo letto nella prima lettura. La Parola di Dio scende nel cuore dell'uomo come la pioggia di primavera, fine e senza scrosci, penetra nella terra arida.
Pioggia e neve fecondano la terra; la Parola di Dio converte gli animi. A questo infatti è destinata, come ricorda saggiamente il testo sacro. Nel libro della Sapienza (18,15) si legge che la Parola scende nel mondo dal cielo come un guerriero a rimettere ordine. Anche San Paolo parla della Parola come di una spada (Ef 6,17), «affilata a due tagli» (Eb 4,12), mentre il profeta Amos preconizza un tempo in cui la gente avrà tanta fame, ma non di pane, ma di ascoltare la parola del Signore (cf. Am 8,11).
Proviamo ad esaminarci. Sempre più nelle nostre comunità si moltiplicano iniziative al riguardo. La Lectio biblica è un genere nuovo nella riflessione e nella preghiera. Non potrebbe, anche in questo periodo di vacanza, essere una riserva preziosa per la vita dei cristiani?


Nerses Snorhali, Jesus, 468-469

La parabola del seminatore (Mt 13,3-9)

Io mi sono indurito come roccia;
Son divenuto simile al sentiero;
Le spine del mondo m’hanno soffocato,
Hanno reso infeconda la mia anima.

Ma, o Signore, Seminator del bene,
La pianta del Verbo fa’ in me crescere:
Perché in uno dei tre io porti frutto:
Tra il cento (per cento), il sessanta o anche il trenta.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore (Eb 4,12).
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: Dio dei nostri padri, che ai santi Gioacchino e Anna hai dato il privilegio di avere come figlia Maria, madre del Signore, per loro intercessione concedi ai tuoi fedeli di godere i beni della salvezza eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo...   


IL PENSIERO DEL GIORNO


25 LUGLIO 2017


Oggi Gesù ci dice: “Chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo” (Mt 20,26-27).

Benedetto Prete (Vangelo secondo Matteo): Il Maestro si serve dell’incidente per allontanare lo spirito d’ambizione tra i collaboratori e i continuatori della sua opera. Egli non tollera un sentimento che vizia anche le aspirazioni più nobili e sante. I capi ed i ministri (i grandi) della terra spadroneggiano e fanno sentire la loro autorità; essi amano di esser serviti ed onorati. Non sia così tra voi; ma chi tra voi vuol divenire grande, sia vostro servo; il regno ha un’autorità ed una gerarchia (cf. Mt 16,18-19; 19,28), ma il potere non va ricercato ed usato per fini personali e per interessi propri. Chi detiene il potere è a servizio degli altri. I sentimenti che il Maestro ispira ai suoi apostoli rimarranno una regola preziosa per tutti i ministri della Chiesa.
Il Pontefice nei documenti ufficiali si chiama: servus servorum Dei.


San Giacomo, Apostolo: Catechismo degli Adulti

I dodici

201 Un giorno, tra questi discepoli più vicini, Gesù ne sceglie dodici. Ci sono i quattro del lago: Simone, al quale impone il nome di Pietro, Giacomo e Giovanni di Zebedèo, Andrea fratello di Simone; e con loro ci sono anche Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananèo e infine Giuda Iscariota, il traditore.
È una scelta di importanza fondamentale e, prima di farla, Gesù passa la notte in preghiera. È uniniziativa tutta sua: «chiamò a sé quelli che egli volle» (Mc 3,13). Il numero è intenzionale: «Ne costituì Dodici» (Mc 3,14). Si tratta di unazione profetica simbolica, con la quale il Maestro dichiara la sua intenzione di radunare le dodici tribù disperse, di convocare lIsraele degli ultimi tempi, aperto anche ai pagani. Li scelse perché «stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni» (Mc 3,14-15). Questo raduno e questo invio prefigurano la vocazione della Chiesa alla comunione e alla missione.
Gesù mandò effettivamente i Dodici nelle città e nei villaggi, a proclamare il vangelo con la parola e con le opere; li mandò come suoi inviati ufficiali, a due a due secondo luso del tempo, con lordine di non esigere compensi, perché fossero segno dellamore gratuito di Dio. «Partiti, predicavano che la gente si convertisse» (Mc 6,12) e guarivano molti malati. Al loro ritorno riferirono a Gesù «tutto quello che avevano fatto e insegnato. Ed egli disse loro: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”» (Mc 6,30-31). Questa prima missione, limitata al territorio di Israele, è preludio della missione definitiva verso tutte le genti, che il Signore affiderà loro dopo la sua risurrezione.

266 Gli incontri del Risorto con i suoi avvennero a Gerusalemme e in Galilea. Ma è impossibile per noi stabilirne la successione e le modalità. I racconti pasquali, riportati nei quattro Vangeli, presentano divergenze in numerosi dettagli. Questi dettagli a volte, più che ricordi, sembrano essere mezzi letterari per esprimere la concretezza o il significato dell’incontro. La struttura dei racconti è però costante: iniziativa del Risorto, che si fa vedere, viene, si avvicina, sta in mezzo, si manifesta; riconoscimento da parte dei discepoli, senza possibilità di equivocare con qualche spirito o fantasma; missione affidata agli apostoli, che fa della loro testimonianza il fondamento della Chiesa. L’insistenza sull’oggettività dell’esperienza è tale, che le apparizioni sono in realtà da considerare veri e propri incontri interpersonali concreti.

513 Nella Chiesa delle origini gli apostoli occupano il primo posto tra tutti i carismi. Sono i testimoni ufficiali del Risorto; i suoi ambasciatori, inviati con la forza dello Spirito Santo e accreditati con i miracoli; i dispensatori dei doni di Dio; i ministri della riconciliazione.
Formano un collegio, presieduto da Pietro, e guidano insieme il cammino iniziale della prima comunità di Gerusalemme. Cresce però in fretta il numero dei credenti ed essi sentono il bisogno di associarsi dei collaboratori. Creano prima sette responsabili per una parte della comunità, quella di lingua e cultura greca, che presto verrà perseguitata e cacciata dalla città. Affidano poi laltra parte, quella di cultura ebraica, a Giacomo, cugino del Signore, coadiuvato da un collegio di presbìteri, secondo il modello delle sinagoghe. Giacomo, la prima figura conosciuta di pastore unico a capo di una comunità locale, morirà martire e avrà come successore Simeone, un altro cugino di Gesù.


Il Vangelo del giorno: Mt 20,20-28: Mentre cupe nubi, foriere di morte, si addensano sinistramente sul capo di Gesù, i discepoli fanciullescamente sembrano essere occupati unicamente a guadagnarsi i primi posti. I figli di Zebedeo, appàiono i più risoluti in questa ricerca.
Giacomo e Giovanni, conosciuti come i «figli del tuono» (Mc 3,17), quelli che avrebbero voluto incenerire i samaritani colpevoli di non aver accolto Gesù (Lc 9,54), sembrano bene intenzionati a scavalcare gli altri Apostoli pur di arrivare ai primi posti del comando. La richiesta è avanzata dalla madre di Giacomo e Giovanni, ed è perentoria: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Una rivendicazione che pretende inequivocabilmente un assenso.
In quanto era sentire comune che i giusti, accanto al Figlio dell’uomo, avrebbero preso parte al giudizio finale (cf. Mt 19,28 ), i figli di Zebedeo, tramite la loro madre, chiedono questa dignità regale e giudiziaria, ma evidentemente senza rendersi conto delle conseguenze della loro domanda. Gesù, che «sapeva quello che c’è in ogni uomo» (Gv 2,25), sembra stare al gioco. Vuole che dai loro cuori esca tutto il pus, la rogna nauseabonda del comando che rodeva il loro cervello.
Così invita i due fratelli a bere il suo calice e a ricevere il suo battesimo. In questo modo, chiedendo di associarsi alla sua Passione, ma senza pretendere altro, cerca di correggere la loro mentalità ancora carnale. Nell’invitarli a bere il calice della sua amara passione e a immergersi nel suo battesimo di sangue: esige la «disponibilità al martirio e la costanza nella persecuzione che può essere anche mortale. Il discepolo non ha alternativa per giungere alla gloria; egli deve sapere che il calice e il battesimo offertigli sono la sorte di Gesù [“il calice che io bevo ... il battesimo con cui io sono battezzato”], non un destino privo di senso, voluto da una potenza senza volto» (Luigi Pinto).
Con faccia tosta a dir poco, Giacomo e Giovanni, rispondono che lo possono. La risposta non tarda ad arrivare come una secchiata di acqua gelida: sì, morirete ammazzati per la fede, ma sedere alla destra del Cristo «è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato». Questa affermazione non è determinismo. Nulla è scritto, nel senso di predeterminato (cf. Rom 8,29). La salvezza è un dono di Dio e viene accordata ai discepoli, ma non per la via dei privilegi e della grandezza umana: il verbo preparare al passivo rimanda, come spesso nei testi biblici, alla sovrana volontà di Dio.
I primi a sedersi «uno alla sua destra e uno alla sinistra» (Lc 15,27) saranno i due ladroni, crocifissi con il Cristo. Ancora una volta si scompagina il solito sentire umano.
«Gli altri dieci si sdegnarono». Una nota che mette in luce una realtà fin troppo scomoda: nel gruppo apostolico serpeggiavano divisioni, liti, manie di grandezza ... La risposta di Gesù va in questo senso. La vera grandezza sta nel servire, nell’occupare gli ultimi posti come il Figlio dell’uomo. Una risonanza di questo insegnamento è nel racconto della lavanda dei piedi (Gv 13,1ss). Con questo detto «non si condanna di aspirare ai posti di responsabilità né si insegna paradossalmente che per raggiungere tali posti bisogna farsi servi e schiavi di tutti, ma più semplicemente si vuol dire che nell’ambito della comunità cristiana i chiamati al comando devono adempiere al loro mandato con spirito di servizio, facendosi tutto a tutti e guardando solo al bene degli altri [cf. 1Cor 9,19-23; 2Cor 4,5]» (A. Sisti).
Per Gesù servire vuol dire essere obbediente alla volontà del Padre fino alla morte, senza sconti e ripiegamenti, come il Servo di Iahvè, che si fa solidale con il peccato degli uomini. Affermando che è venuto per «dare la propria vita in riscatto per molti», il Cristo dichiara il carattere soteriologico della sua morte. Donandosi alla morte per la salvezza degli uomini e per la loro liberazione dalla schiavitù del peccato, Gesù offre alla Chiesa un modello di amore supremo, che essa è chiamata a inverare e prolungare nella storia.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
****  Per Gesù servire vuol dire essere obbediente alla volontà del Padre fino alla morte, senza sconti e ripiegamenti, come il Servo di Iahvè, che si fa solidale con il peccato degli uomini.
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: Dio onnipotente ed eterno, tu hai voluto che san Giacomo, primo fra gli Apostoli, sacrificasse la vita per il Vangelo; per la sua gloriosa testimonianza conferma nella fede la tua Chiesa e sostienila sempre con la tua protezione. Per il nostro Signore Gesù Cristo...



 IL PENSIERO DEL GIORNO

24 LUGLIO 2017


Oggi Gesù ci dice: “Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore” (Cfr. Sal 94,8ab).


Oggi - Origene: Oggi indica la vita presente. Gesù Cristo è lo stesso ieri oggi e sempre! (Eb 13,8); ...finché dura questo oggi (Eb 3,13). Essi hanno pure rifiutato il Signore che viene nell’oggi della sua incarnazione per aprir loro questo riposo. Questo giorno è quello che viviamo in questo mondo, tutta la nostra vita presente è indicata da questo solo giorno. Questo mistero ci insegna a non rinviare all’indomani le nostre opere di giustizia, ma piuttosto ad affrettarci a compiere oggi tutto ciò che tende alla perfezione. Così potremo entrare nella terra della promessa.


Non indurite il vostro cuore - Gregorio Nisseno: Avvertimento per gli increduli. Nel deserto, per quarant’anni, mantennero perverso il loro cuore quando il Vangelo offriva la remissione dei peccati, rifiutarono. Avrebbero potuto entrare nel riposo se avessero ascoltato la voce di colui che venne in questo oggi e discese dalla sua magnificenza eterna fino ad una nascita temporale.


Gianfranco Ravasi: Le battute iniziali «Venite, esultiamo al Signore, acclamiamo... alla Presenza (divina) andiamo cantando» hanno reso questo inno liturgico il tradizionale «Invitatorio» alla preghiera, posto in apertura al culto giudaico e cristiano. Ed effettivamente questo inno è di origine liturgica: dopo due professioni di fede nell’azione creatrice di Dio (vv. 3-5) e in quella dispiegata nella storia della salvezza (v. 7), il canto si trasforma in un oracolo profetico che coinvolge l’assemblea in un duro esame di coscienza (vv. 8-11). Si evoca, infatti, l’evento centrale della fede biblica, la nascita di Israele nel deserto dopo la liberazione offerta da Dio nell’esodo dall’Egitto. Ebbene, in quegli inizi Israele ha sfoderato tutta la gamma delle sue ribellioni: il poeta cita in particolare l’episodio di Massa e Meriba narrato in Esodo 17,1-7 e in Numeri 20,2-13. Dio, allora, fu nauseato di quel popolo che pure aveva amato e la sua minaccia «Non entreranno nel mio riposo», cioè nella terra promessa, fu attuata per quella generazione ed è sospesa come nuovo giudizio per la generazione presente. Si legga la meditazione che su questo sa1mo ha intessuto l’autore della Lettera agli Ebrei (cc. 3-4).

Catechismo della Chiesa Cattolica: La purificazione del cuore

2517 Il cuore è la sede della personalità morale: “Dal cuore provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni” (Mt 15,19). La lotta contro la concupiscenza carnale passa attraverso la purificazione del cuore e la pratica della temperanza: “Conservati nella semplicità, nell’innocenza, e sarai come i bambini, i quali non conoscono il male che devasta la vita degli uomini”.

2518 La sesta beatitudine proclama: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8). I “puri di cuore” sono coloro che hanno accordato la propria intelligenza e la propria volontà alle esigenze della santità di Dio, in tre ambiti soprattutto: la carità, la castità o rettitudine sessuale, l’amore della verità e l’ortodossia della fede. C’è un legame tra la purezza del cuore, del corpo e della fede: “I fedeli devono credere gli articoli del Simbolo, “affinché credendo, obbediscano a Dio; obbedendo, vivano onestamente; vivendo onestamente, purifi chino il loro cuore, e purificando il loro cuore, comprendano quanto credono”.

2519 Ai “puri di cuore” è promesso che vedranno Dio faccia a faccia e che saranno simili a lui. La purezza del cuore è la condizione preliminare per la visione. Fin d’ora essa ci permette di vedere secondo Dio, di accogliere l’altro come un “prossimo”; ci consente di percepire il corpo umano, il nostro e quello del prossimo, come un tempio dello Spirito Santo, una manifestazione della bellezza divina.


Storia di una fedeltà fallita: Papa Francesco (Omelia Santa Marta, 3 Marzo 2016): Riconoscersi peccatori ed essere capaci di chiedere perdono è il primo passo per rispondere con chiarezza, senza intavolare negoziati, alla domanda diretta che Gesù rivolge a ciascuno di noi: «sei con me o contro di me?». L’invito ad aprirsi incondizionatamente alla misericordia di Dio è stato rilanciato dal Papa durante la messa celebrata giovedì mattina, 3 marzo, nella cappella della Casa Santa Marta.
All’inizio della prima lettura, ha fatto notare subito Francesco, il profeta Geremia (7, 23-28) «ci ricorda il patto di Dio col suo popolo: “Ascoltate la mia voce e io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo; camminate sempre sulla strada che vi prescriverò, perché siate felici”». È «un patto di fedeltà». E «ambedue le letture — ha proseguito — ci raccontano un’altra storia: questo patto è caduto e oggi la Chiesa ci fa riflettere sulla, possiamo chiamarla così, storia di una fedeltà fallita». In realtà «Dio rimane sempre fedele, perché non può rinnegare se stesso» invece il popolo inanella infedeltà «una dietro l’altra: è infedele, è rimasto infedele!».
Nel libro di Geremia si legge che il popolo non tenne fede al patto: «Ma essi non ascoltarono, né prestarono orecchio alla mia Parola». La Scrittura, ha spiegato Francesco, «ci racconta anche tante cose che ha fatto Dio per attirare i cuori del popolo, dei suoi: “Da quando i vostri padri sono usciti dall’Egitto fino a oggi, io vi ho inviato con assidua premura tutti i miei servi e profeti. Ma non mi hanno ascoltato né prestato orecchio. Anzi hanno reso dura la loro cervice, divenendo peggiori dei loro padri”». E questo passo di Geremia finisce con un’espressione forte: «La fedeltà è sparita! È stata bandita dalla loro bocca».
L’«infedeltà del popolo di Dio», come la nostra infedeltà, «indurisce il cuore: chiude il cuore!»; e «non lascia entrare la voce del Signore che, come padre amorevole, ci chiede sempre di aprirci alla sua misericordia e al suo amore». Nel salmo 94 «abbiamo pregato tutti insieme: ascoltate oggi la voce del Signore; non indurite il vostro cuore!». Davvero, ha affermato il Pontefice, «il Signore sempre ci parla così» e «anche con tenerezza di padre ci dice: ritornate a me con tutto il cuore, perché sono misericordioso e pietoso».
Però «quando il cuore è duro questo non si capisce» ha spiegato Francesco. Infatti «la misericordia di Dio si capisce soltanto se tu sei capace di aprire il tuo cuore, perché possa entrare». E «questo va avanti, va avanti: il cuore si indurisce e vediamo la stessa storia» nel passo del Vangelo di Luca (11, 14-23) proposto oggi dalla liturgia. «C’era quella gente che aveva studiato le Scritture, i dottori della legge che sapevano la teologia, ma erano tanto tanto chiusi. La folla era stupita: lo stupore! Perché la folla seguiva Gesù. Qualcuno dirà: “Ma lo seguiva per essere guarito, lo seguiva per questo”».
La realtà, ha fatto presente Francesco, era che la gente «aveva fede in Gesù! Aveva il cuore aperto: imperfetto, peccatore, ma il cuore aperto». Invece «questi teologi avevano un atteggiamento chiuso». E «cercavano sempre una spiegazione per non capire il messaggio di Gesù». Tanto che in questo caso specifico, come racconta Luca, dicono: «Ma no, questo caccia i demoni in nome del capo dei demoni». E così cercavano sempre altri pretesti, continua il brano evangelico, «per metterlo alla prova: gli domandavano un segno del cielo». Il problema di fondo, ha rimarcato il Papa, era il loro essere «sempre chiusi». E così «era Gesù che doveva giustificare quello che faceva».
«Questa è la storia, la storia di questa fedeltà fallita — ha detto Francesco — la storia dei cuori chiusi, dei cuori che non lasciano entrare la misericordia di Dio, che hanno dimenticato la parola “perdono” — “Perdonami Signore!” — semplicemente perché non si sentono peccatori: si sentono giudici degli altri». Ed è «una lunga storia di secoli».
Proprio «questa fedeltà fallita Gesù la spiega con due parole chiare per finire questo discorso di questi ipocriti: “Chi non è con me è contro di me”». Il linguaggio di Gesù, ha rilanciato il Papa, è «chiaro: o sei fedele, con il tuo cuore aperto, al Dio che è fedele con te o sei contro di Lui: “Chi non è con me è contro di me!”». Qualcuno potrebbe pensare che, forse, c’è «una via di mezzo per fare un negoziato», sfuggendo alla chiarezza della parola di Gesù «o sei fedele o sei contro». E in effetti, ha risposto Francesco, «un’uscita c’è: confessati, peccatore!». Perché «se tu dici “io sono peccatore” il cuore si apre ed entra la misericordia di Dio e incominci ad essere fedele».
Prima di proseguire la celebrazione, il Pontefice ha invitato a chiedere «al Signore la grazia della fedeltà». Con la consapevolezza che «il primo passo per andare su questa strada della fedeltà è sentirsi peccatore». Difatti «se tu non ti senti peccatore, hai incominciato male». Dunque, ha concluso Francesco, «chiediamo la grazia che il nostro cuore non si indurisca, che sia aperto alla misericordia di Dio, e la grazia della fedeltà». E anche «quando ci troviamo noi» a essere «infedeli, la grazia di chiedere perdono».


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Ai “puri di cuore” è promesso che vedranno Dio faccia a faccia e che saranno simili a lui
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: Sii propizio a noi tuoi fedeli, Signore e donaci i tesori della tua grazia, perché, ardenti di speranza, fede e carità, restiamo sempre fedeli ai tuoi comandamenti. Per il nostro Signore Gesù Cristo...