19 Gennaio 2019
  
SABATO DELLA I SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


Oggi Gesù ci dice: «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.» (Vangelo).

Vangelo: Dal Vangelo secondo Marco 2,13-17: Il mestiere di Matteo è quello di esattore delle tasse e per questo motivo è esecrato dal popolo perché creduto ladro (cfr. Lc 3,11) e disprezzato dai Farisei i quali, considerandolo peccatore pubblico perché impuro, lo ritenevano hic et nunc un condannato alla Geenna. Forse al soldo di Erode Antipa o degli odiati Romani, Matteo, a differenza dei suoi detrattori si mostra pronto ad accogliere con gioia la parola della salvezza: è il mercante accorto il quale avendo trovato «una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (cfr. Mt 13,45-46). Gesù non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori, perché diventino giusti attraverso la loro fede in lui (cfr. Gal 2,16), attraverso l’abbandono totale e fiducioso in lui, che «è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rom 4,25). Con la chiamata di un pubblicano viene smantellata quella peregrina idea che faceva considerare la salvezza come una miscela di obbedienza pedissequa della Legge e di supererogazione di opere buone (cfr. Lc 18,9-14). Tutto è grazia e come corrispondenza al dono gratuito della salvezza Dio desidera unicamente il nostro amore (cfr. Dt 6,5), come Matteo il pubblicano immantinènte gli ha dato.

Gesù, vide Levi, il figlio di Alfeo - Il racconto della vocazione di Matteo introduce tre controversie sul comportamento di Gesù: una con i farisei sul suo atteggiamento verso pubblicani e peccatori (Cf. Mc 2,13-17), la seconda con i discepoli di Giovanni Battista sul digiuno (Cf. Mc 2,18-22), e la terza sull’“osservanza del sabato” con i farisei. Ognuna di esse diventa per Gesù occasione per presentarsi come autorità superiore e definitiva. Egli è il medico dell’umanità (Cf Mc 2,18), è lo sposo messianico (Cf. Mc 219), ed signore anche del sabato (Cf Mc 228).
La vocazione di Matteo è raccontata anche da Matteo e da Luca, ma con una differenza degna di nota: nei vangeli di Marco e di Luca il nome del vocato è Levi, in quello di Matteo è chiamato Matteo. Le soluzioni di tale diversità sono varie: o il gabelliere aveva due nomi o Gesù gli diede il sopranome di Matteo, che significa dono di Dio, oppure, come alcuni credono, sono stati «Marco e Luca a sostituire il nome di Matteo con Levi per non offuscare la dignità di uno dei Dodici, trattandosi di un pubblicano» (Angelico Poppi). Ma, alla fine, come sostengono altri, può darsi che «si tratti effettivamente di due persone diverse, e che Levi sia stato sostituito per il ruolo che questi svolse nell’evangelizzazione delle comunità matteane, dove ebbe origine il nostro vangelo, anche se Matteo non ne fu necessariamente il redattore» (Angelico Poppi).
Il mestiere di Matteo è quello di esattore delle tasse e per questo motivo è esecrato dal popolo. Il mestiere portava ad approfittare e a fare la cresta sulle somme da riscuotere, un uomo senza scrupoli, come tanti altri dello stesso mestiere, ma qualcosa di buono doveva essere nascosto nel profondo del suo cuore, se, a differenza dei suoi detrattori si mostra pronto ad accogliere con gioia la parola della salvezza: è il mercante accorto che ha trovato «una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Cf. Mt 13,45-46).
Non viene specificato se la casa dove viene apparecchiato il banchetto è quella di Matteo o quella di Gesù dove dimorava da quando aveva abbandonato Nazaret (Cf. Mt 4,13). Nel testo parallelo di Luca (5,27-32) è il pubblicano divenuto discepolo che prepara in casa sua un banchetto per Gesù al quale invita anche i suoi pari. Per Angelo Lancellotti «è probabilmente il banchetto d’addio che il nuovo “apostolo” dà ai suoi ex-colleghi per sottolineare la serietà e il carattere definitivo della sua risposta alla singolare chiamata del Maestro di Nazaret». In ogni caso mettersi a tavola con i pubblicani e i peccatori significa rendersi impuri. Alle proteste dei farisei, sempiterni scandalizzati di tutti e di tutto quello che non rientrava nel loro modo di pensare, Gesù risponde con un proverbio abbastanza eloquente: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Gesù non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori, perché diventino giusti attraverso la loro fede in lui (Cf. Gal 2,16), attraverso l’abbandono totale e fiducioso in lui, che «è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rom 4,25).
Viene smantellata quella peregrina idea che faceva considerare la salvezza come una miscela di obbedienza pedissequa della Legge e di supererogazione di opere buone (Cf. Lc 18,9-14). Tutto è grazia e come corrispondenza al dono gratuito della salvezza Dio desidera unicamente il nostro amore (Cf. Dt 6,5), come Matteo il pubblicano immantinènte gli ha dato.

... vide Levi, figlio di Alfeo - Costante Brovetto: La chiamata che Dio rivolge agli uomini in vista d’una missione o di un servizio da rendere. Vocazione e Alleanza nell’Antico Testamento. Le scene di vocazione sono tra le pagine più forti della Bibbia. La vocazione di Abramo (Gn 12), la comunicazione a Mosè della sua missione al roveto ardente (Es 12), la vocazione di Isaia nel Tempio (Is 6), il dialogo tra JWIIW e il giovane Geremia (Ger l) mettono a confronto il mistero di Dio e la verità più profonda dell’uomo, strappato ai suoi limiti e alle sue certezze e gettato nella grande epopea della storia della salvezza. Talora il chiamato dà una risposta prontissima (Is 1,8), talora con molta esitazione, come Mosè (Es 4,1-16); talora il chiamato prevede le enormi difficoltà connesse al compito e poi si arrende: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno... La parola del Signore è diventata per me motivo di obbrobrio...” (Ger. 20,7s.).
All’origine di ogni vocazione c’è un’elezione divina per portare a termine il piano divino di salvezza. Indispensabile è la libera adesione dell’uomo alla chiamata, per rispondere alla quale egli abbandona ogni altro suo disegno. Talora Dio, per meglio significare questo cambiamento di esistenza, dà un nome nuovo al suo eletto, indicativo della sua funzione.
“Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abraham, perché padre di una moltitudine di popoli ti renderò” (Gn 17,5). Vocazione per eccellenza è quella del popolo di Israele, conclusa con la stipulazione dell’Alleanza. Mediante Mosè, Dio chiama: “Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”, e “tutto il popolo rispose assieme: ‘Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!’” (Es 19,6-8). La Parola biblica domanda a ogni credente di cogliere l’Alleanza come una chiamata rivolta al cuore di ciascuno. La Torà e i Profeti sono pieni di questi appelli. “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze!” (Dt 6,4).
La chiamata di Cristo. Nel Nuovo Testamento Gesù chiama alla propria sequela anzitutto i dodici apostoli. La estende a tutti gli uomini, anche se prevede tanti rifiuti: “Molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Mt 22,14). Nella Chiesa nascente l’argomento della vocazione è forte: “Considerate la vostra chiamata, fratelli! ... Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti!” (1Cor 1,26). Come Israele, popolo di Dio, la Chiesa è “comunità di chiamati”. Essa invita a considerare vocazione l’inizio stesso della vita umana: “In Cristo il Padre ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità” (Ef 1,4). Nel battesimo c’è la fondamentale e universale vocazione alla santità. Possono poi essere individuate vocazioni specifiche: quelle al matrimonio, al sacerdozio ministeriale e in genere alla vita consacrata, o anche, più genericamente, vocazioni a ministeri laicali legate ai carismi ricevuti. Tutte le vocazioni sono tra loro complementari nella Chiesa “corpo ben compagninato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro” (Ef 4,16).

I pubblicani e le prostitute ci precedono... - Catechismo della Chiesa Cattolica 587: Se la Legge e il Tempio di Gerusalemme hanno potuto essere occasione di «contraddizione» da parte di Gesù per le autorità religiose di Israele, è però il suo ruolo nella redenzione dei peccati, opera divina per eccellenza, a rappresentare per costoro la vera pietra d’inciampo.
588 Gesù ha scandalizzato i farisei mangiando con i pubblicani e i peccatori con la stessa familiarità con cui pranzava con loro. Contro quelli tra i farisei «che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri» (Lc 18,9), Gesù ha affermato: «Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi» (Lc 5,32).
Si è spinto oltre, proclamando davanti ai farisei che, essendo il peccato universale, coloro che presumono di non avere bisogno di salvezza, sono ciechi sul proprio conto.
589 Gesù ha suscitato scandalo soprattutto per aver identificato il proprio comportamento misericordioso verso i peccatori con l’atteggiamento di Dio stesso a loro riguardo. È arrivato a lasciar intendere che, sedendo a mensa con i peccatori, li ammetteva al banchetto messianico. Ma è soprattutto perdonando i peccati, che Gesù ha messo le autorità religiose di Israele di fronte a un dilemma. Costoro non erano nel giusto quando, costernati, dicevano: «Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?» (Mc 2,7)? Perdonando i peccati, Gesù o bestemmia perché è un uomo che si fa uguale a Dio, oppure dice il vero e la sua persona rende presente e rivela il nome di Dio.

Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): «Non hanno bisogno del medico i sani, ma i malati. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». Il proverbio del medico era noto anche fuori del giudaismo. Gesù se ne serve forse per esprimere la sua premura verso i peccatori. Però rimane incerto il contesto originale in cui pronunciò questa sentenza: forse fu tramandata in forma isolata. Il secondo detto, concernente la chiamata dei peccatori, quadra meglio con il presente contesto. Gesù è venuto a chiamare (kaléò) i peccatori al banchetto escatologico, simbolo del regno dei cieli. I giusti non ne saranno certamente esclusi, ma egli deve interessarsi soprattutto dei pecca­tori, che rischiano di perdersi eternamente, venendo privati della comunione di vita con Dio. La chiamata di un pubblico peccatore, Levi, tra i Dodici e la commensalità con i pubblicani manifestavano concretamente la bontà salvifica di Dio, attraverso la missione del suo Inviato definitivo. Gesù aveva il compito di annunciare e di attuare tale progetto dell’amore misericordioso e universale del Padre.
La controversia riflette una problematica molto viva nella chiesa primitiva: l’aggregazione sempre più consistente alla comunità dei pagani, che si convertivano al vangelo. I giudeocristiani non dovevano rifiutare la loro commensalità, perché anch’essi erano figli di Dio. Paolo ebbe occasione di rimproverare Pietro per il suo comportamento ambiguo ad Antiochia di Siria (Gal 2,11-21). Inoltre, nella chiesa non mancavano peccatori (ch’erano la zizzania nel buon grano; cf. Mt 13,24-30.36-43). Anche costoro non andavano discriminati e segregati, ma ricercati con premura, a imitazione di Gesù, per portarli alla conversione.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». 
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Ispira nella tua paterna bontà, o Signore, i pensieri e i propositi del tuo popolo in preghiera, perché veda ciò che deve fare e abbia la forza di compiere ciò che ha veduto. Per il nostro Signore Gesù Cristo...



18 Gennaio 2019


VENERDÌ DELLA I SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


Oggi Gesù ci dice: «Àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua » (Vangelo).

Vangelo: Dal Vangelo secondo Marco 2,1-12: Ti sono perdonati i peccati... costui bestemmia: la bestemmia consisteva nel maledire il nome di Dio ed era punita con la lapidazione (cfr. Lv 2,16). Nel nostro caso, gli scribi potevano parlare di bestemmia soltanto in modo indiretto: Egli, che era uomo, si faceva Dio (cfr. Gv 10,33), appropriandosi prerogative divine come quella di perdonare i peccati. Il giudizio degli scribi era «fondamentalmente giusto, perché il rimettere i peccati è una prerogativa esclusiva di Dio [cfr. Es 34,6-8; Sal 103,3; Is 43,25; 44,22]. Ma avevano torto in quanto dall’osservazione dei fatti prodigiosi compiuti da Gesù non avevano saputo risalire alla sorgente divina delle sue facoltà» (Adalberto Sisti, Marco). Gesù non si arrende a questa considerazione malvagia che era germogliata segretamente nei cuori dei farisei, e così con una impietosa operazione chirurgica mette fuori, alla luce del sole, i loro pensieri occulti. Per fare ciò Gesù pone loro una domanda: Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Una domanda ad hoc, perché il perdono dei peccati è qualcosa che non si può riscontrare, il miracolo sì; ecco perché Gesù per dare prova che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, sana il paralitico nel corpo. Solo la folla a questo punto applaudisce. È meravigliata non tanto, o non solo, per il miracolo prodigioso, quanto per l’autorità che Gesù rivendica a sé. A Cafarnao Gesù aveva già operato guarigioni, liberazioni di indemoniati meravigliando tutti, ma ora, cosa mai vista, sana un uomo dalla lebbra del peccato dandone la prova certa guarendolo dalla paralisi, per questo motivo la gente stupita, lodando Dio, diceva: Non abbiamo mai visto nulla di simile! Ma quanta amarezza nel vedere come gli scribi e i farisei, che avevano le carte in regola per riconoscere tali cose, in verità, per la loro albagia, escono fuori dal coro.

Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni...: Benedetto XVI (Angelus, 22 febbraio 2009): La pagina evangelica, che la liturgia ci fa meditare in questa settima Domenica del tempo ordinario, riferisce l’episodio del paralitico perdonato e guarito (Mc 2,1-12). Mentre Gesù stava predicando, tra i tanti malati che gli venivano portati, ecco un paralitico su una barella. Al vederlo il Signore disse: “Figlio, ti sono perdonati i peccati” (Mc 2,5). E poiché alcuni dei presenti, all’udire queste parole, erano restati scandalizzati, aggiunse: “Perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te - disse al paralitico -: alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua” (Mc 2,10-11). E il paralitico se ne andò guarito. Questo racconto evangelico mostra che Gesù ha il potere non solo di risanare il corpo malato, ma anche di rimettere i peccati; ed anzi, la guarigione fisica è segno del risanamento spirituale che produce il suo perdono. In effetti, il peccato è una sorta di paralisi dello spirito da cui soltanto la potenza dell’amore misericordioso di Dio può liberarci, permettendoci di rialzarci e di riprendere il cammino sulla via del bene.

Il malato di fronte a Dio – Catechismo della Chiesa Cattolica 1502: L’uomo dell’Antico Testamento vive la malattia di fronte a Dio. È davanti a Dio che egli versa le sue lacrime sulla propria malattia; è da lui, il Signore della vita e della morte, che egli implora la guarigione. La malattia diventa cammino di conversione e il perdono di Dio dà inizio alla guarigione. (Israele sperimenta che la malattia è legata, in un modo misterioso, al peccato e al male, e che la fedeltà a Dio, secondo la sua Legge, ridona la vita: «Perché io sono il Signore, colui che ti guarisce!» (Es 15,26). Il profeta intuisce che la sofferenza può anche avere un valore redentivo per i peccati altrui. Infine Isaia annuncia che Dio farà sorgere per Sion un tempo in cui perdonerà ogni colpa e guarirà ogni malattia.
1503 La compassione di Cristo verso i malati e le sue numerose guarigioni di infermi di ogni genere sono un chiaro segno del fatto che Dio ha visitato il suo popolo e che il regno di Dio è vicino. Gesù non ha soltanto il potere di guarire, ma anche di perdonare i peccati: è venuto a guarire l’uomo tutto intero, anima e corpo; è il medico di cui i malati hanno bisogno. La sua compassione verso tutti coloro che soffrono si spinge così lontano che egli si identifica con loro: «Ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,36). Il suo amore di predilezione per gli infermi non ha cessato, lungo i secoli, di rendere i cristiani particolarmente premurosi verso tutti coloro che soffrono nel corpo e nello spirito. Esso sta all’origine degli instancabili sforzi per alleviare le loro pene

Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?: Dio solo perdona il peccato: Catechismo della Chiesa Cattolica 1441-1442: Dio solo perdona i peccati. Poiché Gesù è il Figlio di Dio, egli dice di se stesso: «Il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati» (Mc 2,10) ed esercita questo potere divino: «Ti sono rimessi i tuoi peccati!» (Mc 2,5). Ancor di più: in virtù della sua autorità divina dona tale potere agli uomini affinché lo esercitino nel suo nome. Cristo ha voluto che la sua Chiesa sia tutta intera, nella sua preghiera, nella sua vita e nelle sue attività, il segno e lo strumento del perdono e della riconciliazione che egli ci ha acquistato a prezzo del suo sangue. Ha tuttavia affidato l’esercizio del potere di assolvere i peccati al ministero apostolico. A questo è affidato il «ministero della riconciliazione» (2Cor 5,18). L’Apostolo è inviato «nel nome di Cristo», ed è Dio stesso che, per mezzo di lui, esorta e supplica: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20).

Alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua: Giovanni Paolo II (Udienza Generale): [...] mediante i “miracoli, prodigi e segni” che ha compiuto, Gesù Cristo ha manifestato il suo potere di salvare l’uomo dal male che minaccia l’anima immortale e la sua vocazione all’unione con Dio. È ciò che si rivela in modo particolare nella guarigione del paralitico di Cafarnao. Le persone che l’hanno portato, non riuscendo ad entrare attraverso la porta nella casa in cui Gesù insegna, calano il malato attraverso un’apertura del tetto, così che il poveretto viene a trovarsi ai piedi del Maestro. “Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: ‘Figliolo ti sono rimessi i tuoi peccati’”. Queste parole suscitano in alcuni dei presenti il sospetto di bestemmia: “Costui bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?”. Quasi in risposta a quelli che avevano pensato così, Gesù si rivolge ai presenti con le parole: “Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - àlzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua. Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti” (cfr. Mc 2,1-12 e anche Mt 9,1-8; Lc 5,18-26; Lc 5,25). Gesù stesso spiega in questo caso che il miracolo di guarigione del paralitico è segno del potere salvifico per cui egli rimette i peccati. Gesù compie questo segno per manifestare di essere venuto come Salvatore del mondo, che ha come compito principale quello di liberare l’uomo dal male spirituale, il male che separa l’uomo da Dio e impedisce la salvezza in Dio, qual è appunto il peccato.

Gesù rivela il Padre misericordioso: Catechismo degli Adulti 197: Gesù sa di essere in totale sintonia con la misericordia del Padre. Dio ama per primo, appassionatamente; va a cercare i peccatori e, quando si convertono, fa grande festa: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta» (Lc 15,4-6). L’unità di Gesù con il Padre è tale, che egli si attribuisce perfino il potere divino di rimettere i peccati, sebbene si levi intorno un mormorio di riprovazione e l’accusa di bestemmia: «Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua» (Mc 2,9-11).

A chi rimetterete - Reconciliatio et Paenitentia 29: Il primo dato fondamentale ci è offerto dai libri santi dell’Antico e del Nuovo Testamento riguardo alla misericordia del Signore e al suo perdono. Nei salmi e nella predicazione dei profeti il nome di misericordioso è forse quello che più spesso viene attribuito al Signore, contrariamente al persistente cliché, secondo il quale il Dio dell’Antico Testamento viene presentato soprattutto come severo e punitivo. Così, fra i salmi, un lungo discorso sapienziale, attingendo alla tradizione dell’Esodo, rievoca l’azione benefica di Dio in mezzo al suo popolo. Tale azione, pur nella sua rappresentazione antropomorfica, è forse una delle più eloquenti proclamazioni veterotestamentarie della misericordia divina. Basti qui riportare il versetto: «Ed egli, pietoso, perdonava la colpa, li perdonava invece di distruggerli. Molte volte placò la sua ira e trattenne il suo furore, ricordando che essi sono carne, un soffio che va e non ritorna» (Sal 78,38s).
Nella pienezza dei tempi il Figlio di Dio, venendo come l’Agnello che toglie e porta su di sé il peccato del mondo, appare come colui che ha il potere sia di giudicare sia di perdonare i peccati, e che è venuto non per condannare, ma per perdonare e salvare.
Ora, questo potere di rimettere i peccati Gesù lo conferisce, mediante lo Spirito Santo, a semplici uomini, soggetti essi stessi all’insidia del peccato, cioè ai suoi apostoli: «Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20,22; Mt 18,18). 
Questa, è una delle più formidabili novità evangeliche! Egli conferisce tale potere agli apostoli anche come trasmissibile - così lo ha inteso la Chiesa sin dai suoi primi albori ai loro successori, investiti dagli stessi apostoli della missione e della responsabilità di continuare la loro opera di annunciatori del Vangelo e di ministri dell’opera redentrice di Cristo.
Qui si rivela in tutta la sua grandezza la figura del ministro del sacramento della penitenza, chiamato, per antichissima consuetudine, il confessore.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
***  “Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone: «questi quattro che presentano a Gesù l’anima, che giace nella voluttà della carne, sono l’umiltà, la povertà, la pazienza e l’obbedienza... Nessuno può venire a Gesù se non sia portato da tali virtù.»” (Sant’Antonio da Padova).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa:  Ispira nella tua paterna bontà, o Signore, i pensieri e i propositi del tuo popolo in preghiera, perché veda ciò che deve fare e abbia la forza di compiere ciò che ha veduto. Per il nostro Signore Gesù Cristo...



17 Gennaio 2019
  
GIOVEDÌ DELLA I SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


Oggi Gesù ci dice: «Lo voglio, sii purificato!» (Vangelo).


Vangelo: Dal Vangelo secondo Marco 1,40-45: La guarigione del lebbroso rivela il cuore misericordioso e compassionevole di Gesù, ma è anche un messaggio chiaro ai suoi discepoli e al popolo d’Israele: Gesù con i suoi miracoli mostra che le sue opere inaugurano veramente l’èra messianica, ma sotto forma di doni e di salvezza e non di condanna e di castigo (Cf. Lc 4,17-21).

Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): v. 40 La predicazione nella Galilea durò più settimane (cf. Mt., 4, 23; 9, 35; Lc., 4, 44) e, durante questo periodo, vennero compiuti vari miracoli. Marco riferisce soltanto la guarigione di un lebbroso. Mi puoi mondare; «mondare» era il termine in uso per indicare la guarigione dalla lebbra, malattia che rendeva legalmente impuro il paziente; l’espressione equivale quindi alla seguente: mi puoi guarire.
v. 41 Lo toccò; tutti e tre i Sinottici hanno conservato il ricordo del tocco miracoloso della mano di Gesù; la guarigione fu operata con questo gesto accompagnato da un comando:  (lo voglio), sii mondato.
v.43 Con tono severo; stupisce questa dura espressione dopo l’atto misericordioso e compassionevole compiuto dal Maestro (cf. vers. 41). Marco, nel racconto, ha omesso alcuni particolari che possono illuminare questo comando di Gesù; secondo Luca (cf. Lc., 5,12) il miracolo fu operato quando il Maestro si trovava «in una città» della Galilea; il lebbroso aveva quindi violato le prescrizioni della legge mosaica che gl’interdicevano di avvicinare gli altri per evitare il contagio della terribile malattia. Cristo tollerò la presenza del lebbroso in un centro abitato e gli concesse la guarigione richiesta con tanto accoramento e fervore. Il Maestro comandò al risanato di allontanarsi dal luogo, non soltanto per fargli eseguire il precetto della legge che prescriveva ai guariti dalla lebbra di presentarsi ai sacerdoti per essere dichiarati «mondi», ma soprattutto per non diffondere tra gli abitanti la notizia del miracolo compiuto, che poteva sollevare un’ondata di entusiasmo popolare, dannosa per la penetrazione del suo messianismo spirituale nelle menti dei contemporanei.
                                                                                                              
Se vuoi - Pur consapevole di infrangere la Legge di Mosè che lo voleva segregato, il lebbroso si prostra ai piedi di Gesù per implorare la guarigione.
Se vuoi, puoi purificarmi: con questa decisa invocazione vuole dare forza alla sua preghiera; egli è profondamente certo che la guarigione può scaturire solo da un atto positivo della volontà del Cristo. Escluso dalla comunità ebraica a motivo della sua malattia, non chiede semplicemente di essere guarito, ma di tornare ad essere “puro”, reintrodotto nel consorzio umano, quello sociale e religioso.
Ne ebbe compassione, «in greco abbiamo un verbo, che risente della mentalità semitica, giacché indica propriamente un movimento delle viscere, considerate come sede dei sentimenti. Nella nostra lingua abbiamo qualcosa di simile quando parliamo di “amore sviscerato”» (Adalberto Sisti).
Ma a conturbare è il gesto di toccare il lebbroso.
Gesù rompendo ogni schema legale e ogni norma di prudenza scandalizza i presenti. Una affermazione che non è esagerata se si tiene presente che il lebbroso, era considerato alla stregua di un morto.
La lebbra, considerata come una punizione inflitta da Dio (Cf. Num 12,9s; 2Sam 3,29; 2Re 5,27; 15,5), rendeva impuri con conseguenze aberranti e degradanti per l’infettato: non solo era tagliato fuori dal consorzio civile, ma soprattutto era reso inabile alla liturgia del tempio e quindi escluso dalla stessa salvezza. La sua presenza infettava e rendeva impuri. Toccare un lebbroso era come toccare un morto. Una conferma viene dallo storico ebreo Giuseppe Flavio: i lebbrosi stavano «sempre fuori dalle città; dal momento che essi non potevano incontrare nessuno non erano in nulla diversi da un cadavere» (Antichità Giudaiche, III, 11,3).
Lo voglio, sii purificato! cioè sii puro: Gesù, toccandolo, lo purifica e lo restituisce alla vita.
Ma quello che veramente sconcerta è il modo con il quale Gesù allontana il lebbroso dopo la guarigione: ammonendolo severamente, lo cacciò via subito (letteralmente: sdegnandosi con lui subito lo rimandò). Un gesto che è palesemente in contraddizione con la compassione mostrata inizialmente verso il lebbroso. Perché Gesù si è comportato in questo modo? L’atteggiamento di Gesù «sembra duro; ma può essere stato provocato sia dal fatto che il lebbroso non aveva tenuto conto delle regole di segregazione, sia dal desiderio dello stesso Gesù di non provocare un eccessivo entusiasmo tra la folla, come appare dal successivo comando di non parlare della cosa a nessuno» (Adalberto Sisti).
Va’, invece, a mostrarti al sacerdote: la Legge infatti prescriveva che l’avvenuta purificazione doveva essere comprovata dai sacerdoti e suggellata da sacrifici. Sarebbe servito anche come testimonianza per loro: si credeva che nel tempo della salvezza non ci sarebbe stata più la lebbra. Le guarigioni dalla lebbra compiute da Gesù indicano perciò che il tempo della salvezza è giunto (Cf. Mt 8,2-4; 11,5). L’uomo, per Rinaldo Fabris, ormai «purificato deve essere riammesso nella comunità. Là dove arriva il regno di Dio cadono le barriere e le esclusioni; i tutori dell’antica legislazione devono riconoscere che questo è una prova del tempo nuovo. Il lebbroso guarito allora può diventare un “annunciatore della parola” [...], colui che comunica il messaggio nuovo racchiuso nel gesto di Gesù».
All’ordine tassativo di non dire nulla a nessuno, segue l’evidente violazione della consegna da parte dell’uomo, ormai guarito dalla lebbra. Gesù vuole evitare facili entusiasmi, non vuole che il popolo sia attratto unicamente dai suoi miracoli, ma è difficile nascondere un fatto così clamoroso.
Come è già successo altre volte, Gesù, a motivo del miracolo svelato dall’improvvisato banditore, non può più entrare nei centri abitati, ma è obbligato a starsene riparato in luoghi solitari. Ma questo non scoraggia la gente che numerosa si affolla attorno alla sua persona. La gente forse non ha capito il mistero del Cristo e lo cerca per un tornaconto personale, ma certamente ha compreso in modo netto una cosa: incontrare quel giovane Maestro, essere toccati da lui, ascoltare la sua parola è come l’essere introdotti in un nuovo mondo dove si respira il profumo della libertà, della sanità corporale e spirituale, della salvezza.

Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro - Jacque Hervieux (Vangelo di Marco): Indirizzandolo dal sacerdote, Gesù vuole assicurargli il suo reinserimento nella comunità religiosa: ufficialmente, era al sacerdote che spettava constatare la guarigione (Lv 14,1-9ss). Questo procedimento rituale presso i rappresentanti del popolo servirà da «testimonianza» ai giudei: essi constateranno il compimento da parte di Gesù dell’attesa secolare del messia; e dovranno concludere che il tempo della salvezza è giunto.
Ma ecco un fatto sorprendente: il lebbroso trasgredisce l’ordine impartito da Gesù di tacere la propria guarigione (v. 45a); l’uomo «proclama» la notizia. Il verbo è quello che indica l’annuncio del vangelo: è evidente che Marco ha valicato l’ epoca di Gesù per collocare i propri lettori nell’ attualità. Il lebbroso guarito è un simbolo del missionario della buona novella. Con la risurrezione di Gesù, il «segrete messianico» è diventato inutile. Adesso, i lettori illuminati dagli eventi della salvezza sono invitati, sull’esempio di questo miracolato, a diffondere il gioioso messaggio liberatore di Gesù.
Tuttavia l’evangelista, concludendo il suo racconto, torna al tempo di Gesù. A motivo di questo atto salvifico e della pubblicità che ne riceve, il maestro è costretto a fuggire la folla che viene a lui da ogni dove (v. 45b). Il cerchio così si chiude. All’inizio della storia, vediamo un malato emarginato, costretto all’isolamento, che osa avvicinarsi a Gesù; alla conclusione, una gran folla accorre dal guaritore. Per questa folla, come per il lettore, la domanda non fa che rimbalzare: «Chi è costui» che porta con sé la riabilitazione degli esclusi, la loro comunione con Dio e la vita con i loro fratelli? 

Paolo VI (Omelia, 29 Gennaio 1978): La lebbra! Il solo nome, ancor oggi, ispira a tutti un senso di sgomento e di orrore. Sappiamo dalla storia che tale sentimento era fortemente percepito presso gli antichi, in particolare presso i popoli dell’Oriente, ove, per motivi climatici ed igienici, tale morbo era molto avvertito. Nell’Antico Testamento (Cfr. Lev. 13-14) riscontriamo una puntuale e minuta casistica e legislazione nei confronti dei colpiti dalla malattia: le paure ancestrali, la concezione diffusa circa la fatalità, l’incurabilità ed il contagio, costringevano il popolo ebraico ad usare le opportune misure di prevenzione, mediante l’isolamento del lebbroso, il quale, considerato in stato di impurità rituale, veniva a trovarsi fisicamente e psicologicamente emarginato ed escluso dalle manifestazioni familiari, sociali e religiose del popolo eletto. Inoltre, la lebbra si configurava come un marchio di condanna, in quanto la malattia era considerata un castigo di Dio. Non rimaneva se non la speranza che la potenza dell’Altissimo volesse guarire i colpiti.
Gesù, nella sua missione di salvezza, ha spesso incontrato i lebbrosi, questi esseri sfigurati nella forma, privi del riflesso dell’immagine della gloria di Dio nell’integrità fisica del corpo umano, autentici rottami e rifiuti della società del tempo.
L’incontro di Gesù con i lebbrosi è il tipo e il modello del suo incontro con ogni uomo, il quale viene risanato e ricondotto alla perfezione dell’originaria immagine divina e riammesso alla comunione del popolo di Dio. In questi incontri Gesù si manifestava come il portatore di una nuova vita, di una pienezza di umanità da tempo perduta. La legislazione mosaica escludeva, condannava il lebbroso, vietava di avvicinarlo, di parlargli, di toccarlo. Gesù, invece, si dimostra, anzitutto, sovranamente libero nei confronti della legge antica: avvicina, parla, tocca, e addirittura guarisce il lebbroso, lo sana, riporta la sua carne alla freschezza di quella di un bimbo. «Allora venne a lui un lebbroso - si legge in Marco -, lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi guarirmi!”. Mosso a compassione Gesù stese la mano lo toccò e gli disse: “Lo voglio, guarisci!”. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì» (Marc. 1,40-42; cfr. Matth. 8,2-4; Luc. 5,12-15). Lo stesso avverrà per altri dieci lebbrosi (Cfr. Luc. 17,12-19). «I lebbrosi sono guariti!», ecco il segno che Gesù dà per la sua messianicità ai discepoli di Giovanni il Battista, venuti ad interrogarlo (Matth. 11,5). E ai suoi discepoli Gesù affida la propria stessa missione: «Predicate che il regno dei cieli è vicino.., sanate i lebbrosi» (Matth 10,7ss.). Egli inoltre affermava solennemente che la purità rituale è completamente accessoria, che quella veramente importante e decisiva per la salvezza è la purezza morale, quella del cuore, della volontà, che non ha nulla a che vedere con le macchie della pelle o della persona (Cfr. Ibid. 15,10-20).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
***  Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore. (Salmo Responsoriale)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che hai ispirato a sant’Antonio abate di ritirarsi nel deserto, per servirti in un nuovo modello di vita cristiana, concedi anche a noi per sua intercessione di superare i nostri egoismi per amare te sopra ogni cosa. Per il nostro Signore Gesù Cristo...



16 Gennaio 2019


MERCOLEDÌ DELLA I SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO 


Oggi Gesù ci dice: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.» (Gv 10,27).

Vangelo: Dal Vangelo secondo Marco 1,29-39: Il racconto evangelico è attraversato da un crescendo di emozioni, di entusiasmo e di buoni sentimenti, almeno da parte della folla che non si stanca di ascoltare il Maestro e dei molti ammalati che assediano la casa dove Egli è ospite per ottenere la guarigione fisica. Si passa dalla entusiasta accoglienza nella sinagoga alla guarigione della suocera di Pietro; dalla guarigione di molti ammalati affetti da varie malattie alla liberazione di indemoniati e ossessi fino a raggiungere il culmine con la frase di Pietro: Tutti ti cercano!. Ma su questo entusiasmo arriva una risposta a dir poco sconcertante e inattesa: Andiamocene altrove. Egli è venuto per andare e dedicarsi alla salvezza dei Giudei e dei pagani. Per questo sono venuto: per chiamare i peccatori (cfr. Mc 2,17), per cercare la pecora perduta (cfr. Lc 14,4-6), per dare «la propria vita in riscatto per molti» (cfr. Mc 10,45). Con queste parole, Andiamocene altrove, Gesù per la prima volta «parla della sua missione e manifesta chiaramente il proposito di volersi attenere alla volontà del Padre, considerando suo compito primo l’annuncio della salvezza e non quello di soddisfare la curiosità o l’entusiasmo delle folle come un qualunque guaritore più o meno abile» (Adalberto Sisti).
  
La suocera di Simone era a letto con la febbre: I particolari su cui insiste Marco, la casa di Simone e Andrea, la presenza di Giacomo e Giovanni, due dei tre discepoli privilegiati, potrebbero tradire la testimonianza di un testimone oculare. Anche il racconto della guarigione della suocera di Simon Pietro a una lettura più attenta potrebbe celare delle sorprese. Per esempio, se letto con gli occhi di Luca assume un significato che va al di là del puro fatto di cronaca. Il terzo evangelista, infatti, «sottolinea la forza [con il verbo minacciò la febbre, lo stesso usato per indicare la scacciata del demonio] e l’istantaneità [con l’espressione Alzatasi all’istante], oltre alla gravità della malattia [era afflitta da una grande febbre]: egli perciò la considera come un potente esorcismo di Gesù, sempre impegnato nella lotta non solo contro Satana, ma anche contro le conseguenze del peccato [in questo caso contro la malattia]» (Carlo Ghidelli, Luca). La lotta contro Satana è una idea forza che troviamo diffusamente nei Vangeli ed è presente anche in Marco che ne fa quasi un tratto fondamentale del ministero apostolico di Gesù (Cf. Mc 1,39). San Giovanni, quasi a sintetizzare la missione di Gesù, afferma che Egli è «apparso per distruggere le opere del diavolo» (1Gv 3,8).
Vi è un altro particolare. Quando si dice della suocera di Pietro che Gesù la fece alzare, Marco usa il verbo egeirō che viene spesso usato per indicare la risurrezione di Gesù (Cf. Mc 14,28; 16,6; 1Cor 15,4; At 3,15; 13,37). Molto probabilmente la Chiesa primitiva ha letto il miracolo come una «prefigurazione della risurrezione escatologica operata nel genere umano attraverso la morte e la risurrezione di Cristo» (Edward J. Mally, S.J.).
Il racconto evangelico è attraversato da un crescendo di emozioni, di entusiasmo e di buoni sentimenti, almeno da parte della folla che non si stanca di ascoltare il Maestro e dei molti ammalati che assediano la casa dove Egli è ospite per ottenere la guarigione fisica. Si passa dalla entusiasta accoglienza nella sinagoga alla guarigione della suocera di Pietro; dalla guarigione di molti ammalati «affetti da varie malattie» alla liberazione di indemoniati e ossessi fino a raggiungere il culmine con la frase di Pietro: «Tutti ti cercano!». Ma su questo entusiasmo arriva una risposta a dir poco sconcertante e inattesa: «Andiamocene altrove».
Con questa nota sembra che Marco abbia intenzione di mettere in evidenza l’andare di Gesù di villaggio in villaggio. Egli è stato mandato per andare e dedicarsi alla salvezza dei Giudei e dei pagani: «per questo Egli è venuto». Egli è venuto a chiamare i peccatori (Cf. Mc 2,17), a cercare la pecora perduta (Cf. Lc 14,4-6) e a dare «la propria vita in riscatto per molti» (Cf. Mc 10,45).
Con queste parole, Andiamocene altrove, Gesù per la prima volta «parla della sua missione e manifesta chiaramente il proposito di volersi attenere alla volontà del Padre, considerando suo compito primo l’annuncio della salvezza e non quello di soddisfare la curiosità o l’entusiasmo delle folle come un qualunque guaritore più o meno abile» (ADALBERTO SISTI, Marco, NVB).

Guarì molti che erano afflitti da varie malattie - Giovanni Paolo II (Omelia, 10 febbraio 1991): “Guarì molti che erano afflitti da varie malattie” (Mc 1,34). Carissimi fratelli e sorelle, il brano evangelico odierno ci presenta folle numerose di malati e sofferenti che si stringono attorno a Gesù. Egli li conforta con la parola e, con gesti semplici ma eloquenti, li guarisce e li salva. Venuto dal Padre per annunciare e realizzare la salvezza di tutto l’uomo e di tutti gli uomini, Gesù mostra una particolare predilezione per coloro che sono feriti nel corpo e nello spirito: i poveri, i peccatori, gli indemoniati, i malati, gli emarginati. Egli si rivela così “medico dei corpi e delle anime” (Sant’Ignazio di Antiochia, Agli Efesini, 7,2), buon Samaritano dell’uomo, unico Salvatore dell’umanità. Nei confronti della suocera di Pietro, l’atteggiamento e il gesto di Gesù sono emblematici: “Accostatosi la sollevò, prendendola per mano”, annota l’evangelista. Significative le conseguenze: “La febbre la lasciò e si mise a servirli”, per indicare da una parte che la guarigione è superamento del male e uscita dall’isolamento; e, dall’altra, restituzione ad una vita “piena” che mette in grado chi è risanato di servire gli altri e di seguire Cristo come discepolo. Ma l’opera salvifica di Cristo non si esaurisce con la sua persona e nell’arco della sua vita terrena; essa continua nella Chiesa e attraverso la Chiesa, sacramento dell’amore e della tenerezza di Dio verso l’uomo. Inviando in missione i suoi discepoli Gesù conferisce loro un duplice mandato: quello di annunziare il Vangelo della salvezza e della pace e quello di “curare gli infermi” (cfr. Mc 6,3; Mt 10,1; Lc 9,1.6; 10,9).

Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati: Benedetto XVI (Angelus, 8 febbraio 2009): Nonostante che la malattia faccia parte dell’esperienza umana, ad essa non riusciamo ad abituarci, non solo perché a volte diventa veramente pesante e grave, ma essenzialmente perché siamo fatti per la vita, per la vita completa. Giustamente il nostro “istinto interiore” ci fa pensare a Dio come pienezza di vita, anzi come Vita eterna e perfetta. Quando siamo provati dal male e le nostre preghiere sembrano risultare vane, sorge allora in noi il dubbio ed angosciati ci domandiamo: qual è la volontà di Dio? È proprio a questo interrogativo che troviamo risposta nel Vangelo. Ad esempio, nel brano odierno leggiamo che “Gesù guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni” (Mc 1,34); in un altro passo di san Matteo, si dice che “Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo” (Mt 4,23). Gesù non lascia dubbi: Dio - del quale Lui stesso ci ha rivelato il volto - è il Dio della vita, che ci libera da ogni male. I segni di questa sua potenza d’amore sono le guarigioni che compie: dimostra così che il Regno di Dio è vicino, restituendo uomini e donne alla loro piena integrità di spirito e di corpo. Dico che questa guarigioni sono segni: non si risolvono in se stesse, ma guidano verso il messaggio di Cristo, ci guidano verso Dio e ci fanno capire che la vera e più profonda malattia dell’uomo è l’assenza di Dio, della fonte della verità e dell’amore. E solo la riconciliazione con Dio può donarci la vera guarigione, la vera vita, perché una vita senza amore e senza verità non sarebbe vita. Il Regno di Dio è proprio la presenza della verità e dell’amore e così è guarigione nella profondità del nostro essere. Si comprende, pertanto, perché la sua predicazione e le guarigioni che opera siano sempre unite: formano infatti un unico messaggio di speranza e di salvezza.

Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava - Ritirandosi in un luogo deserto per pregare, Gesù indica ai suoi discepoli la fonte dove trovare la forza per attuare un simile programma di vita.
I Vangeli amano parlare della preghiera di Gesù.
Sopra tutto la ricordano in occasione dei momenti più importanti del ministero pubblico del Signore: il battesimo (Cf. Lc 3,21), la chiamata degli Apostoli (Cf. Lc 6,12), la prima moltiplicazione dei pani (Cf. Mc 6,46), la Trasfigurazione (Cf. Lc 9,29), nel Getsemani (Cf. Mt 26,39), sulla croce quando prega per i suoi carnefici (Cf. Lc 23,34).
Altresì, possiamo ricordare quante volte la preghiera ottenne il dono della guarigione da Gesù: il cieco nato (Cf. Mc 10,46-56), la guarigione del lebbroso (Cf. Mt 8,23), la Cananea (Cf. Mt 15,21-28). Il discepolo apprende in questo modo il segreto della preghiera come unico fondamento su cui poggiare la sua fede, la sua speranza. Senza la preghiera il cristiano non può essere fedele alla sua vocazione e alla sua elezione (2Pt 2,10).

Tutti ti cercano - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Tutti ti cercano; l’espressione rivela i sentimenti degli abitanti di Cafarnao, i quali, dopo i miracoli visti, desideravano che Gesù non si allontanasse da loro.
Cristo replica alle parole di Pietro manifestando il suo proposito di evangelizzazione dei villaggi disposti lungo la riva del lago. Villaggi; il greco ha: κωμοπόλεις (solo qui nel Nuovo Testamento); il codice D, seguìto dalla Volgata, divide questa parola composta rendendola con vici et civitates. Nella lingua classica il termine indica un grosso borgo. Per questo infatti sono uscito; la riflessione di Gesù non si riferisce al fatto dell’uscita dalla cittadina come se Marco intendesse dire: per questo io mi sono allontanato da Cafarnao, ma allo scopo della missione del Salvatore stesso; il testo va quindi inteso nel modo seguente: per questo io sono venuto (cf. Volgata); oppure, come ha Luca (4,43): per questo sono stato mandato. Il passo non ha un senso giovanneo, come se Marco avesse affermato: per questo sono uscito dal Padre, perché l’evangelista nel suo scritto non manifesta tendenze dogmatiche. Il P. Lagrange non esclude questo senso dogmatico, quantunque lo ritenga meno probabile.
Predicando... e scacciando i demoni; lo scrittore sottolinea che Gesù accompagnava la sua predicazione con gli esorcismi. L’espulsione dei demoni indica che il messianismo di Cristo ha un carattere religioso e morale. Il tema della predicazione era quello indicato al vers. 15.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Gesù è il “buon Samaritano dell’uomo, unico Salvatore dell’umanità.”.
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Ispira nella tua paterna bontà, o Signore, i pensieri e i propositi del tuo popolo in preghiera, perché veda ciò che deve fare e abbia la forza di compiere ciò che ha veduto.  Per il nostro Signore Gesù Cristo...