18 Ottobre 2018

Giovedì XXVIII Settimana T. O


Oggi Gesù ci dice: “Io ho scelto voi, dice il Signore, perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga.” (Cfr. Gv 15,16 - Acclamazione al Vangelo). 

Dal Vangelo secondo Luca 10,1-9: Il Signore designò altri settantadue, solo Luca riferisce di questo episodio in cui Gesù manda i suoi discepoli in missione. Secondo Gen 10, nella versione dei Settanta, settantadue sono le nazioni, quindi i discepoli sono mandati a tutti i popoli (Mt 28,19). Li inviò a due a due, secondo la Legge di Mosè occorrevano due testimoni per accettare la veridicità della testimonianza: un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato uno abbia commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o di tre testimoni (Dt 19,15). Pregate: siccome la fecondità della missione non dipende dagli sforzi umani, ma dalla grazia, e quindi è necessaria la preghiera. Gesù manda i settantadue discepoli come agnelli in mezzo ai lupi, anche qui troviamo un riferimento biblico: Che cosa può esserci in comune tra il lupo e l’agnello? Così tra il peccatore e il giusto (Sir 13,17). La povertà è radicale, i discepoli non devono portare nemmeno i sandali, e tanta è la fretta e l’urgenza di portare l’annuncio evangelico che devono evitare anche di salutare chiunque incontrino lungo la strada. Mangiate quello che vi sarà offerto: con questo ordine è abolita ogni norma per quanto concerneva la purità o l’impurità dei cibi. Sono mandati a guarire i malati e ad annunciare che è vicino il Regno di Dio. Ad esaminare bene gli ordini impartiti da Gesù sembra che Egli voglia affidare ai suoi discepoli una missione al limite dell’impossibilità. Potrebbe essere vero se non si tenesse conto di quanto riferisce Marco nel suo Vangelo: Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano (Mc 16,20). È il Risorto che accompagna la Chiesa nel suo camino, e con la sua grazia e il suo amore rende abbondante la sua seminagione.

Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi - Dopo la missione dei Dodici (Cf. Lc 9,3-5), Gesù manda settantadue discepoli ad annunziare il regno di Dio che è già vicino. I settantadue discepoli sono mandati davanti a Gesù (Lc 9,52), quindi come precursori, e il Regno di Dio che essi annunziano è in relazione con la persona di Gesù.
La missione già si presenta ardua in quanto le forze sono impari: «vi mando come agnelli in mezzo a lupi». I discepoli si trovano come pecore tra i denti affilati dei lupi. E i lupi quando azzannano scarnificano la preda. Una missione tutta in salita. La persecuzione sarà sempre in agguato (Cf. Lc 6,22-23).
Gli inviati avranno in eredità il destino di Colui che li manda nel mondo: «Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Non è una probabilità, è pura certezza: «Vi scacceranno dalle sinagoghe, anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio» (Gv 16,2). Gli inviati dalla loro parte avranno soltanto lo Spirito Santo: «Quando vi porteranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi come discolparvi o di che cosa discolparvi, o di che cosa dire: perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire» (Lc 12,11-12)».
Il loro sangue non sarà sparso invano, testimonierà contro i carnefici, cosicché ricadrà su di essi «tutto il sangue innocente versato sulla terra, dal sangue di Abele il giusto fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia, che avete ucciso tra il santuario e l’altare» (Mt 23,35).
Gesù esige, data l’urgenza della missione, la massima povertà e anche essenzialità nelle relazioni: non bisogna perdersi in chiacchiere inutili.
Gesù poi tratteggia il bon ton del missionario.
Innanzi tutto egli è un uomo di pace: è colui che porta la pace che per un israelita è la pienezza dei doni divini. Non bisogna vagabondare di casa in casa e di buon grado mangiare quello che sarà messo dinanzi. Una regola d’oro con la quale viene abrogata la distinzione mosaica tra cibi puri e impuri (Cf. Mc 7,19). Ridonare la salute agli infermi entra nell’opera missionaria: con essa si attesta il potere affidato agli inviati.

Quando entrerete in una città - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Nella cittànella quale voi entrate (oppure: se voi entrate in una città...); l’azione missionaria non si limiterà alle case, cioè non sarà svolta unicamente in privato, ma si estenderà anche ai centri abitati e sarà esplicata in pubblico. E siete accolti; letteralmente: e vi accoglieranno; oppure: vi si darà accoglienza. Mangiate ciò che vi sarà servito; l’esortazione non è rivolta ai discepoli perché evitino di essere ricercati nei cibi oppure perché non abbiano scrupoli su quelli che vengono ad essi presentati, bensì perché siano rassicurati che, con la loro opera, si guadagnano e, conseguentemente, si meritano il proprio pane quotidiano, secondo il chiaro principio esposto poco sopra: «l’operaio è degno della sua mercede».
Guarite gli infermi; oltre a dedicarsi alla diffusione della buona novella, gli apostoli opereranno anche delle guarigioni per confermare il loro messaggio. E dite loro; per «loro» non bisogna intendere gli infermi risanati, ma tutti. Il regno di Dio è vicino a voi, cioè: il regno di Dio è giunto; il compito di questi missionari inviati da Gesù consiste soprattutto nel proclamare la venuta del regno; il Maestro in seguito ne illustrerà i principi che lo reggono e ne condizionano l’appartenenza.

Guarite i malati - Detlev Dormeyer: a) Secondo l’Antico Testamento la malattia è mandata da Dio. Dapprima si crede che Dio la infligga come castigo personale (Is l,5s), ma negli scritti più tardi dell’Antico Testamento si ricerca un’altra motivazione. Giobbe viene colpito dal Satana con la malattia, ma col permesso di Dio (Gb 1). Poiché Giobbe ha condotto una vita retta, senza alcuna colpa, non si può non riconoscere che il malvagio può vivere sano e felice, mentre il giusto può venir colpito dalla malattia . Perciò si evidenziano le ripercussioni sociali del peccato. Le azioni umane non danno e non tolgono nulla a Dio, colpiscono però il proprio simile; il peccato può causare una malattia propria o quella di altri. Il fatto che la malattia visiti uno anziché l’altro, deriva dalla causalità intramondana, in ultima analisi, però, dall’imperscrutabile volontà di Dio. Come mezzi per guarire la malattia sono perciò indicati, nell’Antico Testamento, opere di pietà, preghiera, digiuno, voti e sacrifici per implorare la pietà di Dio. Non si rinuncia, tuttavia, all’ausilio di metodi umani in vista della guarigione (Sir 38,1ss). b) Anche nel Nuovo Testamento domina la concezione veterotestamentaria che la malattia provenga da Dio. Gesù però, come il Libro di Giobbe, rifiuta decisamente l’interpretazione degli scribi per cui la malattia sarebbe il castigo per una colpa personale o famigliare. Al contrario, egli guarisce la malattia con i suoi prodigi, perché questo è un segno che con lui è iniziato il tempo escatologico: “I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (Mt 11,5). Con ciò si adempie la promessa del profeta (Is 35,5s e 61,1). Gesù è venuto per guarire l’uomo. Gesù suscita un mondo risanato, il regno di Dio. Malattia significa per il cristiano partecipazione alla croce di Cristo; la sofferenza di Cristo continua nei suoi (Col 1,24), finché la “nuova creazione” di Dio non sia compiuta. 

San Luca: Giovanni Paolo II (Messaggio, 15 ottobre 2000): Ministro della parola di Dio (cfr. Lc 1,2), Luca ci introduce alla conoscenza della luce discreta ed insieme penetrante che da essa promana illuminando la realtà e gli eventi della storia. Il tema della parola di Dio, filo d’oro che attraversa i due scritti che compongono l’opera lucana, unifica anche le due epoche da lui contemplate, il tempo di Gesù e quello della Chiesa. Quasi narrando la “storia della parola di Dio”, il racconto di Luca ne segue la diffusione, dalla Terra Santa fino ai confini del mondo. Il cammino proposto dal terzo Vangelo è profondamente segnato dall’ascolto di questa parola che, come seme, dev’essere accolta con bontà e prontezza di cuore, superando gli ostacoli che le impediscono di attecchire e portare frutto (cfr. Lc 8,4-15). Un aspetto importante che Luca evidenzia è il fatto che la parola di Dio misteriosamente cresce e si afferma anche attraverso la sofferenza e in un contesto di opposizioni e di persecuzioni (cfr. At 4,1-31; 5,17-42; passim). La parola che san Luca addita è chiamata a farsi, per ogni generazione, evento spirituale capace di rinnovare l’esistenza. La vita cristiana, suscitata e sorretta dallo Spirito, è dialogo interpersonale che si fonda proprio sulla parola che il Dio vivente ci rivolge, chiedendoci di accoglierla senza riserve nella mente e nel cuore. Si tratta in definitiva di diventare discepoli disposti ad ascoltare con sincerità e disponibilità il Signore, sull’esempio di Maria di Betania, la quale “ha scelto la parte migliore”, perché “sedutasi ai piedi di Gesù ascoltava la sua parola” (cfr. Lc 10,38-42).

Pregate… - Papa Francesco (7 luglio 2013 ): Nel Vangelo abbiamo ascoltato: «Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe» (Lc 10,2). Gli operai per la messe non sono scelti attraverso campagne pubblicitarie o appelli al servizio della generosità, ma sono «scelti» e «mandati» da Dio. E’ Lui che sceglie, è Lui che manda, è Lui che manda, è Lui che dà la missione. Per questo è importante la preghiera. La Chiesa, ci ha ripetuto Benedetto XVI, non è nostra, ma è di Dio; e quante volte noi, i consacrati, pensiamo che sia nostra! Facciamo di lei… qualcosa che ci viene in mente. Ma non è nostra, è di Dio. il campo da coltivare è suo. La missione allora è soprattutto grazia. La missione è grazia. E se l’apostolo è frutto della preghiera, in essa troverà la luce e la forza della sua azione. La nostra missione, infatti, non è feconda, anzi si spegne nel momento stesso in cui si interrompe il collegamento con la sorgente, con il Signore.
Cari seminaristi, care novizie e cari novizi, cari giovani in cammino vocazionale. Uno di voi, uno dei vostri formatori, mi diceva l’altro giorno: évangéliser on le fait à genoux, l’evangelizzazione si fa in ginocchio. Sentite bene: “l’evangelizzazione si fa in ginocchio”. Siate sempre uomini e donne di preghiera. Senza il rapporto costante con Dio la missione diventa mestiere. Ma da che lavori tu? Da sarto, da cuoca, da prete, lavori da prete, lavori da suora? No. Non è un mestiere, è un’altra cosa. Il rischio dell’attivismo, di confidare troppo nelle strutture, è sempre in agguato. Se guardiamo a Gesù, vediamo che alla vigilia di ogni decisione o avvenimento importante, si raccoglieva in preghiera intensa e prolungata. Coltiviamo la dimensione contemplativa, anche nel vortice degli impegni più urgenti e pesanti. E più la missione vi chiama ad andare verso le periferie esistenziali, più il vostro cuore sia unito a quello di Cristo, pieno di misericordia e di amore. Qui sta il segreto della fecondità pastorale, della fecondità di un discepolo del Signore!
Gesù manda i suoi senza «borsa, né sacca, né sandali» (Lc 10,4). La diffusione del Vangelo non è assicurata né dal numero delle persone, né dal prestigio dell’istituzione, né dalla quantità di risorse disponibili. Quello che conta è essere permeati dall’amore di Cristo, lasciarsi condurre dallo Spirito Santo, e innestare la propria vita nell’albero della vita, che è la Croce del Signore.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** L’evangelizzazione si fa in ginocchio.
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Signore Dio nostro, che hai scelto san Luca per rivelare al mondo con la predicazione e con gli scritti il mistero della tua predilezione per i poveri, fa’ che i cristiani formino un cuor solo e un’anima sola, e tutti i popoli vedano la tua salvezza. Per il nostro Signore Gesù Cristo...



17 Ottobre 2018

Mercoledì XXVIII Settimana T. O


Oggi Gesù ci dice: “Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore, e io le conosco ed esse mi seguono.” (Gv 10,27 - Acclamazione al Vangelo). 

Dal Vangelo secondo Luca 11,42-46: Guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio: l’accento della condanna è posto sullo stridente e inammissibile contrasto tra ciò che è essenziale e ciò che è marginale. I farisei preferendo le cose assolutamente marginali finivano per ignorare quelle essenziali e che veramente contano, come la giustizia e l’amore di Dio. Una miopia religiosa che sprofonda nella vanità, e fa assomigliare le guide spirituali a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume (Mt 23,27). I farisei si erano rinchiusi nel loro modo di vedere e di concepire la salvezza e interpretando arbitrariamente la Legge non erano riusciti a capire che le pratiche esteriori possono trovare un senso solo se alla forma si aggiunge la disposizione intima di aprire il cuore alla volontà di Dio.

Guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta...: Catechismo degli Adulti (156): Gesù riprende e concentra tutta la Legge nei due comandamenti dell’amore di Dio e del prossimo, tra loro intimamente congiunti: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22,37-40). Le norme particolari sono più o meno importanti secondo che più o meno si avvicinano al cuore della Legge. «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’anèto e del cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!» (Mt 23,23-24).

Lo zelo religioso - Catechismo della Chiesa Cattolica nn. 579-580: Il principio dell’integralità dell’osservanza della Legge, non solo nella lettera ma nel suo spirito, era caro ai farisei. Mettendolo in forte risalto per Israele, essi hanno condotto molti Ebrei del tempo di Gesù a uno zelo religioso estremo. E questo, se non voleva risolversi in una casistica “ipocrita”, non poteva che preparare il Popolo a quell’inaudito intervento di Dio che sarà l’osservanza perfetta della Legge da parte dell’unico Giusto al posto di tutti i peccatori
L’adempimento perfetto della Legge poteva essere soltanto l’opera del divino Legislatore nato sotto la Legge nella Persona del Figlio. Con Gesù, la Legge non appare più incisa su tavole di pietra ma scritta nel “cuore” (Ger 31,33) del Servo che, proclamando “il diritto con fermezza” (Is 42,3), diventa l’“Alleanza del Popolo” (Is 42,6). Gesù compie la Legge fino a prendere su di sé “la maledizione della Legge” (Gal 3,13), in cui erano incorsi coloro che non erano rimasti fedeli “a tutte le cose scritte nel libro della Legge” (Gal 3,10); infatti la morte di Cristo intervenne “per la redenzione delle colpe commesse sotto la Prima Alleanza” (Eb 9,15).

... lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio...: Catechismo degli Adulti (1088): Dio vuole innanzitutto cambiare il cuore dell’uomo, ma, a partire dal cuore, vuole rinnovare anche la società. È il liberatore degli oppressi: protegge i poveri, gli stranieri, gli orfani, le vedove; vuole giustizia e solidarietà. Chiede ai credenti di non separare la pratica religiosa dall’impegno sociale. «Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostre riunioni... Lontano da me il frastuono dei tuoi canti: il suono delle tue arpe non posso sentirlo! Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne» (Am 5,21.23-24). «Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo?» (Is 58,6-7). Il Messia sarà mandato a portare una nuova esperienza di Dio, ma con essa anche il disarmo, la giustizia per i poveri, la prosperità e la pace.

Guai a voi, farisei…: Carlo Ghidelli (Luca): La prima serie di Guai è rivolta ai farisei, per stigmatizzare alcuni loro atteggiamenti ipocriti e antievangelici.
Perché pagate la decima...: il primo atteggiamento da smantellare consiste nella precisione e prontezza a pagare tutte le tasse prescritte dalla legge, cui però si accompagna la prontezza a disattendere i sacrosanti diritti della giustizia e le impreteribili esigenze dell’amore. Notiamo che Luca sostituisce giustizia e amore di Dio all’espressione di Matteo la giustizia e la misericordia e la fedeltà (23,23). Questi per Matteo sono i punti più gravi della Legge (ibid.), quelli per Luca sono la quintessenza dell’evangelo di Gesù.
perché amate il primo posto...: il secondo atteggiamento che Gesù non può sopportare consiste nella ricerca dei primi posti (cfr 20,45-47). Di fronte a Dio esiste una gerarchia segreta, stabilita non in base alla stima ufficialmente riconosciuta a ciascuno, ma in base a ciò che veramente vale dinnanzi a Dio.
perché siete come i sepolcri...-. Mt 23,27 oppone la bellezza esteriore dei sepolcri alla loro impurità interiore. Luca invece insiste di più sul fatto che questa impurità rimane ignota agli uomini (emerge ancora l’ipocrisia dei farisei che fanno di tutto per dissimulare la loro vera situazione) e perciò può contaminare quanti la avvicinano. C’è un’epidemia del male che è assai più pericolosa e più facilmente trasmissibile che non quella del bene.

Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo - Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): Secondo l’antica Legge chi avesse toccato un sepolcro restava impuro per sette giorni (Nm 19,16); poteva tuttavia accadere che col passare del tempo, a causa del terreno accumulatosi e dell’erba che lo ricopriva, il sepolcro non fosse più visibile e pertanto vi si passasse sopra. Il Signore si serve di questa comparazione per smascherare l’ipocrisia dei suoi interlocutori: osservano i più infimi particolari, ma trascurano i doveri fondamentali: la giustizia e l’amore di Dio (v. 42). Puri esteriormente, ma al tempo stesso col cuore ricolmo di malizia e di putredine (v. 39), fingono di sembrare giusti e, poiché vivono di apparenze, si preoccupano di coltivarle. Sanno che la virtù è motivo di onore e si affannano a simularla (v. 43); detto altrimenti, la loro vita è caratterizzata dalla doppiezza e dall’inganno.

Intervenne uno dei dottori della Legge - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Allora un dottore della legge prese a dirgli; è una sutura redazionale che serve ad unire le due parti del discorso … Maestrotuparlando cosìoffendi anche noi; i dottori della legge, dei quali l’interlocutore si rende interprete, erano i dirigenti e le guide religiose della setta dei Farisei; essi quindi, avendo sentito le invettive rivolte da Gesù ai loro discepoli, si sentirono vivamente colpiti nel proprio orgoglio e riputazione.
Ed egli rispose; nella seconda parte, come si è già rilevato, non sono riportati soltanto i duri rimproveri che il Salvatore pronunziò contro i dottori della legge, ma anche quelli rivolti contro gli Ebrei in genere. Le invettive che toccano direttamente i legisti sono riferite nel presente vers. e nel vers. 52, cioè all’inizio e alla fine della seconda parte del discorso. Dei carichi insopportabili; letteralmente: dei pesi importabili; l’espressione ha valore metaforico, perché designa le osservanze minuziose ed ingombranti che questi dottori imponevano alla gente con le loro sottigliezze e cavilli giuridici. Non le toccate neppure con un dito; Luca si esprime con una punta d’ironia più sottile e penetrante di quella di Matteo («ma si rifiutano di muoverli con il loro dito», Mt.,23,4), poiché il verbo greco προσψαύετε significa: non li avvicinate neppure con una delle vostre dita; oppure, come diremmo noi: non li toccate nemmeno con la punta del dito.

Richard Gutzwiller (Meditazioni su Luca): Le dichiarazioni finora fatte da Gesù avevano un contenuto più positivo. Le sue spiegazioni sul parlare a Dio nella preghiera e sul parlare di Dio nella parola formavano il contenuto essenziale. Seguono alcune dichiarazioni più negative, di condanna del falso comportamento dei farisei e degli scribi. Il Signore comincia dai farisei.
1. Il falso comportamento - Essi danno troppa importanza all’esterno e trascurano l’interno. Perciò mettono l’accento sull’importanza delle abluzioni rituali e trascurano l’interiore purezza del cuore. Essi sono esteriormente coscienziosi nel pagare le decime. Ma la loro coscienza con la massima facilità passa sopra agli obblighi interiori della giustizia. Essi vogliono avere esteriormente i migliori posti ed essere onorati, ma interiormente non sono affatto esemplari. La loro impurità interiore è camuffata e nascosta all’esterno, come capita ai sepolcri che non sono riconoscibili all’esterno, ma che tuttavia sono all’interno pieni di marciume. Questo fare-come-se, questo apparire a cui non corrisponde l’essere, questa maschera di pietà dietro cui si nasconde il volto dell’egoismo, ripugna profondamente a Gesù. Perciò chiama le cose col loro nome, inesorabilmente. L’indifferenza e perfino l’estrema trasgressione dei precetti, in coloro che sono coscienti di essere indifferenti e di far del male, sono meno cattive e meno pericolose dell’esteriore adempimento dei precetti religiosi, fatto con un cuore che in fondo non si cura della volontà di Dio, e cerca non l’onore di Dio, ma la gloria personale, non il regno di Dio, ma la propria glorificazione, non la volontà di Dio, ma la propria volontà.
2. Il retto comportamento - Questo non significa affatto che Gesù si disinteressi delle cose e dei precetti esteriori. Quello che egli chiede è espresso chiaramente con le parole: «queste cose bisognava curare senza trascurare le altre». Tutte e due sono cose necessarie. In prima linea, l’interno. Gesù vi mette l’accento con chiarezza: chi trascura l’interno e non si cura prima di tutto di ciò che è nel cuore, ha un vaso senza contenuto, una buccia senza polpa, un abito senza corpo, un corpo senz’anima. Una pietà vuota, una religiosità inaridita e mummificata. D’altra parte è illusione ed arroganza credere che basti solo l’interno, e perciò trascurare tutto l’esterno. L’uomo è composto di anima e di corpo. E quindi anche le cose esteriori hanno importanza per il suo interno. Inoltre tutto l’uomo con tutto il suo agire appartiene a Dio. Così quando ci segniamo con l’acqua santa, questo simbolo esteriore dell’interna purificazione ha il suo significato. Quando noi osserviamo il digiuno, evidentemente, per sé, importa poco a Dio che noi mangiamo e che cosa mangiamo. Ma per il comportamento interiore non è indifferente che noi manteniamo o meno questa disciplina esteriore. Quando la Chiesa ci prescrive di prendere determinati atteggiamenti nella preghiera liturgica ha uno scopo. L’atteggiamento esteriore è di aiuto all’interiore disposizione e l’aver riguardo all’ambiente è una questione di correttezza, che non può lasciare indifferente nessuno. O quando in determinati tempi e in determinati luoghi si esige il silenzio, esso ha la sua importanza per il silenzio interiore. Un uomo che passi sopra a tutte le prescrizioni e a tutti gli usi esterni, vive nell’illusione, manca di correttezza e di subordinazione nei riguardi di Dio. Così secondo il comando del Signore, l’interno e l’esterno devono legarsi insieme. La purezza esteriore deve essere di aiuto alla purezza interiore ed insieme esserne l’espressione; lo stesso si dica dell’ordine esteriore e dell’esteriore comportamento. Bisogna dare la massima importanza al sentimento interiore. Ma non bisogna tralasciare l’esteriore come privo d’importanza. Fare la prima cosa e farla prima di tutto; ma non bisogna mettere da parte la seconda. Solo questo atteggiamento corrisponde allo spirito e alla parola del Signore.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** La purezza esteriore deve essere di aiuto alla purezza interiore ed insieme esserne l’espressione; lo stesso si dica dell’ordine esteriore e dell’esteriore comportamento.  
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Dio onnipotente ed eterno, che nel sacrificio dei martiri edifichi la tua Chiesa, mistico corpo del Cristo, fa’ che la gloriosa passione che meritò a sant’Ignazio una corona immortale, ci renda sempre forti nella fede. Per il nostro Signore Gesù Cristo..



16 Ottobre 2018

Martedì XXVIII Settimana T. O


Oggi Gesù ci dice: “Date in elemosina, ed ecco, per voi tutto sarà puro” (Vangelo). 

Dal Vangelo secondo Luca 11,37-41: Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo: Gesù contestando le esteriorità religiose, come le abluzioni prima dei pasti e la distinzione tra cibi puri e impuri, vuole insegnare ai suoi discepoli che niente è profano, se non le azioni cattive che provengono dal cuore malvagio: «Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo» (Mc 7,20). Ma bisogna stare attenti che questa libertà non divenga occasione di caduta per i deboli. Se uno infatti vede te, che hai la conoscenza, stare a tavola in un tempio di idoli, la coscienza di quest’uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni sacrificate agli idoli? Ed ecco, per la tua conoscenza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo. Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello (1Cor 8,9-13).

In quel tempo, mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo - Enciclopedia del Cristianesimo: Farisei: Corrente religiosa del giudaismo sorta probabilmente al tempo dei maccabei (II sec. a.C). I farisei venivano chiamati con questo nome (in ebraico ferushim: separati) perché formavano un gruppo caratterizzato da una scrupolosa osservanza della Torà, letta, meditata, amata quale espressione della volontà divina, e da una rigida separazione da quanti non aderivano agli stessi principi. Mentre i sadducei, classe sacerdotale legata al Tempio e fortemente ellenizzata, si richiamavano unicamente all’autorità della Scrittura, i farisei accettavano accanto a essa l’interpretazione della legge data dalla tradizione orale (la Torà orale, ritenuta rivelata diretta
mente a Mosè sul Sinai), credevano all’immortalità dell’anima, alla risurrezione dei corpi, all’esistenza degli angeli. Politicamente moderati, non condividevano l’atteggiamento degli zeloti, gruppo che si ribellava alla dominazione romana e che prese parte attiva alle rivolte che ebbero luogo in Palestina a partire dal 66 d.C. Dopo la distruzione del Tempio per mano dei romani (70), scomparsa la classe sacerdotale, i farisei divennero le guide spirituali del popolo ebraico. Gesù, che pure nella sua predicazione fa propri alcuni temi cari ai farisei, critica severamente il legalismo e l’ipocrisia di molti di loro (cfr. Mt 6,1-2.5.16; 23,23.13-14.15.23-24). Va ricordato, tuttavia, che questi testi rispecchiano la situazione di forte tensione tra il nascente cristianesimo e il giudaismo e tendono ad accentuare le differenze, le opposizioni, mettendo in guardia contro la tentazione del fariseismo, inteso in accezione negativa, come ipocrita legalismi» sempre incombente anche all’interno della comunità cristiana.

Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Prima del pranzo non si era lavato; il Maestro, prima di prendere il pane non aveva compiuto le abluzioni rituali in uso presso gli Ebrei (cf. Mc., 7,2). Per il fariseo il fatto costituiva una palese infrazione alla legge; per questo se ne stupì; il testo tuttavia non dice se il fariseo abbia espresso il suo disappunto in pubblico. Si noti che lo stupore è causato dalla mancata abluzione delle mani; nel versetto seguente non si parlerà della purificazione delle mani, bensì di altri precetti concernenti la purità legale; ciò dimostra che la pericope non rispecchia una situazione storica ben precisa.
Ma il Signore gli disse; il discorso che si apre con una osservazione abbastanza pacata, prenderà in seguito un tono di polemica e di aperta riprovazione. L’intera sezione, caratterizzata da questa formula introduttiva, è parallela a quella di Matteo, 23,1-36; in Luca essa è molto più sommaria e l’ordine delle invettive è differente; tuttavia questo evangelista ha cercato di distinguere nel discorso due parti: l’una in cui raccoglie le invettive contro i Farisei (Lc., 11,39-44), l’altra nella quale riferisce le minacce dirette contro i dottori della legge (Lc., 11,46-52). La divisione non è assoluta, poiché alcune invettive rivolte ai Farisei valgono anche per i dottori della legge, loro maestri e guide religiose, e varie minacce pronunziate contro i dottori della legge interessano anche gli ebrei in genere (cf. verss. 47,49-51). Luca, nel presente discorso, usa la stessa fonte dalla quale dipende anche Matteo; egli tratterà nuovamente dello stesso soggetto in altra parte del suo vangelo (cf. Lc., 20,45-47), in quest’ultimo passo tuttavia l’autore segue Marco. Matteo ha fuso insieme le due fonti: la fonte che egli ha in comune con Luca e la fonte di Marco. Più volte Luca ritorna sullo stesso argomento in contesti differenti: in uno segue Matteo; nell’altro, Marco (cf. Lc., 10,2; 17,22).Purificate la parte esterna della coppa e del piatto; nessun rimprovero era stato rivolto al Maestro per la mancata purificazione delle mani; Gesù quindi parla perché ha conosciuto gli intimi pensieri dei suoi commensali (cf. Lc., 7,40; 11,17). Il testo accenna alla purificazione delle stoviglie, non già all’abluzione delle mani; questa interruzione di nesso nello sviluppo del racconto costituisce un indizio che il passo risulta da un lavoro redazionale dell’autore. Gesù ricordando ai Farisei di essere così solleciti e zelanti per l’osservanza delle purificazioni degli oggetti (stoviglie), li rimprovera implicitamente della loro esteriorità religiosa. Ma il vostro interno è pieno di...; in Luca si ha una correzione del testo di Matteo, che nel versetto parallelo, parla del contenuto della coppa e del piatto «[i quali] all’interno sono pieni di rapina e d’intemperanza»; Mt., 23,25); il terzo, evangelista rompe il parallelismo tra le due parti del versetto riferendo l’espressione all’animo dei Farisei che è pieno di desideri malvagi. In Matteo è meglio conservata la forma originale delle parole di Gesù.

La purità - Ladisla Szabò: La purità, concetto comune alle religioni antiche, è la disposizione richiesta per avvicinarsi alle cose sacre; pur potendo implicare in via accessoria la virtù morale opposta alla lussuria, essa non è procurata da atti morali, ma da riti, la si perde per contatti materiali, indipendentemente da ogni responsabilità morale. Ordinariamente questo concetto primitivo tende ad approfondirsi, ma lo fa in modo vario, secondo i diversi ambienti di pensiero. Secondo la fede biblica, che crede buona tutta la creazione, la nozione di purità tende a diventare interna e morale, fino a che Cristo ne fa vedere la sorgente unica nella sua parola e nel suo sacrificio.
Vecchio Testamento - I. LA PURITÀ CULTUALE 1. Nella vita della comunità santa. - Senza rapporto diretto con la moralità, la purità assicura l’attitudine legale a partecipare al culto od alla stessa vita ordinaria della comunità santa. Questa nozione complessa, sviluppata specialmente in Lev 11-16, appare attraverso tutto il Vecchio Testamento. Essa include la pulizia fisica: allontanamento di tutto ciò che è sudicio (immondizie: Deut 23,13ss), malato (lebbra: Lev 13-14; 2Re 7,3) o corrotto (cadaveri: Num 19,11.14; 2Re 23,13s). Tuttavia la discriminazione tra animali puri ed impuri (Lev 11), sovente desunta da tabù primitivi, non si può spiegare con il solo motivo dell’igiene. Essa costituisce una protezione contro il paganesimo: poiché Canaan era contaminato dalla presenza dei pagani, i bottini di guerra sono votati all’anatema (Gios 6,24ss) e gli stessi frutti di questa terra sono proibiti durante i tre primi anni del raccolto (Lev 19,22ss). Taluni animali, come il maiale, sono impuri (Lev 11,7), indubbiamente perché i pagani li associavano al loro culto (cfr. Is 66,3). Essa disciplina l’uso di tutto ciò che è santo. Tutto ciò che riguarda il culto deve essere eminentemente puro e non può essere indebitamente avvicinato (Lev 21; 22; 1Sam 21,5). D’altra parte, sacro e impuro sono ugualmente intoccabili come se fossero carichi di una forza terribile e contagiosa (Es 29,37; Num 19). Poiché le forze vitali, fonte di benedizione, erano considerate come sacre, si contraevano immondezze sessuali anche con il loro uso moralmente buono (Lev 12; 15). 2. Riti di purificazione. - La maggior parte delle impurità, quando non spariscono da sole (Lev 11,24 s), sono cancellate con l’abluzione del corpo o degli abiti (Es 19,10; Lev 17,15s), mediante sacrifici espiatori (Lev 12,6s) e, nel giorno delle espiazioni, festa della purificazione per eccellenza, mediante l’invio nel deserto d’un capro simbolicamente carico delle impurità di tutto il popolo (Lev 16). 3. Rispetto della comunità santa. - Alla base di questa nozione ancora molto materiale della purità appare l’idea che l’uomo ha una tale unità, che non si possono dissociare il corpo e l’anima, e che i suoi atti religiosi, per quanto spirituali, restano incarnati. In una comunità consacrata a Dio e desiderosa di superare lo stato naturale della sua esistenza, non si mangia qualunque cosa, non si tocca tutto, non si fa un uso qualsiasi delle potenze generatrici della vita. Queste molteplici restrizioni, forse arbitrarie all’origine, hanno avuto un duplice effetto. Esse preservavano la fede monoteistica da ogni contaminazione dell’ambiente pagano circostante; inoltre, assunte per obbedienza a Dio, costituivano una vera disciplina morale. Così dovevano rivelarsi  progressivamente le esigenze di Dio, spirituali.

L’elemosina: Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 28 marzo 1979): Nella Sacra Scrittura e secondo le categorie evangeliche, “elemosina” significa anzitutto dono interiore. Significa l’atteggiamento di apertura “verso l’altro”. Proprio tale atteggiamento è un fattore indispensabile della “metànoia”, cioè della conversione, così come sono anche indispensabili la preghiera e il digiuno. Infatti ben si esprime Sant’Agostino: “Quanto celermente sono accolte le preghiere di chi opera il bene! E questa è la giustizia dell’uomo nella vita presente: il digiuno, l’elemosina, l’orazione”: la preghiera, quale apertura verso Dio; il digiuno, quale espressione del dominio di sé anche nel privarsi di qualcosa, nel dire “no” a se stessi; e infine l’elemosina, quale apertura “verso gli altri”. Tale quadro delinea chiaramente il Vangelo quando ci parla della penitenza, della “metànoia”. Solo con un atteggiamento totale - nel rapporto con Dio, con se stesso e con il prossimo - l’uomo raggiunge la conversione e permane nello stato di conversione. L’“elemosina” così intesa ha un significato in un certo senso decisivo per una tale conversione. Per convincersene, basta ricordare l’immagine del giudizio finale che Cristo ci ha dato: “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,35-40). E i Padri della Chiesa diranno poi con San Pietro Crisologo (S. Pietro Crisologo, Sermo VIII, 4): “La mano del povero è il gazofilacio di Cristo, poiché tutto ciò che il povero riceve è Cristo che lo riceve”, e con San Gregorio di Nazianzo (S. Gregorio di Nazianzo, De pauperum amore, XI): “Il Signore di tutte le cose vuole la misericordia, non il sacrificio; e noi la diamo attraverso i poveri”. Pertanto, questa apertura agli altri, che si esprime con l’“aiuto”, con il “dividere” il cibo, il bicchiere d’acqua, la buona parola, il conforto, la visita, il tempo prezioso, ecc., questo dono interiore offerto all’altro uomo giunge direttamente a Cristo, direttamente a Dio. Decide dell’incontro con lui. È la conversione. Nel Vangelo, e anche in tutta la Sacra Scrittura, possiamo trovare molti testi che lo confermano. L’“elemosina” intesa secondo il Vangelo, secondo l’insegnamento di Cristo, ha nella nostra conversione a Dio un significato definitivo, decisivo. Se manca l’elemosina, la nostra vita non converge ancora pienamente verso Dio.

L’elemosina come contrassegno delle persone pie nel Nuovo Testamento - I. Roncaglio:  Gli Atti degli apostoli evidenziano il valore dell’elemosina quale segno di distinzione delle persone accette a Dio. Il ritratto di Tabità è persino commovente: «A Giaffa c’era una discepola chiamata Tabità, nome che significa “Gazzella” la quale abbondava in opere buone e faceva molte elemosine. Proprio in quei giorni si ammalò e morì» (9,36-37). Fu chiamato Pietro: «Appena arrivato (a Giaffa) lo condussero al piano superiore e gli si fecero incontro tutte le vedove in pianto, che gli mostravano le tuniche e i mantelli che Gazzella confezionava quando era fra loro» (9,39).
Anche il centurione Cornelio si distingueva per la sua generosità: «C’era in Cesarea un uomo di nome Cornelio, centurione della coorte italica, uomo pio e timorato di Dio con tutta la sua famiglia; faceva molte elemosine al popolo e pregava sempre Dio» (10,1-2). Tanta pietà non poteva che sfociare a un traguardo di salvezza per grazia di Dio: «Un giorno verso le tre del pomeriggio vide chiaramente in visione un angelo di Dio venirgli incontro e chiamarlo: Cornelio! Egli lo guardò e preso da timore gli disse: Che c’è, Signore? Gli rispose: Le tue preghiere e le tue elemosine sono salite, in tua memoria, innanzi a Dio» (10,3-4).
Luca intende con questo sottolineare che la più pura pietà giudaica e pagana è conservata come valore nella chiesa delle origini.
Al di là dell’aiuto materiale, però, d’inestimabile preziosità è ciò che gli apostoli donano nel nome di Cristo. Al mendicante che sedeva alla porta del tempio e chiedeva l’elemosina, Pietro dice: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (3,6).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro.
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, nostro Padre, che scruti i sentimenti e i pensieri dell’uomo, non c’è creatura che possa nascondersi davanti a te; penetra nei nostri cuori con la spada della tua parola, perché alla luce della tua sapienza possiamo valutare le cose terrene ed eterne, e diventare liberi e poveri per il tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo...