24 Aprile 2018

Martedì IV Settimana di Pasqua


Oggi Gesù ci dice: “Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore, e io le conosco ed esse mi seguono” (Gv 10,27).


Dal Vangelo secondo Giovanni 10,22-30: Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente: chi vola basso non vedrà mai il cielo, chi non abbandona la carne e il sangue (Mt 16,17)  non potrà entrare nel mistero del Cristo. I Giudei avevano tutto, prove inoppugnabili, morti risuscitati, paralitici risanati, lebbrosi purificati, ciechi che avevano ricuperato la vista, muti la favella, sordi l’udito..., eppure non capivano ancora. L’evangelista svela il perché: non avevano fede, e non erano pecore di Cristo. Due condizioni necessarie perché vengano nettati gli occhi dell’anima, e aprirsi alla luce folgorante della rivelazione: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente, e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio (Mt 16,16; Gv 6,69).


... se tu sei il Cristo: CCC 436: Cristo viene dalla traduzione greca del termine ebraico «Messia» che significa «unto». Non diventa il nome proprio di Gesù se non perché egli compie perfettamente la missione divina da esso significata. Infatti in Israele erano unti nel nome di Dio coloro che erano a lui consacrati per una missione che egli aveva loro affidato. Era il caso dei re, dei sacerdoti e, raramente, dei profeti. Tale doveva essere per eccellenza il caso del Messia che Dio avrebbe mandato per instaurare definitivamente il suo Regno. Il Messia doveva essere unto dallo Spirito del Signore, ad un tempo come re e sacerdote ma anche come profeta. Gesù ha realizzato la speranza messianica di Israele nella sua triplice funzione di sacerdote, profeta e re.


Gesù ha accettato il titolo di Messia cui aveva diritto, ma non senza riserve...: Catechismo della Chiesa Cattolica 438: La consacrazione messianica di Gesù rivela la sua missione divina. «È, d’altronde, ciò che indica il suo stesso nome, perché nel nome di Cristo è sottinteso colui che ha unto, colui che è stato unto e l’unzione stessa di cui è stato unto: colui che ha unto è il Padre, colui che è stato unto è il Figlio, ed è stato unto nello Spirito che è l’unzione». La sua consacrazione messianica eterna si è rivelata nel tempo della sua vita terrena nel momento in cui fu battezzato da Giovanni, quando Dio lo «consacrò in Spirito Santo e potenza» (At 10,38) «perché egli fosse fatto conoscere a Israele» (Gv 1,31) come suo Messia. Le sue opere e le sue parole lo riveleranno come «il Santo di Dio». Numerosi ebrei ed anche alcuni pagani che condividevano la loro speranza hanno riconosciuto in Gesù i tratti fondamentali del «figlio di Davide» messianico promesso da Dio a Israele. Gesù ha accettato il titolo di Messia cui aveva diritto, ma non senza riserve, perché una parte dei suoi contemporanei lo intendevano secondo una concezione troppo umana, essenzialmente politica.


Le mie pecore ascoltano la mia voce ... Io do loro la vita eterna - Gesù pronunzia queste parole nel tempio di Gerusalemme, nella festa della Dedicazione (Cf. Gv 10,22). Celebrata il 25 di Chisleu del 148, corrispondente al 15 dicembre del 164 a.C. (Cf. 1Mac 4,41-51; 2Mac 1,19), la festa commemorava la riconsacrazione dell’altare del tempio dopo la profanazione dell’esercito seleucida del 167 a.C. Presso gli Ebrei è ricordata con il nome originario di Hanukkà ed è celebrata ancora oggi.
Gesù è il buon Pastore, i credenti sono le pecore che ascoltano la voce del Pastore: l’ascolto è il sigillo che contrassegna l’appartenenza al gregge di Cristo, Parola di Dio, fatta Carne (Cf. Ap 19,13; Gv 1,14). Ascolto è sinonimo di accoglienza attenta e obbediente della Parola che in questo modo diventa guida, «luce ai passi» del credente (Sal 119,105).
L’ascolto è la caratteristica del discepolo cristiano e chi «ascolta la voce di Gesù, lo segue [...]. Mettersi dietro le orme di questa guida significa percorrere tutto il tragitto da lui compiuto per giungere alla vetta del Calvario. Il buon Pastore infatti si mette alla testa del suo gregge e lo conduce ai pascoli della vita eterna, attraverso il cammino della croce e della rinuncia» (Salvatore Alberto Panimolle).
Un cammino che va percorso fino in fondo e che non esclude, nel suo bilancio, il martirio per il Signore e il Vangelo (Cf. Ap 7,14).
Gesù-Pastore conosce le sue pecore: una conoscenza che supera il campo dell’intelletto e sconfina nell’amore (Cf. Os 6,6; 1Gv 1,3).
Nel vangelo di Giovanni «conoscenza e amore crescono insieme, per cui è difficile dire se l’amore è il frutto della conoscenza o la conoscenza è frutto di amore [...]. L’amore è unito alla conoscenza quando il rapporto tra Gesù e il Padre è descritto come una reciproca conoscenza [Gv 7,29; 8,55; 10,15). La stessa reciproca conoscenza è il vincolo tra Gesù e i suoi discepoli [Gv 10,14ss]» (John L. McKenzie).
Questa profonda intimità genera nel cuore dei credenti il frutto della vita eterna: essendo stati «rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna» (1Pt 1,23), i credenti gustano la gioia della vita eterna già d’adesso, nelle pieghe di una quotidianità a volte impastata di peccato e di acute contraddizioni.
Questa intensa comunione di amore con il Cristo sarà portata perfettamente a compimento nel Regno dei Cieli: solo nel Regno i credenti, strappati dalla contingenza della vita terrena, non «avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna... Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 7,16-17).
In attesa di questi beni, la comunione amorosa con il Buon Pastore dona ai discepoli già ora pace, serenità e sicurezza.
«Colui che si affida a Gesù con la fede trova in lui quella sicurezza assoluta che non trova mai in alcuna sicurezza o protezione umana. In lui infatti è presente il potere divino. Lo stesso potere viene poi attribuito al Padre e la stessa sicurezza proviene dalla certezza che “ciò che mi ha dato” [Cf. 6,36-40] nessuno lo può rapire dalla mano del Padre [Cf. Is 43,13; Sap 3,1). In questi due versetti 28-29 si riflette la serena esperienza della comunità giovannea che si sentiva il gregge protetto dal Figlio di Dio e che nessuno poteva rapire: né le persecuzioni [16,4] né le eresie [1Gv]» (Giuseppe Segalla).
Questa sicurezza è significata anche dalle parole di Gesù che rivelano l’identità di sostanza tra lui e il Padre: «Io e il Padre siamo una cosa sola».
In questo modo i credenti vicini al Cristo sentono una sicurezza assoluta e totale. Nessuno li strapperà dalle mani del Cristo: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? [...]. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rom 8,35-39).
I discepoli di Cristo devono solo temere il peccato che li seduce a trovare altre strade, lontane dal percorso del gregge guidato da Cristo.


Gesù il «Buon Pastore» -  Roberto Tufariello (Pastore in Schede Bibliche Pastorali, Vol. VI, Ed. Dehoniane - Bologna): Anche il Nuovo Testamento dimostra di conoscere la professione pastorale, sia perché i pastori sono tra i primi attori del racconto della nascita del Salvatore (Lc 2,8-20), sia perché le similitudini che analizzeremo lasciano trasparire una perfetta conoscenza delle abitudini pastorali (Cf. Gv 10,1-18.26-29; Lc 15,4-6; Mt 18,12-13). La preoccupazione comunque nel Nuovo Testamento non è di rendere edotti i lettori sulla vita dei pastori e la loro professione, ma di mostrare come le profezie messianiche sul pastore si siano perfettamente realizzate in Cristo.
È il Vangelo di san Giovanni che estesamente ed espressamente si preoccupa di mettere in luce la figura di Gesù buon pastore; ma anche i sinottici,  attraverso frequenti accenni, la lasciano palesamente trasparire. Gesù si considera innanzitutto il pastore (Mt 2,6; Mi 5,2) inviato per riunire le pecore disperse d’Israele (Mt 15,24; Lc 19,10; Mc 6,34).
I suoi discepoli sono un piccolo gregge indifeso in mezzo a un branco di lupi (Mt 10,16), i quali, travestendosi da agnelli (Mt 7,15), si confonderanno nel gregge, uccideranno il pastore e disperde­ranno le pecore (Mt 26,31). Ma il pastore risorgerà e ricostituirà il suo gregge continuando a governarlo dal santuario eterno fino al giorno in cui si ripresenterà a giudicare le sue pecore  (1Pt 5,4), separando queste dai capri (Mt 25,31-32), e premiando ciascuno secondo i propri meriti.
Queste immagini pastorali presenti nei sinottici trovano la loro massima espressione nella pericope giovannea del buon pastore (Gv 10). Il brano mostra una fedele descrizione di alcune abitudini pastorali. In Palestina i pastori sono soliti radunare più greggi, durante la notte, in un unico ovile circondato da mura e custodite. Chi, per entrare nell’ovile, ha bisogno di scavalcare il muro di cinta, non può essere che un ladro. Il pastore si fa infatti aprire la porta dal guardiano e chiama personalmente le sue pecore, che, conosciuta la voce, lo seguono. Le pecore si alzano e si mettono in movimento per uscire dall’ovile solamente se sono chiamate dalla voce familiare del loro pastore; rimangono invece immobili quando uno straniero o un altro pastore le chiama (Gv 10,1-5).
Questa descrizione tipicamente pastorale serve da base a Gesù per l’insegnamento dei versetti successivi. Innanzitutto egli afferma categoricamente di essere la porta dell’ovile. Se dunque è la porta, tutti coloro che prima di lui si sono presentati come messia, non possono essere stati che ladri.
Chi entrerà invece nel recinto dopo Gesù e attraverso di lui, sarà un vero pastore e potrà pascolare le sue pecore con autorità (Gv 19,6-9). Nei versetti 11-15, preparati dal versetto precedente, Gesù si definisce il buon pastore; ma egli non si accontenta di parole vaghe e diversamente interpretabili, però specifica chiaramente l’entità e la misura della sua bontà in quanto pastore.
Il buon pastore è colui che dà la vita per le sue pecore; che ama cioè le sue pecore più di se stesso, ed è disposto a sacrificarsi per il suo gregge. Non c’è amore più grande di colui che dà la vita per i propri fratelli (Gv 15,13). Gesù conosce (ama) le sue pecore e le sue pecore non possono fare a meno di ricambiare il suo amore. Tra il pastore e le pecore intercorre lo stretto rapporto amoroso esistente tra Gesù e il Padre, e viceversa.
Il discorso di Gesù continua; e perché le sue affermazioni non siano comprese in senso particolaristico, e possano costituire un privilegio esclusivo per il popolo ebraico, egli afferma chiaramente di avere altre pecore che non appartengono ancora al suo ovile, ma che egli chiamerà affinché si faccia un solo ovile e un solo pastore (Gv 10,16). A questo punto non ci sono più dubbi: il messia pastore, annunciato dai profeti, non può essere che Gesù, mandato a  riscattare il gregge di Jahvé, a condurlo con amore, e a farlo pascolare nei prati eternamente verdi (Gv 10,26-29; Ap 7,17).


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Gesù-Pastore conosce le sue pecore: una conoscenza che supera il campo dell’intelletto e sconfina nell’amore.
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa:  Dio Padre onnipotente, che ci dai la grazia di celebrare il mistero della risurrezione del tuo Figlio, concedi a noi di testimoniare con la vita la gioia di essere salvati. Per il nostro Signore Gesù Cristo...



23 Aprile 2018

Lunedì IV Settimana di Pasqua


Oggi Gesù ci dice: “Io sono il buon pastore, dice il Signore; conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me” (Gv 10,14).  


Dal Vangelo secondo Giovanni 10,1-10: Gesù, con l’allegoria evangelica della «Porta delle pecore», si presenta anche come «il Pastore grande» (Eb 13,20) del popolo eletto e del mondo intero (cfr. Gv 10,16). Egli si rivolge alle guide spirituali del popolo eletto e contro di esse riprende le accuse che i profeti rivolgevano ai cattivi pastori i quali, pascendo se stessi, disperdevano il gregge loro affidato (cfr. Ez 34,2; Ger 23,1). Gesù è il buon pastore che le pecore seguono perché ne conoscono la voce come egli le conosce una ad una. L’immagine della porta è usata nella sacra Scrittura per designare l’accesso al mondo di Dio (cfr. Gen 28,17). Qui, affermando di essere la porta, Gesù dà all’immagine lo stesso significato positivo: passando attraverso di lui, e soltanto attraverso di lui, si accede alla salvezza, alla vita. Cristo Gesù è dunque il pastore-messia atteso dal popolo d’Israele, è «il pastore che finalmente redimerà il gregge di Iahvé e lo renderà giusto e santo agli occhi di Dio» (Giorgio Fornasari).


John L. McKenzie - (Dizionario Biblico - Cittadella Editrice): La figura del pastore è applicata a Gesù sia da lui stesso sia dagli altri. La sua missione come la prima missione dei suoi discepoli è diretta esclusivamente alle pecore perdute della casa d’Israele (Mt 10,6; 15,24). Egli è il pastore che lascia le 99 pecore sole nel deserto per ricercare quella che si è smarrita, e la sua gioia per il ricupero di un solo peccatore è simile alla gioia del pastore che trova la pecora smarrita (Mt 18,12-14; Lc 15,3-7). II suo arresto e la sua passione lasciano i discepoli dispersi come le pecore quando il pastore è percosso (Mt 26,31s: Mc 14,27, citazioni da Zc 13,7). Nel giudizio finale egli agirà come un pastore che separerà le pecore e le capre dopo che hanno condiviso un pascolo comune (Mr 25,32). Egli è il grande pastore (Eb 13,20), il capo dei pastori (1Pt 5,4). L’immagine del buon pastore (Gv 10,1-6,10-16) è interrotta dall’immagine di Gesù come porta dell’ovile (10,7-9), e molti critici hanno sospettato qualche spostamento o nel testo o nelle tradizioni orali. Il passo è certamente disposto in modo piuttosto libero, ma nessun riordino è riuscito a imporsi. L’immagine è un’eco di Ez 34,11-22, ma è trattata con originalità. L’accento della parabola cade sulla reciproca conoscenza tra Gesù e i suoi seguaci e sulla sua dedizione al gregge, culminante nella sua morte salvatrice. L’unità di un solo gregge sotto un solo pastore, in particolare, è un’eco di Ez 34, 23, 37, 22, 24; in Giovanni è espressa non solo l’unità del gregge, ma la missione apostolica della Chiesa. L’immagine di Gesù come buon pastore era una delle immagini preferite nei primi secoli cristiani, e forse le più antiche raffigurazioni artistiche di Gesù lo mostrano come buon pastore.  


Gesù è il pastore inviato per riunire le pecore disperse d’Israele (cfr. Mt 2,6; 15,24). Ma Giovanni 10,16 - ho altre pecore che non sono di quest’ovile ...- fa intendere che esistono altri ovili, diversi da quello del giudaismo, che un giorno formeranno un solo gregge sotto un solo pastore, Gesù. Sarà la missione della Chiesa (cfr. GS 92): una missione che superando i confini del popolo eletto raggiungerà ogni uomo sino agli angoli più sperduti della terra. Questo significa che i giudei, come eredi dell’elezione e delle promesse, dovevano ricevere per primi l’offerta della redenzione, ma la salvezza donata da Gesù non poteva interessare solo la nazione ebraica, ma tutto il mondo. Ebrei e pagani, schiavi e liberi, uomini e donne in Cristo costituiscono un unico gregge: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Se Gesù è il Pastore assediato da una banda di malvagi (cfr. Sal 22,17), i discepoli sono un piccolo gregge in mezzo a un branco di lupi: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16). I lupi, travestendosi da agnelli (Mt 7,15), si confonderanno nel gregge, uccideranno il Pastore e disperderanno le pecore: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge» (Mt 26,31). Il mondo allora si rallegrerà. I discepoli saranno afflitti, ma la loro afflizione si cambierà in gioia (Gv 16,20) perché il pastore risorgerà e ricostruirà il suo gregge (cfr. Mt 26,32). Salito al Cielo, Gesù continua a guidare il suo gregge fino al giorno in cui si ripresenterà a giudicare le sue pecore (cfr. 1Pt 5,4), separando queste dai capri, e premiando ciascuno secondo i propri meriti (cfr. Mt 25,3-46).


La porta delle pecore - Basilio Caballero (La Parola per ogni Giorno): Oggi e domani viene letta la parabola del buon pastore. Questa parabola contiene varie immagini parziali: porta, pastore e pecore, che sono poi sviluppate in tappe successive: la porta (Gv 10,6-10), il pastore (vv. 11-18) e le pecore (vv. 26-30). Ma tutto indica una stessa idea: Gesù è il buon pastore, cioè la sua autorità e la sua missione sono autentiche e si realizzano nel servizio, fino al punto di dare la propria vita per la salvezza eterna delle sue pecore.
Gesù ha appena chiamato ciechi i farisei, in seguito alla guarigione del cieco dalla nascita che hanno poi cacciato dalla sinagoga. Egli continua con la parabola del buon pastore, che nella prima parte definisce chiaramente i farisei, più che guide religiose del popolo, «ladri e briganti» che non entrano dalla porta ma saltano dal muro di cinta.
La porta è la prima immagine che identifica il pastore autentico, il quale entra attraverso di essa, chiama ogni pecora per nome, le porta fuori e cammina davanti al gregge che lo segue fiducioso. Il ladro fa tutto il contrario: come il lupo entra nell’ovile solo per rubare, uccidere e distruggere.
L’immagine del buon pastore, penetrata tanto profondamente nella tradizione cristiana, ha un ampio sostrato biblico. La metafora del pastore e delle pecore è adoperata abbondantemente nell’Antico Testamento per riferirsi a Dio e al suo popolo, con estensione anche ai capi religioso-politici visti come pastori del gregge. Un brano classico a questo proposito, che fa da sotto fonda alla parabola del buon pastore, è il capitolo 34 del profeta Ezechiele: Dio s’impegna a essere lui stesso il pastore del suo popolo, sfruttato dai cattivi pastori.
Nel testo evangelico di oggi, Gesù comincia definendosi porta delle pecore. Egli è la porta che conduce alla vita e all’immortalità, aprendoci l’ingresso del paradiso perduto che dà l’accesso al Padre e al suo regno.
«Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».


Io do la mia vita: CCC 606-607: Il Figlio di Dio “disceso dal cielo non per fare” la sua “volontà ma quella di colui che” l’ha “mandato” (Gv 6,38), “entrando nel mondo dice: ... Ecco, io vengo ... per fare, o Dio, la tua volontà ... Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del Corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre” (Eb 10,5-10). Dal primo istante della sua Incarnazione, il Figlio abbraccia nella sua missione redentrice il disegno divino di salvezza: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Gv 4,34). Il sacrificio di Gesù “per i peccati di tutto il mondo” (1Gv 2,2) è l’espressione della sua comunione d’amore con il Padre: “Il Padre mi ama perché io offro la mia vita” (Gv 10,17). “Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato” (Gv 14,31). Questo desiderio di abbracciare il disegno di amore redentore del Padre suo anima tutta la vita di Gesù perché la sua Passione redentrice è la ragion d’essere della sua Incarnazione: “Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora!” (Gv 12,27). “Non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?” (Gv 18,11). E ancora sulla croce, prima che tutto sia compiuto, egli dice: “Ho sete” (Gv 19,28).


Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro - Alain Marchadour (Vangelo di Giovanni): Il versetto 6 precisa che si tratta di una parabola. Questa figura del linguaggio è un modo di comunicazione enigmatico e allusivo. Nel vangelo di Giovanni la parabola si contrappone al discorso esplicito: «Dicono i suoi discepoli: “Ecco che ora parli apertamente e non usi nessuna figura”» (16,29). Qui Gesù, attraverso quest’insegnamento segreto ed enigmatico, vuole condurre i suoi ascoltatori verso una rivelazione più piena e una rimessa in discussione. La parabola destabilizza l’ascoltatore, trascinandolo su un terreno inaspettato per renderlo più ricettivo.
Essa può essere letta a un livello ordinario come un racconto ispirato alla vita quotidiana. Gesù contrappone il vero pastore (quello che entra per la porta, ossia la via normale) a quello che entra per effrazione come un ladro e un bandito. Poiché le greggi appartenevano a diversi proprietari, spettava ad ogni pastore farsi riconoscere dalle sue pecore attraverso la sua voce e i nomi con cui le chiamava.
Radicata nell’esperienza ordinaria, la parabola implica sempre un significato nascosto che si esprime in maniera velata nel contesto testuale e geografico, nelle parole a doppio senso. Nel capitolo 9, il cieco guarito poteva apparire come una pecora espulsa dal gregge d’Israele. La parabola permette di capire che egli fa parte di quelle pecore che hanno saputo riconoscere la voce di Gesù e mettersi alla sua sequela.
L’immagine del gregge è familiare all’uomo biblico. Dio è il pastore che conduce il suo popolo nel deserto (Sai 79,13; 95,7; 100,3). Per guidare questo popolo, egli si sceglie dei servi che, come Giosuè, «escano davanti a loro ed entrino davanti a loro, li facciano uscire e li facciano entrare, in modo che la comunità non sia come un gregge che non ha pastore» (Nm 27,17). In nome di Dio, Geremia denuncia i pastori «sperperatori e dissipatori del gregge del mio pascolo» (Ger 23,1-4). La parola greca tradotta con «le fa uscire» si ritrova spesso nella Bibbia greca per descrivere l’uscita dall’Egitto (Es 3,10; 6,27; Lv 19,36). Non bisogna mai dimenticare che l’evangelista si rivolge a lettori provenienti per la maggior parte dal giudaismo e che hanno seguito Gesù in questo nuovo esodo.
L’incomprensione dei farisei permette al narratore d’introdurre la parte esplicativa incentrata sui due temi della porta e del pastore.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita a l’abbiano in abbondanza.
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che nell’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato il mondo dalla sua caduta, donaci la santa gioia pasquale, perché, liberi dall’oppressione della colpa, partecipiamo alla felicità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo... 



22 Aprile 2018

IV Domenica di Pasqua


Oggi Gesù ci dice: “Io sono il buon pastore conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me” (Gv 10,14).


Dal Vangelo secondo Giovanni 10,11-18: Gesù, buon pastore, offre liberamente la sua vita per le pecore da se stesso perché nessuno gliela può togliere. Da qui la sua maestà serena, la sua piena libertà davanti alla morte. Gesù risorto dai morti è asceso al Cielo, la Parola continua la sua corsa, e il Signore Gesù che accompagna i suoi Apostoli conferma l’evangelizzazione con segni e grandi prodigi. Nella prima Lettura Pietro,  interrogato dai Sinedriti sulla guarigione dello storpio che mendicava alla porta Bella, ha l’occasione di annunciare loro la Buona Novella:  lo storpio ha ricevuto la sanità fisica nel nome di Gesù, da loro ripudiato e condannato a morte, ma da Dio risuscitato dai morti. Una guarigione fisica che raggiunge l’uomo nella sua totalità in quanto lo guarisce, lo salva e innestandolo nella risurrezione di Gesù lo libera dalla morte. Infine, l’affermazione-constatazione dell’apostolo Giovanni è di una straordinaria semplicità: i credenti già sono figli di Dio, ma il mondo non li conosce perché non conosce Dio (II Lettura). Una realtà che sfugge agli stessi credenti in quanto non hanno quella immediata percezione di Dio che avranno solo nel giorno della sua piena manifestazione. Allora, vedendo come lui veramente è, vedranno realmente chi sono loro.


Il buon pastore - Nell’Antico Testamento, la figura allegorica del buon pastore oltre a rappresentare Dio (Cf. Gen 48,15; 49,24; Sal 23,1-4; 80,2; Sir 18,13; Is 40,11; Ger 31,10; Mic 4,6-8; 7,14; Sof 3,19; Zac 9,16; 10,3) indicava anche le guide spirituali del popolo eletto (Cf. Sal 78,72; Ger 2,8; 3,15; 10,21; 12,10, 22,22; ecc.). Questo uso passò nelle comunità cristiane (Cf. Ef 4,11; 1Pt 5,1-4; ).
Il brano odierno va letto alla luce di Ez 34, dove i pastori del popolo eletto vengono rimproverati perché lasciano le pecore in preda alle bestie selvatiche (vv. 1-10). Dio stesso si incarica di averne cura: «Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e le farò riposare» (vv. 11-16). Donando agli uomini suo Figlio Gesù (Cf. Gv 3,16) Dio realizza la sua promessa.
Per il testo greco Gesù è il bel (kalos) pastore, non volendo certamente esaltare i tratti fisici: nei LXX l’uso prevalente di kalos è quello di tradurre tob che significa buono, «non tanto però nel senso di una valutazione etica, quanto piuttosto in quello di gradito, soddisfacente, benefico; kalos è... ciò che è gradito a Jahvé, che gli procura gioia o gli piace» (E. Beyreuther). Gesù è il pastore buono perché compie ciò che piace al Padre. È il pastore, quello vero, gradito al Padre, perché affronta il lupo impegnando e donando la propria vita.
Al buon pastore si contrappone il mercenario cioè colui che lavora dietro determinato compenso giornaliero. Sono messi bene in evidenza sia la pusillanimità del pastore, che per salvare la vita abbandona le pecore e fugge; sia l’azione fulminea del lupo, che rapisce e disperde le pecore lasciate incustodite. Una scena drammatica quest’ultima, nella quale si può intravedere la situazione delle prime comunità cristiane assediate da nemici esterni ed interni. Tracce di questi “assedi pressanti” le troviamo, per esempio, nelle parole di Paolo nel discorso d’addio agli anziani di Èfeso: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio. Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé. Per questo vigilate» (Atti 20,28-31a).
Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me: per la sacra Scrittura, conoscere Dio per lo più non significa averne una conoscenza teorica, ma farne l’esperienza, per esempio, attraverso la storia (Cf. Is 41,20; Sal 91,11). Per Giovanni, la conoscenza «prende forma in un comportamento storico conforme a Dio e alla sua rivelazione storica. Poiché Dio rivela nella missione del Figlio il proprio amore per i suoi [Gv 17,23; 1Gv 4,9s] e per il mondo [Gv 3,16], oppure poiché il Figlio ama i suoi secondo la misura dell’amore con cui il Padre lo ama [Gv 15,9; 17,26], si realizza storicamente anche da parte dell’uomo amato un conoscere che appunto nell’amore trova la sua forma concreta [1Gv 4,8]: “Chi non ama non ha conosciuto Dio”. Come il Figlio esprime il suo amore per il Padre nell’obbedienza verso la missione che Dio gli ha affidato [Gv 14,31], così il conoscente esprime il suo conoscere nell’osservanza dei comandamenti [1Gv 2,3-5], specialmente di quello dell’amore fraterno [1Gv 4,7s; Cf. 2,7ss], nel non peccare [1Gv 3,6]» (E. D. Schmitz).
Ho altre pecore che non provengono da questo recinto, cioè da Israele. È un chiaro cenno alla portata universale della salvezza. Ma può essere un’allusione ai «figli di Dio che erano dispersi» di 11,52, riuniti poi in un’unica nazione, o ai cristiani in conflitto con la comunità di Giovanni.
Ai Giudei e ai discepoli Gesù svela perché il Padre lo ama: il Padre mi ama: perché io do la mia vita. La compiacenza va ricercata nell’obbedienza alla volontà salvifica del Padre (Cf. Gv 4,4; 14,31), una obbedienza vissuta tra gli spasimi mortali della sofferenza (Cf. Mt 26,36-46; Mc 14,32-42; Lc 22, 40-46; Gv 18,1; 12,27-30; Eb 5,7-10), ma lieta, serena, totale, completa fino «alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,8). Mentre nei Vangeli sinottici è il Padre che consegna il Figlio, in Giovanni è il Figlio stesso che si dona.
Le ultime parole di Gesù marcano la sua divinità: a differenza di At 2,24, 4,10 e Rom 1,4; 4,24 dove è il Padre a risuscitare Gesù, liberandolo dai dolori della morte, qui, come Dio, mostra assoluto potere sulla vita e sulla morte: «Ho il potere di darla e il potere di prenderla di nuovo». Naturalmente in perfetta e filiale comunione con il Padre, infatti subito dopo si aggiunge: «Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre».


Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni, Vol. II) - In Gv 10,14s l’evangelista non adopera più il «óida», bensì il sinonimo «ginôskein» e compone per stretta concatenazione, come appare nel testo strutturato:
Conosco le mie
e le mie CONOSCONO ME,
come MI CONOSCE il Padre
e IO CONOSCO il Padre.
La conoscenza di cui parla Gesù, in questo passo, deve essere intesa in senso biblico, come scambio di amore profondo (Cf. Am 3,2;Os 6,6; 13,4; Ger 22,16; Sal 37,18; 139,1-6). Essa quindi non consiste in una nozione intellettiva, ma in una penetrazione nell’essere della persona conosciuta.
Siamo perciò nella sfera del coinvolgimento esistenziale. Si tratta della conoscenza che porta all’unione personale, alla comunione perfetta.
Non a caso la conoscenza reciproca tra il Verbo incarnato e le sue pecore vuol motivare e spiegare l’amore profondo del buon Pastore per il suo gregge, in antitesi con l’atteggiamento del mercenario, il quale non si preoccupa affatto della sorte delle pecore (Gv 10,13-15). Gesù conosce i membri del popolo di Dio, come conosce esistenzialmente il Padre. Il buon Pastore ha tale conoscenza vitale delle sue pecore (Gv 10,27), simile a quella dei discepoli verso Dio (Gv 14,7; 17,3) e che il mondo, nemico della luce e della verità, non può possedere (Gv 16,3; 17,25).
La conoscenza mutua tra il Verbo incarnato e il suo gregge trova il termine di paragone e il fondamento nel rapporto d’amore tra il Padre e il Figlio (Gv 10,15). Tra queste due persone divine vige il più profondo scambio di vita e di conoscenza esistenziale. Per tale ragione Gesù può proclamare di conoscere bene Dio, a differenza dei suoi nemici che lo ignorano (Gv 7,28s; 8,19.55).
Il buon Pastore conosce così intimamente le sue pecore, le ama in modo tanto intenso, da deporre la sua anima a favore di esse (Gv 10,15). Egli sacrifica la sua vita con estrema libertà per la salvezza del suo gregge; ai suoi amici offre questa suprema prova di amore (Gv 15,13). Ora, il discepolo deve prendere esempio da questo modello divino nel dono di sé ai fratelli: «In ciò abbiamo conosciuto l’amore: egli per noi ha deposto la sua anima, anche noi perciò dobbiamo deporre l’anima per i fratelli» (1Gv 3,16).
A questo punto, il pensiero del buon Pastore corre alle pecore che non sono del recinto giudaico: anch’esse saranno conquistate al suo amore e così ci sarà un solo gregge e un solo pastore (Gv 10,16).
L’uso dei verbi al futuro, in questo passo, invita a pensare a un tempo posteriore, dopo che Gesù sarà morto per radunare in unità i dispersi figli di Dio (Gv 11,51s). In realtà il Verbo incarnato vuole salvare non solo i circoncisi, ma tutta l’umanità, tutto il mondo (Gv 3,16s; 4,42; 12,47).
L’ascolto della voce del buon Pastore, da parte delle pecore dell’altro recinto (Gv 10,16), indica l’adesione di fede e la docilità dei discepoli ellenisti. Il verbo ascoltare infatti, anche negli scritti giovannei, indica l’obbedienza della fede al Verbo incarnato, come il non-ascoltare significa il rifiuto di credere (Cf. Gv 8,47). Con la conversione dei pagani al vangelo, si rompono gli steccati tra i due recinti del mondo, quello giudaico e quello dei gentili, per formare un solo gregge, sotto un solo pastore (Gv 10,16). In realtà, secondo l’autore della lettera agli Efesini, il Cristo, la nostra pace, «ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo» (Ef 2,14).


Le mie pecore ascoltano la mia voce: Giovanni Paolo II (Omelia, 16 aprile 1989): “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,27-30). Il Cristo è il Pastore buono e sapiente, e noi siamo le sue pecore, che prestano ascolto a quanto egli dice (cf. Gv 10,27) osservandone i comandamenti e andando dietro ai suoi passi con fede e amore. Egli ha cura del suo gregge e dà la vita per esso, perché ha profondamente a cuore quelli che il Padre gli ha dato (cfr. Gv 10,28). Il Cristo manifesta l’amore del Padre attraverso la libera e totale offerta di sé, affinché i suoi seguaci abbiano la vita eterna e nessuno li sottragga a lui. “Io do loro la vita eterna e non andranno perdute” (Gv 10,28): queste consolanti parole proclama il Cristo, che nel sacrificio si comunica alle anime per diventare principio di vita piena ora e per l’eternità, in modo analogo a quello con cui il Padre si comunica al Figlio ed è con lui una cosa sola (cfr. Gv 6,59; 10,29).


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Dio chiama ciascuno per nome. Il nome di ogni uomo è sacro. Il nome è l’icona della persona. Esige il rispetto, come segno della dignità di colui che lo porta” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2158).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, creatore e Padre, che fai risplendere la gloria del Signore risorto quando nel suo nome è risanata l'infermità della condizione umana, raduna gli uomini dispersi  nell'unità di una sola famiglia, perché aderendo a Cristo buon pastore gustino la gioia di essere tuoi figli. Per il nostro Signore Gesù Cristo ...   



21 Aprile 2018


Sabato III Settimana di Pasqua


Oggi Gesù ci dice: “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita” (Vangelo).


Dal Vangelo secondo Giovanni 6,60-69: Dopo il discorso pronunciato da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, manifestano il loro dissenso. Gesù accetta l’abbandono dei suoi discepoli, anche perché per preveggenza, essendo Dio, «sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito». I Dodici per bocca di Pietro, riconfermano, invece, la loro fede in Lui, la loro piena fiducia nel Signore e nella sua parola di vita. Così la fede in Cristo Gesù viene a costituire il confine che divide gli uomini: gli uomini che credono in Lui sono giustificati, liberati dal peccato e dalla morte, salvi; quelli che non credono si autocondannano alla morte eterna.


Questo linguaggio è duro - Mentre i Giudei protestano rumorosamente, i discepoli mormorano come se avessero paura di manifestare il loro dissenso. Ma le parole pronunciate sottovoce non sfuggono a Gesù, il quale, scrutando il loro cuore e la loro mente, al loro disaccordo timidamente pronunciato a fior di labbra da una risposta a tutto tondo: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla”.
La carne, l’intellettualismo che bracca ancora oggi pensatori e teologi, non serve a nulla: soltanto le parole di Gesù sono “spirito e vita”. Questo significa che Gesù rivelando comunica lo Spirito che conferisce la vera vita che rende i credenti «partecipi della natura divina» (1Pt 1,4).
Gesù conosce i pensieri degli uomini perché è Dio e non per un dono di preveggenza (Gv 2,24-25). Ed egli conosce “colui che lo avrebbe tradito”. 
Tra le righe, la polemica tra Gesù e i discepoli dalla sinagoga di Cafarnao sembra spostarsi nelle prime comunità cristiane: è come se Giovanni, ricordando il fallimento del Maestro, volesse rincuorare quei cristiani della prima ora scandalizzati dalle molte defezioni. L’autore, per attenuare lo scandalo che poteva bruciare la neonata fede dei discepoli delle prime comunità cristiane, fa appello a un principio dal tipico sapore giudaico: «Nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio».
Praticamente, all’origine della salvezza «c’è il disegno del Padre, ma anche la sua attuazione e applicazione nei singoli casi dipende pure da una sua scelta e decisione. È il Padre che attrae e consegna gli uomini a Gesù; è lui che parla, sempre tramite Gesù, istruendo le persone fino a renderle discepole di Cristo. In fondo Dio muove gli uomini tramite il suo Spirito ad accogliere le proposte del figlio, fino a ritrovarsi in comunione di vita con lui. Un’affermazione categorica, ma da prendersi sempre con molte cautele. Dio è il motore primo della storia, ma la sua azione non sostituisce la scelta degli uomini» (Ortensio Da Spinetoli).
Molti discepoli, «da quel momento ... tornarono indietro e non andavano più con lui». La sottolineatura temporale “da quel momento” colloca con precisione la diserzione e questo significa che si allontanarono dopo il discorso di Gesù: è la prova che i disertori avevano ben capito e avevano anche compreso quanta alta era la posta in gioco, per questo si tirarono indietro. Gesù si ritrova sempre più solo a un passo dalla terrificante prova: affronterà da solo la passione, il progetto della salvezza dovrà essere realizzato al di là del consenso popolare.
Gesù accetta questa decisione e non fa nulla per arginare le perdite, anzi rincara la dose ed è a questo punto che si rivolge ai Dodici i quali, a loro volta per nulla intimoriti dalle numerose defezioni, per bocca di Simon Pietro manifestano la loro fede: «Tu sei il Santo di Dio». Questa professione ricorda quella di Cesarea (Mt 16,19; Mc 8,27-30; Lc 9,18-21) e palesemente vuole mettere in evidenza la sorgente della autorità petrina nella Chiesa: essa non promana dalla carne e dal sangue, ma da una elezione divina: «E io a te dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,18-19).
Il titolo «Santo di Dio» indica l’identità di Gesù «nel suo rapporto unico con Dio. Solo Dio è santo. A lui solo, nella liturgia celeste, i serafini proclamarono: “Santo, Santo, Santo è il Signore” [Is 6,3]. Gesù entra in questa identità. La sua unione con Dio, la sua intimità con Dio è tale che egli sta in parità con lui, egli è il Santo di Dio» (P. Giuseppe Ferraro). È la Chiesa che proclama la sua fede in Cristo per bocca del suo Capo: ai suoi occhi Gesù è il «Santo di Dio», colui che Dio ha scelto e consacrato mediante il suo Spirito per portare a compimento, nella pienezza dei tempi (Gai 4,4), il suo disegno di amore a favore di tutti gli uomini.


La Chiesa era in pace per tutta la Giudea (Prima Lettura), con un breve sommario si descrive la situazione felice della Chiesa che, feconda di nuovi figli, cresce nel progresso spirituale custodita dal dono della pace. È messa in evidenza l’azione dello Spirito Santo che rende la fede dei credenti gioiosa e contagiosa. La risurrezione di Tabità ricorda la risurrezione di Lazzaro. Non nel nome di Pietro, ma nel nome di Gesù avviene la prodigiosa risurrezione di Tabità. È il Risorto che accompagna con miracoli, segni, e prodigi la predicazione apostolica


La Chiesa era in pace per tutta la Giudea - Gottfried Hierzenberger: Il contenuto biblico del termine pace oltrepassa largamente le sfumature di significato oggi comuni. Il termine ebraico shalom significa originariamente “essere sano, intatto, ordinato, felice” e deriva dal desiderio struggente dell’uomo diviso di una nuova totalità. Shalom intende l’armonia psicofisica dell’uomo, il suo sentirsi bene. Di ciò fa parte, fra l’altro, il possesso pacifico della terra (Dt 12,9-12) [...] Nel Nuovo Testamento la visuale antica continua ad avere una forte risonanza; viene però integrata dalla concezione greca. La pace intesa come “benedizione della polis” lascia intravedere, a sua volta, delle radici magiche e, a causa della sua precarietà quotidiana, si trasforma in anelito e in oggetto di un’aspettativa religiosa di salvezza (religioni misteriche). L’annuncio neotestamentario ha a disposizione, con il termine pace, un concetto precostituito con il quale poter esprimere con estrema facilità il significato salvifico di Gesù Cristo. L’azione di Cristo viene riassunta complessivamente come istituzione di pace in Ef 2,14-16. “Cristo è la nostra pace perché ha abbattuto il muro della potenza del mondo, la Legge e la sua ostilità. Egli è la nostra pace perché per il fatto di aver spodestato la Legge, ha creato in sé gli uomini, giudei e pagani, come un uomo nuovo nel suo corpo ha riconciliato tutti a Dio. Dove avvenne questo? Sulla croce c nel suo corpo crocifisso” (H. Schlier). La pace, di conseguenza, è efflusso della salvezza messianica (Mc 5,34), connotazione della chiesa di Cristo (At 9,31), effetto dello Spirito (Rm 8,6), fattore essenziale della nuova esistenza nel regno di Dio (Rm 14,17) mediata per mezzo di Cristo (Gv 6,15), segno del compimento (Gv 14,27). Il saluto cristiano della p. è espressione di questa speranza sicura di vivere, partendo da Dio e credendo nel Signore, nella pace complessiva e di avere già in essa parte al compimento escatologico (1Cor 1,3).


Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui - Benedetto XVI (Angelus, 26 Agosto 2012): Perché? Perché non credettero alle parole di Gesù che diceva: Io sono il pane vivo disceso dal cielo, chi mangia la mia carne e beve il mio sangue vivrà in eterno (cfr Gv 6,51.54); veramente parole in questo momento difficilmente accettabili, comprensibili. Questa rivelazione - come ho detto - rimaneva per loro incomprensibile, perché la intendevano in senso materiale, mentre in quelle parole era preannunciato il mistero pasquale di Gesù, in cui Egli avrebbe donato se stesso per la salvezza del mondo: la nuova presenza nella Sacra Eucaristia. Vedendo che molti dei suoi discepoli se ne andavano, Gesù si rivolse agli Apostoli dicendo: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67). Come in altri casi, è Pietro a rispondere a nome dei Dodici: «Signore, da chi andremo? - Anche noi possiamo riflettere: da chi andremo? - Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69). Su questo passo abbiamo un bellissimo commento di Sant’Agostino, che dice, in una sua predica su Giovanni 6: «Vedete come Pietro, per grazia di Dio, per ispirazione dello Spirito Santo, ha capito? Perché ha capito? Perché ha creduto. Tu hai parole di vita eterna. Tu ci dai la vita eterna offrendoci il tuo corpo [risorto] e il tuo sangue[, Te stesso]. E noi abbiamo creduto e conosciuto. Non dice: abbiamo conosciuto e poi creduto, ma abbiamo creduto e poi conosciuto. Abbiamo creduto per poter conoscere; se, infatti, avessimo voluto conoscere prima di credere, non saremmo riusciti né a conoscere né a credere. Che cosa abbiamo creduto e che cosa abbiamo conosciuto? Che tu sei il Cristo Figlio di Dio, cioè che tu sei la stessa vita eterna, e nella carne e nel sangue ci dai ciò che tu stesso sei» (Commento al Vangelo di Giovanni, 27,9). Così ha detto sant’Agostino in una predica ai suoi credenti.
Infine, Gesù sapeva che anche tra i dodici Apostoli c’era uno che non credeva: Giuda. Anche Giuda avrebbe potuto andarsene, come fecero molti discepoli; anzi, avrebbe forse dovuto andarsene, se fosse stato onesto. Invece rimase con Gesù. Rimase non per fede, non per amore, ma con il segreto proposito di vendicarsi del Maestro. Perché? Perché Giuda si sentiva tradito da Gesù, e decise che a sua volta lo avrebbe tradito. Giuda era uno zelota, e voleva un Messia vincente, che guidasse una rivolta contro i Romani. Gesù aveva deluso queste attese. Il problema è che Giuda non se ne andò, e la sua colpa più grave fu la falsità, che è il marchio del diavolo. Per questo Gesù disse ai Dodici: «Uno di voi è un diavolo!» (Gv 6,70). Preghiamo la Vergine Maria, che ci aiuti a credere in Gesù, come san Pietro, e ad essere sempre sinceri con Lui e con tutti.


Tu hai parole di vita eterna: Giovanni Paolo II (Omelia, 13 novembre 1990): “Tu hai parole di vita eterna”! L’apostolo Pietro ha forse voluto affermare soltanto che Cristo proclama la verità sulla vita eterna? La “parola” nella tradizione ebraica è una realtà dinamica, una forza che attua ciò che esprime. Nel prologo del Vangelo di Giovanni la Parola, “il Verbo”, è Persona, il Figlio eterno di Dio, della stessa sostanza del Padre, Dio da Dio e Luce da Luce. Le “parole di vita eterna”, quindi, non solo significano, ma attuano la realtà della vita eterna. Gesù parla di questa realtà agli apostoli, alla vigilia della sua passione, nel cenacolo: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). La vita eterna è Dio stesso nella realtà ineffabile dell’eterna Trinità che abita nell’anima dell’uomo. La vita eterna è la Vita di Dio innestata nell’anima dell’uomo: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Signore, tu solo hai parole di vita eterna.
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che nell’acqua del Battesimo hai rigenerato coloro che credono in te, custodisci in noi la vita nuova, perché possiamo vincere ogni assalto del male e conservare fedelmente il dono del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo... 



20 Aprile 2018


Venerdì III Settimana di Pasqua


Oggi Gesù ci dice: “Chi  mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui, dice il Signore” (Gv 6,56 - Acclamazione al Vangelo).  


Dal Vangelo secondo Giovanni 6,52-59: Il cannibalismo è una pratica odiosa e disgustosa, e tale verità vale anche per i Giudei che si misero a “discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare»”. L’equivoco nasce purtroppo dalla poca comprensione degli insegnamenti di Gesù, e dalla poca attenzione alle sue parole che rivelano la vera identità del Figlio dell’uomo. Non comprendendo e come usano gli uomini ignoranti e presuntuosi, si irritano “aspramente”. Ma Gesù non è un “uomo” da arrendersi dinanzi a tali provocazioni, e così accresce la durezza e il realismo del suo discorso parlando non solo di mangiare “la carne del Figlio dell’uomo”, ma anche di bere il suo sangue. Per i Giudei quest’ultima proposta, quella di bere il sangue del Figlio dell’uomo, suonava estremamente ributtante e scandalosa in quanto la Legge proibiva severamente, per motivi religiosi, di bere in qualsiasi modo il sangue (cfr. Lv 17,10-14). In poche parole, Gesù è il pane disceso dal cielo, di cui la manna era una pallida idea. Gli ebrei nel deserto avevano mangiato la manna ed erano morti, chi mangia la carne del Figlio dell’uomo e beve il suo sangue avrà la vita eterna. È una chiara allusione al significato redentore e sacrificale dell’Eucarestia.


Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1355: Nella Comunione, preceduta dalla preghiera del Signore e dalla frazione del pane, i fedeli ricevono “il pane del cielo” e “il calice della salvezza”, il Corpo e il Sangue di Cristo che si è dato “per la vita del mondo” (Gv 6,51).
Poiché questo pane e questo vino sono stati “eucaristizzati”, come tradizionalmente si dice, “questo cibo è chiamato da noi Eucaristia, e a nessuno è lecito parteciparne, se non a chi crede che i nostri insegnamenti sono veri, si è purificato con il lavacro per la remissione dei peccati e la rigenerazione, e vive così come Cristo ha insegnato” [San Giustino, Apologia, 1, 66: CA 1, 180 (PG 6,428)].


L’Eucarestia - Del modo come è stato istituito questo santissimo sacramento - Concilio di Trento (Sessione 13, cap. II): Il Signore, quindi, nell’imminenza di tornare da questo mondo al Padre, istituì questo sacramento. In esso ha effuso le ricchezze del suo amore verso gli uomini, rendendo memorabili i suoi prodigi , e ci ha comandato di onorare, nel riceverlo, la sua memoria e di annunziare la sua morte, fino a che egli venga a giudicare il mondo.
Egli volle che questo sacramento fosse ricevuto come cibo spirituale delle anime, perché ne siano alimentate e rafforzate, vivendo della vita di colui, che disse: Chi mangia me, anche lui vive per mezzo mio e come antidoto, con cui liberarsi dalle colpe d’ogni giorno ed essere preservati dai peccati mortali.
Volle, inoltre, che esso fosse pegno della nostra gloria futura e della gioia eterna; e quindi simbolo di quell’unico corpo, di cui egli è il capo, e a cui volle che noi fossimo congiunti, come membra, dal vincolo strettissimo della fede, della speranza e della carità, perché tutti professassimo la stessa verità, e non vi fossero scismi fra noi.


Sàulo, Sàulo, perché mi perseguiti? (I Lettura): Cristo risorto sulla via di Damasco infrange i progetti delittuosi di Sàulo, l’anima del persecutore si apre alla fede, e gli occhi  si riempiono di luce nuova: la sua mente, pur sconvolta dall’apparizione del Risorto, comprende che Gesù è il Signore, e che vi è perfetta identità tra il Gesù che ora ha incontrato e i cristiani che aveva perseguitato: è  il mistero del corpo mistico di Cristo, Gesù è il Capo, i cristiani le membra. Sconvolto, si affida alla preghiera di Anania, recupera la vista ed già in marcia per proclamare che Gesù è il Signore, il Messia che colma le attese delle antiche profezie.


La conversione di Sàulo - Benedetto XVI (Udienza Generale, 3 Settembre 2008): Abbiamo a questo proposito due tipi di fonti. Il primo tipo, il più conosciuto, sono i racconti dovuti alla penna di Luca, che per ben tre volte narra l’evento negli Atti degli Apostoli (cfr 9,1-19; 22,3-21; 26,4-23) ... Il secondo tipo di fonti sulla conversione è costituito dalle stesse Lettere di san Paolo. Egli non ha mai parlato in dettaglio di questo avvenimento, penso perché poteva supporre che tutti conoscessero l’essenziale di questa sua storia, tutti sapevano che da persecutore era stato trasformato in apostolo fervente di Cristo. E ciò era avvenuto non in seguito ad una propria riflessione, ma ad un evento forte, ad un incontro con il Risorto. Pur non parlando dei dettagli, egli accenna diverse volte a questo fatto importantissimo, che cioè anche lui è testimone della risurrezione di Gesù, della quale ha ricevuto immediatamente da Gesù stesso la rivelazione, insieme con la missione di apostolo. Il testo più chiaro su questo punto si trova nel suo racconto su ciò che costituisce il centro della storia della salvezza: la morte e la risurrezione di Gesù e le apparizioni ai testimoni (cfr. 1Cor 15). Con parole della tradizione antichissima, che anch’egli ha ricevuto dalla Chiesa di Gerusalemme, dice che Gesù morto crocifisso, sepolto, risorto apparve, dopo la risurrezione, prima a Cefa, cioè a Pietro, poi ai Dodici, poi a cinquecento fratelli che in gran parte in quel tempo vivevano ancora, poi a Giacomo, poi a tutti gli Apostoli. E a questo racconto ricevuto dalla tradizione aggiunge: “Ultimo fra tutti apparve anche a me” (1Cor 15,8). Così fa capire che questo è il fondamento del suo apostolato e della sua nuova vita. Vi sono pure altri testi nei quali appare la stessa cosa: “Per mezzo di Gesù Cristo abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato” (cfr Rm 1,5); e ancora: “Non ho forse veduto Gesù, Signore nostro?” (1Cor 9,1), parole con le quali egli allude ad una cosa che tutti sanno. E finalmente il testo più diffuso si legge in Gal 1,15-17: “Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco”. In questa “autoapologia” sottolinea decisamente che anche lui è vero testimone del Risorto, ha una propria missione ricevuta immediatamente dal Risorto.


Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui  - La Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): L’effetto più importante della Sacra Eucarestia è l’unione intima col Signore Gesù. La stessa parola “comunione” sta ad indicare questa partecipazione unitiva alla vita del Signore: se tutti i sacramenti, in virtù della grazia che essi conferiscono, valgono a rendere più forte la nostra unione con Gesù, più intenso è il vincolo unitivo nella Eucaristia. poiché questa ci elargisce non solamente la grazia. ma pure l’autore medesimo di essa: «Nella frazione del pane eucaristico. partecipando noi realmente al corpo del Signore. siamo elevati alla comunione con lui e tra di noi: “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti. siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1Cor 10,17)» (Lumen gentium, 7). Proprio perché l’Eucaristia è il sacramento che con maggiore intensità simboleggia e realizza la nostra unione con Cristo, essa è nel contempo il sacramento dove tutta la Chiesa rivela e attua la sua unità: Cristo Gesù “istituì nella sua Chiesa il mirabile sacramento dell’Eucaristia, dal quale l’unità della Chiesa è simboleggiata e prodotta” (Unitatis redintegratio, 2).


Papa Francesco (Angelus, 16 Agosto 2015): ... la Liturgia ci sta proponendo, dal Vangelo di Giovanni, il discorso di Gesù sul Pane della vita, che è Lui stesso e che è anche il sacramento dell’Eucaristia. Il brano di oggi (Gv 6,51-58) presenta l’ultima parte di tale discorso, e riferisce di alcuni tra la gente che si scandalizzano perché Gesù ha detto: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,54). Lo stupore degli ascoltatori è comprensibile; Gesù infatti usa lo stile tipico dei profeti per provocare nella gente - e anche in noi - delle domande e, alla fine, provocare una decisione. Anzitutto delle domande: che significa “mangiare la carne e bere il sangue” di Gesù?, è solo un’immagine, un modo di dire, un simbolo, o indica qualcosa di reale? Per rispondere, bisogna intuire che cosa accade nel cuore di Gesù mentre spezza i pani per la folla affamata. Sapendo che dovrà morire in croce per noi, Gesù si identifica con quel pane spezzato e condiviso, ed esso diventa per Lui il “segno” del Sacrificio che lo attende. Questo processo ha il suo culmine nell’Ultima Cena, dove il pane e il vino diventano realmente il suo Corpo e il suo Sangue. È l’Eucaristia, che Gesù ci lascia con uno scopo preciso: che noi possiamo diventare una cosa sola con Lui. Infatti dice: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (v. 56). Quel “rimanere”: Gesù in noi e noi in Gesù. La comunione è assimilazione: mangiando Lui, diventiamo come Lui. Ma questo richiede il nostro “sì”, la nostra adesione di fede.
A volte si sente, riguardo alla santa Messa, questa obiezione: “Ma a cosa serve la Messa? Io vado in chiesa quando me la sento, o prego meglio in solitudine”. Ma l’Eucaristia non è una preghiera privata o una bella esperienza spirituale, non è una semplice commemorazione di ciò che Gesù ha fatto nell’Ultima Cena. Noi diciamo, per capire bene, che l’Eucaristia è “memoriale”, ossia un gesto che attualizza e rende presente l’evento della morte e  risurrezione di Gesù: il pane è realmente il suo Corpo donato per noi, il vino è realmente il suo Sangue versato per noi.
L’Eucaristia è Gesù stesso che si dona interamente a noi. Nutrirci di Lui e dimorare in Lui mediante la Comunione eucaristica, se lo facciamo con fede, trasforma la nostra vita, la trasforma in un dono a Dio e ai fratelli. Nutrirci di quel “Pane di vita” significa entrare in sintonia con il cuore di Cristo, assimilare le sue scelte, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. Significa entrare in un dinamismo di amore e diventare persone di pace, persone di perdono, di riconciliazione, di condivisione solidale. Le stesse cose che Gesù ha fatto.
Gesù conclude il suo discorso con queste parole: «Chi mangia questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,58). Sì, vivere in comunione reale con Gesù su questa terra ci fa già passare dalla morte alla vita. Il Cielo incomincia proprio in questa comunione con Gesù.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
****  Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: Dio onnipotente, che ci hai dato la grazia di conoscere il lieto annunzio della risurrezione, fa’ che rinasciamo a vita nuova per la forza del tuo Spirito di amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo...