IL PENSIERO DEL GIORNO

23  Gennaio 2018

MARTEdÌ III SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO PARI)


Oggi Gesù ci dice: “Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre” (Vangelo).


Dal Vangelo secondo Marco 3,31-35: La famiglia di Dio, nella quale Gesù fa entrare gli uomini, è fondata sul compimento della volontà di Dio, come viene rivelata e vissuta da Gesù. L’insieme dei credenti superando la “carne e il sangue” forma la famiglia Dio.


Benedetto Prete (Vangelo secondo Marco): versetto 31 - Giungono la sua madre ed i sui fratelli: l’evangelista nota la partenza (cf. ver. 21) e l’arrivo dei parenti di Gesù. Evidentemente tra la circostanza che aveva determinato la partenza dei parenti del Maestro da Nazareth (cf. versetti 20-21) e l’arrivo di essi a Cafarnao, intercorse del tempo, ma la scena ricordata da Marco in precedenza si è ripetuta più volte; infatti, quando la madre ed i fratelli di Gesù giungono a Cafarnao, il Maestro era ancora una volta circondato dalla folla (cf. verso seguente). I suoi fratelli, cioè: persone della sua parentela, o i suoi cugini... versetto 33 - Chi è la madre mia? Cristo non finge d’ignorare la madre ed i parenti e tanto meno intende negare i legami del sangue; il tono della voce ha senz’altro fatto capire ai presenti il reale valore dell’espressione. Egli, mentre moriva sulla croce, mostrò un tenero interessamento per la sua madre (cf. Gio., 19, 26-27); questo fatto prova che il Salvatore senti e riconobbe i vincoli della parentela. La domanda che il Maestro rivolge ai presenti in questo passo serve a richiamare la loro attenzione sopra una nuova forma di parentela che passa tra Cristo ed i suoi seguaci; chi accoglie il messaggio evangelico partecipa ad una parentela spirituale con Gesù, la quale ha tutta l’intimità e la dolcezza della parentela fondata sui legami di sangue.


Più della parentela naturale - Basilio Caballero (La Parola per ogni giorno): Secondo i biblisti, l’episodio del vangelo di oggi forma un’unità con il brano di sabato scorso, quando i parenti di Gesù vennero a prenderlo credendolo fuori di sé. Questo antecedente è omesso nei brani paralleli degli altri due sinottici, che forse lo hanno trovato duro per i loro lettori (Mt 12,46ss; Lc 8,19ss).
Siccome la gente fa grappolo intorno a Gesù, non è facile per sua madre e i suoi fratelli raggiungerlo.
L’uso linguistico ebraico e aramaico applicava il termine «fratelli» ai cugini e ai parenti prossimi. Quando la gente lo avverte della loro presenza, Gesù chiede: «“Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”».
Nella risposta di Gesù alla sua stessa domanda non c’è disprezzo per sua madre, Maria, né disinteresse per la sua famiglia, ma viene messa in evidenza la priorità che deve avere il regno di Dio anche sui vincoli familiari. Vi troviamo un’eco di quelle altre parole di Cristo: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino a propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26).
Proclamando suoi familiari tutti quelli che compiono la volontà di Dio, Gesù, lungi dal rifiutare la sua stessa madre Maria, la sta esaltando. Perché Maria fu a prima a compiere la volontà di Dio nella sua vita con il suo «fiat» iniziale e definitivo. Cristo, aprendo il circolo della sua parentela, fondato sui valori del regno che sono superiori ai legami della carne e del sangue, sta affermando la perfetta unione che esiste tra lui e sua madre, per due motivi: i vincoli di sangue e la convergenza nello spirito del regno.


La volontà di Dio - Wolfgang Langer: Può essere descritta come il decreto di Dio che si rivela nella creazione e nella storia. I termini ebraici e greci designano il campo semantico nel quale si chiarisce il significato: desiderio, istanza, intenzione. La volontà di Dio crea tutto ciò che è. Non si ferma al volere ma nella determinazione della volontà è già compimento, azione ed esternazione. Nel messaggio biblico non si parla di destino, ma di volontà di Dio che può significare chiamata, comandamento e richiesta.
La volontà di Dio si esprime nella parola e nell’azione e in questo modo l’uomo la può riconoscere. Con ciò però è chiaro anche l’obbligo, per l’uomo, di sottomettersi alla volontà di Dio (Rm 9,19s).
Per l’israelita la pienezza della volontà divina si trova nella Legge rivelata, alla quale deve attenersi, e altrettanto nell’intervento salvifico di Dio nella storia, che per sua volontà diventa storia della salvezza. Promessa e vocazione, giudizio e salvezza manifestano la volontà di Dio. In assoluta indipendenza (Sap 12,12) e con sapienza, Dio guida la storia del mondo con il suo amore. Il suo popolo è prescelto in vista della salvezza, cosicché non la morte, ma la vita, non la sventura, ma la salvezza caratterizzano come volontà salvifica il progetto globale di Dio.
L’uomo però non fu sempre consapevole di questo fatto. La volontà d’amore di Dio fu rigettata da molti dopo Adamo. Gesù Cristo ha pagato il debito adempiendo la volontà di Dio; egli è la salvezza del mondo. Ubbidendo al Padre suo, il sacrificio per gli uomini culmina nella esclamazione: “... non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42).


Sia fatta la tua volontà - E. Jacquemin e X. Léon-Dufour (Dizionario di Teologia Biblica): Dopo che in Gesù la volontà di Dio si è realizzata sulla terra come in cielo, il cristiano può essere sicuro di essere esaudito nella sua orazione domenicale (Mt 6,10). Deve quindi, da discepolo autentico, riconoscere e praticare questa volontà.
1. Discernere la volontà di Dio. - Il discernimento e la pratica della volontà divina si condizionano a vicenda: bisogna compiere la volontà di Dio per apprezzare la dottrina di Gesù (Gv 7,17), ma d’altra parte bisogna riconoscere in Gesù e nei suoi comandamenti i comandamenti stessi di Dio (14,23s). Ciò rientra nel mistero dell’incontro delle due volontà, quella dell’uomo peccatore e quella di Dio: per andare a Gesù, bisogna essere «attratti» dal Padre (6,44), attrazione che, secondo la parola greca, è ad un tempo costrizione e dilettazione (giustificando l’espressione di S. Agostino: «Dio che mi è più intimo di me stesso»). Per discernere la volontà di Dio non basta conoscere la lettera della legge (Rom 2,18), ma occorre aderire ad una persona, e ciò può avvenire solo per mezzo dello Spirito Santo che Gesù dona (Gv 14,26).
Allora il giudizio rinnovato permette di «discernere qual è la volontà di Dio, ciò che è bene, ciò che gli piace, ciò che è perfetto» (Rom 12,2). Questo discernimento non riguarda soltanto la vita quotidiana; perviene alla «piena conoscenza della sua volontà, sapienza ed intelligenza spirituale» (Col 1,9): questa è la condizione di una vita che piaccia al Signore (1,10; cfr. Ef 5,17). Anche la preghiera non può più essere che una preghiera «secondo la sua volontà» (1Gv 5,14), e la formula classica «se Dio lo vuole» assume una risonanza totalmente
diversa (Atti 18,21; 1Cor 4,19; Giac 4,15), perché suppone un riferimento costante al «mistero della volontà di Dio» (Ef l,3-14).
2. Praticare la volontà di Dio. - A che pro conoscere ciò che il padrone vuole, se non lo si mette in pratica (Lc 12,47; Mt 7,21; 21,31)? Questa «pratica» costituisce propriamente la vita cristiana (Ebr 13,21). In opposizione alla vita secondo le passioni umane (1Piet 42; Ef 6,6). Più precisamente, la volontà di Dio a nostro riguardo è santità (1 Tess 4,3), ringraziamento (5,18), pazienza (1Piet 3,17) e buona condotta (2,15).
Questa pratica è possibile, perché «è Dio che suscita in noi e il volere e l’operare per l’esecuzione del suo beneplacito» (Fil 2, 13). Allora c’è comunione delle volontà, accordo della grazia e della libertà.


Perché domandare: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»? - Catechismo della Chiesa Cattolica Compendio 591: La volontà del Padre è che «tutti gli uomini siano salvati» (1Tm 2,3). Per questo Gesù è venuto: per compiere perfettamente la Volontà salvifica del Padre. Noi preghiamo Dio Padre di unire la nostra volontà a quella del Figlio suo, sull’esempio di Maria Santissima e dei Santi. Domandiamo che il suo disegno benevolo si realizzi pienamente sulla terra come già nel cielo. È mediante la preghiera che possiamo «discernere la volontà di Dio» (Rm 12,2) e ottenere la «costanza per compierla» (Eb 10,36).


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Catechismo della Chiesa Cattolica 2827: Se uno fa la Volontà di Dio, egli lo ascolta. Tale è la potenza della preghiera della Chiesa nel Nome del suo Signore, soprattutto nell’Eucaristia; essa è comunione d’intercessione con la Santissima Madre di Dio e con tutti i santi che sono stati “graditi” al Signore per non aver voluto che la sua Volontà: Possiamo anche, senza offendere la verità, dare alle parole: “Sia fatta la tua Volontà come in cielo così in terra” questo significato: sia fatta nella Chiesa come nel Signore nostro Gesù Cristo; sia fatta nella Sposa, che a lui è stata fidanzata, come nello Sposo che ha compiuto la Volontà del Padre” [Sant’Agostino, De Sermone Domini in monte, 2, 6, 24: PL 34, 1279].
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Padre, che nel tuo Figlio ci hai dato la pienezza della tua parola e del tuo dono, fa’ che sentiamo l’urgenza di convertirci a te e di aderire con tutta l’anima al Vangelo, perché la nostra vita annunzi anche ai dubbiosi e ai lontani l’unico Salvatore, Gesù Cristo. Egli è Dio, e vive e regna con te...


IL PENSIERO DEL GIORNO

22  Gennaio 2018

LunedÌ III SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO PARI)


Oggi Gesù ci dice: “Chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno” (Mc 3,29).


Dal Vangelo secondo Marco 3,22-30: Rifiutare Cristo, e quindi la salvezza, è in definitiva il peccato che non sarà perdonato in eterno. I farisei avanzando malignamente l’ipotesi che Gesù è posseduto da uno spirito impuro danno a vedere di non aver capito bene la lezione, e così, passando dalla teoria alla pratica, si dichiarano rei di colpa eterna. In Gesù non vi è gusto alcuno di mandare all’inferno chi si oppone al suo insegnamento, ma essendosi rivelato Via Vita e Verità chi lo rifiuta smarrisce la Via e precipita nel disordine, sopra tutto etico; perde la vera Vita, la vita eterna, facendosi in questo modo discepolo di mille vane verità: in sostanza si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno scambiato la gloria del Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili (Rm 1,21-23). Chi rifiuta Gesù ha già fissato il suo destino eterno.


Rinaldo Fabris (I Vangeli, Il Vangelo di Marco): Se i parenti cercano di neutralizzare l’azione di Gesù in nome della normalità e dell’equilibrio, gli scribi più raffinati si rendono invulnerabili trincerandosi dietro il loro sistema ortodosso: Gesù è posseduto da satana e suo complice. Nella triplice sentenza di Gesù, e soprattutto nella parabola della casa del forte, viene interpretata tutta la sua azione, come vittoria e liberazione dalla potenza demoniaca nel mondo. È un parlare in parabole, cioè per simboli allusivi, che si riferiscono a una realtà che sta su un piano diverso da quello delle immagini usate. Tali immagini sono riprese dal linguaggio dell’Antico Testamento, dove l’intervento salvatore di Dio viene descritto come quello del combattente vittorioso (Is 49,24.25; cfr. 12,13). Ora Gesù rende presente nei suoi gesti e nelle sue parole la vittoria di Dio nel mondo.
Il rifiuto di quest’azione di Dio in Gesù, attribuendone l’origine a satana, è un insulto alla potenza di Dio, un peccato contro lo Spirito, potenza divina che con il battesimo in poi opera in Gesù (cfr. 1,7.10). Questo atteggiamento è la chiusura radicale alla proposta salvifica e liberante presente in Gesù 3,28-30. Il peccato contro lo Spirito è dunque irremissibile non perché più grave di tutti gli altri, ma perché include in sé il rifiuto del perdono, escludendo l’atteggiamento di fede di conversione. L’arroganza e l’autosufficienza del potere non sono mai così funeste come quando cercano di evitare il confronto con Dio e la sua azione storica, rifugiandosi dietro l’alibi elegante che tenta di coprire i segni di Dio con il sospetto dell’irrazionalità, della pazzia e delle forze malvagie.


... chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna: Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 25 luglio 1990): I Vangeli sinottici riportano un’altra affermazione di Gesù nelle sue istruzioni ai discepoli, che non può non impressionare. Riguarda la “bestemmia contro lo Spirito Santo”. Egli dice: “Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo gli sarà perdonato, ma chi bestemmierà lo Spirito Santo non gli sarà perdonato” (Lc 12,10; cfr. Mt 12,32; Mc 3,29). Queste parole creano un problema di vastità teologica ed etica maggiore di quanto si possa pensare, stando alla superficie del testo. “La ‘bestemmia’ (di cui si tratta) non consiste propriamente nell’offendere con le parole lo Spirito Santo; consiste, invece, nel rifiuto di accettare la salvezza che Dio offre all’uomo mediante lo Spirito Santo, e che opera in virtù del sacrificio della croce... Se la bestemmia contro lo Spirito Santo non può essere rimessa né in questa vita né in quella futura, è perché questa “non-remissione” è legata, come a sua causa, alla “non-penitenza”, cioè al radicale rifiuto di convertirsi... Ora la bestemmia contro lo Spirito Santo è il peccato commesso dall’uomo, che rivendica un suo presunto “diritto” di perseverare nel male - in qualsiasi peccato - e rifiuta così la redenzione... (Esso) non permette all’uomo di uscire dalla sua autoprigionia e di aprirsi alle fonti divine della purificazione delle coscienze e della remissione dei peccati” (Dominum et vivificantem, 46). È l’esatto rovesciamento della condizione di docilità e di comunione col Padre, in cui vive Gesù orante e operante, e che egli insegna e raccomanda all’uomo come atteggiamento interiore e come principio di azione.


È posseduto da uno spirito impuro: Catechismo degli Adulti 214-215: Già al suo tempo [di Gesù] la gente, presa dallo stupore, si domandava: da dove gli viene questa autorità, questa potenza nell’operare e questa sapienza nel parlare? qual è la vera identità di quest’uomo? I discepoli stessi non finivano di meravigliarsi e si dicevano tra loro: «Chi è dunque costui?» (Mc 4,41). Presto «il suo nome era diventato famoso» (Mc 6,14) e in Galilea si affermava sempre più, nell’opinione popolare, l’idea che Gesù fosse un grande profeta taumaturgo; tant’è vero che, in occasione dell’ingresso solenne a Gerusalemme, ai cittadini che chiedono spiegazioni la folla dei pellegrini galilei risponderà: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea» (Mt 21,11). Per alcuni farisei era invece un falso profeta, posseduto da Satana, perché violava la legge e si intratteneva con i peccatori. Gesù, da parte sua, induce la gente a interrogarsi e lascia la domanda sempre aperta. Per non essere frainteso in senso politico nazionalista, evita di proclamarsi esplicitamente Messia, sebbene riceva pressioni in questo senso: «Fino a quando terrai l’animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente» (Gv 10,24). Invece di rispondere, invita a riflettere sul carattere misterioso di questo personaggio da tutti atteso: «Come mai dicono gli scribi che il Messia è figlio di Davide?... Davide stesso lo chiama Signore: come dunque può essere suo figlio?» (Mc 12,35.37).


Il peccato contro lo Spirito Santo - Jacque Hervieux (Vangelo di Marco): La gravità particolare di queste parole e il tono piuttosto imperioso hanno colpito i lettori di ogni tempo. Si è molto discusso su questa «bestemmia contro lo Spirito Santo» che non potrà mai essere perdonata. Cosa si intende di preciso? Sono stati compilati elenchi di peccati che erano considerati «mortali»: ma non sono mai state trovate colpe che davvero non possano venire perdonate. Per comprendere le parole di Gesù, non si deve separarle dal contesto che conferisce loro il senso; Gesù ha parlato in questo modo poiché essi avevano detto: «È posseduto da uno spinto immondo» (v. 30). Gli scribi spingono la perfidia fino ad attribuire a Satana un’azione che proviene dallo Spirito Santo. Marco si è preoccupato di mostrare che, fin dall’inizio della sua missione, Gesù è stato investito dello Spirito di Dio: è questo Spirito che lo inabita fin dal suo battesimo e lo fa agire allo scopo di liberare gli uomini dal male (1,9-12). Affermare che Gesù, quando compie gli esorcismi, è un agente del diavolo significa rifiutare deliberatamente il perdono di Dio generosamente offerto. Questo peccato contro lo Spirito è il solo che non potrà mai essere perdonato.
Come si vede - all’epoca in cui Marco scrive il suo vangelo - i cristiani dovevano trovarsi duramente esposti alle inique accuse degli ambienti giudaici nettamente refrattari a riconoscere in Gesù il messia vincitore del male: eppur è necessario scegliere tra Gesù e Satana.


Bestemmia contro Gesù e contro lo Spirito - Emanuela Ghini (Schede Bibliche Pastorali - Volume Primo): Gli evangelisti considerano bestemmia anche le ingiurie che offendono Gesù, o che contestano la sua messianicità, la sua divinità o anche solo la sua santità. Per questo sono definiti blasfemi: i soldati che deridono la sua missione profetica, coloro che assistono alla crocifissione beffandosi di lui, e lo stesso ladrone condannato con lui, il quale lo sfidava beffardamente a dimostrarlo con i fatti: «Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano e lo percuotevano e gli dicevano: Indovina: chi ti ha colpito? E molti altri insulti dicevano contro (blasphêuntes) di lui» (Lc 22,63-65); «I passanti lo insultavano blasphêmum) e, scuotendo il capo, esclamavano: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso, scendendo dalla croce!» (Mc 15,29-30); «Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava (blasphêmei: Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!» (Lc 23,39).
I sinottici parlano anche di una bestemmia contro lo Spirito santo, a proposito della quale dicono anzi che non sarà perdonata né in questo secolo né in quello futuro: «In verità vi dico: Tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno, ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna. Poiché dicevano: È posseduto da uno spirito immondo» (Mc 3,28-30). Matteo (12,31-32) e Luca (12; 10) aggiungono che, diversamente dalla bestemmia contro lo Spirito, la parola detta contro il figlio dell’uomo potrà essere perdonata.
Secondo gli esegeti qui si tratta non tanto di una bestemmia verbale, quanto piuttosto di un rifiuto ostinato e cosciente della grazia. Bestemmiare lo Spirito significa infatti, secondo il contesto, attribuire a satana anche le opere che chiaramente manifestano l’azione di Dio. Una simile colpa non sarà perdonata, perché comporta il rifiuto del miracolo, cioè del mezzo per eccellenza offerto da Cristo, per farsi riconoscere come il messia. Chi rifiuta cosciente la luce e la grazia dello Spirito, si preclude ogni possibilità di avere la disposizione fondamentale per il perdono: la fede. Coloro che rifiutano l’offerta di perdono, non possono essere perdonati.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Chi rifiuta cosciente la luce e la grazia dello Spirito, si preclude ogni possibilità di avere la disposizione fondamentale per il perdono: la fede. Coloro che rifiutano l’offerta di perdono, non possono essere perdonati.
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Padre, che nel tuo Figlio ci hai dato la pienezza della tua parola e del tuo dono, fa’ che sentiamo l’urgenza di convertirci a te e di aderire con tutta l’anima al Vangelo, perché la nostra vita annunzi anche ai dubbiosi e ai lontani l’unico Salvatore, Gesù Cristo. Egli è Dio, e vive e regna con te...


IL PENSIERO DEL GIORNO

21  Gennaio 2018

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO PARI)


Oggi Gesù ci dice: “Il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15).


Dal Vangelo secondo Marco 1,14-20: Il tempo è compiuto (Cf. Gal 4,4), la Parola si è fatta Carne (Cf. Gv 1,14); ora, il Verbo attraversa le strade dell’uomo «che egli ama», invitandolo ad abbandonare le tortuose vie del peccato ed entrare nel Regno già presente nella Persona di Gesù. Le condizioni fondamentali sono due: convertirsi e credere al Vangelo.


Catechismo degli Adulti 107: Gesù di Nàzaret non insegna una visione del mondo, ricavata dalla comune esperienza umana, un insieme di verità religiose e morali, frutto di riflessione particolarmente penetrante. Si presenta piuttosto come il messaggero di un avvenimento appena iniziato e in pieno svolgimento. Il suo, prima di essere un insegnamento, è un annuncio, un grido di gioia: viene il regno di Dio!
Una semplice frase, collocata in apertura del vangelo di Marco, riassume tutta la sua predicazione: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,15). Questa è la buona notizia che Gesù ha da comunicare. Questa è la causa per cui vive, la ferma speranza che lo sostiene.


Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo»: Catechismo della Chiesa Cattolica 1427: Gesù chiama alla conversione. Questo appello è una componente essenziale dell’annuncio del Regno: «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è ormai vicino; convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15). Nella predicazione della Chiesa questo invito si rivolge dapprima a quanti non conoscono ancora Cristo e il suo Vangelo. Il Battesimo è quindi il luogo principale della prima e fondamentale conversione. È mediante la fede nella Buona Novella e mediante il Battesimo che si rinuncia al male e si acquista la salvezza, cioè la remissione di tutti i peccati e il dono della vita nuova.


Senza la conversione non si può entrare nel regno di Dio: Catechismo della Chiesa Cattolica 545: Gesù invita i peccatori alla mensa del Regno: «Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2,17). Li invita alla conversione, senza la quale non si può entrare nel Regno, ma nelle parole e nelle azioni mostra loro l’infinita misericordia del Padre suo per loro e l’immensa «gioia» che si fa «in cielo per un peccatore convertito» (Lc 15,7). La prova suprema di tale amore sarà il sacrificio della propria vita «in remissione dei peccati» (Mt 26,28)


Convertitevi e credete al Vangelo - L’introduzione del Vangelo di Marco (1,1-13) abbraccia una trilogia: la predicazione di Giovanni Battista, il battesimo di Gesù e il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto. Tutto questo fa da sfondo al breve brano marciano di questa III domenica «per annum». La pagina evangelica odierna contiene l’inizio del ministero pubblico di Gesù e il racconto vocazionale di Simon Pietro, del fratello Andrea, di Giacomo e Giovanni suo fratello.
L’inizio del ministero pubblico di Gesù in Galilea sta ad indicare che i tempi sono compiuti (Cf. Gal 4,4) e questo significa che non solo «le Scritture [Mt 1,22] e la legge [Mt 5,17], ma tutta l’economia dell’antica alleanza è portata da Dio alla pienezza [Mt 9,17; 26,28; Rom 10,4; 2Cor 3,14-15; Eb 10,1.14; ecc.]. Al termine di quest’ultimo periodo della storia [1Cor 10,11; 1Tm 4,1; 1Pt 1,5.20; 1Gv 2,18], che è la “fine dei tempi” [Eb 9,26], sopraggiungerà un’altra fine, quella “del tempo” [Mt 13,40.49; 24,3; 28,20], cioè il “giorno” [1Cor 1,8; Cf. Am 5,18] della venuta del Cristo [1Cor 15,23], della sua rivelazione [1Cor 1,7] e del giudizio [Rom 2,6; Cf. Sal 9,5]» (Bibbia di Gerusalemme).
L’annuncio del Cristo è in sintonia con la predicazione dei profeti e di Giovanni Battista: una predicazione «gridata» (Gv 1,23), il cui cuore era la necessità di convertirsi, di abbandonare le vie tortuose del peccato, di cambiare mentalità e stile di vita. Ma il messaggio di Gesù porta con sé una novità. Essa sta nel fatto che ora, nella Persona di Gesù, il regno di Dio è vicino, o meglio «è già presente», e questo consente all’uomo di buona volontà di stabilire una nuova relazione con Dio: la Buona Novella che Gesù predica non è più rivolta a un popolo, ma al cuore di ogni uomo colto nella situazione concreta della sua vita. Un invito perché egli si apra spontaneamente alla signoria di Dio.
L’accoglienza del Vangelo, letteralmente «buona notizia», avviene nella fede che comporta il cambiamento del modo di pensare e di vivere.
Gesù chiede un capovolgimento totale e radicale nel modo di pensare, nei comportamenti, nell’impostazione della vita: «Chi dice: “Lo conosco” e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità [...]. Chi dice di rimanere in Cristo, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato» (1Gv 2,4-6).
Soltanto l’uomo che «davanti a Dio diventa come un bambino, come un servo inutile, come un pubblicano pentito può entrare nel regno dei cieli. Conversione significa allora: abbandonare le categorie valide fino ad allora e conformarsi completamente a Gesù per condividere, alla sua sequela, gli altri tesori del tempo messianico con i discepoli di Gesù. Così è Gesù stesso l’elemento critico della conversione» (Erich Zenger).
Infine, la chiamata dei primi quattro Apostoli. Se il Vangelo di Marco ha avuto la sua gestazione nella comunità congregatasi dopo la risurrezione del Cristo, allora le scene di vocazioni nel racconto marciano trasudano di riflessione teologica; perciò ogni parola e ogni gesto hanno un peso specifico per spiegare la grazia della sequela.
Innanzi tutto, l’accento va posto sulla prontezza della risposta umana: «subito lasciate le reti... lasciarono il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni, lo seguirono». Questa prontezza diventa così il paradigma di ogni vocazione.
Gesù non è un solitario, ma cerca collaboratori per portare a compimento la sua missione di salvezza e di redenzione. Anche loro avranno la missione di promuovere la conversione al Regno e l’accetta-zione della sua Magna Charta: «Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio [...]. Per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome» (Rom 1,1.5).
Nei primi quattro chiamati vi è in seme la Chiesa che avrà la gioia e l’onere di continuare a ripetere al mondo l’annuncio del Cristo: «Il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo».
Che l’iniziativa della chiamata dei quattro pescatori è di Gesù, questo sta a dire che si diventa cristiani e Chiesa non per iniziativa propria ma grazie alla chiamata di Gesù, risuonata storicamente una volta in terra di Galilea, e da allora sempre riecheggiante in tutti gli angoli della terra.
La missione dei vocati, che si esplica nel pescare gli uomini, non è in riferimento alla loro professione, ma con il fatto che il popolo credeva che il mare, essendo la quintessenza della potenza caotica e demoniaca, fosse il sito di residenza dei demoni e delle potenze caotiche; per cui nella indicazione vi è tutto il ministero degli Apostoli, quello di trarre fuori dal peccato e dalla morte tutti gli uomini. In questa chiamata si realizza un’altra promessa di Dio preconizzata dal profeta Geremia: «E io [il Signore,] ricondurrò [gli Israeliti] nella loro terra che avevo concesso ai loro padri. Ecco, io invierò numerosi pescatori a pescarli» (Ger 16,14-18).
Apostolato e sequela sono inscindibili: si è sempre chiamati per una missione. Diventare «pescatori d’uomini, anche alla luce di Ger 16,14-18, vuol dire proclamare a tutti la convocazione finale per la salvezza. La chiamata è sempre orientata, in forme diverse, alla costruzione di comunità» (P. Luigi Di Pinto, s.j.).


Regno di Dio - Anselm Urban: L’espressione greca basileia theoù (“regalità di Dio” - ebraico malkut JHWH) designa in primo luogo il potere esercitato, l’effettivo governare di Dio. In genere sarebbe consigliabile la traduzione “signoria di Dio”. Tuttavia s’intende talvolta un particolare ambito o stato nel quale la sovranità di Dio si esplica pienamente, in tal caso si parla di regno.
“Regno dei cieli” (in Mt: meglio: “signoria dei cieli”) perifrasa soltanto il nome di Dio e sarebbe totalmente frainteso se fosse concepito come un “regno al di sopra delle nubi”: si tratta della pretesa di governo che Dio avanza su questo mondo. Nell’Antico Testamento si parla molto della sovranità regale di JHWH, ma raramente nel senso di “regno”. In 1Cr 17,14 viene chiamato così il regno davidico (idealizzato teocraticamente); nelle visioni di Daniele i regni di questo mondo vengono sostituiti dal regno del figlio dell’uomo (7,14 - e rispettivamente del popolo dei santi, come accenna il v. 27). Mentre nel giudaismo rabbinico la “signoria dei cieli” è piuttosto un’entità spirituale, nell’apocalittica vive e si sviluppa ulteriormente (naturalmente accanto a speculazioni escatologiche) la grande visione dei profeti (per es. Is 11): un regno universale di pace e di salvezza che trasforma anche la creazione, una vita purificata degli uomini al di là della colpa e del peccato, sotto l’ordine onnicomprensivo della legge divina. Gesù non annuncia né un regno politico, né puramente spirituale ­ morale, ma si ricollega alle visioni profetiche. La novità è che tutto ciò è “vicino” (Mc 1,15), “è alle porte” (13,19). Il regno non viene attraverso i nostri sforzi, per quanto noi siamo assegnati al lavoro nella vigna (Mt 20,1ss), ma cresce soltanto ad opera di Dio (cf. Mc 4,26-29). Si può essere certamente “collaboratori” per il regno (Col 4,11), ma “edificare il regno” lo può soltanto Dio stesso. A noi rimane l’umile invocazione: “Venga il tuo regno!” (Mt 6,10).


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Ora, l’appello di Cristo alla conversione continua a risuonare nella vita dei cristiani. Questa seconda conversione è un impegno continuo per tutta la Chiesa che «comprende nel suo seno i peccatori» e che, «santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento». Questo sforzo di conversione non è soltanto un’opera umana. È il dinamismo del «cuore contrito» (Sal 51,19) attirato e mosso dalla grazia a rispondere all’amore misericordioso di Dio che ci ha amati per primo. (Catechismo della Chiesa Cattolica 1428)
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Padre, che nel tuo Figlio ci hai dato la pienezza della tua parola e del tuo dono, fa’ che sentiamo l’urgenza di convertirci a te e di aderire con tutta l’anima al Vangelo, perché la nostra vita annunzi anche ai dubbiosi e ai lontani l’unico Salvatore, Gesù Cristo. Egli è Dio, e vive e regna con te...
  


IL PENSIERO DEL GIORNO

20  Gennaio 2018

SABATO DELLA II SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO PARI)


Oggi Gesù ci dice: “Figlie d’Israele, piangete su Saul, che con delizia vi rivestiva di porpora, che appendeva gioielli d’oro sulle vostre vesti” (I Lettura).


Dal Vangelo secondo Marco 3,20-21: L’evangelista Marco completa la presentazione della folla aggiungendo l’intervento dei parenti di Gesù, i quali erano andati a prenderlo in quanto lo credevano fuori di sé. La stessa notizia la troviamo nel Vangelo di Giovanni: Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui  (Gv 7,5). Dal testo marciano non si comprende il grado della parentela, e se vi fosse anche la Madre. Gesù, incompreso e disprezzato da quelli del suo paese, è già una cosa che fa meraviglia. Egli stesso lo rileverà osservando: Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua (Mc 6,4). Ma quando sono proprio i familiari a non capirlo, allora la sofferenza diventa grande,e a volte insostenibile.


Fratello - John L. McKenzie (Dizionario Biblico): Nel senso primario sia nell’Antico Testamento che nel Nuovo Testamento significa figlio degli stessi genitori: o dello stesso padre e della stessa madre (ad es Gn 27,6), o dello stesso padre anche se di diversa madre (ad es Gn 28,2). Nelle famiglie poligame, i fratelli e le sorelle uterini erano più vicini gli uni agli altri di quanto non lo fossero i fratellastri e le sorellastre. In senso più largo, il termine significa una persona di comune ascendenza e parentela: in particolare, un membro dello stesso clan o tribù (ad es Nm 16, 10). Si può anche estendere ai membri della stessa razza o nazione (ad es Dt 15, 12), o di una nazione amica (ad es Dt 23,7). Nel Nuovo Testamento i cristiani sono detti fratelli circa 160 volte, e Gesù stesso dice che colui il quale fa la volontà del Padre è suo fratello (Mt 12,50; Mc 3,35; Le 8,21). Fratello è anche un termine di cortesia, specialmente fra un re e un altro re (1 Re 20,32), come si vede spesso nelle lettere di Amarna. In Gn 9,5; Mt 5,22; 18,35, il termine significa semplicemente un altro uomo: in questi passi si ha un ammonimento contro la violenza e l’ira.


I fratelli di Gesù - Stefano Virgulin e Giuseppe Barbaglio (Schede Bibliche Pastorali, Volume Terzo): Anzitutto, Gesù chiama suoi fratelli tutti coloro che fanno la volontà di Dio.
Sono questi che formano ormai la sua nuova famiglia, costruita sulla base non di vincoli di sangue, bensì di comuni progetti di vita. Non altro è infatti il senso profondo della sua reazione immediata alla notizia che i parenti gli chiedono udienza: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?».
Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre» (Mc 3,33-35; cf. Le 8,19-21). Da parte sua, Matteo sottolinea, a chiare lettere, l’identificazione dei discepoli di Gesù con gli obbedienti alla volontà del Padre e quindi con i fratelli di Cristo: «Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (12,49-50).
Nel racconto arcaico dell’apparizione a Maria di Magdala poi, riferendosi ai discepoli, il risorto afferma: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,17). Secondo la versione di Matteo, la consegna di Cristo è affidata a Maria di Magdala e all’altra Maria (28,1): «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno» (28,10). Meno univoca invece appare la formula «i miei fratelli più piccoli», messa in bocca a Cristo giudice da Matteo, nella sua famosa pagina del c. 25. Infatti è certo che essa si riferisce ai bisognosi (affamati, assetati, forestieri, nudi, malati, carcerati) soccorsi dai giusti: «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (25,40). Ma è discussa l’identità vera di questi bisognosi: si tratta dei credenti in Cristo oppure, più in generale, di chiunque versa in situazioni disagevoli? Forse è da preferire la prima soluzione, dal momento che nel vangelo matteano sia i fratelli di Gesù (12,46-50) sia «i piccoli» di 18,5-14 indicano i discepoli di Cristo, i credenti.
Di grande densità teologica si presenta poi un passo paolino. Esponendo sinteticamente il progetto salvifico di Dio, Paolo ne sottolinea il carattere essenzialmente cristocentrico, in quanto Gesù vi gioca il ruolo di punto focale e di centro aggregante. In concreto, il Padre intende costruire un’umanità nuova all’insegna della fraternità, dunque un’umanità di fratelli fatti a immagine di Cristo, il primogenito, cioè il prototipo: «Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29).
Anche la lettera agli Ebrei conosce il nostro motivo e, non senza originalità, afferma che tra Gesù santificatore e i credenti santificati in virtù del suo gesto di somma oblatività nella morte esiste un rapporto fraterno, fondato certo sull’azione salvifica di Cristo, ma anche sulla comune natura umana: «Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli» (2,11).


Catechismo della Chiesa Cattolica

Maria «sempre Vergine»

499 L’approfondimento della fede nella maternità verginale ha condotto la Chiesa a confessare la verginità reale e perpetua di Maria anche nel parto del Figlio di Dio fatto uomo. Infatti la nascita di Cristo “non ha diminuito la sua verginale integrità, ma l’ha consacrata”. La Liturgia della Chiesa celebra Maria come la “Aeiparthenos”, “sempre Vergine”.

500 A ciò si obietta talvolta che la Scrittura parla di fratelli e di sorelle di Gesù. La Chiesa ha sempre ritenuto che tali passi non indichino altri figli della Vergine Maria: infatti Giacomo e Giuseppe, “fratelli di Gesù” (Mt 13,55) sono i figli di una Maria discepola di Cristo, la quale è designata in modo significativo come “l’altra Maria” (Mt 28,1). Si tratta di parenti prossimi di Gesù, secondo un’espressione non inusitata nell’Antico Testamento.

501 Gesù è l’unico Figlio di Maria. Ma la maternità spirituale di Maria si estende a tutti gli uomini che egli è venuto a salvare: “Ella ha dato alla luce un Figlio, che Dio ha fatto “il primogenito di una moltitudine di fratelli” (Rm 8,29), cioè dei fedeli, e alla cui nascita e formazione ella coopera con amore di madre”


I limiti del «ragionevole» - Basilio Caballero (La Parola per ogni giorno): L’incomprensione generalizzata di cui fu oggetto Gesù da parte dei capi del popolo, della massa, dei parenti e anche dei discepoli, ci mette in guardia sul pericolo che corriamo anche oggi di non comprendere il Cristo. Oggi come allora la sua persona è una bandiera discussa e suscita reazioni diverse, secondo la conoscenza che si ha di lui.
Ai due estremi stanno il rifiuto o l’indifferenza di molti e la sequela incondizionata di tanti altri; e nel mezzo, la grande massa, le cui motivazioni religiose sono equivoche, o almeno immature, per deformazione dell’immagine di Dio. Per tutto questo, anche il credente autentico soffrirà l’incomprensione, dovrà meditare molte volte in silenzio sul peso della sua fede e vedrà la sua speranza messa alla prova.
Non è facile assimilare le molte pagine del vangelo nelle quali affiora incontenibile la divina «pazzia» di Gesù. Perciò i cristiani che presero sul serio il vangelo, i santi di tutti i tempi, dovettero subire la stessa censura: è pazzo. Così fu ritenuto dai suoi, anche da suo padre, ricco commerciante, Francesco d’ Assisi quando, leggendo il vangelo «senza note né commenti» si sposò con la povertà evangelica, follemente innamorato di lei.
Tuttavia noi, come i parenti di Gesù, vogliamo ridurre nei limiti del «ragionevole» la fiamma bruciante del vangelo, la radicalità della sequela di Cristo e lo scandalo della croce. Se i santi avessero pensato in termini «ragionevoli», nessuno avrebbe scalato la cima della santità. E se insistiamo nel non rischiare le nostre ragionevoli sicurezze, non arriveremo molto lontano come discepoli di Gesù, perché, disgraziatamente, il ragionevole, il comune, il sopportabile, ciò che fanno tutti, non superano la meschina mediocrità.
Per credere in Cristo e per seguirlo senza mezze misure non c’è strada più diretta, facile e corta dell’amore, perché è l’amore che scopre i segreti valori di una persona. Conoscere o disconoscere Cristo è questione di fede o incredulità, di amore o disamore indifferente. Il mistero più profondo della personalità di Gesù si raggiunge solamente attraverso la fede e l’amore, che sono doni dello Spirito di Dio. Chiediamoli al Signore.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** La Liturgia della Chiesa celebra Maria come la “Aeiparthenos”, “sempre Vergine”.
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: Dio onnipotente ed eterno, che governi il cielo e la terra, ascolta con bontà le preghiere del tuo popolo e dona ai nostri giorni la tua pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


IL PENSIERO DEL GIORNO

19  Gennaio 2018

VeNERDÌ DELLA II SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO PARI)


Oggi Gesù ci dice: “Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo, affidando a noi la parola della riconciliazione” (Cfr. 2Cor 5,19).


Dal Vangelo secondo Marco 3,13-19: Gesù costituisce i Dodici, che chiama apostoli, che significa “inviati”. I Dodici staranno con Gesù e saranno destinati ad essere gli araldi della Buona Notizia. Avranno anche il potere di guarire gli ammalati e di scacciare i dèmoni.


Gli Apostoli prolungano la missione di Cristo: Lumen Gentium 17: Come infatti il Figlio è stato mandato dal Padre, così ha mandato egli stesso gli apostoli (cfr. Gv 20,21) dicendo: «Andate dunque e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto quanto vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo» (Mt 28,18-20). E questo solenne comando di Cristo di annunziare la verità salvifica, la Chiesa l’ha ricevuto dagli apostoli per proseguirne l’adempimento sino all’ultimo confine della terra (cfr. At 1,8). Essa fa quindi sue le parole dell’apostolo: «Guai... a me se non predicassi!» (lCor 9,16) e continua a mandare araldi del Vangelo, fino a che le nuove Chiese siano pienamente costituite e continuino a loro volta l’opera di evangelizzazione.


La scelta dei dodici - Rinaldo Fabris: Il gruppo dei discepoli, che a partire dalla seconda controversia stanno con Gesù, 2,15, prende un volto concreto. Marco, che ha già riferito la chiamata dei quattro fratelli, 1,16-20, e di Levi di Alfeo, 2,13-14, ora presenta la chiamata dei discepoli in blocco. In questo elenco egli probabilmente riproduce un’antica tradizione circa la costituzione dei dodici, alla quale però aggiunge l’elenco dei nomi conosciuto anche dagli altri evangelisti (cfr. anche At 1,13).
L’episodio situato sul monte, cioè all’aperto, nella zona collinosa del lago mette in rilievo l’iniziativa di Gesù e il suo progetto comunitario: egli chiama e costituisce un gruppo di dodici. Il termine costituire, poiéin, rimanda ai testi dell’Antico Testamento, dove sono designati o costituiti i responsabili della comunità; il numero di dodici richiama le 12 tribù dell’antico popolo di Dio. Con questa scelta Gesù fa ripartire la storia dell’alleanza da un nuovo fondamento e nucleo. Lo scopo della scelta dei dodici è duplice: stare con lui, cioè condividere in pieno il suo destino, e partecipare al suo compito o missione di annunciare il regno con il suo stesso potere (cfr. 1,39).
Con una cucitura, che si tradisce nello stile impacciato, 3,16a, Marco aggiunge alla scena di costituzione dei dodici la lista dei nomi con qualche annotazione marginale. L’elenco ufficiale dei dodici incomincia con Simone e termina con Giuda. Del primo viene indicato il nuovo nome, Pietro, che Gesù gli ha dato come segno del suo nuovo destino e del suo nuovo compito storico; dell’ultimo, Giuda Iscariota, si ricorda il triste ruolo che ha avuto nella vicenda di Gesù. Anche dei due figli di Zebedeo, i fratelli Giacomo e Giovanni, viene menzionato il soprannome dato da Gesù, Boanèrghes, che Marco spiega con figli del tuono. Anche il secondo Simone riceve un soprannome per distinguerlo da Pietro e viene contraddistinto dall’appellativo cananeo, che nella lista corrispondente di Luca è tradotto con zelotés (Lc 6,15).
Quest’ultimo, assieme a Giuda, sarebbe, secondo alcuni autori, aderente al movimento degli zeloti, che propu­gnavano la liberazione della Palestina dai romani con la lotta armata. Quelli che Gesù ha scelto non sono dei puri, né degli eroi, sono galilei, uomini della classe media, i quali condividono le speranze e le paure del loro ambiente. Il fatto di essere ricordati sempre in compagnia del traditore, che chiude la serie, è un costante invito a non considerarsi  fondatori di una dinastia spirituale, ma dei chiamati dalla somma libertà di Dio a testimoniare il suo gratuito amore che si è manifestato in Gesù di Nazaret.


Aldaberto Sisti: ne stabilì dodici: in greco si usa il verbo poiéin, fare, che nell’uso biblico equivale a costituire, destinare ad un incarico, ecc. (cf 1Re 12,31; 2Cn 2,17; 1Sm 12,6). Il significato preciso del gesto di Gesù è espresso nelle due frasi successive, nelle quali è detto che i prescelti dovevano essere sempre col Maestro, accompagnandolo nei suoi spostamenti, e in tal modo rendersi capaci di svolgere la loro futura missione di predicatori (cf 6,6-13).
Da ciò si ricava pure che non era intenzione di Gesù costituire una comunità chiusa, giacché i Dodici sono destinati a portare il suo messaggio a tutto il popolo. - che chiamò apostoli: benché la frase non sia criticamente certa, ha tuttavia una spiegazione in quanto viene aggiunta come scopo della scelta: per inviarli a predicare. Apostolo, infatti, significa inviato, da apostéllō. Oggi si discute se questo titolo possa risalire direttamente a Gesù. Certo è che nella chiesa primitiva il titolo era molto usato e che anche nell’ambiente giudaico esisteva un concetto simile, anche con un contenuto piuttosto giuridico (cf Lc 6,13).


Apostolos, nell’ellenismo, era un termine tecnico della navigazione, specialmente di quella militare e stava a significare l’invio di una flotta o di un esercito. Con questo termine si designava anche il comandante di una spedizione. In seguito la parola assunse significati diversi, come «lettera di accompagnamento» o «foglio di consegna» o anche «passaporto». Nel giudaismo a significare meglio il termine e il concetto di apostolo, quale avremo nel Nuovo Testamento, è la figura giuridica dello shaliah, che significa servo o ministro. Il termine denota una specie di ambasciatore o rappresentante, incaricato a svolgere con autorità il compito affidatogli, religioso o profano che fosse.


2. L’itinerario di una vocazione – Basilio Caballero (La Parola per ogni giorno): Si nota una differenza marcata tra il racconto della vocazione «ufficiale» dei dodici apostoli che leggiamo nel vangelo di oggi e i cinque racconti di vocazione individuale fatti anteriormente da Marco. L’episodio evangelico odierno riempie il vuoto della vocazione degli altri sette apostoli, i cui particolari ci sono sconosciuti. Questo fa sì che di distinguiamo tre tappe nella vocazione di quelli che chiamiamo  «apostoli» per antonomasia.
La prima tappa è la risposta di sequela personale alla chiamata di un maestro che colpisce per la sua autorità: vieni, seguimi, poi, quando Gesù si propone di fondare la sua Chiesa, designa dodici tra i suoi numerosi discepoli e li nomina ufficialmente apostoli, parola di origine greca che significa «inviati». Uno per ognuna delle dodici tribù dell’antico Israele. E, infine, la terza tappa vocazionale seguirà il ritmo delle apparizioni pasquali del Signore risorto. Allora verrà fortemente sottolineata la missione di testimonianza ed evangelizzazione, come impegno fondamentale dei chiamati. Di fatto, tutti furono martiri (cioè «testimoni»).
Questo itinerario vocazionale ascendente può essere assunto come modello di ogni vocazione cristiana. Abbiamo bisogno di approfondire costantemente le prime motivazioni della nostra sequela di Cristo per crescere sempre di più nella conoscenza della sua persona, della sua opera e del suo messaggio, come pure nell’amore e nella fedeltà. In una parola, possiamo sempre progredire nella lunga avventura della vocazione cristiana alla sequela del messia Gesù, l’inviato del Padre, il missionario del regno, l’agnello immolato sulla croce, il Signore risorto che dà lo Spirito alla sua Chiesa.

Oggi ti lodiamo, Padre, perché Gesù
pensò a noi scegliendo i suoi dodici apostoli
come pilastri e guide del tuo nuovo popolo, la Chiesa.

Tu chiami personalmente anche ognuno di noi
a imbarcarci con gioia e generosità incondizionata
nella grande avventura di seguire i passi di Cristo.
Egli ha l’iniziativa e noi vogliamo collaborare.

Grazie, Signore Gesù, per averci chiamati a seguirti,
a dividere la tua vita, i tuoi affanni, la tua parola,
la tua missione evangelizzatrice
e la tua passione per la giustizia,
in mezzo al nostro ambiente familiare, sociale e di lavoro.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Oggi ti lodiamo, Padre, perché Gesù pensò a noi scegliendo i suoi dodici apostoli come pilastri e guide del tuo nuovo popolo, la Chiesa.
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Dio onnipotente ed eterno, che governi il cielo e la terra, ascolta con bontà le preghiere del tuo popolo e dona ai nostri giorni la tua pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo...