IL PENSIERO DEL GIORNO


22 Settembre 2017


Oggi Gesù ci dice: «Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (cfr. Rit. Salmo responsoriale).

Vangelo secondo Luca 8,13: Andando contro radicate consuetudini e immorali pregiudizi, ai discepoli sono associate alcune donne “che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità”. Saranno fedeli compagne del Cristo, appassionatamente lo seguiranno fin sul monte Calvario, e avranno la gioia di essere le prime a vedere Gesù risorto, e saranno le prime testimoni e apostole della risurrezione.


La donna nella riflessione dei sapienti - X. Léon-Dufour (Dizionario di Teologia Biblica): Rare, ma nient’affatto tenere, sono le massime attribuite a donne sulle donne (Prov 31,1-9); il ritratto biblico della donna è firmato da uomini; e se non sempre è lusinghiero, non prova affatto che i loro autori siano misogini. La severità dell’uomo nei confronti della donna è la contropartita del bisogno che egli ne ha. Così descrive il suo sogno: «trovare una donna è trovare la fortuna» (Prov 18,22; cfr. 5,15-18), significa avere «un aiuto simile a sé», un saldo sostegno, una siepe per la propria vigna, un nido contro l’appello alla vita errabonda (Eccli 36,24.27); significa trovare, oltre la forza mascolina che lo rende fiero, la grazia personificata (Prov 11,16); che dire se questa donna è valente (Prov 12,4; 31,10-31)? Basta evocare la descrizione della sposa nel Cantico (Cant 4,15; 7,2-10).
Ma l’uomo che ha esperienza teme la fragilità essenziale della sua compagna. La bellezza non basta (Prov 11,22); anzi, è pericolosa quando in Dalila è congiunta all’astuzia (Giud 14,1ss; 16,4-21), quando seduce l’uomo semplice (Eccli 9,1-9; cfr. Gen 3,6). Le figlie causano molta preoccupazione ai loro genitori (Eccli 42,9ss); e l’uomo che si permette molte libertà al di fuori della donna della sua giovinezza (cfr. Prov 5,15-20), teme la versatilità della donna, la sua inclinazione all’adulterio (Eccli 25,13-26,18); deplora che essa si dimostri vanitosa (Is 3,16-24), «stolta» (Prov 9,13-18; 19,14; 11,22), rissosa, lunatica e malinconica (Prov 19,13; 21,9.19; 27,15 s).
Non bisognerebbe limitare a questi quadretti di costume l’idea che i sapienti avevano della donna. Di fatto questa è una figura della sapienza divina (Prov 8,22-31); manifesta poi la forza di Dio che si serve degli strumenti deboli per procurare la sua gloria. Già Anna magnificava il Signore degli umili (1Sam 2); Giuditta, come una profetessa in atto, mostra che tutti possono contare sulla protezione di Dio; la sua bellezza, la sua prudenza, la sua abilità, il suo coraggio e la sua castità nella vedovanza ne fanno un tipo perfetto della donna secondo il disegno di Dio nel Vecchio Testamento.
Questo ritratto, per quanto bello, non conferisce ancora alla donna la sua dignità sovrana. La preghiera quotidiana dell’ebreo lo dice ancor oggi con ingenuità: «Benedetto sii tu, Dio nostro, per non avermi fatto né pagano, né donna, né ignorante!», mentre la donna si accontenta di dire: «Lodato sii tu, o Signore, che mi hai creata secondo la tua volontà». Di fatto, soltanto Cristo consacra la dignità della donna.
Questa consacrazione ebbe luogo nel giorno dell’annunciazione. Il Signore volle nascere da una donna (Gal 4,4). Maria, vergine e madre, realizza in sé il voto femminile della fecondità; nello stesso tempo rivela e consacra il desiderio fino allora soffocato della verginità, assimilata ad una vergognosa sterilità. In Maria si incarna l’ideale della donna, perché essa ha dato i natali al principe della vita. Ma, mentre la donna di quaggiù corre il rischio di limitare la sua ammirazione alla vita corporale che ha donato al più bello dei figli degli uomini, Gesù ha rivelato l’esistenza di una maternità spirituale, frutto portato dalla verginità della fede (Lc 11,28s). Attraverso Maria la donna può diventare simbolo dell’anima credente. Si comprende quindi come Gesù accetti di lasciarsi seguire da sante donne (Lc 8,1ss), di prendere come esempio delle vergini fedeli (Mt 25,1-13) o di affidare a donne una missione (Gv 20,17). Si comprende come la Chiesa nascente segnali il posto e la parte avuta da numerose donne (Atti 1,14; 9,36.41; 12,12; 16,14s), ormai chiamate a collaborare all’opera della Chiesa.


Il seguito femminile di Gesù: Giovanni Paolo II (Discorso 29 aprile 1979): È particolarmente commovente meditare sull’atteggiamento di Gesù verso la donna: egli si dimostrò audace e sorprendente per quei tempi, in cui nel paganesimo la donna era considerata oggetto di piacere, di merce e di fatica, e nel giudaismo era emarginata e avvilita. Gesù mostrò sempre la massima stima e il massimo rispetto per la donna, per ogni donna, e in particolare fu sensibile verso la sofferenza femminile. Oltrepassando le barriere religiose e sociali del tempo, Gesù ristabilì la donna nella sua piena dignità di persona umana davanti a Dio e davanti agli uomini. Come non ricordare i suoi incontri con Marta e Maria, con la Samaritana, con la vedova di Naim, con la donna adultera, con l’ammalata di emorragia, con la peccatrice in casa di Simone il Fariseo? «Le sono perdonati i suoi molti peccati poiché ha molto amato» (Lc 7,47). Il cuore vibra di commozione al solo enumerarli. E come non ricordare, soprattutto, che Gesù volle associare alcune donne ai Dodici, che lo accompagnavano e lo servivano, e gli furono di conforto durante la via dolorosa fin sotto la Croce? E dopo la risurrezione Gesù apparve alle pie donne e a Maria Maddalena, incaricandola di annunziare ai discepoli la sua Risurrezione. Desiderando incarnarsi ed entrare nella nostra storia umana, Gesù volle avere una Madre, Maria Santissima, ed elevò così la donna al più alto e mirabile fastigio della dignità, Madre di Dio Incarnato, Immacolata, Assunta, Regina del Cielo e della Terra. Perciò voi donne cristiane, come Maria Maddalena e le altre donne del Vangelo, dovete annunziare, testimoniare che Cristo è veramente risorto, che lui è la nostra vera ed unica consolazione! Abbiate quindi cura della vostra vita interiore.


Catechismo della Chiesa Cattolica

Uguaglianza e diversità volute da Dio

369 L’uomo e la donna sono creati, cioè sono voluti da Dio: in una perfetta uguaglianza per un verso, in quanto persone umane, e, per l’altro verso, nel loro rispettivo essere di maschio e di femmina. “Essere uomo”, “essere donna” è una realtà buona e voluta da Dio: l’uomo e la donna hanno una insopprimibile dignità, che viene loro direttamente da Dio, loro Creatore. L’uomo e la donna sono, con una identica dignità, “a immagine di Dio”. Nel loro “essere-uomo” ed “essere-donna”, riflettono la sapienza e la bontà del Creatore.

370 Dio non è a immagine dell’uomo. Egli non è né uomo né donna. Dio è puro spirito, e in lui, perciò, non c’è spazio per le differenze di sesso. Ma le “perfezioni” dell’uomo e della donna riflettono qualche cosa dell’infinita perfezione di Dio: quelle di una madre e quelle di un padre e di uno sposo.


Dignità della donna

2334 “Creando l’uomo “maschio e femmina”, Dio dona la dignità personale in egual modo all’uomo e alla donna”. “L’uomo è una persona, in eguale misura l’uomo e la donna: ambedue infatti sono stati creati ad immagine e somiglianza del Dio personale”.

2335 Ciascuno dei due sessi, con eguale dignità, anche se in modo differente, è immagine della potenza e della tenerezza di Dio. L’unione dell’uomo e della donna nel matrimonio è una maniera di imitare, nella carne, la generosità e la fecondità del Creatore: “L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne” (Gen 2,24). Da tale unione derivano tutte le generazioni umane

2393 Creando l’essere umano uomo e donna, Dio dona all’uno e all’altra, in modo uguale, la dignità personale. Spetta a ciascuno, uomo e donna, riconoscere e accettare la propria identità sessuale.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Gesù mostrò sempre la massima stima e il massimo rispetto per la donna, per ogni donna, e in particolare fu sensibile verso la sofferenza femminile.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che hai creato e governi l’universo, fa’ che sperimentiamo la potenza della tua misericordia, per dedicarci con tutte le forze al tuo servizio. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


IL PENSIERO DEL GIORNO


21 Settembre 2017


Oggi Gesù ci dice: «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (cfr. Mt  9,13).

Il Vangelo mette in risalto la potenza della parola di Cristo: la Parola chiama alla sequela l’esattore di tasse Matteo, lo muove dal di dentro per una risposta pronta e positiva e l’esattore delle tasse senza battere ciglio si alza e la segue; la Parola ha il potere (exousia) di annunziare la remissione dei peccati, di proclamare ai poveri il Vangelo, la buona notizia, e di annunziare la liberazione ai prigionieri; la Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto (Eb 4,12-13). Tra le righe la gioia, la festa per sottolineare l’attenzione amorosa di Dio per i più disperati, per i peccatori, per coloro che a motivo della loro vita o mestiere erano considerati dannati. Gesù non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori, perché diventino giusti attraverso la loro fede in lui (cfr. Gal 2,16), attraverso l’abbandono totale e fiducioso in lui, che «è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rom 4,25). Viene smantellata quella peregrina idea che faceva considerare la salvezza come una miscela di obbedienza pedissequa della Legge e di supererogazione di opere buone (cfr. Lc 18,9-14). Tutto è grazia e come corrispondenza al dono gratuito della salvezza Dio desidera unicamente il nostro amore (cfr. Dt 6,5), come Matteo il pubblicano immantinènte gli ha dato.


Benedetto XVI (Udienza Generale, 30 agosto 2006): ... “egli si alzò e lo seguì”. La stringatezza della frase mette chiaramente in evidenza la prontezza di Matteo nel rispondere alla chiamata. Ciò significava per lui l’abbandono di ogni cosa, soprattutto di ciò che gli garantiva un cespite di guadagno sicuro, anche se spesso ingiusto e disonorevole. Evidentemente Matteo capì che la familiarità con Gesù non gli consentiva di perseverare in attività disapprovate da Dio. Facilmente intuibile l’applicazione al presente: anche oggi non è ammissibile l’attaccamento a cose incompatibili con la sequela di Gesù, come è il caso delle ricchezze disoneste. Una volta Egli ebbe a dire senza mezzi termini: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel regno dei cieli; poi vieni e seguimi” (Mt 19,21). È proprio ciò che fece Matteo: si alzò e lo seguì! In questo ‘alzarsi’ è legittimo leggere il distacco da una situazione di peccato ed insieme l’adesione consapevole a un’esistenza nuova, retta, nella comunione con Gesù.


Catechismo della Chiesa Cattolica

588-589: Gesù ha scandalizzato i farisei mangiando con i pubblicani e i peccatori con la stessa familiarità con cui pranzava con loro. Contro quelli tra i farisei «che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri» (Lc 18,9), Gesù ha affermato: «Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi» (Lc 5,32). Si è spinto oltre, proclamando davanti ai farisei che, essendo il peccato universale, coloro che presumono di non aver bisogno di salvezza, sono ciechi sul proprio conto. Gesù ha suscitato scandalo soprattutto per aver identificato il proprio comportamento misericordioso verso i peccatori con l'atteggiamento di Dio stesso a loro riguardo. È arrivato a lasciar intendere che, sedendo a mensa con i peccatori, li ammetteva al banchetto messianico. Ma è soprattutto perdonando i peccati, che Gesù ha messo le autorità religiose di Israele di fronte a un dilemma. Infatti, come costoro, inorriditi, giustamente affermano, solo Dio può rimettere i peccati. Perdonando i peccati, Gesù o bestemmia perché è un uomo che si fa uguale a Dio, oppure dice il vero e la sua Persona rende presente e rivela il Nome di Dio.

2099-2100: È giusto offrire sacrifici a Dio in segno di adorazione e di riconoscenza, di implorazione e di comunione: «Ogni azione compiuta per aderire a Dio rimanendo con lui in comunione, e poter così essere nella gioia, è un vero sacrificio». Per essere autentico, il sacrificio esteriore deve essere espressione del sacrifico spirituale: «Uno spirito contrito è sacrificio...» (Sal 51,19). I profeti dell’Antica Alleanza spesso hanno denunciato i sacrifici compiuti senza partecipazione interiore o disgiunti dall’amore del prossimo. Gesù richiama le parole del profeta Osea: «Misericordia voglio, non sacrificio» (Mt 9,13; Mt 12,7). L’unico sacrificio perfetto è quello che Cristo ha offerto sulla croce in totale oblazione all’amore del Padre e per la nostra salvezza. Unendoci al suo sacrificio, possiamo fare della nostra vita un sacrificio a Dio.


La Bibbia di Navarra: Questo Matteo, cui Gesù rivolge la sua chiamata, è l’apostolo dal medesimo nome e l’autore umano del primo Vangelo. È lo stesso personaggio che in Mc 2,14 e in Lc 5,27 viene chiamato Levi, figlio di Alfeo, o semplicemente Levi. È Dio che chiama. Per poter seguire Gesù in modo permanente non basta il proposito dell’uomo, ma si richiede, assolutamente, la chiamata individuale da parte del Signore, cioè la grazia della vocazione [cfr. Mt 4,19-21; Mc l,17-20; Gv 1,39; e altri passi]. Tale chiamata implica la previa elezione divina. In altri termini, a prendere l’iniziativa non è l’uomo; al contrario, è Gesù a chiamare per primo e l’uomo risponde alla chiamata con la sua libera decisione personale: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» [Gv 15,16]. Da notare la prontezza con cui Matteo “segue” la chiamata di Gesù. In presenza della voce di Dio si può insinuare nell’anima la tentazione di rispondere: «Domani; non sono ancora preparato». In fondo, questa e altre consimili ragioni non sono altro che egoismo e paura, a meno che la paura non sia un ulteriore indizio della chiamata [cfr. Gio 1]. Domani rischia di essere troppo tardi. Come quella di altri apostoli, la chiamata di san Matteo avviene nelle normali circostanze della sua vita: «Che il Signore sia venuto a cercarti nell’esercizio della tua professione? Cosi cercò i primi: Pietro, Andrea, Giovanni e Giacomo accanto alle reti: Matteo seduto al banco degli esattori... E - sbalordisci! - Paolo nel suo accanimento di metter fine alla semenza dei cristiani» [Cammino, n. 799].


Pietro Crisologo: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?» [Mt 9,11]. E chi è peccatore, se non chi nega di essere peccatore? Anzi, è maggiormente peccatore... chi non si conosce come peccatore. E chi è ingiusto, se non chi si ritiene giusto? Tu hai letto, o fariseo: “Nessun vivente è giusto al tuo cospetto” [Sal 142,2]. Finché rimaniamo “nel nostro corpo mortale” [Rm 6,12], e prevale in noi la fragilità, anche se vinciamo i peccati di azione, non siamo però in grado di vincere i peccati di pensiero e di fuggire le ingiustizie. E anche supponendo di evitare la soggezione del corpo, nonché di pervenire al dominio della cattiva coscienza, come possiamo abolire le colpe di negligenza e i peccati di ignoranza? O fariseo, confessa il peccato, perché tu possa accedere alla mensa di Cristo; perché Cristo ti sia pane, e quel pane si spezzi in perdono dei peccati; perché sia bevanda Cristo, che viene effusa in remissione dei tuoi delitti. O fariseo, siedi a pranzo con i peccatori, perché tu possa desinare con Cristo. Riconosciti peccatore, affinché Cristo pranzi con te. Entra con i peccatori al convito del tuo Signore, perché tu possa non esser più peccatore. Entra nella casa della misericordia con il perdono di Cristo, perché tu non venga con la tua giustizia punito e buttato fuori dalla casa della misericordia. Conosci Cristo, ascolta Cristo, ascolta il tuo Signore, ascolta il Medico celeste che confuta perentoriamente le tue calunnie: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati” [Mt 9,12]. Se vuoi la cura, riconosci il malanno. “Non son venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” [Mt 9,13]. Se aneli alla misericordia, confessa il peccato.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati (Mt 9,12). 
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che nel disegno della tua misericordia, hai scelto Matteo il pubblicano e lo hai costituito apostolo del Vangelo, concedi anche a noi, per il suo esempio e la sua intercessione, di corrispondere alla vocazione cristiana e di seguirti fedelmente in tutti i giorni della nostra vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


IL PENSIERO DEL GIORNO


20 Settembre 2017


Oggi Gesù ci dice: «Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!» (Lc 7,32).

Il duro giudizio di Gesù sugli uomini del suo tempo non lascia spazi ad equivoci. Tempo dopo, con rinnovata amarezza, ripeterà questo giudizio: O generazione incredula e perversa, fino a quando sarò con voi e vi sopporterò? (Lc 7,41). Gesù conosceva tutti (Gv 2,24), leggeva nei loro cuori, e questo “fa comprendere che non si tratta di una presa di posizione pessimistica da parte di Gesù..., quanto la cecità che ogni generazione ha nel cogliere i “segni dei tempi”, ossia i segni di Dio e della salvezza che sono scritti nella storia umana. In genere siamo tutti talmente presi da noi stessi e dal nostro egocentrismo che non riusciamo a vedere null’altro oltre quel che ci riguarda. È emblematico quanto dice Gesù: Giovanni, che fa penitenza, è accusato di avere un demonio, e lui che mangia e beve di essere un mangione. Spesso si cade in atteggiamenti irritati o piagnoni perché si vuole difendere ad ogni costo se stessi.» (Mons. Vincenzo Paglia).


A chi posso paragonare la gente di questa generazione?: Catechismo della Chiesa Cattolica 30: «Gioisca il cuore di chi cerca il Signore» (Sal 105,3). Se l’uomo può dimenticare o rifiutare Dio, Dio però non si stanca di chiamare ogni uomo a cercarlo perché viva e trovi la felicità. Ma tale ricerca esige dall’uomo tutto lo sforzo della sua intelligenza, la rettitudine della sua volontà, «un cuore retto» ed anche la testimonianza di altri che lo guidino nella ricerca di Dio.


Mario Galizzi (Vangelo secondo Luca): Si ha l’impressione di essere di fronte a un monologo. L’inizio: Tutto il popolo..., sembra escludere che Gesù stia parlando alla folla (7,24). Egli appare ora in veste di Giudice. Parte da una considerazione sulla missione del Battista, per poi parlare del suo agire. Il giudizio su Giovanni è molto positivo: le masse, compresi i pubblici peccatori (= pubblicani), hanno riconosciuto nell’attività del Battista l’agire di Dio, la presenza di Dio che salva. Hanno quindi dato ragione a Dio, cioè gli hanno ubbidito e si sono convertiti, e si fecero battezzare da Giovanni. Non così le guide religiose del popolo, i farisei e i pubblicani. Il giudizio che Gesù pronuncia su di loro, secondo il solo Luca, è durissimo: «Avete disprezzato il volere di Dio, non avete accolto l’invito alla conversione predicato da Giovanni, avete rifiutato il suo battesimo». Hanno cioè rifiutato di credere che Dio potesse agire a salvezza per loro, i «puri», i sani che non hanno bisogno del medico (5,32). Lo dice assai bene anche Matteo, in un passo non necessariamente parallelo (21,32): Gesù riferendosi ai gran sacerdoti e anziani del popolo (altre due categorie di autorità ebraiche) dice di loro: «Non avete creduto a Giovanni, e anche quando avete visto che i pubblicani e le prostitute credevano in lui, non avete cambiato parere, non gli avete creduto».
I capi d’Israele, quasi in massa, si sono opposti. E Luca che ha già detto di loro che furono pieni di stupidità quando decisero che cosa fare a Gesù (6,11), ora presenta Gesù che li paragona a bambini capricciosi i quali si rifiutano di giocare insieme (7,31-32) e che denuncia il loro comportamento nei suoi riguardi e nei riguardi di Giovanni. Dell’austero Battista hanno detto che era un indemoniato (un nevrotico), di lui dicono che è un mangione e un beone, amico dei pubblicani, cioè dei pubblici peccatori. Questo rifiuto di Giovanni presagisce il rifiuto di lui, un rifiuto non motivato. Egli ha già cercato tante volte di dialogare con loro, di spiegare il suo agire (vedi l’intera sezione 7,17-6,11), ma essi non fecero nessun sforzo per capire i motivi del suo operare. Parlan­do un linguaggio moderno, sono simili a quella gente che vogliono una Chiesa a loro misura, i santi secondo i loro gusti. Se non entrano nelle loro categorie mentali, si scandalizzano, cioè rifiutano di credere … Gesù, comunque, sempre ottimista, conclude osservando l’aspetto positivo della missione di Giovanni e sua. Il versetto 35 richiama il 29. Nei due versetti si usa lo stesso verbo greco: là all’attivo con il significato di dare ragione (o di riconoscere giusto) qui al passivo (7,35) nel senso di essere riconosciuta giusta. Questo richiamo dice che il termine sapienza indica qualcosa che appartiene a Dio. Si tratta infatti di quella sapienza di Dio che in un mondo peccatore sa sempre trovare nuove vie per realizzare il suo disegno di salvezza. Sapienza di Dio per Paolo è Gesù crocifisso (1Cor 1,24). Ma sapienza di Dio è pure tutto il cammino di Cristo che a quell’evento conduce. Ebbene, questa sapienza di Dio è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli. Un’espressione, quest’ultima, che richiama i figli dell’Altissimo di 6,35, cioè coloro che imitano il Padre celeste e che aderiscono all’agire di Dio che si è rivelato in Giovanni e ora in Gesù.
Ebbene, i sapienti di questo mondo, i capi d’Israele, rifiutano, disprezzano il modo con cui oggi Dio pretende rivelarsi e non si convertono. Non così il popolo, le persone semplici, i poveri ai quali è annunciato il lieto messaggio, e tanto meno i peccatori. E Luca ce ne offre subito un esempio. In questo brano non ha abbinato ai pubblicani le prostitute (vedi invece Mt 21,31-32). Ora però parla di una prostituta che si converte e lo fa abbinandola a un fariseo che si crede giusto, non bisognoso di conversione (Lc 7,36-50).


È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve...: Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 10 febbraio 1988): Tutta la vita terrena di Cristo e tutto lo svolgimento della sua missione rendono testimonianza alla verità della sua assoluta impeccabilità. Lui stesso ha lanciato la sfida: “Chi di voi può convincermi di peccato?” (Gv 8,46). Uomo “senza peccato”, Gesù Cristo è durante tutta la sua vita in lotta con il peccato e con tutto ciò che genera il peccato, a cominciare da satana, che è “padre della menzogna” nella storia dell’uomo “fin da principio” (cfr. Gv 8,44). Questa lotta si delinea già alla soglia della missione messianica di Gesù, nel momento della tentazione (cfr. Mc 1,13; Mt 4,1-11; Lc 4,1-13), e raggiunge il suo culmine nella croce e nella risurrezione. Lotta che dunque termina con la vittoria. Questa lotta al peccato e alle sue stesse radici non rende Gesù estraneo all’uomo. Al contrario, lo avvicina agli uomini, a ogni uomo. Nella sua vita terrena Gesù era solito mostrarsi particolarmente vicino a quelli che agli occhi degli altri passavano come peccatori. Lo vediamo in molti testi del Vangelo. Sotto questo aspetto è importante il “paragone” che Gesù fa tra se stesso e Giovanni Battista. Egli dice: “È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto: Ha un demonio. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori” (Mt 11,18-19). È evidente il carattere “polemico” di queste parole nei riguardi di coloro che prima hanno criticato Giovanni Battista, profeta solitario e asceta severo che viveva e battezzava nei pressi del Giordano, e poi criticano Gesù perché si muove e opera in mezzo alla gente. Ma è altrettanto trasparente da tali parole la verità del modo di essere, di sentire, di comportarsi di Gesù verso i peccatori.


Massimo da Torino, Sermo 42,4: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; abbiamo intonato lamenti e non avete pianto: infatti vi annunciamo la gioia del Regno celeste, e i vostri cuori non esultano minimamente di un moto di vivacità; predichiamo il terribile giudizio, e i vostri animi non scoppiano in un pianto di pentimento. È una forma di mancanza di fede nelle realtà divine non godere di ciò che è prospero e non piangere per il suo contrario. Dunque il Signore esige da noi il ballo, ma non quello di un corpo flessuoso, bensì quello della santità di una fede che si innalza.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
***  L’incredulità colpevole sarà condannata: Catechismo della Chiesa Cattolica 678: In linea con i profeti e Giovanni Battista Gesù ha annunziato nella sua predicazione il Giudizio dell’ultimo Giorno. Allora saranno messi in luce la condotta di ciascuno e il segreto dei cuori. Allora verrà condannata l’incredulità colpevole che non ha tenuto in alcun conto la grazia offerta da Dio. L’atteggiamento verso il prossimo rivelerà l’accoglienza o il rifiuto della grazia e dell’amore divino. Gesù dirà nell’ultimo giorno: “Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” ( Mt 25,40).
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che hai creato e governi l’universo, fa’ che sperimentiamo la potenza della tua misericordia, per dedicarci con tutte le forze al tuo servizio. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


IL PENSIERO DEL GIORNO

19 Settembre 2017
  

Oggi Gesù ci dice: «Ragazzo, dico a te, alzati!» (Lc 7,14).

Luca ama mettere in evidenza la compassione di Gesù. La madre non chiede nulla al Signore, semplicemente mostra piangendo il suo dolore e Gesù si lascia coinvolgere dal dolore della donna. Gesù compie il miracolo con una parola che suona come un ordine: Ragazzo, dico a te, àlzati! Nessuna invocazione a Dio, nessuna preghiera, nessun gesto, ma soltanto una parola in prima persona, dico a te. Forse è proprio questo l’intento principale di Luca: affermare che la parola di Gesù è parola che salva e dona la vita.


La compassione di Gesù: Catechismo della Chiesa Cattolica 1503: La compassione di Cristo verso i malati e le sue numerose guarigioni di infermi di ogni genere sono un chiaro segno del fatto che Dio ha visitato il suo popolo e che il regno di Dio è vicino. Gesù non ha soltanto il potere di guarire, ma anche di perdonare i peccati: è venuto a guarire l’uomo tutto intero, anima e corpo; è il medico di cui i malati hanno bisogno. La sua compassione verso tutti coloro che soffrono si spinge così lontano che egli si identifica con loro: «Ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,36). Il suo amore di predilezione per gli infermi non ha cessato, lungo i secoli, di rendere i cristiani particolarmente premurosi verso tutti coloro che soffrono nel corpo e nello spirito. Esso sta all’origine degli instancabili sforzi per alleviare le loro pene.


Gli interrogativi più profondi del genere umano - Gaudium et spes 10: In verità gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo. È proprio all’interno dell’uomo che molti elementi si combattono a vicenda. Da una parte infatti, come creatura, esperimenta in mille modi i suoi limiti; d’altra parte sente di essere senza confini nelle sue aspirazioni e chiamato ad una vita superiore. Sollecitato da molte attrattive, è costretto sempre a sceglierne qualcuna e a rinunziare alle altre. Inoltre, debole e peccatore, non di rado fa quello che non vorrebbe e non fa quello che vorrebbe.
Per cui soffre in se stesso una divisione, dalla quale provengono anche tante e così gravi discordie nella società. Molti, è vero, la cui vita è impregnata di materialismo pratico, sono lungi dall’avere una chiara percezione di questo dramma; oppure, oppressi dalla miseria, non hanno modo di rifletterci. Altri, in gran numero, credono di trovare la loro tranquillità nelle diverse spiegazioni del mondo che sono loro proposte. Alcuni poi dai soli sforzi umani attendono una vera e piena liberazione dell’umanità, e sono persuasi che il futuro regno dell’uomo sulla terra appagherà tutti i desideri del suo cuore. Né manca chi, disperando di dare uno scopo alla vita, loda l’audacia di quanti, stimando l’esistenza umana vuota in se stessa di significato, si sforzano di darne una spiegazione completa mediante la loro sola ispirazione.
Con tutto ciò, di fronte all’evoluzione attuale del mondo, diventano sempre più numerosi quelli che si pongono o sentono con nuova acutezza gli interrogativi più fondamentali: cos’è l’uomo?
Qual è il significato del dolore, del male, della morte, che continuano a sussistere malgrado ogni progresso?
Cosa valgono quelle conquiste pagate a così caro prezzo?
Che apporta l’uomo alla società, e cosa può attendersi da essa?
Cosa ci sarà dopo questa vita?
Ecco: la Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre all’uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua altissima vocazione; né è dato in terra un altro Nome agli uomini, mediante il quale possono essere salvati. Essa crede anche di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana.
Inoltre la Chiesa afferma che al di là di tutto ciò che muta stanno realtà immutabili; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli.
Così nella luce di Cristo, immagine del Dio invisibile, primogenito di tutte le creature il Concilio intende rivolgersi a tutti per illustrare il mistero dell’uomo e per cooperare nella ricerca di una soluzione ai principali problemi del nostro tempo.


Risurrezione del figlio della vedova di Naim - Ambrogio (In Luc., 5, 89-92): “Come fu presso la porta della città, ecco che trasportavano un morto, unico figlio di sua madre, e questa era vedova, e molta gente era con lei. Il Signore, vedendola, ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere». E avvicinatosi, toccò la bara” (Lc 7,12-13).
Anche questo passo è ricco di un doppio insegnamento: ci fa comprendere come la divina misericordia venga toccata dal dolore di una madre vedova, addolorata per la perdita del suo figlio unico, di una vedova cui però la folla in lutto restituisce un certo modo i benefici della maternità; d’altra parte, questa vedova, circondata da una folla di popolo, ci sembra assai più di una donna: essa con le sue lacrime ha meritato d’ottenere la risurrezione dell’adolescente, suo figlio unico, così come la santa Chiesa richiama alla vita, dal corteo funebre e dalle profondità del sepolcro, il popolo più giovane, grazie alle sue lacrime, mentre viene proibito di piangere colui cui è riservata la risurrezione.
Orbene, questo morto era portato alla tomba, nella bara, dai quattro elementi della materia; ma esso portava la speranza della risurrezione poiché veniva trasportato nel legno. Quel legno non giovò subito, è vero: ma non appena Gesù lo toccò, esso cominciò a comunicare la vita, perché era un chiaro simbolo della salvezza che doveva diffondersi su tutti, dal patibolo della croce.
Appena udite le parole del Signore, i quattro lugubri portatori della bara si fermarono: essi trascinavano il corpo umano nella mortale vicenda della sua natura materiale. Che altro significa ciò se non che anche noi ci troviamo distesi senza vita in una bara, strumento dell’ultima sepoltura, allorquando il fuoco smisurato della cupidigia senza freni ci consuma, oppure l’amore freddo ci gela, o un certo abituale torpore del corpo smorza il vigore dell’anima, o il nostro spirito, privo della vera luce, s’annebbia nell’intelligenza? Questi sono infatti i portatori del nostro funerale.
Ma, sebbene i supremi sintomi della morte facciano scomparire ogni speranza di vita, sebbene i corpi dei defunti giacciano vicini al sepolcro, pur tuttavia, per la Parola di Dio, i cadaveri già in disfacimento si rialzano, ritorna la voce, ed ecco il figlio viene restituito alla madre, è richiamato dalla tomba, strappato al sepolcro.
Che cosa rappresenta questa tomba se non i cattivi costumi? La tua tomba è la mancanza di fede, il tuo sepolcro è la gola - infatti “la loro gola è un sepolcro spalancato” (Sal 5,11) - che pronunzia parole di morte. Da questo sepolcro ti libera Cristo, e tu da questo sepolcro risorgerai se ascolterai la Parola di Dio.
Anche se sei in grave peccato, un peccato che non puoi lavare con le lacrime del pentimento, ebbene, che pianga allora per te la madre Chiesa, che interviene per ciascuno dei suoi figli come interviene la madre vedova per il suo figlio unico; essa piange per una sofferenza spirituale che in lei è naturale quando vede i suoi figli spinti verso la morte dai vizi funesti. Noi siamo le viscere delle sue viscere: vi sono infatti anche viscere spirituali, quelle che Paolo mostrava di possedere quando diceva: “Sì, fratello, possa io trarre da te qualche utile per il Signore; acqueta le mie viscere in Cristo” (Fm 20). Noi siamo le viscere della Chiesa perché siamo membra del suo corpo, siamo fatti della sua carne e delle sue ossa.
Che pianga dunque la tenera madre, e un popolo, un popolo numerosissimo partecipi al dolore della buona madre. Allora tu ti risolleverai dalla morte, allora sarai liberato dal sepolcro; i portatori della tua bara si arresteranno, e tu comincerai a dire parole di vita; tutti avranno timore. E per l’esempio di uno solo molti si metteranno sulla diritta via, e loderanno Dio per averci accordato tanti potenti rimedi per evitare la morte.


La sofferenza definitiva: Salvifici doloris 14: L’uomo «muore», quando perde «la vita eterna». Il contrario della salvezza non è, quindi, la sola sofferenza temporale, una qualsiasi sofferenza, ma la sofferenza definitiva: la perdita della vita eterna, l’essere respinti da Dio, la dannazione. Il Figlio unigenito è stato dato all’umanità per proteggere l’uomo, prima di tutto, contro questo male definitivo e contro la sofferenza definitiva. Nella sua missione salvifica egli deve, dunque, toccare il male alle sue stesse radici trascendentali, dalle quali esso si sviluppa nella storia dell’uomo. Tali radici trascendentali del male sono fissate nel peccato e nella morte: esse, infatti, si trovano alla base della perdita della vita eterna. La missione del Figlio unigenito consiste nel vincere il peccato e la morte. Egli vince il peccato con la sua obbedienza fino alla morte, e vince la morte con la sua risurrezione.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** L’uomo «muore», quando perde «la vita eterna».
Questa parola cosa ti suggerisce?

Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che hai creato e governi l’universo, fa’ che sperimentiamo la potenza della tua misericordia, per dedicarci con tutte le forze al tuo servizio. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


IL PENSIERO DEL GIORNO


18 Settembre 2017


Oggi Gesù ci dice: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito; chiunque crede in lui ha la vita eterna» (Gv 3,16; Cf. Canto al Vangelo).


Neanche in Israele ho trovato una fede così grande: Il centurione romano, era stimato e benvoluto dagli abitanti di Cafarnao, in modo particolare per la sua generosità: aveva, infatti, costruito a sue spese una sinagoga. La preoccupazione per un suo servo, caduto in una grave malattia, lo spinge a rivolgersi a Gesù. Due sentimenti emergono in questo centurione romano: l’amore che nutre per il suo servo, l’aveva molto caro, e la fiducia che poneva in Gesù. Si tratta di una fiducia così forte da fargli pronunciare quelle parole che tutti i cristiani ancora oggi pronunciano durante la liturgia eucaristica: Signore... Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto... ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Questo pagano, diviene immagine del vero credente, di colui cioè che fiduciosamente si abbandona alla potenza salvifica della Parola.


Gesù rattristato per l’incredulità… - Catechismo della Chiesa Cattolica 2610: Come Gesù prega il Padre e rende grazie prima di ricevere i suoi doni, così egli ci insegna questa audacia filiale: “Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto” (Mc 11,24). Tale è la forza della preghiera: “Tutto è possibile per chi crede” (Mc 9,23), con una fede che non dubita [Mt 21,21]. Quanto Gesù è rattristato dalla “incredulità” (Mc 6,6) dei discepoli e dalla “poca fede” (Mt 8,26) dei suoi compaesani, tanto si mostra pieno di ammirazione davanti alla fede davvero grande del centurione romano [Mt 8,10] e della cananea [Mt 15,28].


In quel tempo, Gesù, quando ebbe terminato… - Papa Francesco (Omelia, 29 Maggio 2016): Anche il Vangelo odierno ci parla di servizio, mostrandoci due servitori, da cui possiamo trarre preziosi insegnamenti: il servo del centurione, che viene guarito da Gesù, e il centurione stesso, al servizio dell’imperatore. Le parole che questi manda a riferire a Gesù, perché non venga fino alla sua casa, sono sorprendenti e sono spesso il contrario delle nostre preghiere: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto» (Lc 7,6); «non mi sono ritenuto degno di venire da te» (v. 7); «anch’io infatti sono nella condizione di subalterno» (v. 8). Davanti a queste parole Gesù rimane ammirato. Lo colpisce la grande umiltà del centurione, la sua mitezza. [...] Egli, di fronte al problema che lo affliggeva, avrebbe potuto agitarsi e pretendere di essere esaudito, facendo valere la sua autorità; avrebbe potuto convincere con insistenza, persino costringere Gesù a recarsi a casa sua. Invece si fa piccolo, discreto, mite, non alza la voce e non vuole disturbare. Si comporta, forse senza saperlo, secondo lo stile di Dio, che è «mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Dio infatti, che è amore, per amore si spinge persino a servirci: con noi è paziente, benevolo, sempre pronto e ben disposto, soffre per i nostri sbagli e cerca la via per aiutarci e renderci migliori. Questi sono anche i tratti miti e umili del servizio cristiano, che è imitare Dio servendo gli altri: accogliendoli con amore paziente, comprendendoli senza stancarci, facendoli sentire accolti, a casa, nella comunità ecclesiale, dove non è grande chi comanda, ma chi serve (cfr. Lc 22,26). E mai sgridare, mai. [...] Dopo l’Apostolo Paolo e il centurione, nelle letture odierne c’è un terzo servo, quello che viene guarito da Gesù. Nel racconto si dice che al suo padrone era molto caro e che era malato, ma non si sa quale fosse la sua grave malattia (v. 2). In qualche modo, possiamo anche noi riconoscerci in quel servo. Ciascuno di noi è molto caro a Dio, amato e scelto da lui, ed è chiamato a servire, ma ha anzitutto bisogno di essere guarito interiormente. Per essere abili al servizio, ci occorre la salute del cuore: un cuore risanato da Dio, che si senta perdonato e non sia né chiuso né duro. Ci farà bene pregare con fiducia ogni giorno per questo, chiedere di essere guariti da Gesù, di assomigliare a Lui, che “non ci chiama più servi, ma amici” (cfr. Gv 15,15). 


Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!: Card. Zenon Grocholewski (Omelia, 18 settembre 2006): Quante volte [...] Gesù ha compiuto miracoli scorgendo e premiando la fede! La fede costituisce certamente un atteggiamento che permette a Dio di colmarci dei suoi doni [...]. Non è difficile scorgere che la fede del centurione è unita con una impressionante umiltà: “Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; [...] non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te”. Commovente umiltà! C’è stretta relazione fra fede e umiltà. Mentre la superbia è un ostacolo perché la fede possa crescere in noi, la vera fede ci rende umili. Di questa realtà Maria è il più brillante esempio e manifestazione.


Signore, non sono degno...: Giovanni Paolo II (Omelia, 4 giugno 1989): Le parole “Signore, ... io non sono degno” (Lc 7,6) furono pronunciate per la prima volta da un centurione romano, un uomo che era un soldato nella terra di Israele. Benché fosse uno straniero e un pagano, amava il popolo d’Israele, tanto che - come ci dice il Vangelo - aveva perfino costruito una sinagoga, una casa di preghiera (cfr. Lc 7,5). Per questo motivo i Giudei appoggiarono caldamente la richiesta che voleva fare a Gesù, di guarire il suo servo. Rispondendo al desiderio del centurione, Gesù s’incamminò verso la sua casa. Ma ora il centurione, volendo prevenire l’intento di Gesù, gli disse: “Signore, non stare a disturbarti, perché io non sono degno che tu venga sotto il mio tetto; ecco perché non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te. Ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito (Lc 7,6-7). Cristo accedette al desiderio del centurione, ma nello stesso tempo “restò ammirato” dalle parole del centurione e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse. “Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande” (Lc 7,9). Se ripetiamo le parole del centurione quando ci accostiamo alla Comunione, lo facciamo perché queste parole esprimono una fede che è forte e profonda. Le parole sono semplici, ma in un certo senso contengono la verità fondamentale la quale dice chi è Dio e chi è l’uomo. Dio è il santo, il creatore che ci dà la vita e che ha fatto tutto ciò che esiste nell’universo. Noi siamo creature e suoi figli, bisognosi di essere guariti dai nostri peccati. non siano mai una formalità sulla nostra bocca, ma un sentito respiro del cuore, una consapevolezza, un impegno.


San Giovanni Damasceno: La fede è doppia: «La fede dipende da ciò che si è udito» (Rm 10,17). Infatti, udendo le divine Scritture, noi crediamo all'insegnamento dello Spirito Santo. Questa fede si perfeziona mediante tutto ciò che è stabilito da Gesù Cristo: essa crede attraverso le opere, esercita la pietà e compie i precetti di colui che ci ha rinnovati ...
Inoltre, «la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11,1) o meglio è una speranza ferma e non equivoca delle cose che ci sono state annunciate, attraverso la quale abbiamo fiducia di ottenere ciò che chiediamo. La prima dipende dalla nostra opinione, la seconda dai doni dello Spirito Santo.
Se qualcuno, condotto dalla fede, concepisce Dio come buono, onnipotente, vero, saggio e giusto, troverà tutto facile e uguale, come una via diritta. Senza la fede, è impossibile salvarsi; tutte le cose umane e spirituali sussistono per la fede.
Senza la fede l'agricoltore non traccia il solco nel campo, né il mercante, su un fragile battello, affida la sua anima ai flutti agitati del mare, né si fa un matrimonio, né si intraprende nulla nella vita. È attraverso la fede che comprendiamo che tutto è stato tratto dal nulla dalla potenza di Dio; per mezzo della fede, noi dirigiamo tutte le cose divine e umane. La fede è un assenso che esclude ogni curiosità.

La fede - Catechismo della Chiesa Cattolica 150: La fede è innanzi tutto una adesione personale dell'uomo a Dio; al tempo stesso ed inseparabilmente, è l'assenso libero a tutta la verità che Dio ha rivelato. In quanto adesione personale a Dio e assenso alla verità da Lui rivelata, la fede cristiana differisce dalla fede in una persona umana. È bene e giusto affidarsi completamente a Dio e credere assolutamente a ciò che Egli dice. Sarebbe vano e fallace riporre una simile fede in una creatura [Ger 17,5-6; Sal 40,5; 146,3-4].


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** La fede è un assenso che esclude ogni curiosità.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che hai creato e governi l’universo, fa’ che sperimentiamo la potenza della tua misericordia, per dedicarci con tutte le forze al tuo servizio. Per il nostro Signore Gesù Cristo...