1 Aprile 2026
Mercoledì della Settimana Santa
Is 50,4-9a; Salmo Responsoriale dal Salmo 68 [69]; Mt 26,14-25
Salve, nostro Re, obbediente al Padre: sei stato condotto alla croce, come agnello mansueto al macello (Acclamazione al Vangelo)
La croce, titolo di gloria del cristiano. - J. Audusseau e X. Léon-Dufour: Nella vita quotidiana del cristiano, «l’uomo vecchio è crocifisso» (Rom 6,6), cosicché è pienamente liberato dal peccato. Il suo giudizio è trasformato dalla sapienza della croce (1 Cor 2). Mediante questa sapienza egli, sull’esempio di Gesù, diventerà umile ed «obbediente fino alla morte, ed alla morte di croce» (Fil 2,1-8). Più generalmente, egli deve contemplare il «modello» del Cristo, che «sul legno ha portato le nostre colpe nel suo corpo, affinché, morti alle nostre colpe, viviamo per la giustizia» (1Piet 2,21-24).
Infine, se è vero che deve sempre temere l’apostasia, che lo porterebbe a «crocifiggere nuovamente per proprio conto il Figlio di Dio» (Ebr 6,6), egli può tuttavia esclamare fieramente con Paolo: «Per me, non sia mai ch’io mi glori d’altro all’infuori della croce del nostro Signore Gesù Cristo, grazie al quale il mondo è per me crocifisso, ed io lo sono per il mondo» (Gal 6,14).
Liturgia della Parola
I Lettura: Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): Il monologo del Servo sviluppa particolarmente il tema accennato nel secondo carme, cioè l’insuccesso apparente che qui si profila già come persecuzione anche fisica e prelude al quarto carme (52,13-53,12) con la morte e la glorificazione. La sofferenza viene accettata dal Servo e messa in relazione con la chiamata che Dio gli rinnova ogni giorno (vv. 4b-5). Questo suo atteggiamento di ascolto attento e continuo si trasforma in mediazione di parola e di esempio tra l’umanità sofferente e la misteriosa volontà di Dio (v. 4a). È la fiducia incrollabile in lui che deve dare la forza nelle persecuzioni affrontate per il suo nome (vv. 7-9).
Vangelo
Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito!
Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): Il nostro racconto comincia con l’accordo «pecuniario» fra Giuda e i sommi sacerdoti per la consegna di Gesù; un particolare riferito solo da Matteo. Ed egli lo fa appunto per presentare la passione, fin dall’inizio, nella prospettiva del compimento del piano di Dio. Non vi furono imprevisti anche riguardo al prezzo del tradimento: anche questo era già stato preannunziato nella Scrittura (Zc 11,12-13). D’altra parte, il nesso fra il prezzo fissato e il riferimento alla profezia di Zaccaria presenta Gesù come il re mansueto e umile del quale parla lo stesso profeta (Zc 9,9). [...]
Fra la preparazione della cena e la sua celebrazione, si scopre il traditore. È sempre stato discusso il momento in cui Giuda abbandonò il cenacolo: il più indicato sarebbe il momento che precedette immediatamente l’istituzione dell’eucaristia (pare che sia chiaro nel racconto di Matteo). Perché non reagirono in un altro modo i discepoli, quando il traditore fu scoperto da Gesù stesso? La chiarezza dell’identificazione fu costatata solo da Matteo e Giovanni (Gv 13,21-30). Probabilmente l’identificazione non fu molto chiara. Comunque sia, è fatta notare la conoscenza sovrumana di Cristo e il piano di Dio che si realizza attraverso strumenti umani, anche se tali strumenti sono condannabili.
La domanda degli altri discepoli: «Sono forse io, Signore?» è simbolo dell’atteggiamento universale di timore di fronte alla possibilità di tradire e negare il Signore. È una domanda che tutti ci portiamo dentro e che è un severo avvertimento.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 26,14-25
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: "Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli"». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».
Parola del Signore.
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti… - Rosalba Manes (Vangelo secondo Matteo): La pericope si suddivide in tre parti: l’accordo tra Giuda e i capi dei sacerdoti per consegnare Gesù (vv. 14-16); i preparativi in vista della cena pasquale (vv. 17-19); l’inizio della cena con i discepoli, durante la quale Gesù annuncia il suo tradimento da parte di un suo discepolo e l’identificazione del traditore tramite il breve dialogo tra il Maestro e Giuda (vv. 20-25).
L’accordo della “discordia” (vv. 14-16) - Il discepolo si dirige nella “tana del lupo”. La richiesta del denaro ai sommi sacerdoti collega questi versetti con la pericope precedente.
Se prima era scandaloso agli occhi dei discepoli sprecare tanto denaro che si poteva dare ai poveri, ora invece per uno dei Dodici sembra lecito chiedere per sé del denaro e per di più per uno spreco maggiore: vendere il proprio Maestro! Siamo dinanzi a un segnale ancora più eloquente dell’immaturità dei discepoli. Il gesto di Giuda è dettato da sete di guadagno? Oppure è una reazione a un Maestro incomprensibile che sembra un “debole” perché parla di sofferenza ed elogia una donna? Il testo non lo dice. La cifra fissata per la consegna di Gesù equivale a trenta monete d’argento, che corrispondono a centoventi denari, corrispettivo dell’indennizzo per l’uccisione di uno schiavo o il salario del pastore-profeta (che fa le veci del Signore in Zc 11,12). Dopo aver fissato il “prezzo” del tradimento, si coglie una nota di tensione che mostra quanto la libertà di Gesù sia minacciata e rivela che la sua vita ha le ore contate perché da quel momento il discepolo cercava l’occasione propizia» (eukairia) per consegnarlo.
Preparativi per la cena pasquale (vv. 17-19) - Sorprende la menzione del «primo giorno degli Azzimi» che, secondo il calendario giudaico, è già il14 di Nisan, cioè il giorno di Pasqua, mentre la preparazione accade il giorno prima, quello della Parasceve. Al di là delle questioni cronologiche, ciò che preme al testo è di conferire all’ultima cena di Gesù con i suoi una forte connotazione pasquale. I discepoli chiedono a Gesù dove vuole che si organizzi la celebrazione della festa di Pasqua, egli fornisce indicazioni ed essi eseguono. La descrizione richiama Mt 21,1-7, quando Gesù aveva inviato i discepoli a preparare il suo ingresso a Gerusalemme. Anche qui le indicazioni sono vaghe e piuttosto volte a evidenziare due cose: l’avvicinarsi della morte di Gesù («il mio tempo è vicino» che richiama la vicinanza del regno e la vicinanza della fine) e il suo desiderio di ritrovarsi con i discepoli per la cena pasquale.
L’annuncio deL tradimento (vv. 20-25) - Sembrerebbe che tutto fili liscio in previsione di una Pasqua serena ma, a cena iniziata, Gesù fa una dichiarazione-shock, annunciando con solennità che uno dei discepoli sta per tradirlo. La notizia mette in crisi, suscitando tristezza nel cuore dei discepoli che iniziano a chiedergli di chi si tratti. La domanda «sono forse io?» manifesta il dubbio di poter essere dei potenziali traditori. Appare così una forte antitesi tra la cena consumata a Betania e la cena pasquale: durante la prima, Gesù era stato onorato, qui invece il clima è intossicato dall’inganno. Gesù scioglie le riserve sul discepolo-traditore prima in modo velato: «Colui che ha messo la mano con me nel piatto» (v. 23) e poi in modo esplicito confermando la domanda rivoltagli da Giuda. Il percorso dello svelamento del traditore è segnato da un parola gravissima, «guai» (v. 24), che nel primo vangelo accompagna varie invettive: contro Corazin e Betsaida (cf Mt 11,21); contro gli scribi e i farisei (cf Mt 23,13.15.16.23.25.27.29); e contro le madri che hanno appena partorito o stanno per partorire durante la «grande tribolazione» (cf Mt 24,19). L’invettiva indirizzata a colui che tradisce il Figlio dell’uomo è accompagnata da una nota tragica, secondo cui sarebbe stato meglio per quell’uomo se non fosse mai nato. Ci ricorda un altro «guai» pronunciato da Gesù in Mt 18,7 e indirizzato a coloro che creano scandali.
Il «guai» dice la piena responsabilità di Giuda nell’azione che sta per compiere. Dinanzi alla domanda di Giuda: «Sono per caso io, Rabbì?», la risposta di Gesù suona come un macigno. Non è Gesù a condannare Giuda. La sua stessa ipocrisia è la sua autocondanna.
Per approfondire
Epifanio Gallego: Il cantico è la testimonianza personale della funzione profetica di Israele nel piano divino, nonostante sofferenze attraverso le quali deve passare al presente.
Questo servo di Yahveh ha un linguaggio di discepolo di uno che riceve e trasmette l’insegnamento rivelato, anello fedele nella tradizione. Con la sua parola, quella che ha ricevuta e che è forza di Yahvè, egli sostiene colun che è stanco, l’Israele storico, scettico, sfiduciato: e, con la bella immagine del risveglio mattutino alla voce di Yahveh, ci suggerisce il misterioso contenuto dell’ispirazione.
Esiliato e maltrattato, flagellato, sputacchiato e schiaffeggiato - realtà simboliche di tutti gli scherni e di tutte le umiliazioni - egli seppe ubbidire a Yahveh, seppe pazientare. I sinottici dipendono da questo passo quando ci descrivono la situazione di Gesù di fronte a Pilato. Infatti, sebbene identifichiamo il servo di Yahveh col resto, con l’Israele della fede, è fuori dubbio che questo Israele non era un fantasma astratto, ma la somma di molti individui che sopportarono nella loro carne quelle violenze fisiche e quegli scherni. E fra essi, in un modo eminente e pieno, si trova Cristo e, con lui, tutti noi che compiamo in noi stessi quello che manca alla passione di Cristo.
Forse anche il Deuteroisaia si sentì identificato, come uno dei tanti, con questo servo di Yahveh che, a dispetto di tutte le difficoltà e le contraddizioni, di tutte le sofferenze e le umiliazioni, seppe confidare profondamente in Yahveh.
Vi era in lui la forza di Yahveh, ed egli viveva con la speranza e la certezza di essere vicino al suo giustificatore. E la sicurezza della vicinanza di Yahveh nella sua vita come giustificatore che siede alla destra nel giudizio, per difendere e giustificare l’innocente. Tutti lo accusano. Umanamente, non vi è risposta; le circostanze lo condannano. Ma Yahveh conosce la verità ed è presente, al suo fianco, come giustificatore. Chi contenderà contro di lui? La fiducia è piena. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Passo passo, il servo di Yahveh ci conduce fino a Cristo. Essi lo videro a modo loro; noi lo vediamo a modo nostro; ma tutti contempliamo un Messia e un Messia crocifisso.
Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): La vigilia della festa viene mangiato l’agnello pasquale. È la sera che precede la notte in cui Dio liberò il suo popolo dalla schiavitù d’Egitto, quando Israele fu costituito in popolo, atto fondamentale nella storia della salvezza da ricordare perennemente. La cena pasquale è appunto un banchetto commemorativo che rende presente ogni anno al popolo l’intervento salvifico di Dio (cf. Es 13,3 s.). La cena si svolgeva in linea di massima come le altre cene giudaiche: come piatto principale si consumava l’ agnello e tutto procedeva con una certa solennità; si susseguivano le varie portate, e tra l’una e l’altra prendeva la parola il padre di famiglia e si recitavano preghiere. Anche Gesù si mette a tavola con i dodici per celebrare la cena pasquale a lode di Dio. L’atmosfera gioiosa tra i commensali viene però turbata da una oscura parola di Gesù: Uno di voi mi tradirà. Per gli antichi la mensa, il banchetto conviviale, è espressione di amicizia e di pace, è segno d’intimità e di familiarità; chi è commensale è anche amico. Il gruppo dei discepoli costituisce una comunità attorno a Gesù. Quindi è particolarmente grave che il traditore sieda alla stessa mensa di questi intimi e porti con gli altri la sua mano nel piatto comune, dove ciascuno intingeva nel succo di frutta il proprio pezzo di pane: partecipa dell’ospitalità che ha già intimamente tradita!
Gesù lo sa e indica il traditore che ha la sfacciataggine di chiedergli se sia egli quel tale. La via di Gesù, certo, è determinata dalla decisione del Padre, come leggiamo nella Scrittura, ma non per questo è tolta la colpa dell’uomo che si fa strumento del maligno.
Anzi il suo peccato è così mostruoso e il castigo così duro, che per lui sarebbe stato meglio non aver visto la luce del mondo. Per lui Gesù non era stato guida nella via della giustizia, ma oggetto di scandalo e di rovina.
«È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!» (18,7).
Qui si intrecciano misteriosamente e inestricabilmente la colpa umana e il decreto divino. Considerando l’una, si crede di non capire più l’altro, e viceversa. I pensieri di Dio sono sempre più grandi di quelli degli uomini, e il mistero dell’uomo e delle sue azioni è sempre più grande di quello ch’egli stesso possa comprendere.
La visuale dottrinale del ciclo su Giuda - Roberto Tufariello: A causa della difficoltà di percepire a fondo l’elemento morale che guidò l’agire di Giuda, e anche per essere maggiormente in linea con l’esposizione degli evangelisti che non vogliono offrire una pura biografia né un’investigazione scientifica a carattere psicologico, ma presentare soprattutto un insegnamento di salvezza di valore perenne, gli studiosi moderni si sono piuttosto impegnati a mettere in luce il canovaccio dottrinale che ispira il gruppo dei racconti sull’apostolo traditore, e che in realtà era l’unica vera problematica che interessasse a fondo la primitiva cristianità.
Più che sui semplici dati della cronistoria, gli evangelisti si sono sforzati di comprendere, con l’aiuto dei testi vetero-testamentari, il ruolo del traditore nel piano divino. La trama dei racconti su Giuda si presenta legata a tre temi scritturistici principali: a) il tema del «commensale traditore», ricordato dal salmista (Sal 40,10) e applicato al caso nostro in modo esplicito da Marco (Mc 14,1) e, in un contesto un po’ più vago, da Giovanni (Gv 13,18), ma sempre con lo scopo di sottolineare l’enormità del tradimento; b) il tema, su cui insistono Luca (Lc 22,3) e Giovanni (Gv 12,2.27), del «ministro di satana», che incarna il popolo giudaico nel rigettare Cristo, e del «figlio della perdizione» (Gv 17,12), analogo al tema dell’anticristo (cf 2Ts 2,3) e, per i monaci di Qumran, all’«Uomo di Belial» (cf. 1QM) vuol far notare che il vero avversario del Salvatore è satana, il quale si serve, però, degli uomini come strumenti liberi e volontari per condurre a fondo il suo attaccco; c) Il tema dell’«amico infedele», concretizzato nel fatto vetero-testamentario di Ahitofel (2Sam 17,23), il compagno traditore di Dvide di cui Giuda avrebbe imitato il tradiment e il suicidio, e di cui gli evangelisti, specie Matteo (Mt 27,5) e Luca (At 1-18), si sarebbero serviti, sotto l’influsso particolare dei salmi (cf. specialmente Sal 13--15) per evidenziare meglio l’atto dell’apostasia in tutta la sua empietà e le sue disperate conseguenze.
Tutto il ciclo narrativo poi è dottrinalmente guidato dal verbo «tradire-consegnare».
Importanti e rivelatrici, nel ciclo di Giuda, alcune precisazioni giovannee di caratrer telogico, come quella che, dopo il boccone offerto dal Maestro a Giuda, il demonio entrò in lui (Gv 13,27), e l’altra, strettamente collegata alla precedente, che il traditore, vistosi scoperto, uscì ed a notte fonda (Gv 13,30). Il demonio, e prima si era limitato a suggerire all’apostolo l’idea del tradimento, prende, in quel momento, pieno possesso di Giuda, non nel senso che questi diventi uno strumento puramente meccanico, privo della sua responsabilità, ma in quanto cooperatore libero e consapevole dell’agente principale della lotta contro Cristo, cioè di satana. Iniziava così, nel senso dottrinale più denso, «l’ora delle tenebre» sia per Giuda caduto in potere di esse, sia per Cristo la cui attività didattico-taumaturgica veniva a cessare per dare inizio alla passione: momentaneo trionfo di satana, ben presto definitivamente debellato dalla luce della pasqua.
In questo modo, unitamente alla solita frase con cui gli evangelisti qualificano Giuda per «uno dei dodici», viene messo in rilievo il contrasto tra il vincolo di intimità esistente tra Gesù ed il traditore e la mostruosità con cui il discepolo ricambia questa intimità.
La zizzania tra il frumento: “Anche se nella Chiesa si vede la zizzania, tuttavia la nostra fede e la nostra carità non devono restare inceppate fino al punto che, vedendo la zizzania nella Chiesa, noi stessi ci allontaniamo dalla Chiesa. Noi dobbiamo solamente faticare per poter essere frumento, così che quando la messe comincerà a venir riposta nei granai del Signore, ci sia dato ottenere il frutto della nostra opera e della nostra fatica. L’Apostolo dice nella sua lettera: Però in una casa grande non ci sono solo vasi d’oro e d’argento, ma anche di legno e di coccio; e alcuni sono onorati, altri disprezzati [2Tm 2,20]. Noi, diamoci da fare e fatichiamo quanto ci è possibile, per essere vasi d’oro o d’argento. Riguardo poi ai vasi di coccio, solo al Signore è concesso spezzarli, perché a lui è stata data la verga di ferro. Un servo non può essere maggiore del suo Signore, e nessuno può arrogarsi ciò che il Padre ha dato solo al Figlio, tanto da credere di poter dare mano alla pala nell’aia per gettare al vento e mondare il grano, oppure di poter separare, con giudizio umano, tutta la zizzania dal frumento. È questa una presunzione superba, è una ostinazione sacrilega, che si arroga una frenesia abbietta” (Cipriano di Cartagine, Le Lettere, 54,3).
Testimoni di Cristo - Sant’Ugo di Grenoble: Venne alla luce nel 1053 a Châteauneuf-sur-Lers, nel Delfinato, e morì a Grenoble il 1° aprile 1132 dopo 52 anni di episcopato nella città francese. Nato da nobile famiglia, fu educato dalla madre a una vita di elemosina, preghiera e digiuno. A soli 27 anni era già vescovo di Grenoble. Da allora, per tutta la vita, conciliò con abnegazione l’attrazione fortissima verso la vita eremitica e il cenobio e la fedeltà al servizio episcopale, che svolse con grande ardore, secondo lo spirito di riforma della Chiesa che caratterizzò il pontificato di Gregorio VII. (Avvenire)
Padre misericordioso,
tu hai voluto che il Cristo tuo Figlio
subisse per noi il supplizio della croce
per liberarci dal potere del nemico:
donaci di giungere alla gloria della risurrezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
Concedi ai tuoi figli, o Padre,
di gustare senza fine i sacramenti pasquali
e di attendere con vivo desiderio i doni promessi,
perché, fedeli ai misteri della loro rinascita,
siano così condotti a una vita nuova.
Per Cristo nostro Signore.