2 Giugno 2026
Martedì IX Settimana del Tempo Ordinario
2Pt 3,11b-15a.17-18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 89 (90); Mc 12,13-17
Marcellino e Pietro Martiri - La violenza e la prepotenza non avranno l’ultima parola: Morire da cristiani significa lasciare al mondo un segno, una testimonianza che affascina e mostra il vero volto dell’amore. Significa svuotare da dentro la logica della prepotenza, che da sempre cerca di mettere a tacere la voce di chi porta all’umanità la speranza del Dio di Gesù Cristo. Una prepotenza alla quale non si arresero i santi Marcellino e Pietro, sacerdote il primo, esorcista (che allora era una sorta di ministero a sé) il secondo. La loro vicenda si colloca durante la persecuzione voluta da Diocleziano: era l’anno 304 e il prete Marcellino era stato arrestato a Roma per la sua fede. In carcere conobbe un esorcista, Pietro, e insieme si misero a predicare, annunciando il Vangelo di Gesù. Per questo essi furono portati in un bosco e vennero costretti a scavarsi la fossa dove vennero sepolti dopo essere stati decapitati: l’intento era quello di farli sparire senza lasciare traccia, ma il piano non riuscì. Grazie a una matrona, infatti, i corpi dei due santi ebbero una degna sepoltura sulla Via Labicana. La storia del sacerdote e dell’esorcista uccisi nella selva venne tramandata grazie all’esecutore della sentenza, che, colpito dalla loro testimonianza, l’aveva raccontata al futuro papa Damaso. (Matteo Liut)
Liturgia della Parola
I Lettura: La speranza che la “venuta del giorno di Dio” era dietro l’angolo era svanita, e così l’apostolo Pietro con le sue lettere cerca di rassicurare i cuori smarriti. Il “giorno di Dio” verrà e bisogna attenderlo “nella santità della condotta e nelle preghiere”. In quel giorno, che soltanto Dio conosce, “i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno”. Alla Chiesa Gesù ha promesso la sua venuta nella gloria, e in quel giorno vi saranno “nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia”. Bisogna puntare tutto su questa promessa infallibile.
Ora, invece di perdere il tempo a fare calcoli o a frignare come bambini impauriti, l’apostolo Pietro invita i cristiani a vivere “in pace, senza colpa e senza macchia”. E invece di porgere l’orecchio a millantatori e a falsi profeti è bene vivere il presente “nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo”.
Vangelo
Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio.
I Farisei cercano di screditare Gesù dinanzi al popolo. La moneta presentata a Gesù era quella del tributo e se avesse detto che era lecito pagarlo avrebbero potuto tacciarlo di essere amico dei Romani. Accettare quella moneta e consegnarla agli esattori dello Stato straniero era come riconoscere a questi il diritto di governare e automaticamente rinunziare alla potestà di Dio e del suo messia. Sarebbe stato un atto formale di apostasia.
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,13-17
In quel tempo, mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso.
Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?».
Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono.
Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio».
E rimasero ammirati di lui.
Parola del Signore.
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia - Ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo, che avevano contestato l’autorità di Gesù, ora subentrano altri interlocutori (Cf. Mt 21,23-27), i discepoli dei farisei e gli erodiani.
Quest’ultimi, partigiani di Erode il grande e dei suoi discendenti, in particolare di Erode Antipa, a differenza dei farisei, erano a favore del pagamento del tributo a Cesare. Le due fazioni sempre in lite a motivo delle innumerevoli divergenze religiose e politiche, si ritrovano in questa disputa alleate per osteggiare Gesù, declarato nemico comune: la combutta, quindi, la dice lunga sulla buona intenzione e sull’onestà di questi approcci, che come denuncia l’evangelista Luca erano suscitati unicamente per tendergli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca (Lc 11,54).
Le leggi di Roma, pur essendo assai repressive e spesso disumane, erano da quasi tutti gli Israeliti accettate obtorto collo e la questione del tributo a Cesare non era cosa da prendere sottogamba, perché pagarlo «costituiva un tacito riconoscimento del dominio straniero e la rinunzia implicita alla speranza messianica. Si trattava di un problema di coscienza, data la persistente concezione teocratica in Israele, che determinò la ribellione di alcuni rivoluzionari, contrari al versamento del tributo» (Angelico Poppi).
Alla domanda se era lecito, naturalmente secondo la Legge di Dio, pagare il tributo a Cesare, Gesù risponde in modo da evitare la trappola che gli era stata tesa. Rispondendo, infatti, che quelli che usano la moneta di Cesare sono tenuti a restituirla, Gesù evita di prendere posizione sulla liceità o meno del pagamento del tributo.
Il tranello preparato dagli interlocutori ipocriti era comunque molto evidente: se, infatti, avesse risposto che non era lecito, l’avrebbero accusato di disprezzare le leggi di Roma, se invece avesse risposto che era lecito «l’imputazione sarebbe quella esattamente contraria. Gesù si rivelerebbe un pessimo israelita, un collaborazionista, un fiancheggiatore dei romani. E Gesù se ne libera con una risposta ad hominem: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Risposta che tutto sommato lascia assolutamente aperto il problema, benché si sia soliti ascrivere a questo logion il principio nuovo e inedito della separazione del potere temporale da quello religioso» (Cettina Militello).
Dalla risposta si evince come Gesù, rifiutando di entrare in questioni prettamente politiche, abbia voluto impartire alle guide spirituali d’Israele «un profondo insegnamento teologico circa la priorità assoluta di Dio su ogni dominatore terreno, anche se usurpava titoli divini. Riguardo alle disquisizioni teologiche e giuridiche nella storia della Chiesa dei rapporti tra il potere civile e quello religioso sulla base della sentenza di Gesù, si tratta di deduzioni dottrinali posteriori, talvolta discutibili, che non riguardano direttamente l’esegesi» (Angelico Poppi). Quindi la risposta va al di là della mera questione di pagare il tributo a Cesare, per il quale, oltre tutto, la Chiesa non ha avuto mai dubbi, così come insegna l’apostolo Paolo: «Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse, date le tasse; a chi l’imposta, l’imposta; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto» (Rom 13,7).
E quello che bisogna dare a Dio era oltremodo chiaro ai farisei e agli erodiani, bisogna dare tutto; tutto se stessi, senza infingimenti e riserve: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo dei comandamenti» (Mt 22,37-38).
La risposta di Gesù supera «l’orizzonte umano dei suoi tentatori; si pone aldilà del sì e del no che avrebbero voluto carpirgli. La dottrina di Gesù Cristo trascende qualsiasi concezione politica, e se i fedeli, nell’esercizio della loro libertà, scelgono una determinata soluzione per le questioni temporali, “ricordino essi che a nessuno è lecito rivendicare esclusivamente
Per approfondire
Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio - Vincent Taylor (Marco): La risposta di Gesù non vuol dire che il mondo della politica e quello della religione sono sfere separate, ognuno con i propri principi e le proprie direttive. Gesù è convinto che i diritti di Dio abbracciano tutto (cfr. Mc. 12, 29 s); ma egli riconosce che le obbligazioni dovute allo Stato appartengono all’ordine divino. In particolare, accettazione e uso della moneta di Cesare sono il riconoscimento implicito della sua autorità e quindi dell’obbligo di pagare i tributi; cfr. M t. 17, 27. Questo dovere non è in conflitto con l’esigenza di rendere a Dio tutto ciò che gli è dovuto, né semplicemente parallelo a quest’esigenza. Radicalmente diverso fu l’atteggiamento di Giuda di Galilea nel 6 d. C.; costui, al tempo del censimento ordinato da Quirino, affermò che si trattava né più né meno che «di una introduzione alla schiavitù», ed esortò la popolazione ad affermare la propria libertà (cfr. Giuseppe Flavio, Ant. 18, 1, 1).
Nella cristianità primitiva l’atteggiamento nei confronti dello Stato, descritto in Rom. 13,7 e in 1Pt. 2,13s, concorda in pieno con l’insegnamento di Gesù; e trovava la sua giustificazione nella pace, nella giustizia e nella tolleranza di cui il mondo godette nei giorni migliori dell’Impero. Nel tempo in cui venne scritta l’Apocalisse di Giovanni la situazione era cambiata: cfr. Apoc. 18,1 ss. [...].
La storia marciana s’interrompe sull’accenno alla grande meraviglia di coloro che avevano interrogato Gesù.
Gli altri evangelisti sviluppano il racconto. Matteo dice che, all’udire queste parole, essi stupirono, lo lasciarono e se ne andarono (22,22). Luca spiega che essi non riuscirono a prendere in fallo Gesù davanti al popolo, e che meravigliati della sua risposta tacquero (20,26).
Albert Descamps: Il termine giustizia evoca anzitutto un ordine giuridico: il giudice amministra la giustizia facendo rispettare l’usanza o la legge. La nozione morale è più ampia: la giustizia rende a ciascuno ciò che gli è dovuto, anche se questo non è fissato dall’usanza o dalla legge; nel diritto naturale l’obbligo di giustizia si riduce in definitiva ad una eguaglianza realizzata dallo scambio o dalla distribuzione. In senso religioso, cioè quando si tratta dei rapporti tra l’uomo e Dio, il vocabolario della giustizia non conosce, nelle nostre lingue, che applicazioni limitate. Senza dubbio è cosa corrente l’evocare Dio come giusto giudice, ed il chiamare giudizio l’ultimo confronto tra l’uomo e Dio. Ma quest’uso religioso delle parole di giustizia appare singolarmente ristretto nei confronti del linguaggio della Bibbia. Benché affine a parecchi altri termini (rettitudine, santità, dirittura, perfezione, ecc.), il termine è al centro di un gruppo di vocaboli ben delimitato, tradotto regolarmente nelle nostre lingue con giusto, giustizia, giustificare, giustificazione (ebr. sdq; gr. dìkaios). Secondo una prima corrente di pensiero, presente in tutta la Bibbia, la giustizia è la virtù morale che noi conosciamo, estesa fino a designare l’osservanza integrale di tutti i comandamenti divini, ma sempre concepita come un titolo da far valere come giustizia dinanzi a Dio. correlativamente Dio si rivela giusto in quanto è un modello di integrità, anzitutto in quella funzione giudiziaria che è il governo del popolo e degli individui, poi come Dio della retribuzione che punisce o ricompensa secondo le opere. Questo è l’oggetto di una prima parte: la giustizia nella prospettiva del giudizio. Un’altra corrente del pensiero biblico, o forse una visione più profonda dell’ordine che Dio vuol far regnare nella sua creazione, dà alla giustizia un senso più largo ed un valore più immediatamente religioso. L’integrità dell’uomo non è mai se non l’eco ed il frutto della giustezza sovrana di Dio, della meravigliosa delicatezza con cui egli dirige l’universo e colma di favori le sue creature. Questa giustizia di Dio, che l’uomo percepisce mediante la fede, coincide in definitiva con la sua misericordia e designa, al pari di essa, ora un attributo divino, ora i doni concreti della salvezza che questa generosità effonde.
Bonaventura: Sermones dominicales, 49,4: Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità: perciò a Cristo soltanto e non ad un altro va attribuita l’autorità del ministero, cosi da essere definito a titolo tutto speciale il solo Maestro, perché lui stesso è il principio e l’origine di qualsivoglia scienza. E cosi, come unico è il sole, eppure emette molti raggi, così da un solo maestro, Cristo, sole spirituale, procedono multiformi e svariate scienze. E come, benché diversi, molteplici e distinti ruscelli scaturiscono da una unica sorgente, e tuttavia unica è la fonte che si moltiplica in tanti ruscelli senza nulla perdere in se stessa, così, da un ‘unica sorgente eterna, da un solo mare infinito, da un solo Maestro, Cristo, non soggetto ad alcuna defettibilità in se stesso, promanano i diversi ruscelli delle scienze. Ed è quanto afferma Agostino: “Come la terra non si può vedere se non illuminata dalla luce, così le cose che vengono insegnate nelle scienze, benché ciascuna si presenti come verissima, priva di ogni dubbio, bisogna credere che non possano essere conosciute se non vengono illuminate da Cristo, sole spirituale”.
O Dio, che attraverso la stoltezza della croce
hai donato al santo martire Giustino
la sublime conoscenza di Gesù Cristo,
concedi a noi, per sua intercessione,
di respingere gli inganni dell’errore
per conseguire fermezza nella fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.