11 Novembre 2018

XXXII DOMENICA T. O.


Oggi Gesù ci dice: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.” (Mt 5,3 - Acclamazione al Vangelo).  

Dal Vangelo secondo Marco 12,38-44: Il giudizio di Gesù contro il giudaismo farisaico è senza appello. Gli scribi amano passeggiare in lunghe vesti: il tallith, la lunga veste, da paramento liturgico diventa distintivo di ostentazione di pietà. Così, amano ricevere saluti nelle piazze, cioè  essere salutati con profondi inchini cerimoniali come riconoscimento della loro posizione superiore nella comunità in quanto esperti della legge. E tra i tanti vizi anche quello di agognare ad avere i primi seggi nelle sinagoghe. Ma poteva essere tollerato il sedere di fronte al popolo sulla panca davanti all’arca contenente le pergamene bibliche, se a questo non si aggiungeva anche la fama di divorare la casa delle vedove. Come un cane spolpa un osso, così erano alla ricerca della più piccola moneta che potesse soddisfare la loro sete di guadagno. Alle accuse di orgoglio personale, Gesù aggiunge quelle dell’estorsione e dell’ipocrisia. E non volendo lasciare i discepoli con l’amaro in bocca, dona loro un messaggio di speranza in mezzo all’ostinato popolo d’Israele. Foriera di questa speranza è una povera vedova. La donna si avvicina alla cassetta delle elemosine e vi getta due monetine, tutta la sua vita, il suo pane, la sua sussistenza: nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere. Gesù misura il valore della sua offerta in base al sacrificio o all’offerta di sé che essa comportava. In questo contesto, il suo pensiero preannunzia il sacrificio della sua propria vita e indica ai discepoli la via regale della croce: Chi dice di rimanere in lui, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato (1Gv 2,6).

Seduto di fronte al tesoro  - Vincent Taylor (Marco): v. 41. Gesù osserva la folla che getta il suo contributo nel tesoro del tempio. La sua posizione è descritta in modo un po’ vago; secondo i commentatori, egli si trovava di fronte alle tredici ceste a forma di tromba collocate attorno ai muri del cortile delle donne, dove la gente gettava le sue offerte (Swete, Edersheim, ecc.). Billerbeck pensa che il testo si riferisca al tesoro stesso, e che i donatori dovevano dichiarare al sacerdote in funzione l’entità del loro dono e lo scopo per cui lo offrivano; tutto ciò sarebbe visibile e udibile a uno che osservi attraverso la porta aperta. La narrazione di Marco non dice nulla di questo; ma può darsi che con la ripetizione i dettagli originali siano scomparsi, dato che l’interesse principale è sulle parole di Gesù.
L’accenno ai ricchi è buttato lì in modo un po’ goffo; ma, d’altra parte, è necessario al senso della storia. Luca ne dà una versione più elegante; e basta questo per respingere l’ipotesi di chi parla di un inserimento in Marco del racconto di Luca.
vv. 43 s. Per la formula: «in verità vi dico» cfr. 3, 28. Questa formula sottolinea la serietà delle parole di Gesù. Questa povera donna, egli dice, ha donato più di tutti. La ragione è data al v. 44: mentre gli altri danno del loro superfluo, essa dà del suo necessario, tutto quanto ha, tutto ciò di cui vive. Husterèsis sta qui per husterèma; dal contrasto con la formula «del loro superfluo», possiamo arguire che ek tès husterèseós significhi «dalla sua scarsità», «dal suo necessario». Il fatto che noi non sappiamo come Gesù conoscesse esattamente l’entità del contributo della vedova al tesoro del tempio, non ci autorizza a mettere in questione il valore storico della narrazione, perché il racconto non pretende di essere una relazione completa dell’accaduto: l’interesse si incentrava sulle parole di Gesù. È facile ipotizzare con la fantasia circostanze in cui egli può aver preso conoscenza di ciò che la donna ha fatto (vedi nota al v. 41); ma spiegazioni del genere non vanno oltre la congettura. Può darsi che i primi cristiani interpretassero la conoscenza di Gesù come soprannaturale o almeno misteriosa; ma la narrazione non offre elementi per sostenere questa credenza. Semplicemente, il suo interesse è altrove

Vedova - John L. McKenzie (Dizionario Biblico): Nella società antica la donna indipendente non esisteva: la donna doveva far parte di una famiglia e dipendere o dal padre o dal marito. La posizione di una vedova, quindi, era difficile. Indossava vesti che ne designavano la condizione (Gn 38,14.19). Non ereditava dal marito e nel periodo più antico era una parte dell’eredità del figlio maggiore. Se era senza figli, tornava alla casa di suo padre (Gn 38,11; Lv 22,13; Rt 1,8). Poteva sposarsi di nuovo (1Cor 7,8), benché ai sacerdoti non fosse permesso sposare una vedova se non era vedova di un sacerdote (Lv 21,14). La donna che non aveva nessun uomo che ne difendesse i diritti era evidentemente vittima delle angherie di un creditore (2Re 4,1 ss; Gb 24,3) e di ogni genere di oppressione (Gb 22,9; 24,21; Ez 22,7); l’«uccisore » di vedove (Sal 94,6) può essere una iperbole, ma le esazioni e le disoneste oppressioni potevano veramente ridurre le vedove alla fame. La vedova non aveva neppure un difensore legale, e quindi era alla mercé dei giudici disonesti (Is 1,23; 10,2; 2Sam 14,4ss; Lc 18,3). La legge israelita estendeva alle vedove una certa protezione proibendo l’ingiustizia nelle cause di vedove (Es 22, 22; Dt 24,17), e comprendeva una particolare maledizione su questa ingiustizia (Dt 27,19); ma le allusioni altrove nell’AT dimostrano che questa legge generale senza sanzioni pratiche era soltanto un ideale senza applicazione nella vita. I profeti comprendono l’oppressione delle vedove fra i delitti di cui accusano gli israeliti (Is 1,17; Gr 7,6; Zc 7,10). Geremia 22,3 ammonisce lo stesso re contro questo crimine e Malachia 3,5 fa di Yahweh il protettore delle vedove. Gesù parla di coloro che pregano a lungo, ma divorano le case delle vedove (Mc 12,40; Lc 20,47). Giobbe si vanta della sua carità verso le vedove (Gb 29,13; 31,16). Alle vedove era assicurata la partecipazione alle festività sacrificali (Dt 16,11.14) e una parte delle decime (Dt 14,28s; 26,12); si permetteva loro di spigolare nei campi dopo la mietitura (Dt 24,19-21): il proprietario non doveva mietere in maniera tale da non lasciare nulla per loro. La storia di Noemi mostra la condizione di una vedova che aveva perso tutti i parenti maschi. La chiesa primitiva si interessò dell’assistenza pratica delle sue vedove. Provvide ad esse il vitto (At 6,1), e Tabità (Gazzella) è lodata perché faceva vesti per le vedove (At 9,39). La cura delle vedove e degli orfani è una delle due componenti della religione autentica menzionati in Gc 1,27. In 1Tm 5,3-16 si fa capire che la cura delle vedove era stata ben organizzata. C’era un elenco ufficiale di vedove che dovevano avere l’assistenza della chiesa. Dovevano essere di 60 anni e senza figli: se avevano dei parenti, la loro assistenza toccava ai parenti, e la chiesa non li avrebbe sostituiti. Le vedove assistite dovevano godere di buona reputazione e si dovevano dedicare interamente alla preghiera e alle opere buone. L’atteggiamento dello scrittore contro le vedove più giovani è severo; non si vede come, secondo lui, potessero essere assistite, se erano in difficoltà, salvo mediante un secondo matrimonio.

Dio difensore degli oppressi: Catechismo degli Adulti nn. 128-129: Nella Bibbia troviamo delineata con tratti impressionanti la condizione dei poveri: duramente sfruttati nei lavori occasionali; derubati del bue, dell’asino e delle pecore; curvati dalle fatiche e dalle umiliazioni; si nutrono di erbe trovate nei campi e di qualche grappolo rimasto nelle vigne dopo la vendemmia; passano la notte nudi e indifesi dal freddo, bagnati di pioggia, quando non trovano neppure una grotta dove rifugiarsi. Più in generale però vengono considerati poveri tutti coloro che per la loro debolezza non riescono a far valere i propri diritti e quanti subiscono in un modo o nell’altro l’oppressione dei prepotenti. Secondo la Bibbia, un re è giusto quando si fa difensore dei poveri, degli orfani e delle vedove, di quanti non sono in grado di farsi rispettare. A maggior ragione, la giustizia regale di Dio si manifesta a favore degli oppressi: «Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe, chi spera nel Signore suo Dio, creatore del cielo e della terra, del mare e di quanto contiene. Egli è fedele per sempre, rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati. Il Signore libera i prigionieri, il Signore ridona la vista ai ciechi, il Signore rialza chi è caduto, il Signore ama i giusti, il Signore protegge lo straniero, egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie degli empi. Il Signore regna per sempre, il tuo Dio, o Sion, per ogni generazione» (Sal 146,5-10).

Onora le vedove - Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 10 Agosto 1994): Nella tradizione cristiana fin dai primi tempi si ebbe una particolare attenzione per le donne che, avendo perso il marito, rimanevano sole nella vita, spesso bisognose e indifese. Già nell’Antico Testamento le vedove erano spesso ricordate per la loro misera situazione e additate alla solidale premura della comunità e particolarmente dei responsabili della legge (cf. Es 22,21; Dt 10,18; 24,17; 26,12; 27,19).
I Vangeli, gli Atti e le Lettere degli Apostoli sono attraversati da un soffio di carità verso le vedove. Ripetutamente Gesù manifesta premurosa attenzione verso di loro. Egli, ad esempio, loda pubblicamente l’obolo offerto da una povera vedova per il Tempio (cf. Lc 21,3; Mc 12,43); si muove a compassione alla vista della vedova che a Nain accompagna il figlio defunto alla sepoltura, le si accosta per dirle dolcemente: “Non piangere”, e poi le ridà il fanciullo risuscitato (cf. Lc 7,11-15). Il Vangelo ci trasmette altresì il ricordo delle parole di Gesù sulla “necessità di pregare sempre, senza stancarsi”, prendendo ad esempio la vedova che con l’insistenza delle sue richieste ottiene dal giudice disonesto che le faccia giustizia (cf. Lc 18,5); e quelle altre parole con cui Gesù depreca severamente gli scribi che “divorano le case delle vedove” ostentando ipocritamente lunghe preghiere (cf. Mc 12,40; Lc 20,47).
Tale atteggiamento di Cristo, che adempie il genuino spirito dell’Antico Patto, sta alla radice delle raccomandazioni pastorali di san Paolo e di san Giacomo sull’assistenza spirituale e caritativa alle vedove: “Onora le vedove” (1 Tm 5,3); “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni ...” (Gc 1, 27).
Ma nella comunità cristiana il posto delle vedove non era solo quello delle assistite; esse vi avevano anche una funzione attiva, quasi per una specifica partecipazione alla vocazione universale dei discepoli di Cristo alla vita di preghiera. Dalla Prima Lettera a Timoteo risulta infatti che un fondamentale compito raccomandato alle donne rimaste vedove era quello di consacrarsi “all’orazione e alla preghiera giorno e notte” (1Tm 5,5). Il Vangelo di Luca ci presenta un modello di santa vedova, nella persona di “Anna, figlia di Fanuele”, rimasta vedova dopo soltanto sette anni di matrimonio. Ella, riferisce l’Evangelista, “non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere” (Lc 2,36-37). Ebbe la grande gioia di trovarsi nel tempio al momento della presentazione di Gesù bambino. Nella loro afflizione, le vedove possono e debbono contare similmente su grazie preziose di vita spirituale, alle quali sono invitate a corrispondere generosamente.

D. M. Turoldo - G. Ravasi (opere e Giorni del Signore): Gesù sulla spianata del tempio è in apparenza un cittadino qualsiasi, ma in realtà il suo è l’atteggiamento del giudice divino. Il suo giudizio infatti è quello definitivo, quello che salva o che esclude la salvezza. Gesù accusa gli scribi di incoerenza col loro stesso insegnamento, di vanità, di malvagità. L’insegnamento rabbinico doveva essere gratuito, ma non era difficile che ne venissero doni più o meno sostanziosi. Non era difficile che certi consigli rendessero bene, magari a svantaggio delle persone più povere e meno tutelate («negate la giustizia ai miseri... e fate delle vedove la vostra preda...», Is 10,2).
Ed ecco che l’evangelista ci introduce subito nell’episodio della «vedova». Gesù mette in luce un pensiero originario proprio del mondo rabbinico. I rabbini infatti raccontavano che uno di loro, per aver rifiutato una manciata di farina da una vedova, si era sentito dire da Dio in un’apparizione: «Perché l’hai disprezzata? Con quella manciata di farina essa ha offerto se stessa!».
L’episodio evangelico della vedova, simbolo biblico del povero con l’orfano e l’oppresso, ci mostra ancora una volta come Dio veda nella profondità dell’essere e gradisca il piccolo obolo dato con fede più che non le grandi offerte e l’esteriorità. La vedova è perciò un modello per la comunità cristiana: ha dato tutto, non il superfluo, «tutto ciò che aveva per vivere», perché la sua è la fede di chi si abbandona alla misericordia di Dio.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** La vedova è perciò un modello per la comunità cristiana: ha dato tutto, non il superfluo, «tutto ciò che aveva per vivere», perché la sua è la fede di chi si abbandona alla misericordia di Dio.
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, Padre degli orfani e delle vedove, rifugio agli stranieri, giustizia agli oppressi, sostieni la speranza del povero che confida nel tuo amore, perché mai venga a mancare la libertà e il pane che tu provvedi, e tutti impariamo a donare sull’esempio di colui che ha donato se stesso, Gesù Cristo nostro Signore. Egli è Dio, e vive e regna con te...