14 Ottobre 2018

XXVIII Domenica T. O


Oggi Gesù ci dice: “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!” (Vangelo). 

Dal Vangelo secondo Marco 10,17-30: Il brano evangelico si divide in tre parti: la prima descrive l’incontro di Gesù con un giovane ricco desideroso di ottenere la vita eterna; la seconda riporta una riflessione del Maestro a proposito delle ricchezze; la terza, Gesù, partendo da una domanda di Pietro, rivela i benefici spirituali riservati a quanti intendono seguirlo rinunciando ad ogni cosa, anche ai più naturali affetti familiari. Tre parti che in ogni caso sono unite da un unico tema: il serio pericolo che rappresentano le ricchezze per il possesso dei beni celesti.

Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò…: Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Marco soltanto rileva che Gesù fissò con uno sguardo compiacente il suo interlocutore (fissò lo sguardo su di lui e lo amò). Il Maestro, vedendo l’atteggiamento generoso dell’uomo che gli era davanti, sentì per lui un vero affetto ed il suo sguardo s’illuminò di compiacenza. Le disposizioni attuali di quella persona matura erano ottime ed il Maestro desiderava che diventasse ancora più perfetta (cf. Mt.,19,21). Una cosa ti manca; il Salvatore considera il caso concreto ed individuale; all’interlocutore che aveva dimostrato di avere un desiderio sincero di perfezione e che gli aveva chiesto direttamente di conoscere la via più sicura per raggiungerla, egli risponde che gli mancava una cosa: il distacco cioè dai beni terreni. Avrai un tesoro in cielo; non la privazione dei beni è proposta come scopo ultimo della perfezione, ma il tesoro da possedere in cielo; a quell’uomo per acquistare il tesoro celeste occorreva spogliarsi delle proprie ricchezze terrene, distribuendole generosamente ai poveri. Poi vieni e seguimi; il Maestro concede all’interlocutore di attendere alla benefica elargizione dei propri beni e poi di ritornare a lui per mettersi al suo seguito. Al desiderio di quell’anima Cristo mosse incontro con la bella prospettiva di chiamarla al proprio seguito e di associarla alla propria opera evangelizzatrice.
v. 22 Si rabbuiò (nel viso); Matteo usa il verbo στυγνάζειν per indicare il rannuvolamento del cielo (cf. Mt., 16,3); Marco impiega lo stesso verbo per descrivere l’espressione del volto presa da quell’uomo, dopo aver ascoltato la risposta di Gesù. L’interlocutore non accolse l’invito alla perfezione rivoltogli dal Maestro; egli non ebbe il generoso ardimento di staccarsi dai beni che possedeva e di seguirlo in povertà per dedicarsi alla diffusione del regno. L’episodio che aveva avuto un inizio tanto promettente ed aveva suscitato una sincera simpatia per l’innominato personaggio, termina con una scena triste che lascia pensierosi. L’evangelista non aggiunge una parola di biasimo, né accenna alla sorte di quell’anima che si allontana da Cristo amareggiata è disillusa; ma quale lettore non rimane profondamente impressionato dà questa mancata risposta all’appello di Gesù?

Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito - Sac. Dolindo Ruotolo (I Quattro Vangeli): [Gesù] promise a quelli che avrebbero rinunziato a tutto per suo amore il centuplo in questa vita in case, fratelli, sorelle, madri, figli, e campi, in mezzo alle persecuzioni, cioè nelle stesse persecuzioni del mondo e nelle stesse angustie di una vita immolata. Promise che avrebbero avuto case da abitare, fratelli, sorelle, madri e figli spirituali che li avrebbero consolati nelle angustie; che avrebbero avuto campi, cioè il necessario alla vita, nonostante le ristrettezze della vita del mondo, e nel secolo futuro avrebbero avuto la vita eterna. Questo lo sperimentarono gli apostoli e lo sperimentano i religiosi.
Gesù non promise, come è evidente, una vita comoda né scevra di pene, perché questo non sarebbe stato un vantaggio per lo spirito; promise il centuplo in mezzo alle persecuzioni cioè la sicurezza degli aiuti temporali fra le necessità della vita e le angustie dei tempi; promise conforti spirituali ed aiuti temporali in tanta generosa abbondanza, da essere come il centuplo di quello che si sarebbe ceduto per amore. Egli ha mantenuto e mantiene la sua promessa. Se ci sono gli scontenti della vita religiosa o sacerdotale che si credono delusi, vedano bene prima se veramente hanno lasciato tutto col cuore e se l’hanno lasciato per Gesù Cristo e per il Vangelo. Lasciare il poco unicamente per avere il più non sarebbe fare un sacrificio vero ma una speculazione e, dolorosamente, molte anime speculano sui loro apparenti sacrifici.
Per questo Gesù soggiunge misteriosamente che molti primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi, per dire che nella vita eterna avremmo avuto la sorpresa di vedere tra gli ultimi molti di quelli che hanno creduto di avere dato tutto a Dio, e di vedere tra i primi quelli che hanno rinunziato a poco apparentemente e l’hanno rinunziato con tutto il cuore. Egli voleva delicatamente elogiare gli apostoli che avevano lasciato ben poco, ma quel poco era tutto quello che avevano, e voleva così sostenere la loro speranza in un premio eterno.

In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa… - Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): Queste parole del Signore trovano il loro adempimento specialmente in coloro che per vocazione divina abbracciano il celibato, rinunziando a formare una famiglia in terra. Dicendo “a causa mia e a causa del vangelo” Gesù indica che il suo esempio e le esigenze della sua dottrina conferiscono pienezza di significato a questo stile di vita: «È. dunque, il mistero della novità di Cristo, di tutto ciò che egli è e significa, è la somma dei più alti ideali dell’evangelo e del Regno, è una particolare manifestazione della grazia, che scaturisce dal mistero pasquale del Redentore, a rendere desiderabile e degna la scelta della verginità da parte dei chiamati dal Signore Gesù. con l’intento di partecipare non soltanto al suo ufficio sacerdotale, ma di dividere anche con lui il suo stesso stato di vita» (-, n. 23).

Distacco dai beni terreni - Ambrogio Valsecchi (Ricchezze in Schede Bibliche Pastorali - Vol. Settimo): La mentalità propria di Gesù riguardo alle ricchezze incomincia a manifestarsi nella vocazione degli apostoli e discepoli. Numerose pericopi ce la rivelano. Ci sono anzitutto i brani che riferiscono la chiamata di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni (Mt 4,18-22 = Mc 1,16-20; Lc 5,1-11) e di Matteo (Mt 9,9-13 = Mc 2,13-17; Lc 5,27-32): da essi risulta che Gesù chiede a coloro che chiama (e si tratta anche, nel caso dei primi quattro, di persone di un certo censo) un effettivo e completo distacco dai beni terreni. C’è al riguardo un’interessante progressione tra i tre sinottici: per Marco, «essi, lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni lo seguirono» (1,20); per Matteo, «essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono» (4,22); mentre Luca marca chiaramente la totalità del distacco: «Tirate le barche a terra lasciarono tutto e lo seguirono» (5,11). La stessa annotazione vale per la vocazione di Matteo: mentre Marco (2,14) e Matteo (9,9) dicono che all’appello di Gesù, Levi «si alzò e lo seguì», Luca (5,28) precisa che «lasciando tutto, si alzò e lo seguì». Né questo distacco è provvisorio, ma pone i chiamati in una definitiva condizione di povertà. Così, nell’inviare i dodici in missione, Gesù impone nuovamente loro una completa povertà: niente pane, niente bisacce, niente denaro, anzi - come precisano Mt 10,10 e Lc 9,3 (contro Mc 6,8) - neppure il bastone, né i sandali. E che essi vivano di fatto in stato di povertà, risulta chiaro dal significativo episodio delle spighe di grano (Mt 12,1-4 = Mc 2,23-28; Lc 6,15), come pure dai cenni di Luca dai quali si arguisce che il piccolo gruppo viveva praticamente di elemosina (8,1-3). Insomma, la sequela di Gesù domanda una rinuncia «a tutto quello che (si) ha» (Lc 14,33; cf. Mt 10,9-10). Un uguale distacco è richiesto al giovane ricco (che sia giovane è Matteo a dirlo), nell’episodio che tutt’e tre i sinottici ricordano. Gli fa seguito un commento generale di Gesù sulla ricchezza che già allarga il discorso oltre la cerchia dei primi «chiamati» dal Maestro. Si tratta di un «buon ricco» (ha osservato e osserva la legge), al quale è domandato un distacco effettivo (vendere e donare) e totale, senza del quale non si può essere discepoli di Gesù. Ma non sembra che si tratti di una vocazione particolare o solo di consiglio: anche se alcuni tratti lo fanno pensare (e può darsi che in questo senso sia suonato inizialmente l’invito in bocca a Gesù), nel contesto attuale del Vangelo questo appello non è affatto presentato come riferentesi a una perfezione supererogatoria: si tratta né più né meno che delle esigenze del Regno. Ed è proprio la grave difficoltà dei ricchi a spogliarsi dei loro beni che ispira il commento scoraggiato ed estremamente vigoroso di Gesù (con la nota immagine del cammello e della cruna d’ago); ove la ricchezza tende ad apparire in se stessa un male, almeno sotto il profilo storico-esistenziale, perché costituisce - come tale - per chi non vuole disfarsene un ostacolo umanamente insuperabile per la salvezza e per il Regno (leggere Mt 19,16-30 e par.).

Costante Brovetto: Poveri e povertà nel Nuovo Testamento. Gesù si presenta come il Messia dei poveri, inviato dallo Spirito il portare loro la buona novella (Is 61) e la consolazione, Si dichiara “mite cd umile di cuore” (Lc 11,29), come i “poveri” di JHWH. Proclama beati i “poveri in spirito” (Mt 5,3), cioè coloro che hanno animo da poveri e vivono con piena fiducia nella Provvidenza di Dio, che viene incontro a tutte le umane necessità. Prova l’autenticità del suo messianismo con la premura taumaturgica verso i bisognosi nel corpo e nello spirito e mostrando che così giunge il Regno di Dio (cfr. Mt 12,28), Infine annuncia che il giudizio finale avverrà in base alle opere di misericordia (Mt 25,31-45). Gesù, chiamando i discepoli a seguirlo, esige da loro che lascino tutto (cfr. Mt 19,21), dande così inizio alla pratica della povertà evangelica volontaria, finalizzata all’avvento del Regno.
La tradizione cristiana. Nella Chiesa primitiva la povertà evangelica si esprime soprattutto come condivisione dei beni (cfr. At 2,11-l5) in un clima di gioia escatologica. Le comunità fondate da Paolo dimostrano la loro  comunione con i poveri della Chiesa madre mediante generose collette (cfr. 2Cor 8-9). È poi soprattutto la vita monastica a mantenere lo spirito della povertà evangelica mediante la condivisione. Dal Medioevo i francescani e gli altri ordini mendicanti rendono  ancora più radicale e gioiosa la povertà evangelica. Innumerevoli istituti religiosi sono nati a servizio d’ogni tipo di povertà, e oggi vi si aggiungono le molte forme di volontariato. La “Chiesa dei poveri” fa proprio lo stile di una umiltà e abnegazione di Cristo e riscopre il valore attivo c creativo della povertà per la sua missione e il progresso dell’umanità. Infatti oggi paradossalmente si riscoprono la parsimonia e la sobrietà come l’unico stile di vita che consenta uno sviluppo mondiale “sostenibile”, viste le urgenze di tipo ambientale e quelle della giusta redistribuzione delle risorse tra le aree del pianeta.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
***  Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio! (Mc 10,23)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, nostro Padre, che scruti i sentimenti e i pensieri dell’uomo, non c’è creatura che possa nascondersi davanti a te; penetra nei nostri cuori con la spada della tua parola, perché alla luce della tua sapienza possiamo valutare le cose terrene ed eterne, e diventare liberi e poveri per il tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo...