28 Aprile 2023
 
Venerdì III Settimana di Pasqua
 
At 9,1-20; Salmo Responsoriale dal Salmo 116 (117); Gv 6,52-59
 
Colletta
 Dio onnipotente,
che ci hai fatto conoscere la grazia della risurrezione del Signore,
donaci di rinascere a vita nuova
per la forza del tuo Spirito di amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
… se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna - Evangelium vitae 37: La vita che il Figlio di Dio è venuto a donare agli uomini non si riduce alla sola esistenza nel tempo. La vita, che da sempre è «in lui» e costituisce «la luce degli uomini» (Gv 1,4), consiste nell’essere generati da Dio e nel partecipare alla pienezza del suo amore: «A quanti l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1,12-13).
A volte Gesù chiama questa vita, che egli è venuto a donare, semplicemente così: «la vita»; e presenta la generazione da Dio come una condizione necessaria per poter raggiungere il fine per cui Dio ha creato l’uomo: «Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3,3). Il dono di questa vita costituisce l’oggetto proprio della missione di Gesù: egli «è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo» (Gv 6,33), così che può affermare con piena verità: «Chi segue me... avrà la luce della vita» (Gv 8,12).
Altre volte Gesù parla di «vita eterna», dove l’aggettivo non richiama soltanto una prospettiva sovratemporale. «Eterna» è la vita che Gesù promette e dona, perché è pienezza di partecipazione alla vita dell’ «Eterno». Chiunque crede in Gesù ed entra in comunione con lui ha la vita eterna (cf. Gv 3,15; 6,40), perché da lui ascolta le uniche parole che rivelano e infondono pienezza di vita alla sua esistenza; sono le «parole di vita eterna» che Pietro riconosce nella sua confessione di fede: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69). In che cosa consista poi la vita eterna, lo dichiara Gesù stesso rivolgendosi al Padre nella grande preghiera sacerdotale: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). Conoscere Dio e il suo Figlio è accogliere il mistero della comunione d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo nella propria vita, che si apre già fin d’ora alla vita eterna nella partecipazione alla vita divina.
 
I Lettura: Cristo risorto sulla via di Damasco infrange i progetti delittuosi di Saulo, l’anima del persecutore si apre alla fede, e gli occhi  si riempiono di luce nuova: la sua mente, pur sconvolta dall’apparizione del Risorto, comprende che Gesù è il Signore, e che vi è perfetta identità tra il Gesù che ora ha incontrato e i cristiani che aveva perseguitato: è  il mistero del corpo mistico di Cristo, Gesù è il Capo, i cristiani le membra. Sconvolto, si affida alla preghiera di Anania, recupera la vista ed già in marcia per proclamare che Gesù è il Signore, il Messia che colma le attese delle antiche profezie.   
 
Vangelo
 La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
 
Gesù è il pane disceso dal cielo, di cui la manna era una pallida idea. Gli ebrei nel deserto avevano mangiato la manna ed erano morti, chi mangia la carne del Figlio dell’uomo e beve il suo sangue avrà la vita eterna. È una chiara allusione al significato redentore e sacrificale dell’Eucarestia.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,52-59
 
In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.
Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.
 
Parola del Signore.
 
Bruno Maggioni (Il Vangelo di Giovanni): La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda (v. 55), Un autore del I secolo non avrebbe potuto scrivere le espressioni contenute nei vv. 51-58 senza pensare all’eucarestia. E nessun lettore del tempo le avrebbe intese diversamente. Ma quale concezione dell’eucarestia ci viene data? E quale è il suo rapporto con la tradizione comune del Nuovo Testamento?
I testi eucaristici dei sinottici (Mc 14,22-25; Mt 26,20-29; Lc 22,14-20) e della prima lettera ai Corinti (11,23-26) testimoniano la presenza di elementi costanti, quasi strutture fondamentali nella fede comune: la cornice del tradimento (dei capi, di Giuda, di Pietro e dei discepoli); il gesto del pane spezzato e del vino rosso distribuito; le parole di commento che esplicitano il riferimento all’antica alleanza, al servo di Iahvè e alla croce; la sottolineatura della «vita in dono» (per) come elemento centrale dell’esistenza del Cristo; la sequela come invito a condividere il dono del Cristo «prendete»; «bevete»).
Tutti questi elementi sono presenti in Giovanni, ma a modo suo. Le diversità non meravigliano: Giovanni non intende raccontarci la cena, ma ci offre una omelia eucaristica Ma si direbbe un omelia costruita sugli elementi comuni: la cornice di incomprensione e di tradimento: i giudei, i discepoli (vv. 61.66), Giuda (v. 70); il riferimento all’antica alleanza (alla manna, al banchetto della Sapienza e al banchetto escatologico); l’affermazione della vita in dono ( per»), che costituisce un chiaro riferimento a Is 53,11-12, alla Croce e alla tradizione neotestamentaria comune: l’invito alla sequela («mangiare» e «bere»).
Naturalmente questi elementi della fede comune sono sviluppati, come al solito, all’interno di un pensiero for­temente originale. I tratti eucaristici non riguardano soltanto l’eucarestia-sacramento, e neppure - più ampiamente - la parola e la fede: ma è tutta l’esistenza di Cristo, è l’incarnazione che viene spiegata nel suo significato di fondo. Espressioni come «disceso dal cielo» (vv. 33.50.58), «dato dal Padre» (v. 32), «mandato dal Padre» (v. 57) si riferiscono all’incarnazione. E altre come «sangue» e «dato» si riferiscono alla Passione e alla  Croce. È dunque tutta l’esistenza del Cristo che ci viene svelata nel suo profondo.
Possiamo indicare altre particolarità: l’insistenza e il realismo del «mangiare» e del «bere» (vv. 53-55); l’affermazione che la partecipazione al sacramento è condizione indispensabile per avere la vita (v. 53); l’esplicita dimensione universale del dono di Cristo (e per la vita del mondo»: v. 51); la dichiarazione che frutto della comunione con Cristo è la vita, nel suo aspetto presente e futuro e da intendere come estensione a noi della medesima vita che unisce il Padre e il Figlio (v. 57); infine il ricorso al termine «carne» anziché «corpo» (una polemica antidoceta? Oppure, più semplicemente, una traduzione giovannea del comune termine aramaico?).
 
Come il Padre, ha la vita ... - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 57 La proposizione istituisce un parallelo, differentemente articolato nelle sue due parti, tra la vita di Cristo e quella del credente. Come Gesù trova nel Padre la fonte ed il fine della sua vita, così anche il credente trova in Cristo la fonte ed il fine della sua esistenza. Questa duplice considerazione deriva dalla preposizione διά (per), la quale designa il principio efficiente (in forza di...) e il motivo finale (in favore di,..). L’evangelista intende proporre questa ricchezza di senso (iovivo per il Padre; così anche colui che mi mangia vivrà per me); come Gesù vive dal Padre e per il Padre, così il suo discepolo vive da lui e per lui. Il parallelismo non si esaurisce in questo insegnamento; il testo indica che l’Eucaristia comunica ai credenti la vita divina che Gesù riceve dal Padre; il Padre infatti ha dato al Figlio di disporre della vita divina in favore dei credenti (cf. Giov., 5, 26).
versetto 58 Gesù applica all’Eucaristia le espressioni che ricorrono nei verss. 49-50; si ha così unainclusio, cioè si conclude una sezione allo stesso modo con il quale è stata introdotta. Non è come quello che hanno mangiato i padri; questa sembra essere la lezione criticamente più sicura; molti codici offrono una lettura più ampia per desiderio di maggiore chiarezza e di armonizzazione con i testi precedenti (essi aggiungono le parole: manna, vostri, oppure: nostri, nel deserto); la Volgata offre la seguente lettura: non sicut manducaverunt patres vestri manna et mortui sunt.
versetto 59 Insegnando nella sinagoga; espressione che conclude l’intero discorso di Gesù. L’evangelista rileva che il discorso fu tenuto nella sinagoga per sottolinearne l’importanza; le verità rivelate da Cristo furono esposte durante un’istruzione sinagogale. La formula quindi «nella sinagoga» (letteral.: in sinagoga) non ha un senso esclusivamente locale che richiama l’attenzione su una circostanza esterna al discorso, ma riveste un senso più determinato, perché designa una circostanza che qualifica il discorso, perché esso fu tenuto in un’assemblea sinagogale ed ebbe il carattere di insegnamento autorevole e qualificato. Il codice D ed altri codici minuscoli, dopo le parole «a Cafarnao», aggiungono la precisazione «di sabato».
 
La vocazione di Saulo (9,1-19a) - Richard J. Dillon e Joseph A. Fitzmyer (Atti, Grande Commentario Biblico): Avendo prefigurato la propagazione della Parola ai gentili nell’episodio dell’eunuco della regina etiopica, Luca ritorna ora alla persona che sarà l’eroe della seconda parte del suo libro.
Prima che venga ufficialmente iniziata la missione ai pagani, è necessario che Luca incorpori il suo eroe nella Chiesa primitiva. Viene perciò introdotto a questo punto il racconto della conversione di Saulo.
Non è semplicemente un racconto di conversione, poiché ci informa su qualcosa che va oltre la semplice descrizione della conversione psicologica di Saulo; abbiamo qui piuttosto il racconto della sua vocazione ad essere «lo strumento da me scelto per portare il mio nome dinanzi alle nazioni» (9,15). Questo è soltanto il primo dei tre racconti della conversione di Saulo registrati in At (v. 22,1-6; 26,9-18). I tentativi fatti per mettere questi racconti in relazione con le varie fonti a cui attinse Luca (cap. 9 dalla chiesa antiochena; cap. 22 dalla chiesa gerosolimitana; cap. 26 da Paolo), non sono riusciti a convincere molto. (Per commenti sulle somiglianze e divergenze nelle tre narrazioni lucane della conversione di Saulo, Vita di Paolo, 46: 17-18).
Il racconto della conversione di Paolo che si trova in Gal 1,11-16 è assai simile a quello lucano del cap. 26. La triplice ripetizione del racconto in At è inserita in momenti decisivi nella storia della propagazione della Parola da Gerusalemme, e l’accento che Luca pone su quella conversione in quei particolari momenti sembra deliberatamente voluto. Nel cap. 9 il racconto è posto in relazione con la predicazione della Parola ai gentili (inserito tra l’episodio dell’eunuco etiopico e quello della conversione di Cornelio); nel cap. 22 esso è posto in relazione alla grande battaglia sostenuta dal cristianesimo per emanciparsi e liberarsi dalla sua matrice giudaica; nel cap. 26 la conversione è raccontata in un tempo in cui l’autorità di Roma è stata invocata per proteggere il cristianesimo, e sotto tale protezione esso s’incammina simbolicamente verso l’«estremità della terra».
Un’altra differenza che si potrebbe notare nei tre racconti riguarda il modo in cui viene presentato Saulo nelle varie edizioni. Benché Luca sia riluttante nell’assegnare a Saulo l’appellativo di «apostolo» (soltanto in 14,4.14), la descrizione della sua vocazione all’evangelizzazione dei gentili nel cap. 9 gli ascrive certe qualità peculiari che erano state già sperimentate dagli apostoli. Raffronta 9,15-17 con At 1,9; 2,4.40: egli ha visto il Kyrios; è ripieno dello Spirito; e ha iniziato a proclamare Gesù. Luca suggerisce implicitamente una certa uguaglianza tra Saulo e gli apostoli, anche se egli non s’esprimerebbe mai esplicitamente in tale modo. Nel cap. 22 si nota un accento posto sul ruolo di Saulo in quanto testimone; si può notare nello stesso racconto l’uso abbondante di termini quali martys, martyrein, ecc. (22,5.12.15.18.20) e il riferimento a Stefano (22,20). Ciò spiega la maggiore accentuazione della visione della luce, della doxa, e del «Giusto» (22,14). Infine, nel cap. 26 il ruolo di Saulo è quello del profeta. Nei vv. 16-1 ci sono allusioni alle visioni inaugurali di Ez 2,1.6; Ger 1,8, e in modo ancor più chiaro a Is 35,5; 42, 7; 61,1. Mosè e i profeti confermano il suo messaggio riguardante il Cristo (26,21); infine egli interroga Agrippa se crede nei profeti (26,27). In tutto questo si nota la tendenza lucana di presentare Saulo come colui che sta continuando l’opera di Gesù, il Kyrios; egli è all’opera nella persona di Saulo. Saulo diventa in tal modo un degno successore dei Dodici.
 
Chi mangia questo pane vivrà in eterno: “Occorre notare che c’è un nutrirsi spirituale e un nutrirsi sacramentale. Quello spirituale avviene con la fede e la carità, quello sacramentale col sacramento. Senza il cibo sacramentale ci può essere salvezza, perché non è indispensabile quel che si riferisce all’istituzione sacramentale; invece il cibo spirituale è indispensabile. Agostino dice che il credere è già un mangiare: «Perché prepari denti e stomaco? Basta che tu creda e hai già mangiato!»” (Bonaventura, In Io., VI).
 
Il Santo del giorno - 28 Aprile 2023 - Beato Lucchese, Terziario: Lucchese nacque presso Poggibonsi (SI) lo stesso anno di S. Francesco d’Assisi (1181). In gioventù combatté per il partito dei Guelfi; ma poi, abbandonata la vita militare, si sposò con Bona Segni e si mise a commerciare in granaglie e fare il cambiavalute approfittando dei pellegrini che si recavano a Roma lungo la via Francigena. Nell’ottobre1212 Lucchese ebbe modo di ascoltare una predica di S. Francesco a S. Gimignano e da lì iniziò la sua conversione: risarcì tutti coloro che aveva impoveriti con i suoi traffici, fece penitenza, si mise al servizio dei frati, donò tutti i suoi beni e insieme alla moglie trasformò la sua casa in ospedale. Oltre all’amore verso il prossimo si distinse nella pratica della povertà e dell’umiltà. Quando S. Francesco tornò in Valdelsa, nel 1221, donò a questa coppia di sposi l’abito della Penitenza, facendone i primi Terziari francescani. Morì a Poggibonsi il 28 aprile 1260.

Santifica e rinnova, o Padre, i tuoi fedeli,
che hai convocato a questa mensa,
ed estendi a tutti gli uomini
la libertà e la pace donate sulla croce.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 26 Aprile 2023
 
Mercoledì III Settimana di Pasqua
 
At 8,1b-8; Salmo Responsoriale 65; Gv 6,35-40
Colletta
Assisti, o Padre, la tua famiglia,
e a quanti nella tua bontà hai donato la grazia della fede
concedi di aver parte all’eredità eterna
nella risurrezione del tuo Figlio unigenito.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
La gioia cristiana: Benedetto XVI (Omelia, 27 Aprile 2008): La prima Lettura, tratta dal capitolo VIII degli Atti degli Apostoli, narra la missione del diacono Filippo in Samaria. Vorrei attirare immediatamente l’attenzione sulla frase che chiude la prima parte del testo: “E vi fu grande gioia in quella città” (At 8,8). Questa espressione non comunica un’idea, un concetto teologico, ma riferisce un avvenimento circostanziato, qualcosa che ha cambiato la vita delle persone: in una determinata città della Samaria, nel periodo che seguì la prima violenta persecuzione contro la Chiesa a Gerusalemme (cfr. At 8,1), venne ad accadere qualcosa che causò “grande gioia”. Che cosa era dunque successo? Narra l’Autore sacro che, per sfuggire alla persecuzione scoppiata a Gerusalemme contro coloro che si erano convertiti al cristianesimo, tutti i discepoli, tranne gli Apostoli, abbandonarono la Città santa e si dispersero all’intorno. Da questo evento doloroso scaturì, in maniera misteriosa e provvidenziale, un rinnovato impulso alla diffusione del Vangelo. Fra coloro che si erano dispersi c’era anche Filippo, uno dei sette diaconi della Comunità [...]. Or avvenne che gli abitanti della località samaritana, di cui si parla in questo capitolo degli Atti degli Apostoli, accolsero unanimi l’annuncio di Filippo e, grazie alla loro adesione al Vangelo, egli poté guarire molti malati. In quella città della Samaria, in mezzo a una popolazione tradizionalmente disprezzata e quasi scomunicata dai Giudei, risuonò l’annuncio di Cristo che aprì alla gioia il cuore di quanti l’accolsero con fiducia. Ecco perché dunque - sottolinea san Luca - in quella città “vi fu grande gioia”. Cari amici, questa è anche la vostra missione: recare il Vangelo a tutti, perché tutti sperimentino la gioia di Cristo e ci sia gioia in ogni città. Che cosa ci può essere di più bello di questo? Che cosa di più grande, di più entusiasmante, che cooperare a diffondere nel mondo la Parola di vita, che comunicare l’acqua viva dello Spirito Santo?
 
I Lettura: Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi: le pietre dei Giudei hanno messo fine alla vita e alla predicazione di Stefano (cfr. I Lettura, At 8,1b-8). Ma la parola di Dio non è incatenata (2Tm 2,9), una scarica di pietre non può fermare la sua corsa. L’“evangelista” Filippo (At 21,8), uno dei sette Diaconi, con grande coraggio e fermezza supera gli angusti confini del giudaismo: la parola di Dio prende il largo (Lc 5,4), e i pubblicani, i pagani, i peccatori, le prostitute proprio coloro che si pensava fossero gli esclusi (Mt 10,5; Gv 4,9) accolgono con “grande gioia” il Vangelo, la “Buona Notizia”. Gesù aveva rimproverato la folla con queste parole “Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete” (cfr. Vangelo), ora la situazione si capovolge: “le folle, unanimi,” prestano attenzione alle parole di Filippo“sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva”.
Prestare attenzione alla Parola è il primo passo, il secondo è vedere, «“Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete”» (Gv 1,38-39.51), il terzo è credere (Gv 1,41), la meta, il porto è la vita eterna (Gv 6,40).
 
Vangelo
Questa è la volontà del Padre: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna.
 
Le parole di Gesù “Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete”, bene si addicono a una folla affamata soltanto di pane terreno. La folla ha veduto ma non ha creduto, gli Apostoli, i discepoli, hanno visto e hanno creduto: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita - la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi” (1Gv 1,1-3). Il dono della vita eterna è la squisita volontà del Padre, ma a una condizione, che l’uomo “veda il Figlio e creda in lui”. Quindi, la “fede nel Figlio” è il traghetto necessario per traghettare dalla vita terra alla vita eterna. Infine, le parole di Gesù “Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me, colui che viene a me, io non lo caccerò fuori” le ritroviamo come “parole compiute” nella “preghiera sacerdotale”: “Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura” (Gv 17,12), Gesù ha compiuto perfettamente la volontà del Padre: colui che è andato da Lui, non è stato “cacciato fuori”, perché la volontà del Padre è una volontà di salvezza e non di morte: Dio non gode della morte del peccatore, ma che si converta dalla sua malvagità e viva (cfr. Ez 33,11). E questa è anche la volontà del Figlio di Dio, spiccatamente significata dalla sua incarnazione, dalla sua morte, e dalla risurrezione dai  morti.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,35-40
 
In quel tempo, disse Gesù alla folla:
«Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete.
Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
 
Parola del Signore.
 
Alain Marchadour (Vangelo di Giovanni): Nel contesto storico di Gesù è evidente che questo discorso sul pane non poteva significare direttamente l’eucaristia, incomprensibile prima dell’ultima cena e della morte e risurrezione di Cristo. Si tratta dunque della rivelazione, personificata dall’uomo Gesù. Ma scritto dopo Pasqua, con parole fortemente connotate dalla pratica dell’eucaristia, è chiaro che l’insieme del capitolo 6 è un discorso che evoca nello stesso tempo la fede e l’eucaristia con una proporzione che si inverte a partire dai versetti 51-52, in cui diviene dominante la nota eucaristica, mentre fino a quel punto prevaleva la fede in Gesù rivelatore. L’ Antico Testamento paragona volentieri la parola a un cibo; così Amos: «Ecco, giorni stanno arrivando, oracolo del Signore Dio, in cui manderò la fame sulla terra: non fame di pane n’te di acqua, bensì di ascoltare le parole del Signore» (Am 8,11).
Il linguaggio del cibo evoca anche le parole della sapienza nell’ Antico Testamento: «Quanti mi mangiano avranno ancora fame, quanti mi bevono avranno ancora sete» (Sir 24,20). Si veda anche Pro 9,5.
La vita che Gesù dà è dono immediato e promessa di risurrezione nell’ultimo giorno. Escatologia immediata e pegno della vita eterna sono dati dalla fede in Gesù.
Lo sfondo dell’esodo traspare nelle parole usate per esprimere la resistenza dei giudei: «Essi mormorano» (v.  41), come facevano i loro padri nel deserto (Es 16,2.7; 17,3). Reagiscono «seconde la carne»: come può «il fi­
gli zlio di Giuseppe» (v. 42), essere di carne e di sangue, rivendicare di essere Figlio del Padre?
 
La vita eterna - Giuseppe Barbaglio: Molti testi parlano ... della vita eterna come realtà ultima e definitiva, identica alla salvezza. Soprattutto nei sinottici si precisa a quali condizioni una persona può «ereditare la vita eterna». Dopo aver mostrato l’esempio del buon samaritano, Gesù dice all’interrogante che voleva sapere da lui chi è il prossimo da amare: «Fa’ questo e vivrai» (Lc 10,28). In altre parole, imita il comportamento del samaritano e entrerai alla fine nella vita eterna, intramontabile. Mt 7,14, in termini più generali, parla di via stretta che conduce alla vita; in altre parole si richiede una precisa ascesi. Che si tratti di condizioni onerose, comunque della necessità di pagare un alto prezzo, appare chiaro da Mc 9,43.45: «Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che essere gettato con due piedi nella Geenna» (cf. anche Mt 18,8-9). Alla domanda di un tale: «Che cosa devo fare per avere la vita eterna?» (Me 10,17; Mt 19,16; Lc 18,18), Gesù risponde proclamando dapprima la necessità di osservare i comandamenti e quindi l’esigenza di rinunciare a tutto e di farsi suo discepolo. Come ricompensa a quanti, lasciato tutto, lo hanno seguito nel discepolato, il Maestro indica la vita eterna (Mc 10,30; Mt 19,29; Lc 18,30). Da parte sua Lc 10,25 indica nell’osservanza dei due principali comandamenti, dell’amore di Dio e del prossimo, la condizione per ereditare la vita eterna. Infine Mt 25,46 conclude la sua maestosa presentazione del giudizio finale con la dichiarazione che «i giusti» entreranno nella vita eterna, mentre coloro che non hanno soccorso i fratelli più piccoli del giudice finale sono destinati al supplizio eterno. Dal contrasto emerge che la «giustizia» necessaria per entrare nella vita eterna consiste nell’amore fattivo del prossimo bisognoso.
 
Gerlando Lentini (Gli Atti degli Apostoli oggi): [I cristiani] Costretti a lasciare Gerusalemme, incominciano ad invadere la vicina Samaria; particolarmente perseguitati, è da notare, sono i cristiani ellenisti cui apparteneva Stefano i quali si distinguevano, nella loro predicazione, per una particolare accentuazione dell’aspetto universalistico del messaggio di Cristo e conseguentemente per un abbandono più o meno immediato delle istituzioni strettamente giudaiche. Gli Apostoli restano nella città santa che rimane ancora il centro di diffusione del Vangelo, in attesa che lo Spirito si manifesti sul da farsi. In questo momento balza all’attenzione della comunità un altro giovane, Filippo, che con lo stesso ardore del martire Stefano predica Cristo in una città della Samaria. Non ci viene riportato di lui alcun discorso. D’altronde quel che importava ai predicatori del Vangelo era una sola cosa: dire a tutti che Gesù è il Cristo, il Salvatore; e questa verità così semplice e profonda la dicevano con tale convinzione e con una parola così piena di divina unzione che le folle restavano incantate e innamorate di Lui. Tanto più che la potenza dello Spirito si manifestava con segni straordinari: da molti indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida di disperata sconfitta; e molti paralitici e storpi venivano sanati. Comunque non tutti quelli che ascoltavano venivano guariti nel corpo e nell’anima. La libertà di rifiutare l’annunzio della salvezza non viene mai soppressa: è tutto nelle mani di Dio, ma anche nelle nostre. In quella città, conclude Luca, vi fu una grande gioia. La Chiesa non è stata mandata per celebrare i funerali, per piangere sulla morte, per fare i lamenti. La Chiesa annunzia Cristo; e Cristo è gioia: il sangue dei martiri l’accresce e la proietta nella pienezza eterna.
 
Agostino (Commento al Vangelo di san Giovanni, 22,15): Non cerco il mio volere, ma il volere di colui che mi ha mandato [Gv 5,30]. Il Figlio unigenito dice: «Non cerco il mio volere» e gli uomini pretendono di fare la propria volontà! Egli, che è uguale al Padre, di così tanto si umilia, mentre di tanto si inorgoglisce colui che giace nel profondo, e che non potrebbe certo sollevarsi se nessuno gli porgesse una mano! Facciamo dunque la volontà del Padre, la volontà del Figlio, la volontà dello Spirito Santo: poiché questa Trinità non ha che una sola volontà, una sola potestà, una sola maestà. Per questo il Figlio dice: «Non sono venuto per fare il mio volere, ma il volere di colui che mi ha mandato»”
 
Santo del giorno - 26 Aprile 2023 -  San Cleto (Anacleto) Papa: Terzo papa dopo Pietro e Lino, Anacleto ebbe un singolare destino: sdoppiato in due persone distinte, Cleto e Anacleto, aveva due feste diverse nel Martirologio Romano, una quella odierna, l’altra il 13 luglio. L’errore sembra sia dovuto a un antico copista che stilando una lista dei papi inserì entrambi i nomi. Cleto in realtà è solo un abbreviativo. Studi moderni, poi, hanno chiarito l’equivoco. Sulla base degli studi del Duchesne, infatti, l’orientamento attuale è che Anacleto e Cleto siano una sola persona: perciò la Congregazione dei riti nel 1960 abolì la festa del 13 luglio, lasciando solo quella del 26 aprile. Pochi i dati biografici di questo pontefice ... Di origine ateniese, fu papa dal 79 al 90, e si rese benemerito per aver edificato una «memoria», un sepolcro a san Pietro, presso il quale fu poi sepolto egli stesso. Altro personaggio con cui in passato si è confuso Anacleto è anche Marcellino, che però fu papa quasi due secoli più tardi e il cui martirio sembra fu aggiunto per motivi apologetici. (Avvenire)
 
O Padre, che in questi sacramenti
ci comunichi la forza del tuo Spirito,
fa’ che impariamo a cercare te sopra ogni cosa,
per portare in noi
l’immagine del Cristo crocifisso e risorto.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
 
 
 25 Aprile 2023
 
San Marco Evangelista Festa
 
1Pt 5,5b-14; Salmo Responsoriale dal Salmo 88 (89); Mc 16,15-20
 
Colletta
O Dio,
che hai glorificato il tuo evangelista Marco
con il dono della predicazione del Vangelo,
concedi a noi di imparare dal suo insegnamento
a seguire fedelmente le orme di Cristo.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Andate in tutto il mondo... Ad gentes 1: Inviata per mandato divino alle genti per essere «sacramento universale di salvezza» la Chiesa, rispondendo a un tempo alle esigenze più profonde della sua cattolicità ed all’ordine specifico del suo fondatore, si sforza di portare l’annuncio del Vangelo a tutti gli uomini. Ed infatti gli stessi apostoli, sui quali la Chiesa fu fondata, seguendo l’esempio del Cristo, «predicarono la parola della verità e generarono le Chiese». È pertanto compito dei loro successori perpetuare quest’opera, perché «la parola di Dio corra e sia glorificata» (2Ts 3,1) ed il regno di Dio sia annunciato e stabilito su tutta quanta la terra. D’altra parte, nella situazione attuale delle cose, in cui va profilandosi una nuova condizione per l’umanità, la Chiesa, sale della terra e luce del mondo, avverte in maniera più urgente la propria vocazione di salvare e di rinnovare ogni creatura, affinché tutto sia restaurato in Cristo e gli uomini costituiscano in lui una sola famiglia ed un solo popolo di Dio.
 
I Lettura: Pietro nel chiudere la lettera, oltre a raccomandare l’umiltà, fondamento  di ogni virtù, suggerisce ai suoi lettori di resistere saldi nella fede, portando nel cuore la certezza che Dio, nell’amorevole sua paternità, non abbandona mai ai suoi figli. Per sopportare i tempi calamitosi che assediano la Chiesa, oltre alla vigilanza occorre irrobustire la fede che è forza preponderante nella lotta contro Satana e il mondo e, allo stesso tempo, garanzia della vittoria.
 
Vangelo
Andate in tutto il mondo, e proclamate il Vangelo.
 
San Marco ha evangelizzato la Buona Novella con la parola, così come testimonia il Libro degli Atti degli Apostoli, ed ha avuto premura di tramandare gli insegnamenti di Cristo attingendo dalla predicazione di Simon Pietro di cui è considerato dalla maggioranza degli studiosi come il suo stenografo. San Marco è “il creatore di un nuovo genere letterario, l’inventore del «Vangelo» nel senso che questo termine, che esprimeva nel cristianesimo delle origini la predicazione orale su Gesù e particolarmente sulla sua passione e morte, diventa comprensivo di tutta la realtà e vicenda storica di Gesù, nel suo cammino dalla Galilea a Gerusalemme. Il Vangelo dunque diventa non tanto una semplice dottrina da proclamare, un messaggio, ma un evento che si attualizza e continua, in certo modo, nella sua proclamazione perché è nato da un’esperienza missionaria” (Enzo Lodi). Il cuore del Vangelo di Marco è la proclamazione di Gesù come Figlio di Dio, rivelato dal Padre, riconosciuto perfino dai demoni, rifiutato e contraddetto dalle folle, dai capi, dai discepoli. Infine, momento culminante del suo Vangelo, è la professione del centurione romano pagano ai piedi di Gesù crocifisso: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!», è la piena definizione della realtà di Gesù e la meta cui deve giungere anche il discepolo.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 16,15-20
 
In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.
 
Parola del Signore
 
L’attività missionaria dei discepoli insieme con il Signore - José Maria González-Ruiz (Commento della Bibbia Liturgica): L’invio solenne dei discepoli contiene alcuni particolari molto vicini al linguaggio di Paolo. Infatti, Matteo dice semplicemente: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20). Il testo che commentiamo parla invece di «tutto il mondo» come Rm 1,8 e di «ogni creatura» come Col 1,23.
La minaccia contro gl’increduli dev’essere intesa nel suo contesto. Effettivamente, non è detto che colui che non si fa battezzare sia condannato, ma solo che saranno condannati coloro che rifiutano di credere (apistein).
Qui si pensa evidentemente a un atteggiamento di ostinazione colpevole di fronte alla proposta della fede, e non accenna ai «non credenti» nel senso moderno della parola.
L’ambiente carismatico, riflesso nel testo, fa pensare a una comunità molto più primitiva e molto meno istituzionalizzata di quella che scorgiamo nel vangelo di Matteo. Qui, infatti, si parla di ammaestrare, e più propriamente «fare discepoli», di battezzare secondo un determinato rito liturgico, di fare osservare i comandamenti di Gesù. Questo significa che anche l’aggiunta finale del secondo vangelo appartiene a uno stadio primitivo delle comunità cristiane, e corrisponde molto bene alla condizione storica, psicologica, ecc. d’una comunità giudeo-cristiana ellenista di Cesarea negli anni 50 della nostra era.
Come in Lc 24,51, Gesù sale al cielo immediatamente dopo aver impartito ai discepoli le istruzioni finali. E per descrivere questo avvenimento, si usano espressioni dell’AT prese dalla storia di Elia (2Re 2,11) e dal salmo 110.
Le apparizioni in Galilea (Mt 28,16) non hanno più posto in questa tradizione; l’attività missionaria dei discepoli con il Signore che «operava insieme con loro» costituisce la vera e propria conclusione del vangelo. La comunità deve avere i suoi responsabili, che non saranno però mai un surrogato del Signore il quale, risuscitato, continua a essere presente in mezzo ai suoi.
 
Gli inviati del Figlio - Joseph Pierron e Pierre Grelot (Missione in Dizionario di Teologia Biblica): 1. La missione di Gesù si prolunga con quella dei suoi inviati, i Dodici, che per questo stesso motivo portano il nome di apostoli.
Già durante la sua vita Gesù li manda innanzi a sé (cfr. Lc 10,1) a predicare il vangelo ed a guarire (Lc 9,1s par.), il che costituisce l’oggetto della sua missione personale.
Essi sono gli operai mandati dal padrone alla messe (Mt 9,38 par.; cfr. Gv 4,38); sono i servi mandati dal re per condurre gli invitati alle nozze del figlio suo (Mt 22,3 par.). Non devono farsi nessuna illusione sul destino che li attende: l’inviato non è maggiore di colui che lo manda (Gv 13,16): come hanno trattato il padrone, così tratteranno i servi (Mt 10,24s). Gesù li manda «come pecore in mezzo ai lupi» (10,16 par.). Egli sa che la «generazione perversa» perseguiterà i suoi inviati e li metterà a morte (23,34 par.). Ma ciò che sarà fatto loro, sarà fatto a lui stesso, e in definitiva al Padre: «Chi ascolta voi, ascolta me, chi rigetta voi, rigetta me, e chi rigetta me, rigetta colui che mi ha mandato » (Lc 10,16); «Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Gv 13,20). Di fatto la missione degli apostoli si collega nel modo più stretto a quella di Gesù: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (20,21). Questa frase illumina il senso profondo dell’invio finale dei Dodici in occasione delle apparizioni di Cristo risorto: «Andate ...». Essi andranno dunque ad annunziare il vangelo (Mc 16,15), a reclutare discepoli di tutte le nazioni (Mt 28,19), a portare dovunque la loro testimonianza (Atti 1,8). Cosi la missione del Figlio raggiungerà effettivamente tutti gli uomini, grazie alla missione dei suoi apostoli e della sua Chiesa.
2. Questo appunto intende il libro degli Atti quando racconta la vocazione di Paolo. Riprendendo i termini classici delle vocazioni profetiche, Cristo risorto dice al suo strumento eletto: «Va’ perché io ti invierò lontano presso i pagani» (Atti 22, 21); e questa missione ai pagani si inserisce nella linea esatta di quella del servo di Jahve (Atti 26,17; cfr. Is 42,7.16). Infatti il servo è venuto nella persona di Gesù, e gli inviati di Gesù portano a tutte le nazioni il messaggio di salvezza che egli personalmente aveva notificato soltanto alle «pecore perdute della casa di Israele» (Mt 15,24).
Di questa missione, ricevuta sulla strada di Damasco, Paolo si farà sempre forte per giustificare il suo titolo di apostolo (1Cor 15,8 s, Gal 1,12). Sicuro della sua estensione universale, egli porterà il vangelo ai pagani per ottenere da essi l’obbedienza della fede (Rom 1,5) e magnificherà la missione di tutti i messaggeri del vangelo
(10,14s): non è forse grazie ad essa che nasce nel cuore degli uomini la fede nella parola di Cristo (10,17)? Al di là della missione personale degli apostoli, tutta la Chiesa nella sua funzione missionaria si ricollega in tal modo alla missione del Figlio.
 
L’imperativo del Cristo: «Andate e predicate» è rivolto a tutti i battezzati: «La vocazione cristiana infatti è per sua natura anche vocazione all’apostolato» (AA 2). Questa missione, in modo particolare, è dei vescovi, successori degli apostoli, ma anche dei fedeli: «Nella Chiesa c’è diversità di ministero ma unità di missione. Gli apostoli e i loro successori hanno avuto da Cristo la funzione di insegnare, santificare e governare in suo nome e con la sua autorità. Ma i laici, resi partecipi della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo [...] esercitano l’apostolato con la loro azione per l’evangelizzazione e la santificazione degli uomini, e animando e perfezionando con lo spirito evangelico l’ordine delle realtà temporali, in modo che la loro attività in questo ordine costituisca una chiara testimonianza a Cristo e serva alla salvezza degli uomini [...]. I laici derivano il dovere e il diritto all’apostolato dalla loro stessa unione con Cristo capo. Infatti, inseriti nel corpo mistico di Cristo per mezzo del Battesimo, fortificati dalla virtù dello Spirito Santo per mezzo della confermazione, sono deputati dal Signore stesso all’apostolato» (AA 2.3). Urge quindi che ogni battezzato prenda coscienza  del suo diritto-dovere di essere missionario, di essere «testimone della Fede dovunque opera. Ma più che le parole, è l’esempio, la testimonianza di una vita che sconvolge certi immobilismi, che fa crollare tanti formalismi e crea comunità di gente che crede e offre proposte nuove» (L. Macchi).
 
Il Battesimo e la fede: «Il Battesimo non è necessario a coloro ai quali basta la fede: Abramo, infatti, piacque a Dio per la sua fede, pur non avendo ricevuto il Battesimo. Ma sempre ciò che vien dopo porta a compimento e ha il sopravvento su quanto precede. Prima della passione e della risurrezione del Signore c’era salvezza grazie alla pura fede: ma dal momento che la fede per i credenti è stata rafforzata con la nascita, la passione e la risurrezione di Cristo, su di essa, resa più forte, è stato apposto il suggello del Battesimo, quasi abito della fede, che prima era nuda, ma non poteva più restare senza una sua legge. La legge del Battesimo è stata data e dettata in questi termini: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” [Mt 28,19]. Inoltre sta scritto: “Se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel regno dei cieli” [Gv 3,5]; e ciò vuol dire che la fede deve essere necessariamente suggellata dal Battesimo. Perciò tutti i credenti vengono battezzati» (Tertulliano, De baptismo 13 1-3).
 
Santo del giorno - 25 Aprile 2023 - San Marco, Evangelista: Ebreo di origine, nacque probabilmente fuori della Palestina, da famiglia benestante. San Pietro, che lo chiama «figlio mio», lo ebbe certamente con sè nei viaggi missionari in Oriente e a Roma, dove avrebbe scritto il Vangelo. Oltre alla familiarità con san Pietro, Marco può vantare una lunga comunità di vita con l’apostolo Paolo, che incontrò nel 44, quando Paolo e Barnaba portarono a Gerusalemme la colletta della comunità di Antiochia. Al ritorno, Barnaba portò con sè il giovane nipote Marco, che più tardi si troverà al fianco di san Paolo a Roma. Nel 66 san Paolo ci dà l’ultima informazione su Marco, scrivendo dalla prigione romana a Timoteo: «Porta con te Marco. Posso bene aver bisogno dei suoi servizi». L’evangelista probabilmente morì nel 68, di morte naturale, secondo una relazione, o secondo un’altra come martire, ad Alessandria d’Egitto. Gli Atti di Marco (IV secolo) riferiscono che il 24 aprile venne trascinato dai pagani per le vie di Alessandria legato con funi al collo. Gettato in carcere, il giorno dopo subì lo stesso atroce tormento e soccombette. Il suo corpo, dato alle fiamme, venne sottratto alla distruzione dai fedeli. Secondo una leggenda due mercanti veneziani avrebbero portato il corpo nell’828 nella città della Venezia. (Avvenire) 
 
Il dono ricevuto dal tuo santo altare
ci santifichi, Dio onnipotente,
e ci renda forti nell’adesione al Vangelo
che san Marco ha predicato.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 24 Aprile 2023
 
Lunedì III Settimana di Pasqua
 
At 6,8-15; Salmo Responsoriale 118 [119]; Gv 6,22-29
 
Colletta
Dio onnipotente,
fa’ che, spogliati dell’uomo vecchio con le sue passioni ingannevoli,
viviamo come veri discepoli di Cristo,
al quale ci hai resi conformi con i sacramenti pasquali.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
… su di lui il Padre ha messo sigillo: Catechismo della Chiesa Cattolica 698: Il sigillo è un simbolo vicino a quello dell’unzione. Infatti su Cristo «Dio ha messo il suo sigillo» (Gv 6,27), e in lui il Padre segna anche noi con il suo sigillo. Poiché indica l’effetto indelebile dell’unzione dello Spirito Santo nei sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell’Ordine, l’immagine del sigillo (“sphragis”), è stata utilizzata in certe tradizioni teologiche per esprimere il «carattere» indelebile impresso da questi tre sacramenti che non possono essere ripetuti.
Anche il cristiano è segnato con un sigillo: Catechismo della Chiesa Cattolica 1296: Cristo stesso si dichiara segnato dal sigillo del Padre suo. Anche il cristiano è segnato con un sigillo: «È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo, e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori» (2Cor 1,21-22). Questo sigillo dello Spirito Santo segna l’appartenenza totale a Cristo, l’essere al suo servizio per sempre, ma anche la promessa della divina protezione nella grande prova escatologica.
 
I Lettura: Stefano è un uomo pieno di fede e di Spirito Santo, e con parole ispirate annuncia al popolo il Vangelo della risurrezione. È un uomo pieno di grazia e di forza, e con coraggio respinge le accuse che gli vengono mosse dalla “sinagoga detta dei «liberti». incurante della morte. È un taumaturgo, e con generosità, guarendo ogni sorta di malattie, testimonia la compassione e la misericordia di Gesù, Verbo di Dio. Stefano è innanzi tutto testimone intrepido di Gesù risorto. Contro di lui viene formulata una duplice accusa: ha peccato contro la legge di Mosè (Cf. At 21,28) e contro il tempio (Cf. Mc 14,58), perciò deve morire.
Pur di abbattere il nemico spesso si usano anche mezzi disonesti, come quello di avvalersi di falsi testimoni.
Così per Gesù, così per Stefano. Il volto di Stefano si mostra luminoso come quello di un angelo. Questo particolare ricorda il volto trasfigurato di Gesù e la luminosità del volto di Mosè, che discendendo dal monte, rifletteva lo splendore della gloria di Dio. I membri del sinedrio assistono a una trasfigurazione di Stefano, che vede la gloria di Dio (At 7,55-56).
Il sinedrio condannando Stefano alla pena capitale, inconsapevolmente, lo associa al destino di colui nel quale ha creduto e per il quale ha testimoniato. La vicenda di Stefano, protomartire, non è altro che la vicenda di Cristo che continua nella vita della Chiesa.
 
Vangelo
Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna.
 
Gesù, invitando i giudei a darsi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna, li esorta a darsi da fare a credere in Lui, pane vero disceso del cielo. Come la Sapienza invita gli uomini a mangiare il suo pane e a bere il suo vino (Pr 9,1-6; Sir 24,19-22), così Gesù invita a mangiare la sua carne, il pane vero che dà la vita al mondo e a bere il suo sangue, «versato per tutti gli uomini, in remissione dei peccati» (Mt 26,28).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,22-29
 
Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie.
Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
 
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): v. 26 «In verità, in verità, vi dico, (voi) mi cercate non perché avete visto dei segni ...». Gesù, più che dare una risposta a coloro che lo cercavano (vv. 24-25), li rimprovera per la loro incomprensione. Infatti, essi non avevano colto il vero significato dei «segni» da lui operati, che rappresentavano nella loro globalità la rivelazione dell’amore del Padre in favore dell’umanità. Invece di riconoscere in Gesù il mistero della Sapienza di Dio incarnata, operante nel mondo attraverso la sua azione, avevano intravisto in lui il messia terreno, che poteva risolvere i loro problemi materiali, guarendo gli infermi, procurando il cibo in modo quasi magico. Il discorso sul pane di vita è agganciato all’intermezzo precedente con il termine sapienziale cercare (zètein, vv. 24.26).
v. 27 «Operate per il cibo che non perisce ... », Gesù esorta la folla a procurarsi il cibo che dà la vita piena e imperitura, «che lui solo, in quanto Figlio dell’uomo in perfetta comunione con il mondo di Dio, può comunicare» (Fabris, p. 388). Il termine «operare» (ergázomaiy) è una parola-chiave nel brano 27-30. Gesù contrappone il cibo materiale, che perisce, a quello che rimane per la vita eterna: è un altro esempio del «dualismo giovanneo». Soltanto lui, in quanto Figlio dell’uomo, può procurare questo cibo duraturo, che rimane (ménein, verbo tecnico in Gv), poiché dà la vita eterna. Precedentemente Gesù aveva promesso alla samaritana un’acqua viva zampillante per la vita eterna (4,14); ora, in modo analogo, parla di un cibo che rimane per la vita eterna. Il cibo (pane) e l’acqua sono associati pure in Is 55,1, dove il profeta esorta gli esiliati ebrei ad avere fiducia in Dio.
«Operate»: Gesù invita all’adesione di fede nella sua rivelazione. Egli promette un cibo misterioso, che consiste, come spiegherà più avanti, nel dono della sua «carne», cioè del suo corpo immolato in croce.
Il titolo «Figlio dell’uomo» orienta verso questo senso, perché in Gv si riferisce generalmente al Verbo in quanto uomo, che sarà elevato in croce, per redimere l’umanità fragile e debole, incapace di salvarsi senza l’aiuto di Dio. Gesù può comunicare la vita eterna, perché «Dio l’ha segnato con il suo sigillo», cioè accreditato per la sua missione salvifica. Esphrágisen (lett. sigillò) esprime un’azione istantanea e storica. L’uso dell’aoristo indicherebbe secondo qualche esegeta il momento dell’incarnazione del Verbo oppure della consacrazione messianica di Gesù al Giordano (Gv 1,32-34); meglio riferire il verbo a tutta la sua esistenza terrena, considerata ormai conclusa (cf. Fabris, p, 399).
v. 28 «Che dobbiamo fare per operare le operedi Dio?». Gesù aveva parlato in modo enigmatico e la folla l’aveva frainteso. Il malinteso esigeva una replica, che come di consueto segna un’ ulteriore progresso nella rivelazione. Le opere di Dio è un’espressione che riflette la mentalità pragmatica dei giudei, basata sull’osservanza degli innumerevoli precetti della Legge per ottenere la salvezza.
v. 29 «L’opera di Dio è questa crediate in colui che egli ha mandato». La riposta di Gesù è limpida: alla molteplicità delle opere, cioè degli sforzi umani, oppone un’unica opera, cioè il compimento della volontà di Dio, che consiste «nel credere in lui come inviato di Dio» (Fabris, p. 400). Questo detto si avvicina al concetto paolino della giustificazione: «L’uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere della legge» (Rm 3,28), Benché la fede sia un dono di Dio (Gv 6,44), tuttavia presuppone l’ascolto e l’adesione alla parola del Cristo. Dio rispetta la libertà dell’uomo e, pertanto, per comunicargli il suo amore, esige l’accettazione spontanea del suo disegno salvifico, manifestato e attuato da Gesù. «Il credere, che è l’azione più personale, la decisione più radicale dell’uomo e coinvolge al massimo la sua libertà, è opera di Dio, che diventa, accolta dall’uomo, opera dell’uomo “in Dio e con Dio”» (Segalla, p. 234).
 
… su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo - Henri van den Bussche (Giovanni): Dio ha segnato Gesù col «sigillo» di Figlio dell’Uomo.
Pensiamo ai miracoli che hanno confermato che Gesù diceva la verità, al battesimo nel Giordano (1, 33-34), che ha autenticato la sua missione di Messia, all’incarnazione stessa nella quale l’umanità di Gesù è segnata col sigillo della divinità, o ancora alla filiazione divina che fa del Figlio l’immagine perfetta del Padre. Tutte queste considerazioni non si accordano col contesto che mette questo sigillo in rapporto col Figlio dell’Uomo. Il sigillo non è un’approvazione generale data alla persona di Gesù (3, 33); esso riconosce la legittimità della sua funzione di Figlio dell’Uomo e gli concede il potere e la giurisdizione. Nello stesso senso Aggeo 2, 23 (cfr. Eccli. 49, 11) dice a Zorobabele che egli diverrà il sigillo di Iahvé. Fare di qualcuno il proprio sigillo può significare: segnarlo come possesso inalienabile (Gr. 22, 24) o riconoscergli il potere annesso al sigillo (Agg. 2, 23). Nell’Antico Testamento il sigillo ha spesso un significato escatologico. I servi di Iahvé sono segnati per essere risparmiati nella catastrofe finale. Il libro che contiene i segreti del tempo escatologico è sigillato fino all’inizio di questo tempo (Dn. 12, 4-9; Ap. 5-6). Quando nel battesimo il cristiano è «segnato» dallo Spirito diventa, certo, mediante lo Spirito, possesso definitivo di Dio, ma soprattutto è destinato, messo da parte per il trionfo escatologico. Lo Spirito è il garante (2 Co. 1, 22; Ef. 1, 13) del giorno che vedrà la liberazione escatologica (Ef. 4, 30). Quando Dio mette su Gesù il suo sigillo, Gesù diventa Figlio dell’Uomo ed è investito di una funzione escatologica. Non sono le opere che segnano Gesù, perché il sigillo è precedente ad esse (il verbo è all’aoristo), è contemporaneo alla mi sione. Le opere di Gesù rivelano questo sigillo, questo potere escatologico. In virtù del sigillo che conferma la sua missione di Figlio dell’Uomo, Gesù può compiere le opere. Il sigillo è parallelo e ha lo stesso valore della santificazione in Gv. 10, 36, che è trasmissione di potere divino.
Questa legittimazione di Gesù come Figlio dell’Uomo è un passo verso la rivelazione del Figlio. Perché il potere concesso al Figlio dell’Uomo è tale da parte di Dio, che è precisamente il Padre di Gesù. Il procedimento giovanneo che orienta la rivelazione del Figlio dell’Uomo verso la rivelazione del Figlio qui è appena abbozzato. ma sarà ripreso con insistenza nelle sezioni seguenti.
 
Non siamo nati per vivere in eterno quaggiù: “Ci rattristiamo per la morte di qualcuno: ma siamo forse nati per vivere eternamente qui? Abramo, Mosè, Isaia, Pietro, Giacomo e Giovanni, Paolo - il vaso d’elezione - e perfino il Figlio di Dio, tutti sono morti; e proprio noi restiamo indignati quando qualcuno lascia il suo corpo? E pensare che probabilmente, proprio affinché il male non riuscisse a forviare la sua ragione, è stato portato via! La sua anima, infatti, era gradita a Dio; per questo s’è affrettato a toglierla di mezzo all’iniquità [Sap 4,11.14] in modo che durante il lungo viaggio della vita non si smarrisse in sentieri traversi. Piangiamoli, sì, i morti; ma solo quelli che piombano nella geenna, quelli divorati dall’inferno, quelli per i quali è acceso un fuoco eterno! Ma se noi, quando lasciamo questa vita, siamo accompagnati da una schiera di angeli, se Cristo ci viene incontro, rattristiamoci piuttosto se ha da prolungarsi la nostra permanenza in questa residenza sepolcrale. E poiché, effettivamente, per il tempo che qui ci attardiamo, siamo come degli esiliati che camminano lontani dal Signore, il desiderio, l’unico, che ci deve trascinare, è questo: Me infelice! Il mio esilio si prolunga; abito tra i cittadini di Cedar, e da troppo tempo l’anima mia è in esilio [Sal 119,5-6]. Ora, se dire «Cedar» è dire «tenebre», se questo mondo è tenebre - nelle tenebre, infatti, la luce risplende, ma le tenebre non l’accolsero [Gv 1,5] - rallegriamoci con la nostra Blesilla che è passata dalle tenebre alla luce, e mentre ancora era lanciata nella fede appena accolta, ha ricevuto la corona di un’opera compiuta” (Girolamo, Le Lettere, I, 39,3 [a Paola]).
 
Il Santo del giorno - 24 Aprile 2023 - San Benedetto Menni, Sacerdote - Benedetto Menni al secolo Angelo Ercole è stato il restauratore dell’ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio (Fatebenefratelli) in Spagna, nonché il fondatore nel 1881 delle Suore ospedaliere del Sacro Cuore, particolarmente dedite all’assistenza dei malati psichiatrici. Nato nel 1841, lasciò il posto in banca per dedicarsi, come barelliere, ai feriti della battaglia di Magenta. Entrato tra i Fatebenefratelli, fu inviato a soli 26 anni in Spagna con l’improbo compito di far rinascere l’Ordine, che era stato soppresso. Ci riuscì tra mille difficoltà – tra cui un processo per presunti abusi a una malata di mente, concluso con la condanna dei calunniatori – e in 19 anni da provinciale fondò 15 opere.
Su suo impulso la famiglia religiosa rinacque anche in Portogallo e Messico. Fu poi visitatore apostolico dell’Ordine e anche superiore generale. Morì a Dinan in Francia nel 1914, ma riposa a Ciempozuelos, nella sua Spagna. È santo dal 1999. (Avvenire)
 
Guida con bontà, o Signore, la tua Chiesa,
nutrita da questo santo convito,
perché, retta dalla tua mano sicura,
cresca nella libertà
e perseveri nell’integrità della vita cristiana.
Per Cristo nostro Signore