1 Settembre 2026
 
Martedì della XXII Settimana del Tempo Ordinario

1Cor 2,10b-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 144 (145); Lc 4,31-37
 
Satana - Catechismo degli Adulti - [382] I demòni hanno come capo Satana. La sua forza distruttiva e il suo influsso nella storia sono indicati dalla Bibbia in termini impressionanti: «il principe di questo mondo» (Gv 12,31); «il grande drago, il serpente antico... che seduce tutta la terra» (Ap 12,9); «omicida fin da principio... e padre della menzogna» (Gv 8,44), «colui che della morte ha il potere» (Eb 2,14); il «maligno» che domina «tutto il mondo» (1Gv 5,19). Bisogna dunque vedere in lui una persona, malvagia e potente che, attraverso un’illusione di vita, organizza sistematicamente la perdizione e la morte.
Si può riconoscere un suo influsso particolare nella forza della menzogna e dell’ateismo, nell’atteggiamento diffuso di autosufficienza, nei fenomeni di distruzione lucida e folle. Ma tutta la storia, a cominciare dal peccato primordiale, è inquinata e stravolta dalla sua azione nefasta. Secondo la concezione biblica, le varie forme di male sono in qualche modo riconducibili a lui e ai demòni suoi complici. La Chiesa ritiene che «tutta intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà ... fino all’ultimo giorno».
Così inquietante è la forza del male, che alcune dottrine religiose hanno immaginato l’esistenza di un dio malvagio, indipendente e concorrenziale rispetto al Dio del bene. La Chiesa rifiuta questo modo di vedere. Tuttavia non minimizza il mistero del male, riducendolo alle deficienze della natura o alla colpa dell’uomo, ma vi scorge «un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore».
 
Liturgia della Parola
 
I lettura: A uomini avidi di sapienza umana, Paolo rivolge un accorato monito: abbandonare la conoscenza carnale e aprirsi allo Spirito di Dio. L’uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito: esse sono follia; invece l’uomo mosso dallo Spirito giudica ogni cosa e conosce ciò che Dio gli ha donato. L’eterno dilemma: appoggiarsi alla carne, ma essa conduce alla morte, appoggiarsi allo Spirito di Dio, esso conduce alla vita e alla conoscenza del pensiero del Signore. È ancora in gioco la libertà dell’uomo, è lui, e soltanto lui, che deve discerne e scegliere.
 
Vangelo
Io so chi tu sei: il santo di Dio!
 
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro: così il giudaismo chiamava i demoni, estranei e anzi ostili alla purità religiosa e morale che esige il servizio di Dio. Omicida fin da principio (Gv 8,44), Satana è colui che si mette di traverso per rovinare l’uomo e alienarlo da Dio, ma non può resistere alla potenza di Dio, deve retrocedere dinanzi all’autorità del Cristo. Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!: magnifica professione di fede. Poiché Dio è il «santo» per eccellenza, tutto ciò che si ricollega a lui è santo, e in primo luogo Gesù, che gli appartiene per la filiazione divina e l’elezione messianica.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,31-37
 
In quel tempo, Gesù scese a Cafàrnao, città della Galilea, e in giorno di sabato insegnava alla gente. Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità.
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro; cominciò a gridare forte: «Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!».
Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E il demonio lo gettò a terra in mezzo alla gente e uscì da lui, senza fargli alcun male.
Tutti furono presi da timore e si dicevano l’un l’altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?». E la sua fama si diffondeva in ogni luogo della regione circostante.
 
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): Gesù predica a Cafarnao (4,31-32) Dopo la visita di Gesù a Nazaret, Luca riprende la trama di Marco, ma tralasciando il racconto della chiamata dei primi quattro discepoli, che riporterà dopo un congruo periodo del suo ministero pubblico (5,1-11).
Per recarsi da Nazaret a Cafarnao, lontana 40 km circa, bisogna discendere: il lago di Tiberiade, sulla cui sponda sorgeva Cafarnao, si trova a 212 m sotto il livello del mare. Anche Luca, come Marco, segnala un prolungato periodo di insegnamento a Cafarnao, il domicilio abituale di Gesù nella prima fa e del ministero.
Egli insegnava nella sinagoga, in occasione della liturgia del sabato. L’evangelista sottolinea lo stupore degli uditori per l’autorevolezza del suo insegnamento, dal quale traspariva una potenza divina (exousia). Luca tralascia il confronto con l’insegnamento degli scribi, che non è noto ai suoi lettori.
Guarigione di un indemoniato (4,33-37) Lc segue quasi letteralmente il testo di Marco per il racconto di questo primo esorcismo compiuto da Gesù. Il «più forte» (3,16) inizia la lotta contro Satana, che aveva già respinto nel deserto. Il demonio conosceva l’identità messianica di Gesù: «So chi sei tu, il Santo di Dio» (4,34). Ma questi gli impose silenzio con un comando perentorio, manifestando così la sua superiorità.
Luca non dà particolare rilievo al tema del «segreto messianico». Sottolinea piuttosto l’autorità di Gesù, annotando come il demonio scaraventò nel mezzo l’uomo posseduto, ma senza potergli nuocere. L’evangelista distingue meglio di Marco (1,27) l’insegnamento di Gesù dalla sua azione, i detti dai fatti (cf. At l,1).
Sopra aveva parlato della parola con autorità (v. 32) in riferimento all’insegnamento di Gesù; ora attribuisce tale exousia alla sua parola taumaturgica, con cui comandava agli spiriti immondi negli esorcismi. Comunque, si tratta sempre dell’efficacia della parola liberatrice di Gesù, nella quale agiva la forza dello Spirito.
 
Per approfondire
 
Taci! Esci da lui! - Per un approfondimento del racconto evangelico si può fare ricorso al Magistero della Chiesa.
L’uomo, incapace di superare efficacemente da sé gli assalti del male, è come se fosse incatenato (Cf. GS 13). Questa estrema povertà è il frutto amaro del peccato originale, in conseguenza del quale «il diavolo ha acquisito un certo dominio sull’uomo, benché questi rimane libero. Il peccato originale comporta “la schiavitù sotto il dominio di colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo”» (Catechismo della Chiesa Cattolica 407).
Per cui ignorare che l’uomo «ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi» (ibidem).
Sempre per il Catechismo, le «conseguenze del peccato originale e di tutti i peccati personali degli uomini conferiscono al mondo nel suo insieme una condizione peccaminosa, che può essere definita con l’espressione di san Giovanni “il peccato del mondo” [Gv 1,29]. Con questa espressione viene anche significata l’influenza negativa esercitata sulle persone dalle situazioni comunitarie e dalle strutture sociali che sono frutto dei peccati degli uomini» (408). Ecco perché è necessario aprirsi a Cristo che con la sua morte e risurrezione ha liberato l’uomo dal potere di Satana, sottraendolo alla sua schiavitù: «Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita, e in lui Dio ci ha riconciliato con se stesso e tra noi e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l’apostolo: il Figlio di Dio “ha amato me e ha sacrificato se stesso per me” [Gal 2,20]» (GS 22).
Una liberazione già in atto, ma che si farà piena soltanto quando il Cristo «consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza» (1Cor 15,24).
Ecco perché oggi «tutta  la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre» (GS 13). Così come tutta «intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno» (GS 37).
L’uomo inserito in questa battaglia «deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l’aiuto della grazia di Dio» (GS 33).
Per stare saldi contro gli assalti del demonio si può fare ricorso all’autorità della Parola di Dio. Per esempio Ef 6,10-18, con dovizia di particolari, enumera le varie armi che compongono l’armatura spirituale necessaria a rintuzzare gli assalti di Satana. Ma potrebbe servire il monito di Friedrich Wilhelm Nietzsche rivolto all’uomo: «Diventa ciò che sei». E l’uomo non è un animale. L’uomo è immagine di Dio (Cf. Gen 1,27), trono della sua gloria, tempio della santa Trinità creato «per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e mediante questo salvare l’anima sua» (Ignazio di Loyola).
Chi ha il coraggio di essere uomo, e di vivere come tale, ha già vinto Satana!
Rito degli esorcismi (Premesse Generali 6-7): Durante il suo ministero Cristo diede agli Apostoli e agli altri discepoli il potere di scacciare gli spiriti immondi (cfr. Mt l0,1.8; Mc 3,14-15; 6,7.13; Lc 9,1; l0,17.18-20).
Promise loro lo Spirito Santo Paraclito, che procede dal Padre attraverso il Figlio, allo scopo di convincere il mondo quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato (cfr. Gv 16,7-11).
E nel Vangelo la cacciata dei demoni fa parte dei segni che avrebbero accompagnato quelli che credono (cfr. Mc 16,17). Fin dal tempo degli Apostoli la Chiesa ha esercitato il potere ricevuto da Cristo di scacciare i demoni e di respingere il loro influsso (cfr. At 5,16; 8,7; 16,18; 19,12). Perciò essa prega con fiducia e perseveranza «in nome di Gesù» di essere liberata dal Maligno (cfr. Mt 6,13) e, in quello stesso nome, per la forza dello Spirito Santo, comanda in vari modi ai demoni di non ostacolare l’opera di evangelizzazione (cfr 1Ts 2,18) e di restituire «al più Forte» (cfr. Lc 11,21-22) il dominio sul creato e su ogni uomo.
«Quando la Chiesa comanda pubblicamente e con autorità, in nome di Gesù Cristo, che una persona o un oggetto sia protetto contro l’influenza del Maligno e sottratto al suo dominio, si parla di esorcismo».
 
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro - Il peccato degli angeli - Giovanni Damasceno, De fide orthod., 2, 4: Tra le angeliche virtù il primo angelo dell’ordine terrestre, cui era stata affidata la cura della terra, pur essendo buono per natura e causa di bene e creato senza nessuna impronta di malizia, non tollerando più lo splendore che aveva ricevuto per libera donazione del Creatore, da ciò che era in armonia con la sua natura, si rivolse a ciò che era contro la sua natura, e si oppose al suo Creatore; così per primo si allontanò dal bene e da buono divenne cattivo. Poiché il male non è altro se non la mancanza di un bene, come le tenebre non sono altro che la mancanza di luce. Il bene è una luce spirituale e il male è un buio spirituale. Lui ch’era stato fatto luce dal Creatore e buono - Dio “guardò tutte le cose che aveva fatto, ed erano molto buone” (Gen 1,31) - di sua spontanea volontà si fece tenebre. Con lui si ribellò tutta la moltitudine innumerevole di angeli ch’era sotto di lui. Pur essendo, dunque, della stessa natura di tutti gli altri angeli, per propria scelta, divennero cattivi e di loro spontanea volontà si piegarono al male.
 
Testimoni di Cristo - San Giosuè, Patriarca: Il giovane Giosuè fa il suo tirocinio al servizio di Mosè. Accumula esperienza e conoscenza, diventa un uomo pieno dello spirito di saggezza. Per questa sua sapienza e docilità merita di diventare il successore di Mosè, che guiderà il popolo nell’ingresso nella terra promessa. Il passaggio del Giordano più che un’azione bellica è una processione liturgica da lui guidata.
Al centro dell’evento vi è l’Arca trasportata dai sacerdoti. Non appena essi toccano l’acqua, questa si divide per lasciar passare il popolo all’asciutto. Anche la conquista di Gerico viene presentata come un’azione liturgica di cui sono protagonisti i sacerdoti. Per sei giorni essi aprono il corteo intorno alle mura della città. Il settimo giorno compiono il giro per ben 7 volte, e al termine dell’ultimo, al suono delle trombe, le mura crollano. I due episodi sono accomunati da una premessa teologica: la conquista della terra è un dono di Dio, Giosuè ne è lo strumento. (Avvenire)
 
Dio onnipotente,
unica fonte di ogni dono perfetto,
infondi nei nostri cuori l’amore per il tuo nome,
accresci la nostra dedizione a te,
fa’ maturare ogni germe di bene
e custodiscilo con vigile cura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
31 Agosto 2026
 
Lunedì XXII Settimana del Tempo Ordinario
 
1Cor 2,1-5; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Lc 4,16-30
 
La profezia - Paul Beauchamp: «Le profezie un giorno spariranno», spiega Paolo (l Cor 13, 8). Ma allora sarà la fine dei tempi. La venuta di Cristo in terra, lungi dall’eliminare il carisma della profezia, ne ha provocato, al contrario, l’estensione che era stata predetta. «Possa tutto il popolo essere profeta!», augurava Mosè (Num 11, 29). E Gioele vedeva realizzarsi questo augurio «negli ultimi tempi» (Gioe 3, l-4). Nel giorno della Pentecoste, Pietro dichiara compiuta questa profezia: lo Spirito di Gesù si è effuso su ogni carne: visione e profezia sono cose comuni nel nuovo popolo di Dio. Il carisma delle profezie è effettivamente frequente nella Chiesa apostolica (cfr. Atti 11, 27 s; 13, 1; 21, 10 s). Nelle Chiese da lui fondate, Paolo vuole che esso non sia deprezzato (1 Tess 5, 20). Lo colloca molto al di sopra del dono delle lingue (1 Cor 14, 1-5); ma non di meno ci tiene a che sia esercitato nell’ordine e per il bene della comunità (14, 29-32). Il profeta del NT, non diversamente da quello del VT, non ha come sola funzione quella di predire il futuro: egli «edifica, esorta, consola» (14, 3), funzioni che riguardano da vicino la predicazione. L’autore profetico dell’Apocalisse incomincia con lo svelare alle sette Chiese ciò che esse sono (Apoc 2 - 3), come facevano gli antichi profeti. Soggetto egli stesso al controllo degli altri profeti (1 Cor 14, 32) ed agli ordini dell’autorità (14, 37), il profeta non potrebbe pretendere di portare a sé la comunità (cfr. 12, 4-11), né di governare la Chiesa. Fino al termine, il profetismo autentico sarà riconoscibile grazie alle regole del discernimento degli spiriti. Già nel VT il Deuteronomio non vedeva forse nella dottrina dei profeti il segno autentico della loro missione divina (Deut 13, 2-6)? Così è ancora. Infatti il profetismo non si spegnerà con l’età apostolica. Sarebbe difficile comprendere la missione di molti santi della Chiesa senza riferimento al carisma profetico, il quale rimane soggetto alle regole enunciate da S. Paolo.
 
Liturgia della parola
 
Prima Lettura - Marianna Pascucci: Questo brano mette in evidenza come, secondo Paolo, un autentico sermone doveva rendere visibile la grazia salvifica di Dio, penetrando in profondità nei cuori degli ascoltatori.
Egli credeva che lo stesso principio fosse valido per ogni ministero. La fede avrebbe dovuto essere radicata in un riconoscimento ineluttabile, non in una deduzione razionale. Paolo desiderava che i suoi convertiti sperimentassero la potenza di Dio e vedessero con i propri occhi la grazia divina in atto. Al fine di ottenere questo risultato concentrò la sua predicazione sulla parte più difficile del Vangelo, ossia la crocifissione di Cristo. I presenti, allora, avrebbero dovuto andarsene, invece qualcosa li aveva trattenuti, perché avevano percepito in Paolo la presenza della grazia, e si erano convinti che la potenza di Dio l’avesse trasformato. Lo Spirito Santo, a mio avviso, aveva inequivocabilmente manifestato la sua potenza, e questa verità risultava innegabile. Signore, fa che la nostra vita allora parli al mondo, attraverso un messaggio chiaro, guidato dallo Spirito Santo, del grande amore del Padre che guarisce tutte le ferite. 
 
Vangelo
Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio... Nessun profeta è bene accetto nella sua patria.
 
Gesù porta a compimento il piano di Dio, e questa rivelazione impone a tutti una scelta. I Nazaretani si fermano in superficie, conoscono Gesù e tutto il suo parentado, e questa conoscenza umana non permette loro di andare in profondità, accecati da insani pregiudizi non sanno fare altro che partorire progetti di morte.
Non è venuta ancora l’ora, e così Gesù può sfuggire incolume dalle mani dei Nazaretani, e riprendere il cammino verso nuove mete.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,16-30
 
In quel tempo, Gesù venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, 
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
a proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
 
Parola del Signore.
 
Questa Scrittura oggi si è adempiuta - Subito dopo aver superato le tentazioni nel deserto (Cf. Lc 4,1-13), Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo. Gesù inizia il suo ministero in Galilea pieno di Spirito Santo, che è il protagonista della intera opera lucana. Non a caso il Libro degli Atti degli Apostoli è stato chiamato il Vangelo dello Spirito Santo.
Nazaret, il villaggio dove Gesù «era cresciuto» (Lc 4,16), non è menzionata né dallo storico Giuseppe Flavio, né nel Talmud. San Girolamo nel V secolo affermava che fosse un viculus ovvero un piccolo villaggio, abitato da un centinaio di persone. A Nazaret l’angelo del Signore aveva annunciato alla vergine Maria la nascita del Figlio dell’Altissimo, il Salvatore del mondo (Cf. Lc 1,32.35).
Gesù, come tutti gli Ebrei, amava frequentare la sinagoga che è l’edifìcio in cui gli Israeliti si radunavano per pregare, per leggere e per studiare la Legge. Il decano degli anziani, il quale era incaricato della celebrazione, a volte invitava qualcuno dei presenti a predicare. Fu così che Gesù venne invitato a leggere il profeta Isaia.
Il brano che Gesù legge è tratto dal libro di Isaia (61,1ss) dove il profeta, da parte di Dio, annunzia un messaggio di consolazione al popolo d’Israele. Ma in verità il testo isaiano non era scritto sul rotolo perche è frutto del lavoro redazionale di Luca che ha fuso insieme Is 61,1-2 e 58,6.
Lo Spirito del Signore ... mi ha mandato ... a proclamare l’anno di grazia del Signore. Il giubileo, prescritto ogni cinquanta anni (Cf. Lv 25,10), era stato istituito per donare la libertà agli schiavi e la restituzione dei beni patrimoniali.
L’anno di grazia, «con cui termina questa profezia, non è altro che il tempo di perdono che Dio accorda a quanti gli si accostano con sentimenti di umiltà e di povertà, il tempo della pace, nel senso più vasto del termine: la pace di Dio, intesa come suo dono amoroso; la pace di Dio, intesa come bene atteso dall’alto; la pace con Dio, intesa come riconciliazione col suo amore» (Carlo Ghidelli).
Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato. In Gesù questa Scrittura si compie perfettamente, ma in una dimensione molto più ampia in quanto raggiunge l’uomo nella sua totalità. I destinatari di questa Buona Novella sono i poveri, cioè gli umili, i deboli, i piccoli e i contriti di cuore che da sempre, per la loro obbedienza alla volontà di Dio, hanno attirato sulla terra lo sguardo benevolo del Padre fino a costringerlo amorevolmente a mandare il Verbo, la cui «incarnazione costituisce l’attestato più eloquente della sua premura nei confronti degli uomini» (Teodereto di Ciro).
In Gesù di Nazaret il Padre compie il suo progetto di salvezza e il suo compimento non è una resa di conti, ma è gioia, festa: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza» (Ne 8,10; Cf. I Lettura). Il Vangelo, che sostanzialmente è una buona notizia, quando è veramente compreso, rallegra il cuore di chi lo accoglie, e porta a condividere questa gioia: chi è contento desidera che anche gli altri lo siano.
La profezia si è compiuta in Gesù e la sua stessa presenza rappresenta «l’oggi della salvezza, il compimento della Scrittura appena letta. Gesù con la sua parola non annunziava soltanto, ma attuava la salvezza divina, contenuta nelle promesse profetiche... La parola di Gesù diventa evento salvifico, vivo, attuale» (Angelico Poppi). Quella di Gesù è un’affermazione che dovrebbe far sognare ad occhi aperti tutti gli uomini: un sogno che diventerà realtà quando finalmente l’umanità, varcata la soglia della vita terrena, per essa si spalancheranno per sempre le porte della casa del Padre.
 
Per approfondire
 
Lo Spirito del Signore è sopra di me … - Bibbia di Navarra (nota a Lc 4,18): In questo versetto i Santi Padri vedono indicate le tre Persone della Santissima Trinità: lo Spirito (Spirito Santo) del Signore (il Padre) è sopra di me (il Figlio) (cfr Origene, Homilia 32). Lo Spirito Santo inabitava nell’anima di Cristo fin dall’istante della Incarnazione, e discese visibilmente sotto le sembianze di colomba quando Gesù fu battezzato da Giovanni (cfr Lc 3,21-22).
«Per questo mi ha consacrato con l’unzione»: si fa riferimento all’unzione che Gesù Cristo ricevette al momento dell’Incarnazione, soprattutto per la grazia dell’unione ipostatica. «L’unzione di Gesù Cristo non fu corporate, come quella degli antichi re, sacerdoti e profeti, ma tutta spirituale e divina. perché la pienezza della divinità abita in lui sostanzialmente» (Catechismo maggiore, n. 76). Da questa unione ipostatica scaturisce la pienezza di tutte le grazie. A significarla è detto che Gesù Cristo fu unto dallo Spirito Santo medesimo, e non ci si limita ad affermare che ne ricevette le grazie e i doni come i santi.
 
Settimio Cipriani (Le Lettere di Paolo): 2,1-3 Paolo incomincia col ricordare gli inizi della sua predicazione («la testimonianza di Dio»: v. 1) a Corinto: essa ha portato frutti meravigliosi perché non cercò mescolanze di orpelli retorici e di ragionamenti filosofici («con eccellenza di discorso o di sapienza»: v. 1), ne si appoggiò all’autorità di qualche scuola o di qualche sapiente. Solo «Gesù Cristo» nel mistero repellente della sua morte di «croce», senza nessuna ovattatura, fu l’oggetto della predicazione dell’Apostolo (Vv. 2).
3-5 In questi versi risuona, sia pure velatamente, l’eco della amara esperienza fatta ad Atene: essi sono perciò un piccolo brano autobiografico.
«Debolezza, timore, tremore grande» (v. 3): la missione che stava per intraprendere nella turbinosa, corrotta Corinto era superiore alle sue forze fisiche e morali! Solo dall’alto poteva venire l’aiuto, tanto che Cristo gli era apparso per rincuorarlo (Atti 18, 9-10). «Timore e tremore grande» (v. 3) è un’espressione spesso usata da Paolo in riferimento alla condotta dei cristiani, nella tensione verso la loro salvezza (cfr. 2Cor. 7, 15; Efes. 6,5; Fil, 2,12): qui l’Apostolo intende probabilmente segnalare la sua ansiosa trepidazione nel compimento del proprio dovere (cfr. Rom. 1, 15). Non valeva certo la pena di ritentare l’esperimento ateniese: perciò la sua predicazione a Corinto non consisté «in persuasivi discorsi di sapienza (umana), ma in dimostrazione di Spirito e di potenza» (v. 4).
Non è chiaro il significato dell’ultima parte del versetto: «n dimostrazione di Spirito e di potenza». L’espressione può intendersi sia come genitivo oggettivo («dimostrazione» che consiste nello «Spinto» e nella «potenza» di Dio), sia come genitivo soggettivo; in questo caso avremmo il seguente significato: ci siamo affidati completamente allo «Spirito» di Dio e alla sua «potenza», lasciando loro di «dimostrare» vera la nostra predicazione, sia comunicando alle nostre parole una misteriosa forza di persuasione, sia illuminando le menti degli ascoltatori. «Dimostrazione» ben diversa, dunque, da quella che deriva dall’abilità oratoria o dai virtuosismi del raziocinio umano. Ci sembra che tale spiegazione sia più aderente al contesto prossimo e remoto della lettera (cfr. cc. 12-14) e corrisponda meglio al senso generale di altri testi paolini (cfr. 1Tess. 1, 5 e 2, 13). In tal modo l’unica base che sorreggeva la fede dei neofiti veniva ad essere esclusivamente «la possanza di Dio» (v. 5): la fede trova solo in Dio il suo fondamento e la sua garanzia. Dio non ne è soltanto l’oggetto, ma anche la causa mediante la luce interiore e i segni esterni. Bellissimo il pensiero di S. Agostino: «Sibi ipsa testis est ut cognoscatur lux»!
 
Origene ( In Luc., 32, 2-6): Quando tu leggi: «E insegnava nelle loro sinagoghe e tutti celebravano le sue lodi», stai attento a non credere che soltanto quelli siano stati felici, mentre tu sei stato privato del suo insegnamento. Se la Scrittura è la verità, Dio non ha parlato soltanto allora nelle assemblee giudee, ma anche oggi parla in questa nostra assemblea; e non soltanto qui, nella nostra Chiesa, ma anche in altri consessi e in tutto il mondo Gesù insegna, cercando gli strumenti per trasmettere il suo insegnamento. Pregate dunque affinché egli trovi anche in me uno strumento idoneo e ben disposto a parlare di lui. Così, come Dio onnipotente, cercando dei profeti, al tempo in cui gli uomini avevano bisogno delle profezie, trovò per esempio Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele; del pari Gesù cerca strumenti con cui trasmettere la sua Parola, e ammaestrare i popoli nelle loro sinagoghe ed essere glorificato da tutti. Oggi Gesù è «più glorificato da tutti» che non in quel tempo in cui era conosciuto in una sola regione.
 
Testimoni di Cristo - San Aidano di Lindsfarne, Vescovo: Di Aidano ci è giunta una descrizione a opera del monaco anglosassone Beda il Venerabile, che nacque 20 anni dopo la sua morte. È sconosciuto il luogo e la data di nascita di Aidano, ma si crede che fosse irlandese. Nel 635 fu nel monastero di Iona nell’omonima isola e centro missionario dell’epoca. In quell’anno il re di Northumbria, Oswald desideroso di diffondere il cristianesimo nel suo regno, si rivolse all’abate di Iona, dove era stato convertito e battezzato, affinché mandasse un missionario. Dopo il fallimento del vescovo Cormano, fu mandato lo stesso Aidano, che intanto era stato consacrato vescovo missionario. Accolto dal re Oswald gli concesse l’isola di Lindsfarne nel Mare del Nord per fondarvi un monastero e una sede episcopale. Aidano ebbe un aiuto costante da parte del re Oswald e quando questi morì nel 642, il successore Oswin, continuò ad appoggiarlo nella sua opera di apostolato missionario. Undici giorni dopo la morte del re Oswin assassinato, anche Aidano morì a Bambourgh il 31 agosto 651 e sepolto nel suo monastero. (Avvenire)
 
Dio onnipotente,
unica fonte di ogni dono perfetto,
infondi nei nostri cuori l’amore per il tuo nome,
accresci la nostra dedizione a te,
fa’ maturare ogni germe di bene
e custodiscilo con vigile cura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 1 Settembre 2026
 
Martedì della XXII Settimana del Tempo Ordinario

1Cor 2,10b-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 144 (145); Lc 4,31-37
 
Satana - Catechismo degli Adulti - [382] I demòni hanno come capo Satana. La sua forza distruttiva e il suo influsso nella storia sono indicati dalla Bibbia in termini impressionanti: «il principe di questo mondo» (Gv 12,31); «il grande drago, il serpente antico... che seduce tutta la terra» (Ap 12,9); «omicida fin da principio... e padre della menzogna» (Gv 8,44), «colui che della morte ha il potere» (Eb 2,14); il «maligno» che domina «tutto il mondo» (1Gv 5,19). Bisogna dunque vedere in lui una persona, malvagia e potente che, attraverso un’illusione di vita, organizza sistematicamente la perdizione e la morte.
Si può riconoscere un suo influsso particolare nella forza della menzogna e dell’ateismo, nell’atteggiamento diffuso di autosufficienza, nei fenomeni di distruzione lucida e folle. Ma tutta la storia, a cominciare dal peccato primordiale, è inquinata e stravolta dalla sua azione nefasta. Secondo la concezione biblica, le varie forme di male sono in qualche modo riconducibili a lui e ai demòni suoi complici. La Chiesa ritiene che «tutta intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà ... fino all’ultimo giorno».
Così inquietante è la forza del male, che alcune dottrine religiose hanno immaginato l’esistenza di un dio malvagio, indipendente e concorrenziale rispetto al Dio del bene. La Chiesa rifiuta questo modo di vedere. Tuttavia non minimizza il mistero del male, riducendolo alle deficienze della natura o alla colpa dell’uomo, ma vi scorge «un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore».
 
Liturgia della Parola
 
I lettura: A uomini avidi di sapienza umana, Paolo rivolge un accorato monito: abbandonare la conoscenza carnale e aprirsi allo Spirito di Dio. L’uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito: esse sono follia; invece l’uomo mosso dallo Spirito giudica ogni cosa e conosce ciò che Dio gli ha donato. L’eterno dilemma: appoggiarsi alla carne, ma essa conduce alla morte, appoggiarsi allo Spirito di Dio, esso conduce alla vita e alla conoscenza del pensiero del Signore. È ancora in gioco la libertà dell’uomo, è lui, e soltanto lui, che deve discerne e scegliere.
 
Vangelo
Io so chi tu sei: il santo di Dio!
 
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro: così il giudaismo chiamava i demoni, estranei e anzi ostili alla purità religiosa e morale che esige il servizio di Dio. Omicida fin da principio (Gv 8,44), Satana è colui che si mette di traverso per rovinare l’uomo e alienarlo da Dio, ma non può resistere alla potenza di Dio, deve retrocedere dinanzi all’autorità del Cristo. Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!: magnifica professione di fede. Poiché Dio è il «santo» per eccellenza, tutto ciò che si ricollega a lui è santo, e in primo luogo Gesù, che gli appartiene per la filiazione divina e l’elezione messianica.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,31-37
 
In quel tempo, Gesù scese a Cafàrnao, città della Galilea, e in giorno di sabato insegnava alla gente. Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità.
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro; cominciò a gridare forte: «Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!».
Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E il demonio lo gettò a terra in mezzo alla gente e uscì da lui, senza fargli alcun male.
Tutti furono presi da timore e si dicevano l’un l’altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?». E la sua fama si diffondeva in ogni luogo della regione circostante.
 
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): Gesù predica a Cafarnao (4,31-32) Dopo la visita di Gesù a Nazaret, Luca riprende la trama di Marco, ma tralasciando il racconto della chiamata dei primi quattro discepoli, che riporterà dopo un congruo periodo del suo ministero pubblico (5,1-11).
Per recarsi da Nazaret a Cafarnao, lontana 40 km circa, bisogna discendere: il lago di Tiberiade, sulla cui sponda sorgeva Cafarnao, si trova a 212 m sotto il livello del mare. Anche Luca, come Marco, segnala un prolungato periodo di insegnamento a Cafarnao, il domicilio abituale di Gesù nella prima fa e del ministero.
Egli insegnava nella sinagoga, in occasione della liturgia del sabato. L’evangelista sottolinea lo stupore degli uditori per l’autorevolezza del suo insegnamento, dal quale traspariva una potenza divina (exousia). Luca tralascia il confronto con l’insegnamento degli scribi, che non è noto ai suoi lettori.
Guarigione di un indemoniato (4,33-37) Lc segue quasi letteralmente il testo di Marco per il racconto di questo primo esorcismo compiuto da Gesù. Il «più forte» (3,16) inizia la lotta contro Satana, che aveva già respinto nel deserto. Il demonio conosceva l’identità messianica di Gesù: «So chi sei tu, il Santo di Dio» (4,34). Ma questi gli impose silenzio con un comando perentorio, manifestando così la sua superiorità.
Luca non dà particolare rilievo al tema del «segreto messianico». Sottolinea piuttosto l’autorità di Gesù, annotando come il demonio scaraventò nel mezzo l’uomo posseduto, ma senza potergli nuocere. L’evangelista distingue meglio di Marco (1,27) l’insegnamento di Gesù dalla sua azione, i detti dai fatti (cf. At l,1).
Sopra aveva parlato della parola con autorità (v. 32) in riferimento all’insegnamento di Gesù; ora attribuisce tale exousia alla sua parola taumaturgica, con cui comandava agli spiriti immondi negli esorcismi. Comunque, si tratta sempre dell’efficacia della parola liberatrice di Gesù, nella quale agiva la forza dello Spirito.
 
Per approfondire
 
Taci! Esci da lui! - Per un approfondimento del racconto evangelico si può fare ricorso al Magistero della Chiesa.
L’uomo, incapace di superare efficacemente da sé gli assalti del male, è come se fosse incatenato (Cf. GS 13). Questa estrema povertà è il frutto amaro del peccato originale, in conseguenza del quale «il diavolo ha acquisito un certo dominio sull’uomo, benché questi rimane libero. Il peccato originale comporta “la schiavitù sotto il dominio di colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo”» (Catechismo della Chiesa Cattolica 407).
Per cui ignorare che l’uomo «ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi» (ibidem).
Sempre per il Catechismo, le «conseguenze del peccato originale e di tutti i peccati personali degli uomini conferiscono al mondo nel suo insieme una condizione peccaminosa, che può essere definita con l’espressione di san Giovanni “il peccato del mondo” [Gv 1,29]. Con questa espressione viene anche significata l’influenza negativa esercitata sulle persone dalle situazioni comunitarie e dalle strutture sociali che sono frutto dei peccati degli uomini» (408). Ecco perché è necessario aprirsi a Cristo che con la sua morte e risurrezione ha liberato l’uomo dal potere di Satana, sottraendolo alla sua schiavitù: «Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita, e in lui Dio ci ha riconciliato con se stesso e tra noi e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l’apostolo: il Figlio di Dio “ha amato me e ha sacrificato se stesso per me” [Gal 2,20]» (GS 22).
Una liberazione già in atto, ma che si farà piena soltanto quando il Cristo «consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza» (1Cor 15,24).
Ecco perché oggi «tutta  la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre» (GS 13). Così come tutta «intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno» (GS 37).
L’uomo inserito in questa battaglia «deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l’aiuto della grazia di Dio» (GS 33).
Per stare saldi contro gli assalti del demonio si può fare ricorso all’autorità della Parola di Dio. Per esempio Ef 6,10-18, con dovizia di particolari, enumera le varie armi che compongono l’armatura spirituale necessaria a rintuzzare gli assalti di Satana. Ma potrebbe servire il monito di Friedrich Wilhelm Nietzsche rivolto all’uomo: «Diventa ciò che sei». E l’uomo non è un animale. L’uomo è immagine di Dio (Cf. Gen 1,27), trono della sua gloria, tempio della santa Trinità creato «per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e mediante questo salvare l’anima sua» (Ignazio di Loyola).
Chi ha il coraggio di essere uomo, e di vivere come tale, ha già vinto Satana!

Rito degli esorcismi (Premesse Generali 6-7): Durante il suo ministero Cristo diede agli Apostoli e agli altri discepoli il potere di scacciare gli spiriti immondi (cfr. Mt l0,1.8; Mc 3,14-15; 6,7.13; Lc 9,1; l0,17.18-20).
Promise loro lo Spirito Santo Paraclito, che procede dal Padre attraverso il Figlio, allo scopo di convincere il mondo quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato (cfr. Gv 16,7-11).
E nel Vangelo la cacciata dei demoni fa parte dei segni che avrebbero accompagnato quelli che credono (cfr. Mc 16,17). Fin dal tempo degli Apostoli la Chiesa ha esercitato il potere ricevuto da Cristo di scacciare i demoni e di respingere il loro influsso (cfr. At 5,16; 8,7; 16,18; 19,12). Perciò essa prega con fiducia e perseveranza «in nome di Gesù» di essere liberata dal Maligno (cfr. Mt 6,13) e, in quello stesso nome, per la forza dello Spirito Santo, comanda in vari modi ai demoni di non ostacolare l’opera di evangelizzazione (cfr 1Ts 2,18) e di restituire «al più Forte» (cfr. Lc 11,21-22) il dominio sul creato e su ogni uomo.
«Quando la Chiesa comanda pubblicamente e con autorità, in nome di Gesù Cristo, che una persona o un oggetto sia protetto contro l’influenza del Maligno e sottratto al suo dominio, si parla di esorcismo».
 
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro - Il peccato degli angeli - Giovanni Damasceno, De fide orthod., 2, 4: Tra le angeliche virtù il primo angelo dell’ordine terrestre, cui era stata affidata la cura della terra, pur essendo buono per natura e causa di bene e creato senza nessuna impronta di malizia, non tollerando più lo splendore che aveva ricevuto per libera donazione del Creatore, da ciò che era in armonia con la sua natura, si rivolse a ciò che era contro la sua natura, e si oppose al suo Creatore; così per primo si allontanò dal bene e da buono divenne cattivo. Poiché il male non è altro se non la mancanza di un bene, come le tenebre non sono altro che la mancanza di luce. Il bene è una luce spirituale e il male è un buio spirituale. Lui ch’era stato fatto luce dal Creatore e buono - Dio “guardò tutte le cose che aveva fatto, ed erano molto buone” (Gen 1,31) - di sua spontanea volontà si fece tenebre. Con lui si ribellò tutta la moltitudine innumerevole di angeli ch’era sotto di lui. Pur essendo, dunque, della stessa natura di tutti gli altri angeli, per propria scelta, divennero cattivi e di loro spontanea volontà si piegarono al male.
 
Testimoni di Cristo - San Giosuè, Patriarca: Il giovane Giosuè fa il suo tirocinio al servizio di Mosè. Accumula esperienza e conoscenza, diventa un uomo pieno dello spirito di saggezza. Per questa sua sapienza e docilità merita di diventare il successore di Mosè, che guiderà il popolo nell’ingresso nella terra promessa. Il passaggio del Giordano più che un’azione bellica è una processione liturgica da lui guidata.
Al centro dell’evento vi è l’Arca trasportata dai sacerdoti. Non appena essi toccano l’acqua, questa si divide per lasciar passare il popolo all’asciutto. Anche la conquista di Gerico viene presentata come un’azione liturgica di cui sono protagonisti i sacerdoti. Per sei giorni essi aprono il corteo intorno alle mura della città. Il settimo giorno compiono il giro per ben 7 volte, e al termine dell’ultimo, al suono delle trombe, le mura crollano. I due episodi sono accomunati da una premessa teologica: la conquista della terra è un dono di Dio, Giosuè ne è lo strumento. (Avvenire)
 
Dio onnipotente,
unica fonte di ogni dono perfetto,
infondi nei nostri cuori l’amore per il tuo nome,
accresci la nostra dedizione a te,
fa’ maturare ogni germe di bene
e custodiscilo con vigile cura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 30 Agosto 2026
 
XXII Domenica del Tempo Ordinario
 
Ger 20,7-9; Salmo Responsoriale Dal Salmo 62 (63); Rm 12,1-12; Mt 16,21-27
 
Giuseppe Barbaglio (Croce in Schede Bibliche Pastorali - Vol II) - La croce: pena atroce e ignominiosa Paolo non ha certo esagerato nel qualificare Cristo crocifisso, oggetto della predicazione cristiana, «scandalo per i giudei e follia per i pagani» (1Cor 1,23). La crocifissione era infatti pena tremenda, capace di suscitare raccapriccio e orrore. Nella filippica contro il governatore Verre, Cicerone la definisce «crudelissimum taeterrimumque supplicium» (il più crudele e orrido supplizio) (5,64,165) e «servitutis extremum summumque supplicium» (estremo e sommo supplizio degli schiavi) (5,66,169). Per Tacito la morte in croce è «mors turpissima» (Hist. 4,3,11). Seneca, nelle Lettere Morali, chiama il palo cui si affiggeva il condannato «infelix lignum» (101,14). Nessuna meraviglia dunque che il mondo romano tentasse di rimuoverla psicologicamente, come testimonia lo stesso Cicerone: «Nomen ipsum crucis absit non modo a corpore civium Romanorum, sed etiam a cogitatione, oculis, auribus» (il nome stesso della croce sia lontano non solo dal corpo dei cittadini romani, ma anche dal pensiero, dagli occhi e dalle orecchie) (Pro Rabirio 5,16). E facendo una classifica delle pene più terribili comminate ai criminali, il giurista Julius Paulus, verso la fine del 200 d.C., mette al primo posto appunto la croce, seguita dalla condanna al fuoco e dalla decapitazione: crux, crematio, decollatio. Più tardi, la damnatio ad bestias sostituirà la decapitazione, ma il primato resta sempre della croce.
Nel mondo antico la crocifissione come pena era in uso presso i popoli barbari. Da questi passò nel mondo greco e romano, che, benché conscio del suo carattere barbarico di esplosione di violenza e sadismo, se ne servì largamente soprattutto contro i ribelli e gli schiavi per la sua forza deterrente.
A detta dello storico Appiano, in lotta contro Spartaco e il suo movimento d’insurrezione, Crasso fece crocifiggere seimila prigionieri sulla via Appia (Bell. Civ., 1,120). Parimenti, per ordine di Alessandro Magno, migliaia furono i crocifissi tra i valorosi difensori della città di Tiro, come testimonia Curtius Rufus nella sua Storia di Alessandro (4,4,17). Significativo inoltre appare il famoso dialogo tra moglie e marito, riportato da Giovenale nella sua VI Satira: «Fai crocifiggere questo schiavo! - ti grida. - Che cosa ha fatto per essere messo in croce? Chi sono i testimoni? Chi l’ha denunciato? Ascolta: c’è sempre tempo a uccidere un uomo! - Sciocco! Forse che uno schiavo è un uomo? Anche se non ha fatto nulla voglio che sia messo in croce lo stesso; lo comando io! E se lo comando io, basta così!» (219-233).
Invece il popolo d’Israele, di regola, non ricorse mai alla pena della crocifissione. Al massimo si impalava il cadavere dell’empio e del nemico, volendo così esprimere la maledizione divina sul disgraziato, come testimonia il libro del Deuteronomio: «Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l’avrai messo a morte e appeso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso è una maledizione di Dio» (21,22-23). Di fatto Giosuè fece impalare il re di Ai (Gs 8,29) e i cinque monarchi amorriti della Palestina meridionale coalizzati contro gli ebrei invasori (Gs 10,26). Solo gli Asmonei, molto più tardi, vi faranno ricorso, come testimonia Giuseppe Flavio di Alessandro Ianneo che mise in croce ottocento farisei, suoi avversari (Bell. 1,97s). Si può dunque concludere che la rimozione della croce fu pressoché totale nella storia dell’Israele biblico. Nell’iconografia cristiana la forma costante presentata è quella della crux immissa (palo trasversale fissato a metà circa del palo verticale). Ma allora era conosciuta anche la crux commissa (palo orizzontale fissato in cima al palo verticale). L’affissione di un cartello (titlos, titulus) non era norma fissa. L’esecuzione avveniva normal­mente in un luogo particolare prestabilito, per lo più fuori delle mura cittadine. Il condannato doveva portare la trave trasversale (patibulum) e, giunto sul posto dell’esecuzione capitale, veniva spogliato e flagellato. Quindi lo si legava, o più raramente lo si inchiodava, al patibolo a braccia distese, issandolo poi al palo verticale già ben piantato sul luogo della crocifissione. La morte avveniva lentamente tra sofferenze atroci, per sfinimento o per soffocamento. Infine, salvo rare eccezioni, il cadavere crocifisso non conosceva sepoltura.
 
Liturgia della parola
 
Prima Lettura: La parola del Signore è diventata per me causa di vergogna. Il brano odierno fa parte di quella sezione nota come «Confessioni». Per la Bibbia di Gerusalemme, «queste immagini di seduzione e di lotta sottolineano l’opera di Jahve sul profeta. Quest’ultimo sembra qui ribellarsi contro un Dio che ritiene responsabile della sua sventura. Espressioni di una simile disperazione sono rare nella bibbia (cf. tuttavia Gb 3,1s; Sal 88). Però Geremia conserva la certezza che Jahve è il Dio della grazia e nel momento stesso in cui è afferrato dall’angoscia lancia un grido di speranza».
 
Seconda Lettura: Israele adorava Dio in un tempio fatto di pietre, il cristiano l’adora nel suo cuore costituito tempio vivente dalla inabitazione della Trinità. Il cristiano onora Dio mettendo la propria vita a sua disposizione, sacrificandola interamente come nel vecchio regime si bruciavano le vittime sull’altare. Per questo, Paolo può parlare del cristiano come una vittima vivente, offerta, consumata per una causa santa che è la salvezza dei fratelli.
 
Vangelo
Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso.
 
Alla professione di Pietro, segue il primo annuncio della passione: al compito glorioso di Messia, Gesù aggiunge la missione dolorosa del servo sofferente. Pietro, decidendo di mettersi di traverso nella via che deve seguire Gesù, si trasforma in «ostacolo» e diventa il collaboratore, certamente incosciente, di Satana il cui intento primario è quello di demolire il piano di salvezza. Protestando, Pietro, svolge lo stesso ruolo di Satana «che all’inizio del ministero pubblico “tentò” di portare Gesù sulla via del messianismo terreno [Cf. Mt 4,1-10]. Qui, non è più il Padre che è “nei cieli”, ma “la carne e il sangue” a suggerire a Pietro sentimenti umani» (Angelo Lancellotti).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 16,21-27
 
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».
 
Parola del Signore.
 
Va’ dietro a me, Satana! - Subito dopo la solenne confessione di Pietro a Cesarea di Filippo (Cf. Mt 16,13-20), Gesù, per la prima volta, cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi. Costoro facevano parte del Sinedrio, l’organo preposto all’emanazione delle leggi ed alla gestione della giustizia. Stranamente non sono nominati i farisei.
All’annuncio della morte violenta viene associato quello della risurrezione al terzo giorno. A questa prima profezia ne seguiranno altre due: la seconda subito dopo la trasfigurazione (Cf. Mt 17,22-23; Mc 9,30-32; Lc 9,44-45), la terza mentre Gesù saliva Gerusalemme. In questo terzo annuncio, i particolari della passione sono di una drammatica ed estrema esattezza: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà” (Mt 20,17-19).
In verità, Gesù aveva già fatto cenno in altre occasioni, più o meno velatamente, alla sua morte violenta. La prima volta è in occasione di una discussione sul digiuno avuta con i discepoli di Giovanni Battista (Cf. Mt 9,14-17; Mc 2,18-22; Lc 5,33-39), ove paragona la sua vita terrena a una festa nuziale in cui lo sposo è lui stesso, che però sarà tolto (cioè ucciso) nel bel mezzo della festa. In un’altra occasione, Gesù, in modo ancora velato, annuncia la sua fine violenta quando narra la parabola dei vignaioli omicidi i quali per accaparrarsi la vigna uccideranno il figlio prediletto del padrone della vigna (Cf. Mc 12,1-12).
Alla profezia segue immediatamente la reazione di Pietro. Per amore verso il Maestro, ma anche perché si allineava al comune sentire di molti che attendevano un Messia politico e allo stesso tempo liberatore e restauratore della potenza d’Israele. La morte violenta, pertanto, non poteva fare parte della  missione del Figlio del Dio vivente (Mt 16,16).
In questa ottica, l’annuncio di Gesù è teso a rivelare la vera missione del Messia. Sarà quella del servo sofferente preconizzata dal profeta Isaia: Egli sarà trafitto per i delitti dell’umanità, schiacciato per le sue iniquità; per le sue piaghe gli uomini saranno riconciliati con Dio (Is 53,1ss). Il ministero del Cristo non sarà glorioso, ma di dolore, di sofferenza e di morte. Da qui la reazione di Pietro e il disappunto degli altri, che mettono a nudo la difficoltà di comprendere le misteriose vie di Dio: la protesta di Pietro conferma che la via della sofferenza e della morte è estranea alle aspettative degli uomini.
La risposta di Gesù, Va’ dietro a me, satana!, sta a significare che i sentimenti e i progetti degli uomini, quando sono in contrasto con quelli di Dio, diventano tentazioni sataniche, situazioni scandalose, pietra d’inciampo: l’uomo, anche se in modo incosciente, diventa il migliore alleato del demonio il cui principale obiettivo è quello di demolire il piano divino di salvezza. Collaborando con Satana, l’uomo si mette di traverso impedendo o ritardando il compimento della volontà salvifica di Dio.
Nella reazione di Pietro e nella risposta di Gesù si può cogliere un messaggio ancora più profondo. Se la sequela cristiana si traduce sinteticamente nell’invito Venite dietro a me, allora nel «rimprovero di Pietro, che precede quello così audace di Gesù in Marco 8,2, c’è la presunzione di chi ritiene d’avere già superato le fasi della sequela, di chi non ha nulla da imparare. E di fronte a questa sorta di scavalcamento della condizione di discepolo, di cui Pietro è simbolo, Gesù non allontana il presuntuoso da sé, dicendogli: “Lungi da me...”, ma lo ricolloca nella sua condizione [“Vieni dietro a me”]: per fargli comprendere che il suo discepolato non si chiude con la professione di fede, anche se si trattasse della più bella o completa, bensì con l’accoglienza della croce e della vita donata per gli altri» (Roberto Beretta - Antonio Pitta).
Prenda la sua croce, se nel linguaggio di Matteo il termine discepoli indica tutti i seguaci del Rabbi di Nazaret, allora, le parole dure di Gesù sono rivolte ai Dodici, a tutti i discepoli, a quelli che affollavano le strade della Palestina, e anche ai cristiani di oggi e a quelli di domani. Da qui l’urgente necessità di mettere in atto il programma di conversione indicato dal Cristo: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Le tre espressioni verbali - venire, rinnegare, prendere - non vanno intese come tre tappe di un cammino vocazionale, ma tre aspetti della stessa realtà: la decisione coraggiosa di seguire il Maestro non contando più su se stessi, abbandonandosi al progetto di Dio e legando la propria sorte a quella di Gesù: «A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1Pt 2,21; Cf. Fil 2,5-9).
Poi, l’inciso, per causa mia, fa evitare la trappola di un ascetismo astratto e vacuo: la rinunzia, la sofferenza, la morte hanno senso, e valore salvifico, solo se riconducono alla croce e alla morte di Cristo; hanno significato solo se si rapportano alla piena e totale adesione a Gesù. Fuori da questa cornice il dolore, la rinuncia ai beni terreni, la sofferenza, la morte sono incomprensibili: la croce resta uno strumento di tortura, via larga che conduce solo alla disperazione.
Il Figlio dell’uomo sta per venire ..., la parusia, il ritorno glorioso di Gesù alla fine dei tempi, è ricorrente nella predicazione di Gesù e ricorrerà frequentemente nella predicazione apostolica. Nel giorno della venuta gloriosa del Cristo, ogni uomo sarà giudicato non in base alle «singole opere buone, secondo una concezione meritocratica, bensì per l’operato di ciascuno: nel giudizio finale, dinanzi al tribunale del Figlio dell’uomo, si svelerà in senso globale come ogni individuo ha agito durante la vita, giunta al suo compimento» (Angelico Poppi).
 
Per approfondire
 
Jean Audusseau e Xavier Léon-Dufour (Croce in Dizionario di Teologia Biblica) - La croce segno del cristiano - 1. La croce di Cristo - Rivelando che i due testimoni erano stati martirizzati «là dove Cristo fu crocifisso» (Apoc 11, 8), l’Apocalisse identifica la sorte dei discepoli e quella del maestro. Lo esigeva già Gesù: «Chi vuole seguirmi, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24 par.). Il discepolo non deve soltanto morire a se stesso: la croce che porta è il segno che egli muore al mondo, che ha spezzato tutti i suoi legami naturali (Mt 10, 33-39 par.), che accetta la condizione di perseguitato, a cui forse si toglierà la vita (Mt 23, 34). Ma nello stesso tempo essa è pure il segno della sua gloria anticipata (cfr. Gv 12, 26).
2. La vita crocifissa - La croce di Cristo, che, secondo Paolo, separava le due economie della legge e della fede, diventa nel cuore del cristiano la frontiera tra i due mondi della carne e dello spirito. Essa è la sua sola giustificazione e la sua sola sapienza. Se si è convertito, è stato perché ai suoi occhi furono dipinti i tratti di Gesù in croce (Gal 3, 1). Se è giustificato, non è per le opere della legge, ma per la sua fede nel crocifisso; infatti egli stesso è stato crocifisso con Cristo nel battesimo, cosicché è morto alla legge per vivere a Dio (Gal 2, 19) e non ha più nulla a che vedere con il mondo (6, 14). Egli pone quindi la sua fiducia nella sola forza di Cristo, altrimenti si mostrerebbe «nemico della croce» (Fil 3, 18).
3. La croce, titolo di gloria del cristiano - Nella vita quotidiana del cristiano, «l’uomo vecchio è crocifisso» (Rom 6, 6), cosicché è pienamente liberato dal peccato. Il suo giudizio è trasformato dalla sapienza della croce (1 Cor 2). Mediante questa sapienza egli, sull’esempio di Gesù, diventerà umile ed «obbediente fino alla morte, ed alla morte di croce» (Fil 2, 1-8). Più generalmente, egli deve contemplare il «modello» del Cristo, che «sul legno ha portato le nostre colpe nel suo corpo, affinché, morti alle nostre colpe, viviamo per la giustizia» (I Piet 2, 21-24). Infine, se è vero che deve sempre temere l’apostasia, che lo porterebbe a «crocifiggere nuovamente per proprio conto il Figlio di Dio» (Ebr 6, 6), egli può tuttavia esclamare fieramente con Paolo: «Per me, non sia mai ch’io mi glori d’altro all’infuori della croce del nostro Signore Gesù Cristo, grazie al quale il mondo è per me crocifisso, ed io lo sono per il mondo» (Gal 6, 14).
 
Card. Jean-Marie Lustiger - Alla fine del sedicesimo capitolo di san Matteo ci troviamo ad un punto centrale del Vangelo. Tocchiamo con mano la cosa più incomprensibile per ognuno di noi: il mistero del Messia che soffre, e l’enigma inspiegabile e ripugnante della sofferenza.
Quando Cristo ci propone di portare la nostra croce, lo ascoltiamo come si ascolta una parola che colpisce e ferisce, una parola che invita quasi alla più vile rassegnazione, alla resa dell’uomo nella sua lotta contro la sofferenza. Come se, di fronte a questo enigma della condizione umana, non esistesse nell’uomo che il grido dell’animale che soffre e che chiede di non soffrire più, come se nell’uomo non esistessero, che la sofferenza o l’assenza di sofferenza, il dolore o la guarigione! Ora, vi è nell’uomo un mistero: quello della sua libertà, libertà incatenata al male o aperta a Dio.
Cerchiamo di capire ciò che questo momento solenne del Vangelo ci permette di vedere e accettiamo che Dio guarisca la cecità del nostro cuore.
«Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Quando Gesù parla così ai suoi discepoli, parla prima di tutto per se stesso. Se ci chiede di portare la nostra croce è perché lui per primo porterà la croce. Che significa la profezia di Gesù riguardo alla sofferenza che aspetta il Figlio dell’uomo? «Doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno». È per il peccatore, prigioniero del male e del peccato, un annuncio incomprensibile («Questo non ti accadrà mai», grida Pietro) di salvezza, che Cristo sta mettendo in atto.
Cristo è la vita, offre la sua vita per darci la Vita. Entra nella nostra morte per liberarcene, non come un uomo che si rassegna alla fatalità ma come colui che, Figlio di Dio fatto uomo, rovescia la fatalità.
Il sacrificio della croce è precisamente la negazione di ogni fatalità della condizione umana e l’affermazione suprema dell’onnipotenza liberatrice di Dio. Il sacrificio della croce è proprio la negazione del destino implacabile dell’uomo e l’affermazione sovrana della sua libertà quando questa libertà viene assunta nella condizione di Gesù.
L’albero della croce è « rimedio al male dell’albero antico » di cui l’uomo e la donna morsero il frutto proibito, come canta l’inno del « Pange lingua ». Il sacrificio della croce apre la porta chiusa, e diventa gesto d’offerta e d’amore attraverso il quale la vita può entrare.
Lo schiavo non sa cosa sia la libertà fino a quando non l’ha provata, e non sa cosa sia la sua schiavitù sino a quando non se ne è liberato.
L’uomo peccatore non sa cosa sia l’offerta sacrificale che gli varrà l’essere affrancato dal suo peccato fino a quando non abbia finalmente accettato di ricevere il perdono. È normale che noi siamo ciechi, abbagliati da tanta luce.
Ma Cristo vuole aprire gli occhi del nostro cuore, liberarci nel più profondo di noi stessi. Ci chiede di fare, secondo le nostre capacità, ciò che egli ha fatto perfettamente. E ci chiede molto di più: di lavorare con lui per la liberazione del mondo intero. La vocazione descritta in questa pagina del Vangelo non consiste nella sofferenza per la sofferenza, ma nel seguire Gesù nella sua opera di redenzione, nell’offerta, fino all’obbedienza della croce, del suo amore per l’uomo peccatore al fine di liberarlo. Se dobbiamo portare la nostra croce, è per seguire Gesù, per prendere parte con lui a questa stessa lotta e per trionfare con lui; non solo per noi stessi, trionfo che ci è concesso come una grazia, ma anche per la salvezza del mondo intero. Ormai, noi lo sappiamo, nella storia dell’umanità non vi è più fatalità, perché il più piccolo dei discepoli di Cristo può, con Cristo, far saltare questa gogna, lasciare che la Vita si diffonda, raccogliere il perdono di Dio e comunicare il suo amore, al soffio dello Spirito che vivifica.
Fratelli miei, preghiamo Dio di unirci a Cristo, che offre la sua vita per darci la Vita. Preghiamo Dio di farci ricevere la Vita accettando di donare la nostra vita. Preghiamo Dio che vede nei cuori ciò che l’uomo non può vedere, di infondere in noi la vera luce, quella della fede in Gesù Cristo, il Verbo di Dio, «la luce vera che, venendo nel mondo, illumina ogni uomo» (Gv 1,9).
 
M. Eckhart (Sermoni latini, 464-8): Si deve prendere la croce di Cristo e la nostra in quattro modi. Il primo è il frequente e devoto ricordo della Passione del Signore: poiché Cristo ha resistito alle sofferenze della carne, anche voi armatevi dello stesso modo di pensare ( lPt. 4,1) ... In secondo luogo dobbiamo prendere la croce detestando i peccati: coloro che sono di Cristo hanno crocefisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri (Gal. 5,24). In terzo luogo si prende la croce rinunciando ai piaceri mondani. Dice Agostino in un sermone di Quaresima: “Si addice alla nostra devozione che noi, celebrando la Passione del Signore crocefisso, prendiamo la croce del reprimere i desideri carnali”. In quarto luogo si prende la croce con la mortificazione della carne e con la compassione del prossimo.
 
Testimoni di Cristo - Beato Alfredo Ildefonso Schuster, Vescovo: Nacque a Roma il 18 gennaio 1880, divenne monaco esemplare e, il 19 marzo 1904, venne ordinato sacerdote nella basilica di San Giovanni in Laterano. Gli furono affidati incarichi gravosi, che manifestavano però la stima e la fiducia nei suoi confronti. A soli 28 anni era maestro dei novizi, poi procuratore generale della Congregazione cassinese, poi priore claustrale e infine abate ordinario di San Paolo fuori le mura. L’amore per lo studio, che fanno di lui un vero figlio di san Benedetto, non verrà meno a causa dei suoi impegni che sempre più occuperanno il suo tempo e il suo ministero. Grande infatti fu la sua passione per l’archeologia, l’arte sacra, la storia monastica e liturgica. Il 15 luglio 1929 fu creato cardinale da papa Pio XI e il 21 luglio fu consacrato arcivescovo di Milano nella suggestiva cornice della Cappella Sistina. Ebbe inizio così il suo ministero di vescovo nella Chiesa ambrosiana fino al 30 agosto 1954, data della sua morte, avvenuta presso il seminario di Venegono, da lui fatto costruire come un’abbazia in cima ad un colle. Fu proclamato beato da Giovanni Paolo II il 12 maggio 1996. (Avvenire)
 
O Padre, che guardi con amore ai tuoi figli, 
ispiraci pensieri secondo il tuo cuore, 
perché non ci conformiamo
alla mentalità di questo mondo,
ma, seguendo le orme di Cristo,
scegliamo sempre le vie che accrescono la vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.