27 SETTEMBRE 2022
 
SAN VINCENZO DE’ PAOLI, PRESBITERO – MEMORIA
 
Gb 3,1-3.11-17.20-23; Salmo Responsoriale dal Salmo 87 (88); Lc 9,51-56
 
Colletta
O Dio, che per il servizio ai poveri e la formazione
dei tuoi ministri hai ricolmato di virtù apostoliche
il santo presbitero Vincenzo [de’ Paoli],
fa’ che, animati dal suo stesso spirito,
amiamo ciò che egli ha amato
e mettiamo in pratica i suoi insegnamenti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Giovanni Paolo II (Omelia 27 Settembre 1987): Il brano evangelico dell’odierna domenica ci ricorda la parabola dei due figli che il padre vuole mandare a lavorare nella vigna (cf. Mt 21, 28-32).
Vincenzo de’ Paoli assomiglia certamente al figlio che ha compiuto la volontà del padre; egli ha risposto con tutta la sua vita alla chiamata: “Va’ ... a lavorare nella vigna” (Mt 21, 28). E non si è lasciato “precedere” da nessuno. E tuttavia merita di essere sottolineato che anche lui - come ci narrano i biografi - ebbe, all’inizio, un comportamento in qualche modo simile a quello del figlio della parabola, che prima tergiversa e solo in un secondo momento obbedisce: senza aver opposto un “no” preciso al Padre che lo inviava alla vigna, possiamo dire che, nei primi tempi, egli non sentì il sacerdozio come una vocazione che lo impegnava alla santità, ma quasi piuttosto come l’occasione per raggiungere un certo prestigio sociale e una dignitosa sistemazione economica, come scriveva a sua madre.
Questo limite umano di Vincenzo ci fa comprendere che santi non si nasce. Santi si diventa, attraverso un più o meno lungo, faticoso e metodico cammino di conversione, di penitenza e di purificazione. Farsi santi è una dura conquista e suppone un impegno e uno sforzo che in fondo durano tutta la vita.
Vincenzo si accorse, a un certo punto, di questa esigenza della santità posta in noi dalla grazia del Battesimo, e con grande ardore e determinazione si dedicò a questo, che è il più bell’ideale che un uomo possa concepire nella propria vita.
Fu così che Vincenzo, alla scuola di grandi maestri come il card. de Berulle e san Francesco di Sales, riscoperse o - quasi si potrebbe dire - scoperse veramente quel sacerdozio che aveva voluto ricevere, appena ventenne, più per una sua scelta umana che per una cosciente risposta alla vocazione divina. È la chiara presa di coscienza di questo dono incommensurabile ricevuto da Dio fu il germe iniziale, la “molla” propulsiva e la ragione ultima, soprannaturale, di tutte quelle meravigliose imprese della carità, che l’hanno meritatamente reso famoso in tutto il mondo e gli hanno assicurato una gloria immortale. Vincenzo divenne così un ispiratore di grandi gesti di generosità anche in tante altre persone. Fu un educatore di “élites” e, al tempo stesso, di masse.
Due furono gli amori della sua vita: Dio e i poveri. Ma al riguardo dice bene il grande storico della spiritualità cristiana, Henri Bremond, quando afferma che “non è l’amore per gli uomini che l’ha condotto alla santità, ma piuttosto la santità, che l’ha reso veramente ed efficacemente caritatevole; non sono i poveri ad averlo donato a Dio, ma è Dio, al contrario, che l’ha donato ai poveri. Chi lo vede più filantropo che mistico, chi non lo vede innanzitutto un mistico, si rappresenta un Vincenzo de’ Paoli che non è mai esistito”.
 
I Lettura: Giobbe non riesce a comprendere perché la sofferenza lo abbia aggredito inopinatamente riducendolo a un cencio ributtante. Ha messo a nudo la sua anima e non trova nulla che possa giustificare l’agire di Dio. Maledire il giorno in cui nacque significa semplicemente che la vita che Dio gli ha dato non è buona e che avrebbe preferito non averla mai ricevuta. Desiderare la morte per Giobbe significa entrare in quel mondo dove i malvagi cessano di agitarsi, e chi è sfinito trova riposo.
 
Vangelo
Prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.
 
Se Gesù andrà a Gerusalemme inevitabilmente l’odio dei Farisei si abbatterà su di lui, e lo uccideranno, i discepoli lo sanno e vogliono fermarlo, ma Gesù, come nota l’evangelista Luca, prende la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme. Non sarà l’amore e la benevolenza dei suoi discepoli a fermarlo, e nemmeno l’ostilità dei samaritani, o l’odio dei Farisei, l’obbedienza al Padre e l’urgenza del Vangelo hanno il primato assoluto nella sua vita. Rimproverando lo zelo violento dei discepoli che volevano incenerire il villaggio di samaritani inospitali, Gesù fa intendere a chiare lettere che per la sua Chiesa non ci sono nemici e tanto meno persone da distruggere.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,51-56
 
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé.
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme.
Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
Parola del Signore.
 
Gesù è diretto a Gerusalemme, la città santa, dove si deve compire il suo destino di dolore e di gloria. L’espressione “i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto oltre i giorni dell’assunzione di Gesù” (cfr. At 1,2) ricorda anche i giorni della passione, morte e resurrezione. La frase prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme, in greco letteralmente suona “egli indurì il volto per andare a Gerusalemme”, un modo di dire semitico (cfr. Ger 21,10; Ez 6,2; 21,2) con cui l’evangelista Luca vuole sottolineare la risolutezza di Gesù nell’affrontare il suo destino di morte che lo attende a Gerusalemme: «Ho un battesimo nel quale sarò battezzato; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!» (Lc 12,50). La stessa espressione la troviamo in Isaia 50,7 quando si sottolinea la missione del Servo sofferente: «II Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso». Il percorso più rapido che dalla Galilea porta a Gerusalemme prevede l’attraversamento della regione dei Samaritani, i quali, sempre molto mal disposti verso i Giudei (cfr. Gv 4,9), si rifiutano di accogliere Gesù. Da qui l’inimmaginabile reazione degli apostoli Giacomo e Giovanni. La richiesta dei «figli del tuono» (Mc 3,17) cavalca l’onda di un messianismo terreno e ricorda 2Re 1,10-12 in cui Elia, per due volte, chiama il fuoco dal cielo per incenerire i suoi nemici. La risposta di Gesù non si fa attendere ed è molto dura: si voltò e li rimproverò. Il verbo che Luca usa è “epitimao” che significa, letteralmente, “vincere con un comando, minacciare”, usato da Gesù negli esorcismi. In questo modo il senso della richiesta e del rimprovero si fanno più chiari. In sostanza, come Satana, Giacomo e Giovanni propongono a Gesù un messianismo trionfalistico che sottende il rifiuto della croce. A questa proposta Gesù si oppone con forza. È lo stesso rimprovero che aveva mosso a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt 16,23). Alla luce della proposta dei figli di Zebedeo, l’insegnamento di Gesù suona come monito anche per noi, spesso tanto bellicosi a tal punto da voler incendiare il mondo intero.
 
Dio ama i poveri, e, per conseguenza, ama quelli che amano i poveri (San Vincenzo de’ Paoli) - Roberto Tufariello e Giuseppe Barbaglio (POVERO in Schede Bibliche Pastorali - Vol. VI): Gesù e i poveri - Spesso il Vangelo ci mostra i poveri attorno a Gesù. Si tratta di mendicanti, di infermi, di vedove.., che si rivolgono a lui. A loro riguardo, Gesù in primo luogo ha ripreso l’insegnamento tradizionale sul dovere di assistenza ai poveri. Egli stesso pratica l’elemosina (Gv 13,29) e vede in essa un’opera tipica della «giustizia» (Mt 6,1-4); la loda nella povera vedova del tempio (Mc 12,41-44) e in Zaccheo (Le 19,8-9); la raccomanda ai suoi discepoli (Mc 10,21; Le 11,41; 12,33; 16,9; cf. 14,13.21).
Al di là del dovere di assistenza, Gesù ha dato alla povertà effettiva un altro valore. Sapendo che ci saranno sempre dei poveri sulla terra (Mc 14,7; Mt 26,11; cf. Dt 15,11), ha insegnato a vedere in essi un sacramento della propria presenza: attraverso i diversi volti della povertà, noi giungiamo misteriosamente a lui. Nell’evocazione dell’ultimo giudizio, ha anticipato ciò che sarà detto a ognuno di noi, in base al comportamento che avremo tenuto nei riguardi dei poveri: ciò che avremo fatto a un piccolo, a un bisognoso, lo avremo fatto a lui (Mt 25,34-40). Questo testo indica la grande dignità dei poveri, destinati ad essere un segno perenne della presenza del Signore, il quale nell’incarnazione, nella vita pubblica, nella passione ha voluto assumere la povertà, la sofferenza e l’insuccesso per dare loro un senso nuovo.
La beatitudine dei poveri. Abbiamo due versioni di questa beatitudine, ambientata nel discorso del monte: quella lucana, caratterizzata dal discorso diretto e dalla menzione dei poveri senza alcuna aggiunta: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Le 6,20). In altre parole: nii congratulo con voi che versate in situazione obiettiva di disagio, miseria, oppressione, distretta, perché Dio sta per diventare re, difensore e protettore vostro. Si tratta di una proclamazione messianica di gioia, per l’imminente intervento regale e liberatore di Dio. La versione di Mt invece si caratterizza per il discorso in terza persona e soprattutto per la precisazione dei destinatari: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (5,3). La beatitudine viene così spiritualizzata: beneficiari sono quanti realizzano la virtù della povertà spirituale, cioè dell’umiltà: essere curvi davanti a Dio. A loro è promesso l’ingresso nel regno finale di Dio.
La dimensione messianica della beatitudine dei poveri, presente a livello di Gesù di Nazaret, emerge di nuovo nel detto, testimoniato da Mt 11,6 e Lc 7,23, in cui rispondendo alla delegazione del Battista, Gesù rimanda ai segni da lui compiuti, segni messianici preannunciati da Isaia: i ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi vengono mondati, i sordi odono, i morti risuscitano; il tutto sintetizzato nel lieto annuncio proclamato ai poveri: «Ai poveri è predicata la buona novella» (Mt 11,5; Le 7,22). Il Vangelo (euaggelizesthai) proclamato da Gesù ha quali destinatari e beneficiari i poveri, intesi come persone bisognose, che l’intervento di grazia di Dio, mediato da Gesù, toglie dal bisogno e dalla miseria, in concreto dalla cecità, dall’essere storpio, dalla lebbra, dalla sordità, dalla morte.
Analogo è il pronunciamento profetico di Gesù nella sinagoga di Nazaret, all’inizio della sua missione. Dopo aver letto il brano isaiano: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19), afferma: «Oggi questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4,21)
In breve, il messaggio di gioia proclamato ai poveri non consiste in una parola consolatoria, destinata a rafforzare la rassegnazione, ma il in una azione efficace di liberazione e di giustizia resa a coloro che giustizia non hanno.
 
Come seguire Gesù: “E se egli rimprovera i discepoli che volevano far discendere il fuoco su coloro che non avevano voluto accogliere Cristo [cfr. Lc 9,55], questo ci indica che non sempre si devono colpire coloro che hanno peccato: spesso giova di più la clemenza, sia a te, perché fortifica la tua pazienza, sia al colpevole, perché lo spinge a correggersi. Ma il Signore agisce mirabilmente in tutte le sue opere. Egli non accoglie colui che si offre con presunzione, mentre non si adira contro coloro che, senza nessun riguardo, respingono il Signore. Egli vuole così dimostrare che la virtù perfetta non ha alcun desiderio di vendetta, che non c’è alcun posto per la collera laddove c’è la pienezza della carità, e che, infine, non bisogna respingere la debolezza ma aiutarla. L’indignazione stia lungi dalle anime pie, il desiderio della vendetta sia lontano dalle anime grandi; e altrettanto lontano stia dai sapienti l’amicizia sconsiderata e l’incauta semplicità. Perciò egli dice a quello: «Le volpi hanno tane»; il suo ossequio non è accettato perché non è trovato effettivo. Con circospezione si usi dell’ospitalità della fede, nel timore che aprendo agli infedeli l’intimità della nostra dimora si finisca col cadere, per la nostra imprevidente credulità, nella rete della cattiva fede altrui.” (Ambrogio, In Luc., 7,27s.).
 
Il Santo del giorno - 27 Settembre 2022 - San Vincenzo de’ Paoli, Sacerdote: Nato a Pouy in Guascogna il 24 aprile 1581, fino a quindici anni fece il guardiano di porci per poter pagarsi gli studi. Ordinato sacerdote a 19 anni, nel 1605 mentre viaggiava da Marsiglia a Narbona fu fatto prigioniero dai pirati turchi e venduto come schiavo a Tunisi. Venne liberato dal suo stesso «padrone», che convertì. Da questa esperienza nacque in lui il desiderio di recare sollievo materiale e spirituale ai galeotti. Nel 1612 diventò parroco nei pressi di Parigi. Alla sua scuola si formarono sacerdoti, religiosi e laici che furono gli animatori della Chiesa di Francia, e la sua voce si rese interprete dei diritti degli umili presso i potenti. Promosse una forma semplice e popolare di evangelizzazione. Fondò i Preti della Missione (Lazzaristi) e insieme a santa Luisa de Marillac, le Figlie della Carità (1633). Diceva ai sacerdoti di S. Lazzaro: «Amiamo Dio, fratelli miei, ma amiamolo a nostre spese, con la fatica delle nostre braccia, col sudore del nostro volto». Per lui la regina di Francia inventò il Ministero della Carità. E da insolito «ministro» organizzò gli aiuti ai poveri su scala nazionale. Morì a Parigi il 27 settembre 1660 e fu canonizzato nel 1737. (Avvenire)
 
 
Nutriti dei sacramenti del cielo,
umilmente ti preghiamo, o Padre:
come l’esempio di san Vincenzo [de’ Paoli]
ci sprona a imitare il tuo Figlio,
venuto a evangelizzare i poveri,
così la sua intercessione sempre ci soccorra.
Per Cristo nostro Signore.
 
 26 SETTEMBRE 2022
 
LUNEDÌ DELLA XXVI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO PARI
 
Gb 1,6-22; Salmo Responsoriale Dal Salmo 16 (17); Lc 9,46-50
 
Colletta
O Dio, che riveli la tua onnipotenza
soprattutto con la misericordia e il perdono,
continua a effondere su di noi la tua grazia,
perché, affrettandoci verso i beni da te promessi,
diventiamo partecipi della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi: Nostra Aetate 5: Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio. L’atteggiamento dell’uomo verso Dio Padre e quello dell’uomo verso gli altri uomini suoi fratelli sono talmente connessi che la Scrittura dice: «Chi non ama, non conosce Dio» (1Gv 4,8). Viene dunque tolto il fondamento a ogni teoria o prassi che introduca tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, discriminazioni in ciò che riguarda la dignità umana e i diritti che ne promanano. In conseguenza la Chiesa esecra, come contraria alla volontà di Cristo, qualsiasi discriminazione tra gli uomini e persecuzione perpetrata per motivi di razza e di colore, di condizione sociale o di religione. E quindi il sacro Concilio, seguendo le tracce dei santi apostoli Pietro e Paolo, ardentemente scongiura i cristiani che, «mantenendo tra le genti una condotta impeccabile» (1 Pt 2,12), se è possibile, per quanto da loro dipende, stiano in pace con tutti gli uomini, affinché siano realmente figli del Padre che è nei cieli.
 
I Lettura: Il Libro di Giobbe narra la vita di un uomo ricco, onesto, un uomo che vive nella terra di Uz, fuori dalla Palestina e che appare un esempio di vita esemplare, sia dal punto di vista religioso, che dal punto di vista umano. Il Satana (l’ebraico ha l’articolo), però, mette in dubbio la sua virtù e la sua fede, non è convinto che la religiosità di Giobbe sia autentica, così ottiene da Dio il potere di metterla alla prova: Giobbe deve perdere tutto quello che possiede, tutto, anche i propri figli. Ciò nonostante Giobbe non viene meno alla sua fede. Un messaggio assai chiaro valido per tutti i tempi: tutto quello che la Provvidenza dispone per l’uomo è ben fatto, anche le difficoltà dolorose, non solo non spezzano il legame con Dio, ma lo rafforzano e diventano preghiera e inni di benedizioni.
Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore e anche Satana andò in mezzo a loro: Una nota per suggerirci che Dio riceve o dà udienza in determinati giorni come farebbe un sovrano.
Un giorno i figli di Dio (cfr. Gb 2,1; 38,7; Gen 6,1-4; Sal 29,1; 82,1; 89,7), si tratta di esseri superiori all’uomo, che formano la corte di Jahve e il suo consiglio. Vengono identificati con gli angeli (i LXX traducono: «gli angeli di Dio»; cfr. Tb 5,4).
Satana: Secondo l’etimologia ebraica, indica «l’avversario» (cfr. 2Sam 19,23; 1Re 5,18; 11,14.23.25a) oppure «l’accusatore» (Sal 109,6); qui però la sua parte è piuttosto quella di una spia. Si tratta di una figura equivoca, distinta dai figli di Dio, scettica riguardo all’uomo, tutta tesa a coglierlo in fallo, capace di scatenare su di lui ogni sorta di mali e perfino di spingerlo al male (cfr. anche 1Cr 21,1). Anche se non è deliberatamente ostile a Dio, mette in dubbio però la riuscita della sua opera nella creazione dell’uomo.
Al di là del satana cinico, dall’ironia fredda e malevola, si profila l’immagine di un essere pessimista, che se la prende con l’uomo perché ha motivi per esserne invidioso. Il testo però non approfondisce i motivi del suo atteggiamento. Per tutti questi aspetti, si può accostare ad altri abbozzi o figurazioni dello spirito del male, in particolare del serpente di Gen 3, con cui in definitiva finirà per fondersi (cfr. Sap 2,24; Ap 12,9; 20,2) per incarnare la potenza diabolica (cfr. Lc 10,18). (Fonte: Bibbia di Gerusalemme, nota Gb 1,6)
 
Vangelo
Chi è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,46-50

I discepoli, per via si infervorano a discutere «tra loro chi fosse il più grande». Forse pensavano ai seggi da occupare nel regno di Gesù, ma la loro non è rozzezza perché questi discorsi nei loro paesi da sempre animavano riunioni o convivi. Gesù approfitta del fatto per dare loro una lezione di vita cristiana: prende un bambino, se lo mette vicino e dice ai discepoli: Chi è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande. In altre parole, chi si fa piccolo dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini sarà grande nel Regno di Dio. Gesù ancora una volta rovescia i modelli sui quali tanti maestri avevano costruito l’identikit del vero figlio della Legge (cfr. Lc 15,25-32).
 
In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande.
Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande».
Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».
Parola del Signore.
 
In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande. La discussione dei discepoli, nell’ambiente giudaico, era d’obbligo e di grande importanza quando più uomini si venivano a trovare insieme. L’imbarazzo dei discepoli è dovuto dal fatto che essi comprendevano che tali discorsi erano contrari agli insegnamenti di Gesù. I bambini da accogliere nel nome di Gesù sono gli uomini più reietti, gli infelici, quelli che hanno bisogno di tutto: nel debole, nel povero risplende il volto del Cristo. Imitare Cristo significa sopra tutto “comportarsi come lui si è comportato” (1Gv 2,6). E Gesù ha amato e privilegiato i poveri, gli ultimi, gli indifesi, tanto da identificarsi con essi. Chi accoglie un sofferente, un indifeso nel nome di Cristo onora Cristo e, in lui, Dio Padre: “È veramente giusto renderti grazie, Padre misericordioso: tu ci hai donato il tuo Figlio, Gesù Cristo, nostro fratello e redentore. In lui ci hai manifestato il tuo amore per i piccoli e i poveri, per gli ammalati e gli esclusi. Mai egli si chiuse alle necessità e alle sofferenze dei fratelli. Con la vita e la parola annunziò al mondo che tu sei Padre e hai cura di tutti i tuoi figli” (Preghiera Eucaristica V/c). Gesù ha voluto ritenersi presente nei bambini e in tutti i bisognosi, ma “vuole che anche le tenerezze verso queste categorie di persone siano dettate dall’amore verso di lui e che le premure siano usate a causa sua. In lui v’è il Padre. La carità verso il prossimo perciò diviene un atto religioso fondamentale, un rito cultuale verso Dio” (Vincenzo Raffa).
 
Gesù e i bambini - Giuseppe Manzoni e Giuseppe Barbaglio (Schede Bibliche Pastorali - Vol. I): Anzitutto i vangeli dell’infanzia s’interessano di Gesù bambino. Matteo ne sottolinea la messianicità, affermando che in lui si è compiuta la profezia di Isaia; egli è l’Emmanuele, «Dio con noi» (1,18-25). Nel c. 2 poi il termine paidion (= bambino) dà unità ai racconti dell’adorazione dei magi (vv. 8.9.11), della fuga in Egitto (vv. 13.14), dell’uccisione dei bambini betlemiti (v. 16: hoi paides), del ritorno dall’Egitto (vv. 20.21). Da parte sua, Luca racconta in parallelo l’infanzia di Gesù e di Giovanni, rilevando la superiorità del primo, che è il Figlio di Dio, e la funzionalità del secondo, che sarà il suo precursore (cc. 1-2).
La tradizione evangelica sinottica, inoltre, ha conservato il ricordo di un episodio significativo dell’esistenza di Cristo, che ha benedetto alcuni bambini, imponendo loro le mani (leggere Mc 10,13-16 e par.). Il suo comportamento contrasta con la mentalità dell’ambiente riflessa nella reazione dei discepoli che si oppongono all’incontro. È probabile che la chiesa primitiva, alle prese con il problema del battesimo dei bambini, vi si sia ispirata, motivando così la sua prassi di ammissione al sacramento e a riti sacri come l’imposizione delle mani e l’uso di formule d’invocazione.
Un bambino sta di nuovo al centro di un gesto profetico e di una solenne dichiarazione di Gesù. Questi contesta i sogni di grandezza dei discepoli che si contendevano il primato e, per dare plasticità alla sua esortazione all’umiltà, prende un fanciullo, lo mette in mezzo a loro e afferma paradossalmente che il più grande è il più piccolo (Lc 9,46-48 e par.). Marco e Luca poi fanno seguire un detto di Cristo sull’accoglienza dei bambini che equivale ad accogliere lui stesso (Mc 9,37 e Lc 9,48b).
Come i bambini - In alcuni detti del Signore i bambini sono stati presi come termine di paragone per evidenziare precisi atteggiamenti esistenziali richiesti agli adulti. Concordemente i tre vangeli sinottici collegano all’episodio dell’accoglienza dei bambini da parte di Gesù la seguente affermazione di principio: «Il regno dei cieli è degli uomini che sono diventati come loro» (Mt 19,14 e par.; nostra traduzione). Marco e Luca vi aggiungono: «Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Mc 10,15 e Lc 18,17). Matteo si rifà invece in 18,3: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli». I tre detti hanno in comune di porre come condizione indispensabile d’ingresso nel regno un atteggiamento globale di piccolezza spirituale e umiltà di fronte a Dio, piccolezza e umiltà significate appunto dai bambini.
C’è infine da notare la sezione 18,5-14 del Vangelo di Matteo che trova unità letteraria e tematica nel motivo dei «piccoli» (= hoi mikroi). Si tratta di piccoli in senso traslato; in realtà, l’evangelista parla di credenti adulti modesti e di nessuna rilevanza all’interno della comunità matteana. Attualizzando qui detti del Signore, egli esorta la sua chiesa ad accoglierli fraternamente (v. 5), a dimostrare loro premurosa attenzione (vv. 6-9) e rispetto (v. 10), e a impegnarsi insonnemente perché, una volta smarriti, non abbiano a perdersi del tutto (vv. 12-14).
 
I cristiani devono gareggiare solo in umiltà: «Da ciò comprendiamo che con l’umiltà si giunge al regno, on la semplicità si entra in cielo. Chiunque desidera di conquistare il vertice della Divinità, cerchi l’umiltà più profonda; chiunque vuole superare il fratello nel regno, prima lo superi nell’ ossequio, come dice l’ Apostolo: Superandovi vicendevolmente nel rendervi onore (Rm 12,10), lo superi nel servizio, per poterlo superare nella santità. Se infatti il fratello non ti ha offeso, merita l’ossequio quale manifestazione di amore; se invece forse ti ha offeso, merita maggiormente l’ossequio perché tu sia superiore a lui. Questa è l’essenza del nostro cristianesimo: rendere il contraccambio a quelli che ci amano, ripagare con pazienza quelli che ci offendono. Colui dunque che sarà stato più paziente di fronte a un’offesa diventerà più potente nel regno» (Massimo di Torino, Sermoni 48,1-2).
 
Il Santo del giorno: 26 Settembre 2016: Santi Cosma e Damiano, Martiri: Sulla vita di Cosma e Damiano le notizie sono scarse. Si sa che erano gemelli e cristiani. Nati in Arabia, si dedicarono alla cura dei malati dopo aver studiato l’arte medica in Siria. Ma erano medici speciali. Spinti da un’ispirazione superiore infatti non si facevano pagare. Di qui il soprannome di anàrgiri (termine greco che significa «senza argento», «senza denaro»). Ma questa attenzione ai malati era anche uno strumento efficacissimo di apostolato. «Missione» che costò la vita ai due fratelli, che vennero martirizzati. Durante il regno dell’imperatore Diocleziano, forse nel 303, il governatore romano li fece decapitare. Successe a Ciro, città vicina ad Antiochia di Siria dove i martiri vengono sepolti. Un’altra narrazione attesta invece che furono uccisi a Egea di Cilicia, in Asia Minore, per ordine del governatore Lisia, e poi traslati a Ciro. Il culto di Cosma e Damiano è attestato con certezza fin dal V secolo. (Avvenire)
 
Questo sacramento di vita eterna
ci rinnovi, o Padre, nell’anima e nel corpo,
perché, annunciando la morte del tuo Figlio,
partecipiamo alla sua passione
per diventare eredi con lui nella gloria.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
 
 25 SETTEMBRE 2022
 
XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C
 
Am 6,1a.4-7; Salmo Responsoriale Dal Salmo 145 (146); 1Tm 6,11-16; Lc 16,19-31
  
Colletta
O Dio, che conosci le necessità del povero
e non abbandoni il debole nella solitudine,
libera dalla schiavitù dell’egoismo
coloro che sono sordi alla voce di chi invoca aiuto,
e dona a tutti noi una fede salda nel Cristo risorto.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Papa Francesco (Udienza Generale 18 Maggio 2018): Desidero soffermarmi con voi oggi sulla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro. La vita di queste due persone sembra scorrere su binari paralleli: le loro condizioni di vita sono opposte e del tutto non comunicanti. Il portone di casa del ricco è sempre chiuso al povero, che giace lì fuori, cercando di mangiare qualche avanzo della mensa del ricco. Questi indossa vesti di lusso, mentre Lazzaro è coperto di piaghe; il ricco ogni giorno banchetta lautamente, mentre Lazzaro muore di fame. Solo i cani si prendono cura di lui, e vengono a leccare le sue piaghe. Questa scena ricorda il duro rimprovero del Figlio dell’uomo nel giudizio finale: «Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero […] nudo e non mi avete vestito» (Mt 25,42-43). Lazzaro rappresenta bene il grido silenzioso dei poveri di tutti i tempi e la contraddizione di un mondo in cui immense ricchezze e risorse sono nelle mani di pochi.
Gesù dice che un giorno quell’uomo ricco morì: i poveri e i ricchi muoiono, hanno lo stesso destino, come tutti noi, non ci sono eccezioni a questo. E allora quell’uomo si rivolse ad Abramo supplicandolo con l’appellativo di “padre” (vv. 24.27). Rivendica perciò di essere suo figlio, appartenente al popolo di Dio. Eppure in vita non ha mostrato alcuna considerazione verso Dio, anzi ha fatto di sé stesso il centro di tutto, chiuso nel suo mondo di lusso e di spreco. Escludendo Lazzaro, non ha tenuto in alcun conto né il Signore, né la sua legge. Ignorare il povero è disprezzare Dio! Questo dobbiamo impararlo bene: ignorare il povero è disprezzare Dio. C’è un particolare nella parabola che va notato: il ricco non ha un nome, ma soltanto l’aggettivo: “il ricco”; mentre quello del povero è ripetuto cinque volte, e “Lazzaro” significa “Dio aiuta”.
Lazzaro, che giace davanti alla porta, è un richiamo vivente al ricco per ricordarsi di Dio, ma il ricco non accoglie tale richiamo. Sarà condannato pertanto non per le sue ricchezze, ma per essere stato incapace di sentire compassione per Lazzaro e di soccorrerlo.
 
I Lettura: Il profeta Amos, con parole forti, rimprovera Israele perché, dimenticando l’alleanza con il Signore, è sprofondato nelle paludi del lusso, del godimento e del benessere. Il castigo di Dio non tarderà a raggiungere il popolo eletto per punirlo esemplarmente.
 
II Lettura: L’apostolo Paolo non ha dubbi, per entrare nel regno di Dio è necessario attraversare molte tribolazioni (cfr. At 14,22). È la logica della Croce, la vita cristiana è milizia.
 
Vangelo
Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti.
 
Il tema del racconto evangelico è il fascino delle ricchezze che corrompono il cuore: bisogna imparare a trattarle con estrema cautela perché «chi ama il denaro non è mai sazio di denaro e chi ama la ricchezza non ha mai entrate sufficienti» (Qo 5,9). Invece di perdere il tempo in banchetti e bagordi, è urgente che l’uomo utilizzi il tempo che gli è dato per convertirsi. Un buon funerale è assicurato a tutti, ma quello che conta è il dopo. Il «tragico è: chi ha il cuore appesantito dai beni terreni, sedotto dai piaceri di questo mondo, reso sordo dalle mille voci seducenti che lo allettano non può percepire e recepire l’invito alla conversione» (C. Ghidelli). Da qui la necessità e l’urgenza di farsi poveri per il regno dei Cieli (cfr. Lc 6,20-26).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 16,19-31
 
In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».
Parola del Signore.

Il nababbo distratto - Alessandro Pronzato («Parola di Dio!»): Il quadro presentato da Cristo nella sua parabola ricalca quello di Amos.
La descrizione del nababbo, il cui unico pensiero è quello di «banchettare », senza darsi pensiero degli altri, specialmente dei poveri, pur nella sua concisione, è estremamente efficace.
Il ricco non ha nome (il nome appare inutile, e comunque sarebbe abusivo, dal momento che la vita risulta vuota, inutile, perché spesa unicamente per sé).
Il pezzente non ha nulla e raccoglie soltanto la compassione dei cani. Ma ha un nome importante, Lazzaro, che significa «Dio ha recato soccorso».
Il grandioso affresco abbozzato da Gesù si compone di due scene:
- Nella prima (vv. 19-26) vengono descritte le situazioni nel presente e il loro rovesciamento al momento della morte.
- Nella seconda (vv. 27-31) ci si trasferisce nell’al di là e c’è come tema centrale la preoccupazione del ricco per i cinque fratelli rimasti quaggiù a... banchettare.
Qualcuno parla addirittura di due parabole in successione. Abramo diventa il personaggio-chiave, invocato inutilmente per inviare Lazzaro a recare qualche goccia d’acqua sulla lingua infuocata dell’ex nababbo, e poi per spedire lo stesso ex mendicante tenuto fuori dalla porta del palazzo (un po’ come Amos! Il profeta, tuttavia, non ci teneva affatto ad entrare: voleva penetrasse là dentro la sua parola), a «fare la predica» ai cinque fratelli spensierati.
Le due cose risultano impossibili. C’è di mezzo un abisso invalicabile.
Bisognava pensarci prima. L’apparizione di Lazzaro, in carne e ossa e fame, nei fastosi ed esclusivi saloni del palazzo, sarebbe stata risolutiva prima.
Sarà sufficiente notare:
- La narrazione evangelica non ha lo scopo di descrivere l’al di là (né, tantomeno, ragguagliarci sull’arredamento e la temperatura dell’inferno). Semplicemente vuol farci capire il mutamento radicale delle prospettive al momento della morte, ossia quando termina il teatro.
Non si tratta di curiosare nell’al di là, ma di farci aprire gli occhi sui veri valori che devono orientare la nostra esistenza nell’al di qua.
- Significativa soprattutto la frase: «Se non ascoltano Mosè é i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi».
Come a dire: la Parola di Dio basta e avanza. Non ci sono apparizioni (nemmeno quelle dei morti) che possano surrogarla. Non ci sono segni straordinari che risultino più convincenti.
Gli «spensierati» (e tutti lo siamo almeno un poco), la «confraternita degli sdraiati» (che è più numerosa di quanto si creda), devono dare ascolto ad Amos, anche se è piuttosto fastidioso.
Se la parola di Dio non ti dice niente, o cerchi di soffocarla, neppure le visioni riusciranno ad aprirti gli occhi.
Dove si costruisce l’altro mondo: L’opposto della spensieratezza è rappresentato dall’impegno nella «buona battaglia della fede», raccomandato da Paolo a Timoteo (seconda lettura).
Il credente si alza decisamente dai divani della comodità, per tendere «alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza».
Importante l’accenno alla «giustizia» (calpestata dai «clienti» di Amos) e alla «carità» (trascurata dal ricco della parabola).
Cose dell’altro mondo? Certo. Nel duplice senso che questi sono i «materiali» con cui è fabbricato l’altro mondo. E nel senso che l’altro mondo si costruisce in questo mondo.
 
Combatti la buona battaglia - Una battaglia senza quartiere. Una lotta che non conosce soste, una battaglia contro le potenze che guidano il mondo: denaro, sesso, seduzione delle apparenze, orgoglio che nasce dal possesso dei beni terreni. Le vere realtà sono altre (cfr. 2Cor 4,18; Eb 11,1.3.27; ecc.). La drammatica condizione del mondo che giace sotto il potere del maligno (cfr. 1Gv 5,19) fa della vita dell’uomo «una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta incominciata fin dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno» (GS 17). Queste affermazioni mettono bene in evidenza quanto sia penoso, e anche difficile, conseguire la salvezza eterna. Qui soggiace la comprensione della vocazione cristiana, che è quella «dell’atletismo, che suppone un esercizio e un allenamento continuo» (Vincenzo Raffa). È una “lotta tremenda” perché a motivo del peccato di Adamo e di Eva «il diavolo ha acquistato un certo dominio sull’uomo, benché questi rimanga libero. Il peccato originale comporta “la schiavitù sotto il dominio di colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo”» (Catechismo della Chiesa Cattolica 408). Un potere reale, e satana è il nemico numero uno dell’uomo (Paolo VI). Per non perdere i «parrocchiani», oggi, c’è il cattivo gusto di smerciare un cristianesimo a buon mercato. Si teme di insegnare che ogni vittoria morale esige una strategia appropriata e questa suppone una esatta valutazione e conoscenza del come accingersi all’impresa (cfr. Lc 14,28). C’è la paura di parlare di satana, il «principe di questo mondo» (Gv 12,31; 16,11; Ef 2,2), colui che semina la zizzania nel campo di Dio (Mt 13,25), colui che sa mascherarsi «da angelo di luce» (2Cor 11,14) e che come «leone ruggente va in giro, cercando chi divorare» (1Pt 5,8). C’è la paura di dire che il «Male oggi non è più soltanto una deficienza, ma un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore», la cui azione si fa più palpabile «dove la negazione di Dio si fa radicale, sottile ed assurda, dove la menzogna si afferma ipocrita e potente, contro la verità evidente, dove l’amore è spento da un egoismo freddo e crudele, dove il nome di Cristo è impugnato con odio cosciente e ribelle» (Paolo VI). C’è il timore di dire apertamente che dopo il peccato originale l’uomo è più vulnerabile, perché il peccato abita in lui (Rom 7,20). Si teme di dire apertamente che dopo la morte, e dopo una vita senza amore, c’è la possibilità di finire all’inferno, proprio come il ricco Epulone!
 
Gregorio Magno: “Morì poi il mendicante e fu portato dagli angeli tra le braccia di Abramo. Morì anche il ricco e fu gettato nell’inferno” (Lc 16,22). Così proprio quel ricco, che in questa vita non volle aver compassione del povero, ora, condannato, ne cerca l’aiuto. Viene aggiunto, infatti: “Alzando gli occhi dai suoi tormenti, vide lontano Abramo e Lazzaro tra le sue braccia e gridò: Padre Abramo, abbi pietà di me. Di’ a Lazzaro che metta il suo dito nell’acqua e ne faccia cadere una goccia sulla mia bocca, perché io brucio in questa fiamma” (Lc 16,23-24). Oh, quant’è sottile il giudizio di Dio! E quant’è misurata la distribuzione dei premi e delle pene! Lazzaro avrebbe voluto le briciole che cadevano dalla mensa del ricco, e nessuno gliele dava; ora il ricco, nel supplizio, vorrebbe che Lazzaro facesse cadere dal dito una goccia d’acqua sulla sua bocca. Vedete, vedete, allora, fratelli, quanto sia stretta la giustizia di Dio. Il ricco non volle dare al povero piagato la più piccola porzione della sua mensa, e nell’inferno è ridotto a chiedere la più piccola delle cose. Negò le briciole e chiede una goccia d’acqua... Ma voi, fratelli, conoscendo la felicità di Lazzaro e la pena del ricco, datevi da fare, cercate degli intermediari e fate in modo che i poveri siano vostri avvocati nel giorno del giudizio. Avete ora molti Lazzari; stanno innanzi alla vostra porta e hanno bisogno di ciò che ogni giorno, dopo che voi vi siete saziati, cade dalla vostra mensa. Le parole del libro sacro ci devono disporre ad osservare i precetti della pietà. Se lo cerchiamo, ogni giorno troviamo un Lazzaro; ogni giorno, anche senza cercarlo, vediamo un Lazzaro.
 
Il Santo del giorno - 25 Settembre 2022: Beato Antonio Cid Rodriguez Coadiutore salesiano, martire: Nacque nei pressi di Allariz (Orense) il 15 aprile 1890 e fu battezzato il giorno seguente. Fece il Noviziato a Siviglia ed emise la professione l’8 dicembre del 1909. Umile e pio, lavorò come insegnante in diversi collegi. La rivoluzione lo trovò a Santander. Si rifugiò allora a Bilbao presso alcuni parenti, ma la sua condizione di religioso fu presto conosciuta. A mezzanotte del 25 settembre 1936 quattro miliziani irruppero nel suo domicilio, e avendogli trovato un crocifisso e altri oggetti religiosi, lo condussero alla fucilazione. Beatificato il 28 ottobre 2007. (Fonte www.sdb.org).
 
Questo sacramento di vita eterna
ci rinnovi, o Padre, nell’anima e nel corpo,
perché, annunciando la morte del tuo Figlio,
partecipiamo alla sua passione
per diventare eredi con lui nella gloria.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
 
 24 SETTEMBRE 2022
 
SABATO DELLA XXV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO PARI
 
Qo 11,9-12,8; Salmo Responsoriale dal Salmo 89 (90); Lc 9,43b-45
 
Colletta
O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo
hai posto il fondamento di tutta la legge,
fa’ che osservando i tuoi comandamenti
possiamo giungere alla vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La consapevolezza di Gesù - Catechismo degli Adulti 226: Da tempo Gesù si rendeva conto del rischio mortale. Ripetutamente aveva affermato che quanti si convertono al Regno vanno incontro a persecuzioni: a maggior ragione la stessa sorte sarebbe toccata a lui; tanto più che anche Giovanni Battista era stato ucciso, per ordine di Erode. Nei Vangeli troviamo numerose predizioni di Gesù riguardo a un suo futuro di sofferenza: alcune sono allusive; tre sono piuttosto dettagliate, rese probabilmente più esplicite dai discepoli alla luce degli eventi compiuti. Gesù dunque è consapevole del pericolo; ma gli va incontro con decisione: «Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore» (Mc 10,32). Il pericolo non indebolisce la sua fedeltà a Dio e non rallenta i suoi passi. L’ostilità contro Gesù fu alimentata da quanti, senza comprenderne le opere e l’insegnamento, lo considerarono un sovvertitore della religione e un pericoloso agitatore di folle. Gesù era consapevole della morte che lo attendeva, ma andò incontro ad essa con coraggio, per essere fedele a Dio.
 
I Lettura: La giovinezza va vissuta intensamente, ricordandosi però di restare dentro i confini stabiliti dalla Legge di Dio. Non goderla sarebbe una follia, perché presto arriverà la vecchiaia, e con essa i piagnoni che già si aggirano per la strada. Il filo d’argento spezzato, la lucerna d’oro infranta, l’anfora rotta, la carrucola caduta nel pozzo, sono immagini che ricordano all’uomo la morte, il momento supremo in cui il soffio vitale torna a Dio, che lo ha dato. Nostalgia, ricordi infranti, ma questa è la vita dell’uomo: c’è un tempo per nascere, un tempo per godere, un tempo per morire, e tutto, alla fine, ritorna a Dio.
 
Vangelo
Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato. Avevano timore di interrogarlo su questo argomento.
 
Gli Evangelisti presentano la missione di Gesù alla luce del progetto di salvezza di Dio. Un progetto che necessariamente deve passare attraverso la croce e la morte del Figlio di Dio. Un discorso che risulta ostico agli stessi Apostoli. È da sottolineare il verbo consegnare. Esso indica il progetto che Dio ha pensato per gli uomini: «per la loro salvezza Dio “consegna” Gesù nelle loro mani. Gesù, infatti, non è stato tradito ... solo da Giuda o dagli Anziani, ma è stato “consegnato” a morte da Dio stesso. Gesù non è stato ucciso [nel senso teologico] dai contemporanei [anche se storicamente essi hanno preso parte al consumarsi di questa morte], ma dalle “mani” di ogni uomo [= dai suoi peccati] alle quali Dio ha consegnato Gesù» (Don Primo Gironi).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,43b-45
 
In quel giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 43 b Mentre tutti erano pieni di ammirazione per tutto ciò...; formula che introduce la seconda profezia della passione. Nel riferire questa predizione l’evangelista si distacca sensibilmente da Marco, che è il suo principale informatore: Si faccia attenzione alle espressioni ben marcate «mentre tutti», «per tutto ciò» che l’autore usa con frequenza. Luca pone la profezia della passione in un contesto differente da quello di Marco, poiché parla di ammirazione suscitata dall’attività di Gesù; egli quindi dà maggior rilievo al contesto psicologico che a quello storico, segnalato da Marco; nel secondo vangelo sono indicati il luogo (Galilea) e le persone (soltanto i discepoli); cf. Mc., 9, 30-31.
44 Voi mettete bene in mente...; letteral.: nelle orecchie; questo richiamo all’attenzione, che soltanto Luca ricorda, non va riferito al vers. precedente (come se i discepoli dovessero prestare molta attenzione alle espressioni di meraviglia del popolo oppure alle opere che Gesù aveva compiuto e che tutti ammiravano), bensì al seguente che contiene la predizione delle sofferenze del Maestro. Questa ci sembra la soluzione migliore, anche se non è condivisa da tutti gli studiosi. Luca intende porre in risalto questa importante profezia che sembra essere in contrasto con ciò che i fatti possono far pensare di Gesù. Il suo pensiero va parafrasato nel modo seguente: non vi lasciate ingannare dalla viva ammirazione che tutti hanno per il Maestro, perché lo attende una morte umiliante e dolorosa. Sarà dato nelle mani degli uomini; il testo della profezia è notevolmente più conciso di quello dei passi paralleli; con molta probabilità tale concisione dipende dal fatto che l’autore non amava ripetersi aggiungendo ulteriori particolari (uccisione e risurrezione; cf. Lc., 9, 22). L’espressione «sarà dato nelle mani degli uomini» che non ricorre nel testo della prima profezia (cf. Lc., 9, 22) è piena di senso, poiché nel linguaggio biblico il detto «cadere nelle mani degli uomini» significa la sorte dolorosa e crudele di una persona abbandonata da Dio e lasciata al potere degli uomini, cioè alla violenza ed all’arbitrio di essi.
45 Ma essi non comprendevano questo annunzio; contrariamente alla sua abitudine l’evangelista qui osserva che i discepoli non capirono «questa parola», secondo la traduzione letterale del testo greco, cioè la profezia della passione. A Luca interessa segnalare che la incomprensione dei discepoli era voluta misteriosamente da Dio e rientrava in un piano provvidenziale (rimaneva velato alle loro menti, perché non ne avvertissero il senso). Il rilievo ha un accento giovanneo, poiché richiama il modo misterioso in cui si esprime il quarto evangelista. I discepoli, nel momento attuale, non erano maturi, né sufficientemente illuminati per valutare l’importanza della passione nell’economia della salvezza; per ora bastava ad essi l’aver avuto il preannunzio delle sofferenze che dovrà subire il loro Maestro, poiché nel momento voluto da Dio i discepoli, richiamandosi queste parole, ne comprenderanno il pieno senso e ne apprezzeranno il valore profetico (cf. Lc., 24, 32, 44-45). Ed essi temevano di interrogarlo; l’annunzio della passione appariva loro cosi carico di mistero che i discepoli non osarono chiederne la spiegazione.
 
Gesù sa che ormai la sua vita pubblica volge al termine e la sua morte cruenta è a un passo: Gesù sa che i suoi nemici, i farisei e i sadducei, e l’inferno intero (Lc 4,13) stanno affilando le armi per l’ultimo, decisivo assalto. Gesù è consapevole di tutto questo, non è affatto turbato, ma si premura di istruire i suoi discepoli, coloro che avrebbero dovuto continuare la sua opera di salvezza nel mondo (2Ts 2,4). Non vuole che la sua morte orrenda, maledetta dalla Legge (Gal 3,13; cfr. Dt 21,23), colga gli Apostoli impreparati. Non vuole che la sua morte frantumi la loro debole fede. Non vuole che la sua morte, a motivo della loro estrema debolezza, possa gettarli tra gli artigli di satana (cfr. Lc 22,31). Vuole che la sua morte sia invece un messaggio di speranza, una porta spalancata sulla vita. Ecco perché vuol stare solo con i suoi discepoli: li vuole istruire fin nei più minuti dettagli perché comprendano, perché accettino la volontà del Padre. «Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini...», è un’espressione biblica «che indica una prova tremenda, in cui il malcapitato può aspettarsi qualunque crudeltà e non può neppure far appello alla pietà o alla misericordia come farebbe con Dio [cfr. Mc 14,41; 2Sam 24,14; Sir 2,18]» (Adalberto Sisti, Marco). Lo uccideranno, è il secondo annuncio che Gesù fa della sua imminente morte, ma i discepoli non comprendevano ancora, le parole di Gesù restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso. Non capivano le parole perché erano aggrappati a un messianismo rivoluzionario, non comprendevano perché per loro era impensabile che la potenza di Gesù si svelasse nella debolezza della morte. Avevano  paura di chiedergli spiegazioni, di interrogarlo su questo argomento. Temevano che Gesù fugasse per sempre quelle esili certezze alle quali si erano abbarbicati nella speranza di aver capito male, di aver forse frainteso. In verità, non riuscivano ad entrare dentro gli ingranaggi del progetto salvifico: non riuscivano a capire perché la salvezza dell’uomo doveva passare necessariamente attraverso la morte del Verbo di Dio. E forse dentro questi ingranaggi non ci siamo entrati nemmeno noi.
 
Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini - Franco Giulio Brambilla: A partire dal senso che Gesù ha attribuito alla sua morte, i Vangeli sinottici, Paolo e il Vangelo di Giovanni non faranno altro che rileggere questo significato ricuperando le grandi immagini dell’Antico Testamento: la morte di Gesù è la “redenzione”, il “sacrificio”, il “riscatto”. La morte sulla croce manifesta un’eccedenza che rivela una Verità più profonda di ciò che appare. Sono tre gli aspetti che definiscono il senso profondo della morte in croce: essa rivela definitivamente chi è Gesù, chi è Dio e il destino dell’uomo.
Anzitutto, la morte di croce dice chi è Gesù: egli si rivela come colui che e completamente rivolto verso il Padre (cfr. Gv 1,18). L’abbandono fiducioso a Dio sulla croce dice che Cristo si definisce per la sua relazione al Padre: egli è il Figlio. Soprattutto nel momento in cui sembra messa in discussione la sua pretesa, la sua missione, la connessione tra il suo messaggio e la sua persona, egli non si fa valere neppure col pretesto di essere il profeta ultimo, ma si affida in radicale abbandono al Padre suo, assumendo la violenza e il rifiuto peccaminoso degli uomini. Il rifiuto di Dio si colloca così nel cuore della sua manifestazione. Ciò, però, non sconvolge il disegno di Dio, ma Dio assume, perdona, salva dal di dentro la stessa negazione degli uomini. Dio non scambia il peccato degli uomini con l’innocenza di Cristo. Dio, il Padre, assume questo rifiuto, lo porta su di sé; mandando il Figlio, viene egli stesso come il Padre suo, e lo stabilisce come luogo del perdono e della riconciliazione.
In secondo luogo, la morte di croce manifesta e comunica chi è DIO. La verità di Dio è la verità stessa della carità di Dio. La dedizione insuperabile e senza condizioni con cui Gesù si affida al Padre rivela che Dio è colui che è rivolto all’uomo, a cui comunica la sua vita stessa, donandogli il suo bene più prezioso: il Figlio suo (Rm 8,32). La struggente attesa di Israele di vedere il volto di Dio, di entrare nell’intimità della sua alleanza, nella Croce è svelata sul volto sfigurato di Gesù morente, proprio nel momento e nell’evento che è il frutto del suo più radicale rifiuto.
Infine, la donazione di Dio a Gesù e in Gesù agli uomini è il “luogo” del perdono, della riconciliazione, che supera dal di dentro lo stesso rifiuto di Dio e tutte le forme che lo rappresentano, la non comunione, l’abbandono, il tradimento, l’inimicizia, la violenza e, alla fine, la stessa morte. Gesù muore per tutti, nel duplice senso di “a causa” e di “a vantaggio” del peccato degli uomini, perché portandolo in sé lo riconcilia nel luogo stesso della sua negazione. Forse solo qui può trovare risposta la domanda: perché la Passione e la Croce di Gesù? Perché una morte così? La sofferenza, il dolore, la Croce, sono il prodotto del rifiuto di Dio, la conseguenza della sua negazione da parte della libertà umana. E il Padre in Cristo vi passa attraverso (e lo Spirito li tiene uniti nella massima separazione), supera il peccato dal di dentro, ricupera la libertà nel suo punto più intimo. Dio non salva automaticamente, non guarisce magicamente. Egli ricupera la libertà facendola ritornare a ritroso, ed è noto quanto sia oneroso ricostruire una libertà ferita. Fin nel cuore dell’uomo, fin nelle profondità di tutta l’umanità, dal primo uomo fino alla fine dei tempi.
 
Essi però non capivano queste parole: «Questa ignoranza dei discepoli non nasce tanto dalla limitatezza del loro intelletto, quanto dall’amore che essi nutrivano per il Salvatore, questi uomini ancora carnali e ignari del mistero della croce, non avevano la forza di accettare che colui che essi avevano riconosciuto essere vero Dio tra poco sarebbe morto. Ed essendo abituati a sentirlo parlare per parabole, poiché inorridivano alla sola idea della sua morte, tentavano di dare un significato figurato anche a quanto egli diceva apertamente a proposito della sua cattura e della sua passione» (Beda il Venerabile).
 
Il Santo del giorno - 24 Settembre 2022 - San Pacifico da Sanseverino Marche, Cappuccino: Carlo Antonio Divini nacque a San Severino Marche il primo marzo 1653 da Anton Maria Divini e Maria Angela Bruni, nobili di San Severino. Dopo la morte dei genitori, fu allevato dallo zio materno, arcidiacono della cattedrale di San Severino. A diciassette anni, entrò a far parte dell’Ordine dei frati minori con il nome di fra Pacifico. Diventato vicario del convento di San Severino, fu trasferito successivamente nel convento di Forano, dove alternava preghiera e apostolato. Instancabile, predicò la Parola di Cristo in lungo e in largo nelle chiese delle Marche. Nel 1692 fu eletto guardiano del convento di San Severino. L’anno seguente è di nuovo a Forano. Nel settembre 1705 ritornò a San Severino. La sua salute andò progressivamente peggiorando: negli ultimi anni della vita gli divennero impossibili la celebrazione della messa e la partecipazione alla vita comunitaria. Morì il 24 settembre 1721. Non solo la sua vita povera e umile, il suo zelo apostolico ma anche i numerosi miracoli che il Signore compì per sua intercessione e le estasi lo resero noto ed ammirato in tutta la regione. Fu colmo dello spirito profetico: di lui si racconta che predisse il terremoto del 1703 e la vittoria di Carlo VI sui Turchi nel 1717.
 
Guida e sostieni, o Signore, con il tuo continuo aiuto
il popolo che hai nutrito con i tuoi sacramenti,
perché la redenzione operata da questi misteri
trasformi tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.