27 SETTEMBRE 2022
SAN VINCENZO DE’ PAOLI, PRESBITERO – MEMORIA
Gb 3,1-3.11-17.20-23; Salmo Responsoriale dal Salmo 87 (88); Lc 9,51-56
Colletta
O Dio, che per il servizio ai poveri e la formazione
dei tuoi ministri hai ricolmato di virtù apostoliche
il santo presbitero Vincenzo [de’ Paoli],
fa’ che, animati dal suo stesso spirito,
amiamo ciò che egli ha amato
e mettiamo in pratica i suoi insegnamenti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Giovanni Paolo II (Omelia 27 Settembre 1987): Il brano evangelico dell’odierna domenica ci ricorda la parabola dei due figli che il padre vuole mandare a lavorare nella vigna (cf. Mt 21, 28-32).
Vincenzo de’ Paoli assomiglia certamente al figlio che ha compiuto la volontà del padre; egli ha risposto con tutta la sua vita alla chiamata: “Va’ ... a lavorare nella vigna” (Mt 21, 28). E non si è lasciato “precedere” da nessuno. E tuttavia merita di essere sottolineato che anche lui - come ci narrano i biografi - ebbe, all’inizio, un comportamento in qualche modo simile a quello del figlio della parabola, che prima tergiversa e solo in un secondo momento obbedisce: senza aver opposto un “no” preciso al Padre che lo inviava alla vigna, possiamo dire che, nei primi tempi, egli non sentì il sacerdozio come una vocazione che lo impegnava alla santità, ma quasi piuttosto come l’occasione per raggiungere un certo prestigio sociale e una dignitosa sistemazione economica, come scriveva a sua madre.
Questo limite umano di Vincenzo ci fa comprendere che santi non si nasce. Santi si diventa, attraverso un più o meno lungo, faticoso e metodico cammino di conversione, di penitenza e di purificazione. Farsi santi è una dura conquista e suppone un impegno e uno sforzo che in fondo durano tutta la vita.
Vincenzo si accorse, a un certo punto, di questa esigenza della santità posta in noi dalla grazia del Battesimo, e con grande ardore e determinazione si dedicò a questo, che è il più bell’ideale che un uomo possa concepire nella propria vita.
Fu così che Vincenzo, alla scuola di grandi maestri come il card. de Berulle e san Francesco di Sales, riscoperse o - quasi si potrebbe dire - scoperse veramente quel sacerdozio che aveva voluto ricevere, appena ventenne, più per una sua scelta umana che per una cosciente risposta alla vocazione divina. È la chiara presa di coscienza di questo dono incommensurabile ricevuto da Dio fu il germe iniziale, la “molla” propulsiva e la ragione ultima, soprannaturale, di tutte quelle meravigliose imprese della carità, che l’hanno meritatamente reso famoso in tutto il mondo e gli hanno assicurato una gloria immortale. Vincenzo divenne così un ispiratore di grandi gesti di generosità anche in tante altre persone. Fu un educatore di “élites” e, al tempo stesso, di masse.
Due furono gli amori della sua vita: Dio e i poveri. Ma al riguardo dice bene il grande storico della spiritualità cristiana, Henri Bremond, quando afferma che “non è l’amore per gli uomini che l’ha condotto alla santità, ma piuttosto la santità, che l’ha reso veramente ed efficacemente caritatevole; non sono i poveri ad averlo donato a Dio, ma è Dio, al contrario, che l’ha donato ai poveri. Chi lo vede più filantropo che mistico, chi non lo vede innanzitutto un mistico, si rappresenta un Vincenzo de’ Paoli che non è mai esistito”.
I Lettura: Giobbe non riesce a comprendere perché la sofferenza lo abbia aggredito inopinatamente riducendolo a un cencio ributtante. Ha messo a nudo la sua anima e non trova nulla che possa giustificare l’agire di Dio. Maledire il giorno in cui nacque significa semplicemente che la vita che Dio gli ha dato non è buona e che avrebbe preferito non averla mai ricevuta. Desiderare la morte per Giobbe significa entrare in quel mondo dove i malvagi cessano di agitarsi, e chi è sfinito trova riposo.
Vangelo
Prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.
Se Gesù andrà a Gerusalemme inevitabilmente l’odio dei Farisei si abbatterà su di lui, e lo uccideranno, i discepoli lo sanno e vogliono fermarlo, ma Gesù, come nota l’evangelista Luca, prende la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme. Non sarà l’amore e la benevolenza dei suoi discepoli a fermarlo, e nemmeno l’ostilità dei samaritani, o l’odio dei Farisei, l’obbedienza al Padre e l’urgenza del Vangelo hanno il primato assoluto nella sua vita. Rimproverando lo zelo violento dei discepoli che volevano incenerire il villaggio di samaritani inospitali, Gesù fa intendere a chiare lettere che per la sua Chiesa non ci sono nemici e tanto meno persone da distruggere.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,51-56
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé.
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme.
Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
Parola del Signore.
Gesù è diretto a Gerusalemme, la città santa, dove si deve compire il suo destino di dolore e di gloria. L’espressione “i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto oltre i giorni dell’assunzione di Gesù” (cfr. At 1,2) ricorda anche i giorni della passione, morte e resurrezione. La frase prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme, in greco letteralmente suona “egli indurì il volto per andare a Gerusalemme”, un modo di dire semitico (cfr. Ger 21,10; Ez 6,2; 21,2) con cui l’evangelista Luca vuole sottolineare la risolutezza di Gesù nell’affrontare il suo destino di morte che lo attende a Gerusalemme: «Ho un battesimo nel quale sarò battezzato; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!» (Lc 12,50). La stessa espressione la troviamo in Isaia 50,7 quando si sottolinea la missione del Servo sofferente: «II Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso». Il percorso più rapido che dalla Galilea porta a Gerusalemme prevede l’attraversamento della regione dei Samaritani, i quali, sempre molto mal disposti verso i Giudei (cfr. Gv 4,9), si rifiutano di accogliere Gesù. Da qui l’inimmaginabile reazione degli apostoli Giacomo e Giovanni. La richiesta dei «figli del tuono» (Mc 3,17) cavalca l’onda di un messianismo terreno e ricorda 2Re 1,10-12 in cui Elia, per due volte, chiama il fuoco dal cielo per incenerire i suoi nemici. La risposta di Gesù non si fa attendere ed è molto dura: si voltò e li rimproverò. Il verbo che Luca usa è “epitimao” che significa, letteralmente, “vincere con un comando, minacciare”, usato da Gesù negli esorcismi. In questo modo il senso della richiesta e del rimprovero si fanno più chiari. In sostanza, come Satana, Giacomo e Giovanni propongono a Gesù un messianismo trionfalistico che sottende il rifiuto della croce. A questa proposta Gesù si oppone con forza. È lo stesso rimprovero che aveva mosso a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt 16,23). Alla luce della proposta dei figli di Zebedeo, l’insegnamento di Gesù suona come monito anche per noi, spesso tanto bellicosi a tal punto da voler incendiare il mondo intero.
Dio ama i poveri, e, per conseguenza, ama quelli che amano i poveri (San Vincenzo de’ Paoli) - Roberto Tufariello e Giuseppe Barbaglio (POVERO in Schede Bibliche Pastorali - Vol. VI): Gesù e i poveri - Spesso il Vangelo ci mostra i poveri attorno a Gesù. Si tratta di mendicanti, di infermi, di vedove.., che si rivolgono a lui. A loro riguardo, Gesù in primo luogo ha ripreso l’insegnamento tradizionale sul dovere di assistenza ai poveri. Egli stesso pratica l’elemosina (Gv 13,29) e vede in essa un’opera tipica della «giustizia» (Mt 6,1-4); la loda nella povera vedova del tempio (Mc 12,41-44) e in Zaccheo (Le 19,8-9); la raccomanda ai suoi discepoli (Mc 10,21; Le 11,41; 12,33; 16,9; cf. 14,13.21).
Al di là del dovere di assistenza, Gesù ha dato alla povertà effettiva un altro valore. Sapendo che ci saranno sempre dei poveri sulla terra (Mc 14,7; Mt 26,11; cf. Dt 15,11), ha insegnato a vedere in essi un sacramento della propria presenza: attraverso i diversi volti della povertà, noi giungiamo misteriosamente a lui. Nell’evocazione dell’ultimo giudizio, ha anticipato ciò che sarà detto a ognuno di noi, in base al comportamento che avremo tenuto nei riguardi dei poveri: ciò che avremo fatto a un piccolo, a un bisognoso, lo avremo fatto a lui (Mt 25,34-40). Questo testo indica la grande dignità dei poveri, destinati ad essere un segno perenne della presenza del Signore, il quale nell’incarnazione, nella vita pubblica, nella passione ha voluto assumere la povertà, la sofferenza e l’insuccesso per dare loro un senso nuovo.
La beatitudine dei poveri. Abbiamo due versioni di questa beatitudine, ambientata nel discorso del monte: quella lucana, caratterizzata dal discorso diretto e dalla menzione dei poveri senza alcuna aggiunta: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Le 6,20). In altre parole: nii congratulo con voi che versate in situazione obiettiva di disagio, miseria, oppressione, distretta, perché Dio sta per diventare re, difensore e protettore vostro. Si tratta di una proclamazione messianica di gioia, per l’imminente intervento regale e liberatore di Dio. La versione di Mt invece si caratterizza per il discorso in terza persona e soprattutto per la precisazione dei destinatari: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (5,3). La beatitudine viene così spiritualizzata: beneficiari sono quanti realizzano la virtù della povertà spirituale, cioè dell’umiltà: essere curvi davanti a Dio. A loro è promesso l’ingresso nel regno finale di Dio.
La dimensione messianica della beatitudine dei poveri, presente a livello di Gesù di Nazaret, emerge di nuovo nel detto, testimoniato da Mt 11,6 e Lc 7,23, in cui rispondendo alla delegazione del Battista, Gesù rimanda ai segni da lui compiuti, segni messianici preannunciati da Isaia: i ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi vengono mondati, i sordi odono, i morti risuscitano; il tutto sintetizzato nel lieto annuncio proclamato ai poveri: «Ai poveri è predicata la buona novella» (Mt 11,5; Le 7,22). Il Vangelo (euaggelizesthai) proclamato da Gesù ha quali destinatari e beneficiari i poveri, intesi come persone bisognose, che l’intervento di grazia di Dio, mediato da Gesù, toglie dal bisogno e dalla miseria, in concreto dalla cecità, dall’essere storpio, dalla lebbra, dalla sordità, dalla morte.
Analogo è il pronunciamento profetico di Gesù nella sinagoga di Nazaret, all’inizio della sua missione. Dopo aver letto il brano isaiano: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19), afferma: «Oggi questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4,21)
In breve, il messaggio di gioia proclamato ai poveri non consiste in una parola consolatoria, destinata a rafforzare la rassegnazione, ma il in una azione efficace di liberazione e di giustizia resa a coloro che giustizia non hanno.
Come seguire Gesù: “E se egli rimprovera i discepoli che volevano far discendere il fuoco su coloro che non avevano voluto accogliere Cristo [cfr. Lc 9,55], questo ci indica che non sempre si devono colpire coloro che hanno peccato: spesso giova di più la clemenza, sia a te, perché fortifica la tua pazienza, sia al colpevole, perché lo spinge a correggersi. Ma il Signore agisce mirabilmente in tutte le sue opere. Egli non accoglie colui che si offre con presunzione, mentre non si adira contro coloro che, senza nessun riguardo, respingono il Signore. Egli vuole così dimostrare che la virtù perfetta non ha alcun desiderio di vendetta, che non c’è alcun posto per la collera laddove c’è la pienezza della carità, e che, infine, non bisogna respingere la debolezza ma aiutarla. L’indignazione stia lungi dalle anime pie, il desiderio della vendetta sia lontano dalle anime grandi; e altrettanto lontano stia dai sapienti l’amicizia sconsiderata e l’incauta semplicità. Perciò egli dice a quello: «Le volpi hanno tane»; il suo ossequio non è accettato perché non è trovato effettivo. Con circospezione si usi dell’ospitalità della fede, nel timore che aprendo agli infedeli l’intimità della nostra dimora si finisca col cadere, per la nostra imprevidente credulità, nella rete della cattiva fede altrui.” (Ambrogio, In Luc., 7,27s.).
Il Santo del giorno - 27 Settembre 2022 - San Vincenzo de’ Paoli, Sacerdote: Nato a Pouy in Guascogna il 24 aprile 1581, fino a quindici anni fece il guardiano di porci per poter pagarsi gli studi. Ordinato sacerdote a 19 anni, nel 1605 mentre viaggiava da Marsiglia a Narbona fu fatto prigioniero dai pirati turchi e venduto come schiavo a Tunisi. Venne liberato dal suo stesso «padrone», che convertì. Da questa esperienza nacque in lui il desiderio di recare sollievo materiale e spirituale ai galeotti. Nel 1612 diventò parroco nei pressi di Parigi. Alla sua scuola si formarono sacerdoti, religiosi e laici che furono gli animatori della Chiesa di Francia, e la sua voce si rese interprete dei diritti degli umili presso i potenti. Promosse una forma semplice e popolare di evangelizzazione. Fondò i Preti della Missione (Lazzaristi) e insieme a santa Luisa de Marillac, le Figlie della Carità (1633). Diceva ai sacerdoti di S. Lazzaro: «Amiamo Dio, fratelli miei, ma amiamolo a nostre spese, con la fatica delle nostre braccia, col sudore del nostro volto». Per lui la regina di Francia inventò il Ministero della Carità. E da insolito «ministro» organizzò gli aiuti ai poveri su scala nazionale. Morì a Parigi il 27 settembre 1660 e fu canonizzato nel 1737. (Avvenire)
Nutriti dei sacramenti del cielo,
umilmente ti preghiamo, o Padre:
come l’esempio di san Vincenzo [de’ Paoli]
ci sprona a imitare il tuo Figlio,
venuto a evangelizzare i poveri,
così la sua intercessione sempre ci soccorra.
Per Cristo nostro Signore.