27 Gennaio 2022
 
Giovedì III Settimana T. O.
 
2Sam 7,18-19.24-29; Sal 131 (132): Mc 4,21-25
 
Il Santo del Giorno - 27 Gennaio 2022 - Beata Ventura da Perugia Clarissa: La Beata Benvenuta da Perugia è una monaca che vestì, nel 1213, l’abito del Secondo Ordine Francescano detto delle Clarisse, nel monastero di San Damiano ad Assisi. Benvenuta fu tra le prime compagne di Santa Chiara d’Assisi. “Nell’udire – scrive Sigismondo da Venezia nella Biografia serafica degli uomini illustri che fiorirono nel francescano istituto - la vita santissima che conduceva Santa Chiara, in unione alle sue monache in Assisi, si accese nel desiderio di esserle compagna”. Benvenuta venne vestita con l’abito delle clarisse dalla stessa Santa Chiara. Si tramanda che fu una monaca molto cara a Santa Chiara per la perfezione in cui osservava la regola monastica. “Divenne di lei discepola, - continua Sigimondo da Venezia - ed insieme imitatrice perfetta delle virtù della Santa, talché servì di norma e di esempio alle altre monache nella pratica delle religiose virtù”. Fu tra i testimoni al processo di canonizzazione della fondatrice. In quella sede suor Benvenuta da Perugia testimoniò e disse: “Chiara custodì il Privilegium gelosamente, senza timori reverenziali per nessuno: essa tanto amò la povertà - che né papa Gregorio, né lo vescovo Ostiense poddero mai fare che essa fusse contenta de recevere alcuna possessione”. Si crede che sia morta intorno al 1257 e che il suo corpo sia stato sepolto in San Damiano. Nel 1260, i suoi resti furono traslati nel cenobio di San Giorgio, dentro la città di Assisi. La festa della beata Benvenuta da Perugia è stata fissata nel giorno 27 gennaio. (Autore: Mauro Bonato)
 
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
guida le nostre azioni secondo la tua volontà,
perché nel nome del tuo diletto Figlio
portiamo frutti generosi di opere buone.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
 
L’apostolato di evangelizzazione e di santificazione - Apostolicam Actuositatem 6: La missione della Chiesa ha come scopo la salvezza degli uomini, che si raggiunge con la fede in Cristo e con la sua grazia. Perciò l’apostolato della Chiesa e di tutti i suoi membri è diretto prima di tutto a manifestare al mondo il messaggio di Cristo con la parola e i fatti e a comunicare la sua grazia. Ciò viene effettuato soprattutto con il ministero della parola e dei sacramenti, affidato in modo speciale al clero, nel quale anche i laici hanno la loro parte molto importante da compiere « per essere anch’essi cooperatori della verità » (3 Gv 8). È specialmente in questo ordine che l’apostolato dei laici e il ministero pastorale si completano a vicenda.
Molte sono le occasioni che si presentano ai laici per esercitare l’apostolato dell’evangelizzazione e della santificazione. La stessa testimonianza della vita cristiana e le opere buone compiute con spirito soprannaturale hanno la forza di attirare gli uomini alla fede e a Dio; il Signore dice infatti: « Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini in modo che vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16).
Tuttavia tale apostolato non consiste soltanto nella testimonianza della vita; il vero apostolo cerca le occasioni per annunziare Cristo con la parola sia ai non credenti per condurli alla fede, sia ai fedeli per istruirli, confermarli ed indurli ad una vita più fervente; « poiché l’amore di Cristo ci sospinge » (2 Cor 5,14) e nel cuore di tutti devono echeggiare le parole dell’Apostolo: «Guai a me se non annunciassi il Vangelo » (1 Cor 9,16).
Siccome m questo nostro tempo nascono nuove questioni e si diffondono gravissimi errori che cercano di abbattere dalle fondamenta la religione, l’ordine morale e la stessa società umana, questo sacro Concilio esorta vivamente tutti i laici, perché secondo la misura dei loro talenti e della loro formazione dottrinale, e seguendo il pensiero della Chiesa, adempiano con diligenza anche maggiore la parte loro spettante nell’enucleare, difendere e rettamente applicare i principi cristiani ai problemi attuali.
 
I Lettura: Davide è sinceramente consapevole della sua pochezza, e così rimane “sorpreso” della promessa che Dio gli ha fatto, un promessa che supera la sua persona per afferrare tutti i suoi discendenti. Dalla preghiera “balbettata” di Davide, il tuo servo ha trovato l’ardire di rivolgerti questa preghiera, si possono, inoltre, mettere in evidenza due cose, che sono come l’ossatura portante del popolo d’Israele: innanzi tutto, Israele è il popolo che Dio ama di un amore eterno, e al di sopra di tutti gli altri popoli; e, infine, le parole di Dio sono verità, da qui un atteggiamento peculiare dell’uomo: magnificare sempre il Nome di Dio.
 
Vangelo - La Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): In questa parabola è racchiuso un duplice insegnamento. Per un verso, la dottrina di Cristo non deve restare nascosta, ma venire predicata in tutto il mondò. Ritroviamo il medesimo insegnamento in altri passi evangelici: «Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti» (Mt 10,27); «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ...» (Mc 16,16). L’altro insegnamento di questa parabola è che il regno annunziato da Cristo possiede tale forza di penetrazione in tutti i cuori che. alla fine della storia, quando Gesù verrà di nuovo, non una sola azione umana, a favore o contro Cristo, rimarrà celata. ma tutte diverranno pubbliche e manifeste. Cfr Mt 25,31-46.
 
Dal Vangelo secondo Marco 4,21-25: In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: “Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro? Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce. Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!”. Diceva loro: “Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più. Perché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha”.
 
Pietro Aliquò (La bella notizia del Regno): Due piccole parabole. Due preziose indicazioni di vita per i discepoli. Due sollecitazioni a prestare attenzione. Bisogna ascoltarle, capirle e accoglierle: «Se uno ha orecchi per intendere, intenda! ». Riconoscimento della libertà e della responsabilità dell’uomo. Chiave di lettura del suo diverso atteggiamento di fronte alla parola di Gesù. C’è chi si apre al mistero del regno. C’ è, invece, chi si chiude. Questa la realtà. Ieri e oggi.
Con la parabola della lampada che non può essere messa sotto un mobile, Gesù fa capire che la sua persona e la sua parola sono lampada che illumina e rivela ciò che è nascosto nel cuore dell’uomo e ciò che è avvenuto in segreto. La sua persona e la sua parola da una parte svelano la presenza misteriosa del regno di Dio, dall’ altra rendono visibile se l’uomo è simile a un buon terreno o se è come una strada, un terreno pieno di pietre o di spine.
Con la parabola della misura Gesù dice che Dio giudica con la misura con la quale noi giudichiamo gli altri; che l’uomo riceve nella misura in cui dona; che si cresce nella comprensione del regno nella misura in cui si è interessati ad esso. Crescita che non può essere adeguatamente immaginata perché Dio dà sempre di più: «A chi ha sarà dato».
 
Viene forse la lampada… Che realtà nascondono queste immagini? La spiegazione “che ne dà Gesù resta piuttosto vaga (v. 22). Di cosa si tratta precisamente? Si può pensare al regno di Dio: il suo mistero rivelato ad alcuni, dev’essere diffuso con generosità. Ma sembra che si tratta che si tratti piuttosto di Gesù stesso. Notiamo che la frase iniziale presenta l’ arrivo della lampada come un avvenimento (v. 21b). Letteralmente, «viene la lampada» - l’espressione è singolare! - come Gesù è venuto: è lo stesso caso del seminatore uscito per seminare (4,3).
La manifestazione di Gesù ha voluto essere discreta.
Egli non ha ceduto a questa pubblicità intempestiva che rischiava di fuorviare la folla riguardo alla sua personalità e alla vera missione. Ma egli non ha nemmeno preteso di formare attorno a sé un «club» ristretto di iniziati. «Luce del mondo », come dirà Giovanni (8,12), egli deve illuminare tutti gli uomini. Il suo messaggio non ha nulla di una dottrina esoterica riservata - come fosse un segreto - ai suoi intimi. No davvero! La buona novella dev’essere portata in piena luce per illuminare quanto più persone possibile. Ma è sempre necessario tenere gli orecchi bene aperti (v. 23): è lo stesso richiamo all’attenzione richiesto dal seme-parola (4,9). Coloro che sono beneficiari della luce del Cristo non hanno il diritto di soffocarlo, di spegnerlo; essi sono interrogati sull’accoglienza che riservano al vangelo: lo fanno conoscere attorno a sé?” (Jacques Hervieux, Vangelo di Marco).
 
La lampada, simbolo della presenza umana - “Il simbolismo della lampada si ritrova nel piano più umile della presenza umana. A David, Jahve promette una lampada, cioè una discendenza perpetua (2Re 8,19; 1Re 11,36; 15,4). Per contro, se il paese è infedele, Dio minaccia di fare sparire da esso «la luce della lampada» (Ger 25,10): allora non ci sarà più felicità duratura per il malvagio la cui lampada presto si spegne (Prov 13,9; Giob 18,5s). Per esprimere la sua fedeltà a Dio e la continuità della sua preghiera, Israele fa ardere in perpetuo una lampada nel santuario (Es 27,20ss; 1Sam 3,3); lasciarla spegnere, significherebbe far intendere a Dio che lo si abbandona (2Cron 29,7). Per contro, beati coloro che vegliano nell’attesa del Signore, Come le giovani donne prudenti (MT 25,1-8) od il servo fedele (Lc 12, 35), le cui lampade restano accese. Dio attende ancora di più dal suo fedele: invece di lasciare la sua lampada sotto il moggio (Mt 5,15s par.), egli deve brillare come un luminare in mezzo ad un mondo perverso (Fil 2,15), Come già il profeta Elia, la cui «parola bruciava come una fiaccola» (Eccli 48,1), Come ancora Giovanni Battista, questa «lucerna che arde e risplende» (Gv 5,35) per rendere testimonianza alla vera luce (Gv 1,7s). Così anche la Chiesa, fondata su Pietro e Paolo, «i due olivi e le due lucerne che stanno dinanzi al Signore della terra» (Ap 11,4), deve far risplendere fino alla fine dei tempi la gloria del figlio dell’uomo (1,12 s)” (J.-E. BRUNON).
 
Il mandato missionario - Catechismo degli Adulti [560]: Cristo risorto è la forza che anima la missione universale: gli apostoli, entrati con lui in intima comunione, condividono il suo amore per tutti gli uomini e diventano suoi collaboratori nell’opera della salvezza. Il Signore affida loro il grande compito di fare discepole tutte le genti e di introdurle nella vita di Dio: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,18-20). Promette che li accompagnerà sempre con la sua presenza: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Confermando la loro predicazione con opere prodigiose, mostra di mantenere la promessa. Li sostiene con il dono dello Spirito Santo, che li spinge ad annunciare il vangelo e suscita la fede negli ascoltatori. In virtù dello Spirito, il mandato missionario diventa un’esigenza interiore, scritta nel cuore: l’esigenza di condividere con altri l’esperienza di fede e la comunione con Dio. «Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20). «Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo» (1Gv 1,3).
 
Quando la saggezza non è utilizzata - Clemente di Alessandria, Stromata 1 12, 2-3: I pozzi, ai quali si attinge continuamente, danno acqua più limpida, mentre si imputridiscono i pozzi da cui nessuno trae mai acqua. L’uso rende anche più pulito il ferro, mentre il mancato utilizzo genera in esso ruggine. Insomma si può quasi dire che l’esercizio vesta l’anima e il corpo di un abito di santità. Nessuno accende la lampada, e la pone sotto il moggio (Mt 5,15; Mc 4,21; Lc 8,16),ma sul candelabro per illuminare tutti quelli che sono stati invitati allo stesso banchetto.
Quale giovamento può offrire una sapienza, che non rende sapiente chi è in grado di intenderla?
 
O Dio, che in questi santi misteri
ci hai nutriti col corpo e sangue del tuo Figlio,
fa’ che ci rallegriamo sempre del tuo dono,
sorgente inesauribile di vita nuova.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
  26 Gennaio 2021
 
Santi Timoteo e Tito, Vescovi - Memoria
 
2Tm 1,1-8 oppure Tt 1,1-5; Sal 95; Lc 10,1-9
 
Il Santo del Giorno - 26 Gennaio 2022 - Timoteo e Tito, Vescovi: Modelli sempre attuali per gli evangelizzatori - Discernere la verità, rimanere sulla strada giusta, curare la coscienza e la carità, combattere la “buona battaglia”: san Paolo indicava queste priorità ai santi Timoteo e Tito nelle lettere a loro indirizzate, le uniche del Nuovo Testamento rivolte a singole persone a non a intere comunità. Testi in cui l’Apostolo delle genti traccia il profilo non solo del buon pastore e del bravo evangelizzatore ma del modello per ogni cristiano.
Timoteo era nato a Listra da padre pagano e madre giudea, incontrò Paolo da giovane e lo accompagnò poi in Asia Minore, divenendo infine vescovo di Efeso. Tito, invece, era di origine greca e si convertì dopo aver incontrato Paolo durante uno dei suoi viaggi; più tardi divenne vescovo di Creta. Sia Timoteo che Tito parteciparono a Gerusalemme all’assemblea con gli apostoli, che si chiedevano se i nuovi membri della Chiesa dovessero o meno seguire le antiche leggi di Israele. I due, insieme, rappresentarono le “anime” della comunità cristiana nascente: quella legata alla tradizione giudaica e quella aperta ai popoli e alle nazioni pagane. (Autore Matteo Liut)
 
Colletta
O Dio, che hai reso partecipi del carisma degli apostoli
i santi Timoteo e Tito,
per la loro comune intercessione concedi a noi
di vivere con giustizia e pietà in questo mondo
per giungere alla patria del cielo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Pastores dabo vobis 13-14: Il nuovo popolo sacerdotale che è la Chiesa, non solo ha in Cristo la propria autentica immagine, ma anche da Lui riceve una partecipazione reale e ontologica al suo eterno e unico sacerdozio, al quale deve conformarsi con tutta la sua vita.
A servizio di questo sacerdozio universale della nuova Alleanza, Gesù chiama a sé, nel corso della sua missione terrena, alcuni discepoli e con un mandato specifico e autorevole chiama e costituisce i Dodici, affinché «stessero con lui e anche per mandarli a predicare, e perché avessero il potere di scacciare i demoni».
Per questo, già durante il suo ministero pubblico e poi in pienezza dopo la morte e risurrezione, Gesù conferisce a Pietro e ai Dodici poteri del tutto particolari nei confronti della futura comunità e per l’evangelizzazione di tutte le genti. Dopo averli chiamati alla sua sequela, li tiene accanto a sé e vive con loro, impartendo con l’esempio e con la parola il suo insegnamento di salvezza e, infine, li manda a tutti gli uomini. E per il compimento di questa missione Gesù conferisce agli apostoli, in virtù di una specifica effusione pasquale dello Spirito Santo, la stessa autorità messianica che gli viene dal Padre e che gli è conferita in pienezza con la risurrezione: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo».
 
I Lettura: Timoteo è il discepolo prediletto di san Paolo. Esortandolo a rinnovare il dono che ha ricevuto per le mani dell’Apostolo, Paolo lo invita a non essere timido, di non vergognarsi di dare testimonianza al Signore, tantomeno non deve provare vergogna di lui, di Paolo, che è in carcere per il Signore. Uno sprone a soffrire con l’Apostolo per il Vangelo.
 
Vangelo: Gesù è venuto a portare la pace destinandola a tutti gli uomini. Lo fa intendere anche col numero dei missionari inviati ad annunciare la Parola: secondo i Giudei, i popoli della terra erano settantadue e presumibilmente l’evangelista Luca vuol prefigurare la missione universale alla quale sarà inviata la Chiesa. La missione ha le note della massima sollecitudine svolgendosi «sotto il segno di un’urgenza escatologica: si deve annunziare che il Regno è vicino; non è consentito attardarsi per via negli interminabili saluti caratteristici degli Orientali. È scoccata ormai l’ora della mietitura: tradizionale immagine del “Giorno di Jahvé”, l’intervento definitivo Dio, salvifico e giudiziale al tempo stesso» (Vittorio Fusco).
 
Dal Vangelo secondo Luca 10,1-9: In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».
 
Padre Lino Pedron: Questo brano di vangelo ci vuole ricordare che anche i discepoli sono stati incaricati e inviati dal Signore ad annunciare il regno di Dio. Il numero settantadue ricorda i popoli della "tavola delle nazioni" nel libro della Genesi; capitolo 10, in pratica tutti gli uomini della terra.
I missionari di Cristo vanno a due a due per dare maggior credito alla loro predicazione, perché nella testimonianza di due o tre c’è la garanzia di ogni verità (cfr Dt 17,6; 19,15).
Rispetto all’estensione del campo e del raccolto che si annuncia, il numero degli operai del vangelo è sempre esiguo. Bisogna andare con urgenza e andare tutti. I verbi sono imperativi: pregate e andate (V.3). La missione degli inviati non è facile, come non è stata facile per Gesù. I messaggeri del vangelo sono per definizione portatori di buone notizie (cfr Is 52,7-9). Gesù li paragona agli agnelli, simbolo di mansuetudine, che devono andare in mezzo ai lupi, cioè in mezzo agli uomini violenti e assassini. Il loro compito è quello di portare a tutti, casa per casa, la benedizione e la pace.
Gesù manda i suoi discepoli come il Padre ha mandato lui (cfr Gv 20,21). La missione nasce dall’amore del Padre per tutti i suoi figli e termina nell’amore dei figli per il Padre e tra di loro. L’inizio di questo brano di vangelo ci invita a grandi cose: "La messe è molta" (v.2), cioè tutta l’umanità attende da noi il gioioso annuncio che Dio è Padre e vuole che tutti gli uomini siano salvati. Chi conosce il cuore del Padre è sollecito verso tutti i fratelli.
 
Tutto è dono: Papa Francesco (Udienza Generale, 12 novembre 2014): Nelle “Lettere pastorali” inviate ai suoi discepoli Timoteo e Tito, l’apostolo Paolo si sofferma con cura sulla figura dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi,- anche sulla figura dei fedeli, degli anziani, dei giovani. Si sofferma in una descrizione di ogni cristiano nella Chiesa, delineando per i vescovi, i presbiteri e i diaconi, ciò a cui essi sono chiamati e le prerogative che devono essere riconosciute in coloro che vengono scelti e investiti di questi ministeri. Ora, è emblematico come, insieme alle doti inerenti la fede e la vita spirituale - che non possono essere trascurate, perché sono la vita stessa -, vengano elencate alcune qualità squisitamente umane: l’accoglienza, la sobrietà, la pazienza, la mitezza, l’affidabilità, la bontà di cuore. È questo l’alfabeto, la grammatica di base di ogni ministero! Deve essere la grammatica di base di ogni vescovo, di ogni prete, di ogni diacono. Sì, perché senza questa predisposizione bella e genuina a incontrare, a conoscere, a dialogare, ad apprezzare e a relazionarsi con i fratelli in modo rispettoso e sincero, non è possibile offrire un servizio e una testimonianza davvero gioiosi e credibili.  C’è poi un atteggiamento di fondo che Paolo raccomanda ai suoi discepoli e, di conseguenza, a tutti coloro che vengono investiti del ministero pastorale, siano essi vescovi, sacerdoti, presbiteri o diaconi. L’apostolo esorta a ravvivare continuamente il dono che è stato ricevuto (cfr. 1 Tm 4,14; 2Tm 1,6). Questo significa che deve essere sempre viva la consapevolezza che non si è vescovi, sacerdoti o diaconi perché si è più intelligenti, più bravi e migliori degli altri, ma solo in forza di un dono, un dono d’amore elargito da Dio, nella potenza del suo Spirito, per il bene del suo popolo. Questa consapevolezza è davvero importante e costituisce una grazia da chiedere ogni giorno! Infatti, un Pastore che è cosciente che il proprio ministero scaturisce unicamente dalla misericordia e dal cuore di Dio non potrà mai assumere un atteggiamento autoritario, come se tutti fossero ai suoi piedi e la comunità fosse la sua proprietà, il suo regno personale.
 
Il Signore designò altri settantadue e li inviò…: Lumen Gentium 20: La missione divina affidata da Cristo agli apostoli durerà fino alla fine dei secoli (cfr. Mt 28,20), poiché il Vangelo che essi devono predicare è per la Chiesa il principio di tutta la sua vita in ogni tempo. Per questo gli apostoli, in questa società gerarchicamente ordinata, ebbero cura di istituire dei successori. Infatti, non solo ebbero vari collaboratori nel ministero ma perché la missione loro affidata venisse continuata dopo la loro morte, affidarono, quasi per testamento, ai loro immediati cooperatori l’ufficio di completare e consolidare l’opera da essi incominciata raccomandando loro di attendere a tutto il gregge nel quale lo Spirito Santo li aveva posti a pascere la Chiesa di Dio (cfr. At 20,28). Perciò si scelsero di questi uomini e in seguito diedero disposizione che dopo la loro morte altri uomini subentrassero al loro posto. Fra i vari misteri che fin dai primi tempi si esercitano nella Chiesa, secondo la testimonianza della tradizione, tiene il primo posto l’ufficio di quelli che costituiti nell’episcopato, per successione che decorre ininterrotta fin dalle origini sono i sacramenti attraverso i quali si trasmette il seme apostolico. Così, come attesta S. Ireneo, per mezzo di coloro che gli apostoli costituirono vescovi e dei loro successori fino a noi, la tradizione apostolica in tutto il mondo è manifestata e custodita.
 
“E per via non saluterete nessuno” - Ambrogio (In Luc., 7, 59.62s): Qualcuno troverà forse in queste parole durezza e orgoglio, poco conformi ai precetti del Signore dolce e umile; egli che pure aveva prescritto di cedere il posto a tavola (cf. Lc 14,7ss), ecco che ora ordina ai discepoli: «per via non saluterete nessuno», quando invece questo è un uso di gentilezza. È in questo modo che le persone inferiori usano guadagnarsi il favore dei potenti; anche i Gentili usano con i cristiani questo scambio di cortesia. Perché il Signore vuole estirpare quest’usanza civile?
Ma considera che egli non dice soltanto: «non saluterete nessuno». Non è senza ragione che aggiunge: «per via». Anche Eliseo, quando mandò il servitore a deporre il suo bastone sul corpo del piccolo morto, gli disse di non salutare nessuno per strada (cf. 2Re 4,29): gli ordinò di far presto, perché potesse compiere l’incarico relativo alla risurrezione da effettuare, perché nessuno scambio di parole con qualche passante ritardasse la missione che doveva eseguire. Dunque, anche qui non si tratta di abolire la reciproca cortesia del saluto, ma di togliere di mezzo l’ostacolo che potrebbe intralciare l’incarico; in presenza del divino, l’umano deve essere temporaneamente messo da parte. È bello il saluto: ma il compimento delle opere divine è tanto più bello quanto più è rapido, e il ritardarlo spesso genera scontento. Per questo si vieta anche lo scambio di cortesie, nel timore che le civili usanze ritardino e danneggino il compimento di un dovere che non può essere rimandato senza colpa.
Ed ecco un’altra virtù: non passare da una casa all’altra con volubile facilità; conservare la costanza negli stessi sentimenti di ospitalità e non spezzare con leggerezza i legami di una amicizia già annodata; portare sempre dinanzi a noi un annunzio di pace.
 
I sacramenti che abbiamo ricevuto, Signore Dio nostro,
alimentino in noi quella fede
che la predicazione apostolica ha trasmesso
e l’amorosa dedizione dei santi Timoteo e Tito ha custodito.
Per Cristo nostro Signore.
  
 
MARTEDÌ 25 GENNAIO 2022
 
CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO – FESTA
 
At 22,3-16; Oppure: At 9,1-22; Sal 116 (117); Mc 16,15-18
 
Il Santo del Giorno - La conversione di san Paolo: La conversione di Paolo che siamo chiamati a celebrare e a vivere, esprime la potenza della grazia che sovrabbonda dove abbonda il peccato. La svolta decisiva della sua vita si compie sulla via di Damasco, dive egli scopre il mistero della passione di Cristo che si rinnova nelle sue membra. Egli stesso perseguitato per Cristo dirà: ‘Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa’. Questa celebrazione, già presente in Italia nel sec. VIII, entrò nel calendario Romano sul finire del sec. X. Conclude in modo significativo la settimana dell’unità dei cristiani, ricordando che non c’è vero ecumenismo senza conversione (cfr Conc. Vat. II, Decreto sull’ecumenismo ‘Unitatis redintegratio’, 7). (Messale Romano)
 
Colletta
O Dio, che hai illuminato tutte le genti
con la predicazione del beato apostolo Paolo,
dona a noi, che oggi celebriamo la sua conversione,
di camminare verso te seguendo i suoi esempi,
per testimoniare la tua verità dinanzi al mondo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Paolo missionario - Catechismo degli Adulti - Paolo missionario [559]: Ottenuta dall’assemblea di Gerusalemme la dichiarazione della libertà cristiana riguardo alle osservanze giudaiche, l’apostolo Paolo si rimette in viaggio, con alcuni compagni, per il servizio del vangelo. Più volte percorre Palestina e Siria, Asia Minore, Macedonia e Grecia, lungo le strade militari e le rotte commerciali. Entra nelle vivaci sinagoghe della diaspora e si mescola alle folle cosmopolite delle città; si confronta con l’alta cultura e con la religiosità popolare; ottiene scarse conversioni tra gli ebrei e molte più tra i pagani, fondando comunità cristiane assai promettenti.
Arrestato a Gerusalemme con l’accusa di profanare il tempio, sovvertire la religione e perturbare l’ordine pubblico, è sottoposto a un processo interminabile. Chiamato a dare spiegazioni davanti al procuratore Festo e al re Agrippa II, afferma con sicurezza che il vero protagonista della missione cristiana è Cristo stesso: egli è il primo uomo risorto dalla morte e ora sta annunciando la salvezza a Israele e ai pagani per mezzo dei suoi servitori. Anche Paolo è stato scelto personalmente da lui per essere suo «testimone davanti a tutti gli uomini» (At 22,15) e soprattutto per essere inviato «lontano, tra i pagani» (At 22,21). Preso dal suo fascino, si è votato interamente alla sua causa, in una corsa incessante: «Sono stato conquistato da Gesù Cristo... dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta» (Fil 3,12-14). Mille difficoltà e persecuzioni non valgono a fermarlo: «Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti,... pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità» (2Cor 11,26-27). Non gli è più possibile vivere per se stesso. Per lui essere cristiano, testimone e missionario è la stessa cosa.
 
I Lettura:  Damasco, uno snodo che troviamo anche nella nostra povera vita: fermarsi e farsi illuminare dalla Parola che chiama significa farsi folgorare dalla Grazia, rifondare, come ha fatto Paolo, tutta la propria vita in Cristo. Damasco ci fa passare dal buio dell’errore e della menzogna alla Luce della Verità; farsi folgorare dalla Grazia significa trasformarsi in appassionati missionari di Gesù, il Signore crocifisso e risorto. Paolo prima dell’esperienza avvenuta alle porte di Damasco era un persecutore della Chiesa dopo l’incontro con il Risorto diventa il costruttore della Chiesa, dimenticando il suo passato costruisce il futuro dell’uomo.
 
Vangelo: Il Risorto invia la Chiesa nel mondo perché si apra alla luce del Vangelo. Essa è munita di potere e doni straordinari, scaccerà nel suo nome i démoni, parlerà lingue nuove, saranno invincibili contro ogni avversità, guariranno i malati. La missione della Chiesa è quella di spalancare le porte del regno a tutti gli uomini battezzandoli nel nome della santissima Trinità: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato”.
 
Dal Vangelo secondo Marco 16,15-18: In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
 
Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato - La Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): Come conseguenza della proclamazione della buona novella viene insegnato, in questo versetto, che la fede e il Battesimo sono requisiti indi pensabili per poter raggiungere la salvezza. La conversione alla fede in Gesù Cristo deve portare immediatamente a ricevere il Battesimo, che ci “conferisce la prima grazia santificante per la quale si cancella il peccato originale, ed anche l’attuale se vi è; rimette tutta la pena per essi dovuta; imprime il carattere di cristiani: ci fa figli di Dio, membri della Chiesa ed eredi del paradiso, e ci rende capaci di ricevere gli altri sacramenti” (Catechismo maggiore, n. 552).
Il Battesimo è assolutamente necessario per salvarsi, come espressamente si evince dalle parole del Signore. Ma alla impossibilità fisica del rito battesimale si può supplire col martirio, che è chiamato “Battesimo di sangue” oppure con un atto di perfetto amore di Dio o di contrizione, congiunto al desiderio almeno implicito di essere battezzato, e questo si denomina “Battesimo di desiderio” (cfr ivi, nn. 566-567).
In merito al Battesimo dei bambini, già sant’Agostino insegnava che “in alcun modo si può rifiutare o ritenere non necessaria la consuetudine della santa Madre Chiesa di battezzare i bambini; al contrario, bisogna accettarla inevitabilmente, essendo essa di tradizione apostolica” (De Gen. ad litteram, 10,23,39). Il nuovo Codice di diritto canonico rileva la necessità che i bambini siano battezzati: «I genitori sono tenuti all’obbligo di provvedere che i bambini siano battezzati entro le prime settimane; al più presto dopo la nascita anzi anche prima di essa, si rechino dal parroco per chiedere il sacramento per il figlio e vi si preparino debitamente» (can. 867).
Un’altra conseguenza intimamente collegata alla precedente è la necessità della Chiesa, come dichiara il Concilio Vaticano II: «Solo Cristo, presente per noi nel suo corpo, che è la Chiesa, è il Mediatore e la via della salvezza; ora egli, inculcando espressamente la necessità della fede e del Battesimo (cfr Gv 3,5), ha insieme confermata la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante il Battesimo come per la porta. Perciò non potrebbero salvarsi quegli uomini, i quali, non ignorando che la Chiesa cattolica è stata da Dio per mezzo di Gesù Cristo fondata come necessaria, non avessero tuttavia voluto entrare in essa o in essa perseverare» (Lumen gentium, n. 14; cfr Presbyterorum ordinis, n. 4; Ad gentes, nn. I e 3; Dignitatis humanae, n. II).
 
Ragioni dell’attività missionaria - Ad gentes 7: La ragione dell’attività missionaria discende dalla volontà di Dio, il quale «vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità. Vi è infatti un solo Dio, ed un solo mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo, uomo anche lui, che ha dato se stesso in riscatto per tutti» (1Tm 2,4-6), «e non esiste in nessun altro salvezza» (At 4,12). È dunque necessario che tutti si convertano al Cristo conosciuto attraverso la predicazione della Chiesa, ed a lui e alla Chiesa, suo corpo, siano incorporati attraverso il battesimo. Cristo stesso infatti, «ribadendo espressamente la necessità della fede e del battesimo (cfr. Mc 16,16; Gv 3,5), ha confermato simultaneamente la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano, per così dire, attraverso la porta del battesimo. Per questo non possono salvarsi quegli uomini i quali, pur sapendo che la Chiesa cattolica è stata stabilita da Dio per mezzo di Gesù Cristo come istituzione necessaria, tuttavia rifiutano o di entrare o di rimanere in essa». Benché quindi Dio, attraverso vie che lui solo conosce, possa portare gli uomini che senza loro colpa ignorano il Vangelo a quella fede «senza la quale è impossibile piacergli», è tuttavia compito imprescindibile della Chiesa, ed insieme suo sacrosanto diritto, diffondere il Vangelo; di conseguenza l’attività missionaria conserva in pieno - oggi come sempre - la sua validità e necessità. Grazie ad essa il corpo mistico di Cristo raccoglie e dirige ininterrottamente le sue forze per promuovere il proprio sviluppo. A svolgere questa attività le membra della Chiesa sono sollecitate da quella carità con cui amano Dio e con cui desiderano condividere con tutti gli uomini i beni spirituali della vita presente e della vita futura.
Grazie a questa attività missionaria, infine, Dio è pienamente glorificato, nel senso che gli uomini accolgono in forma consapevole e completa la sua opera salvatrice, che egli ha compiuto nel Cristo. Sempre grazie ad essa si realizza il piano di Dio, a cui Cristo in spirito di obbedienza e di amore si consacrò per la gloria del Padre che l’aveva mandato che tutto il genere umano costituisca un solo popolo di Dio, si riunisca nell’unico corpo di Cristo, sia edificato in un solo tempio dello Spirito Santo; tutto ciò, mentre favorisce la concordia fraterna, risponde all’intimo desiderio di tutti gli uomini. Così finalmente si compie davvero il disegno del Creatore, che creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, quando tutti quelli che sono partecipi della natura umana, rigenerati in Cristo per mezzo dello Spirito Santo, riflettendo insieme la gloria di Dio, potranno dire: «Padre nostro».

La conversione di san Paolo: Giovanni Paolo (Omelia 25 Gennaio 1985):  Per felice consuetudine, la conclusione della Settimana di preghiere per l’unità dei cristiani viene celebrata in questa basilica nella festa della conversione di San Paolo, evento centrale non solo per l’apostolo, ma per tutta la Chiesa delle origini. Siamo perciò sollecitati a fissare il nostro sguardo sulla figura di Paolo di Tarso, sulla Settimana di preghiera e, infine, sulla relazione dell’uno e dell’altra con l’impegno solenne assunto dalla Chiesa cattolica di lavorare instancabilmente alla ricomposizione dell’unità di tutti i cristiani.
Nella prima lettura (At 22, 3-16) abbiamo ascoltato Paolo narrare, nel tempio di Gerusalemme, ai suoi fratelli ebrei, la vicenda sconvolgente della sua conversione. Come affermano gli altri due racconti dell’evento, contenuti nel libro degli Atti (At 9, 1-8; 26, 2-18) Saulo-Paolo attribuisce la propria radicale trasformazione alla visione di Gesù Nazareno, che egli si accaniva a perseguitare e che gli si para davanti, sulla strada verso Damasco.
Se ogni conversione, o metànoia, è opera della grazia divina, cioè dell’intervento immediato e radicale di Dio nel cuore dell’uomo, quella di Paolo lo è in sommo grado. Il Signore Gesù si è mostrato a Paolo e ha preso a dialogare con lui, che, già convinto fariseo, impreparato a questa manifestazione e ad essa ostile, non ha potuto opporvi resistenza. Abbiamo ascoltato nella lettura la voce stessa di Paolo, che avvia lo straordinario dialogo: “Che devo fare, o Signore?”. La risposta di Gesù, non ancora esplicita ma già risolutiva, lo incita a dirigere i suoi passi verso la Chiesa di Damasco: “Là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia” (At 22, 10).
Questa esperienza, che trasforma Saulo in Paolo apostolo, ci insegna, ancora una volta, come i grandi eventi, determinanti per la vita della Chiesa, scaturiscano dalla grazia del Signore, il quale interviene nella nostra vita personale, nei nostri cuori, plasma la storia della Chiesa, come e quando egli vuole. Così, contrariamente ad ogni aspettativa e a quelle dello stesso Paolo, la vicenda della sua conversione è celebrata da secoli, nella liturgia della Chiesa, come avvenimento miracoloso.
 
Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli: «È cosa buona dunque andare per tutto il mondo, a predicare il Vangelo ad ogni creatura... E quando per mezzo della grazia di Dio il peccatore si converte, ecco in lui viene creata una nuova creatura, cioè una coscienza pura e nuova. Questa è la vera Gerusalemme, la pacifica, che esulta della misericordia conferitale da Dio. E si crea anche un popolo di molti buoni sentimenti e pensieri... Allora le cose vecchie, cioè quelle che da gran tempo facevano con l’uso dei cinque sensi, passano e si allontanano: diventano nuove creature in Cristo, perché gli uomini non vivono più per se stessi, ma per Colui che è morto e risuscitato per loro [2Cor 5,15]. Questa è la Grazia che rinnova ogni creatura, che rinnova sia l’uomo interiore che quello esteriore» (Sant’Antonio da Padova).
  
I sacramenti che abbiamo ricevuto, Signore Dio nostro,
accendano in noi l’ardore di carità del beato apostolo Paolo,
che portava nel cuore la sollecitudine per tutte le Chiese.
Per Cristo nostro Signore.
 
  

 LUNEDÌ 24 GENNAIO 2022

 SAN FRANCESCO DI SALES, VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA – MEMORIA

 2Sam 5,1-7.10; Sal 88 (89); Mc 3,22-30
 
Il Santo del Giorno - 24 Gennaio 2022 - Francesco di Sales. Per saper comunicare bisogna saper amare: A ben guardare la “formula” di san Francesco di Sales è semplice: per saper comunicare basta saper amare. Dal 1923 questo santo, vescovo e dottore della Chiesa, è protettore dei comunicatori, ma di fatto è un modello per ogni cristiano, chiamato a condividere con l’umanità intera il tesoro prezioso della fede. Nato in Savoia nel 1567, nel 1593, dopo gli studi a Padova, divenne prete, rinunciando alla carriera da avvocato e dedicandosi alla predicazione nel Chiablese: visitava i malati, stava ore in confessionale, predicava nelle piazze. Si rivolgeva a tutti e per coloro che non volevano ascoltare s’inventò dei "fogli informativi" sulle verità della fede da distribuire tra le case. Si fece poi mandare a Ginevra, centro del calvinismo, impegnandosi nel dialogo e nel dibattito teologico: nel 1602 divenne vescovo della città, anche se poi dovette spostare la sede ad Annecy. Autore di diverse opere letterarie, assieme a santa Giovanna Fremyot de Chantal fondò l’Ordine della Visitazione. Morì a Lione il 28 dicembre 1622. (Autore: Matteo Liut)
 
Colletta
O Dio, per la salvezza delle anime
hai voluto che il vescovo san Francesco [di Sales]
si facesse tutto a tutti:
concedi a noi, sul suo esempio,
di testimoniare sempre nel servizio ai fratelli
la dolcezza del tuo amore.

Benedetto XVI (Udienza Generale 2 Marzo 2011): Vincendo le resistenze del padre, Francesco seguì la chiamata del Signore e, il 18 dicembre 1593, fu ordinato sacerdote. Nel 1602 divenne Vescovo di Ginevra, in un periodo in cui la città era roccaforte del Calvinismo, tanto che la sede vescovile si trovava “in esilio” ad Annecy. Pastore di una diocesi povera e tormentata, in un paesaggio di montagna di cui conosceva bene tanto la durezza quanto la bellezza, egli scrive: “[Dio] l’ho incontrato pieno di dolcezza e soavità fra le nostre più alte e aspre montagne, ove molte anime semplici lo amavano e adoravano in tutta verità e sincerità; e caprioli e camosci correvano qua e là tra i ghiacci spaventosi per annunciare le sue lodi” (Lettera alla Madre di Chantal, ottobre 1606, in Oeuvres, éd. Mackey, t. XIII, p. 223). E tuttavia l’influsso della sua vita e del suo insegnamento sull’Europa dell’epoca e dei secoli successivi appare immenso. È apostolo, predicatore, scrittore, uomo d’azione e di preghiera; impegnato a realizzare gli ideali del Concilio di Trento; coinvolto nella controversia e nel dialogo con i protestanti, sperimentando sempre più, al di là del necessario confronto teologico, l’efficacia della relazione personale e della carità; incaricato di missioni diplomatiche a livello europeo, e di compiti sociali di mediazione e di riconciliazione. Ma soprattutto san Francesco di Sales è guida di anime: dall’incontro con una giovane donna, la signora di Charmoisy, trarrà spunto per scrivere uno dei libri più letti nell’età moderna, l’Introduzione alla vita devota; dalla sua profonda comunione spirituale con una personalità d’eccezione, santa Giovanna Francesca di Chantal, nascerà una nuova famiglia religiosa, l’Ordine della Visitazione, caratterizzato - come volle il Santo - da una consacrazione totale a Dio vissuta nella semplicità e umiltà, nel fare straordinariamente bene le cose ordinarie: “… voglio che le mie Figlie - egli scrive - non abbiano altro ideale che quello di glorificare [Nostro Signore] con la loro umiltà” (Lettera a mons. de Marquemond, giugno 1615). Muore nel 1622, a cinquantacinque anni, dopo un’esistenza segnata dalla durezza dei tempi e dalla fatica apostolica.
Quella di san Francesco di Sales è stata una vita relativamente breve, ma vissuta con grande intensità. Dalla figura di questo Santo emana un’impressione di rara pienezza, dimostrata nella serenità della sua ricerca intellettuale, ma anche nella ricchezza dei suoi affetti, nella “dolcezza” dei suoi insegnamenti che hanno avuto un grande influsso sulla coscienza cristiana. Della parola “umanità” egli ha incarnato diverse accezioni che, oggi come ieri, questo termine può assumere: cultura e cortesia, libertà e tenerezza, nobiltà e solidarietà. Nell’aspetto aveva qualcosa della maestà del paesaggio in cui è vissuto, conservandone anche la semplicità e la naturalezza. Le antiche parole e le immagini in cui si esprimeva suonano inaspettatamente, anche all’orecchio dell’uomo d’oggi, come una lingua nativa e familiare.

I Lettura: Gli anziani di Israele ad Ebron fanno alleanza con Davide, e lo ungono re di Israele. Il racconto continua con la conquista della città di Gerusalemme, che sarà poi chiamata la cittadella di Davide. Alleanza con gli anziani di Israele e conquista della città di Gerusalemme sono possibili soltanto perché, come conclude il brano, il Signore, Dio degli eserciti, era con lui.

Vangelo: Le guide spirituali del popolo d’Israele passano dalla contestazione verbale agli insulti: “Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni”. Beelzebùl è una divinità cananea il cui nome significa «Baal il principe». Gesù non si fa trascinare in questo gioco volgare di calunnie e di pregiudizi, ma ricorda agli scribi, che lo accusavano di essere indemoniato, una elementare verità: “In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna”. Soltanto in Gesù c’è la salvezza, chi la respinge si avvia inevitabilmente verso un destino di morte.

Dal Vangelo secondo Marco 3,22-30: In quel tempo, gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro».
 
In quel tempo, gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme - José Maria González-Ruiz (Vangelo secondo Marco): La prima cosa che l’evangelista mette in evidenza è che si tratta di «scribi giunti da Gerusalemme». Forse, l’autore aggiunge questa osservazione lasciandosi guidare dalla sua abituale diffidenza nei riguardi di Gerusalemme. Comunque sia, pare molto probabile che le autorità religiose della capitale, allarmate per certe notizie che arrivavano dalla Galilea, abbiano mandato alcuni scribi a fare a Gesù un processo regolare.
Il «tribunale» di Gerusalemme non tarda a rendere pubblica la sua sentenza: Gesù scaccia i demoni, perché è d’accordo col principe dei demoni. Lasciamo a parte il problema dell’esistenza dei demoni. Gesù tenta di rispondere saggiamente opponendo agli scribi un argomento ad hominem: se satana scaccia satana, si tratta d’una guerra civile, e quindi, il suo regno è spacciato. Non v’è dunque motivo di preoccuparsene. Tutto questo contiene una profonda ironia che vedremo costantemente nell’immagine che Marco ci offre di Gesù.
Passando al contrattacco, Gesù accusa duramente i suoi accusatori. La «sentenza» del tribunale comportava nei «giudici» una cattiva volontà evidente: essi volevano chiudere gli occhi davanti alla luce. Per questo, Gesù distingue due classi di peccato: «contro il Figlio dell’uomo» e «contro lo Spirito Santo». Il primo si riferisce ai peccati che sono considerati come tali, mentre il secondo si riferisce a quegli atti che, essendo «peccaminosi» in sé, sono presentati col travestimento della virtù. Perciò, questi ultimi non otterranno mai il perdono, poiché la prima condizione per essere perdonato è riconoscere che si è peccato. In definitiva, si tratta d’una forte diatriba contro il fariseismo, che sarà sempre un peccato tipicamente ecclesiale.
Dopo il giudizio del «tribunale» di Gerusalemme, viene la precisazione dei «suoi», i suoi compaesani, forse i suoi parenti, i quali dicono che è pazzo.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): In verità io vi dico; per la prima volta l’evangelista usa questa formula solenne; in verità traduce la parola ἀμήν, che è trascrizione dell’ebraico ‘amen (= veramente, sicuramente). Nel Vecchio Testamento il termine serviva ad approvare l’affermazione di un altro o a confermare un giuramento, e si riferiva a ciò che precedeva; Gesù invece la usa per dar forza all’espressione che segue. Tutto sarà perdonato ai figli degli uomini; il Maestro, dopo aver confutato con una logica serrata l’accusa degli Scribi, dà loro un severo ammonimento, indicando quale responsabilità essi abbiano nell’ostinarsi a non vedere e nell’impedire che altri vedano. Tutti i peccati saranno perdonati agli uomini che sono fragili ed inclinati al male (l’espressione «figli degli uomini» accentua l’idea della debolezza umana), ma a quelli che avranno bestemmiato contro lo Spirito Santo, non sarà rimesso il loro peccato. Bestemmiare (βλασφεμεῖν) significa: calunniare, diffamare, dir male; ma nel contesto il verbo designa un peccato particolare (cf. vers. 30) cioè: attribuire a Satana, lo spirito del male per antonomasia, ciò che è opera dello Spirito Santo, il principio di ogni bene. Non avrà perdono in eterno; l’espressione, quantunque in sé molto energica ed assoluta, non vuole affermare che la bestemmia contro lo Spirito Santo non può essere perdonata da Dio, ma che l’uomo, il quale si ostina a negare le opere dello Spirito Santo, si mette nella condizione di non esser perdonato. S. Tommaso spiega il testo evangelico dicendo che il peccato contro lo Spirito è irremissibile, perché l’uomo con esso esclude ciò che lo dispone alla remissione dei peccati (cf. Summa Theologiae, II-II, q. 14, a. 3). Chi è ostinatamente sordo ai richiami della grazia, come gli Scribi, non potrà ottenere il perdono della sua colpa.
 
Bestemmiare contro lo Spirito Santo significa rifiutare volontariamente fino alla fine della vita la salvezza che ci è donata in Cristo Gesù. Da qui la imperdonabilità non per difetto di misericordia divina, ma per l’ostinazione dell’uomo che in modo irreversibile rifiuta la salvezza che gli è stata data gratuitamente in Gesù. La causa della imperdonabilità è dunque l’“ostinazione” perché qualunque peccato di cui l’uomo si ravvede, e per cui chiede sinceramente perdono al Signore, facendo seguire la penitenza e la riparazione, gli sarà perdonato: “L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona” (Is 55,7). Tutti i commentari hanno questa soluzione. Per esempio la nota della “Bibbia di Gerusalemme” a Mt 12,31-32: “Testo molto difficile. Il peccato contro lo Spirito Santo, imperdonabile, consiste in quel rifiuto pregiudiziale e cosciente della luce, per cui si giunge ad attribuire a Satana le opere di Dio [vedi anche Gv 3,20-21; 1Gv 5,16]”. O la nota a Mc 3,30, sempre della “Bibbia di Gerusalemme”: “Attribuire al demonio ciò che è opera dello Spirito Santo, significa rifiutarsi alla luce della grazia divina e al perdono che ne proviene. Un simile atteggiamento colloca per necessaria conseguenza al di fuori della salvezza. Ma la grazia può cambiare questo atteggiamento; diventa allora possibile un ritorno alla salvezza”. E ancora la nota della “Bibbia in lingua corrente” a Mt 12,31: “Si descrive qui la situazione di chi nega l’evidenza dei fatti e attribuisce l’influsso del demonio avvenimenti che invece mostrano la potente presenza dello Spirito di Dio”. E infine la nota della “La Bibbia Via Verità e Vita” a Mt 12,31-32: “La bestemmia contro lo Spirito Santo è il rifiuto cosciente e sistematico della verità e del bene conosciuto, una colpa che non può essere perdonata”. Quindi, il peccato imperdonabile si ha quando una persona è indurita nel cuore e non cerca più le promesse del perdono di Dio. Quando una persona rifiuta di essere perdonata; quando volta le spalle a Dio rifiutando di ritornare a Gesù, oppure quando non cerca il perdono di Dio perché immagina che Dio approvi i suoi peccati, e continua così per il resto della sua vita. Rifiutare l’opera dello Spirito Santo fino alla fine, è il peccato imperdonabile di cui parla Gesù.
 
Il potere del demonio - Agostino, La Città di Dio 7, 2: Per «forte» ha voluto intendere il diavolo, perché ha potuto tenere prigioniero il genere umano, e per gli «arnesi», che avrebbe sottratto, Gesù ha inteso i suoi futuri credenti che quegli teneva avvinti nelle varie azioni immorali. Affinché dunque quest’essere forte fosse incatenato, il suddetto apostolo nell’Apocalisse vide un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell’Abisso e una gran catena in mano. Afferrò - soggiunse - il dragone, il serpente antica, cioè il diavolo, satana, e lo incatenò per mille anni (Ap 20,1-2), cioè represse e frenò il suo potere di sedurre e dominare coloro che dovevano essere liberati.
 
Concedi a noi, Dio onnipotente,
che, nutriti da questi sacramenti,
possiamo imitare in terra la carità e la mitezza
di san Francesco [di Sales],
e raggiungere anche noi la gloria nei cieli.
Per Cristo nostro Signore.
 

 23 GENNAIO 2022
 
III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C
 
Nee 8,2-4a.5-6.8-10; Sal 18 (19); 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4; 4,14-21


Il Santo del Giorno - 23 Gennaio 2022 - Sant’Amasio, vescovo: Teano, città della Campania, celebra il 23 gennaio la festa di sant’Amasio, suo secondo vescovo. Di lui si conoscono due Vite (BHL, I, pp. 58-9, nn. 354-55). Cacciato dall’Oriente sotto l’imperatore Costanzo (337-361), Amasio, allora sacerdote, venne a Roma e si presentò al papa Giulio I (337-352), il quale lo inviò a predicare in Campania. Si era nel periodo delle lotte ariane, quando le città erano spesso divise in due fazioni. Espulso da Sora dal partito ariano, si portò a Teano, dove fu eletto vescovo e dove morì pacificamente ca. l’anno 356. I Sorani, per riparare l’offesa fattagli, eressero in suo onore una chiesa. (Autore: Filippo Caraffa)
 
Colletta: Dio onnipotente ed eterno, guida le nostre azioni secondo la tua volontà, perché nel nome del tuo diletto Figlio portiamo frutti generosi di opere buone. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Papa Francesco (Angelus 24 Gennaio 2016): Nel Vangelo di oggi, l’evangelista Luca prima di presentare il discorso programmatico di Gesù a Nazaret, ne riassume brevemente l’attività evangelizzatrice.  E’ un’attività che Egli compie con la potenza dello Spirito Santo: la sua parola è originale, perché rivela il senso delle Scritture; è una parola autorevole, perché comanda persino agli spiriti impuri e questi obbediscono (cfr Mc 1,27). Gesù è diverso dai maestri del suo tempo: per esempio, non ha aperto una scuola per lo studio della Legge, ma va in giro a predicare e insegna dappertutto: nelle sinagoghe, per le strade, nelle case, sempre in giro! Gesù è diverso anche da Giovanni Battista, il quale proclama il giudizio imminente di Dio, mentre Gesù annuncia il suo perdono di Padre.
Ed ora immaginiamo di entrare anche noi nella sinagoga di Nazaret, il villaggio dove Gesù è cresciuto fino a circa trent’anni. Ciò che vi accade è un avvenimento importante, che delinea la missione di Gesù.  Egli si alza per leggere la Sacra Scrittura. Apre il rotolo del profeta Isaia e prende il passo dove è scritto: “lo Spirito del Signore è  sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio” (Lc 4,18). Poi, dopo un momento di silenzio pieno di attesa da parte di tutti, dice, tra lo stupore generale: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato” (v. 21).
Evangelizzare i poveri: questa è la missione di Gesù, secondo quanto Lui dice; questa è anche la missione della Chiesa, e di ogni battezzato nella Chiesa. Essere cristiano ed essere missionario è la stessa cosa. Annunciare il Vangelo, con la parola e, prima ancora, con la vita, è la finalità principale della comunità cristiana e di ogni suo membro. Si nota qui che Gesù indirizza la Buona Novella a tutti, senza escludere nessuno, anzi privilegiando i più lontani, i sofferenti, gli ammalati, gli scartati della società.
Domandiamoci: che cosa significa evangelizzare i poveri? Significa anzitutto avvicinarli, significa avere la gioia di servirli, di liberarli dalla loro oppressione, e tutto questo nel nome e con lo Spirito di Cristo, perché è Lui il Vangelo di Dio, è Lui la Misericordia di Dio, è Lui la liberazione di Dio, è Lui chi si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà. Il testo di Isaia, rafforzato da piccoli  adattamenti introdotti da Gesù, indica che l’annuncio messianico del Regno di Dio venuto in mezzo a noi si rivolge in modo preferenziale agli emarginati, ai prigionieri, agli oppressi.
Probabilmente al tempo di Gesù queste persone non erano al centro della comunità di fede. Possiamo domandarci: oggi, nelle nostre comunità parrocchiali, nelle associazioni, nei movimenti, siamo fedeli al programma di Cristo? L’evangelizzazione dei poveri, portare loro il lieto annuncio, è la priorità? Attenzione: non si tratta solo di fare assistenza sociale, tanto meno attività politica. Si tratta di offrire la forza del Vangelo di Dio, che converte i cuori, risana le ferite, trasforma i rapporti umani e sociali secondo la logica dell’amore. I poveri, infatti, sono al centro del Vangelo.
 
I Lettura: Il Libro di Neemia narra l’attività riformatrice di Neemia a Gerusalemme dopo il ritorno dall’esilio babilonese e in particolare descrive i lavori di ricostruzione della città santa. Al termine dei lavori di restauro, in Gerusalemme si radunarono numerose persone in preparazione alla consacrazione delle mura. Nel giorno stabilito vi fu un raduno, e la Torah fu pubblicamente letta da Esdra e dai suoi assistenti. Per molti giorni Esdra lesse l’intero rotolo della Torah e con l’aiuto dei vari studiosi e dei Leviti spiegò l’interpretazione dei vari passi della Torah ai presenti. Le feste culminarono con la gioiosa celebrazione dei sette giorni di Sukkot, culminanti nell’ottavo con la festa di Shemini Atzeret. Nel ventiquattresimo giorno, subito dopo la fine delle feste, fu tenuta una solenne riunione, di confessione e digiuno di espiazione per i peccati dei padri. Fu quindi rinnovato il patto sancito dalla concessione della Torah, data da Dio a Mosè, per l’osservanza delle leggi e dei comandamenti divini. L’esilio babilonese aveva dato intelligenza ai cuori dei Giudei: il popolo eletto, pur nella durezza dei patimenti sofferti, finalmente aveva compreso che solo nel Signore vi è libertà, sorgente di gioia e di forza, doni necessari per sperare in un mondo più stabile.
 
II Lettura: L’analogia del corpo, come motivo di unità cristiana con differenze di uffici e di funzioni, è invocata da Paolo nel tentativo di estirpare le divisioni che smembravano la chiesa di Corinto. I credenti sono uno perché sono stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo; quindi, sono il corpo di Cristo. A motivo di tutto ciò, vivendo secondo la verità nella carità, i credenti devono cercare di crescere in ogni cosa verso Cristo, che è il capo e dal quale «tutto il corpo, ben compaginato e connesso, con la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, cresce in modo da edificare se stesso nella carità» (Ef 4,15-16).
 
Vangelo: I versetti 1,1-4 sono una vera introduzione, alla maniera classica, che viene ripresa all’inizio degli Atti degli Apostoli. Per Angelico Poppi l’espressione «poiché molti» “si riferisce al vangelo di Marco (o alla sua fonte), alla cosiddetta fonte Q (utilizzata da Luca e Matteo), a Lc (patrimonio particolare di Luca), di cui è controverso se si tratta sostanzialmente di un vangelo protolucano oppure di più fonti crine e orali conosciute solo da Luca”. L’introduzione ci svela l’intenzione dell’evangelista Luca che è quella di fare un “resoconto  ordinato”, una narrazione degli eventi accaduti, secondo la successione storica e la connessione tra di loro.
I versetti 4,14-21 narrano il ritorno di Gesù “a Nàzaret, dove era cresciuto”.
Gesù, commentando la Parola di Dio, in modo particolare sottolinea che l’intervento di Dio è anzitutto in favore dei poveri e degli oppressi. Questa sensibilità di Gesù mette fortemente in luce la dimensione sociale del vangelo, dimensione proclamata con vigore anche dall’Antico Testamento. E così l’attenzione ai poveri diventa la via regale per entrare nel regno di Dio (cfr. Mt 25,26ss).
 
Dal Vangelo secondo Luca: 1,1-4; 4,14-21: Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione.
Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): Inizio dell’attività pubblica di Gesù (4,14-6,11) - Dopo un brano introduttorio (4,14-15), redatto liberamente da Luca, viene anticipata la visita di Gesù a Nazaret (4,16-30) per mettere subito a fuoco il messaggio centrale del vangelo, l’annuncio della salvezza in favore dei poveri e degli emarginati. Da 4,31 Luca riprende l’ordine di Marco sino al discorso della pianura (6,20ss). [...]
Ritorno di Gesù in Galilea (4,14-15) - Luca non collega come Matteo e Marco il ritorno di Gesù in Galilea alla carcerazione del Battista, perché l’ha anticipata ancora prima del battesimo (3,19-20). Ora, con questo brano redazionale introduce l’attività itinerante di Gesù in Galilea, sottolineando il suo insegnamento.
Con il medesimo verbo usato prima della tentazione (ritornò = hypéstrepsen, vv. 1 e 14) introduce questa tappa iniziale del ministero di Gesù, il quale appare sempre sotto l’azione dello Spirito, con cui era stato consacrato al Giordano ed era stato condotto nel deserto. Infatti, egli può insegnare e scacciare i demoni con exousia, cioè con autorevolezza e con una forza soprannaturale (4.32.36), soltanto attraverso la potenza dello Spirito. Queste azioni potenti ne diffondono presto la fama «per tutta la regione d’intorno».
Il tempo del Battista era ormai concluso; la predicazione di Gesù segna l’inizio del tempo nuovo, caratterizzato dall’azione dello Spirito. Mentre Giovanni aveva predicato nel deserto, Gesù si colloca nell’ambito stesso del giudaismo, insegnava nelle loro sinagoghe (v. 15), un’espressione che mette in risalto la sua attività didattica e prepara il discorso programmatico nella sinagoga di Nazaret. Gesù era glorificato da tutti per il suo insegnamento: si trattava di una dottrina d’origine divina. II verbo glorificare (doxdzein) nel Nuovo  Testamento è sempre usato in riferimento a Dio; questo è l’unico caso in cui viene attribuito a Gesù. Luca tralascia l’invito urgente alla conversione, d’impronta apocalittica, riportato da Marco (1,15). Il nocciolo della predicazione di Gesù nella prospettiva lucana non riguardava la fine del mondo, bensì la proclamazione della salvezza in favore dei poveri e degli emarginati, come emerge nell’episodio seguente.
 
Dominum et Vivificantem 16.: Il profeta [Isaia] presenta il Messia come colui che viene nello Spirito Santo, come colui che possiede la pienezza di questo Spirito in se e, al tempo stesso, per gli altri per Israele, per tutte le nazioni, per tutta l’umanità. La pienezza dello Spirito di Dio viene accompagnata da molteplici doni, i beni della salvezza, destinati in modo particolare ai poveri e ai sofferenti, a tutti coloro che a questi doni aprono i loro cuori - a volte mediante le dolorose esperienze della propria esistenza, ma, prima di tutto, con quella disponibilità interiore che viene dalla fede. Ciò intuiva il vecchio Simeone, «uomo giusto e pio», sul quale «era lo Spirito Santo», al momento della presentazione di Gesù al Tempio, quando scorgeva in lui la «salvezza preparata dinanzi a tutti i popoli» a prezzo della grande sofferenza - la Croce -, che avrebbe dovuto abbracciare insieme con sua Madre. Ciò intuiva ancor meglio la Vergine Maria, che «aveva concepito di Spirito Santo», quando meditava in cuor suo sopra i «misteri» del Messia, a cui era associata.
17. Occorre quindi sottolineare che chiaramente lo «spirito del Signore», che «si posa» sul futuro Messia, è, anzitutto, un dono di Dio per la persona di quel Servo del Signore. Ma costui non è una persona isolata e a sé stante, perché opera per volontà del Signore, in forza della sua decisione o scelta. Anche se alla luce dei testi di Isaia l’operare salvifico del Messia, Servo del Signore, include l’azione dello Spirito che si svolge mediante lui stesso, tuttavia nel contesto veterotestamentario non è suggerita la distinzione dei soggetti, o delle Persone divine, quali sussistono nel mistero trinitario e sono poi rivelate nel Nuovo Testamento. Sia in Isaia sia in tutto l’Antico Testamento la personalità dello Spirito Santo è completamente nascosta: nascosta nella rivelazione dell’unico Dio, come anche nell’annuncio del futuro Messia.
18. Gesù Cristo si richiamerà a questo annuncio, contenuto nelle parole di Isaia, all’inizio della sua attività messianica. Ciò avverrà nella stessa Nazareth, nella quale aveva trascorso trent’anni di vita nella casa di Giuseppe, il carpentiere, accanto a Maria, sua Madre vergine. Quando ebbe occasione di prendere la parola nella Sinagoga, aperto il Libro di Isaia, egli trovò il passo in cui era scritto: «Lo spirito del Signore è sopra di me; per questo, mi ha consacrato con l’unzione» e, dopo aver letto questo brano, disse ai presenti: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura, che voi avete udito». In questo modo confessò e proclamò di esser colui che «è stato unto» dal Padre, di essere il Messia, cioè colui nel quale dimora lo Spirito Santo come dono di Dio stesso, colui che possiede la pienezza di questo Spirito, colui che segna il «nuovo inizio» del dono che Dio fa all’umanità nello Spirito.
 
Origene, In Luc., 32, 2-6: A proclamare l’anno di grazia del Signore (Lc 4,19; Is 61,2). Secondo una pura e semplice interpretazione letterale, alcuni intendono che il Salvatore ha annunziato il vangelo in Giudea durante un anno, e che questo è il significato della frase: «proclamare l’anno di grazia del Signore “e il giorno della ricompensa”». Ma forse la Santa Scrittura nella frase «proclamare l’anno del Signore» ha voluto nascondere un mistero. Diversi saranno i giorni futuri, non paragonabili a quelli che vediamo oggi nel mondo; ed anche i mesi saranno diversi e diverso il calendario. Se dunque i tempi saranno tutti rinnovati, nuovo sarà nel futuro l’anno del Signore portatore di grazia. Queste cose ci sono state annunziate affinché, dopo essere passati dalla cecità alla chiara visione e dalla schiavitù alla libertà, guariti dalle nostre molteplici ferite, noi perveniamo «all’anno di grazia del Signore».

O Dio, che in questi santi misteri
ci hai nutriti con il Corpo e il Sangue del tuo Figlio,
fa’ che ci rallegriamo sempre del tuo dono,
sorgente inesauribile di vita nuova.
Per Cristo nostro Signore.