23 Gennaio 2017
Pensiero del giorno
Gv 6,51: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.
Gesù aveva appena affermato: «Io sono il pane della vita» e «sono disceso dal cielo» che questo provoca sconcerto e disapprovazione tra la folla. I Giudei conoscevano il racconto del miracolo della manna che nel deserto aveva saziato i loro Padri e li aveva sostenuti nella lunga e faticosa marcia nel deserto (Cfr. Es 16,1ss; Sal 78,24; Sap 16,20-21). I Giudei mormorano proprio perché quello del pane disceso dal cielo era un linguaggio fin troppo familiare e non riescono a comprendere il discorrere di Gesù e sopra tutto dove voglia andare a parare col suo dire. In ogni caso, non possono accettare la supponenza di Gesù che si autodefinisce pane del cielo, se lo facessero le conseguenze sarebbero immediate: dovrebbero accettare Gesù come il Messia. E questo per dei cuori spenti è impossibile (Cfr. Lc 4,16-30).
I Giudei mormorando rendono palese la loro incredulità e la loro ottusità. La mormorazione è una sorta di maledizione che perseguita Israele: come un tempo il popolo mormorava nel deserto, ora mormora perché non comprende l’origine e il dono di Gesù (o non vogliono comprendere?).
Come allora, nel deserto, rifiutarono la manna perché cibo troppo leggero (Num 11,6), ora rifiutano il Verbo fatto carne, pane disceso dal cielo: «Il Verbo venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto» (Gv 1,11). All’uomo che deve attraversare il deserto della vita per giungere alla terra promessa, Cristo Gesù, si dona come pane-manna: ora in mezzo agli uomini c’è Colui che si è fatto pane perché essi possano raggiungere felicemente e agevolmente la terra promessa. Ma il dono è rifiutato: i Giudei si scandalizzano perché credono di conoscere le origini di Gesù, ma la loro conoscenza materiale è insipienza e ignoranza. Per credere bisogna superare questo scandalo.
Gesù dinanzi a tanta cecità e incapacità investigativa («Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse» Gv 14,11) non disarma, ma cerca di dare una mano ai Giudei perché comprendano e così trasporta i contestatori sul piano della fede: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Cosa vuol dire che il Padre attira? Forse non è libero l’uomo nel suo andare? L’espressione di Gesù va compresa solo alla luce dell’amore e della fede. La fede è un dono di Dio, ma ha come condizione l’apertura da parte dell’uomo, l’ascolto di Dio: l’uomo, pur consapevole della sua debolezza che non gli permette di giungere a Dio con le sue sole forze, desidera e ama Dio; anela, tende a Lui e fiducioso attende quella grazia divina che «previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità» (DV 5).
Solo chi «ha udito il Padre e ha imparato da lui» si può porre alla sequela del Cristo perché la sequela non è una conquista, ma una grazia.
Avendo cercato di allargare il cuore dei Giudei entro gli ampi spazi della fede, Gesù ritorna sul tema del pane della vita. E mostra ancora una volta se stesso come «il pane vivo, disceso dal cielo».
Solo questo pane preserva l’uomo dalla morte e lo introduce nella vera vita: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Il termine carne (sàrx) che nella Bibbia indica la realtà fragile della persona umana, ora, riferita al corpo di Cristo, rimanda sia al mistero dell’incarnazione, sia alla Passione e alla morte sacrificale «per la vita del mondo», cioè per tutti: «Gesù è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1Gv 2,1-2).
«Le espressioni “per la vita del mondo”, “per voi”, alludono al valore redentivo dell’immolazione di Cristo sulla Croce. Già in alcuni sacrifici dell’Antico Testamento, che erano tipo di quello del Signore, una parte della carne offerta veniva successivamente distribuita come cibo e significava la partecipazione dei presenti al rito sacro [Cfr. Es 11,3-4]. Parimenti, quando ci comunichiamo, diveniamo partecipi del sacrificio di Gesù. Perciò durante la liturgia delle Ore nella solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, la Chiesa canta: “Oh sacra mensa in cui Cristo si fa nostro cibo, si celebra il memoriale della sua Passione, l’anima è colmata di grazia e ci vien dato un pegno della futura gloria” [Antifona del Magnificat, ai secondi Vespri ]» (La Bibbia di Navarra).
Così si entra nel cuore del mistero dell’Eucaristia.
Il pane eucaristico non è un pane metaforico: il pane che viene donato per la vita eterna è veramente il Corpo e il Sangue del Figlio di Dio. La presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia sorpassa sia la capacità della nostra intelligenza, sia le nostre conoscenze: che «nell’Eucaristia ci sia il vero corpo e sangue di Cristo non si può percepire per mezzo dei sensi e nemmeno per mezzo dell’intelletto, ma lo si sa per fede, in base all’autorevolissima testimonianza di Dio [....]. Dire che Cristo nell’Eucaristia non c’è veramente, ma c’è per esempio solo in figura o in simbolo, è eresia» (San Tommaso, S. Th., q. 75).
Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Preghiamo con la Chiesa: Signore Gesù Cristo,che nel mirabile sacramento dell’Eucaristia ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua, fa’ che adoriamo con viva fede il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue,per sentire sempre in noi i benefici della redenzione. Tu sei Dio, e vivi e regni con Dio Padre...