23 Gennaio 2017

Pensiero del giorno


Gv 6,51: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.


Gesù aveva appena affermato: «Io sono il pane della vita» e «sono disceso dal cielo» che questo provoca sconcerto e disapprovazione tra la folla. I Giudei conoscevano il racconto del miracolo della manna che nel deserto aveva saziato i loro Padri e li aveva sostenuti nella lunga e faticosa marcia nel deserto (Cfr. Es 16,1ss; Sal 78,24; Sap 16,20-21). I Giudei mormorano proprio perché quello del pane disceso dal cielo era un linguaggio fin troppo familiare e non riescono a comprendere il discorrere di Gesù e sopra tutto dove voglia andare a parare col suo dire. In ogni caso, non possono accettare la supponenza di Gesù che si autodefinisce pane del cielo, se lo facessero le conseguenze sarebbero immediate: dovrebbero accettare Gesù come il Messia. E questo per dei cuori spenti è impossibile (Cfr. Lc 4,16-30).
I Giudei mormorando rendono palese la loro incredulità e la loro ottusità. La mormorazione è una sorta di maledizione che perseguita Israele: come un tempo il popolo mormorava nel deserto, ora mormora perché non comprende l’origine e il dono di Gesù (o non vogliono comprendere?).
Come allora, nel deserto, rifiutarono la manna perché cibo troppo leggero (Num 11,6), ora rifiutano il Verbo fatto carne, pane disceso dal cielo: «Il Verbo venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto» (Gv 1,11). All’uomo che deve attraversare il deserto della vita per giungere alla terra promessa, Cristo Gesù, si dona come pane-manna: ora in mezzo agli uomini c’è Colui che si è fatto pane perché essi possano raggiungere felicemente e agevolmente la terra promessa. Ma il dono è rifiutato: i Giudei si scandalizzano perché credono di conoscere le origini di Gesù, ma la loro conoscenza materiale è insipienza e ignoranza. Per credere bisogna superare questo scandalo.
Gesù dinanzi a tanta cecità e incapacità investigativa («Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse» Gv 14,11) non disarma, ma cerca di dare una mano ai Giudei perché comprendano e così trasporta i contestatori sul piano della fede: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Cosa vuol dire che il Padre attira? Forse non è libero l’uomo nel suo andare? L’espressione di Gesù va compresa solo alla luce dell’amore e della fede. La fede è un dono di Dio, ma ha come condizione l’apertura da parte dell’uomo, l’ascolto di Dio: l’uomo, pur consapevole della sua debolezza che non gli permette di giungere a Dio con le sue sole forze, desidera e ama Dio; anela, tende a Lui e fiducioso attende quella grazia divina che «previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità» (DV 5).
Solo chi «ha udito il Padre e ha imparato da lui» si può porre alla sequela del Cristo perché la sequela non è una conquista, ma una grazia.
Avendo cercato di allargare il cuore dei Giudei entro gli ampi spazi della fede, Gesù ritorna sul tema del pane della vita. E mostra ancora una volta se stesso come «il pane vivo, disceso dal cielo».
Solo questo pane preserva l’uomo dalla morte e lo introduce nella vera vita: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Il termine carne (sàrx) che nella Bibbia indica la realtà fragile della persona umana, ora, riferita al corpo di Cristo, rimanda sia al mistero dell’incarnazione, sia alla Passione e alla morte sacrificale «per la vita del mondo», cioè per tutti: «Gesù è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1Gv 2,1-2).
«Le espressioni “per la vita del mondo”, “per voi”, alludono al valore redentivo dell’immolazione di Cristo sulla Croce. Già in alcuni sacrifici dell’Antico Testamento, che erano tipo di quello del Signore, una parte della carne offerta veniva successivamente distribuita come cibo e significava la partecipazione dei presenti al rito sacro [Cfr. Es 11,3-4]. Parimenti, quando ci comunichiamo, diveniamo partecipi del sacrificio di Gesù. Perciò durante la liturgia delle Ore nella solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, la Chiesa canta: “Oh sacra mensa in cui Cristo si fa nostro cibo, si celebra il memoriale della sua Passione, l’anima è colmata di grazia e ci vien dato un pegno della futura gloria” [Antifona del Magnificat, ai secondi Vespri ]» (La Bibbia di Navarra).
Così si entra nel cuore del mistero dell’Eucaristia.
Il pane eucaristico non è un pane metaforico: il pane che viene donato per la vita eterna è veramente il Corpo e il Sangue del Figlio di Dio. La presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia sorpassa sia la capacità della nostra intelligenza, sia le nostre conoscenze: che «nell’Eucaristia ci sia il vero corpo e sangue di Cristo non si può percepire per mezzo dei sensi e nemmeno per mezzo dell’intelletto, ma lo si sa per fede, in base all’autorevolissima testimonianza di Dio [....]. Dire che Cristo nell’Eucaristia non c’è veramente, ma c’è per esempio solo in figura o in simbolo, è eresia» (San Tommaso, S. Th., q. 75).

Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Signore Gesù Cristo,che nel mirabile sacramento dell’Eucaristia ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua, fa’ che adoriamo con viva fede il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue,per sentire sempre in noi i benefici della redenzione. Tu sei Dio, e vivi e regni con Dio Padre...


 22 Gennaio 2017

Pensiero del giorno



Gv 6,4-5: Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?».


I capitoli 6-12 del Vangelo di Giovanni formano il ‘Libro dei segni’.
Il Libro contiene il racconto di sette miracoli che dall’evangelista vengono chiamati ‘segni’ perché hanno lo scopo di svelare in modo progressivo il mistero della identità di Gesù. La moltiplicazione dei pani e dei pesci è il quarto ‘segno’ ed è presente anche in Matteo, Marco e Luca.
È incerto il luogo dove avviene il miracolo, ma più che il luogo è importante sottolineare alcune indicazioni che Giovanni non trascura di registrare: la traversata di Gesù, «Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea»; la sua salita sul monte dove «si pose a sedere con i suoi discepoli»; il contesto liturgico nel quale viene collocato il ‘segno’, «Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei».
Questi particolari stabiliscono un chiaro parallelismo tra Gesù e Mosé: rievocando il passaggio del mar Rosso in occasione della Pasqua di liberazione dalla cattività egiziana, Gesù, nuovo Mosè, sale sul monte e sfama miracolosamente «circa cinquemila uomini». A ridosso di queste considerazioni, possiamo dire che le intenzioni dell’evangelista sono oltremodo chiare: Gesù è la nuova guida spirituale e con la moltiplicazione prodigiosa dei pani dà inizio al nuovo esodo. Nel deserto, dove la Chiesa si è rifugiata per sfuggire all’ira di satana (Ap 12,14), Colui che è «disceso dal cielo» (Gv 3,16; 6,41-42.51.58) sfamerà il suo popolo non con un pane corruttibile, ma con un Pane misterioso: il suo Corpo offerto e inchiodato sulla croce per la fame e la salvezza di tutto il mondo.
La folla bracca Gesù ed è mesto il motivo adotto dallo stesso evangelista: «una grande folla» inseguiva Gesù vedendo «i segni che compiva sugli infermi». Non è dunque la fede a muovere la folla, ma la fame di pane e di miracoli.
Giovanni non fa cenno della pietà di Gesù dinanzi alla moltitudine sfinita e affamata, ma è lui a prendere l’iniziativa. Pur sapendo quello che stava per fare, il Signore interpella il discepolo Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?».
La libera e spontanea iniziativa del Signore non esclude dunque la fattiva e operosa collaborazione dell’uomo. Egli deve imparare, con grande umiltà, a mettere al servizio del Signore tutto ciò che ha pur se gli sembra insignificante o inutile. Gesù saprà moltiplicare l’efficacia di quei mezzi poveri. Deve imparare ad avere fede non in se stesso o nei suoi mezzi, ma in Gesù. Solo la fede, anche se piccolissima come un granellino di senape, è capace di operare grandi miracoli (Cfr. Lc 17,5-6). La fede, che Gesù richiede fin dall’inizio del suo ministero apostolico (Cfr. Mc 1,15), e che richiederà incessantemente, è un movimento di fiducia e di abbandono per il quale l’uomo rinunzia a far affidamento sulle proprie forze, per rimettersi alla Parola e alla potenza di Colui nel quale crede (Cfr. Mt 21,25.32; Lc 1,20.45).
Se il sesto capitolo del Vangelo di Giovanni è una lunga, profonda e incisiva catechesi sull’Eucaristia, allora il miracolo della prodigiosa moltiplicazione dei pani e dei pesci va colto in questa prospettiva. A comprova di questo è da sottolineare che il verbo usato da Giovanni, eucharisteo (essere grato, ringraziare), per iniziare il racconto del miracolo è lo stesso usato dai Vangeli sinottici, Matteo, Marco e Luca, nell’ultima cena (Cfr. Gv 6,11; Mt 26,26-27; Mc 14,22-23; Lc 22,29; Cfr. 1Cor 11,24,).
Tale coincidenza sta ad indicare che il miracolo è tipo della santa Eucaristia, di cui il Signore Gesù parlerà alla folla più in avanti (Cfr. Gv 6,26-59).
Il miracolo compiuto da Gesù non poteva non evocare il ricordo della manna e le promesse messianiche: Israele per il tempo messianico, tra i tanti segni, attendeva anche il rinnovarsi del miracolo della manna. Così si comprende perché la folla entusiasta, alla vista del prodigioso moltiplicarsi del pane, riconosce in Gesù il «profeta, colui che viene nel mondo!» (Gv 6,14). Questo è il motivo che spingerà la moltitudine, dopo lo strepitoso prodigio, a tentare di rapire Gesù per farlo re.
All’entusiasmo, alla gioia e alla esaltazione forse si dovrebbe aggiungere una nota dolorosa. Possiamo chiederci: a tutti è piaciuto il miracolo compiuto da Gesù? O qualcuno avrà visto in quel gesto una sfida? Un pericolo per la propria incolumità fisica? Giovanni non ne fa cenno, ma è plausibile che mescolate tra la folla si trovassero anche le onnipresenti spie dei Farisei. Per le guide spirituali d’Israele, riconoscere Gesù come Messia da opporre a Roma sarebbe stato un passo insensato e i Farisei certamente non avrebbero incoraggiato questo tentativo maldestro. La mossa avventata della folla poteva spingere i Romani, gli odiati padroni della Palestina, ad un duro giro di vite e i guai sarebbero piovuti su Israele come un temporale estivo. I Farisei hanno sempre temuto i Romani e hanno temuto la folla che seguiva il Maestro di Nazaret, ecco perché possiamo pensarli, anche in questa occasione, appostati nell’ombra per spiare Gesù e i suoi discepoli pronti ad intervenire al momento più opportuno. Sarà un altro miracolo, la risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1ss), a spingere i Farisei ad agire con determinazione e spietatezza.
Siamo alla seconda pasqua, ancora un anno e i maggiorenti della nazione ebraica avrebbero consegnato Gesù a Pilato e inevitabilmente alla terrificante morte di croce.
In ogni caso, Gesù «non poteva accogliere tale pretesa, perché la sua regalità presupponeva la salita sul Golgota. Il suo ritorno “sulla montagna, tutto solo”, sembra alludere alla morte in croce. Il suo messianismo, sulla linea del Servo sofferente, escludeva ogni trionfalismo e grandezza mondana, in contrasto con la mentalità generale del tempo” (P. Angelico Poppi, o.f.m.conv.).

Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Padre, che nella Pasqua domenicale ci chiami a condividere il pane vivo disceso dal cielo, aiutaci a spezzare nella carità di Cristo anche il pane terreno, perché sia saziata ogni fame del corpo e dello spirito. Per il nostro Signore...


21 Gennaio 2017

Pensiero del giorno

Sap 2,23-24: Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono.


La sacra Scrittura è solita chiamare Yahvé «il Dio vivente». Questa verità la cogliamo anche sulle labbra di Gesù quando rintuzzò l’arroganza di alcuni sadducei che negavano la risurrezione della carne: «Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Ora, non è Dio dei morti, ma dei vivi» (Mt 22,23-33).
Dio, sorgente della vita, non può quindi aver creato la morte. Essa, poi, nel testo sapienziale, non indica soltanto il disfacimento fisico, ma significa la morte totale, di corpo e anima: «Qui morte assume il significato di morte escatologica; essa rimane certo in relazione alla morte fisica [...] e tuttavia la trascende, in quanto essa è già presente in qualche modo nell’esistenza terrena degli empi e soprattutto essa rappresenta, dopo la morte fisica, una condizione di dannazione e di non realizzazione» (Michelangelo Priotto).
 Dio, sorgente di comunione, ha creato l’uomo per l’immortalità che è «stare vicino a Dio» (Sap 6,18).
«Dio non ha creato l’uomo perché svanisca nel nulla o nella infelicità fisica-sprituale, ma lo ha creato per “l’esistenza”, cioè per la vita piena sia fisica che spirituale [...]. Unico è il fine per cui Dio ha creato l’uomo: la vita immortale e beata con Dio. Questo soltanto Dio vuole per l’uomo. E per questo Dio ha creato ogni uomo a “immagine della propria natura”, ossia capace di partecipare alla stessa vita divina» (Tiziano Lorenzin).
Un’altra verità lapalissiana che emerge dal Libro della Sapienza è che la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono. L’invidia del diavolo nasce dalla sua eterna dannazione; nasce dalla sua intima perversione che lo spinge a gioire quando l’uomo pecca: il diavolo «è sempre con noi: questa è la nostra infelicità e la nostra miseria! Ogni volta che pecchiamo, il nostro avversario esulta di gioia, sapendo che può andar superbo al cospetto del principe di questo mondo che lo ha messo al nostro fianco: egli infatti, avversario di questo o di quell’uomo, è riuscito ad esempio a rendere quest’uomo schiavo del principe di questo mondo per mezzo di questi o di tali altri peccati e delitti» (Origene); l’invidia del diavolo nasce dal dono della salvezza che Dio nella sua infinita liberalità e misericordia ha offerto a tutti gli uomini.
A questo punto, possiamo affermare che il Vangelo e il Libro della Sapienza celano tre verità.
La morte era contraria ai disegni di Dio: la morte «è entrata nel mondo a causa del peccato dell’uomo. Sebbene l’uomo possedesse una natura mortale, Dio lo destinava a non morire. La morte fu dunque contraria ai disegni di Dio Creatore ed essa entrò nel mondo come conseguenza del peccato» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1008).
Nella morte, Dio chiama a sé l’uomo e vivere in cielo significa «essere con Cristo»: «Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono “così come egli è” [1Gv 3,2], “a faccia a faccia” [1Cor 3,12] [...]. Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata “il cielo”. Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva. Vivere in cielo è “essere con Cristo”» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1023-1025).
La vera felicità dell’uomo non è in questo mondo, ma nell’altro mondo, in cielo quando possederemo Dio e da lui saremo posseduti.
Il 18 febbraio 1858, la Vergine apparendo a Bernadette le dice: «Non vi prometto di essere felice in questo mondo, ma nell’altro». E che l’Immacolata non scherzasse a dimostrarlo è il testamento spirituale della veggente di Lourdes.
«Per l’indigenza di mamma e papà, per la rovina del mulino, per il vino della stanchezza, per le pecore rognose: grazie, mio Dio! Bocca di troppo da sfamare che ero; per i bambini accuditi, per le pecore custodite, grazie! Grazie o mio Dio, per il Procuratore, per il Commissario, per i Gendarmi, per le dure parole di Peyremaile. Per i giorni in cui siete venuta, Vergine Maria, per quelli in cui non siete venuta, non vi saprò rendere grazie altro che in Paradiso. Ma per lo schiaffo ricevuto, per le beffe, per gli oltraggi, per coloro che mi hanno presa per pazza, per coloro che mi hanno presa per bugiarda, per coloro che mi hanno presa per interessata. Grazie Madonna!
Per l’ortografia che non ho mai saputa, per la memoria che non ho mai avuta, per la mia ignoranza e per la mia stupidità, grazie! Grazie, grazie, perché se ci fosse stata sulla terra una bambina più stupida di me, avreste scelto quella! Per la mia madre morta lontano, per la pena che ebbi quando mio padre, invece di tendere le braccia alla sua piccola Bernadette, mi chiamò Suor Maria Bernarda: grazie, Gesù! Grazie per aver abbeverato di amarezza questo cuore troppo tenero che mi avete dato. Per Madre Giuseppina che mi ha proclamata: “Buona a nulla”, grazie! Per i sarcasmi della madre Maestra, la sua voce dura, le sue ingiustizie, le sue ironie, e per il pane della umiliazione, grazie!
Grazie per essere stata quella cui la Madre Teresa poteva dire : “Non ne combinate mai abbastanza”.
Grazie per essere stata quella privilegiata dai rimproveri, di cui le mie sorelle dicevano: “Che fortuna non essere Bernadette!”. Grazie di essere stata Bernadette, minacciata di prigione perché vi aveva vista, Vergine Santa! Guardata dalla gente come bestia rara; quella Bernadette così meschina che a vederla si diceva: “Non è che questa?!”.
Per questo corpo miserando che mi avete dato, per questa malattia di fuoco e di fumo, per le mie carni in putrefazione, per le mie ossa cariate, per i miei sudori, per la mia febbre, per i miei dolori sordi e acuti, grazie mio Dio! Per quest’anima che mi avete data, per il deserto della aridità interiore, per la vostra notte e per i vostri baleni, per i vostri silenzi e i vostri fulmini; per tutto, per Voi assente e presente, grazie! Grazie o Gesù!».
E i tuoi piagnistei perché non riesci a possedere il videofonino ultimo grido, brama dei tuoi desideri?».

Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Ascolta, o Dio, la preghiera che la comunità dei credenti innalza a te nella fede del Signore risorto, e conferma in noi la beata speranza che insieme ai nostri fratelli defunti risorgeremo in Cristo a vita nuova. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te...



20 Gennaio 2017

Pensiero del giorno


Mc 4,35-41: In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».


Lo scenario della tempesta sedata è il lago di Genesaret, che gli Ebrei chiamavano anche mare, a motivo della sua grandezza. La divisione del racconto è assai evidente: a una introduzione segue il racconto del prodigio e a questo la conclusione.
La tempesta sedata, da Marco è posta al termine di una lunga e faticosa giornata nella quale Gesù si è manifestato alla folla e ai suoi discepoli come Maestro. Infatti, si era speso con alacrità e gioia nell’insegnare «molte cose con parabole» all’enorme folla che si era riunita attorno a lui (Mc 4,1-2).
Dunque, alla fine di questa giornata sfibrante, verso sera, Gesù palesa l’intenzione di passare dalla riva occidentale alla riva orientale. Salito sulla barca, a motivo della stanchezza, Gesù si abbandona al sonno.
Come succede spesso nei laghi, e sopra tutto nel lago di Genesaret, all’improvviso si solleva una gran tempesta di vento che mette a repentaglio l’incolumità dei marinai. L’evangelista Marco non lesina particolari nel descrivere l’insorgere della improvvisa tempesta (Mc 4,37). E in verità non è difficile scoprire tra le righe della descrizione minuziosa la testimonianza di Pietro testimone oculare del prodigio.
Nella narrazione si possono cogliere le contrastanti reazioni dei personaggi che animano il racconto: mentre la tempesta infuria, Gesù dorme e i discepoli, svegli, hanno gli occhi sbarrati per la paura; mentre quest’ultimi sono atterriti, Gesù si presenta calmissimo. Altri particolari, che non sono ornamentali, ma essenziali al racconto, suggeriscono come tutto è spinto all’estremo: una gran tempesta di vento, grande bonaccia, grande timore. In questa estrema situazione, ridotti a mal partito, i discepoli svegliano Gesù rimproverandolo di non interessarsi della sorte dei suoi amici.
Questa lamentela provoca l’immediato intervento di Gesù che è autoritario: egli non prega il Padre, ma agisce di persona. La tempesta si seda e il Maestro rimprovera i discepoli: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
Qui si tratta di quella «elementare fiducia che predispone l’uomo ad accettare Gesù, fiducia che Egli richiede come condizione per il compimento dei suoi miracoli: sarà elogiata nell’emorroissa [Mc 5,36], richiesta al capo della sinagoga [Mc 5,36], d’altra parte, la mancanza di tale disposizione negli abitanti di Nazaret sarà il motivo per cui Gesù non vi compirà alcun prodigio [Mc 6,5]» (P. Rosario Scognamiglio o.p.).
Al cessare del vento, la reazione da parte dei discepoli è immediata e Marco, che vuole portare il lettore alla conoscenza sempre più profonda di Gesù, riporta l’interrogativo dei discepoli: «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare gli obbediscono?». Questa domanda, che non esprime altro se non ammirazione, è strumentale in quanto obbliga il lettore a porsi alcune domande: nell’Antico Testamento chi è il creatore del mondo? Chi è il dominatore della creazione? Chi esercita sovrana autorità sugli elementi naturali? La risposta è immediata e spontanea: è il Signore Dio. Egli è il creatore dei cieli, del sole, della luna, delle stelle, della luce, delle acque ... è lui che dispone a suo piacimento dei venti e della pioggia, è lui che ha posto un limite al mare e alla sua potenza ... è lui che chiama per nome le stelle ed esse rispondono (Bar 3,35).
Il lettore, dopo aver risposto a queste domande, è  obbligato a porsi altre domande: se l’onnipotenza è prerogativa di Dio, perché i discepoli si rivolgono a Gesù e non a Dio? come mai Gesù non prega il Padre ma agisce con autorità di persona? come mai Gesù si comporta da dominatore assoluto degli elementi della natura? Domande importanti, perché l’identità di Gesù costituisce il nucleo della questione fondamentale di tutto il vangelo marciano.
A questo punto, Marco interviene e per aiutare il suo lettore a dare una risposta gli indica l’itinerario che deve percorrere per arrivare alla perfetta conoscenza del Maestro: questo itinerario è la fede in Colui che è morto e risorto ed è presente nella sua Chiesa fino alla fine dei giorni (Mt 28,20).

Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Onnipotente Signore, che domini tutto il creato, rafforza la nostra fede e fa’ che ti riconosciamo presente in ogni avvenimento della vita e della storia, per affrontare serenamente ogni prova e camminare con Cristo verso la tua pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


19 Gennaio 2017

Pensiero del giorno



Mt 10,5-8: Gesù inviò gli Apostoli dopo averli così istruiti: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d`Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».


La sofferenza, male antico e perpetuamente attuale, ha sempre attanagliato il cuore dell’uomo, stringendo in una morsa dolorosissima tutta la sua vita, spesso, spezzando progetti, affetti, bruciando ideali e speranze. Vi sono mali che affliggono il corpo dell’uomo come la malattia, il dolore, la morte.
Vi sono mali che affliggono lo spirito dell’uomo come i dispiaceri, le preoccupazioni, le amarezze, le tentazioni, il peccato, i dubbi, i tormenti, la gelosia, la solitudine, la tristezza, la depressione psichica e fisica. Vi sono mali che affliggono la collettività e a volte sono mali planetari come la fame, la povertà, la analfabetizzazione, la carestia, la guerra. Vi sono mali che affliggono l’umanità o parte di essa come la siccità, la desertificazione, i terremoti, gli incidenti, i disastri, le alluvioni.
Mali causati dalla stoltezza dell’uomo e anche dalle forze avverse del creato. Ma la causa primaria di questi drammi è il peccato.
Per il peccato originale la natura è diventata ostile all’uomo: «maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te» (Gen 3,17-18). Per il peccato l’amore è stravolto mutandolo in competitività, sfida, aggressione, egoismo:
«[Il Signore Dio disse alla] donna: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà» (Gen 3,16).
Il dono della vita si impasta con il dolore; si fa familiare con la morte perché con il peccato e per invidia del diavolo «è entrata nel mondo [...]; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono» (Sap 2,24). Adamo ed Eva, ascoltando e obbedendo alla parola di Satana, sconvolgono il progetto iniziale di Dio e ogni relazione, prima con se stessi poi con Dio e con il creato. Il peccato, originale e attuale, separa l’uomo da Dio. Questa separazione è la «morte»: la morte spirituale ed «eterna», di cui la morte fisica è il segno: «Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato» (Rom 5,12; Sap 1,13; Eb 6,l).
Con il peccato Satana acquista un certo potere sull’uomo benché rimanga libero (CCC 407). E ogni peccato «ha il suo contraccolpo. La ripercussione è immediata, pronta, istantanea, perché la reazione di Dio ali azione umana e velocissima, rapidissima, perfetta, giusta. Nella stessa natura creata ogni azione ha la sua reazione, ogni atto ha la sua ripercussione. La morte è la conseguenza più grave del peccato umano. In virtù dei meriti di Cristo, essa poi diventa un ponte o passaggio per la vita eterna» (AA. VV., Riflessione sul Cristo).
Gesù ha curato i malati donando a volte guarigioni impossibili o insperate. Egli vuole che la Chiesa curi e ami i sofferenti come li ha curati e amati Lui e in questo mandato ha manifestato la sua volontà di non voler cancellare il dolore, ma di donargli un valore.
La sofferenza è preziosa perché è memoria della Croce e sotto il suo peso tutti gli uomini, volenti o nolenti, devono curvare le loro spalle. Atei, miscredenti o credenti, ubbidienti o ribelli, giusti o malvagi, santi o peccatori, la croce c’è e resta per tutti:
«La croce è, dunque sempre pronta e ti aspetta dappertutto; dovunque tu corra non potrai sfuggirla, poiché, in qualsiasi luogo tu giunga, porti e trovi te stesso.[...] Se scansi una croce, ne troverai senza dubbio, un’altra, e forse più grave» (L’imitazione di Cristo, Cap. XII, nn. 2-3).
La croce non è abolita, può essere alleviata: questa è la missione della Chiesa. La sofferenza, accettata con fede, diviene strumento di espiazione e di salvezza per sé e per gli altri: con il dolore accettato volontariamente e offerto generosamente Dio riequilibra gli scompensi provocati dai peccati.
Ma tutto resta avvolto nel mistero: l’uomo, la vita, il dolore, la croce, la morte. Solamente «nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. [...] Per Cristo e in Cristo riceve luce quell’enigma del dolore e della morte, che al di fuori del suo Vangelo ci opprime. Cristo è risorto, distruggendo la morte con la sua morte, e ci ha donato la vita, affinché, figli nel Figlio, esclamiamo nello Spirito: Abbà, Padre» (GS 22).
L’uomo con la sofferenza può partecipare al mistero Pasquale. Si arriva alla gloria della risurrezione unicamente attraverso la croce del Golgota: «E necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio» (At 14,22).

Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Dio onnipotente ed eterno, che governi il cielo e la terra, ascolta con bontà le preghiere del tuo popolo e dona ai nostri giorni la tua pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


18 Gennaio 2017

Pensiero del giorno


Lc 21,25-28.35-38: Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina». State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».


Come vi saranno segni premonitori che annunceranno la devastazione di Gerusalemme, così vi saranno «segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra» che annunceranno la manifestazione gloriosa del Signore Gesù.
Le catastrofi cosmiche che precederanno la parusia del Figlio dell’uomo spanderanno angoscia, terrore e morte e sarà un travaglio dolorosissimo nel quale saranno immersi tutti i popoli.
L’evento apocalittico, terrificante per gli uomini malvagi, per i credenti è un invito alla gioia e alla speranza: il discepolo deve attendere con grande letizia la gloriosa manifestazione del Cristo perché sarà soprattutto un evento liberatorio.
La venuta del Figlio dell’uomo, in verità, sarà come uno spartiacque per gli uomini: gli empi «moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere», mentre i discepoli saranno ripieni di gioia perché imminente è la loro liberazione. La libertà che Cristo, in quel giorno, donerà ai suoi amici (Gv 15,15) sarà quella che li affrancherà definitivamente dal peccato e dalla morte; una libertà che intacca la stessa identità dell’uomo poiché lo fa «creatura nuova» (2Cor 5,17).
Questa libertà donata già ora nella carne sarà totale quando verrà il Cristo: «Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve» (Ap 3,17).
Tutta la vita cristiana è un’attesa pacifica della venuta gloriosa di Gesù ed è questa la base sulla quale la vita cristiana va costruita.
Il giorno si abbatterà in un modo del tutto improvviso e inatteso «sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra». Piomberà come un laccio, un’immagine già usata dal profeta Isaia (24,17-18) per descrivere il giudizio finale. Per questo si impone a tutti gli uomini, ma in modo particolare ai credenti, una continua vigilanza.
«State bene attenti» è quel sapiente bagaglio ascetico che permetterà, «nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (Tt 2,13), di non farsi travolgere dai vizi, dalla crapula, dalle ubriachezze e dalle preoccupazioni della vita.
Questa vigilanza «implica un esame critico del tempo nel quale si opera, discernimento critico delle proposte di salvezza che vengono da altre sponde» (CARLO GHIDELLI, Luca).
Alla vigilanza si aggiunge la preghiera come generatrice di forza per «poter sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo». In questo modo corazzati, la venuta del Cristo sarà per i credenti un giorno di gioia e non di terrore: «infatti la vigilanza continua avrà avuto come risultato, mercé l’aiuto di Dio, che le nostre anime siano preparate, cioè in grazia, per ricevere il Signore. Così l’incontro con Cristo non sarà sancito da un giudizio di condanna, ma da un abbraccio definitivo, col quale Gesù ci introdurrà nella casa del Padre» (La Bibbia di Navarra).
Se il brano lucano è in una prospettiva escatologica, cioè un evento rimandato alla fine della storia umana, non è fuori luogo ricordare che questo appuntamento con il Cristo per il credente si realizza già nel giorno della sua morte. E nell’attesa della fine terrena non è vano spronarsi ad una lettura sapienziale dei segni dei tempi, a una assidua purificazione per apparire dinanzi al Giudice divino, ad una continua e fruttuosa vigilanza, ad un’operosa preghiera resa preziosa dall’«amore vicendevole».
Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene, perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli. Per il nostro Signore...


17 Gennaio 2017

Pensiero del giorno




Ger 4,8: Per questo vestitevi di sacco, lamentatevi e alzate grida, perché non si è allontanata da noi l'ira ardente del Signore.

Nel cristianesimo, penitenza indica un processo di conversione a Dio staccandosi «dal peccato, guardando addolorati e contriti al proprio passato; è l’inizio di un movimento che trova il suo compimento nell’affidarsi a Dio e nel rinnovamento del cuore» (F. Hauss).
Per la sacra Scrittura, la penitenza nasce in vista del giudizio di Dio (cfr. Mt 12,1; Atti 17,30; Ap 3,19; ecc.) e alla comprensione della bontà e dell’amore di Dio: «È scoprendo la grandezza dell’amore di Dio che il nostro cuore viene scosso dall’orrore e dal peso del peccato e comincia a temere di offendere Dio con il peccato e di essere separato da lui» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1432; cfr. Mt 9,13; Rom 2,4; ecc.). Ma soprattutto essa nasce in virtù della potente testimonianza del Cristo, Crocifisso e Risorto, che ad un tempo giudica e dà grazia: «Il cuore umano si converte guardando a colui che è stato trafitto dai nostri peccati [cfr. Gv 19,37]. Teniamo fisso lo sguardo sul sangue di Cristo, e consideriamo quanto sia prezioso per Dio suo Padre; infatti, sparso per la nostra salvezza, offrì al mondo intero la grazia della conversione» (ibidem 1432; cfr. At 2,36-38; 3,19).
Il pentimento è opera di Dio che offre all’uomo possibilità di conversione e di penitenza (cfr. Sap 2,10): «Il cuore dell’uomo è pesante e indurito. Bisogna che Dio dia all’uomo un cuore nuovo [cfr. Ez 36,26-27]. La conversione è anzitutto un’opera della grazia di Dio che fa ritornare a lui i nostri cuori: “Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo” (Lam 5,21 ). Dio ci dona la forza di ricominciare» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1432).
Ma la conversione è anche opera degli uomini, i quali, accogliendo il Vangelo della salvezza, raddrizzano i loro sentieri e fanno dritti i loro passi.
Se penitenza significa innanzi tutto distacco dal male, il distacco va significato con la risoluta decisione di immergersi nelle acque salutari della purificazione confessando i peccati (cfr. Lc 15,21; 18,13; 23,41) e con l’affliggersi sinceramente della propria miseria spirituale: «Gemete sulla vostra miseria, fate lutto e piangete; il vostro riso si muti in lutto e la vostra allegria in tristezza» (Gc 4,9; cfr. Lc 7,38; 22,62).
Solo dalla penitenza derivano frutti di salvezza, di onestà e di rettitudine morale. Un frutto che non si manifesta nello straordinario, ma nel quotidiano, nella vita di ogni giorno con tutti i suoi chiaroscuri.
Per il Catechismo della Chiesa Cattolica, la penitenza serve a «farci acquisire il dominio sui nostri istinti e la libertà del cuore» (2043). Ecco perché concretamente la penitenza è fatta anche di gesti e opere esteriori, come il «sacco e la cenere», i digiuni e le mortificazioni. Ma sarebbe infruttuosa se non si puntasse alla conversione del cuore, alla «penitenza interiore. Senza di essa, le opere di penitenza rimangono sterili e menzognere; la conversione interiore spinge invece all’espressione di questo atteggiamento in segni visibili, gesti e opere di penitenza» (ibidem 1430).
Il profeta grida, noi facciamo silenzio. O muoviamo appena le labbra, perché non bisogna traumatizzare, non bisogna spaventare. Un’Ave Maria va bene anche per l’usuraio, per il corruttore, per chi bestemmia ... Bastano due giorni l’anno per il digiuno e l’astinenza, perché il Signore ci vuole, gioiosi, canterini, felici. E così sembriamo essere i cittadini del paese di Bengòdi e non della Gerusalemme celeste nella quale non entrerà nulla di impuro (Ap 21,27) e per non essere impuri bisogna essere puri e per essere puri occorre convertirsi, fare penitenza. Vale molto per il cristiano il detto: «La pace si ottiene con la guerra».
Non perché sia un guerrafondàio, ma perché se vuole la salvezza bisogna che egli combatta contro «la carne, il mondo e il demonio» e solo il vincitore sarà posto «come colonna» nel tempio di Dio «e non ne uscirà mai più» (Ap 3,12).


Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Guarda, Dio onnipotente, l'umanità sfinita per la sua debolezza mortale, e fa' che riprenda vita per la passione del tuo unico Figlio. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.