19 Gennaio 2026
 
Lunedì II Settimana T. O.
 
1Sam 15,16-23; Salmo Responsoriale 49 (50); Mc 2,18-22
 
La parola di Dio è viva ed efficace, discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. (Cf. Eb 4,12 - Acclamazione al Vangelo)
 
Settimio Cipriani (Le Lettere di Paolo): Si noti la meravigliosa descrizione degli effetti (vv. 12-13) della «parola di Dio», che qui è da intendere sia della Bibbia, a cui immediatamente ci si riferisce, sia della rivelazione in genere trasmessa dai profeti e dal Figlio stesso di Dio (1,1-2; 2,1-4; 3,1). Alcuni degli attributi della «parola» sono gli attributi stessi di Dio, con cui finisce per essere identificata al v. 13. Essa è «viva» e vivificante, «efficace» e attiva, «tagliente» fino al punto di «penetrare» nelle parti più recondite dell’uomo, come, p. es., il punto di «divisione» fra anima e spirito (v. 12). La parola di Dio però non è solo «forza» di incisione e di penetrazione, ma anche «luce» che rischiara i «pensieri» e i «sentimenti» e rende «tutto nudo e scoperto» davanti al Signore (cfr. Giob. 26,6; 34,21-23), al cui «tribunale» sarà proprio la sua parola, obbedita o non obbedita, ad accusarci (v. 13).
 
Liturgia della Parola
 
Prima lettura: 1Sam 15,16-23 - Antonio González-Lamadrid: Nella Bibbia vi sono personaggi che ispirano compassione. Perché è eletto Isacco e non Ismaele? Perché si prende la benedizione Giacobbe e non Esaù? Perché è eletto re Salomone e non Adonia? Credo però che uno dei personaggi trattati dalla storia nel modo peggiore sia stato Saul. I capitoli 14-15 del primo libro di Samuele cercano di giustificare e coonestare i motivi della squalifica di Saul, ma se si spremono queste pagine, vengono fuori ragioni assai poco convincenti.
Nel nostro testo egli è accusato di non aver osservato rigorosamente la legge dello «herem», cioè la legge che ordinava di sacrificare tutto il bottino a Dio. Implicitamente, egli è accusato di voler supplire, con offerte e sacrifici, alla mancanza di fede e di ubbidienza alla parola di Dio.
Alcuni autori pensano che la storia di Saul sia stata scritta in pieno periodo monarchico, quando i re d’Israele si erano ormai desacralizzati e che, per conseguenza, lo squalificato non sarebbe tanto Saul quanto piuttosto i re contemporanei dell’autore sacro. Si pensi, per esempio, a Osea o a Isaia, che accusano i re del nord e del sud rispettivamente, colpevoli di seguire una secolarizzante politica di alleanze umane, abbandonando la fede in Yahveh e nell’alleanza sacra.
Comunque sia, la squalifica di Saul continua a essere un enigma. Si ha l’impressione che lo storico sacro abbia caricato le tinte nel parlare di Saul, con lo scopo di dare maggior rilievo alla persona di Davide. E in realtà, nel corso della storia biblica, si delinea chiaramente una linea ascendente d’idealizzazione della figura di Davide, che culmina nell’ideale preciso e perfetto presentato dal primo libro delle Cronache.
Certamente Saul ron fu un santo, e quindi non intendiamo cambiare in un’apologia il quadro che ne fa la Bibbia; ma, d’altra parte, non dovremmo continuare a gettargli la croce addosso. Converrebbe piuttosto mettere sulle sue labbra le parole del Battista riguardo a Gesù: «Egli (Davide) deve crescere e io invece diminuire ».
 
Vangelo
Lo sposo è con loro.
 
Le parole di Gesù contengono una profezia: nella espressione verranno giorni in cui sarà tolto lo sposo, il verbo togliere o strappare (apairomai), nel Nuovo Testamento, usato solo al passivo, preannuncia la fine violenta di Gesù. Solo allora in quei giorni, il tempo della Chiesa, ci sarà posto anche per il digiuno.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 2,18-22
 
In quel tempo, i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Vennero da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno.
Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!».

Parola del Signore.
 
Lo sposo è con loro - Il digiuno è una pratica penitenziale onnipresente in tutte le religioni. Un rito celebrato sopra tutto per attenuare l’arroganza e l’orgoglio, ma che si imponeva in alcune circostanze particolari: per esempio, per scongiurare un castigo divino o per sfuggire a eventi nefandi. Per molti Farisei era una delle tante pratiche escogitate dalla loro affettata religiosità per accampare diritti dinanzi al Signore e carpirne in questo modo la benevolenza (Lc 18,9-14).
Gesù condanna l’esibizionismo, l’ostentazione farisaica (Mt 6,16-18) non il digiuno che, come tutte le altre pratiche penitenziali, deve essere celato da un atteggiamento gaio, sereno, spontaneo: «Tu, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto» (Mt 6,17). No, quindi, a facce lugubri, tristi.
No, sopra tutto, a comportamenti ostentati unicamente per accaparrarsi le lodi e gli applausi degli uomini (Mt 6,1; 23,5). La religiosità cristiana è fatta di una spiritualità lieta, festante, briosa: «Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino!» (Fil 4,4-5) .
Il Vangelo è la buona notizia che va annunciata con una faccia ilare, sorridente.
Il peccato delle guide spirituali del popolo d’Israele è quello di non essere state capaci di cogliere in Gesù lo sposo dell’umanità. Con Gesù «l’attesa di Dio è colmata: “sono giunte le nozze dell’Agnello, la sua sposa è pronta!” [Ap 19,7]. Gesù è lo sposo che porta a compimento l’alleanza tra Dio e il suo popolo annunciata dal profeta Osea. I tempi sono dunque compiuti. Non è più il tempo per il legalismo, non è più il tempo per leggere il presente con gli occhi del passato, ma con quelli del futuro inaugurato da Gesù. Non è più il momento di digiunare, come all’epoca in cui si preparava ancora l’incontro con Dio, ma è il momento della festa. Egli è ormai qui!» (Anselmo Morandi).
Presente lo Sposo gli invitati non possono digiunare, solo nei giorni successivi alla sua morte potranno farlo: «Il primo periodo è un continuato convito, non ci può essere posto per le astensioni e le privazioni; il secondo è un tempo di lutto, quindi anche di macerazioni. Il digiuno appare quindi un rito di condoglianze che la comunità cristiana celebra per sentirsi vicina al Cristo morto e sepolto» (Ortensio Da Spinetoli).
Gesù, con la «parabola del vestito e dell’otre», rintuzza il cieco attaccamento dei Farisei alle loro tradizioni: ancora una volta non hanno capito la novità della Buona Novella che dichiara apertamente tramontate le vecchie pratiche religiose ormai incapaci di contenere il nuovo spirito che deve animare il discepolo. È l’immagine del vino nuovo, più di quella del panno non follato, a rendere più evidente il contrasto tra il vecchio e il nuovo.
Con l’immagine del vestito vecchio e del vino nuovo, Gesù dichiara sorpassate e inutili tutte le numerosissime, ossessionanti e minute prescrizioni giudaiche: erano diventate ormai vecchi e logori contenitori incapaci di contenere le nuove forze fermentatrici, proprie della predicazione cristiana.
Non vi può essere accordo o compromesso tra le leggi e le leggine mosaiche e il Vangelo, rivelazione ultima e definitiva dell’amore liberante di Dio: il vecchio è vecchio e va messo da parte; il vestito vecchio è frusto, liso ed è quindi inservibile. Gesù è venuto a tagliare i rami secchi non ad abolire la Legge in se stessa (Mt 5,17-19).
Sono gli orpelli a dare fastidio, ad appesantire i cuori, ad intralciare il cammino; sono le tradizioni umane che deturpano il messaggio evangelico spogliandolo della sua bellezza e della sua novità.
Fuori immagine, non basta più essere buoni giudei, occorre diventare cristiani: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20).
Per approfondire
 
Il dramma della disobbedienza -  CharlesAugrain e Jacques Guillet: 1. Fin dalle origini, Adamo disobbedisce a Dio, trascinando nella sua ribellione tutti i suoi discendenti (Rom 5,19) ed assoggettando la creazione alla vanità (8,20). Per contrasto, la rivolta di Abramo fa vedere quel che è l’obbedienza e quel che Dio si aspetta da essa: è la sottomissione dell’uomo alla volontà di Dio, l’esecuzione di un comando di cui non vediamo il senso ed il valore, ma di cui percepiamo il carattere di imperativo divino. Se Dio esige la nostra obbedienza, si è perché ha un disegno da compiere, un universo da costruire, e gli occorre la nostra collaborazione, la nostra adesione nella fede. La fede non è 1’obbedienza, ne è il segreto; l’obbedienza è il segno ed il frutto della fede. Se Adamo disobbedisce, si è perché, dimenticando la parola di Dio, ha ascoltato la voce di Eva e quella del tentatore (Gen 3,4ss).
2. Per salvare l’umanità, Dio suscita la fede di Abramo e, per accertarsi di questa fede, la fa passare attraverso l’obbedienza: «Lascia la tua terra» (Gen 12,1), «cammina alla mia presenza e sii perfetto» (17,1), «Prendi il tuo figlio ... offrilo in olocausto» (22,2). Tutta l’esistenza di Abramo poggia sulla parola di Dio, ma questa parola gli impone continuamente di avanzare alla cieca e di compiere atti il cui senso gli sfugge. Perciò l’obbedienza è per lui una prova, una tentazione di Dio (22,1), e per Dio una testimonianza inestimabile: «Non mi hai rifiutato il tuo figlio, il tuo unico» (22,16).
3. L’alleanza suppone esattamente lo stesso comportamento: «Tutto ciò che Jahvè ha detto, noi lo faremo e gli obbediremo», risponde Israele aderendo al patto che Dio gli propone (Es 24,7). L’alleanza implica una carta, la legge, una serie di comandamenti e di istituzioni che inquadrano l’esistenza di Israele e sono destinati a farlo vivere come popolo di Dio. Parecchie di queste disposizioni impongono doveri di obbedienza agli uomini, verso i genitori (Deut 2118-21), i re, i profeti, i sacerdoti (17,14 - 18,22). Spesso questi doveri sono già insiti nella natura dell’uomo, ma la parola di Dio, incorporandoli nella sua alleanza, fa della sottomissione dell’uomo un’obbedienza nella fede. Poiché la fedeltà alla legge non è vera che nella adesione alla parola ed all’alleanza di Dio, l’obbedienza ai suoi precetti non è una sottomissione da schiavi, ma un atto di amore. Già il primo decalogo opera il collegamento: «... coloro che mi amano ed osservano i miei comandamenti» (Es 20, 6); il Deuteronomio lo riprende e lo sviluppa (Deut 11,13.22); i salmi celebrano nella legge il grande dono di amore di Dio agli uomini e la fonte di un’obbedienza d’amore (Sal 19,8-11; 119).
 
Il digiuno di Gesù e della comunità cristiana - Roberto Tufariello e Giuseppe Barbaglio (Digiuno in Schede Bibliche Pastorali Vol. II): Gesù ha iniziato la sua vita pubblica con un digiuno simile a quello di Mosè ed Elia: quaranta giorni e quaranta notti nel deserto (Mt 4,1-2 e Le 4,1-2). Egli si prepara così al suo ministero tra gli uomini e al compimento del mistero pasquale, e lo fa in un contesto di tentazione, ci dicono i due evangelisti. La lotta contro satana e l’ascesi del digiuno sono pertanto strettamente uniti.
Egli però non ha imposto ai suoi discepoli la pratica di settimanali digiuni propri dei discepoli del Battista e dei farisei. Ecco il motivo: la sua presenza nel mondo deve essere salutata dalla gioia, non da espressioni di tristezza. Si fa forse digiuno il giorno delle nozze? Ora, come messia tra gli uomini egli chiama a gioia e a far festa. In breve, digiunare sarebbe un controsenso. La storia ha avuto con lui una svolta epocale, non si può dunque stare legati alle pratiche rituali del passato. Tutto è nuovo! Ecco le sue parole trasmesse dal vangelo di Marco: «Possono dunque digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare... Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo strappa il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi» (2,19-22; cf. parr.). In breve, Gesù è lo sposo venuto a stabilire tra Dio e gli uomini la nuova alleanza (cf. Gv 3,29). Il digiuno è piuttosto segno della sua assenza, e diventa impossibile in sua presenza.
In modo analogo Gesù si rapporta al Battista. Questi era un asceta che non toccava pane e non beveva vino. Al contrario Gesù faceva vita comune e allegra, a tal punto da essere qualificato, in opposizione a Giovanni, un mangione e un beone (7,33-34).
Ma dopo la morte di Cristo, la comunità cristiana palestinese riprende a vivere secondo lo stile di vita giudaico e a far su la pratica ascetica del digiuno, motivandola con l’osservazione che Gesù è assente, essendosene andato alla casa del Padre. Il detto del Maestro sullo sposo dunque riportato con una precisazione: «Ma verranno giorni in cui sarà loro (discepoli) tolto lo sposo e allora digiuneranno» (Mc 2,20).
Da parte sua, la comunità di Matteo legata alle tradizioni giudaiche di stretta osservanza, ha trasmesso un insegnamento di Gesù circa la pratica del digiuno: «E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che i sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu, invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,16-18). Nessuna strumentalizzazione del digiuno, espressione di un rapporto sincero con Dio.
 
Digiuno incompleto - Girolamo, Epist., 22, 37: Se digiuni due giorni, non ti credere per questo migliore di chi non ha digiunato. Tu digiuni e magari t’arrabbi; un altro mangia, ma forse pratica la dolcezza; tu sfoghi la tensione dello spirito e la fame dello stomaco altercando; lui, al contrario, si nutre con moderazione e rende grazie a Dio. Perciò Isaia esclama ogni giorno: Non è questo il digiuno che io ho scelto, dice il Signore (Is 58,5), e ancora: “Nei giorni di digiuno si scoprono le vostre pretese; voi tormentate i dipendenti, digiunate fra processi e litigi, e prendete a pugni il debole: che vi serve digiunare in mio onore?” (Is 58,3-4). Che razza di digiuno vuoi che sia quello che lascia persistere immutata l’ira, non dico un’intera notte, ma un intero ciclo lunare e di più? Quando rifletti su te stessa, non fondare la tua gloria sulla caduta altrui, ma sul valore stesso della tua azione.
 
I Testimoni di Cristo - San Bassiano - Per difendere ciò che conta non esitiamo a spenderci: Per ciò che conta davvero siamo disposti a tutto: quando qualcosa in cui crediamo profondamente va difeso, non esitiamo a donarci fino in fondo. Questo “qualcosa” di prezioso per i cristiani è l’amore di Dio e a questo amore essi sanno di dovere la vita stessa. Fu questa determinazione a muovere san Bassiano, vescovo di Lodi, che da giovane seguì la propria vocazione fino in fondo, sfidando il padre, contrario alla sua scelta di fede, e trovò così, anche da pastore della comunità cristiana, il coraggio di combattere per la fede vera. La sua eredità si affianca a quella di sant’Ambrogio, suo amico, assieme al quale s’impegnò a difendere l’ortodossia contro le eresie del tempo. Nato a Siracusa verso il 320 da Sergio, prefetto della città, fu mandato per gli studi a Roma, dove si convertì e ricevette il Battesimo. Per fuggire dal padre, che lo voleva far apostatare, si rifugiò a Ravenna, dove fu ordinato prete. Verso il 373 fu scelto come vescovo di Laus Pompeia (oggi Lodi Vecchio). Partecipò nel 381 al concilio di Aquileia e nel 390 a quello di Milano, nel quale fu condannato Gioviniano. La sua firma si trova assieme a quella di sant’Ambrogio nella lettera sinodica inviata al papa Siricio. Nel 397 era accanto ad Ambrogio sul letto di morte. Morì nel 409 e fu sepolto nella sua Cattedrale. Nel 1158 le sue reliquie furono portate a Milano, dove rimasero fino al 1163, per poi tornare a Lodi.  (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
che governi il cielo e la terra,
ascolta con bontà le preghiere del tuo popolo
e dona ai nostri giorni la tua pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 18 Gennaio 2026
 
II Domenica T. O.
 
Is 49,3.5-6; Salmo Responsoriale 39 (40); 1Cor 1,1-3; Mc 2,13-17; Gv 1,29-34
 
Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; a quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio. (Gv 1,14a.12a - Acclamazione al Vangelo)
 
Gesù, Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, assume la condizione umana, e viene a dimorare tra gli uomini: “Cristo Gesù pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2,5-7).
Incarnandosi, Gesù rende visibile Dio, e rivela la gloria di Dio, una gloria piena di grazia e verità (Gv 1,14), che prima era nascosta.
Venne ad abitare: Il verbo greco “eskēnōsen” (dimorare sotto una tenda) evoca la Shekhinah, il tabernacolo costruito sotto la direzione di Mosè dagli Israeliti durante il loro soggiorno nel deserto del Sinai: “Essi mi faranno un santuario e io abiterò in mezzo a loro” (Es 25,8-9).
“La presenza del Dio dell’alleanza è legata al tempo, ma anche a uno spazio. Il luogo dove Dio dimora, ma soprattutto il popolo nel quale dimora, diviene così “sacro”: e io abiterò in mezzo a loro (v. 8). Nel vangelo di Giovanni, il Verbo di Dio sceglierà la carne dell’uomo come luogo sacro del suo attendarsi tra noi: e venne ad abitare in mezzo a noi (1,14)” (Bibbia Edu).
A quanti lo hanno accolto ..: Coloro che accolgono Gesù Cristo attraverso la fede diventando Figli di Dio, diventano parte della sua famiglia. Si “viene così a stabilire un legame intrinseco e spirituale con Dio, che supera i legami di sangue, trasformando l’identità dell’uomo in quella di figlio di Dio” (AI Overview): “Dio si è fatto uomo perché l’uomo si facesse Dio. Perché il servo si cambiasse in padrone Dio prese la condizione di servo” (Sant’Agostino, Discorso 371). 
 
Liturgia della Parola
 
Prima lettura - Il servo è presentato come un profeta oggetto di una predestinazione divina e di una missione che supera quella degli altri profeti poiché egli stesso sarà reso «luce delle nazioni» (v. 5). Il vecchio Simeone stringendo tra le braccia il bambino Gesù presentato al tempio, si ispirerà proprio a questo passo per proclamare l’infante «luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (Lc 2,32). Infine, forte della forza di Dio, compirà un’opera di liberazione e di salvezza «fino all’estremità della terra» (v. 6).
 
Seconda lettura - Paolo, pur non facendo parte dei Dodici, ama presentarsi ai suoi lettori come apostolo, cioè inviato da Dio per testimoniare il Cristo crocifisso e risorto. Come gli Apostoli (Cf. At 10,41) ha visto il Cristo risorto (Cf. 1Cor 9,1) e ha ricevuto da lui la missione di essere suo testimone (Cf. At 26,16; Rom 1,5; Gal 1,16). Il saluto è rivolto alla Chiesa di Dio che è a Corinto e ai suoi membri santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo. Per comprendere questo ultimo richiamo alla santità bisogna ricordare che Paolo si decise di scrivere ai cristiani di Corinto  perché era venuto a conoscenza (Cf. 1,11) di situazioni moralmente incresciose verificatesi nella comunità. La Chiesa di Corinto è Chiesa insieme a tutti i fedeli sparsi su tutta la terra: comunione e universalità rese visibili dal loro comune amore verso il Cristo.
 
Vangelo
Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo.
 
Il Battista è immagine del discepolo che progredisce nella fede e nella conoscenza del Cristo. Il Precursore non lo conosceva, poi vede in Gesù il Messia sofferente, colui che battezza in Spirito Santo e infine il Figlio di Dio: è il cammino di fede che tutti i credenti devono percorrere. Il titolo di “agnello di Dio” è «la prima confessione cristologica del vangelo e rimanda al Servo di JHWH di Isaia 53,6-7, figura del popolo d’Israele le cui sofferenze sono salvezza per “molti”. In questo modo l’evangelista lascia intravedere fin dall’inizio il destino di morte di Gesù [Cf. 19,30]» (LA BIBBIA, Via Verità e Vita).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,29-34
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Parola del Signore.
 
Ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio - Ecco l’agnello di Dio ... Applicando a Gesù il termine agnello, l’evangelista Giovanni offre al suo lettore diverse possibili interpretazioni. Le più comuni sono quelle che si rifanno all’agnello pasquale con cui è stato salvato il popolo d’Israele (Cf. Es 12,3) oppure all’Agnello apocalittico che distruggerà il male presente nel mondo (Cf. Ap 5,7; 17,14). Possono essere questi i riferimenti a cui il Precursore si è ispirato, ma poiché in aramaico per dire agnello si usa la parola talya, e la stessa parola designa anche il servo, al testo giovanneo possono essere date altre interpretazioni.
Giovanni Battista, può essersi ispirato al noto vaticinio presente nel quarto canto del servo del Signore: «Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello; come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (Is 53,7); oppure al servo sofferente preconizzato dal profeta Isaia: «Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (Is 53,4).
Ma forse, il Precursore, ha voluto unire intenzionalmente in una sola parola i due significati presentando in questo modo Gesù servo e agnello: un lavoro di sutura con il quale assomma la sofferenza vicaria del Figlio di Dio alla sua umile e mite obbedienza alla volontà del Padre, «fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,8). Gesù è il servo-luce (Cf. Gv 3,19s; 12,46) che porterà «la salvezza fino all’estremità della terra» (Is 49,6) e allo stesso tempo è l’Agnello-immolato (Cf. Gv 19,36; Ap 5,6), «colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29).
È probabile che il precursore abbia usato di proposito questa parola per assommare i due significati, ma «l’evangelista, scrivendo in greco, abbia dovuto scegliere» (Bibbia di Gerusalemme).
In ogni caso, con questa “immagine”, o faccia riferimento al servo-luce delle nazioni o all’agnello-immolato per la salvezza del popolo, bene viene messa in evidenza la missione del Verbo di Dio: strade intrise di sangue, di pene e di dolori indicibili che si incroceranno, sul Golgota, con la Croce, il supplizio infamante degli schiavi.
Comunque, il riferimento all’Agnello apocalittico che toglie il peccato del mondo «corrisponderebbe meglio al modo di pensare del Battista, così come possiamo trovarlo nei Sinottici: egli annuncia la venuta di colui che “ha in mano il ventilabro” e “pulirà la sua aia... brucerà la pula” [Matteo 3,12]. Egli in questo modo coincide con la concezione apocalittica, espressa in molti testi dell’epoca, dell’Agnello regale che lotta contro le fiere e distrugge il mondo cattivo [vedi Apocalisse 14,10; 17,14]. Qui però l’immagine ebraica è stata capovolta dalla fede cristiana: nell’Apocalisse, il combattimento dell’Agnello è la sua morte e sulla bocca del Battista non sono più i peccatori che sono vinti, ma il peccato del mondo che è tolto dall’Agnello di Dio» (I Quattro Vangeli Commentati, ELLEDICI).
... colui che toglie il peccato del mondo! Il peccato «al singolare indica la situazione in cui si trovavano gli uomini e che l’agnello di Dio prende su di sé per togliere» (Giuseppe Segalla). Mondo nel Vangelo di Giovanni indica l’ambiente in cui l’uomo vive, oppure gli uomini che lo abitano e che Dio ama e salva in Gesù (Cf. Gv 3,16-17), oppure tutto quello che si oppone al Vangelo di Gesù e alla salvezza da lui offerta (Cf. Gv 17,1s).
Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele. Che Giovanni Battista non conoscesse Gesù fa pensare che il quarto vangelo ignori la tradizione sull’infanzia di Gesù (Cf. Lc 1,41). Ma probabilmente il significato è ben diverso: nessuno può da solo conoscere il mistero di Gesù. C’è bisogno della rivelazione del Padre. Il battesimo di Giovanni non è un battesimo di perdono dei peccati, ma di preparazione alla rivelazione di Gesù. Il verbo manifestare (rivelare) è proprio del quarto vangelo ed indica l’uscire di Gesù dalle tenebre per essere visto e conosciuto dagli uomini.
Nella testimonianza del Battista vi è ancora un’immagine: Ho contemplato lo Spirito Santo discendere come una colomba.
La colomba, già presente in vari testi scritturali (come simbolo della nuova creazione nel libro della Genesi [8,8], come figura amorosa nel Cantico dei Cantici [2,14; 4,1; 5,2.12; 6,9] o della comunità d’Israele in Osea [11,11]), qui è il simbolo dello Spirito Santo che viene nel mondo rinnovandolo con il dono della pace, costituendolo nuovo Israele, la vera e unica Chiesa di Dio, e per unirlo come sposo, in mistiche nozze, al suo Creatore (Ap 21,2).
Lo Spirito si posa e rimane su Gesù: Giovanni, con quest’ultimo verbo, ama sottolineare il legame durevole della relazione tra il Padre e il Figlio e tra il Figlio e i discepoli. Ma il verbo rimanere è anche importante perché «nel quarto vangelo questo è il verbo che rende possibile il “portare frutto” [pensiamo al capitolo 15: nei primi versetti questo verbo compare ben 10 volte!]. “Rimanendo” in Gesù, lo Spirito Santo ne rende possibile il “portare frutto”, cioè ne rende possibile la missione, l’obbedienza al Padre, il cammino verso l’“ora” [tema caratteristico di Giovani], l’accettare la croce e l’esaltazione della gloria di Pasqua» (Don Primo Gironi).
Ed è stata la discesa dello Spirito Santo a manifestare al Battista la dignità messianica di Gesù.
E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio. Nell’annuncio del Precursore Figlio di Dio significa Messia, ma per i lettori cristiani esprime pure la sua Divinità come intende suggerire l’evangelista Giovanni (Cf. Gv 21,30-1). Quella di Giovanni Battista, è una professione di fede che dovrebbe risuonare nei cuori di tutti i credenti e «in tutto il mondo» (Mc 16,15) perché creda e si salvi.
 
Per approfondire
 
Luce delle nazioni - Isaia rivela nel suo poema che il servo è stato chiamato da Dio prima della nascita (Cf. Is 49,5); la sua missione è rivolta oltre che alla conversione d’Israele, a quella delle nazioni pagane delle quali sarà la luce: «Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (Is 49,6).
Una missione quindi ad ampio respiro, universale: la salvezza di tutte le nazioni e la restaurazione d’Israele. Una missione la cui prospettiva è puramente spirituale. Si tratta «di un ritorno a Dio del resto purificato, dei “superstiti d’Israele”. Il compito del servo è quello di portare alla conversione, alla riconciliazione del popolo eletto con Dio, dopo la grande prova dell’esilio» (A. Poppi).
Una missione che sarà violentemente osteggiata.
Il servo sarà perseguitato e sembrerà fallire, ma proprio con questa sofferenza e con questo fallimento, Dio realizzerà il suo disegno di salvezza.
Il servo risponderà alle ingiurie con la morte vicaria e con la carità della preghiera: «io [...] offro la vita per le pecore ... Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Gv 10,15; Lc 22,34).
Il servo è il messaggero ultimo, finale della promessa fatta ad Israele in Abramo, rinnovata nel corso dei secoli attraverso le disfatte militari, le tragedie nazionali, la deportazione, l’apostasia e le infedeltà del popolo eletto. Ma deluderà le aspettative di molti; non sarà il re temporale trionfante sognato dal popolo eletto, ma l’uomo «dei dolori che ben conosce il patire» (Is 53,3). Obbediente alla volontà di Colui che lo ha mandato, accetterà deliberatamente gli insulti, le sofferenze immeritate, atroci, devastanti.
La sua innocenza e la sua dolcezza otterranno la riconciliazione del popolo infedele con il suo Dio e insieme il recupero delle nazioni immerse nelle tenebre dell’ignoranza, del peccato e del paganesimo. Una profezia che si realizzerà pienamente in Gesù di Nazaret.
Gesù è il Servo che «è stato trafitto per i nostri delitti»: «come agnello condotto al macello» (Is 53,7) ha «consegnato se stesso alla morte» (Is 53,12) per i peccatori. Gesù è il Servo, luce delle nazioni, che ha offerto se stesso perché il mondo creda che il Padre lo ama e ha mandato il Figlio per la sua salvezza.
 
Santi per chiamata - Stefano Virgulin (Santità in Schede Bibliche Pastorali): I fedeli di Cristo sono chiamati santi in quanto sono messi a parte per il servizio di Dio; sono consacrati al Signore mediante il battesimo, che applica in loro l’opera redentrice di Cristo; sono mossi dallo Spirito a vivere nella giustizia e nella santità della vita.
Il titolo di santi era attribuito all’inizio ai membri della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme, in modo speciale al primo gruppo di cristiani costituitosi alla pentecoste; poi fu esteso a tutti i credenti della Giudea; infine fu dato a tutti i fedeli, anche a quelli che provenivano dal paganesimo (Atti 9,13.32; 1Cor. 1,2).
In realtà, i credenti partecipano alla vita del Risorto mediante la fede e mediante i sacramenti, che danno loro «l’unzione ricevuta dal Santo» (1Gv. 2,20; 1Cor. 1,30; Ef. 5,26); essi sono quindi effettivamente «santi in Cristo» (Fil. 1,1).
La comunità cristiana, in cui agisce lo Spirito di Dio, sostituisce la nazione eletta dell’Antico Testamento e diventa la vera «nazione santa» (1Pt. 2,9); sostituisce anche il tempio antico, mediante il quale Dio risiedeva in mezzo al suo popolo: lo Spirito rende santa la chiesa-tempio, e rende il singolo fedele, a sua volta, nuovo tempio dello Spirito santo: «In lui [Cristo] tutta la costruzione cresce ben compaginata per essere un tempio santo nel Signore» (Ef. 2,21; 1Cor. 3,16-17; 6,19).
Anche i vecchi sacrifici sono sostituiti: i cristiani rendono a Dio il vero culto, offrendo se stessi con Cristo in sacrificio santo, a Dio gradito (Rom. 12; 15; Fil. 2,17; Ef. 5, 2).
 
Rom. 12,1: Vi esorto dunque, o fratelli, ... ad offrire le vostre persone quale olocausto vivo, gradito a Dio; è questo il culto spirituale che vi si addice.
 
Rom. 15,16: ... perché i pagani divengano un’oblazione accetta, santificata dallo Spirito santo.
Spesso il termine «santi», nelle lettere paoline, sta in parallelismo con «chiamati» (Rom. 1,7; 1Cor. 1,2; 2Cor. 1,1), «eletti» (Rom. 8,33; Col. 3,12), «fedeli» (1Cor. 6,11; Col. 1,2).
 
Tutti questi termini sottolineano la grandezza della vocazione del cristiano, che esige la rottura col peccato (1Tess. 4,13) e una condotta conforme alla santità divina (2 Cor. 1,12; Cf. Ef. 4,30-5,1).
Così, tutto ciò che ha rapporto con la vita nuova del cristiano porta il sigillo della santità di Dio, è onesto, integro, degno del Signore; perfino la conversazione dei cristiani e il bacio che si scambiano in segno di amore fraterno sono santi (1Tess. 5,26; 1Cor. 16,20; ecc.). Come nell’Antico  Testamento, così anche ora alcune persone sono particolarmente sante; la vergine è «santa nel corpo e nello spirito», moralmente integra e pura, come si conviene a persona consacrata al Signore (1Cor. 7,34). Insistente è la parenesi rivolta ai cristiani di condurre una vita perfetta (Rom. 6,19.22; Ebr. 12,14), aliena dai vizi carnali (1Tess. 2,5; 1Cor. 1,30; 1Tim. 4,4.7), splendente di costumi integri (1Tess. 3,13; 2Cor. 1,12; 7,1), vivificata dall’amore per tutti i fratelli (1Cor. 6, l; 7,17; Rom. 12,13).
Con una vita moralmente integra sotto l’influsso dello Spirito, i cristiani portano frutti per la vita eterna (Rom. 6,19.22) e si preparano alla parusia del Signore (1Tess. 3; Ap. 22); essi saranno chiamati a giudicare il mondo (1Cor. 6).
La santità dei credenti troverà l’espressione più perfetta nella santa città di Gerusalemme, descritta nell’Apocalisse con smaglianti colori escatologici (Ap. 21; 22). In essa il Signore Gesù sarà «glorificato nei suoi santi» (2Tess. 1,10; 2,13-14).
 
Ap. 21,2: E vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da presso Dio, pronta come una sposa adorna per lo sposo. Cf. v. 10.
 
Ap. 22,19: A chi togliesse qualcosa dalle parole del libro di questa profezia, Dio gli toglierà la sua parte dall’albero della vita e dalla città santa, de-scritti in questo libro.
 
Ecco l’agnello di Dio!: «Quando dice: “Ecco l’agnello di Dio”, non solo vuole indicare il Cristo, ma vuole anche esprimere ammirazione per la sua potenza - “Il suo nome sarà Ammirabile” [Is 9,6] -. Ed è veramente un agnello di meravigliosa potenza questo che, ucciso, uccise il leone; il leone, dico, del quale parla Pietro: “Il vostro avversario, il diavolo, come un leone ruggente, cerca chi può divorare” [1Pt 5,8]. Perciò lo stesso agnello venne chiamato leone vincitore e glorioso: “Ecco ha vinto il leone della tribù di Giuda” [Ap 5,5]» (San Tommaso d’Aquino).
 
I Testimoni di Cristo -  Santa Margherita d’Ungheria: La preghiera allarga il cuore: Anche dal nostro piccolo angolo di mondo, negli spazi ristretti delle nostre stanze, siamo chiamati a volgere il nostro cuore al mondo intero. Per i cristiani, infatti, non c’è distanza e non c’è barriera che possa impedire di sentirci fratelli dell’intera umanità, mettendo al centro delle preghiere il nostro destino comune. Ce lo ricorda bene la figura santa Margherita d’Ungheria. Nata nel 1242 e figlia di Bela IV, re d’Ungheria, fu condotta in tenera età al monastero delle Domenicane di Santa Maria nell’Isola delle Lepri sul Danubio presso Buda, fondato da suo padre. Qui emise la prima professione religiosa nel 1254 e i voti solenni nel 1261. Si faceva leggere le Sacre Scritture, in particolare la Passione, e aveva come guida spirituale il suo confessore, il domenicano Marcello, già Provinciale d’Ungheria. Si dedicò quindi a una vita d’intesa preghiera e di cura dei malati, sviluppando un profondo percorso spirituale ascetico ma intervenendo anche nelle questioni legate alla sua famiglia quando ce ne fu bisogno. Morì il 18 gennaio 1270 nel suo monastero ed è considerata una delle più grandi mistiche medievali d’Ungheria. La sua tomba divenne presto meta di pellegrinaggi, per cui nel 1271, con papa Gregorio X, si aprì subito il processo per la canonizzazione. Nel 1943 venne proclamata santa da Pio XII.
 
O Padre,
che per mezzo di Cristo,
Agnello pasquale e luce delle genti,
chiami tutti gli uomini
a formare il popolo della nuova alleanza,
conferma in noi la grazia del Battesimo,
perché con la forza del tuo Spirito
proclamiamo il lieto annuncio del Vangelo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 17 Gennaio 2026
 
Sabato I Settimana T. O.
 
1Sam 9,1-4.17-19.26a;10,1a; Salmo Responsoriale 20 (21); Mc 2,13-17
 
Il Signore mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione. (Cf. Lc 4,18 - Canto al Vangelo)
 
L. Roy: «Voi certo siete stati chiamati alla libertà, o fratelli» (Gal 5, 13): è questo uno degli aspetti essenziali del vangelo della salvezza; Gesù è venuto ad «annunziare ai prigionieri la liberazione, a mettere in libertà gli oppressi» (Lc 4, 18). Il suo intervento è efficace per tutti: pagani di una volta, convinti di essere governati dal fato, e Giudei che rifiutavano di riconoscersi schiavi (Gv 8, 33), e anche uomini di oggi che confusamente aspirano ad una liberazione definitiva. Ma c’è libertà e libertà, e la Bibbia non ne dà nessuna definizione. Nondimeno, afferma implicitamente che l’uomo è dotato del potere di rispondere, con una libera scelta, alle intenzioni di Dio su di lui; e soprattutto, traccia la via dell’autentica libertà; Jahvè, nel AT, interviene per assicurare la liberazione del suo popolo; nel NT, la grazia di Cristo apporta a tutti gli uomini la libertà dei figli di Dio.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: 1Samuele 9,1-4.17-19.26a; 10,1a descrive la vocazione regale di Saul: un uomo “prestante e bello”. Nel cercare le asine smarrite del padre incontra il profeta Samuele che segretamente lo unge come futuro re d’Israele. Nel racconto veterotestamentario possiamo cogliere alcuni temi.
Innanzi tutto la Provvidenza di Dio: l’evento apparentemente banale della perdita delle asine diventa il mezzo per realizzare il piano di Dio per Israele, mostrando come Dio agisca anche attraverso le situazioni più ordinarie.
E ancora, l’umiltà di Saul, il quale certamente non è alla ricerca del potere, ma viene scelto da Dio nonostante la sua origine modesta, in quanto apparteneva alla tribù di Beniamino, considerata la più piccola tribù tra le dodici tribù di Israele.
Da custode di asine, Saul assurge al trono di Israele, le vie di Dio non sono le vie dell’uomo (Is 55,8-9)
 
Vangelo
Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.
 
Il Vangelo mette in risalto la potenza della parola di Gesù: Gesù chiama alla sequela Levi, esattore di tasse, muovendolo dal di dentro per una risposta pronta e positiva, annunzia la remissione dei peccati, proclama ai poveri il vangelo, la buona notizia, e annunzia la liberazione ai prigionieri.
Tra le righe la gioia, la festa per sottolineare l’attenzione amorosa di Dio per i più disperati, per i peccatori, per coloro che a motivo della loro vita o mestiere erano considerati dal sentire comune dannati.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 2,13-17
 
In quel tempo, Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».
 
Parola del Signore.
 
Passando, Gesù, vide Levi - La chiamata di Levi è raccontata anche da Matteo (9,9-13) e da Luca (5,27-28), ma con una differenza sul nome di Levi, infatti soltanto nel Vangelo di Matteo il nome del vocato è Matteo.
Molto probabilmente il gabelliere aveva due nomi oppure il sopranome “Matteo” è stato imposto da Gesù, che significa dono di Dio, ovvero, come alcuni credono, sono stati «Marco e Luca a sostituire il nome di Matteo con Levi per non offuscare la dignità di uno dei Dodici, trattandosi di un pubblicano» (Angelico Poppi).
Il mestiere di Levi-Matteo è quello di esattore delle tasse e per questo motivo è esecrato dal popolo perché creduto ladro (Cf. Lc 3,11) e disprezzato dai Farisei i quali, considerandolo peccatore pubblico perché impuro, lo ritenevano hic et nunc un condannato alla Geenna. Forse al soldo di Erode Antipa o degli odiati Romani, Levi-Matteo, a differenza dei suoi detrattori si mostra pronto ad accogliere con gioia la parola della salvezza: è il mercante accorto che ha trovato «una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Cf. Mt 13,45-46). Per san Beda Venerabile non «c’è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso Signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all’interno con una invisibile spinta a seguirlo».
Mentre stava a tavola in casa di lui, non viene specificato se la casa dove viene apparecchiato il banchetto è quella di Matteo o quella di Gesù dove dimorava da quando aveva abbandonato Nazaret (Cf. Mt 4,13). Nel testo parallelo di Luca (5, 27-32) è il pubblicano divenuto discepolo che prepara in casa sua un banchetto per Gesù al quale invita anche i suoi pari. Per Angelo Lancellotti «è probabilmente il banchetto d’addio che il nuovo “apostolo” dà ai suoi ex-colleghi per sottolineare la serietà e il carattere definitivo della sua risposta alla singolare chiamata del Maestro di Nazaret».
Allora gli scribi dei farisei … per la loro mentalità mettersi a tavola con i pubblicani e i peccatori significava rendersi impuri, un vero e proprio scandalo, da qui la domanda posta ai discepoli: Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?, protesta che però arriva alle orecchie di Gesù.
Gesù rispondendo alla disapprovazione dei farisei, sempiterni scandalizzati di tutti e di tutto quello che non rientrava nel loro modo di pensare, mette in risalto la sua missione: Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.
Gesù non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori, perché diventino giusti attraverso la loro fede in lui (Cf. Gal 2,16), attraverso l’abbandono totale e fiducioso in lui, che «è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rom 4,25).
Viene smantellata quella peregrina idea che faceva considerare la salvezza come una miscela di obbedienza pedissequa della Legge e di supererogazione di opere buone (Cf. Lc 18,9-14). Tutto è grazia e come corrispondenza al dono gratuito della salvezza Dio desidera unicamente il nostro amore (Cf. Dt 6,5), come Matteo il pubblicano immantinènte gli ha dato.
 
Per approfondire
 
Bibbia Edu - Il Vangelo secondo Marco - I contenuti: Lo scopo del vangelo secondo Marco è quello di affermare con chiarezza l’identità di Gesù di Nazaret, il Cristo-messia, il Figlio di Dio, riconosciuto e adorato come il Signore, crocifisso e risorto. Il testo riferisce soprattutto parole e fatti legati all’attività svolta da Gesù in Palestina, a partire dalla Galilea fino a Gerusalemme, e manca di qualsiasi riferimento alla sua infanzia. Del vangelo di Marco può essere proposto lo schema seguente:
Titolo (1,1)
Inizi della vita pubblica (1,2-15)
Gesù in Galilea (1,16-3,35)
Il mistero del Regno (4,1-6,29)
I pani e gli altri segni (6,30-8,26)
Verso Gerusalemme (8,27-10,52)
Gesù a Gerusalemme (11,1-13,37)
Passione, morte e risurrezione di Gesù (14,1-16,8)
Altri racconti pasquali (16,9-20).
Le caratteristiche: Nel quadro generale gli episodi riferiti non sono strettamente collegati fra loro, la psicologia dei protagonisti non è approfondita, la collocazione nel tempo e nello spazio è molto schematica. Eppure ci sono aspetti particolari di grande interesse: le scene che descrivono l’ambiente palestinese sono ricche di annotazioni concrete e vivaci; Gesù si mostra, ogni volta, un personaggio che non finisce di stupire, un uomo vero e sensibile, deciso e sicuro nella parola e nei gesti, assolutamente indipendente dai maestri della legge di Mosè. Egli non ricerca popolarità, ma autenticità di rapporti; la sua vita e il suo insegnamento vogliono condurre alla fede: “Tu sei il Figlio mio, l’amato” (1,11); “Tu sei il Cristo” (8,29); “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” (15,39).
L’origine: La Chiesa antica attribuisce questo vangelo a Marco, conosciuto da Pietro (At 12,12; 1Pt 5,13), compagno di Paolo e Bàrnaba nei loro viaggi missionari (At 12,25; 15,37-39) e, infine, collaboratore di Pietro a Roma (1Pt 5,13). Secondo l’opinione oggi più comune tra gli studiosi, si può fissare la data dello scritto verso l’anno 70. Il vangelo venne composto per fedeli di origine pagana e, secondo la tradizione più antica, per i cristiani di Roma. Ad essi Marco presenta Gesù messia e Figlio di Dio, operatore di miracoli, dominatore di Satana che viene costretto a riconoscergli una superiorità divina.
 
Ecco l’uomo di cui il Signore ha detto: costui reggerà il mio popolo - Pierre Grelot: Le funzioni regali - In Israele il re non appartiene, come nelle civiltà circostanti, alla sfera del divino. Rimane sottomesso, al pari degli altri uomini, alle esigenze dell’alleanza e della legge, come i profeti, all’occasione, non mancano di ricordare (cfr. 1 Sam 13, 8-15; 15, 10-30; 2 Sam 12, 1-2; 1 Re 11, 31-39; 21, 17-24). Egli tuttavia è una persona sacra, di cui bisogna rispettare l’unzione (1 Sam 24, 11; 26, 9). A partire da David, la sua situazione in rapporto a Dio si precisa: Dio fa di lui il suo figlio adottivo (2 Sam 7, 14; Sal 2, 7; 89, 27 s), depositario dei suoi poteri e posto virtualmente a capo di tutti i re della terra (Sal 89, 28; cfr. 2, 8-12; 18, 44 ss). Se è fedele, Dio gli promette la sua protezione. Con le vittorie sul nemico esterno, dovrà assicurare la prosperità del suo popolo (cfr. Sal 20; 21) e, all’interno, far regnare la giustizia (Sal 45, 4-8; 72, 1-7. 12 ss; Prov 16, 12; 25, 4 s; 29, 4. 14). Le sue funzioni temporali si collegano così allo scopo fondamentale dell’alleanza e della legge. Inoltre, come capo del popolo di Dio, egli esercita all’occasione talune funzioni cultuali (2 Sam 6, 17 s; 1 Re 8, 14. 62 s), che permettono di parlare di un sacerdozio regale (Sal 110, 4). L’ideale del re fedele (Sal 101), giusto, pacifico, corona così in qualche modo tutto l’ideale nazionale: l’esercizio del potere regale deve far entrare questo ideale nei fatti.
Ambiguità dell’esperienza monarchica - Tuttavia i libri storici e profetici mettono in rilievo l’ambiguità dell’esperienza monarchica. In tutta la misura in cui i re rispondono all’ideale che è loro assegnato, i profeti li sostengono e gli storici non mancano di farne l’elogio; così per David (Sal 78, 70; 89, 20-24), Asa (1 Re 15, 11-15), Josafat (1 Re 22, 43), Ezechia (2 Re 18, 3-7), Giosia (2 Re 23, 25). Ma la gloria di Salomone è già più equivoca (1 Re 11, 1-13). Infine i re cattivi sono numerosi, sia in Israele (1 Re 16, 25 ss. 30-33) che in Giuda (2 Re 16, 2 ss; 21, 1-9). Di fatto la monarchia israelitica è costantemente tentata, soprattutto nel Nord, di allinearsi sull’esempio dei monarchi pagani circostanti, non soltanto copiando il loro dispotismo (già denunciato da 1 Sam 8, 10-18), ma cadendo di una idolatria favorita d’altronde dalla concezione mitica della regalità divina. Perciò il movimento profetico denuncia continuamente i suoi abusi e mostra nelle calamità nazionali il castigo meritato dai re (cfr. Is 7, 10 ss; Ger 21- 22; 36 - 38; 2 Re 23, 26 s). Osea condanna la stessa istituzione monarchica (Os 8, 4). Il Deuteronomio, sforzandosi di disciplinarla, pone i monarchi in guardia contro l’imitazione dei re pagani (Deut 17, 14-20).
I re pagani - Nei confronti dei re pagani l’atteggiamento dei libri sacri presenta delle sfumature. Come ogni autorità terrena, essi hanno il loro potere da Dio; Eliseo interviene persino in nome di Dio per suscitare a Damasco la rivolta di Hazael (2 Re 8, 7-15; cfr. 1 Re 19, 15). Possono avere missioni provvidenziali nei confronti del popolo di Dio: a Nabuchodonosor Dio dà il dominio su tutto l’Oriente, compreso Israele (Ger 27), poi suscita Ciro per abbassare Babilonia e liberare i Giudei (Is 41, 1-4; 45, 1-6). Ma tutti restano soggetti alle sue esigenze, ed egli pronunzia i suoi giudizi per castigare il loro orgoglio sacrilego (Is 14, 3-21; Ez 28, l-19) e le loro bestemmie (Is 37, 21-29). Anch’essi dovranno piegarsi, quando sarà giunta l’ora, dinanzi alla sua regalità suprema e dinanzi al potere del suo unto (Sal 2; 72, 9 ss).
 
Pietro Crisologo, Sermo 30, 3-5: “Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori”? (Mt 9,11). E chi è peccatore, se non chi nega di essere peccatore? Anzi, è maggiormente peccatore, o per meglio dire e lo stesso peccato, chi non si conosce come peccatore. E chi è ingiusto, se non chi si ritiene giusto? Tu hai letto, o fariseo: “Nessun vivente è giusto al tuo cospetto” (Sal 142,2). Finché rimaniamo “nel nostro corpo mortale” (Rm 6,12), e prevale in noi la fragilità, anche se vinciamo i peccati di azione, non siamo però in grado di vincere i peccati di pensiero e di fuggire le ingiustizie. E anche supponendo di evitare la soggezione del corpo, nonché di pervenire al dominio della cattiva coscienza, come possiamo abolire le colpe di negligenza e i peccati di ignoranza? O fariseo, confessa il peccato, perché tu possa accedere alla mensa di Cristo; perché Cristo ti sia pane, e quel pane si spezzi in perdono dei peccati; perché sia bevanda Cristo, che viene effusa in remissione dei tuoi delitti. O fariseo, siedi a pranzo con i peccatori, perché tu possa desinare con Cristo. Riconosciti peccatore, affinché Cristo pranzi con te. Entra con i peccatori al convito del tuo Signore, perché tu possa non esser più peccatore. Entra nella casa della misericordia con il perdono di Cristo, perché tu non venga con la tua giustizia punito e buttato fuori dalla casa della misericordia. Conosci Cristo, ascolta Cristo, ascolta il tuo Signore, ascolta il Medico celeste che confuta perentoriamente le tue calunnie: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati” (Mt 9,12). Se vuoi la cura, riconosci il malanno. “Non son venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,13). Se aneli alla misericordia, confessa il peccato.
 
I Testimoni di Cristo -  Sant’Antonio Abate: Dio ci trova fino al centro dei nostri deserti e silenzi: Dio ci raggiunge lì dove siamo, fino al cuore dei nostri deserti, dentro alle nostre solitudini, nei nostri silenzi. Ed è di questo “Dio vicino” che ci parla la storia di sant’Antonio abate, uno dei santi più cari alla devozione popolare. «Io ero qui e assistevo alla tua lotta» è la risposta che, secondo il racconto di sant’Atanasio, Dio diede a sant’Antonio, quando quest’ultimo si lamentò delle sofferenze patite durante l’inizio del suo percorso da eremita nel deserto d’Egitto. Nato attorno al 250 a Coma, a 20 anni si ritirò in una spelonca nei pressi del villaggio natale, per poi trasferirsi sulle rive del Mar Rosso. In quegli 80 anni da eremita alla ricerca di Dio attraverso l’essenzialità, Antonio divenne un punto di riferimento spirituale per i suoi contemporanei. Lasciò il suo romitaggio solo due volte, la prima per andare in soccorso dei fedeli di Alessandria provati dalla persecuzione scatenata da Massimino Daia e la seconda, su invito di Atanasio, per esortare la comunità locale a non seguire le eresie e a rimanere fedele alla corretta dottrina, in particolare ai dettami usciti dal Concilio di Nicea. Morì nel 356 e nell’iconografia tradizionale è rappresentato circondato da donne bellissime, che rappresenterebbero le tentazioni, oppure da animali domestici, in particolare il maiale, di cui è considerato il protettore. (Matteo Liut)
 
O Dio, che a sant’Antonio abate
hai dato la grazia di servirti nel deserto
seguendo un mirabile modello di vita cristiana,
per sua intercessione
donaci la grazia di rinnegare noi stessi
e di amare te sopra ogni cosa.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
16 Gennaio 2026
 
Venerdì I Settimana T. O.
 
1Sam 8,4-7.1Sam 10-22a; Salmo Responsoriale 88 (89); Mc 2,1-12

Un grande profeta è sorto tra noi, Dio ha visitato il suo popolo. (Lc 7,16 - Canto al Vangelo)
 
Pierre Beauchamp: Quantunque il comportamento di Gesù Cristo sia chiaramente distinto da quello del Battista (Mt 9, 14), si riconoscono in esso dei tratti profetici; egli rivela il contenuto dei «segni dei tempi» (Mt 16, 2 s) e annunzia la loro fine (Mt 24 - 25). Il suo atteggiamento di fronte ai valori tradizionali riprende la critica dei profeti: severità per coloro che hanno la chiave, ma non lasciano entrare (Lc 11, 52); ira contro l’ipocrisia religiosa (Mt 15, 7; cfr. Is 29, 13); discussione della qualità di figli di Abramo, di cui i Giudei si fanno vanto (Gv 8, 39; cfr. 9, 28); chiarificazione di una eredità spirituale aggrovigliata, in cui le grandi linee sono diventate difficili da discernere; purificazione del tempio (Mc 11, 15 ss par.; cfr. Is 56, 7; Ger 7, 11) e annunzio di un culto perfetto dopo la distruzione del santuario materiale (Gv 2, 16; cfr. Zac 14, 21). Infine, elemento che lo collega in modo particolare ai profeti antichi, egli vede il suo messaggio rifiutato (Mt 13, 13 ss par.), rigettato da quella Gerusalemme che ha ucciso i profeti (Mt 23, 27 s par.; cfr. 1 Tess 2, 15). A mano a mano che questo termine si avvicina, egli lo annunzia e ne spiega il senso, facendo da profeta a se stesso, mostrando con ciò che egli rimane il padrone del suo destino, che lo accetta per compiere il disegno del Padre, formulato nelle Scritture
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Gli Israeliti chiedono a Samuele un re che sia loro giudice, così come avviene per tutti popoli. Dio è il re d’Israele, e tale richiesta è un palese atto di apostasia. Samuele cerca di dissuadere il popolo, ma non riesce nel suo intento. Dio non forza i cuori degli Israeliti, li abbandona alla loro volontà, e la scelta ben presto si dimostrerà rovinosa per il popolo eletto: divisioni, guerre fratricide, ceppi e catene, esilio e lutti, saranno i frutti amari di questa sconsiderata volontà umana.
 
Vangelo
Il Figlio dell'uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra.
 
Si apre, con il racconto della guarigione del paralitico, la sezione dei contrasti con gli scribi e i farisei che si conclude con una aperta dichiarazione di ostilità da parte di quest’ultimi: «E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire» (Mc 3,6). Dalla stessa bocca malevola degli scribi si coglie la netta affermazione della divinità del Cristo.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 2,1-12
 
Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.
Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». 
Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico "Ti sono perdonati i peccati", oppure dire "Àlzati, prendi la tua barella e cammina"? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te - disse al paralitico -: àlzati, prendi la tua barella e va' a casa tua».
Quello si alzò e subito prese la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».
 
Parola del Signore.
 
Annunziava loro la Parola - La Parola che Gesù annunzia al popolo è il Vangelo nel suo duplice aspetto: di insegnamento e di Buona Novella. Lo Spirito del Signore, che è sopra di lui, lo ha mandato «a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).
 La dolcezza, la mitezza, la benevolenza e sopra tutto la misericordia usata da Gesù nei confronti del lebbroso (Cf. Mc 1,40-42), spingono gli improvvisati portantini ad essere invadenti oltre misura; una invadenza che è segno di fiducia nel potere del Cristo e che diventa per tutti i credenti un invito ad accogliere con prontezza la parola di salvezza, ad abbandonarsi all’amore misericordioso di Dio e a confidare in Lui. Il gesto un po’ prepotente di sfondare il tetto per calare il paralitico ai piedi di Gesù, è semplicemente un atto di fede ed è questa fede che libera l’uomo dal male e dal peccato; lo redime e gli dona perfetta vittoria sul mondo (Cf. 1Gv 5,4-5).
Se Gesù dona la salute fisica e contemporaneamente il perdono dei peccati, non dobbiamo credere che quel paralitico fosse più peccatore che malato: Gesù «fa intendere che in quell’uomo si sono rese evidenti in modo particolare le conseguenze di quella separazione tra Dio e uomo nella quale risiede la radice del male. Gesù richiama i presenti a questa considerazione affinché non si fermino alla esteriorità del miracolo. E ai versi 10-11 “affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati... ti ordino... alzati” chiarisce la verità opposta, cioè che il perdono non resta mai un fatto puramente interiore, psicologico, ma riconduce anche l’aspetto corporale dell’uomo sotto la sovranità di Dio» (P. Antonio Di Masi).
Ti sono perdonati i peccati... costui bestemmia: la bestemmia consisteva nel maledire il nome di Dio ed era punita con la lapidazione (Cf. Lv 2,16). Nel nostro caso, gli scribi potevano parlare di bestemmia soltanto in modo indiretto: Egli che era uomo si faceva Dio (Cf. Gv 10,33), appropriandosi di prerogative divine come quella di perdonare i peccati.
La reazione degli scribi è la reazione degli ottusi; la risposta di coloro che si sono faticosamente e ostinatamente costruite certezze su Dio, sull’uomo e nelle quali si sono rinchiusi perché abbarbicati al passato e sopra tutto per paura del nuovo.
«Ecco, io faccio una cosa nuova ... io, io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati» (I lettura): la parola di Dio che risuona per bocca del profeta Isaia ora trova pienezza e compiutezza nel potere di Gesù di sanare i malati e di rimettere i peccati: «Figlio, ti sono perdonati i peccati... alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua» (Vangelo).
Proprio perché Dio è imprevedibile è meglio tenerlo relegato dentro i confini della più rigorosa interpretazione della Legge: Dio è fedele e non può smentire se stesso; Dio nessuno lo può vedere e restare vivo (Cf. Es 33,20) e solo lui può rimettere i peccati (Cf. Is 1,18), quindi Gesù, che si arroga questo potere, è un bestemmiatore; un uomo pericoloso che mina il potere costituito e corrompe le tradizioni dei padri, quindi deve essere immediatamente eliminato: «E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire» (Mc 3,6).
Il giudizio degli scribi era «fondamentalmente giusto, perché il rimettere i peccati è una prerogativa esclusiva di Dio [Cf. Es 34,6-8; Sal 103,3; Is 43,25; 44,22]. Ma avevano torto in quanto dall’osservazione dei fatti prodigiosi compiuti da Gesù non avevano saputo risalire alla sorgente divina delle sue facoltà» (Adalberto Sisti, Marco).
La tentazione di imprigionare Dio dentro gli oscuri schemi della grettezza umana, di asservirlo alle proprie conoscenze sono purtroppo manovre tentate spesso dai battezzati e anche dagli uomini di Chiesa: è la tentazione dei nostalgici.
Gesù con una impietosa operazione chirurgica mette fuori, alla luce del sole, i pensieri occulti degli scribi e anche questa è una prerogativa divina: solo Dio può conoscere i pensieri dell’uomo, solo Lui scruta il cuore degli uomini (Cf. Ger 17,9-10).
Che cosa è più facile... Il perdono dei peccati è qualcosa che non si può riscontrare, il miracolo sì; ecco perché Gesù per dare prova che il «Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra», sana il paralitico nel corpo. Solo la folla a questo punto applaudisce. È meravigliata non tanto, o non solo, per il miracolo prodigioso, quanto per l’autorità che Gesù rivendica a sé.
A Cafarnao Gesù aveva già operato guarigioni, liberazioni di indemoniati meravigliando tutti, ma ora, cosa mai vista, sana un uomo dalla lebbra del peccato dandone la prova certa guarendolo dalla paralisi, per questo motivo la gente stupita, lodando Dio, diceva: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».
Ma quanta amarezza nel vedere come gli scribi, che avevano le carte in regola per riconoscere tali cose, in verità, per la loro albagia, escono fuori dal coro.
 
Per approfondire
 
Il peccato nei sinottici - Giuseppe Giordano: La natura del peccato secondo i sinottici è rappresentata ancora sovente con le categorie antico testamentarie. Tipica categoria ripresa da quell’ambiente è quella del peccato inteso come «debito», secondo Mt 6,12: «e rimetti a noi i nostri debiti», dove Lc 11,4 ha: «rimetti a noi i nostri peccati». Il termine «debito» indica quanto noi dobbiamo a Dio e suggerisce quanto più grande sia la colpa del peccato (Cf. la specificazione del parallelo di Luca!), quando provenga da debitori quali siamo noi. Il concetto del debito torna spesso nell’inse­gnamento di Gesù, per esempio nella parabola del servitore spietato (Mt 18,23-35), del grande e piccolo debitore (Lc 7,41ss), ecc. Pur essendo apparentato con l’antica economia dell’alleanza, si tratta di un concetto chiarificatore, perché aiuta a superare l’idea d’un peccato ristretto solo all’ambito degli ordinamenti pur complicati della legge. E intanto esso serve a esprimere una giustificazione della necessità del perdono reciproco.
Dall’aspetto di «bene sottratto ingiustamente», inerente al concetto di peccato, si passa a quello di ostilità a Dio: non solo egli ha tutti i diritti verso di noi, ma ci ha fatto il dono della sua parola, dei suoi comandi, e noi gli rifiutiamo adesione e ubbidienza. Siamo pertanto iniqui e ci allontaniamo da lui.
Un recupero dei suoi beni, particolarmente della sua amicizia, sarà possibile solo con la conversione. I passi che documentano queste idee sono numerosi. In Mt 7,21-23 leggiamo che nel giudizio finale Cristo allontanerà da sé per sempre quanti non hanno fatto la volontà del Padre suo, siano essi carismatici straordinari. In 23,28 il primo evangelista testimonia che Cristo ha messo sotto denuncia l’ipocrisia dei farisei, giusti solo in apparenza. Dalla parabola del figlio prodigo emerge soprattutto la descrizione della situazione miserevole in cui si trova chi ha abbandonato Dio (Cf. Lc 15,11-25).
Noteremo che, in base a quanto s’è detto precedentemente, tutto il bene a cui il peccato si oppone è considerato in categorie di Regno. E siccome il Regno viene attraverso Gesù, già si intravede che commettere il peccato è prendere posizione contro l’opera di Gesù. Non farà stupire che, per contropartita, il peccato porti schiavitù nei riguardi di Satana. Il caso più evidente è rappresentato da Giuda che secondo Lc 22,3 ha tradito Gesù perché Satana entrò in lui; ma la legge generale è espressa da Gesù nella parabola del seminatore: chiunque ascolta la parola di Dio senza comprenderla (comprensione pratica) si vede derubato dal maligno del seme seminato nel suo cuore (Mt 13,19).
Le conseguenze del peccato, secondo i sinottici, possono essere accennate brevemente.
Avendo sottolineato che tra gli aspetti del peccato, il più doloroso è la delusione data all’amore di Dio e l’abbandono e allontanamento da lui, si comprende ora come gli effetti vengano nuovamente segnalati come infelicità nell’uomo causata dall’assenza di Dio. E ciò non solo nelle tipiche «parabole della misericordia» (e in particolare nel figlio prodigo), ma anche nell’«andate lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato al diavolo» (Mt 25,41), dove l’accento è posto, più che sul fuoco terrificante, sull’impossibilità di rima­nere con Dio e sul cambio della sua compagnia con quella del demonio. Restano certo valide molte cose della riflessione veterotestamentaria, ma le novità non sono meno rilevanti. Così effetto del peccato sarà la necessità del perdono; ma Gesù avverte che la grande remissione sarà lui a effettuarla (Cf. sopra Mt 26,28).
L’origine del peccato non è fatta oggetto di particolare attenzione nei sinottici, che si preoccupano solo di sottolinearne la natura intima all’uomo. Il peccato ha le sue radici nel cuore dell’uomo e non in tanti aspetti secondari, esterni e formalistici, suggeriti dalla mentalità legalistica farisaica (Cf. Mt 15,10-20 e Mc 7,14-23). Quando però si sia insistito sull’interiorità e volontarietà dell’atto peccaminoso, non si è ancora chiarito se questa interiorità sia universalmente toccata da una presenza o predisposizione al male.
 
Si recarono da lui portando un paralitico - La malattia spesso paralizza l’uomo nel corpo e nella mente, attanaglia il suo cuore e gettandolo nella confusione gli fa percepire, a volte, il dolore come una prova, un castigo (Cf. Es 7,8ss; 2Sam 12,15; 1Re 13,4ss; Atti 12,23; 1Cr 11,30ss). Nello stesso tempo, sperimentando il proprio limite, «percepisce che la malattia è legata, in modo misterioso al peccato» (Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica 313). Ma questo non significa che il malato sia un peccatore (Cf. Is 53,3ss). Lo insegna, per esempio, la storia dolorosissima di Giobbe.
Gli autori sacri avevano intuito che le malattie potevano essere anche un aiuto per glorificare Dio: un ammalato sovente è meno superficiale o borioso di un sano, è più aperto ai veri valori; si apre con fervore alla preghiera per chiedere la guarigione; facendo esperienza della debolezza della carne, smette di porre fiducia nelle cose terrene, belle, ma pur sempre effimere (Cf. Sal 38; Num 21,7ss; 2Cor 12,7-10). I profeti avevano intuito poi che la malattia «poteva avere anche un valore redentivo per i peccati propri e altrui. Così la malattia era vissuta di fronte a Dio, dal quale l’uomo implorava la guarigione» (Compendio 313).
Per la Sacra Scrittura, le malattie mostrano il male nel mondo. Perciò le guarigioni miracolose sono segno della salvezza e del regno di Dio, che mettono definitivamente fine al male: Giovanni il Battista chiamati due discepoli «li mandò a dire al Signore: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”... In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. Poi diede loro questa risposta: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona novella» (Lc 11,18-22).
 In una ottica tutta cristiana, la malattia è un dono dall’immenso valore espiatorio e redentivo. Un dono che per vie misteriose fa approdare l’uomo, beneficato dal dono della sofferenza, alla esaltante certezza di essere figlio amato da Dio Padre: «È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli!» (Eb 12,7-8).
Ma qual è il comportamento della Chiesa e dei credenti verso i malati?
La risposta è ovvia: sull’esempio di Gesù, la cura e la visita dei malati per i cristiani non sono un’opera buona complementare, ma uno stretto dovere sul quale verterà il giudizio finale di Dio (Cf. Mt 25,36-45). La Chiesa - afferma il Compendio - «avendo ricevuto dal Signore l’imperativo di guarire gli infermi, si impegna ad attuarlo con le cure verso i malati, accompagnate da preghiere di intercessione» (315).
Perché questo impegno amoroso? Perché il malato - per usare il linguaggio di san Camillo de Lellis - è “la persona stessa di Cristo”, è “pupilla e cuore di Dio”, è “mio signore e padrone”.
Anche all’incredulo malato, al bestemmiatore, a quello che la insulta, la Chiesa, con Camillo, dice: “Tu mi puoi comandare ciò che vuoi...!”.
 
Testimoni di Cristo - Beato Giuseppe Tovini, Laico: “Le nostre Indie sono le nostre scuole”. Voleva diventare missionario il beato bresciano Giuseppe Tovini. E nei suoi 55 anni di vita (nacque a Cividate Camuno nel 1841 e morì a Brescia nel 1897) fu un apostolo nei campi più diversi del sociale: la scuola, appunto, e poi l’avvocatura, il giornalismo, le banche, la politica, le ferrovie, le società operaie, l’università. Dopo gli studi, lavorò presso l’avvocato bresciano Corbolani. Ne sposò la figlia Emilia, con cui ebbe 10 bambini. Innumerevoli le cariche che ricoprì e le istituzioni cui diede vita: sindaco, consigliere provinciale e comunale, presidente del Comitato diocesano dell’Opera dei congressi; fondatore di casse rurali, della Banca San Paolo di Brescia, del Banco Ambrosiano di Milano, del quotidiano «Il Cittadino di Brescia» e della rivista «Scuola italiana moderna», di varie altre opere pedagogiche e dell’«Unione Leone XIII», che sfocerà nella Fuci. Attività che traevano linfa da un’intensa vita spirituale di stile francescano (era terziario). (Avvenire)
 
Ispìra nella tua paterna bontà, o Signore,
i pensieri e i propositi del tuo popolo in preghiera,
perché veda ciò che deve fare
e abbia la forza di compiere ciò che ha veduto.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.