19 Gennaio 2026
Lunedì II Settimana T. O.
1Sam 15,16-23; Salmo Responsoriale 49 (50); Mc 2,18-22
La parola di Dio è viva ed efficace, discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. (Cf. Eb 4,12 - Acclamazione al Vangelo)
Settimio Cipriani (Le Lettere di Paolo): Si noti la meravigliosa descrizione degli effetti (vv. 12-13) della «parola di Dio», che qui è da intendere sia della Bibbia, a cui immediatamente ci si riferisce, sia della rivelazione in genere trasmessa dai profeti e dal Figlio stesso di Dio (1,1-2; 2,1-4; 3,1). Alcuni degli attributi della «parola» sono gli attributi stessi di Dio, con cui finisce per essere identificata al v. 13. Essa è «viva» e vivificante, «efficace» e attiva, «tagliente» fino al punto di «penetrare» nelle parti più recondite dell’uomo, come, p. es., il punto di «divisione» fra anima e spirito (v. 12). La parola di Dio però non è solo «forza» di incisione e di penetrazione, ma anche «luce» che rischiara i «pensieri» e i «sentimenti» e rende «tutto nudo e scoperto» davanti al Signore (cfr. Giob. 26,6; 34,21-23), al cui «tribunale» sarà proprio la sua parola, obbedita o non obbedita, ad accusarci (v. 13).
Liturgia della Parola
Prima lettura: 1Sam 15,16-23 - Antonio González-Lamadrid: Nella Bibbia vi sono personaggi che ispirano compassione. Perché è eletto Isacco e non Ismaele? Perché si prende la benedizione Giacobbe e non Esaù? Perché è eletto re Salomone e non Adonia? Credo però che uno dei personaggi trattati dalla storia nel modo peggiore sia stato Saul. I capitoli 14-15 del primo libro di Samuele cercano di giustificare e coonestare i motivi della squalifica di Saul, ma se si spremono queste pagine, vengono fuori ragioni assai poco convincenti.
Nel nostro testo egli è accusato di non aver osservato rigorosamente la legge dello «herem», cioè la legge che ordinava di sacrificare tutto il bottino a Dio. Implicitamente, egli è accusato di voler supplire, con offerte e sacrifici, alla mancanza di fede e di ubbidienza alla parola di Dio.
Alcuni autori pensano che la storia di Saul sia stata scritta in pieno periodo monarchico, quando i re d’Israele si erano ormai desacralizzati e che, per conseguenza, lo squalificato non sarebbe tanto Saul quanto piuttosto i re contemporanei dell’autore sacro. Si pensi, per esempio, a Osea o a Isaia, che accusano i re del nord e del sud rispettivamente, colpevoli di seguire una secolarizzante politica di alleanze umane, abbandonando la fede in Yahveh e nell’alleanza sacra.
Comunque sia, la squalifica di Saul continua a essere un enigma. Si ha l’impressione che lo storico sacro abbia caricato le tinte nel parlare di Saul, con lo scopo di dare maggior rilievo alla persona di Davide. E in realtà, nel corso della storia biblica, si delinea chiaramente una linea ascendente d’idealizzazione della figura di Davide, che culmina nell’ideale preciso e perfetto presentato dal primo libro delle Cronache.
Certamente Saul ron fu un santo, e quindi non intendiamo cambiare in un’apologia il quadro che ne fa la Bibbia; ma, d’altra parte, non dovremmo continuare a gettargli la croce addosso. Converrebbe piuttosto mettere sulle sue labbra le parole del Battista riguardo a Gesù: «Egli (Davide) deve crescere e io invece diminuire ».
Vangelo
Lo sposo è con loro.
Le parole di Gesù contengono una profezia: nella espressione verranno giorni in cui sarà tolto lo sposo, il verbo togliere o strappare (apairomai), nel Nuovo Testamento, usato solo al passivo, preannuncia la fine violenta di Gesù. Solo allora in quei giorni, il tempo della Chiesa, ci sarà posto anche per il digiuno.
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 2,18-22
In quel tempo, i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Vennero da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno.
Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!».
Parola del Signore.
Lo sposo è con loro - Il digiuno è una pratica penitenziale onnipresente in tutte le religioni. Un rito celebrato sopra tutto per attenuare l’arroganza e l’orgoglio, ma che si imponeva in alcune circostanze particolari: per esempio, per scongiurare un castigo divino o per sfuggire a eventi nefandi. Per molti Farisei era una delle tante pratiche escogitate dalla loro affettata religiosità per accampare diritti dinanzi al Signore e carpirne in questo modo la benevolenza (Lc 18,9-14).
Gesù condanna l’esibizionismo, l’ostentazione farisaica (Mt 6,16-18) non il digiuno che, come tutte le altre pratiche penitenziali, deve essere celato da un atteggiamento gaio, sereno, spontaneo: «Tu, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto» (Mt 6,17). No, quindi, a facce lugubri, tristi.
No, sopra tutto, a comportamenti ostentati unicamente per accaparrarsi le lodi e gli applausi degli uomini (Mt 6,1; 23,5). La religiosità cristiana è fatta di una spiritualità lieta, festante, briosa: «Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino!» (Fil 4,4-5) .
Il Vangelo è la buona notizia che va annunciata con una faccia ilare, sorridente.
Il peccato delle guide spirituali del popolo d’Israele è quello di non essere state capaci di cogliere in Gesù lo sposo dell’umanità. Con Gesù «l’attesa di Dio è colmata: “sono giunte le nozze dell’Agnello, la sua sposa è pronta!” [Ap 19,7]. Gesù è lo sposo che porta a compimento l’alleanza tra Dio e il suo popolo annunciata dal profeta Osea. I tempi sono dunque compiuti. Non è più il tempo per il legalismo, non è più il tempo per leggere il presente con gli occhi del passato, ma con quelli del futuro inaugurato da Gesù. Non è più il momento di digiunare, come all’epoca in cui si preparava ancora l’incontro con Dio, ma è il momento della festa. Egli è ormai qui!» (Anselmo Morandi).
Presente lo Sposo gli invitati non possono digiunare, solo nei giorni successivi alla sua morte potranno farlo: «Il primo periodo è un continuato convito, non ci può essere posto per le astensioni e le privazioni; il secondo è un tempo di lutto, quindi anche di macerazioni. Il digiuno appare quindi un rito di condoglianze che la comunità cristiana celebra per sentirsi vicina al Cristo morto e sepolto» (Ortensio Da Spinetoli).
Gesù, con la «parabola del vestito e dell’otre», rintuzza il cieco attaccamento dei Farisei alle loro tradizioni: ancora una volta non hanno capito la novità della Buona Novella che dichiara apertamente tramontate le vecchie pratiche religiose ormai incapaci di contenere il nuovo spirito che deve animare il discepolo. È l’immagine del vino nuovo, più di quella del panno non follato, a rendere più evidente il contrasto tra il vecchio e il nuovo.
Con l’immagine del vestito vecchio e del vino nuovo, Gesù dichiara sorpassate e inutili tutte le numerosissime, ossessionanti e minute prescrizioni giudaiche: erano diventate ormai vecchi e logori contenitori incapaci di contenere le nuove forze fermentatrici, proprie della predicazione cristiana.
Non vi può essere accordo o compromesso tra le leggi e le leggine mosaiche e il Vangelo, rivelazione ultima e definitiva dell’amore liberante di Dio: il vecchio è vecchio e va messo da parte; il vestito vecchio è frusto, liso ed è quindi inservibile. Gesù è venuto a tagliare i rami secchi non ad abolire la Legge in se stessa (Mt 5,17-19).
Sono gli orpelli a dare fastidio, ad appesantire i cuori, ad intralciare il cammino; sono le tradizioni umane che deturpano il messaggio evangelico spogliandolo della sua bellezza e della sua novità.
Fuori immagine, non basta più essere buoni giudei, occorre diventare cristiani: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20).
Per approfondire
Il dramma della disobbedienza - CharlesAugrain e Jacques Guillet: 1. Fin dalle origini, Adamo disobbedisce a Dio, trascinando nella sua ribellione tutti i suoi discendenti (Rom 5,19) ed assoggettando la creazione alla vanità (8,20). Per contrasto, la rivolta di Abramo fa vedere quel che è l’obbedienza e quel che Dio si aspetta da essa: è la sottomissione dell’uomo alla volontà di Dio, l’esecuzione di un comando di cui non vediamo il senso ed il valore, ma di cui percepiamo il carattere di imperativo divino. Se Dio esige la nostra obbedienza, si è perché ha un disegno da compiere, un universo da costruire, e gli occorre la nostra collaborazione, la nostra adesione nella fede. La fede non è 1’obbedienza, ne è il segreto; l’obbedienza è il segno ed il frutto della fede. Se Adamo disobbedisce, si è perché, dimenticando la parola di Dio, ha ascoltato la voce di Eva e quella del tentatore (Gen 3,4ss).
2. Per salvare l’umanità, Dio suscita la fede di Abramo e, per accertarsi di questa fede, la fa passare attraverso l’obbedienza: «Lascia la tua terra» (Gen 12,1), «cammina alla mia presenza e sii perfetto» (17,1), «Prendi il tuo figlio ... offrilo in olocausto» (22,2). Tutta l’esistenza di Abramo poggia sulla parola di Dio, ma questa parola gli impone continuamente di avanzare alla cieca e di compiere atti il cui senso gli sfugge. Perciò l’obbedienza è per lui una prova, una tentazione di Dio (22,1), e per Dio una testimonianza inestimabile: «Non mi hai rifiutato il tuo figlio, il tuo unico» (22,16).
3. L’alleanza suppone esattamente lo stesso comportamento: «Tutto ciò che Jahvè ha detto, noi lo faremo e gli obbediremo», risponde Israele aderendo al patto che Dio gli propone (Es 24,7). L’alleanza implica una carta, la legge, una serie di comandamenti e di istituzioni che inquadrano l’esistenza di Israele e sono destinati a farlo vivere come popolo di Dio. Parecchie di queste disposizioni impongono doveri di obbedienza agli uomini, verso i genitori (Deut 2118-21), i re, i profeti, i sacerdoti (17,14 - 18,22). Spesso questi doveri sono già insiti nella natura dell’uomo, ma la parola di Dio, incorporandoli nella sua alleanza, fa della sottomissione dell’uomo un’obbedienza nella fede. Poiché la fedeltà alla legge non è vera che nella adesione alla parola ed all’alleanza di Dio, l’obbedienza ai suoi precetti non è una sottomissione da schiavi, ma un atto di amore. Già il primo decalogo opera il collegamento: «... coloro che mi amano ed osservano i miei comandamenti» (Es 20, 6); il Deuteronomio lo riprende e lo sviluppa (Deut 11,13.22); i salmi celebrano nella legge il grande dono di amore di Dio agli uomini e la fonte di un’obbedienza d’amore (Sal 19,8-11; 119).
Il digiuno di Gesù e della comunità cristiana - Roberto Tufariello e Giuseppe Barbaglio (Digiuno in Schede Bibliche Pastorali Vol. II): Gesù ha iniziato la sua vita pubblica con un digiuno simile a quello di Mosè ed Elia: quaranta giorni e quaranta notti nel deserto (Mt 4,1-2 e Le 4,1-2). Egli si prepara così al suo ministero tra gli uomini e al compimento del mistero pasquale, e lo fa in un contesto di tentazione, ci dicono i due evangelisti. La lotta contro satana e l’ascesi del digiuno sono pertanto strettamente uniti.
Egli però non ha imposto ai suoi discepoli la pratica di settimanali digiuni propri dei discepoli del Battista e dei farisei. Ecco il motivo: la sua presenza nel mondo deve essere salutata dalla gioia, non da espressioni di tristezza. Si fa forse digiuno il giorno delle nozze? Ora, come messia tra gli uomini egli chiama a gioia e a far festa. In breve, digiunare sarebbe un controsenso. La storia ha avuto con lui una svolta epocale, non si può dunque stare legati alle pratiche rituali del passato. Tutto è nuovo! Ecco le sue parole trasmesse dal vangelo di Marco: «Possono dunque digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare... Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo strappa il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi» (2,19-22; cf. parr.). In breve, Gesù è lo sposo venuto a stabilire tra Dio e gli uomini la nuova alleanza (cf. Gv 3,29). Il digiuno è piuttosto segno della sua assenza, e diventa impossibile in sua presenza.
In modo analogo Gesù si rapporta al Battista. Questi era un asceta che non toccava pane e non beveva vino. Al contrario Gesù faceva vita comune e allegra, a tal punto da essere qualificato, in opposizione a Giovanni, un mangione e un beone (7,33-34).
Ma dopo la morte di Cristo, la comunità cristiana palestinese riprende a vivere secondo lo stile di vita giudaico e a far su la pratica ascetica del digiuno, motivandola con l’osservazione che Gesù è assente, essendosene andato alla casa del Padre. Il detto del Maestro sullo sposo dunque riportato con una precisazione: «Ma verranno giorni in cui sarà loro (discepoli) tolto lo sposo e allora digiuneranno» (Mc 2,20).
Da parte sua, la comunità di Matteo legata alle tradizioni giudaiche di stretta osservanza, ha trasmesso un insegnamento di Gesù circa la pratica del digiuno: «E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che i sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu, invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,16-18). Nessuna strumentalizzazione del digiuno, espressione di un rapporto sincero con Dio.
Digiuno incompleto - Girolamo, Epist., 22, 37: Se digiuni due giorni, non ti credere per questo migliore di chi non ha digiunato. Tu digiuni e magari t’arrabbi; un altro mangia, ma forse pratica la dolcezza; tu sfoghi la tensione dello spirito e la fame dello stomaco altercando; lui, al contrario, si nutre con moderazione e rende grazie a Dio. Perciò Isaia esclama ogni giorno: Non è questo il digiuno che io ho scelto, dice il Signore (Is 58,5), e ancora: “Nei giorni di digiuno si scoprono le vostre pretese; voi tormentate i dipendenti, digiunate fra processi e litigi, e prendete a pugni il debole: che vi serve digiunare in mio onore?” (Is 58,3-4). Che razza di digiuno vuoi che sia quello che lascia persistere immutata l’ira, non dico un’intera notte, ma un intero ciclo lunare e di più? Quando rifletti su te stessa, non fondare la tua gloria sulla caduta altrui, ma sul valore stesso della tua azione.
I Testimoni di Cristo - San Bassiano - Per difendere ciò che conta non esitiamo a spenderci: Per ciò che conta davvero siamo disposti a tutto: quando qualcosa in cui crediamo profondamente va difeso, non esitiamo a donarci fino in fondo. Questo “qualcosa” di prezioso per i cristiani è l’amore di Dio e a questo amore essi sanno di dovere la vita stessa. Fu questa determinazione a muovere san Bassiano, vescovo di Lodi, che da giovane seguì la propria vocazione fino in fondo, sfidando il padre, contrario alla sua scelta di fede, e trovò così, anche da pastore della comunità cristiana, il coraggio di combattere per la fede vera. La sua eredità si affianca a quella di sant’Ambrogio, suo amico, assieme al quale s’impegnò a difendere l’ortodossia contro le eresie del tempo. Nato a Siracusa verso il 320 da Sergio, prefetto della città, fu mandato per gli studi a Roma, dove si convertì e ricevette il Battesimo. Per fuggire dal padre, che lo voleva far apostatare, si rifugiò a Ravenna, dove fu ordinato prete. Verso il 373 fu scelto come vescovo di Laus Pompeia (oggi Lodi Vecchio). Partecipò nel 381 al concilio di Aquileia e nel 390 a quello di Milano, nel quale fu condannato Gioviniano. La sua firma si trova assieme a quella di sant’Ambrogio nella lettera sinodica inviata al papa Siricio. Nel 397 era accanto ad Ambrogio sul letto di morte. Morì nel 409 e fu sepolto nella sua Cattedrale. Nel 1158 le sue reliquie furono portate a Milano, dove rimasero fino al 1163, per poi tornare a Lodi. (Matteo Liut)
Dio onnipotente ed eterno,
che governi il cielo e la terra,
ascolta con bontà le preghiere del tuo popolo
e dona ai nostri giorni la tua pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.