15 Gennaio 2026
 
Giovedì I Settimana T. O.
 
1Sam 4,1b-11; Salmo Responsoriale 43 (44); Mc 1,40-45
 
 
“Gesù annunciava il vangelo del Regno e guariva ogni sorta di malattie e infermità nel popolo. (Cf. Mt 4,23 - Canto al Vangelo)
 
Durante il suo ministero, Gesù trova ammalati sulla sua strada. Senza interpretare la malattia in una prospettiva di retribuzione troppo stretta (cfr. Gv 9, 2 s), egli vede in essa un male di cui soffrono gli uomini, una conseguenza del peccato, un segno del potere di Satana sugli uomini (Lc 13, 16). Ne prova pietà (Mt 20, 34), e questa pietà guida la sua azione. Senza soffermarsi a distinguere ciò che è malattia naturale da ciò che è possessione diabolica, «egli scaccia gli spiriti e guarisce coloro che sono ammalati» (Mt 8, 16 par.). Le due cose vanno di pari passo. Manifestano entrambe la sua potenza (cfr. Lc 6, 19) ed hanno infine lo stesso senso: significano il trionfo di Gesù su Satana e la instaurazione del regno di Dio in terra, conformemente alle Scritture (cfr. Mt 11, 5 par.). Non già che la malattia debba ormai sparire dal mondo, ma la forza divina che infine la vincerà è fin d’ora in azione quaggiù. Perciò, dinanzi a tutti gli ammalati che gli esprimono la loro fiducia (Mc 1, 40; Mt 8, 2-6 par.), Gesù non manifesta che una esigenza: credere, perché tutto è possibile alla fede (Mt 9, 28; Mc 5, 36 par.; 9, 23). La loro fede in lui implica la fede nel regno di Dio, ed è questa fede a salvarli (Mt 9, 22 par.; 15, 28; Mc 10, 52 par.). (J. Giblet e P. Grelot)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Antonio Gonzalez-Lamadrid Anche i filistei non erano oriundi di Canaan. Si stabilirono in quella terra più o meno nel tempo in cui vi giunsero i figli d’Israele. Tecnicamente e culturalmente parlando, erano assai superiori agli israeliti: sapevano forgiare i metalli ed erano gli unici che fabbricavano armi di questo tipo. Per questo. anche se inferiori di numero, i filistei costituirono un grave problema per Israele e posero in pericolo la sua stessa esistenza.
Ma il centro d’interesse del nostro racconto non è d’ordine militare, bensì di carattere teologico: il centro dell’attenzione è l’arca e, in definitiva, Yahveh, del quale l’arca è l’espressione sensibile.
Nel rimo scontro, gl’israeliti furono battuti dai filistei, e i vecchi d’Israele fecero ricadere la responsabilità della sconfitta su Yahveh: « Perché ci ha percossi oggi il Signore di fronte ai filistei? ». Il popolo non si rassegna a crederlo e vuole sottoporre Dio a una prova di forza: « Andiamo a prenderci l’arca del Signore a Silo, perché venga in mezzo a noi e ci liberi dalle mani dei nostri nemici ». Gl’israeliti conoscevano per esperienza gl’inter venti di Yahveh in loro favore. Era ancora vicino il passaggio del Giordano, attraversato miracolosamente sotto la guida dell’arca (Gs 3-4). Non erano crollate le mura di Gerico al suono della tromba, dopo i sette giri processios nali con l’arca? (Gs 6). L’arca era garanzia di vittoria: «Quando l’arca partiva, Mosè diceva: Sorgi, Signore, e siano dispersi i tuoi nemici e fuggano da te coloro che ti odiano. Quando si posava, diceva: Torna, Signore, alle miriadi di migliaia d’Israele » (Nm 10,35-36).
Israele conosceva molto bene questa mistica e questi fatti, e quando l’arca comparve in mezzo all’esercito, gl’israeliti elevarono un urlo così forte, che ne tremò la terra. Persino i filistei si sentirono presi da timore e si dicevano fra loro: « È venuto il loro Dio nel loro campo! Guai a noi! ».
A dispetto di tutto, gl’israeliti furono battuti per la seconda volta, e, cosa più grave, l’arca cadde nelle mani del nemico. Yahveh era passato al campo opposto. Non era la prima volta, e gli israeliti sapevano che esisteva sempre il pericolo. « Gli israeliti ripresero a fare ciò che è male agli occhi del Signore, il quale rese forte Eglon, re di Moab, contro Israele » (Gdc 3,12). « Per questo, è divampato lo sdegno del Signore contro il suo popolo; su di esso ha steso la sua mano per colpire » (Is 5,25). « Io (il Signore) combatterò contro di voi con mano tesa e con braccio potente, con ira, furore e grande sdegno » (Ger 21,5). In questo clima teologico furono composti i salmi 78, 79 e 80.
È la dialettica dell’alleanza, esposta con tutta chiarezza dalla scuola deuteronomista. L’alleanza ha due facce: una di privilegi e una di esigenze. Se il popolo si conserva fedele, Israele è accompagnato dal successo in tutte le sue imprese; però, se pecca contro le clausole dell’alleanza, può temere il peggio. Nel nostro racconto, non si parla espressamente di nessun peccato da parte del popolo, ma si accenna implicitamente alla slealtà e all’apostasia della famiglia sacerdotale che era incaricata del santuario di Silo. Cofni e Pincas morirono nella battaglia; Eli, loro padre, morì quando venne a conoscenza dell’accaduto, e la moglie di Pincas diede prematuramente alla luce un figlio, al quale pose nome Icabod, mentre diceva: « La gloria se n’è andata lungi da Israele » (1Sam 4,12-22).
In sostanza, le lezioni che si deducono abbastanza logicamente dal nostro testo sono le seguenti: a) L’alleanza ha un aspetto di privilegi e uno di esigenze; b) L’arca, il tempio, i « sacramenti » non sono mezzi magici per avere Dio al nostro servizio; bisogna servire Dio, ma non servirsene. Non possiamo utilizzare Dio a nostro capriccio.
 
Vangelo
La lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
 
La guarigione del lebbroso rivela il cuore misericordioso e compassionevole di Gesù, ma è anche un messaggio chiaro ai suoi discepoli e al popolo d’Israele: Gesù con i suoi miracoli mostra che le sue opere inaugurano veramente l’èra messianica, ma sotto forma di doni e di salvezza e non di condanna e di castigo (Cf. Lc 4,17-21).
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 1,40-45
 
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Parola del Signore.
 
Se vuoi - Pur consapevole di infrangere la Legge di Mosè che lo voleva segregato, il lebbroso si prostra ai piedi di Gesù per implorare la guarigione.
Se vuoi, puoi purificarmi: con questa decisa invocazione vuole dare forza alla sua preghiera; egli è profondamente certo che la guarigione può scaturire solo da un atto positivo della volontà del Cristo. Escluso dalla comunità ebraica a motivo della sua malattia, non chiede semplicemente di essere guarito, ma di tornare ad essere “puro”, reintrodotto nel consorzio umano, quello sociale e religioso.
Ne ebbe compassione, «in greco abbiamo un verbo, che risente della mentalità semitica, giacché indica propriamente un movimento delle viscere, considerate come sede dei sentimenti. Nella nostra lingua abbiamo qualcosa di simile quando parliamo di “amore sviscerato”» (Adalberto Sisti).
Ma a conturbare è il gesto di toccare il lebbroso.
Gesù rompendo ogni schema legale e ogni norma di prudenza scandalizza i presenti. Una affermazione che non è esagerata se si tiene presente che il lebbroso, era considerato alla stregua di un morto.
La lebbra, considerata come una punizione inflitta da Dio (Cf. Num 12,9s; 2Sam 3,29; 2Re 5,27; 15,5), rendeva impuri con conseguenze aberranti e degradanti per l’infettato: non solo era tagliato fuori dal consorzio civile, ma soprattutto era reso inabile alla liturgia del tempio e quindi escluso dalla stessa salvezza. La sua presenza infettava e rendeva impuri. Toccare un lebbroso era come toccare un morto. Una conferma viene dallo storico ebreo Giuseppe Flavio: i lebbrosi stavano «sempre fuori dalle città; dal momento che essi non potevano incontrare nessuno non erano in nulla diversi da un cadavere» (Antichità Giudaiche, III, 11,3).
Lo voglio, sii purificato cioè sii puro: Gesù, toccandolo, lo purifica e lo restituisce alla vita.
Ma quello che veramente sconcerta è il modo con il quale Gesù allontana il lebbroso dopo la guarigione: ammonendolo severamente, lo cacciò via subito (letteralmente: sdegnandosi con lui subito lo rimandò). Un gesto che è palesemente in contraddizione con la compassione mostrata inizialmente verso il lebbroso. Perché Gesù si è comportato in questo modo? L’atteggiamento di Gesù «sembra duro; ma può essere stato provocato sia dal fatto che il lebbroso non aveva tenuto conto delle regole di segregazione, sia dal desiderio dello stesso Gesù di non provocare un eccessivo entusiasmo tra la folla, come appare dal successivo comando di non parlare della cosa a nessuno» (Adalberto Sisti).
Va’ a mostrarti al sacerdote: la Legge infatti prescriveva che l’avvenuta purificazione doveva essere comprovata dai sacerdoti e suggellata da sacrifici. Sarebbe servito anche come testimonianza per loro: si credeva che nel tempo della salvezza non ci sarebbe stata più la lebbra. Le guarigioni dalla lebbra compiute da Gesù indicano perciò che il tempo della salvezza è giunto (Cf. Mt 8,2-4; 11,5). L’uomo, per Rinaldo Fabris, ormai «purificato deve essere riammesso nella comunità. Là dove arriva il regno di Dio cadono le barriere e le esclusioni; i tutori dell’antica legislazione devono riconoscere che questo è una prova del tempo nuovo. Il lebbroso guarito allora può diventare un “annunciatore della parola” [...], colui che comunica il messaggio nuovo racchiuso nel gesto di Gesù».
All’ordine tassativo di non dire nulla a nessuno, segue l’evidente violazione della consegna da parte dell’uomo, ormai guarito dalla lebbra. Gesù vuole evitare facili entusiasmi, non vuole che il popolo sia attratto unicamente dai suoi miracoli, ma è difficile nascondere un fatto così clamoroso.
Come è già successo altre volte, Gesù, a motivo del miracolo svelato dall’improvvisato banditore, non può più entrare nei centri abitati, ma è obbligato a starsene riparato in luoghi solitari. Ma questo non scoraggia la gente che numerosa si affolla attorno alla sua persona. La gente forse non ha capito il mistero del Cristo e lo cerca per un tornaconto personale, ma certamente ha compreso in modo netto una cosa: incontrare quel giovane Maestro, essere toccati da lui, ascoltare la sua parola è come l’essere introdotti in un nuovo mondo dove si respira il profumo della libertà, della sanità corporale e spirituale, della salvezza.
 
Per approfondire
 
Malattia. Detiev Dormeyer / Anton Grabner: a) Secondo l’AT la malattia è mandata da Dio. Dapprima si crede che Dio la infligga come castigo personale (Is 1,5s), ma negli scritti più tardi dell’AT si ricerca un’altra motivazione. Giobbe viene colpito dal Satana con la  malattia, ma col permesso di Dio (Gb 1). Poiché Giobbe ha condotto una vita retta, senza alcuna colpa, non si può non riconoscere che il malvagio può vivere sano e felice, mentre il giusto può venir colpito dalla  malattia. Perciò si evidenziano le ripercussioni sociali del peccato. Le azioni umane non danno e non tolgono nulla a Dio, colpiscono però il proprio simile; il peccato può causare una  malattia propria o quella di altri. Il fatto che la malattia visiti uno anziché l’altro, deriva dalla causalità intramondana, in ultima analisi, però, dall’imperscrutabile volontà di Dio. Come mezzi per guarire la  malattia sono perciò indicati, nell’AT, opere di pietà, preghiera, digiuno, voti e sacrifici per implorare la pietà di Dio. Non si rinuncia, tuttavia, all’ausilio di metodi umani in vista della guarigione (Sir 38,1ss).
b) Anche nel NT domina la concezione veterotestamentaria che la  malattia provenga da Dio. Gesù però, come il Libro di Giobbe, rifiuta decisamente l’interpretazione degli scribi per cui la  malattia sarebbe il castigo per una colpa personale o famigliare. Al contrario, egli guarisce la  malattia con i suoi prodigi, perché questo è un segno che con lui è iniziato il tempo escatologico:
!I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (Mt 11,5). Con ciò si adempie la promessa del profeta (Is 35,5s e 61,1). Gesù è venuto per guarire l’uomo. Gesù suscita un mondo risanato, il regno di Dio. Malattia significa per il cristiano partecipazione alla croce di Cristo; la sofferenza dì Cristo continua nei suoi (Col 1,24), finché la “nuova creazione” di Dio non sia compiuta.
 
Lebbra - Pierre Grelot: Nella stessa categoria della lebbra propriamente detta (nega’, parola che significa anzitutto «piaga, colpo»), la Bibbia raggruppa sotto nomi diversi parecchie affezioni cutanee particolarmente contagiose, e persino la muffa delle vesti e dei muri (Lev 13, 47...; 14, 33...).
1. La lebbra, impurità e castigo divino.  Per la legge, la lebbra è un’impurità contagiosa; perciò il lebbroso è escluso dalla comunità sino alla sua guarigione ed alla sua purificazione rituale, che esige un sacrificio per il peccato (Lev 13 - 14). Questa lebbra è la «piaga» per eccellenza con cui Dio colpisce (naga’) i peccatori. Israele ne è minacciato (Deut 28, 27. 35). Gli Egiziani ne sono colpiti (Es 9, 9 ss), e così pure Maria (Num 12, 10-15) ed Ozia (2 Cron 26, 19-23). Essa è quindi, per principio, un segno del peccato. Tuttavia, se il servo sofferente è colpito (naga’; Vg: leprosum) da Dio, per modo che ci si scosta da lui come da un lebbroso, si è perché, quantunque innocente, egli porta i peccati degli uomini che saranno guariti in virtù delle sue piaghe (Is 53, 3-12; cfr. Sal 73, 14).
2. La guarigione dei lebbrosi. - Può essere naturale, ma anche avvenire per miracolo, come quella di Naaman nelle acque del Giordano (2 Re 5), segno della benevolenza divina e della potenza profetica. Gesù, quando guarisce i lebbrosi (Mt 8, 1-4 par.; Lc 17, 11-19), trionfa della piaga per eccellenza; ne guarisce gli uomini di cui prende su di sé le malattie (Mt 8, 17). Purificando i lebbrosi e reinserendoli nella comunità, egli abolisce con un atto miracoloso la separazione tra il puro e l’impuro. Se prescrive ancora le offerte legali, lo fa a titolo di testimonianza: i sacerdoti constateranno in tal modo il suo rispetto della legge e nello stesso tempo il suo potere miracoloso. Unita alle altre guarigioni, quella dei lebbrosi è quindi un segno che egli è proprio «colui che deve venire» (Mt 11, 5 par.). Anche i Dodici, mandati da lui in missione, ricevono l’ordine ed il potere di mostrare con questo segno che il regno di Dio è giunto (Mt 10, 8).
 
La fede che salva - «Signore, se tu vuoi, puoi mondarmi» (Mt 8,2). Chi supplica la volontà, non dubita del potere.
E stendendo la mano Gesù lo toccò e disse: «”Lo voglio: sii mondato». E sull’istante fu mondato dalla sua lebbra” (Mt 8,3)
Appena il Signore stende la mano, subito la lebbra scompare. Ma osserva anche quanto sia umile e immune da vanità la sua risposta. Il lebbroso aveva detto: «Se tu vuoi», e il Signore risponde: «Lo voglio». Il lebbroso aveva detto: «Puoi mondarmi» e il Signore replica dicendo: «Sii mondato». Non dobbiamo congiungere le due parti della risposta, come credono molti latini, che leggono: «Ti voglio mondare»; dobbiamo tenerle separate, sicché egli prima dice: «Lo voglio», e poi, dando un ordine: «Sii mondato».
“E Gesù disse: «Guardati dal dirlo ad alcuno”» (Mt 8,4). E, in verità, che necessità aveva il lebbroso di fare tanti discorsi sulla sua guarigione, quando il suo corpo guarito parlava per lui?
«Ma va’, mostrati ai sacerdoti e presenta l’offerta che Mosè ha prescritto, affinché serva a loro di testimonianza» (Mt 8,4). Per varie ragioni lo manda dai sacerdoti. In primo luogo, per un atto di umiltà, affinché cioè il lebbroso risanato rendesse onore ai sacerdoti: era infatti prescritto dalla legge che coloro che venivano mondati dalla lebbra presentassero un’offerta ai sacerdoti. Poi perché i sacerdoti, vedendo che il lebbroso era stato mondato, potessero credere al Salvatore, oppure si rifiutassero di farlo: se avessero creduto sarebbero stati salvi; se si fossero rifiutati di farlo, la loro colpa sarebbe stata senza attenuanti. E infine perché si rendessero conto che egli non infrangeva affatto la legge, cosa di cui tanto spesso lo accusavano. (Girolamo, Comment. in Matth., 1, 8, 2-4)
 
Testimoni di Cristo - San Mauro. Discepolo di Benedetto, modello della Regola - Chi sono oggi i buoni maestri sulla strada verso l’Infinito?: Abbiamo tutti bisogno di buoni maestri che ci ricordino le cose essenziali e che ci aiutino a trovare la nostra strada ogni giorno, passo dopo passo verso la meta che dà senso all’intera esistenza: il cuore di Dio. Per san Mauro, monaco del VI secolo, la guida fu lo stesso Benedetto, il fondatore del monachesimo occidentale, che vide in lui il modello perfetto della sua “regola”. Quando fu affidato a san Benedetto, d’altra parte, Mauro era un ragazzo, figlio di un patrizio romano, che l’aveva mandato a Subiaco perché aveva colto la “profezia” e il rigore contenuti nell’impegno benedettino. Era nato nel 512 dal senatore e console Eutichio e dalla nobile Giulia. Assieme al giovane Mauro c’era anche un amico, Placido, che, si racconta, un giorno venne miracolosamente salvato dall’annegamento in un lago proprio da Mauro. Un segno al quale la tradizione aggiunge anche altri, attribuiti sempre all’intercessione di Mauro, che rimase a Subiaco quando nel 529 gli altri monaci si trasferirono a Cassino. Dalla Francia, poi, giunse la richiesta del vescovo di Le Mans di inviare evangelizzatori e monaci, così Benedetto non esitò a inviare Oltralpe anche Mauro. Qui la sua vita si concluse, forse nel 584, non prima di aver fondato diversi monasteri. (Matteo Liut)
 
Ispìra nella tua paterna bontà, o Signore,
i pensieri e i propositi del tuo popolo in preghiera,
perché veda ciò che deve fare
e abbia la forza di compiere ciò che ha veduto.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
 
 
 14 Gennaio 2026
 
Mercoledì I Settimana T. O.
 
1Sam 3,1-10.19-20; Salmo Responsoriale 39 (40); Mc 1,29-39
  
“Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore, e io le conosco ed esse mi seguono” (Gv 10,27 Canto al Vangelo)
 
I giudei non appartengono al gregge che il Padre gli ha affidato, a causa della loro incredulità colpevole. Essi non «ascoltano la voce» di Gesù, cioè non si aprono all’obbedienza della fede, privandosi dell ‘esperienza di amore e di conoscenza profonda dell’Inviato di Dio, che era stato mandato per comunicare la vita eterna. Al contrario, le sue pecore ascoltano la sua voce, cioè aderiscono al suo insegnamento, lo seguono, godendo della sua amicizia (v. 27). Esse sono già rese partecipi della comunione di vita divina e perciò sono al sicuro: «Non periranno in eterno, e nessuno le rapirò dalla mia mano» (v. 28, affine a 10,10-12). Sotto la guida del buon Pastore, le pecore non possono essere rapite e disperse, ma sono al sicuro nella sua mano. (Angelico Poppi)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: L’episodio della chiamata di Samuele è narrato secondo il genere letterario della vocazione. Essa avviene per mezzo di una visione, anche se Samuele non vede ma sente soltanto. Il suo correre da Eli è dovuto dal fatto che il giovanetto non conosce ancora il Signore. Su suggerimento di Eli, il giovane si mette in ascolto della Parola pronto ad obbedire. Entrato al servizio di Dio viene costituito profeta. Un profeta acquisisce autorità soltanto se è docile e obbediente alla Parola che lo chiama.
 
Vangelo
Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore, e io le conosco ed esse mi seguono. (Gv 10,27)
 
Gesù, dopo aver guarito la suocera di Pietro, guarisce molti ammalati e ossessi imponendo ai demoni, come ai miracolati e perfino agli apostoli (Cf. Mc 1,25.34.44; 3,12; 5,43; 7,36; 8,26.30; 9,9), una consegna di silenzio sulla sua identità messianica che sarà tolta solo dopo la sua morte (Cf. Mt 10,27). Per la Bibbia di Gerusalemme, poiché «il popolo si faceva una idea nazionalista e guerriera del Messia, molto diversa da quella che Gesù voleva incarnare, gli occorreva usare molta prudenza, almeno in terra d’Israele (Cf. Mc 5,19), per evitare spiacevoli equivoci sulla sua missione (Cf. Gv 6,15; Mt 13,13). Questa consegna del “segreto messianico” non è una tesi artificiosa inventata più tardi da Marco come alcuni hanno preteso; risponde invece a un atteggiamento storico di Gesù, benché Marco ne abbia fatto un tema su cui ama insistere».
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 1,29-39
 
In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, andò subito nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui, si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
 
Parola del Signore.
 
Andiamocene altrove - I particolari su cui insiste Marco, la casa di Simone e Andrea, la presenza di Giacomo e Giovanni, due dei tre discepoli privilegiati, potrebbero tradire la testimonianza di un testimone oculare. Anche il racconto della guarigione della suocera di Simon Pietro a una lettura più attenta potrebbe celare delle sorprese. Per esempio, se letto con gli occhi di Luca assume un significato che va al di là del puro fatto di cronaca. Il terzo evangelista, infatti, «sottolinea la forza [con il verbo minacciò la febbre, lo stesso usato per indicare la scacciata del demonio] e l’istantaneità [con l’espressione Alzatasi all’istante], oltre alla gravità della malattia [era afflitta da una grande febbre]: egli perciò la considera come un potente esorcismo di Gesù, sempre impegnato nella lotta non solo contro Satana, ma anche contro le conseguenze del peccato [in questo caso contro la malattia]» (Carlo Ghidelli, Luca). La lotta contro Satana è una idea forza che troviamo diffusamente nei Vangeli ed è presente anche in Marco che ne fa quasi un tratto fondamentale del ministero apostolico di Gesù (Cf. Mc 1,39). San Giovanni, quasi a sintetizzare la missione di Gesù, afferma che Egli è «apparso per distruggere le opere del diavolo» (1Gv 3,8).
Vi è un altro particolare. Quando si dice della suocera di Pietro che Gesù la fece alzare, Marco usa il verbo egeirō che viene spesso usato per indicare la risurrezione di Gesù (Cf. Mc 14,28; 16,6; 1Cor 15,4; At 3,15; 13,37). Molto probabilmente la Chiesa primitiva ha letto il miracolo come una «prefigurazione della risurrezione escatologica operata nel genere umano attraverso la morte e la risurrezione di Cristo» (Edward J. Mally, S.J.).
Il racconto evangelico è attraversato da un crescendo di emozioni, di entusiasmo e di buoni sentimenti, almeno da parte della folla che non si stanca di ascoltare il Maestro e dei molti ammalati che assediano la casa dove Egli è ospite per ottenere la guarigione fisica. Si passa dalla entusiasta accoglienza nella sinagoga alla guarigione della suocera di Pietro; dalla guarigione di molti ammalati «affetti da varie malattie» alla liberazione di indemoniati e ossessi fino a raggiungere il culmine con la frase di Pietro: «Tutti ti cercano!». Ma su questo entusiasmo arriva una risposta a dir poco sconcertante e inattesa: «Andiamocene altrove».
Con questa nota sembra che Marco abbia intenzione di mettere in evidenza l’andare di Gesù di villaggio in villaggio. Egli è stato mandato per andare e dedicarsi alla salvezza dei Giudei e dei pagani: «per questo Egli è venuto». Egli è venuto a chiamare i peccatori (Cf. Mc 2,17), a cercare la pecora perduta (Cf. Lc 14,4-6) e a dare «la propria vita in riscatto per molti» (Cf. Mc 10,45).
Con queste parole, Andiamocene altrove, Gesù per la prima volta «parla della sua missione e manifesta chiaramente il proposito di volersi attenere alla volontà del Padre, considerando suo compito primo l’annuncio della salvezza e non quello di soddisfare la curiosità o l’entusiasmo delle folle come un qualunque guaritore più o meno abile» (Adalberto Sisti, Marco, NVB).
La vita di Gesù è una vita girovaga senza riposo e senza un tetto sotto il quale ripararsi (Cf. Mt 8,20), uno stile di vita che i discepoli devono saper imitare. Sul suo esempio, Egli vuole che i suoi discepoli siano decisi ad abbracciare questo stile di vita intessuto di povertà e di precarietà, pronti nell’abbandonare affetti, case e parentele varie per mettersi al suo seguito (Cf. Mt 8,21-22). Un distacco totale che contrassegna la sequela cristiana.
Ritirandosi in un luogo deserto per pregare, Gesù indica ai suoi discepoli la fonte dove trovare la forza per attuare un simile programma di vita.
I Vangeli amano parlare della preghiera di Gesù. Sopra tutto la ricordano in occasione dei momenti più importanti del ministero pubblico del Signore: il battesimo (Cf. Lc 3,21), la chiamata degli Apostoli (Cf. Lc 6,12), la prima moltiplicazione dei pani (Cf. Mc 6,46), la Trasfigurazione (Cf. Lc 9,29), nel Getsemani (Cf. Mt 26,39), sulla croce quando prega per i suoi carnefici (Cf. Lc 23,34).
Altresì, possiamo ricordare quante volte la preghiera ottenne il dono della guarigione da Gesù: il cieco nato (Cf. Mc 10,46-56), la guarigione del lebbroso (Cf. Mt 8,23), la Cananea (Cf. Mt 15,21-28). Il discepolo apprende in questo modo il segreto della preghiera come unico fondamento su cui poggiare la sua fede, la sua speranza. Senza la preghiera il cristiano non può essere fedele alla sua vocazione e alla sua elezione (2Pt 2,10).
 
Per approfondire
 
Samuele è la figura chiave dell’Antico Testamento. È una tesi che si potrebbe difendere. Noi ci contenteremo di dire che è una delle figure più indicative. Figura poliedrica: sacerdote, profeta e giudice. Vive in un momento di transizione ed è incaricato di gestirlo come protagonista: il passaggio dalla federazione di tribù al regime monarchico. In questo sta la sua importanza e la sua grandezza.
La vocazione di Samuele è inquadrata in una cornice fatta di contrasti: semplicità e sublimità, serenità e dramma, silenzio ed eloquenza, quiete e dinamismo. Uno si sente a suo agio in questo clima e il testo può essere assaporato.
La lampada di Dio non era ancora spenta. Vuol dire che era ancora notte, ora propizia per la rivelazione. Cessa il rumore delle cose, riposano i sensi del corpo e si ridestano quelli dell’anima. Per tre volte, e ancora una quarta, Yahveh chiamò Samuele. Il bambino credeva che fosse la voce di Eli e si portò da lui. Il vecchio sacerdote di Silo comprese finalmente quello che accadeva, e pose Samuele in presenza del Signore.
Per contrasto, la chiamata di Samuele evoca la vocazione di Isaia. Anche questa avvenne nel santuario, ma in quello di Gerusalemme, nel mezzo di una teofania piena di solennità (Is 6). Sotto molti aspetti, Samuele fa pensare anche alla figura del Battista e, di fatto, questi parallelismi sono messi in evidenza dal vangelo dell’infanzia di san Luca (1,7.15-17.25). Nell’un caso e nell’altro, ci troviamo in un ambiente sacerdotale, e i due annunzi avvengono nel santuario; nell’uno e nell’altro caso, le madri sono sterili e i due bambini sono consacrati al nazireato. Forse, il parallelismo più profondo sta nel fatto che l’uno e l’altro hanno la missione d’annunziare una nuova tappa della storia della salvezza. Il Battista è l’ultimo dei profeti e annunzia la pienezza dei tempi.
Samuele il primo dei profeti e annunzia e consacra gli inizi della monarchia, capeggiata dalla dinastia davidica dalla quale sarebbe nato il Messia. «Egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv 3,30). Queste parole del Battista si possono applicare perfettamente a Samuele, che rinunziò al titolo di giudice per cedere il posto alla monarchia, Fu costretto ad annunziare il rigetto del sacerdozio di Silo, che era il suo santuario, per cedere il posto al nuovo sacerdozio di Gerusalemme. In una parola Samuele è stretto dalla lacerazione che suppone la rottura con tutto un periodo di storia che si è amato e che se ne va e subisce il dolore che suppone il parto di una nuova tappa. (Antonio González-Lamadrid).
 
La guarigione della suocera di Pietro -  Secondo l’AT JHWH è medico del suo popolo (Es 15,26).
A lui ci si può, anzi ci si deve rivolgere fiduciosi con preghiere, lamenti, ringraziamenti e lode. Le guarigioni sono pertanto, nell’ AT, prevalentemente esaudimenti di preghiere. La loro meta è quella di conoscere JHWH (2Re 5). I profeti sono soltanto i suoi strumenti (la loro parola, la loro conoscenza medica: Is 38). In senso traslato il “guarire” è un parallelo del perdono (cf. Lc 5), della salvezza dalla fine (Sal 103), del ripristino della possibilità di vivere, della vivificazione dello Spirito e del cuore, guida sul cammino della vita (Is 57), è quindi segnato dalla conversione (2Cr 7). Per mezzo dei lividi sanguinanti del servo del Signore, il popolo ottiene la guarigione (Is 53,5; cf. 1Pt 2,24: Gesù). Gesù è unto dallo Spirito di Dio, è autorizzato e inviato ad adempiere le promesse di Dio, a inaugurare il suo mondo risanato (Lc 4,18s: immagine dell’anno di grazia; guarire nel contesto); è il servo del Signore che guarisce alla radice ciò che è malato e lo rinfranca, adempie la speranza (Mt 12,15ss: Is 42). Occorre ascoltare e guardare a Lui, abbandonarsi all’azione guaritrice di Dio (Mt 13,15: Is 6,9s. l pagani ascolteranno: At 28,27s). Le guarigioni di sabato richiamano le benedizioni del regno di Dio (sabato: anticipazione del riposo eterno di Dio). Là dove difficoltà e malattie vengono eliminate come guasti della vita e le forze del male vengono infrante, si realizza, in forma di segno, la nuova creazione (Mc 7,37: “Ha fatto bene ogni cosa”). Guarire significa però anche sanare il cammino della vita (Eb 12,12s: Is 35,3).
L’incarico di guarire dato ai discepoli e il dono carismatico del guarire della chiesa primitiva sono dati in vista di continuare a preoccuparsi per un mondo sano, in forma adeguata ai tempi. (Walter Schober)
 
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati: Benedetto XVI (Angelus, 8 febbraio 2009): Nonostante che la malattia faccia parte dell’esperienza umana, ad essa non riusciamo ad abituarci, non solo perché a volte diventa veramente pesante e grave, ma essenzialmente perché siamo fatti per la vita, per la vita completa. Giustamente il nostro “istinto interiore” ci fa pensare a Dio come pienezza di vita, anzi come Vita eterna e perfetta. Quando siamo provati dal male e le nostre preghiere sembrano risultare vane, sorge allora in noi il dubbio ed angosciati ci domandiamo: qual è la volontà di Dio? È proprio a questo interrogativo che troviamo risposta nel Vangelo. Ad esempio, nel brano odierno leggiamo che “Gesù guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni” (Mc 1,34); in un altro passo di san Matteo, si dice che “Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo” (Mt 4,23). Gesù non lascia dubbi: Dio - del quale Lui stesso ci ha rivelato il volto - è il Dio della vita, che ci libera da ogni male. I segni di questa sua potenza d’amore sono le guarigioni che compie: dimostra così che il Regno di Dio è vicino, restituendo uomini e donne alla loro piena integrità di spirito e di corpo. Dico che questa guarigioni sono segni: non si risolvono in se stesse, ma guidano verso il messaggio di Cristo, ci guidano verso Dio e ci fanno capire che la vera e più profonda malattia dell’uomo è l’assenza di Dio, della fonte della verità e dell’amore. E solo la riconciliazione con Dio può donarci la vera guarigione, la vera vita, perché una vita senza amore e senza verità non sarebbe vita. Il Regno di Dio è proprio la presenza della verità e dell’amore e così è guarigione nella profondità del nostro essere. Si comprende, pertanto, perché la sua predicazione e le guarigioni che opera siano sempre unite: formano infatti un unico messaggio di speranza e di salvezza.

La suocera di Pietro (Mt 8,14-15): Dalla febbre del vizio ero tormentato // Dell’impurità abominevole, // E in letti per mollezza ignobili // Son caduto, incapace di rialzarmi.
Come la suocera del beato Pietro, // Piacciati rialzarmi, Destra del Potente, // Affinché come lei anch’io ti serva, // Tu che ridai la vita alla mia anima. (Nerses Snorhali, Jesus, 440-441)
 
Testimoni di Cristo - San Felice da Nola, Sacerdote e Martire: La vita del prete Felice ci è narrata da san Paolino di Nola, a cui si deve anche l’importante complesso di basiliche paleocristiane a Cimitile, a sei chilometri dalla località campana. Qui erano state deposte le spoglie di Felice, morto probabilmente dopo il 313.
Nato a Nola nel III secolo da un ricco padre di origini orientali, aveva sofferto le persecuzioni ed era stato imprigionato, torturato e poi liberato miracolosamente da un angelo che lo condusse in un luogo deserto (per questo, pur non essendo stato ucciso è stato venerato come martire). Grazie alla pace costantiniana Felice era rientrato in diocesi. Qui, pur essendo stato indicato come successore dal vescovo Massimo, alla morte di questi rifiutò l’elezione e visse in povertà fino alla fine dei suoi giorni. In suo onore si tengono due feste con processioni dal 5 al 14 gennaio, data della sua memoria liturgica. (Avvenire)
 
Ispìra nella tua paterna bontà, o Signore,
i pensieri e i propositi del tuo popolo in preghiera,
perché veda ciò che deve fare
e abbia la forza di compiere ciò che ha veduto.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
 
 
 13 Gennaio 2026
 
Martedì I Settimana T. O.
 
1Sam 1,9-20; Salmo Responsoriale 1Sam 2,1.4-8; Mc 1,1-28
 
“Accogliete la parola di Dio non come parola di uomini, ma, qual è veramente, come parola di Dio” (1Ts 2,13 Canto al Vangelo)
 
“È un ringraziamento a Dio (cfr. 1,2) per l’accoglienza riservata dai Tessalonicesi alla predicazione di Paolo. Abbiamo qui una magnifica definizione della «predicazione» missionaria e dei suoi effetti: essa è autentica «parola di Dio», perché da lui proviene nel suo contenuto di verità rivelata e anche nel mandato che gli Apostoli hanno ricevuto di trasmetterla incorrotta. I predicatori sono soltanto i «ministri della parola» (Luc. 1,2) e non debbono annunciare che Gesù Cristo, l’oggetto precipuo del messaggio evangelico (Atti 8, 35; 18, 5; 1Cor. 1, 23; 2Col. 4, 5; Col. l, 25-27). Per questa origine divina la «parola» ha una sua efficacia immanente e sempre attuale, e può quindi sempre «operare» in mezzo ai «credenti», che si dispongono docili ad «accoglierla». Essa, come si dice altrove, è «viva ed efficace e penetra fino alla divisione dell’animo e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, ed è capace di discernere i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb. 4, 12)” (Settimio Cipriani, Le Lettere di Paolo)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Il passo di 1 Samuele 1,9-20 narra la commovente preghiera di Anna, una donna sterile e afflitta, al tabernacolo di Silo, che culmina nella sua promessa di dedicare a Dio il figlio che desidera. Il sacerdote Eli, scambiandola per ubriaca a causa delle labbra che si muovono senza voce, la rimprovera, ma Anna, con dignità, spiega il suo dolore, ispirando Eli a benedirla, e da quel momento il suo volto si rasserenò, perché aveva la certezza di essere stata ascoltata, portando poi alla nascita di Samuele, il “Signore ha ascoltato”. Questo brano è fondamentale per comprendere la nascita di Samuele, la sua consacrazione e il tema della preghiera insistente, della fiducia in Dio e della risposta divina. 
Questo episodio è un modello di preghiera continua e perseverante, che non si arrende di fronte alle difficoltà o alla percezione di indifferenza divina. Mostra come Dio possa usare anche l’incomprensione (Eli) per confermare la sua risposta e portare la persona alla pace.
La storia di Anna è un’anticipazione della vocazione e del servizio a Dio, dove un dono personale (il figlio) viene offerto per un bene più grande, come anticipato dalla sua consacrazione. (AI Overview)
 
Vangelo
Gesù insegnava come uno che ha autorità
 
Il brano marciano sembra subito suggerire al lettore dove spostare la sua attenzione: Gesù è «apparso per distruggere le opere del diavolo» (Gv 3,8). Ma mette anche in evidenza come Gesù ami insegnare. Nel ministero di Gesù, i miracoli hanno la funzione di illustrare, di mostrare e di autenticare il senso, l’efficacia e la veridicità della sua predicazione, realizzando in questo modo la promessa di Mosè fatta al suo popolo (Dt 18,15-20).
In altre parole: Gesù è il profeta, l’unico e il vero, suscitato da Dio per condurre a salvezza il suo popolo. Da qui l’autorità con la quale Gesù insegnava, suscitando ammirazione e stupore in chi lo ascoltava senza pregiudizi.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 1,1-28
 
In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafarnao,] insegnava. Ed erano stupìti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.
Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».
La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.
 
Parola del Signore.
 
Erano stupiti del suo insegnamento - L’esorcismo riferito dall’evangelista Marco avviene nella sinagoga di Cafàrnao, dove Gesù ha appena terminato di insegnare. Gesù era «entrato di sabato nella sinagoga»: il giorno più amato da Israele in quanto interamente dedicato a Dio, alla preghiera e al riposo. Era anche il giorno dell’istruzione religiosa e Gesù ne approfitta per far veicolare il suo insegnamento. La profondità della dottrina strappa all’uditorio commenti di stupore.
Non si conosce l’età dell’uomo posseduto, così non è dato di sapere se la possessione si manifestava esternamente con i segni di una malattia fisica o psichica. Per il comune sentire, la malattia, in quanto frutto e conseguenza del peccato (Cf. Mt 9,2), era ritenuta una manifestazione dell’azione di Satana (Cf. Lc 13,16). In questo modo si comprende perché gli esorcismi del Vangelo avvengono spesso in forma di guarigione (Cf. Mt 9,32-34; 12,22-24; 17,14-18; Lc 13,10-17).
Lo spirito viene detto immondo perché «il giudaismo [Cf. Zac 13,2] chiamava i demòni spiriti impuri, in quanto estranei e ostili alla purità religiosa e morale che esigeva il servizio di Dio [Cf. Mc 3,11.30; ecc.; Mt 10,1; 12,43; Lc 4,33.36; ecc.]» (Bibbia di Gerusalemme).
Il diavolo ama stare rintanato, nascosto; raramente esce allo scoperto o prende l’iniziativa come nel racconto evangelico. Lo fa forse perché ha riconosciuto in Gesù un probabile avversario, tanto forte e temibile da poter compromettere la sua attività malvagia e il suo potere, e quindi cerca di difendersi con una insolita professione: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». Quest’ultima affermazione la si ritroverà sulle labbra di Pietro (Cf. Gv 6,69).
Che vuoi da noi... Sei venuto a rovinarci: lo spirito immondo ora usa il plurale, segno che lo scontro vede in campo l’intero Inferno; nella lotta con Gesù ad essere vinto non è un solo demonio, bensì l’intero regno di Satana.
Io so chi tu sei: Satana ricorre a questo stratagemma perché, secondo un comune intendimento, chi conosce il nome di una persona ha potere sul suo portatore (Cf. Gen 32,30; Gdc 13,17). Così, pronunciandone il nome si credeva di poter acquistare il potere di una cosa o di una persona.
Per Adalberto Sisti, il «Santo per eccellenza è il Santo di Israele, Jahvé [Is 40,25; 17,15]. Ma la santità è anche uno dei beni promessi per i tempi messianici [Cf. Dn 4,5; 6,13; 9,29]. Quindi, anche se non si tratta di un titolo proprio del Messia, qui il demonio riconosce in Gesù quanto meno un uomo dotato di straordinaria santità, intravede in lui la divina potenza e cerca di difendersi “mostrando di conoscerlo e rendendone noti ai presenti il nome e il titolo” [Schnackenburg, 51]» (Marco, Nuovissima versione della Bibbia).
Gesù per liberare l’uomo posseduto da Satana non fa uso di preghiere o di complicati rituali: basta la sua Parola, forte e imperiosa, a mettere in fuga lo spirito immondo. La pronta e immediata liberazione dell’uomo, fa intendere che soltanto Gesù, con la sua potenza, può liberare l’uomo dalle forze malvagie che lo assediano minacciandolo da ogni parte. Distruggendo l’impero e le opere del diavolo (Cf. Mt 12,28; Lc 4,6; 10,17-19; Gv 12,31; 1Gv 3,8), Gesù inaugura il regno messianico restituendo all’uomo la sua totale integrità e la sua piena libertà, quella dello spirito e quella del corpo. È da evidenziare che l’opposizione di Satana «appare ogni volta più manifesta: è subdola e dissimulata nel deserto; aperta e violenta negli indemoniati; assoluta e radicale durante la passione, che è l’ora e l’impero delle tenebre [Cf. Lc 22,53]. Anche la vittoria di Gesù è ogni volta più luminosa, fino al trionfo totale della Risurrezione» (Bibbia di Navarra).
Singolare poi l’uscita dello spirito immondo dall’uomo: lo fa «gridando forte» (letteralmente:  avendo gridato con voce grande) e straziando il malcapitato. Il verbo greco usato dall’evangelista Marco (sparasso) indica un’azione violenta in quanto significa «contorcere violentemente, agitare convulsamente». Vinto e umiliato il diavolo sfoga tutta la sua rabbia sull’uomo. Con i deboli si fa arrogante e temerario, con il Forte si fa vile, debole (Cf. Lc 11,21-22).
Il potere di Gesù, con il quale comanda agli spiriti immondi, riempie di ammirazione e di timore coloro che lo ascoltano. Che così non possono non ammettere che sono uditori di «un insegnamento nuovo, dato con autorità». Questa frase, sempre per il Sisti, è «sufficientemente chiara. L’insegnamento viene giustamente ricollegato al miracolo, che ne è il segno dimostrativo. Esso è nuovo soprattutto riguardo al contenuto, in quanto annuncia un regno spirituale di Dio, e autoritario per il modo in cui viene impartito» (ibidem).
La fama di Gesù si «diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea», forse più per la sua autorità sugli spiriti immondi e per la sua potenza taumaturgica che per la sua dottrina. Di questi fraintendimenti i Vangeli sono pieni (Cf. Mt 16,6.12; Gv 6,26).
 
Per approfondire
 
Gesù maestro - André Barucq e Pierre Grelot: 1. Durante la vita pubblica di Gesù, l’insegnamento costituisce un aspetto essenziale della sua attività: egli insegna nelle sinagoghe (Mt 4, 23 par.; Gv 6, 59), nel tempio (Mt 21, 23 par.; Gv 7, 14), in occasione delle feste (Gv 8, 20) ed anche quotidianamente (Mt 26, 55). Le forme del suo insegnamento non differiscono da quelle usate dai dottori di Israele, ai quali si è mescolato nella sua giovinezza (Lc 2, 46), che all’occasione riceve (Gv 3, 1 s. 10) e che più di una volta lo interrogano (Mt 22, 16 s. 36 par.). Quindi a lui, come ad essi, viene dato il titolo di rabbi, cioè maestro, ed egli l’accetta (Gv 13, 13), pur rimproverando agli scribi del suo tempo di ricercarlo, come se non ci fosse per gli uomini un solo maestro, che è Dio (Mt 23, 7 s).
2. Tuttavia, se appare alle folle come un dottore tra gli altri, se ne distingue in diversi modi. Talvolta parla ed agisce come profeta. O ancora, si presenta come l’interprete autorizzato della legge, che porta alla perfezione (Mt 5, 17). A tale riguardo egli insegna con una autorità singolare (Mt 13, 54 par.), a differenza degli scribi, così pronti a nascondersi dietro l’autorità degli antichi (Mt 7, 29 par.). Inoltre la sua dottrina presenta un carattere di novità che colpisce gli uditori (Mc 1, 27; 11, 18), sia che si tratti del suo annuncio del regno, oppure delle regole di vita che egli dà: trascurando le questioni di scuola, oggetto di una tradizione che rigetta (cfr. Mt 15, 1-9 par.), egli vuol far conoscere il messaggio autentico di Dio e portare gli uomini ad accoglierlo.
3. Il segreto di questo atteggiamento così nuovo sta nel fatto che, a differenza dei dottori umani, la sua dottrina non è sua, ma di colui che l’ha mandato (Gv 7, 16 s); egli dice soltanto ciò che il Padre gli insegna (Gv 8, 28).
Accogliere il suo insegnamento significa quindi essere docili a Dio stesso. Ma per giungere a tanto occorre una certa disposizione del cuore che inclina a compiere la volontà divina (Gv 7, 17). Più profondamente ancora, bisogna aver ricevuto quella grazia interiore che, secondo la promessa dei profeti, rende l’uomo docile all’insegnamento di Dio (Gv 6, 44 s). Si tocca qui il mistero della libertà umana alle prese con la grazia: la parola di Cristo dottore urta contro l’accecamento volontario di coloro che pretendono di veder chiaro (cfr. Gv 9, 39 ss).
 
Taci! Esci da lui! - Per un approfondimento del racconto evangelico si può fare ricorso al Magistero della Chiesa.
L’uomo, incapace di superare efficacemente da sé gli assalti del male, è come se fosse incatenato (Cf. GS 13).
Questa estrema povertà è il frutto amaro del peccato originale, in conseguenza del quale «il diavolo ha acquisito un certo dominio sull’uomo, benché questi rimane libero. Il peccato originale comporta “la schiavitù sotto il dominio di colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo”» (Catechismo della Chiesa Cattolica 407).
Per cui ignorare che l’uomo «ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi» (ibidem).
Sempre per il Catechismo, le «conseguenze del peccato originale e di tutti i peccati personali degli uomini conferiscono al mondo nel suo insieme una condizione peccaminosa, che può essere definita con l’espressione di san Giovanni “il peccato del mondo” [Gv 1,29]. Con questa espressione viene anche significata l’influenza negativa esercitata sulle persone dalle situazioni comunitarie e dalle strutture sociali che sono frutto dei peccati degli uomini» (408).
Ecco perché è necessario aprirsi a Cristo che con la sua morte e risurrezione ha liberato l’uomo dal potere di Satana, sottraendolo alla sua schiavitù: «Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita, e in lui Dio ci ha riconciliato con se stesso e tra noi e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l’apostolo: il Figlio di Dio “ha amato me e ha sacrificato se stesso per me” [Gal 2,20]» (GS 22).
Una liberazione già in atto, ma che si farà piena soltanto quando il Cristo «consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza» (1Cor 15,24).
Ecco perché oggi «tutta  la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre» (GS 13). Così come tutta «intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno» (GS 37).
L’uomo inserito in questa battaglia «deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l’aiuto della grazia di Dio» (GS 33).
Per stare saldi contro gli assalti del demonio si può fare ricorso all’autorità della Parola di Dio.
Per esempio Ef 6,10-18, con dovizia di particolari, enumera le varie armi che compongono l’armatura spirituale necessaria a rintuzzare gli assalti di Satana. Ma potrebbe servire il monito di Friedrich Wilhelm Nietzsche rivolto all’uomo: «Diventa ciò che sei». E l’uomo non è un animale. L’uomo è immagine di Dio (Cf. Gen 1,27), trono della sua gloria, tempio della santa Trinità creato «per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e mediante questo salvare l’anima sua» (Ignazio di Loyola).
Chi ha il coraggio di essere uomo, e di vivere come tale, ha già vinto Satana!
 
“Entrarono in Cafarnao, e subito, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava loro” (Mc 1,21), insegnava affinché abbandonassero gli ozi del sabato e cominciassero le opere del Vangelo. “Egli li ammaestrava come uno che ha autorità, non come gli scribi” (Mc 1,22). Egli non diceva, cioè «questo dice il Signore», oppure «chi mi ha mandato così parla»: ma era egli stesso che parlava, come già prima aveva parlato per bocca dei profeti.
Altro è dire «sta scritto», altro dire «questo dice il Signore», e altro dire «in verità vi dico». Guardate altrove.
«Sta scritto - egli dice - nella legge: Non uccidere, non ripudiare la sposa». Sta scritto: da chi è stato scritto? Da Mosè, su comandamento di Dio. Se è scritto col dito di Dio, in qual modo tu osi dire «in verità vi dico», se non perché tu sei lo stesso che un tempo ci dette la legge? Nessuno osa mutare la legge, se non lo stesso re.
Ma la legge l’ha data il Padre o il Figlio? Rispondi, eretico. Qualunque cosa tu risponda, l’accetterò volentieri: per me, infatti, l’hanno data ambedue. Se è il Padre che l’ha data, è lui che la cambia: dunque il Figlio è uguale al Padre, poiché la muta insieme a colui che l’ha data. Se l’uno l’ha data e l’altro la muta è con uguale autorità che essa è stata data e che viene ora mutata: infatti nessuno che non sia il re può mutare la legge.
“Si stupivano della sua dottrina (ibid.)”. Perché, mi chiedo, insegnava qualcosa di nuovo, diceva cose mai udite? Egli diceva con la sua bocca le stesse cose che aveva già detto per bocca dei profeti. Ecco, per questo si stupivano, perché esponeva la sua dottrina con autorità, e non come gli scribi. Non parlava come un maestro ma come il Signore: non parlava per l’autorità di qualcuno più grande di lui, ma parlava con la sua propria autorità. Insomma egli parlava e diceva oggi quello che già aveva detto per mezzo dei profeti. “Io che parlavo, ecco, sono qui” (Is 52,6). (Girolamo, Comment. in Marc., 2)
 
Testimoni di Cristo - Sant’Ilario, Vescovo e Dottore della Chiesa: Ilario, nato a Poitiers, in Francia, intorno al 315, era un pagano che cercò il senso della vita dapprima nelle dottrine neoplatoniche, poi - dopo la lettura della Bibbia - nel cristianesimo. Nobile proprietario terriero, sposato e con una bimba, poco dopo il battesimo fu acclamato vescovo di Poitiers. Combatté l’eresia ariana attraverso le sue opere, la più famosa delle quali è il “De Trinitate”. Approfondì gli studi anche durante sei anni di esilio. Tornato in sede ebbe come collaboratore il futuro vescovo di Tours, san Martino. Morì nel 367. Pio IX lo ha proclamato Dottore della Chiesa. (Avvenire)
 
Ispìra nella tua paterna bontà, o Signore,
i pensieri e i propositi del tuo popolo in preghiera,
perché veda ciò che deve fare
e abbia la forza di compiere ciò che ha veduto.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
 
 
 12 Gennaio 2026
 
Lunedì I Settimana
 
1Sam 1,1-8; Salmo Responsoriale Dal Salmo 116 (117); Mc 1,14-20
 
“Il regno di Dio è vicino, dice il Signore: convertitevi e credete nel Vangelo”. (Mc 9,6 Acclamazione al Vangelo)
 
L’accesso degli uomini al regno - Raymond Deville e Pierre Grelot: Il regno è il dono di Dio per eccellenza, il valore essenziale che bisogna acquistare a prezzo di tutto ciò che si possiede (Mt 13, 44 ss). Ma per riceverlo, bisogna soddisfare a talune condizioni. Non già che esso possa mai essere considerato come una mercede dovuta per giustizia: Dio assolda liberamente gli uomini nella sua vigna e dà ai suoi operai ciò che gli piace dare (Mt 20, 1-16). Tuttavia, se tutto è grazia, gli uomini devono rispondere alla grazia: i peccatori induriti nel male «non erediteranno il regno di Cristo e di Dio» (1 Cor 6, 9 s; Gal 5, 21; Ef 5, 5; cfr. Apoc 22, 14 s).
Un animo di povero (Mt 5, 3 par.), un atteggiamento di bambino (Mt 18, 1-4 par.; 19, 14), una ricerca attiva del regno e della sua giustizia (Mt 6, 33), la sopportazione delle persecuzioni (Mt 5, 10 par.; Atti 14, 22; 2 Tess 1, 5), il sacrificio di tutto ciò che si possiede (Mt 13, 44 ss; cfr. 19, 23 par.), una perfezione maggiore di quella dei farisei (Mt 5, 20), in una parola il compimento della volontà del Padre (Mt 7, 21), specialmente in materia di carità fraterna (Mt 25, 34): tutto ciò è richiesto a chi vuol entrare nel regno ed infine ereditarlo. Infatti, se tutti vi sono chiamati, non tutti saranno eletti: il convitato, che non ha la veste nuziale, sarà cacciato fuori (Mt 22, 11-14).
All’inizio è richiesta una conversione (cfr. Mt 18, 3), una nuova nascita, senza la quale non si può «vedere il regno di Dio» (Gv 3, 3 ss). L’appartenenza al popolo giudaico non è più una condizione necessaria come nel VT: «Molti verranno dall’Oriente e dall’Occidente e siederanno a mensa nel regno dei cieli, mentre i sudditi del regno saranno gettati fuori ...» (Mt 8, 11 s par.). Prospettiva di giudizio, che talune parabole presentano in una forma concreta: separazione della zizzania e del buon grano (Mt 13, 24-30), scelta dei pesci (Mt 13, 47-50), resa dei conti (Mt 20, 8-15; 25, 15-30); tutto ciò costituisce una esigenza di vigilanza (Mt 25, 1-13).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Elkanà ha due mogli Penninà e Anna, e la sua religiosità si sposa con la nobiltà del suo animo.
Pur amando Penninà che gli aveva generato una discendenza, Elkanà amava molto di più Anna, “sebbene il Signore ne avesse reso sterile il grembo”. Anna sopportava le umiliazioni della sua rivale Penninà, mortificazioni che era addolcite dall’affetto dello sposo, tutto rivelato in questa bella affermazione: «Anna, perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?».
“Come Sara, Rebecca, Rachele, come la madre di Sansone e la madre del Battista, Anna era sterile. Questo cliché della sterilità di molte madri dei grandi capi del popolo eletto, ripetuto più volte nel corso della Bibbia, ha senza dubbio uno sfondo teologico di profondo significato. In primo luogo, mette in evidenza l’onnipotenza divina, capace di trarre vita dalla morte e di fare esistere le cose che non esistono (Rm 4,17). [...]. Un secondo aspetto che le madri sterili mettono in evidenza è la gratuità con cui Dio porta avanti il suo piano di salvezza. Le guide del popolo eletto non sono frutto della carne né del desiderio dell’uomo (Gv 1,13), ma sono nati dalla grazia divina” (Antonio González-Lamadrid).
  
Vangelo
Convertivi e credete al Vangelo
 
Gesù ha ricevuto il battesimo di Giovanni, è stato tentato nel deserto, Giovanni Battista è stato arrestato, questi i prodromi che fanno da cornice al ministero di Gesù. La Galilea ai tempi di Gesù può definirsi una terra pagana, in cui dominava una povera economia di sussistenza e ribollivano sentimenti nazionalistici rivoluzionari.
La missione di Gesù non parte da Gerusalemme, cioè dal centro religioso, centro anche sociale e politico, ma parte da una zona periferica, una zona disprezzata dai giudei più osservanti, a motivo della presenza in quella regione di diverse popolazioni straniere; per questo il profeta Isaia la indica come “Galilea delle genti” (Is 8,23). La chiamata dei primi quattro discepoli può sicuramente far pensare che Gesù ha bene in mente la continuità della sua opera nel mondo per mezzo di uomini che lui stesso formerà durante la sua vita terrena.
Per la Bibbia di Gerusalemme i versetti 16-20 si ispirano “letteralmente a 1Re 19,19-21: chiamata di Eliseo da parte di Elia. Gesù è presentato come nuovo Elia (cf. Lc 7,15 che cita 1Re 17,23)”.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 1,14-20
 
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. Subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.
 
Parola del Signore.

«Convertitevi e credete al vangelo» - Rinaldo Fabris (Marco): La proclamazione inaugurale del regno di Dio è seguita dall’appello urgente di Gesù, formulato con verbi all’imperativo: «Convertitevi e credete al vangelo». L’invito di Gesù si rivolge al gruppo di ascoltatori che possono essere identificati con i primi destinatari del suo annuncio, ma anche con i lettori e ascoltatori del vangelo di Marco. Giovanni, il predicatore del deserto, per primo «predica un battesimo di conversione per il perdono dei peccati». In tal modo egli prepara la proclamazione del regno di Dio da parte di Gesù. Anche i discepoli di Gesù inviati da lui in missione «predicavano che la gente si convertisse» (Mc 6,12). L’appello alla conversione affonda le sue radici nella tradizione profetica della Bibbia. La conversione come cambiamento di mentalità e di vita è la condizione preliminare per accogliere il regno di Dio, cioè la sua azione sovrana e liberatrice nella storia. Ma la novità dell’appello di Gesù consiste nel motivo della conversione. È il compimento delle attese e l’irruzione del regno di Dio nella storia che fondano il suo invito urgente alla conversione. L’annuncio che il regno di Dio si è fatto vicino e che la salvezza di Dio ora è offerta a tutti, mobilita la risposta pronta di tutti quelli che l’ascoltano.
Infatti il secondo invito di Gesù coniuga insieme fede e vangelo. L’espressione «credete al vangelo», pistéuete en tô euanghelíō non ha corrispondenti nel vangelo di Marco. Invece il verbo «credere», pistéuein, ricorre quattordici volte. Con questo verbo si esprime la condizione richiesta a chi vuole ottenere la guarigione da parte di Gesù (Mc 5,36; 9,23.24). Il presupposto perché la preghiera sia efficace è la fede incondizionata (Mc 11,23-24). I discepoli sono quelli che credono in Gesù (Mc 9,42). Nel loro itinerario di fede i discepoli superano l’incomprensione dei gesti di Gesù, l’indurimento del cuore, la cecità degli occhi e la sordità spirituale. Grazie alla sua parola essi passano dalla paura e sconcerto allo stupore e alla meraviglia e al termine del loro cammino approdano alla fede matura. La fede come la conversione è richiesta per poter riconoscere e accogliere il regno di Dio. Ambedue le attitudini spirituali si vivono nella sequela di Gesù, condividendone il destino. Alla fine «credere nel vangelo» coincide con il «credere in Gesù», il proclamatore e l’inauguratore del regno di Dio.
Un esempio di «conversione» fondato sulla parola di Gesù si ha nella risposta pronta e totale dei primi quattro discepoli. Infatti il quadro riassuntivo dell’annuncio programmatico di Gesù è seguito dal racconto della chiamata dei primi discepoli: «Passando lungo il mare di Galilea (Gesù) vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito, lasciate le reti, lo seguirono» (Mc 1,16-18). La parola di Gesù offre ai pescatori del lago un nuovo progetto di vita al suo seguito. I due fratelli interpellati rispondono «subito» alla parola-invito di Gesù. In un secondo quadro simmetrico si racconta la chiamata degli altri due fratelli, figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni. Anche la loro chiamata si conclude con l’abbandono dell’attività di pesca, del padre e dei garzoni, per seguire Gesù (Mc 1,19-20).
 
Per approfondire
 
Bibbia Edu - I Libri di Samuele
 
I contenuti
 
I due libri di Samuele nacquero come un libro unico; la divisione iniziò con la versione greca dei LXX. Raccontano alcuni eventi fondamentali della storia d’Israele: instaurazione del regno dopo l’età dei giudici, conquista di Gerusalemme da parte del re Davide, ingresso dell’arca santa nella città, promessa di Dio a Davide, unificazione di Giuda e Israele sotto la sua guida.
La storia di Samuele è presentata all’inizio del primo libro e ha il suo centro nel racconto della vocazione; essa testimonia l’importanza della figura di Samuele nel periodo di transizione dall’epoca dei giudici a quella dei re. Sia la storia di Samuele che quella di Saul costituiscono soprattutto un punto di passaggio per arrivare a Davide: di lui e della sua discendenza si occupa tutto il secondo libro. Se si escludono le appendici di 2Sam 21-24, nelle diverse narrazioni che costituiscono i due libri di Samuele si può rintracciare un certo ordine cronologico, che copre un periodo di circa un secolo.
La lezione fondamentale che emerge dall’insieme dei racconti è che l’esercizio del potere deve essere sempre subordinato alla parola del Signore. Lo schema sviluppato nei libri di Samuele può essere il seguente:
Samuele e i figli di Eli (1Sam 1,1-4,1a)
Vicende dell’arca (1Sam 4,1b-7,17)
Saul, primo re d’Israele (1Sam 8,1-15,35)
Tramonto di Saul e ascesa di Davide (1Sam 16,1 - 2Sam 1,27)
Davide diventa re su Giuda e Israele (2Sam 2,1-8,18)
Storia della successione di Davide (2Sam 9,1-20,26)
Appendici (2Sam 21,1-24,25).
 
Le caratteristiche
 
I libri di Samuele, pur contenendo gran quantità di materiale utile per tracciare una storia dell’antico Israele, non hanno come loro scopo principale quello di servire come fonte storiografica.
È preferibile parlare di un’opera teologica espressa in forma narrativa. La complessa interpretazione degli inizi della monarchia in Israele faceva parte, in origine, di una più ampia elaborazione teologica, che va sotto il nome di storia deuteronomistica, e che includeva i libri di Deuteronomio, Giosuè, Giudici, Samuele e Re.
Nei capitoli sull’origine della monarchia (1Sam 8-12), gli editori deuteronomistici lasciarono intatti molti brani che esprimono un atteggiamento favorevole all’ascesa di Saul al trono. Inoltre, la centralità della profezia di Natan (2Sam 7) nella struttura della storia deuteronomistica, a cui corrisponde una presentazione idealizzata di Davide nei libri dei Re (1Re 3,3; 9,4; 11,4; 2Re 18,3; 22,2), dimostra che l’atteggiamento della storia deuteronomistica non è stato, in linea di principio, anti-monarchico. Tuttavia il testo relativizza e condiziona il potere politico: il popolo di Dio potrà prosperare sotto la monarchia, solo se l’obbedienza alla parola del Signore sarà accettata dai re come norma di vita (Dt 17,14-20).

L’origine
 
Come avviene generalmente per i libri "storici" della Bibbia, anche i due libri di Samuele hanno avuto una lunga fase di gestazione. Si ritiene, generalmente, che 1-2 Sam sia il risultato della fusione di tre composizioni letterarie minori: la narrazione sull’arca (1Sam 4-6 e 2Sam 6); la storia dell’ascesa di Davide al trono (1Sam 16 - 2Sam 5); il cosiddetto racconto della successione (2Sam 9-20; 1Re 1-2). Queste tre fonti - e altre che vi s’intrecciano - furono combinate, aggiornate e a volte reinterpretate fino alla redazione del testo attuale. In particolare, gran parte di 1Sam reca i segni di un livello intermedio di redazione, compiuta da un autore sotto l’influenza dei profeti. Emergono a tratti materiali molto antichi, che riportano tradizioni orali risalenti forse al tempo di Saul e di Davide: probabilmente, furono messe per iscritto al tempo di Salomone, o ancora più tardi. Notevole è l’inserzione del blocco di 2Sam 21-24, che interrompe bruscamente il racconto della successione. È ovvio che il libro abbia avuto anche in queste fasi i suoi lettori; ma i primi lettori dei libri di Samuele, così come si presentano oggi, furono probabilmente quegli Israeliti che avevano vissuto la catastrofe esilica con la distruzione del tempio e la deportazione a Babilonia. Tradizioni rabbiniche volevano che l’autore fosse stato inizialmente lo stesso Samuele e che i profeti Natan e Gad ne avessero continuato l’opera. Di fatto, l’attuale redazione dei libri di Samuele avvenne dopo il 561 a.C., data della scarcerazione del re di Giuda Ioiachìn, prigioniero a Babilonia (2Re 25,27).
 
 
Conversione ed ingresso nel regno di Dio - Jean Giblet e Pierre Grelot 1. Gesù non si accontenta di annunziare l’approssimarsi del regno di Dio, ma incomincia a realizzarlo con potenza; con lui il regno si inaugura, quantunque esso sia ancora volto verso compimenti misteriosi. Ma l’appello alla conversione lanciato dal Battista conserva nondimeno tutta la sua attualità: Gesù lo riprende in termini propri all’inizio del suo ministero (Mc 1, 15; Mt 4, 17). Egli è venuto a «chiamare i peccatori alla conversione» (Lc 5, 32); questo è uno degli aspetti essenziali del vangelo del regno. L’uomo che prende coscienza del suo stato di peccatore può d’altronde rivolgersi a Gesù con fiducia, perché «il figlio dell’uomo ha il potere di rimettere i peccati» (Mt 9, 6 par.). Ma il messaggio di conversione urta contro la sufficienza umana in tutte le sue forme, dall’attaccamento alle ricchezze (Mc 10, 21-25) fino all’orgogliosa sicurezza dei farisei (Lc 18, 9). Gesù si leva come il «segno di Giona» in mezzo ad una generazione malvagia, meno ben disposta nei confronti di Dio di quanto lo fosse un tempo Ninive (Lc 11, 29-32 par.). Perciò egli pronuncia contro di essa una requisitoria piena di minacce: gli uomini di Ninive la condanneranno al momento del giudizio (Lc 11, 32); Tiro e Sidone avranno una sorte meno severa delle città del lago (Lc 10, 13 ss par.). Di fatto l’impenitenza attuale di Israele è il segno dell’indurimento del suo cuore (Mt 13, 15 par.; cfr. Is 6, 10). Se non modificano la loro condotta, gli uditori impenitenti di Gesù periranno (Lc 13, 1- 5), ad immagine del fico sterile (Lc 13, 6-9; cfr. Mt 21, 18-22 par.).
2. Gesù, quando esige la conversione, non fa allusione alcuna alle liturgie penitenziali. Diffida persino dei segni troppo appariscenti (Mt 6, 16 ss). Ciò che conta è la conversione del cuore che a diventare come bambini (Mt 18, 3 par.). È, in seguito, lo sforzo continuo per «cercare il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6, 33), cioè per regolare la propria vita secondo la nuova legge. L’atto stesso della conversione è evocato in parabole molto espressive. Implica una volontà di cambiamento morale, ma è soprattutto umile appello, atto di fiducia: «Mio Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18, 13). La conversione è una grazia dovuta all’iniziativa divina che previene sempre: è il pastore che muove alla ricerca della pecora smarrita (Lc 15, 4 ss; cfr. 15, 8). La risposta umana a questa grazia è concretamente analizzata nella parabola del figliuol prodigo, che mette in sorprendente rilievo la misericordia del padre (Lc 15, 11-32). Infatti il vangelo del regno comporta questa rivelazione sconcertante: «c’è più gioia in cielo per un peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza» (Lc 15, 7. 10). Anche Gesù riserva quindi ai peccatori un’accoglienza che scandalizza i farisei (Mt 9, 10-13 par.; Lc 15, 2), ma provoca conversioni; ed il vangelo di Luca si compiace nel riferire in modo particolareggiato taluni di questi ritorni, come quello della peccatrice (Lc 7, 36-50) e quello di Zaccheo (19, 5-9)
 
Beda il Venerabile, In Evang. Marc., 1, 1, 14-15: “E diceva: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; pentitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15). «Il tempo è compiuto», è un’espressione, questa, che concorda perfettamente con la frase dell’Apostolo: “Ma quando venne la pienezza dei tempi Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sottoposti alla legge” (Gal 4,4-5). Il tempo dunque è compiuto, pentitevi. Da quanto tempo si ripete questa esortazione, e voglia il cielo che una buona volta venga ascoltata! Poiché il tempo è compiuto e «il regno di Dio è vicino, pentitevi e credete al vangelo»: cioè rinunziate alle opere morte e credete nel Dio vivente. A che giova credere senza le opere buone? Non è il merito delle opere buone che ci ha condotto alla fede; ma la fede comincia affinché le opere buone la seguano.
 
Testimoni di Cristo -  Sant’Antonio Maria Pucci. Il quotidiano intessuto di Vangelo e relazioni: Il Vangelo tesse le trame della quotidianità soprattutto grazie ai testimoni e ai maestri che si fanno compagni di viaggio delle donne e degli uomini lì dove essi vivono. Questo mandato guidò fino all’ultimo nel suo ministero e nel suo percorso esistenziale sant’Antonio Maria Pucci, la cui testimonianza di parroco e pastore contiene un forte messaggio profetico. Nato nel 1819 a Poggiole di Vernio, Pucci a 18 anni entrò tra i Servi di Maria della Santissima Annunziata e divenne prete nel 1843. L’anno seguente era viceparroco della parrocchia di Sant’Andrea a Viareggio, di cui fu parroco poi dal 1847 fino alla morte, nel 1892. Per quasi mezzo secolo, quindi, si prese cura di tutti i parrocchiani, creando diverse associazioni e opere per i giovani, per gli uomini, per le donne, per i bimbi malati. Nel 1853 fondò le Suore Mantellate Serve di Maria per l’educazione delle ragazze. Morì per una polmonite fulminante, contratta per aver soccorso un malato in una notte di tempesta: un gesto d’amore compiuto con la stessa dedizione di ogni altro proprio impegno di pastore.
Fu beatificato da Pio XII il 22 giugno 1952 e canonizzato da Giovanni XXIII il 9 dicembre 1962. Le sue spoglie si trovano nella chiesa di Sant’Andrea a Viareggio. (Avvenire)
 
Ispìra nella tua paterna bontà, o Signore,
i pensieri e i propositi del tuo popolo in preghiera,
perché veda ciò che deve fare
e abbia la forza di compiere ciò che ha veduto.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.