15 Gennaio 2026
Giovedì I Settimana T. O.
1Sam 4,1b-11; Salmo Responsoriale 43 (44); Mc 1,40-45
“Gesù annunciava il vangelo del Regno e guariva ogni sorta di malattie e infermità nel popolo. (Cf. Mt 4,23 - Canto al Vangelo)
Durante il suo ministero, Gesù trova ammalati sulla sua strada. Senza interpretare la malattia in una prospettiva di retribuzione troppo stretta (cfr. Gv 9, 2 s), egli vede in essa un male di cui soffrono gli uomini, una conseguenza del peccato, un segno del potere di Satana sugli uomini (Lc 13, 16). Ne prova pietà (Mt 20, 34), e questa pietà guida la sua azione. Senza soffermarsi a distinguere ciò che è malattia naturale da ciò che è possessione diabolica, «egli scaccia gli spiriti e guarisce coloro che sono ammalati» (Mt 8, 16 par.). Le due cose vanno di pari passo. Manifestano entrambe la sua potenza (cfr. Lc 6, 19) ed hanno infine lo stesso senso: significano il trionfo di Gesù su Satana e la instaurazione del regno di Dio in terra, conformemente alle Scritture (cfr. Mt 11, 5 par.). Non già che la malattia debba ormai sparire dal mondo, ma la forza divina che infine la vincerà è fin d’ora in azione quaggiù. Perciò, dinanzi a tutti gli ammalati che gli esprimono la loro fiducia (Mc 1, 40; Mt 8, 2-6 par.), Gesù non manifesta che una esigenza: credere, perché tutto è possibile alla fede (Mt 9, 28; Mc 5, 36 par.; 9, 23). La loro fede in lui implica la fede nel regno di Dio, ed è questa fede a salvarli (Mt 9, 22 par.; 15, 28; Mc 10, 52 par.). (J. Giblet e P. Grelot)
Liturgia della Parola
Prima Lettura: Antonio Gonzalez-Lamadrid Anche i filistei non erano oriundi di Canaan. Si stabilirono in quella terra più o meno nel tempo in cui vi giunsero i figli d’Israele. Tecnicamente e culturalmente parlando, erano assai superiori agli israeliti: sapevano forgiare i metalli ed erano gli unici che fabbricavano armi di questo tipo. Per questo. anche se inferiori di numero, i filistei costituirono un grave problema per Israele e posero in pericolo la sua stessa esistenza.
Ma il centro d’interesse del nostro racconto non è d’ordine militare, bensì di carattere teologico: il centro dell’attenzione è l’arca e, in definitiva, Yahveh, del quale l’arca è l’espressione sensibile.
Nel rimo scontro, gl’israeliti furono battuti dai filistei, e i vecchi d’Israele fecero ricadere la responsabilità della sconfitta su Yahveh: « Perché ci ha percossi oggi il Signore di fronte ai filistei? ». Il popolo non si rassegna a crederlo e vuole sottoporre Dio a una prova di forza: « Andiamo a prenderci l’arca del Signore a Silo, perché venga in mezzo a noi e ci liberi dalle mani dei nostri nemici ». Gl’israeliti conoscevano per esperienza gl’inter venti di Yahveh in loro favore. Era ancora vicino il passaggio del Giordano, attraversato miracolosamente sotto la guida dell’arca (Gs 3-4). Non erano crollate le mura di Gerico al suono della tromba, dopo i sette giri processios nali con l’arca? (Gs 6). L’arca era garanzia di vittoria: «Quando l’arca partiva, Mosè diceva: Sorgi, Signore, e siano dispersi i tuoi nemici e fuggano da te coloro che ti odiano. Quando si posava, diceva: Torna, Signore, alle miriadi di migliaia d’Israele » (Nm 10,35-36).
Israele conosceva molto bene questa mistica e questi fatti, e quando l’arca comparve in mezzo all’esercito, gl’israeliti elevarono un urlo così forte, che ne tremò la terra. Persino i filistei si sentirono presi da timore e si dicevano fra loro: « È venuto il loro Dio nel loro campo! Guai a noi! ».
A dispetto di tutto, gl’israeliti furono battuti per la seconda volta, e, cosa più grave, l’arca cadde nelle mani del nemico. Yahveh era passato al campo opposto. Non era la prima volta, e gli israeliti sapevano che esisteva sempre il pericolo. « Gli israeliti ripresero a fare ciò che è male agli occhi del Signore, il quale rese forte Eglon, re di Moab, contro Israele » (Gdc 3,12). « Per questo, è divampato lo sdegno del Signore contro il suo popolo; su di esso ha steso la sua mano per colpire » (Is 5,25). « Io (il Signore) combatterò contro di voi con mano tesa e con braccio potente, con ira, furore e grande sdegno » (Ger 21,5). In questo clima teologico furono composti i salmi 78, 79 e 80.
È la dialettica dell’alleanza, esposta con tutta chiarezza dalla scuola deuteronomista. L’alleanza ha due facce: una di privilegi e una di esigenze. Se il popolo si conserva fedele, Israele è accompagnato dal successo in tutte le sue imprese; però, se pecca contro le clausole dell’alleanza, può temere il peggio. Nel nostro racconto, non si parla espressamente di nessun peccato da parte del popolo, ma si accenna implicitamente alla slealtà e all’apostasia della famiglia sacerdotale che era incaricata del santuario di Silo. Cofni e Pincas morirono nella battaglia; Eli, loro padre, morì quando venne a conoscenza dell’accaduto, e la moglie di Pincas diede prematuramente alla luce un figlio, al quale pose nome Icabod, mentre diceva: « La gloria se n’è andata lungi da Israele » (1Sam 4,12-22).
In sostanza, le lezioni che si deducono abbastanza logicamente dal nostro testo sono le seguenti: a) L’alleanza ha un aspetto di privilegi e uno di esigenze; b) L’arca, il tempio, i « sacramenti » non sono mezzi magici per avere Dio al nostro servizio; bisogna servire Dio, ma non servirsene. Non possiamo utilizzare Dio a nostro capriccio.
Vangelo
La lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
La guarigione del lebbroso rivela il cuore misericordioso e compassionevole di Gesù, ma è anche un messaggio chiaro ai suoi discepoli e al popolo d’Israele: Gesù con i suoi miracoli mostra che le sue opere inaugurano veramente l’èra messianica, ma sotto forma di doni e di salvezza e non di condanna e di castigo (Cf. Lc 4,17-21).
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 1,40-45
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.
Parola del Signore.
Se vuoi - Pur consapevole di infrangere la Legge di Mosè che lo voleva segregato, il lebbroso si prostra ai piedi di Gesù per implorare la guarigione.
Se vuoi, puoi purificarmi: con questa decisa invocazione vuole dare forza alla sua preghiera; egli è profondamente certo che la guarigione può scaturire solo da un atto positivo della volontà del Cristo. Escluso dalla comunità ebraica a motivo della sua malattia, non chiede semplicemente di essere guarito, ma di tornare ad essere “puro”, reintrodotto nel consorzio umano, quello sociale e religioso.
Ne ebbe compassione, «in greco abbiamo un verbo, che risente della mentalità semitica, giacché indica propriamente un movimento delle viscere, considerate come sede dei sentimenti. Nella nostra lingua abbiamo qualcosa di simile quando parliamo di “amore sviscerato”» (Adalberto Sisti).
Ma a conturbare è il gesto di toccare il lebbroso.
Gesù rompendo ogni schema legale e ogni norma di prudenza scandalizza i presenti. Una affermazione che non è esagerata se si tiene presente che il lebbroso, era considerato alla stregua di un morto.
La lebbra, considerata come una punizione inflitta da Dio (Cf. Num 12,9s; 2Sam 3,29; 2Re 5,27; 15,5), rendeva impuri con conseguenze aberranti e degradanti per l’infettato: non solo era tagliato fuori dal consorzio civile, ma soprattutto era reso inabile alla liturgia del tempio e quindi escluso dalla stessa salvezza. La sua presenza infettava e rendeva impuri. Toccare un lebbroso era come toccare un morto. Una conferma viene dallo storico ebreo Giuseppe Flavio: i lebbrosi stavano «sempre fuori dalle città; dal momento che essi non potevano incontrare nessuno non erano in nulla diversi da un cadavere» (Antichità Giudaiche, III, 11,3).
Lo voglio, sii purificato cioè sii puro: Gesù, toccandolo, lo purifica e lo restituisce alla vita.
Ma quello che veramente sconcerta è il modo con il quale Gesù allontana il lebbroso dopo la guarigione: ammonendolo severamente, lo cacciò via subito (letteralmente: sdegnandosi con lui subito lo rimandò). Un gesto che è palesemente in contraddizione con la compassione mostrata inizialmente verso il lebbroso. Perché Gesù si è comportato in questo modo? L’atteggiamento di Gesù «sembra duro; ma può essere stato provocato sia dal fatto che il lebbroso non aveva tenuto conto delle regole di segregazione, sia dal desiderio dello stesso Gesù di non provocare un eccessivo entusiasmo tra la folla, come appare dal successivo comando di non parlare della cosa a nessuno» (Adalberto Sisti).
Va’ a mostrarti al sacerdote: la Legge infatti prescriveva che l’avvenuta purificazione doveva essere comprovata dai sacerdoti e suggellata da sacrifici. Sarebbe servito anche come testimonianza per loro: si credeva che nel tempo della salvezza non ci sarebbe stata più la lebbra. Le guarigioni dalla lebbra compiute da Gesù indicano perciò che il tempo della salvezza è giunto (Cf. Mt 8,2-4; 11,5). L’uomo, per Rinaldo Fabris, ormai «purificato deve essere riammesso nella comunità. Là dove arriva il regno di Dio cadono le barriere e le esclusioni; i tutori dell’antica legislazione devono riconoscere che questo è una prova del tempo nuovo. Il lebbroso guarito allora può diventare un “annunciatore della parola” [...], colui che comunica il messaggio nuovo racchiuso nel gesto di Gesù».
All’ordine tassativo di non dire nulla a nessuno, segue l’evidente violazione della consegna da parte dell’uomo, ormai guarito dalla lebbra. Gesù vuole evitare facili entusiasmi, non vuole che il popolo sia attratto unicamente dai suoi miracoli, ma è difficile nascondere un fatto così clamoroso.
Come è già successo altre volte, Gesù, a motivo del miracolo svelato dall’improvvisato banditore, non può più entrare nei centri abitati, ma è obbligato a starsene riparato in luoghi solitari. Ma questo non scoraggia la gente che numerosa si affolla attorno alla sua persona. La gente forse non ha capito il mistero del Cristo e lo cerca per un tornaconto personale, ma certamente ha compreso in modo netto una cosa: incontrare quel giovane Maestro, essere toccati da lui, ascoltare la sua parola è come l’essere introdotti in un nuovo mondo dove si respira il profumo della libertà, della sanità corporale e spirituale, della salvezza.
Per approfondire
Malattia. Detiev Dormeyer / Anton Grabner: a) Secondo l’AT la malattia è mandata da Dio. Dapprima si crede che Dio la infligga come castigo personale (Is 1,5s), ma negli scritti più tardi dell’AT si ricerca un’altra motivazione. Giobbe viene colpito dal Satana con la malattia, ma col permesso di Dio (Gb 1). Poiché Giobbe ha condotto una vita retta, senza alcuna colpa, non si può non riconoscere che il malvagio può vivere sano e felice, mentre il giusto può venir colpito dalla malattia. Perciò si evidenziano le ripercussioni sociali del peccato. Le azioni umane non danno e non tolgono nulla a Dio, colpiscono però il proprio simile; il peccato può causare una malattia propria o quella di altri. Il fatto che la malattia visiti uno anziché l’altro, deriva dalla causalità intramondana, in ultima analisi, però, dall’imperscrutabile volontà di Dio. Come mezzi per guarire la malattia sono perciò indicati, nell’AT, opere di pietà, preghiera, digiuno, voti e sacrifici per implorare la pietà di Dio. Non si rinuncia, tuttavia, all’ausilio di metodi umani in vista della guarigione (Sir 38,1ss).
b) Anche nel NT domina la concezione veterotestamentaria che la malattia provenga da Dio. Gesù però, come il Libro di Giobbe, rifiuta decisamente l’interpretazione degli scribi per cui la malattia sarebbe il castigo per una colpa personale o famigliare. Al contrario, egli guarisce la malattia con i suoi prodigi, perché questo è un segno che con lui è iniziato il tempo escatologico:
!I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (Mt 11,5). Con ciò si adempie la promessa del profeta (Is 35,5s e 61,1). Gesù è venuto per guarire l’uomo. Gesù suscita un mondo risanato, il regno di Dio. Malattia significa per il cristiano partecipazione alla croce di Cristo; la sofferenza dì Cristo continua nei suoi (Col 1,24), finché la “nuova creazione” di Dio non sia compiuta.
Lebbra - Pierre Grelot: Nella stessa categoria della lebbra propriamente detta (nega’, parola che significa anzitutto «piaga, colpo»), la Bibbia raggruppa sotto nomi diversi parecchie affezioni cutanee particolarmente contagiose, e persino la muffa delle vesti e dei muri (Lev 13, 47...; 14, 33...).
1. La lebbra, impurità e castigo divino. Per la legge, la lebbra è un’impurità contagiosa; perciò il lebbroso è escluso dalla comunità sino alla sua guarigione ed alla sua purificazione rituale, che esige un sacrificio per il peccato (Lev 13 - 14). Questa lebbra è la «piaga» per eccellenza con cui Dio colpisce (naga’) i peccatori. Israele ne è minacciato (Deut 28, 27. 35). Gli Egiziani ne sono colpiti (Es 9, 9 ss), e così pure Maria (Num 12, 10-15) ed Ozia (2 Cron 26, 19-23). Essa è quindi, per principio, un segno del peccato. Tuttavia, se il servo sofferente è colpito (naga’; Vg: leprosum) da Dio, per modo che ci si scosta da lui come da un lebbroso, si è perché, quantunque innocente, egli porta i peccati degli uomini che saranno guariti in virtù delle sue piaghe (Is 53, 3-12; cfr. Sal 73, 14).
2. La guarigione dei lebbrosi. - Può essere naturale, ma anche avvenire per miracolo, come quella di Naaman nelle acque del Giordano (2 Re 5), segno della benevolenza divina e della potenza profetica. Gesù, quando guarisce i lebbrosi (Mt 8, 1-4 par.; Lc 17, 11-19), trionfa della piaga per eccellenza; ne guarisce gli uomini di cui prende su di sé le malattie (Mt 8, 17). Purificando i lebbrosi e reinserendoli nella comunità, egli abolisce con un atto miracoloso la separazione tra il puro e l’impuro. Se prescrive ancora le offerte legali, lo fa a titolo di testimonianza: i sacerdoti constateranno in tal modo il suo rispetto della legge e nello stesso tempo il suo potere miracoloso. Unita alle altre guarigioni, quella dei lebbrosi è quindi un segno che egli è proprio «colui che deve venire» (Mt 11, 5 par.). Anche i Dodici, mandati da lui in missione, ricevono l’ordine ed il potere di mostrare con questo segno che il regno di Dio è giunto (Mt 10, 8).
La fede che salva - «Signore, se tu vuoi, puoi mondarmi» (Mt 8,2). Chi supplica la volontà, non dubita del potere.
E stendendo la mano Gesù lo toccò e disse: «”Lo voglio: sii mondato». E sull’istante fu mondato dalla sua lebbra” (Mt 8,3)
Appena il Signore stende la mano, subito la lebbra scompare. Ma osserva anche quanto sia umile e immune da vanità la sua risposta. Il lebbroso aveva detto: «Se tu vuoi», e il Signore risponde: «Lo voglio». Il lebbroso aveva detto: «Puoi mondarmi» e il Signore replica dicendo: «Sii mondato». Non dobbiamo congiungere le due parti della risposta, come credono molti latini, che leggono: «Ti voglio mondare»; dobbiamo tenerle separate, sicché egli prima dice: «Lo voglio», e poi, dando un ordine: «Sii mondato».
“E Gesù disse: «Guardati dal dirlo ad alcuno”» (Mt 8,4). E, in verità, che necessità aveva il lebbroso di fare tanti discorsi sulla sua guarigione, quando il suo corpo guarito parlava per lui?
«Ma va’, mostrati ai sacerdoti e presenta l’offerta che Mosè ha prescritto, affinché serva a loro di testimonianza» (Mt 8,4). Per varie ragioni lo manda dai sacerdoti. In primo luogo, per un atto di umiltà, affinché cioè il lebbroso risanato rendesse onore ai sacerdoti: era infatti prescritto dalla legge che coloro che venivano mondati dalla lebbra presentassero un’offerta ai sacerdoti. Poi perché i sacerdoti, vedendo che il lebbroso era stato mondato, potessero credere al Salvatore, oppure si rifiutassero di farlo: se avessero creduto sarebbero stati salvi; se si fossero rifiutati di farlo, la loro colpa sarebbe stata senza attenuanti. E infine perché si rendessero conto che egli non infrangeva affatto la legge, cosa di cui tanto spesso lo accusavano. (Girolamo, Comment. in Matth., 1, 8, 2-4)
Testimoni di Cristo - San Mauro. Discepolo di Benedetto, modello della Regola - Chi sono oggi i buoni maestri sulla strada verso l’Infinito?: Abbiamo tutti bisogno di buoni maestri che ci ricordino le cose essenziali e che ci aiutino a trovare la nostra strada ogni giorno, passo dopo passo verso la meta che dà senso all’intera esistenza: il cuore di Dio. Per san Mauro, monaco del VI secolo, la guida fu lo stesso Benedetto, il fondatore del monachesimo occidentale, che vide in lui il modello perfetto della sua “regola”. Quando fu affidato a san Benedetto, d’altra parte, Mauro era un ragazzo, figlio di un patrizio romano, che l’aveva mandato a Subiaco perché aveva colto la “profezia” e il rigore contenuti nell’impegno benedettino. Era nato nel 512 dal senatore e console Eutichio e dalla nobile Giulia. Assieme al giovane Mauro c’era anche un amico, Placido, che, si racconta, un giorno venne miracolosamente salvato dall’annegamento in un lago proprio da Mauro. Un segno al quale la tradizione aggiunge anche altri, attribuiti sempre all’intercessione di Mauro, che rimase a Subiaco quando nel 529 gli altri monaci si trasferirono a Cassino. Dalla Francia, poi, giunse la richiesta del vescovo di Le Mans di inviare evangelizzatori e monaci, così Benedetto non esitò a inviare Oltralpe anche Mauro. Qui la sua vita si concluse, forse nel 584, non prima di aver fondato diversi monasteri. (Matteo Liut)
Ispìra nella tua paterna bontà, o Signore,
i pensieri e i propositi del tuo popolo in preghiera,
perché veda ciò che deve fare
e abbia la forza di compiere ciò che ha veduto.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.