11 Gennaio 2026
 
Battesimo del Signore
 
Is 42,1-4.6-7; Salmo Responsoriale Dal Salmo 28 (29); At 10,34-38;
 
“Si aprirono i cieli e la voce del Padre disse: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». (Mc 9,6) (Acclamazione al Vangelo)
 
Quando Gesù, dopo il battesimo, risalì dal fiume, si verificarono alcuni segni meravigliosi, che manifestarono a Giovanni e a tutti i presenti che Gesù era l’inviato di Dio, il Messia atteso.
Se i cieli si aprono, significa che con Gesù è arrivato il tempo della riconciliazione tra Dio e gli uomini. Se lo Spirito Santo discende su Gesù come una colomba, significa che Gesù viene a portarci la vita di Dio: la colomba dell’arca di Noè portò infatti il primo ramoscello verde dopo che il diluvio aveva distrutto ogni cosa. La voce che vi ne dal cielo e proclama che Gesù è «il Figlio mio prediletto» ha lo scopo di far sapere atutti che Gesù è molto più di un uomo: è una Persona divina (Nuovo Messale della Comunità)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Il profeta Isaia illustra magistralmente l’azione apostolica del servo del Signore. Animato dallo Spirito di Dio porterà il diritto alle nazioni; sarà mite e umile di cuore (cf. Mt 11,29) e adempirà la sua missione con fortezza, senza abbattersi, malgrado le opposizioni e le persecuzioni. Egli stesso sarà alleanza e luce, aprirà gli occhi ai ciechi (cf. Gv 9) e farà uscire dal carcere i prigionieri (cf. Lc 4,18.21). Non è difficile intuire che questo oracolo si è realizzato pienamente in Gesù di Nazareth.
 
Seconda Lettura: Pietro, con grande gioia, annuncia a Cornelio l’universalità della salvezza. Dio non fa preferenze di persone: ora, per sempre, la morte di Gesù ha spalancato per tutti gli uomini, a qualunque nazione appartengano, le porte del regno di Dio. Gesù, consacrato dal Padre in Spirito Santo e potenza, è il vero benefattore dell’uomo in quanto è colui che libera l’uomo dalla morte e dal potere del diavolo. Giudice e salvatore, Gesù è colui che porta al mondo la pace e il perdono.
 
Vangelo
Appena battezzato, Gesù vide lo Spirito di Dio venire su di lui.
 
L’episodio del battesimo di Gesù si compone di due scene distinte: quella del battesimo in cui il Cristo «si associa a quanti hanno accolto l’appello del Battista alla penitenza ed esprimono la loro disponibilità per l’era messianica, e quella della proclamazione celeste, che costituisce l’investitura pubblica ed ufficiale» (Angelo Lancillotti). Gesù, sebbene senza peccato (cf. Gv 8,46), si sottomette al battesimo di Giovanni in cui riconosce una pratica voluta da Dio in preparazione alla venuta del Messia; intende soddisfare, così, la «giustizia» salvifica di Dio che presiede al piano della salvezza. Volle sottoporsi al battesimo di Giovanni anche «per insegnarci a obbedire a tutti i precetti divini [in precedenza si era sottoposto, per esempio, alla circoncisione, alla presentazione al tempio e al riscatto in quanto primogenito]. I piani divini disponevano che Gesù si annichilisse fino a sottomettersi all’autorità di altri uomini» (Bibbia di Navarra).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 3,3-17
 
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
 
Parola del Signore.

Gesù venne da Giovanni, per farsi battezzare da lui - Il battesimo di Gesù certamente avrà provocato delle difficoltà alla comunità cristiana.
Gesù aveva bisogno di ricevere il «battesimo di conversione per il perdono dei peccati» (Mc 1,4)? Certamente no (cf. Eb 4,14-15). Allora perché si è fatto battezzare da Giovanni?
È Gesù a dare la risposta: «... poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia».
Giustizia è una parola che nella Sacra Scrittura ha un significato assai ricco. Si riferisce al piano che Dio, nella sua sapienza e bontà, ha tracciato per la salvezza dell’uomo. Nel nostro caso diventa sinonimo di «volontà di Dio»; è come se Gesù avesse detto a Giovanni: «conviene che adempiamo tutto ciò che Dio ha stabilito».
Quindi, non perché bisognoso del battesimo di conversione per il perdono dei peccati, ma per la necessità di adempiere la volontà del Padre. Gesù mostra così fin dall’inizio un tratto particolare della sua missione: farsi obbediente alla volontà del Padre fino ad accettare l’umiliante supplizio della croce (cf. Fil 2,6-11; Gv 4,34).
Gesù salva gli uomini con il suo sì totale, pieno, senza riserve al Padre, con la sua obbedienza, con il suo lasciarsi guidare dallo Spirito (cf. 2Cor 1,20).
Ma vi è un altro aspetto di questa salutare condiscendenza da parte di Gesù: sottoponendosi al battesimo di Giovanni manifesta apertamente la sua solidarietà con l’umanità peccatrice, che egli è venuto a redimere dai peccati.
Gesù ha appena ricevuto il battesimo, quando, lo Spirito Santo discende «come una colomba e venire sopra di lui». D’ora in poi, lo Spirito Santo diventerà l’unico Signore della storia umana e il vero attore della storia della salvezza.
È lo Spirito a generare nel grembo verginale di una Donna la «Vita umana e divina» (Lc 1,35).
È lo Spirito Santo, «soffio» ed energia creatrice di Dio che guidava i profeti (Is 11,2; Gdc 3,10), a condurre l’amato del Padre nel deserto perché vincendo il diavolo venga riaperta definitivamente la via della salvezza ostruita dal peccato.
In figura di «lingue di fuoco», lo Spirito Santo, scende sugli Apostoli perché fecondino la terra e le donino la  vita eterna (At 2,4). Come fuoco d’amore, lo Spirito Santo, scende sui pagani perché tutti gli uomini imparino ad amarsi e a stimarsi vicendevolmente. Nella «pienezza del tempo» (Gal 4,4), in Cristo Gesù, sono scomparse le distinzioni di razza, di religione, di cultura e di classe sociale, che dividevano il genere umano dopo la colpa: Gesù «infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia (Ef 2,20). Lo Spirito Santo, aprendo ai pagani le porte del regno di Dio, porge a tutti gli uomini il dono della comunione e della condivisione.
Gli uomini, battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (cf. Mt 28,19), secondo la parola di Gesù, diventano dimora, casa, tabernacolo della Santa, Una e Indivisa Trinità: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui ... Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (Gv 14,23; 1Cor 3,16).
Come nella concezione di Gesù tutto deriva dalla potenza dello Spirito Santo, così è lo Spirito Santo a portare a compimento nell’uomo, ri-creato nelle acque del battesimo (2Cor 5,17), il progetto del Padre: «... quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo ... noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (Rom 8,29; 2Cor 3,18).
Subito dopo, la voce del Padre svela agli uomini lì presenti il “mistero” di Gesù: Egli è il Figlio, l’Unigenito, l’amato nel quale il Padre ha posto il suo compiacimento.
Nella cornice maestosa del Battesimo di Gesù vengono aperti «gli occhi dei ciechi» (Is 42,7) perché possano contemplare il mistero della santa Trinità: Gesù, Dio-Uomo; lo Spirito Santo, consacratore divino; il Padre, rivelatore del Figlio.
 
Per approfondire
 
Il battesimo di Gesù nel Giordano. AA. VV.: Il compimento di ogni giustizia - L’effusione dello Spirito su Gesù - Anche Gesù si presenta a Giovanni per sottomettersi al rito di penitenza. La prima caratteristica di questa scena, facilmente percepibile, è quella di un volontario atto di umiltà, voluto da Gesù, che si fa battezzare da Giovanni e in mezzo a tutti, come se anch’egli fosse un peccatore. La penitenza e la conversione erano infatti gli aspetti più appariscenti del battesimo di Giovanni. Perciò, quando Gesù si avvicina per essere battezzato, il Battista rimane confuso e stupito: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te» (Mt. 3,13-15). Gesù però non si scompone: intende «compiere ogni giustizia» (plerósai pàsan dikaiosynen).
Queste parole restano misteriose, nonostante gli sforzi di tanti esegeti per comprenderne il significato. Non è facile infatti comprendere quali titoli di giustizia legassero Gesù a colui che lo battezzava.
Ma una più attenta considerazione ci fa comprendere che alcuni legami certamente esistettero, anche per il fatto che il Battista aveva dedicato l’intera sua esistenza ad attestare la venuta ormai imminente del Messia. Orbene, Gesù, sottomettendosi al rito col quale Giovanni annunciava l’approssimarsi del Messia, attesta per il fatto stesso che la missione del Battista è vera, cioè è realmente da Dio. Il gesto perciò è un pubblico riconoscimento, reso al suo precursore. Prima di esigere che le folle credessero in lui come all’inviato del Padre, Gesù ha ritenuto necessario (oportet) rendere questo omaggio al Battista (implere omnem iustitiam), riconoscere cioè pubblicamente che anche Giovanni era un inviato di Dio, voce che grida nel deserto per preparare la strada al suo Signore. Gesù ha voluto riconoscere questa dignità del Battista non solo a parole, ma con un gesto di umiltà col quale riconosceva e attestava il valore messianico del suo battesimo di penitenza.
D’altra parte, riconoscendo che la missione del Battista era divina, indirettamente Gesù obbligava gli stessi discepoli del precursore e le stesse folle a riconoscere Lui come l’inviato del Padre, poiché tutta la missione di Giovanni è stata una testimonianza e una preparazione alla venuta del Messia.
Sarà Dio stesso anzi a confermare solennemente l’annuncio del Battista, facendo risuonare una voce dal cielo che proclamava Gesù oggetto delle sue compiacenze e inviando su di lui il suo Spirito sotto forma di colomba. Il gesto di scendere nelle acque del Giordano, mescolandosi con la folla dei penitenti che attendevano la salvezza, si trasforma così in evento messianico di capitale importanza.
In questa prospettiva si comprende meglio come e perché in Giovanni che battezza e in Gesù che si fa battezzare si sia «compiuta» ogni giustizia.
Gli evangelisti raccontano che appena Gesù fu battezzato, i cieli si aprirono.
Con questo particolare essi sottolineano l’eccezionalità dell’avvenimento (cf. Ez. 1,1): le attese e le speranze si compiono; la preghiera di Isaia («Apri i cieli e discendi!») viene ora esaudita; Dio interviene per accordare il suo Spirito in maniera speciale, «senza misura» (Gv. 3,34). La colomba che apparve sul Giordano può essere accostata a quella che annunciò a Noè la fine del diluvio (Gen. 8,8-12): essa indicherebbe qui la fine dei tempi del giudizio e l’inizio del tempo della grazia. Ma la scena del Giordano va accostata soprattutto a quella della creazione: lo Spirito si era allora librato sulle acque primordiali significando la potenza di Dio che, con provvidenza amorosa, avrebbe condotto a perfezione l’opera della creazione (Gen. 1,1-2); così ora lo Spirito, scendendo sulle acque del Giordano, inaugura in Cristo la nuova creazione e restituisce all’universo la sua primitiva bontà. Gesù, il Messia consacrato da Dio mediante il suo Spirito, dà inizio a un nuovo mondo, liberato dalle potenze del male. L’effusione dello Spirito lo riveste della potenza di Dio, con la quale egli guarirà e salverà gli uomini peccatori e sconfiggerà l’impero di satana (Atti 10,28). (AA. VV.)
 
Vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba - Questa festa, oggi, è memoria del nostro battesimo, segno sensibile, efficace, indelebile che trasmette e trasfonde la vita personale di Cristo.
Il battesimo «significa e opera la morte al peccato e l’ingresso nella vita della Santissima Trinità attraverso la configurazione al mistero pasquale di Cristo» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1239).
Nel battesimo opera la santissima Trinità: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo» (Mt 28,19).
Il Padre nel battesimo genera i figli di adozione (LG 11), con una filiazione adottiva che è simile e partecipe alla filiazione che il Cristo ha dal Padre.
I «fedeli nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina» (LG 40). È «lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto» (Col 1,13).
Il Figlio partecipa il germe della sua vita personale. È la trasfusione di nuova vita, una rigenerazione piena, divina. Cristo Gesù è il generante: «Quando uno battezza, è Cristo stesso che battezza» (SC 7).
Gesù Cristo incorpora a sé il battezzato, lo introduce nel suo regno, lo ammette nella sua corporeità mistica, lo fa suo consanguineo, lo rende conforme a lui, lo trasforma e lo riveste con la sua personalità: «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,27).
Lo Spirito Santo compie la concezione dei nuovi figli di Dio: «Infatti i credenti in Cristo, essendo stati rigenerati non di seme corruttibile, ma di uno incorruttibile, che è la parola del Dio vivo, non dalla carne ma dall’acqua e dallo Spirito Santo» (LG 9), sono «concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio» (LG 64).
Lo Spirito Santo li inabita, prende possesso del loro cuore, della loro mente, delle loro azioni e li consacra a Dio (LG 10; 44). Inabitati, posseduti dallo Spirito Santo diventano realmente santi: «I seguaci di Cristo, [...], nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi» (LG 40).
Nel credente battezzato la garanzia dell’eredità eterna è data dalla presenza dello Spirito Santo : «In Cristo [...] avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità» (Ef 1,13-14).
Alla divina azione della santissima Trinità si associa l’apostolica azione della Chiesa «una e santa» (Credo). La Chiesa, per l’azione dello Spirito Santo vivo e vivificante, coopera con il Padre e con il Figlio per far nascere con il battesimo nuovi figli: gli uomini sono «incorporati nella Chiesa con il battesimo» (LG 11). Ecco la dimensione comunitaria ed ecclesiale del battesimo.
Con il battesimo i cristiani iniziano ad essere «la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato» (1Pt 2,9). Tanta è la grandezza e la dignità del Battezzato!
 
Battesimo e Spirito Santo: Quando il Signore ricevette il Battesimo, i cieli si aprirono, “lo Spirito Santo discese” su di lui e una voce venuta dal cielo echeggiò come un tuono dicendo: “Questi è il mio Figlio diletto, in cui mi sono compiaciuto” (Lc 3,22). Si deve dunque dire che grazie al Battesimo di Gesù il cielo si è aperto, ed è stata accordata la remissione dei peccati non a colui “che non aveva commesso peccato e nella cui bocca non fu trovato inganno” (1Pt 2,22; Is 53,9), ma al mondo intero; grazie a lui i cieli si sono aperti e lo Spirito Santo è disceso. Il Signore, dopo “essere salito sulle vette trascinando prigioniera la schiavitù” (Sal 68,19; Ef 4,8), comunicò a noi lo Spirito che era venuto a lui, quello Spirito che ci ha donato una volta risuscitato dicendo: "Ricevete lo Spirito Santo. Colui al quale voi rimetterete i peccati, gli saranno rimessi, e colui al quale li riterrete, gli saranno ritenuti" (Gv 20,22-23).
“Lo Spirito Santo discese” sul Salvatore “sotto forma di una colomba”, l’uccello della dolcezza, simbolo dell’innocenza e della semplicità. Ecco perché a noi è ordinato di imitare “l’innocenza delle colombe” (cf. Mt 10,16). Tale è lo Spirito Santo, puro, alato, che si innalza nei cieli. (Origene, In Luc., 27, 5)
 
Testimoni di Cristo - San Tommaso Placidi da Cori, Sacerdote: Nacque a Cori (Lt) il 4 giugno 1655 e venne battezzato con il nome di Francesco Antonio Placidi. A 14 anni restò orfano, facendosi così carico dell’intera famiglia. A 22 anni entrò nell’ordine dei Frati minori francescani, nel convento della Santissima Trinità in Orvieto, assumendo il nome di fra’ Tommaso. Per 5 anni fu allievo del celebre Lorenzo Cozza e nel 1683 a Velletri fu consacrato sacerdote diventando anche predicatore. Esercitò l’apostolato nella diocesi di Subiaco e in quelle confinanti con tale successo da essere indicato fin da subito come «l’apostolo del Sublacense». Le sue predicazioni furono raccolte in un volume manoscritto. Nel suo apostolato si distinse per la pratica esemplare delle virtù cristiane. Più volte durante la Messa ebbe diverse apparizioni. Compì anche alcuni miracoli. Ma il suo nome è legato soprattutto alla grande opera dei «Ritiri» dell’Ordine francescano. Seguendo l’esempio del beato Bonaventura da Barcellona, fondò i «ritiri» di San Francesco a Civitella (ora Bellegra) e a Palombara Sabina. Tommaso morì a 74 anni, nel 1729. (Avvenire)
 
Padre santo,
che nel battesimo del tuo amato Figlio
hai manifestato la tua bontà per gli uomini,
concedi a coloro che sono stati rigenerati
nell’acqua e nello Spirito
di vivere con pietà e giustizia in questo mondo
per ricevere in eredità la vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
10 Gennaio 2026
 
Feria Propria del 10 Gennaio
 
1Gv 4,19-5,4; Salmo Responsoriale Dal Salmo 71 (72); Lc 4,14-22a
 
“Il Signore mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione. (Cf. Lc 4,18)” (Acclamazione al Vangelo)
 
L’Antico Testamento considera la povertà come un male. Le sue cause sono: la propria colpa (Pro 6,9-11; 24,30-34 etc.), le disgrazie (1Re 17,1-16), la prepotenza dei ricchi e dei potenti (specialmente secondo i profeti: Is 5,8; Ger 5,27; Am 5,11; Mic 2,ls; 6,10s). Iahvé è protettore dei poveri (Sal 10,14.17; 14,6; 68,6 etc.). Dopo l’esilio la povertà diventa un concetto religioso (significa pressappoco: umiltà, pietà, Sal 18,28; 70,6; 86,1s; Zc 9,9), senza perdere il suo significato sociale.
I «poveri» non avevano sicurezza ed erano alieni da manovre opportunistiche, perciò potevano spesso essere disprezzati dai potenti, dai ricchi, ma specialmente dalle autorità religiose. Secondo questo mutamento di significato occorre comprendere l’espressione «poveri nello spirito » (Mt 5,3). Specialmente Luca dimostra una grande simpatia per i «poveri» e diffidenza nei confronti dei ricchi (cfr. Lc 6,24-26; J2,15.33s; 14,33), ponendo delle sottolineature o operando certe scelte nel materiale tradizionale; perciò trasforma il testo che troviamo negli altri vangeli (cfr. Mr 10,23-26 par). I ricchi non possono liberarsi da questo marchio di diffidenza con piccole elemosine. Paolo fa accenno alla povertà di Gesù (2Cor 8,9). Una comunità può essere povera esteriormente, ma in realtà ricca a viceversa (Ap 2,9; 3,17).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: La vita dei figli di Dio pone necessariamente delle regole: rompere con il peccato; osservare i comandamenti di Dio, soprattutto quello della carità; guardarsi dagli anticristi e dal mondo. La carità deve essere reale non verbale, operosa non oziosa. Questo amore sincero verso i fratelli è la comprova che il nostro amore verso Dio è veritiero.
 
Vangelo
Oggi si è compiuta questa Scrittura.
 
Il vangelo (Lc 4,14-21) ... fissa lo sguardo su Gesù, l’araldo di una buona novella che egli proclama solennemente: «Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi di lui».
Questa scena, situata nel quadro semplice e abituale della liturgia della sinagoga nel giorno di sabato, fa risatare la novità e la grandezza dell’avvenimento proprio grzie alla sua semplicità. Un uomo del tutto simile agli altri, e ben conosciuto dalle persone di quella borgata in cui è cresciuto. Come tanti altri prima e dopo di lui si alza per leggere la lettura del libro che gli viene viene porto. «Trova» un passo che molti, per non dire tutti, conoscono a memoria per averlo sentito leggere in simili occasioni. Ma improvvisamente nel silenzio, dopo che il libro è stato restituito all’inserviente e il lettore si è seduto, giunge questa affermazione inaudita. «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi».
Dopo tanti secoli e nonostante l’abitudine, tale affermazione conserva ancora tutta la sua forza di novità e di rivelazione. La proclamazione del vangelo si fonda sempre sulla lettura della Legge illuminata dalla profezia.
Ma questa continuità sfocia in una novità assoluta: Gesù, «consacrato con l’unzione», sul quale riposa lo Spirito, «mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio», la cui manifestazione inaugura l’era nuova della salvezza. Gesù, parola eterna e sempre viva di Dio, «Amen» del Padre, compimento delle Scritture, su cui teniamo fissi gli occhi. (I Giorni del Signore)
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,14-22a
 
In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione.
Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca.
 
Parola del Signore.
 
Questa Scrittura oggi si è adempiuta - Subito dopo aver superato le tentazioni nel deserto (Cf. Lc 4,1-13), Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo. Gesù inizia il suo ministero in Galilea pieno di Spirito Santo, che è il protagonista della intera opera lucana. Non a caso il Libro degli Atti degli Apostoli è stato chiamato il Vangelo dello Spirito Santo.
Nazaret, il villaggio dove Gesù «era cresciuto» (Lc 4,16), non è menzionata né dallo storico Giuseppe Flavio, né nel Talmud. San Girolamo nel V secolo affermava che fosse un viculus ovvero un piccolo villaggio, abitato da un centinaio di persone. A Nazaret l’angelo del Signore aveva annunciato alla vergine Maria la nascita del Figlio dell’Altissimo, il Salvatore del mondo (Cf. Lc 1,32.35).
Gesù, come tutti gli Ebrei, amava frequentare la sinagoga che è l’edificio in cui gli Israeliti si radunavano per pregare, per leggere e per studiare la Legge. Il decano degli anziani, il quale era incaricato della celebrazione, a volte invitava qualcuno dei presenti a predicare. Fu così che Gesù venne invitato a leggere il profeta Isaia.
Il brano che Gesù legge è tratto dal libro di Isaia (61,1ss) dove il profeta, da parte di Dio, annunzia un messaggio di consolazione al popolo d’Israele. Ma in verità il testo isaiano non era scritto sul rotolo perche è frutto del lavoro redazionale di Luca che ha fuso insieme Is 61,1-2 e 58,6.
Lo Spirito del Signore... mi ha mandato... a proclamare l’anno di grazia del Signore. Il giubileo, prescritto ogni cinquanta anni (Cf. Lv 25,10), era stato istituito per donare la libertà agli schiavi e la restituzione dei beni patrimoniali.
L’anno di grazia, «con cui termina questa profezia, non è altro che il tempo di perdono che Dio accorda a quanti gli si accostano con sentimenti di umiltà e di povertà, il tempo della pace, nel senso più vasto del termine: la pace di Dio, intesa come suo dono amoroso; la pace di Dio, intesa come bene atteso dall’alto; la pace con Dio, intesa come riconciliazione col suo amore» (Carlo Ghidelli).
Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato. In Gesù questa Scrittura si compie perfettamente, ma in una dimensione molto più ampia in quanto raggiunge l’uomo nella sua totalità. I destinatari di questa Buona Novella sono i poveri, cioè gli umili, i deboli, i piccoli e i contriti di cuore che da sempre, per la loro obbedienza alla volontà di Dio, hanno attirato sulla terra lo sguardo benevolo del Padre fino a costringerlo amorevolmente a mandare il Verbo, la cui «incarnazione costituisce l’attestato più eloquente della sua premura nei confronti degli uomini» (Teodereto di Ciro).
In Gesù di Nazaret il Padre compie il suo progetto di salvezza e il suo compimento non è una resa di conti, ma è gioia, festa: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza» (Ne 8,10). Il Vangelo, che sostanzialmente è una buona notizia, quando è veramente compreso, rallegra il cuore di chi lo accoglie, e porta a condividere questa gioia: chi è contento desidera che anche gli altri lo siano.
La profezia si è compiuta in Gesù e la sua stessa presenza rappresenta «l’oggi della salvezza, il compimento della Scrittura appena letta. Gesù con la sua parola non annunziava soltanto, ma attuava la salvezza divina, contenuta nelle promesse profetiche ... La parola di Gesù diventa evento salvifico, vivo, attuale» (Angelico Poppi). Quella di Gesù è un’affermazione che dovrebbe far sognare ad occhi aperti tutti gli uomini: un sogno che diventerà realtà quando finalmente l’umanità, varcata la soglia della vita terrena, per essa si spalancheranno per sempre le porte della casa del Padre.
 
Per approfondire
 
La buona novella annunciata da Gesù, è che il regno di Dio si inaugura con la sua stessa parola: «Beati i vostri occhi perché vedono e le vostre orecchie perché ascoltano. Perché in verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete e non l’hanno visto, e udire ciò che voi udite e non l’udirono» (Mt 13, 16 par.). Che cosa dunque hanno visto e udito? Innanzitutto degli esorcismi interpretati da Gesù stesso: «Ma se io scaccio i demoni in virtù del dito di Dio, è dunque venuto per voi il regno di Dio» (Lc 11, 20 par.); infatti il nemico è vinto: «Vedevo Satana cadere dal cielo come la folgore» (10, 18). Poi, dei miracoli che attestano, secondo Gesù, che si è entrati in un’era nuova: «I ciechi vedono e gli zoppi camminano diritti, i lebbrosi sono purificati e i sordi sentono, i morti risuscitano». Infine hanno ascoltato la scelta definitiva di Gesù, ancora più importante: «Ai poveri è annunziata la buona novella» (Mt 11, 5 par.).
Perché, parlando così, Gesù dichiara che si è realizzata la profezia di Isaia (Is 29, 17 s; 35, 5 s; 61, 1). Ai suoi occhi, infatti, l’annuncio è escatologico: porta a compimento il disegno di Dio, ricapitolandolo. Gesù quindi si colloca in rapporto al VT.
Ammira Giovanni come l’ultimo e il più grande dei profeti: «In verità vi dico: fra i nati di donna non è apparso uno più grande di Giovanni Battista», ma poiché il regno di Dio ha inaugurato una era nuova, Gesù prosegue: «e tuttavia il più piccolo del regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11, 11 s). La radicale novità del regno di Dio non consiste solo nel fatto della sua presenza, ma nella sua natura. «Dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono (strappandolo a quelli che vogliono entrarvi)» (Mt 11, 12).
Gesù perciò deve ergersi contro i seguaci dell’ordine sabbatico e rituale istituito dai dottori della legge con la loro casistica e le loro sottigliezze (Mt 15, 1-20; 23, 1-33). Ma deve anche purificare l’attesa dei suoi contemporanei che confondono regno di Dio e liberazione nazionale e terrena (Mt 16, 22; 20, 21; 21, 9 par.; Lc 19, 11; 22, 38; 24, 21; Gv 6, 15; Atti 1, 6). Gesù stabilisce anche le distanze da Giovanni Battista (Mt 11, 3): come lui, esige la piena conversione, ma, anziché annunciare l’imminente condanna da parte di un Dio vendicatore (Mt 3, 7-10), proclama un anno di grazia (Lc 4, 19). Questa è la situazione unica nella quale Gesù ritiene di trovarsi. La gioia è promessa a coloro che scoprono il tesoro (Mt 13, 44 s). Beati quelli che vivono quell’ora! (Xavier Léon-Dufour)
 
Mondo - La concezione biblica del mondo è in evidente contrapposizione alla concezione greca che attraverso la teologia è riuscita a penetrare nel pensiero cristiano e a caratterizzarlo in molteplice modo fino ai giorni nostri. L’idea greca per cui dio (gli dèi) e mondo costituiscono un tutto onnicomprensivo, divino, un mondo ben ordinato, è un elemento costitutivo di fondo della mentalità magico-religiosa del mondo circostante la Bibbia.
Rispetto a questo la cosmologia veterotestamentaria rappresenta una desacralizzazione: se Dio è l’altro (Sal 97,5ss), il partner (Sal 24,1), il creatore (Gen 1; 2; Sal 104) del mondo, allora esso, in quanto sua creazione non è più nulla di divino (cf. Es 20,2-6), ma ambito di vita secolarizzato dell’uomo, scena della storia della salvezza, mondo in divenire, affidato e ordinato all’uomo (Gen 1,26ss).
Questa nuova comprensione del mondo, che fu introdotta con forza contro i miti e le cosmogonie radicati nel mondo circostante, si dipana anche lungo il NT. In modo ancora più chiaro che nell’AT emerge il contrasto acuto della chiesa primitiva, con la concezione sacralizzata del mondo tipica del suo mondo circostante. La conseguenza è un concetto di mondo a più livelli:
1. il NT nutre poco interesse per asserzioni “naturali” sul mondo. Dove sembrano essere presenti, esse sono sempre a servizio dell’annuncio di carattere storico-salvifico e riflettono l’immagine antico-orientale del mondo, e non rappresentano dunque il kerygma centrale.
2. La maggior parte delle affermazioni sul mondo sono perciò intese in senso tropologico (per es. Gv 3,16) e di per sé andrebbero tradotte con “umanità”.
3. Le asserzioni sul mondo presenti in Paolo e in Giovanni testimoniano quasi esclusivamente il contrasto con la cosmologia gnostico­dualistica del loro tempo, secondo la quale il mondo è diventato un’entità. a sé stante e rappresenta l’umanità senza Dio. L’uomo, che per natura è mondo, è perciò in costante pericolo di rafforzarsi nell’atteggiamento dell’empietà autonoma.
4. L’impegno mondano di coloro che con la fede in Gesù Cristo si sono liberati dall’empietà, ridonando al mondo il carattere originario di creazione, non consiste né nella gioia del mondo, né nella fuga dal mondo, ma nel servizio al mondo. (Gottfried Hierzenberger)
 
Quando tu leggi: «E insegnava nelle loro sinagoghe e tutti celebravano le sue lodi», stai attento a non credere che soltanto quelli siano stati felici, mentre tu sei stato privato del suo insegnamento. Se la Scrittura è la verità, Dio non ha parlato soltanto allora nelle assemblee giudee, ma anche oggi parla in questa nostra assemblea; e non soltanto qui, nella nostra Chiesa, ma anche in altri consessi e in tutto il mondo Gesù insegna, cercando gli strumenti per trasmettere il suo insegnamento. Pregate dunque affinché egli trovi anche in me uno strumento idoneo e ben disposto a parlare di lui. Così, come Dio onnipotente, cercando dei profeti, al tempo in cui gli uomini avevano bisogno delle profezie, trovò per esempio Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele; del pari Gesù cerca strumenti con cui trasmettere la sua Parola, e ammaestrare i popoli nelle loro sinagoghe ed essere glorificato da tutti. Oggi Gesù è «più glorificato da tutti» che non in quel tempo in cui era conosciuto in una sola regione. (Origene)
 
Testimoni di Cristo - San Gregorio di Nissa - È uno dei più importanti Padri della Chiesa d’Oriente. A lui si deve il primo trattato sulla perfezione cristiana, il «De virginitate». Nato intorno al 335, a differenza del fratello Basilio, futuro vescovo di Cesarea, inizialmente non scelse la vita monastica ma gli studi di filosofia e retorica. Fu solo dopo aver insegnato per anni che raggiunse Basilio ad Annesi, sulle rive dell’Iris, dove si era ritirato insieme a Gregorio di Nazianzo. E quando Basilio fu eletto alla sede arcivescovile di Cesarea, volle i suoi due compagni come vescovi a Nissa e a Sasima. Nella sua sede episcopale Gregorio dovette affrontare non poche difficoltà: accuse mossegli dagli ariani lo portarono nel 376 all’esilio, ma quando si scoprì che erano false venne reintegrato nella sede. Nel 381 i padri che con lui parteciparono al Concilio Costantinopolitano I lo definirono la «colonna dell’ortodossia». Morì intorno al 395. (Avvenire)
 
O Padre, che nel tuo Figlio hai fatto sorgere
su tutti i popoli la luce eterna,
concedi a noi di riconoscere la gloria del redentore, 
perché, illuminati dalla sua presenza,
giungiamo al giorno che non tramonta.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 9 Gennaio 2026
 
Feria Propria del 9 Gennaio
 
1Gv 4,11-18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 71 (72); Mc 6,45-52
 
“Gloria a te, o Cristo, annunciato fra le genti, gloria a te, o Cristo, creduto nel mondo” (Cf. 1Tm 3,16 - Acclamazione al Vangelo)
 
Leggiamo il meraviglioso inno cristologico da cui è tratto questo versetto posto come “Acclamazione al Vangelo”: “Non vi è alcun dubbio che grande è il mistero della vera religiosità: egli fu manifestato in carne umana e riconosciuto giusto nello Spirito, fu visto dagli angeli e annunciato fra le genti, fu creduto nel mondo ed elevato nella gloria”.
Gesù è il “grande mistero della religiosità”, e l’apostolo Paolo ne descrive i punti salienti. l’Incarnazione: fu manifestato in carne umana; riconosciuto nello Spirito: mediante la risurrezione dai morti e il dono dello Spirito Gesù è stato proclamato e riconosciuto giusto (Rm 1,4); visto dagli angeli: gli angeli che per primi hanno conosciuto il mistero della Incarnazione di Gesù, e la sua divinità; annunciato fra le genti: è l’opera missionaria della Chiesa il cui annuncio è giunto sino agli estremi confini della terra; fu creduto nel mondo: accolto nella fede dagli uomini di buona volontà immergendosi nelle acque salutari del battesimo; ed elevato nella gloria: che corona l’opera della redenzione (cfr. Ef 1,20).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Non c’è timore nell’amore - «Nessuno ha mai visto Dio», afferma la prima lettura, facendo eco al prologo del quarto vangelo. Allora, come possiamo essere sicuri di vivere in comunione con Dio? Ecco di nuovo il criterio dell’amore, il criterio preferito da Giovanni, insieme alla fede nel Figlio di Dio fatto uomo: «Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi».
E questo è il motivo e il fondamento dell’amore fraterno: se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amar. gli uni gli altri. Dato che Dio è Amore, ogni vero amore ha in lui la sua sorgente e il suo modello.
San Giovanni prosegue dicendo: «Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore ». Lo Spirito che Dio ci dà non è di schiavi ma di figli; non è di timore, ma di amore.
Timore è ciò che sentono gli apostoli quando remando di notte controvento, vedono Gesù camminare sulle acque come un fantasma. La loro paura è forte perché il loro amore è ancora debole. L’evangelista aannota opportunamente che «essendo il loro cuore indurito» non avevano capito i segni della manifestazione divina di Gesù, né adesso che aveva camminato sulle acque e aveva calmato il vento, né prima quando aveva moltiplicato i pani. (Basilio Caballero, La Parola per Ogni Giorno)
 
Vangelo
Videro Gesù camminare sul mare.
 
 Gesù è all’apice della popolarità, e poiché il fervore messianico costituisce per lui una tentazione, per non cedere alle lodi della folla si ritira sul monte, tutto solo a pregare. Se gli occhi sono rivolti al cielo, il cuore segue le vicende terrene della piccola barca di Pietro, che tra i marosi corre il rischio di naufragare. Il salvataggio ha del prodigioso, e se i discepoli credono di vedere un fantasma, lo stesso dubbio ricorrerà nelle apparizioni pasquali (Lc. 24,37-39), immantinente si manifesta loro: Coraggio, sono io, non abbiate paura! Questa espressione è  una formula di rivelazione, letteralmente potremmo tradurla “Io Sono”, una espressione attribuita solo a Dio (Es 3,14). I discepoli non riconoscono Gesù perché non avevano compreso il fatto dei pani, e il loro cuore era indurito. Ciò significa che furono incapaci di comprendere il segreto dell’identità di Gesù (Mc 4,13.40, 7,18; 8,17-21). Se essi avessero penetrato il mistero della moltiplicazione miracolosa, avrebbero riconosciuto chi era colui che veniva camminando sulle acque del mare.

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,45-52
 
[Dopo che i cinquemila uomini furono saziati], Gesù subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, a Betsàida, finché non avesse congedato la folla. Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare. 
Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli, da solo, a terra. Vedendoli però affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario, sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare, e voleva oltrepassarli. 
Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: «È un fantasma!», e si misero a gridare, perché tutti lo avevano visto e ne erano rimasti sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». E salì sulla barca con loro e il vento cessò.
E dentro di sé erano fortemente meravigliati, perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito.
 
Parola del Signore.
 
Dopo che i cinquemila uomini furono saziati ... - José Maria González-Ruiz (Il Vangelo secondo Marco): Si tratta d’un racconto caratteristico di Marco, e ci porta alla chiave ermeneutica del suo vangelo. A dispetto della spettacolare dimostrazione dei pani e dei pesci, Gesù non accetta di essere considerato come una specie di divo che dev’essere ammirato. Per prima cosa, infatti, egli si separa dai suoi discepoli per evitare che essi cedano alla tentazione di comportarsi come ammiratori fanatici, e si ritira a pregare nella solitudine. Ma, .anche qui, la sua preghiera non era evasiva e disimpegnata: se da una parte guardava il cielo, dall’altra seguiva le vicissitudini umane dei suoi discepoli.
Questi, infatti, si trovavano in un momento difficile, dovendo remare contro corrente per il vento che soffiava contro di loro. Per questo, egli decide di compiere un prodigio. Come sempre, il miracolo non era altro che l’uso del potere divino in favore degli uomini. Gesù non intende imporre il miracolo ai suoi discepoli, tanto che si comporta come se volesse lasciarli alle sue spalle. E allora, i discepoli gridano pensando che, si tratti d’un fantasma.
Qui abbiamo nuovamente un particolare molto caratteristico del secondo vangelo: la sua profonda allergia a tutto quello che potrebbe sapere di magia. I discepoli, infatti, sono come tutti gli altri, e persino come i non credenti; per questo la loro prima interpretazione del miracolo è che si tratti d’un fantasma, d’una cosa sognata da loro in un momento d’angustia. Gesù però umanizza il miracolo: «Coraggio, sono io; non temete».
Per il credente il miracolo è la potenza di Dio che si rivela agli uomini per aiutarli a superare la paura, l’angu­stia e ogni genere di alienazione. Perciò, un possibile miracolo, pubblicizzato con abbondanza di segni abba­glianti, non è segno di Dio. Si tratta realmente d’una «fantasia». Il secondo evangelista non mette in evidenza il miracolo come argomento razionale della presenza di Dio, dato che Gesù fa cose che gli uomini non possono fare. Non si tratta di questo. A Gesù è attribuito un potere taumaturgico; ma quello che apre i discepoli alla fede è l’uso che Gesù fa del suo potere in favore delle necessità umane.
Questo atteggiamento di Gesù può non essere compreso dagli stessi discepoli. Perché Gesù non usa questo potere per liberarli dalla dura necessità del lavoro di ogni giorno? Per questo l’evangelista conclude il racconto dicendo che i discepoli non avevano compreso nulla del precedente episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci: la loro mentalità era ancora offuscata, o meglio, la loro fede non era ancora matura,
Probabilmente essi si attendevano una dichiarazione di principio e l’inizio della marcia per la conquista del potere. Non possiamo infatti dimenticare che quest’episodio corrispondeva ai tempi migliori della marcia del popolo attraverso il deserto verso la terra promessa (Es 16,15; Sal 78,24). In una parola non bisognava perdere il tempo nella ricerca del pane di ogni giorno: sarebbe stato bene dedicarsi alla «rivoluzione» lasciando a Dio la cura di provvedere miracolosamente il pane al suo popolo. La tesi di Gesù è scoraggiante: la «rivoluzione» dev’essere fatta con le proprie braccia. Dio non è un surrogato del lavoro umano.
 
Per approfondire
 
1 Giovanni - I contenuti: Un autorevole esponente della Chiesa delle origini attinge alla propria esperienza di vita, trascorsa con Gesù, per insegnare ai suoi cristiani le condizioni da osservare per avere la comunione con Dio e la gioia. Dio è luce, è giusto, è amore; da queste caratteristiche derivano i dettami riguardanti la vita concreta: occorre evitare il peccato, vivere la retta fede, praticare il comandamento dell’amore. L’insegnamento mette in guardia contro dottrine erronee, sia nei confronti della fede sia nei confronti del comportamento pratico. L’adesione al mistero di Gesù, Cristo e Figlio di Dio incarnato, insieme al riconoscimento dell’universale condizione di peccato, rende partecipi della salvezza che Dio offre ai "figlioli" (2,1.12.18), attraverso l’invio del suo Figlio. Il contenuto di prima Giovanni può essere riassunto in questo schema:
Testimoni di Gesù (1,1-4)
Dio è luce (1,5-2,29)
Dio è giusto (3,1-4,6)
Dio è amore (4,7-5,17)
Conclusione (5,18-21).
Le caratteristiche: Questa lettera non riporta né il nome dell’autore né quello dei destinatari e non contiene neppure il saluto iniziale o finale, pur supponendo una cerchia di interlocutori. Si è parlato di omelia, o di trattato teologico, oppure di una esortazione. In realtà l’autore scrive un’opera parzialmente epistolare per trattare i problemi sorti nell’ambiente dei suoi lettori, alternando istruzioni ed esortazioni. Il linguaggio ha forti somiglianze con quello del vangelo di Giovanni. In particolare, ricorre sovente a uno schema dualistico, nel quale si contrappongono coloro che sono nati da Dio, i “figli della luce”, a coloro che non lo sono, i “figli delle tenebre”. È usata con rilievo la terminologia di verità, conoscenza (e riconoscimento), visione. Questo linguaggio si adegua a un ambiente in cui si stava diffondendo un modo nuovo di pensare e di parlare, che sarebbe poi sfociato in correnti ereticali di carattere cristologico (in particolare il docetismo e lo gnosticismo) e di carattere morale (ritenersi immuni da ogni peccato: 1,8-10).
L’origine: L’autore della lettera non dichiara mai il proprio nome. La tradizione antica e le caratteristiche del pensiero e dell’insegnamento dello scritto attestano l’identità di questo autore con l’autore del vangelo di Giovanni: se non è il figlio di Zebedeo, deve trattarsi di persona a lui assai vicina. È quindi lecito parlare di un autentico scritto “giovanneo”. Il confronto della lettera con il quarto vangelo fa pensare che probabilmente (ma la cosa è discussa) sia stato scritto prima il vangelo e che la lettera applichi l’esempio e l’insegnamento di Gesù alla situazione delle comunità cristiane contemporanee, nell’area soprattutto dell’Asia Minore, in particolare di quella efesina. Il tempo di composizione dello scritto sarebbe allora di poco posteriore a quello del vangelo: negli ultimi anni del primo secolo. (Bibbia Edu)
 
La preghiera di Gesù  - 1. La sua preghiera e la sua missione. - Nel vangelo nulla rivela la necessità assoluta della preghiera meglio del posto che essa occupa nella vita di Gesù. Egli prega spesso sul monte (Mt 14, 23), solo (ibid.), in disparte Lc 9, 18), anche quando «tutti [lo] cercano» (Mc 1, 37). Si avrebbe torto di ridurre questa preghiera al solo desiderio dell’intimità silenziosa con il Padre: essa concerne la missione di Gesù o l’educazione dei discepoli, che sono menzionate in quattro citazioni della preghiera proprie di Luca: nel battesimo (3, 21), prima della scelta dei dodici (6, 12), al momento della trasfigurazione (9, 29), prima dell’insegnamento del Pater (11, 1). La sua preghiera è il segreto che attira coloro che gli sono più vicini ed in cui egli li fa sempre più entrare (9, 18). Essa li concerne: egli ha pregato per la fede dei suoi. Il legame tra la sua preghiera e la sua missione è evidente nei quaranta giorni che la inaugurano nel deserto, perché fanno rivivere, superandolo, l’esempio di Mosè. Questa preghiera è una prova per l’orante: Gesù, meglio di Mosè, trionferà del progetto satanico di tentare Dio (Mt 4, 7= Deut 6, 16: Massa), ed ancor prima della sua passione ci fa vedere di quali ostacoli dovrà trionfare la nostra stessa preghiera.
2. La sua preghiera e la sua passione. - La prova decisiva è quella della fine, quando Gesù prega e vuole far pregare con sé i suoi discepoli sul Monte degli Ulivi. Questo momento contiene tutta la preghiera cristiana; filiale: «Abba»; sicura: «tutto ti è possibile»; prova di obbedienza in cui è respinto il tentatore: «non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14, 3 6). Ed anche brancolante, come le nostre, quanto al suo vero oggetto.
3. La sua preghiera e la sua risurrezione. - Esaudita infine al di là dell’attesa. Il conforto dell’angelo (Lc 22, 43) è la risposta immediata che il Padre dà per il momento presente, ma la lettera agli Ebrei ci fa vedere in un modo radicale ed ardito che è la risurrezione ad esaudire questa preghiera così veramente umana di Cristo, «nei giorni della sua carne, avendo innalzato, con un forte gemito e con lacrime, preghiere e suppliche a colui che lo poteva salvare dalla morte, ed essendo stato esaudito a motivo della sua «pietà» (Ebr 5, 7). La risurrezione di Gesù, momento centrale della salvezza dell’umanità, è una risposta alla preghiera dell’uomo-Dio che riprende tutte le domande umane della storia della salvezza (Sal 2, 8: «chiedimi»). (P. Beauchamp)
 
L’esempio di Cristo orante - Ambrogio, Commento al Vangelo di san Luca, 5,43: E passò la notte in preghiera a Dio (Lc 6,12). Ecco che ti viene indicato un esempio, ti viene offerto un modello da imitare. Cosa non dovrai tu fare per la tua salvezza, mentre per te Cristo passa la notte in preghiera? Cosa ti conviene fare, quando vuoi intraprendere qualche opera buona, se consideri che Cristo, al momento di inviare gli apostoli, ha pregato, e ha pregato da solo? Se non mi sbaglio, in nessun luogo si trova che egli abbia pregato insieme con gli apostoli: ovunque egli prega da solo. Il disegno di Dio non può essere disturbato da desideri umani, e nessuno può essere partecipe dell’intimo pensiero di Cristo.
 
Testimoni di Cristo - Beata Alessia Le Clerc, Religiosa: Nacque a Remiremont in Francia il 2 febbraio 1576. A 20 anni decise di consacrarsi a Dio con il voto di castità. Incontrò san Pietro Fourier (1565-1640) allora parroco di Mattaincourt e un anno dopo, la notte di Natale del 1597, insieme a quattro compagne incominciò il suo apostolato: l’insegnamento alle fanciulle povere. Nel 1598 aprì la prima scuola a Poussay. L’Istituzione fu approvata nel 1603 dal cardinale legato di Lorena e poi nel 1615 e 1616 da papa Paolo V; un anno dopo, nel novembre 1617, fu eretto il primo monastero ufficiale della Congregazione con clausura e Alessia Le Clerc, con le compagne, poté iniziare l’anno del noviziato, prendendo il nome di suor Maria Teresa di Gesù. Dopo aver emesso i voti nell’anno successivo, fu eletta superiora generale, carica che tenne fino al dicembre 1621. Morì il 9 gennaio 1622, nella Casa di Nancy. (Avvenire)
 
O Dio, luce del mondo,
concedi a tutte le genti
il bene di una pace duratura
e fa’ risplendere nei nostri cuori
quella luce radiosa
che illuminò la mente dei nostri padri.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.   
 
 
 
 
 
 
8 Gennaio 2026
 
Feria Propria del 8 Gennaio
 
1Gv 4,7-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 71 (72); Mc 6,34-44
 
“Il Signore mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione” (Cf. Lc 4,18 - Acclamazione al Vangelo).
 
Gesù ritorna in Galilea e arriva a Nazareth, nei luoghi che lo hanno visto crescere, e comincia ad annunciare ai suoi conterranei la Buona Notizia del Regno di Dio. Il sabato, come era consueto fare, va alla sinagoga e lì si rivela, con la potenza dello Spirito Santo, per quello che è: l’inviato dal Padre per annunciare la Buona Notizia ai poveri, proclamare la libertà ai prigionieri, restituire la vista ai ciechi e la libertà agli oppressi.
È un altro inizio, che parte da quel luogo insignificante e sconosciuto “ai grandi della terra”: che è Nazareth.
Questa manifestazione è per noi un insegnamento. È dentro la concretezza dei nostri giorni, dentro la nostra povertà, che Dio ci raggiunge per aiutarci a scoprire i talenti che possediamo e a metterli a frutto, lasciandoci guidare dalla potenza dello Spirito, per crescere come persone e come cristiani e far crescere la bontà e la pace nell’ambiente in cui viviamo. (Sr. Gianoli Monica)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: L’amore per gli altri testimonia che Dio, nella sua essenza, è amore ed è con l’amore che si fa presente alla nostra vita. Chi ama offre l’unico segno tangibile per dimostrare di essere figlio di Dio e di conoscere la pienezza del suo amore: chi è senza amore è anche senza Dio. La rivelazione della natura dell’amore di Dio è nel dono del Figlio, che egli ha mandato perché, liberati dai peccati, potessimo condividere l’intimità dell’unione con lui. L’amore per il prossimo dev’essere dello stesso tipo, autentico e misericordioso; ed è proprio quest’amore la prova che rende possibile la conoscenza e la visione di Dio.
4,8: Chi non si lascia plasmare dall’amore non arriva a conoscere Dio. Perché non è entrato nella sua realtà, che - come viene subito spiegato - è una realtà d’amore. Ciò significa che l’amore è connaturato con lui e che il suo amore per gli uomini non dipende da ciò che essi sono, ma da ciò che egli è. (Il Nuovo Testamento)
 
Vangelo
Moltiplicando i pani, Gesù si manifesta profeta.
 
L’intenzione di Marco è quella di raccontare un miracolo realmente compiuto da Gesù, ma è chiaro che la prima generazione cristiana, illuminata dalla luce del Risorto e ammaestrata dallo Spirito Santo, diede un’importanza particolare al prodigio. In Gesù Dio sazia la fame materiale e spirituale del suo popolo: lo fa con un pane misterioso che è il corpo del Cristo donato al mondo per la sua salvezza. Gesù, nuovo Mosè, nutre la folla nel deserto, e agisce come i grandi uomini di Dio; per esempio, come Eliseo il quale saziò con un miracolo la fame di cento uomini (2Re 4,42-44).

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,34-44
 
In quel tempo, sceso dalla barca, Gesù vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare». Ma egli rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». Ma egli disse loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Si informarono e dissero: «Cinque, e due pesci».
E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti.
Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.

Parola del Signore.
 
Dare agli uomini il pane di ogni giorno - La moltiplicazione dei pani e dei pesci è un avvenimento che impressionò profondamente coloro che ne furono testimoni. Solo così si spiega il fatto insolito che sia stato riferito dai quattro evangelisti. Anzi, Marco ne parla due volte, giacché si può supporre che la seconda moltiplicazione dei pani (8,1-10) sia un doppione della prima.
Alcuni credono che si tratti d’un fatto puramente leggendario, costruito sulla base del parallelo del secondo libro dei Re (4,42-44): « Da Baal-Salisa venne un individuo che offrì primizie all’uomo di Dio, venti pani di orzo e farro che aveva nella bisaccia. Eliseo disse: Dàllo da mangiare alla gente. Ma colui che serviva di se: Come posso mettere questo davanti a cento persone? Quegli replicò: Dàllo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: ne mangeranno e ne avanzerà anche. Lo pose  davanti, che mangiarono e ne avanzò. secondo la parola del Signore».
Fra il racconto del VT e il secondo vangelo, vi sono evidenti analogiee; ma questo basta a spiegare la forza e la vivacità dell racconto evangelico? Bisogna ammettere che il modello del VT abbia influito almeno sullo stile della narrazione evangelica. Si potrebbe anche supporre che Gesù si sia riferito implicitamente alla storia di Eliseo quando disse «Voi stessi date loro da mangiare».
La composizione  del racconto non presenta davvero tratti leggendari; anzi, la sobrietà la coerenza della narrazione mettono in evidenza l’enorme impatto che l’avvenimento produsse nei discepoli. Né dobbiamo dimenticare la vicinanza topografica e cronologica della comunità cristiana in seno alla quale nacque il secondo vangelo.
Qui, Gesù è presentato come il buon pastore: che porta con suo il gregge per farlo riposare e dargli da mangiare in un luogo appartato e ricce di erba fresca. L’immagine del buon pastore, usata spesso dai profeti, comporta, in primo luogo, la distribuzione della parola. Quindi, Gesù «si mise a insegnare lore molte cose». In un secondo momento, egli si preoccupa anche del cibo materiale. La prima finalità del buon pastore non era quella di far stupire quella povera gente con un miracolo spettacolare.
Questa mentalità razionalista non si riscontra mai nelle comunità cristiane primitive.
Ne i discepoli si meravigliano del potere taumaturgico di Gesù che già davano per scontato, Si meravigliano piuttosto che questo potere fesse esercitato nel dare agli uomini il loro pane di ogni giorno, non in un senso metaforico, ma in un senso realistico, concreto. Il vangelo non si limita a belle parole, non è solo una bella e originale «interpretazione della storia umana», ma è una forza vitale che spinge i credenti a contribuire positivamente alla trasformazione della storia. (Felipe F. Ramon)
 
Per approfondire
 
Il commento a 1 Giovanni 4, 7-10 ruota attorno al tema centrale: “Dio è amore”. Questo brano esorta i credenti ad amarsi reciprocamente perché l’amore è un segno distintivo di Dio, che è la fonte di ogni amore; chi ama è generato da Dio, conosce Dio, e chi non ama non ha conosciuto Dio, poiché Dio si è manifestato attraverso l’invio del Suo Figlio, Gesù, come sacrificio per i peccati. L’amore, quindi, non è un sentimento astratto ma un atto pratico di donazione, che ci rende partecipi della vita divina. 
Punti chiave del commento - Origine dell’amore: L’amore vero nasce da Dio, è un “germe divino” che ci rende figli Suoi. Non è una nostra invenzione, ma un riflesso dell’amore di Dio per noi.
Conoscere Dio attraverso l’amore: Si conosce Dio non solo a parole, ma vivendo l’amore verso il prossimo. Amare è la prova che siamo stati generati da Dio e che lo conosciamo veramente.
Dio è amore: Questo è il fulcro del messaggio. L’essenza di Dio è amore, e questo amore si manifesta concretamente nel dono di Suo Figlio, Gesù, come espiazione per i nostri peccati.
Amore reciproco come comandamento: Dal momento che Dio ci ha amati per primo (e in modo supremo), anche noi abbiamo il dovere di amarci gli uni gli altri. Questo amore fraterno è la dimostrazione della presenza di Dio in noi.
Conseguenza pratica: L’amore di Dio si perfeziona in noi quando amiamo il nostro fratello. Se uno dice di amare Dio ma odia il fratello che vede, è un bugiardo, perché non può amare Dio che non vede se non ama chi gli è vicino. 
In sintesi: Il passaggio invita a un’esperienza di fede concreta e relazionale. L’amore, radicato in Dio e manifestato in Gesù, ci trasforma, rendendoci capaci di amare il prossimo e di farci testimoni di questo amore nel mondo, superando schemi e differenze. (AI Overview)
 
Il pane - Il pane era il genere alimentare più importante d’Israele, in origine fatto di un impasto di orzo, leguminacci acidi, lenticchie e altri ingredienti e quindi messo al forno: la Palestina era un paese povero. In seguito andò sempre più diffondendosi il pane di frumento, che però soltanto lo strato più benestante della popolazione poteva permettersi, mentre il pane d’orzo rimaneva il cibo, sovente quasi unico, dei poveri [....]. In caso di una visita inaspettata (Gn 19, 3) o durante il raccolto (Rt 2,14) si mangiava pane fatto di pasta non lievitata o più semplicemente chicchi di frumento tostati; questo tipo di cibo veniva portato dietro, come vivanda quasi indeperibile, quando capitava di doversi mettere in viaggio all’improvviso (1Sam 17,17), come avvenne partendo dall’Egitto (Es 12,8.11.34.39).
La festa del pane non lievitato (festa degli azzimi) viene ricondotta, secondo Es 12,14-20; 13,3ss, a questa improv­visa partenza; nella sua celebrazione viene riattualizzata ogni anno la liberazione dal­l’Egitto ad opera di Dio. Nel culto israelitico la farina o il pane venivano usati come offerta nel sacrificio alimentare (di origine preisraelitica; Lv 2).
Anche in questo caso si offriva soltanto pane non lievitato. Si narra anche di dodici «pani dell’offerta», che si trovavano su un tavolo speciale, nel santuario d’Israele (Es 25,30; 1Cr 28,16). Si trattava di focacce di pane non lievitato che venivano deposte come offerta al cospetto di Jahvé.
Nel banchetto giudaico antico, il padrone di casa prendeva in mano il pane che gli stava davanti e pronunciava su di esso la benedizione: «Sia lodato Jahvé, nostro Dio, re del mondo, che fa crescere il pane dalla terra». Gli ospiti rispondevano con l’amen.
Quindi l’ospitante porgeva a tutti un pezzo di pane e ne mangiava per primo. Anche Gesù, saldamente radicato nella tradizione del suo popolo, ha pronunciato questa benedizione sul pane, come rispecchiano sia i racconti dei miracoli dei pani (Mc 6,41 par.) sia il racconto della cena.   
Poiché al tempo e nell’ambiente storico del NT il pane rappresentava l’alimento fondamentale, pane, oltre al suo significato specifico in senso stretto, può indicare anche alimento e sostentamento in generale (del resto anche noi diciamo «pane e lavoro», «guadagnare il pane» ecc.). Così il figlio prodigo si ricorda in terra straniera che gli operai giornalieri alle dipendenze di suo padre hanno pane in abbondanza (e cioè abbastanza di che vivere) (Lc 15, 17). Perciò «mangiare il pane» ha il significato generale di  prendere un pasto (Is 65,25); spezzare il proprio pane per chi è affamato significa dargli da mangiare e assi­sterlo (Is 58,7.10). Se uno non mangia «gratuitamente il pane di alcuno», vuol dire che non vive alle spalle degli altri, ma del proprio lavoro (2Ts 5,8). Chi si astiene dal pane e dal vino è un asceta che digiuna (Lc 7,33); la quarta richiesta della preghiera del Signore (Mt 6,11) si riferisce a tutto ciò che riguarda il nutrimento del corpo e i bisogni primari. Con l’espres­sione «mangiare il pane nel regno di Dio» (Lc 14,15) si intende la parte­cipazione al banchetto festivo nel regno celeste.
La parola di Gesù «non di solo pane vive l’uomo» (Dt 8, 3) si riferisce ai beni materiali nel senso più ampio, ai quali è contrapposta la forza vivificatrice della parola di Dio (Mt 4,4). La storia del miracolo con il quale Gesù, con un po’ di pane e un paio di pesci, sfamò una folla di 5.000 (Mt 14,13-21 par.) o di 4.000 (Mt 15,32-59 par.) persone, viene attestata - con poche varianti della tradizio­ne - complessivamente sei volte. Essa dimostra che Gesù, come signore messianico, distribuisce il vero pane della vita. Nella composizione del van­gelo di Giovanni, al racconto del miracolo dei pani e del cammino sul lago (Gv 6,1-26) segue il discorso di rivelazione di Gesù: Gesù è il pane della vita. Dietro l’idea di «pane della vita» sta l’antica e universale aspirazione a un cibo che comunichi una vita che non viene meno. In questo senso va intesa anche la richiesta: «Signore, dacci sempre questo pane» (Gv 6,34). E Gesù risponde che è lui quello che i discepoli desiderano. Chi  vuole partecipare a questa vita eterna deve sapere che Gesù è il pane e egli lo darà a quanti vengono a lui. Con questo egli si contrappone a tutti coloro che pretendono di essere essi stessi o di poter dare il pane della vita.
Esiste una sola possibilità per dare la vita al mondo: «Il pane del Rivelatore, che viene dal cielo e dà la vita al mondo» (R. Bultman). Trova così risposta il problema sul senso e lo scopo della vita. (Fr. Merkel Pane, in Dizionario dei Concetti Biblici nel Nuovo Testamento.)
 
“E uscito dalla barca, Gesù vide una grande folla, e si mosse a compassione di loro, perché erano come pecore senza pastore, e prese a dare loro molti insegnamenti” (Mc 6,34).
Matteo spiega più chiaramente in qual modo ebbe compassione di loro, dicendo: “Ebbe misericordia della folla e risanò i loro ammalati” (Mt 14,14). Questo è infatti nutrire veramente compassione dei poveri e di coloro che non hanno pastore, cioè mostrare loro la via della verità con l’insegnamento, liberarli con la guarigione dalle malattie corporali, ma anche spingerli a lodare la sublime liberalità del Signore ristorando gli affamati. Le parole seguenti di questo passo sottolineano appunto che egli fece tutto questo. Mette alla prova la fede delle folle e, dopo averla provata, la ricompensa con un degno premio. Cercando infatti la solitudine, vuol vedere se le folle vogliono o no seguirlo. Esse lo seguono e, compiendo il viaggio fino al deserto, «non su cavalcature o su carri, ma con la fatica dei loro piedi» (Girolamo), dimostrano quale pensiero essi abbiano per la loro salvezza. E Gesù, come colui che può, ed è salvatore e medico, fa intendere quanta consolazione riceva dall’amore di coloro che credono in lui, accogliendo gli stanchi, ammaestrando gli ignoranti, risanando gli infermi e ristorando gli affamati. Ma secondo il significato allegorico, molte schiere di fedeli, dopo aver abbandonato le città dell’antica vita, ed essersi liberati dall’appoggio di varie dottrine, seguono Cristo che si dirige nel deserto dei gentili. E colui che era un tempo «Dio conosciuto solo in Giudea» (cf. Sal 75,2), dopo che i denti dei giudei sono diventati «armi e frecce, e la loro lingua una spada tagliente», viene esaltato «come Dio al di sopra dei cieli e la sua gloria si diffonde su tutta la terra»«(cf. Sal 56,5-6). (Beda il Venerabile, In Evang. Marc., 2, 6, 30-34)
 
Testimoni di Cristo - Sant’Apollinare di Gerapoli, Vescovo: Visse al tempo dell’imperatore Marco Aurelio (161-180) e fu senza dubbio uno dei presuli di maggior rilievo dell’Asia. Ciò si ricava dal numero e dalla risonanza delle sue opere, che, sebbene oggi perdute, conosciamo attraverso la testimonianza di altri. Eusebio (Hist. Ecci., IV, 27), che scriveva verso il 311, parla di una sua apologia a Marco Aurelio, di cinque libri ai Greci, di due ai Giudei, di due sulla Verità e di diversi altri contro l’eresia dei Frigi o montanismo; l’autore del Chronicon Paschale (PG, XCII, col. 80) accenna nel sec. VII ad uno scritto di lui sulla Pasqua, e Fozio (Bibl., 14) nel IX ad un trattato sulla Pietà. Qualcuno gli attribuisce la Cohortatio ad Graecos (PG, VI, coli. 241-312), ma con poco o nessun fondamento, né ha maggiore probabilità di appartenergli un frammento sullo scisma dei montanisti, citato da Eusebio (op. cit., V, 16-19). Sappiamo che il vescovo di Antiochia Serapione diffondeva tra i suoi fedeli le opere di Apollinare come la più forte requisitoria contro gli errori dei suoi tempi. Non si trova iscritto nei sinassari greci, né nel Martirologio Geronimiano, né negli altri martirologi antichi. Fu introdotto nel Martirologio Romano dal Baronio, il quale assegnò senza ragione la sua festa all’8 gennaio. Altri preferiscono celebrare la ricorrenza il 7 febbraio. Mancano le prove della venerazione prestatagli dagli antichi. (Autore: Pietro Burchi)
 
Saziati dei santi misteri,
ti preghiamo umilmente, o Signore:
concedi al tuo popolo di testimoniare nelle opere
l’insegnamento che ci hai trasmesso.
Per Cristo nostro Signore.