7 Gennaio 2026
 
Feria Propria del 7 Gennaio
 
1Gv 3,22- 4,6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 2; Mt 4,12-17.23-25
 
“Gesù annunciava il vangelo del Regno, e guariva ogni sorta di infermità nel popolo.” (Cf. Mt 4,23 Acclamazione al Vangelo)
 
Gesù guariva ogni sorta di infermità nel popolo. Durante il suo ministero, Gesù trova ammalati sulla sua strada.
Senza interpretare la malattia in una prospettiva di retribuzione troppo stretta (cfr. Gv 9, 2 s), egli vede in essa un male di cui soffrono gli uomini, una conseguenza del peccato, un segno del potere di Satana sugli uomini (Lc 13, 16). Ne prova pietà (Mt 20, 34), e questa pietà guida la sua azione. Senza soffermarsi a distinguere ciò che è malattia naturale da ciò che è possessione diabolica, «egli scaccia gli spiriti e guarisce coloro che sono ammalati» (Mt 8, 16 par.). Le due cose vanno di pari passo. Manifestano entrambe la sua potenza (cfr. Lc 6, 19) ed hanno infine lo stesso senso: significano il trionfo di Gesù su Satana e la instaurazione del regno di Dio in terra, conformemente alle Scritture (cfr. Mt 11, 5 par.). Non già che la malattia debba ormai sparire dal mondo, ma la forza divina che infine la vincerà è fin d’ora in azione quaggiù. Perciò, dinanzi a tutti gli ammalati che gli esprimono la loro fiducia (Mc 1, 40; Mt 8, 2-6 par.), Gesù non manifesta che una esigenza: credere, perché tutto è possibile alla fede (Mt 9, 28; Mc 5, 36 par.; 9, 23). La loro fede in lui implica la fede nel regno di Dio, ed è questa fede a salvarli (Mt 9, 22 par.; 15, 28; Mc 10, 52 par.).
I miracoli di guarigione sono quindi in qualche misura un’anticipazione dello stato di perfezione che l’umanità ritroverà infine nel regno di Dio, conformemente alle profezie. Ma hanno pure un significato simbolico relativo al tempo attuale. La malattia è un simbolo della stato in cui si trova l’uomo peccatore: spiritualmente, egli è cieco, sordo, paralitico... Quindi la guarigione del malato è anche un simbolo: rappresenta la guarigione spirituale che Gesù viene ad operare negli uomini. Egli rimette i peccati del paralitico e, per dimostrare che ne ha il potere, lo guarisce (Mc 2, 1-12 par.). Questa portata dei miracoli-segni è messa in rilievo soprattutto nel quarto vangelo: la guarigione del paralitico di Bezatha significa l’opera di vivificazione compiuta da Gesù (Gv 5, 1-9. 19-26), e quella del cieco nato fa vedere in lui la luce del mondo (Gv 9). I gesti che Gesù compie sugli ammalati preludono così ai sacramenti cristiani. Egli infatti è venuto quaggiù come il medico dei peccatori (Mc 2, 17 par.), un medico che, per togliere le infermità e le malattie, le prende su di sé (Mt 8, 17 = Is 53, 4). Tale sarà di fatto il senso della sua passione: Gesù parteciperà alla condizione dell’umanità sofferente, per poter trionfare infine dei suoi mali. (J. Giblet e P. Grelot)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Nella prima lettura ci viene detto che per vivere come figli di Dio, oltre a evitare il peccato, dobbiamo osservare i suoi comandamenti, specialmente questi due: credere in Gesù e amare il fratello. Così resteremo in Dio e Dio in noi. Ma è facile ingannarsi; per questo è necessario il discernimento dello spirito. È veritiero e viene da Dio colui che riconosce l’incarnazione di Gesù Cristo; è falso e viene dall’anticristo colui che la nega.
Tutt’e due le esortazioni, amore e discernimento, rispondono agli obiettivi della prima lettera di san Giovanni: ribadire il comandamento dell’amore e mettere in guardia i cristiani sugli errori cristologici e morali di gnostici e doceti. Questi furono degli eretici del cristianesimo primitivo che, influenzati dalla filosofia platonica nel disprezzo di ciò che è corporeo, negavano la realtà dell’incarnazione di Cristo e anteponevano la gnosi (conoscenza filosofica) alla fede. (Basilio Caballero)
 
Vangelo
Il regno dei cieli è vicino
 
Gesù si ritirò nella Galilea e andò ad abitare a Cafarnao, l’evangelista Matteo nel fornire questa notizia non è spinto dal desiderio di precisazioni geografiche, ma dall’intenzione di riportare un fatto che senza dubbio costituì per le attese religiose del tempo una sorpresa, se non addirittura uno scandalo. Allora era pacificamente accettato che l’annuncio messianico doveva partire da Gerusalemme, la città santa, il cuore del giudaismo, e invece parte da una regione periferica, dalla Galilea, da molti disprezzata perché ritenuta contaminata dal paganesimo (Galilea delle Genti): una scelta di campo netta, precisa, con la quale si vuole sottolineare che “l’attività di Gesù era destinata a tutti gli uomini e che, davanti a Dio, nessuno può pretendere d’averne l’esclusiva” (Felipe F. Ramos). Il passo del profeta Isaia, citato da Matteo, vuole spiegare appunto il motivo di questa scelta da parte di Gesù, una citazione che frantuma un rigido tabù della religiosità giudaica: la luce è sorta per illuminare tutti gli uomini, la luce è destinata a superare i confini di Israele, il Vangelo sarà predicato nel mondo intero (cfr. Mt 28,18ss). Convertitevi, perché il del regno dei cieli è vicino: è l’invito che Gesù rivolge a tutti gli uomini e tutti gli uomini lo possono accogliere purché si convertano, il regno dei cieli è vicino perché è Gesù il regno, in lui Dio si fa vicino agli uomini per sanarli dai loro mali, per introdurli nella verità.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 4,12-17.23-25
 
In quel tempo, quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì. Grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano.
 
Parola del Signore.
 
In quel tempo, quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato - Il brano evangelico va suddiviso in due parti: nella prima l’evangelista Matteo parla dell’inizio del ministero pubblico, nella seconda narra, in modo molto sintetico, l’attività di Gesù.
Matteo, che ama citare l’Antico Testamento per mostrarlo compiuto in Cristo, per giustificare l’attività di Gesù in Galilea si rifà alla profezia di Isaia. L’evangelista Matteo lo fa apportando alcuni adattamenti. La profezia della luce «che sorge sui territori delle due tribù di Zabulon e Neftali [Is 8,23-9,1] si compie quando Gesù va ad abitare a Cafarnao. Ma per accordare la profezia con lo spostamento di Gesù a Cafarnao, la località viene collocata da Matteo “nel territorio di Zabulon e di Neftali”, mentre egli si trova semplicemente nel territorio dell’ultima tribù, così come il “mare” della profezia, il Mediterraneo, viene assimilato al mare di Galilea» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli, Ed. Paoline).
Galilea è detta delle “genti”, perché il nome significa circondario o distretto dei Gentili. In questo modo, l’evangelista Matteo vuole suggerire ai suoi lettori l’universalità della salvezza, ma anche una regola costante di Dio: cioè «quella di scegliere ciò che nel mondo è piccolo e disprezzato per realizzare con esso le meraviglie della sua salvezza [1Cor 1,27-28]. La Galilea entra a pieno titolo in questa tattica di Dio. Non è una scelta casuale, ma il compimento del disegno di Dio, anzi l’inizio di una rivelazione che diverrà progressivamente più chiara» (Luciano Monari).
Gesù inizia la predicazione con lo stesso messaggio del Battista: Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino. Ma con una sostanziale differenza.
Mentre Giovanni Battista attendeva il regno dei cieli come imminente, Gesù comincia ad attuarlo con la sua opera (Cf. Lc 17,21).
La conversione che Gesù esige deve tradursi in una adesione incondizionata alla sua persona, in un irreversibile distacco dal male, in un risoluto ritorno a Dio in piena obbedienza alla sua volontà.
Queste condizioni radicali vengono poste anche per la sequela cristiana per la quale non si ammettono tentennamenti di sorta (Cf. Lc 9,57-62).
La pericope evangelica si chiude con un sommario resoconto dell’apostolato itinerante di Gesù nella Galilea: Egli predica il vangelo del Regno, guarisce ogni sorta di malattie e di infermità. L’attività  apostolica e taumaturgica di Gesù, senza soste, rivolta sopra tutto ai più bisognosi, resterà incisa, in modo indelebile, nel cuori degli Apostoli, tanto da avere in Atti 10,38, in poche parole, una sintesi perfetta della vita terrena del Figlio di Dio: «Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui».
Dio ha iniziato a camminare sulle strade degli uomini: ora, ad essi, tocca stare attenti al rumore dei passi del Dio che viene!
 
Per approfondire
 
Anticristo - Il termine Anticristo (alla lettera: «contro-Cristo») si trova esclusivamente in 1Gv 2,18.22; 4,3; 2Gv 7. Ma la stessa realtà, o una realtà analoga, è intesa in diversi passi apocalittici del NT: Mc 13,14 par.; 2Tess 2,3-12; Apoc 13,4-18. [...].
Nelle lettere di S. Giovanni, sotto il nome di anti-Cristo è designata una realtà assolutamente attuale: chiunque nega che Gesù sia il Cristo, negando in tal modo il Padre ed il Figlio (1 Gv 2, 22), chiunque non confessa Gesù Cristo venuta nella carne (1Gv 4,3; 2Gv 7), è il seduttore, 1’anti-Cristo. Giovanni fa chiaramente allusione agli eretici ed agli apostati, nei quali già si attua l’apostasia annunziata da Gesù ed intesa da Paolo.
L’escatologia è quindi attualizzata; ma il dramma presente della fede deve essere compreso in funzione di una prospettiva più ampia, quella di cui l’Apocalisse fornisce un’evocazione completa. La dottrina dell’anti-Cristo rimane molto misteriosa. Non la si comprende se non in funzione della guerra secolare in cui Dio ed il suo Cristo affrontano Satana ed i suoi ministri terreni. Per la duplice via della persecuzione temporale e della seduzione religiosa questi tentano di far fallire il disegno di salvezza. Sarebbe errato voler mettere dei nomi propri su ciascuno dei simboli che servono ad evocare la loro presenza; ma chiunque agisce come essi partecipa in qualche misura allo stesso mistero dell’anti-Cristo. Ora questa impresa continuerà senza respiro per tutto il corso della storia, ponendo gli uomini al centro di una lotta in cui nessun mezzo umano potrebbe trionfare. Ma dove avranno fallito gli uomini, vincerà l’agnello (Apoc 17, 14), ed i suoi testimoni parteciperanno alla sua vittoria (Apoc 3, 21). (B. Rigaux e P. Grelot)
 
Regno di Dio. L’espressione greca basileia theou (“regalità di Dio” ebr. “makut JHWH) designa in primo luogo il potere esercitato, l’effettivo governare di Dio. In genere sarebbe consigliabile la traduzione “signoria di Dio”. Tuttavia s’intende talvolta un particolare ambito o stato nel quale la sovranità di Dio si esplica pienamente, in tal caso si parla di regno. “Regno dei cieli” (in Mt; meglio: “signoria dei cieli”) perifrasa soltanto il nome di Dio e sarebbe totalmente frainteso se fosse concepito come un “regno al di sopra delle nubi”: si tratta della pretesa di governo che Dio avanza su questo mondo.
Nell’AT si parla molto della sovranità regale di JHWH, ma raramente nel senso di “regno”. In 1Cr 17,14 viene chiamato così il regno davidico (idealizzato teocraticamente); nelle visioni di Dn i regni di questo mondo vengono sostituiti dal regno del figlio dell’uomo (7,14 - e rispettivamente del popolo dei santi, come accenna il v. 27). Mentre nel giudaismo rabbinico la “signoria dei cieli” è piuttosto un’entità spirituale, nell’apocalittica vive e si sviluppa ulteriormente (naturalmente accanto a speculazioni escatologiche) la grande visione dei profeti (per es. Is 11): un regno universale di pace e di salvezza che trasforma anche la creazione, una vita purificata degli uomini al di là della colpa e del peccato, sotto l’ordine onnicomprensivo della legge divina.
Gesù non annuncia né un regno politico, né puramente spirituale­-morale, ma si ricollega alle visioni profetiche. La novità è che tutto ciò è “vicino” (Mc 1,15), “è alle porte” (13,19). Il regno non viene attraverso i nostri sforzi, per quanto noi siamo assegnati al lavoro nella vigna (Mt 20,lss), ma cresce soltanto ad opera di Dio (cf. Mc 4,26-29). Si può essere certamente “collaboratori per il regno” (Col 4,11), ma “edificare il regno” lo può soltanto Dio stesso. A noi rimane l’umile invocazione: “Venga il tuo regno!” (Mt 6,10). (Anselm Urban)
 
La conferma della predicazione di Giovanni: “Cristo cominciò la predicazione dal momento in cui Giovanni fu arrestato. Se avesse iniziato a predicare mentre Giovanni era vivo, sicuramente lo avrebbe svilito e la predicazione di Giovanni sarebbe stata ritenuta superflua rispetto alla sua dottrina: come se la luce del giorno, nascendo contemporaneamente alla luce della stella del mattino, celasse la bellezza di quest’ultima. Saggiamente diede inizio alla sua predicazione dalle parole che era solito pronunciare Giovanni: Fate penitenza perché il regno dei cieli è vicino (Mt 3,2), non per cancellare l’insegnamento di Giovanni ma per dargli forza. Se infatti avesse predicato queste parole mentre il profeta ancora forniva i medesimi insegnamenti, forse avrebbe dato l’impressione di cancellarli, ora invece, poiché ripete tali parole mentre quello è in prigione, questo significa non voler cancellare ma voler rafforzare le dottrine di quello. Diede forza all’insegnamento di Giovanni per attestare che quello era un testimone degno di fede” (Anonimo, Opera incompleta su Matteo, omelia 6)
 
Testimoni di Cristo - San Raimondo de Penafort, Sacerdote: Figlio di signori catalani, nasce a Peñafort nel 1175. Comincia gli studi a Barcellona e li termina a Bologna. Qui conosce il genovese Sinibaldo Fieschi, poi papa Innocenzo IV. Di ritorno a Barcellona, Raimondo è nominato canonico della cattedrale. Ma nel 1222 si apre in città un convento dell’Ordine dei Predicatori, fondato pochi anni prima da san Domenico. E lui lascia il canonicato per farsi domenicano. Nel 1223 aiuta il futuro santo Pietro Nolasco a fondare l’Ordine dei Mercedari per il riscatto degli schiavi. Qualche anno dopo a Roma Gregorio IX gli affida il compito di raccogliere e ordinare tutte le decretali (gli atti emanati dai pontefici in materia dogmatica e disciplinare, rispondendo a quesiti o intervenendo su situazioni specifiche). Raimondo riesce a dare un ordine e una completezza mai raggiunti prima. Nel 1234, il Papa gli offre l’arcivescovado di Tarragona. Ma lui rifiuta. Nel 1238 i suoi confratelli lo vogliono generale dell’Ordine. Ma l’attività intensa che lo vede in tutta Europa lo sfianca. A 70 anni torna infine a una vita di preghiera, studio, formazione dei nuovi predicatori nell’Ordine. Frate Raimondo muore a Barcellona nel 1275. (Avvenire)
 
O Dio, il tuo Verbo dall’eternità
riveste il cielo di bellezza
e dalla Vergine Maria ha assunto
la nostra fragile carne:
apparso tra noi come splendore della verità,
nella pienezza della sua potenza
porti a compimento
la redenzione del mondo.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 
 
 
 
 6 Gennaio 2026
 
Epifania del Signore
 
Is 60,1-6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 71 (72); Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12
 
“Abbiamo visto la sua stella in oriente e siamo venuti per adorare il Signore”. (Cf. Mt 2,2 Acclamazione al Vangelo).
 
Il versetto Mt 2,2 fa parte del racconto dei Magi che, giunti a Gerusalemme cercando il “re dei Giudei”, chiedono: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo», “un invito all’adorazione del Messia che rivela la necessità di superare la sola ragione e la ricerca mondana (come quella di Erode) per trovare Gesù attraverso la fede, seguendo i segni di Dio, e donando la propria vita in umiltà e totale abbandono. 
“I Magi rappresentano un modello di ricerca sincera che parte da lontano e li spinge ad affrontare un lungo viaggio, mostrando la volontà di andare oltre i propri limiti e le proprie certezze.
“L’importanza dell’adorazione: Il loro obiettivo esplicito è ‘adorarlo’, un termine che implica prostrarsi, baciare e entrare in comunione, un atto di consacrazione totale a Dio.
“La loro domanda turbò Erode e Gerusalemme, che cercavano Gesù per ragioni di potere politico, mentre i Magi cercavano il Re Messia per adorarlo. Questo mette in contrasto la ricerca spirituale (fede) con quella mondana (ragione/potere)” (AI Overview)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: L’oracolo annunzia la perennità dell’alleanza di Jahve con Israele segnata dall’effusione dello Spirito e dall’attività profetica. Le ricchezze del mare vengono dall’ovest, con le navi fenice o greche; i tesori dell’oriente e dell’Egitto vengono con le carovane attraverso i deserti di Siria e del Sinai. Le allusioni ai tesori dell’oriente e la prospettiva universalista del testo di Isaia (v. 6) hanno portato la liturgia ad applicare questo testo alla solennità dell’epifania.
 
II Lettura: La salvezza di Dio è rivolta a tutte le genti. Un mistero di amore e di misericordia che Paolo ha conosciuto per rivelazione. Dio lo ha rivelato all’apostolo Paolo perché lui lo proclamasse sino agli estremi confini della terra.  
 
Vangelo
Siamo venuti dall’oriente per adorare il re.
 
Una stella ha guidato i Magi fino a Betlemme perché là scoprissero “il re dei Giudei che è nato” e lo adorassero. Matteo aggiunge nel suo Vangelo: “Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono”.
Il viaggio dall’Oriente, la ricerca, la stella apparsa ai Magi, la vista del Salvatore e la sua adorazione costituiscono le tappe che i popoli e gli individui dovevano percorrere nel loro andare incontro al Salvatore del mondo. La luce e il suo richiamo non sono cose passate, poiché ad esse si richiama la storia della fede di ognuno di noi.
Perché potessero provare la gioia del vedere Cristo, dell’adorarlo e dell’offrirgli i loro doni, i Magi sono passati per situazioni in cui hanno dovuto sempre chiedere, sempre seguire il segno inviato loro da Dio.
La fermezza, la costanza, soprattutto nella fede, è impossibile senza sacrifici, ma è proprio da qui che nasce la gioia indicibile della contemplazione di Dio che si rivela a noi, così come la gioia di dare o di darsi a Dio.
“Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia”.
Noi possiamo vedere la stella nella dottrina e nei sacramenti della Chiesa, nei segni dei tempi, nelle parole sagge e nei buoni consigli che, insieme, costituiscono la risposta alle nostre domande sulla salvezza e sul Salvatore.
Rallegriamoci, anche noi, per il fatto che Dio, vegliando sempre, nella sua misericordia, su chi cammina guidato da una stella ci rivela in tanti modi la vera luce, il Cristo, il Re Salvatore. (Vincenzo Paglia)
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 2,1-12
 
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele!”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Parola del Signore.
 
I Magi - L’episodio dei magi ha tutte le caratteristiche d’una leggenda, naturalmente con una base solida che le ha dato consistenza. In tutti i paesi in cui era coltivata la scienza astrologica - e questo avveniva in tutto il territorio intorno alla Palestina - vi era la ferma convinzione secondo la quale ogni bambino nasce nella congiuntura astrale e quindi ogni uomo ha la sua stella. Anzi, l’apparizione d’una nuova stella o la congiuntura di due di esse facevano pensare inevitabilmente a un nuovo avvenimento che avrebbe determinato un cambiamento nella storia umana. In altre parole, la regolarità nel corso delle stelle garantiva la normalità nella vita del mondo. Quindi un avvenimento importante doveva essere segnalato in qualche modo nel corso delle stelle. Ora, siccome la nascita di Gesù era l’avvenimento più importante della storia umana, doveva necessariamente essere annunziata dal mondo degli astri. E qui appunto si uniscono leggenda e teologia.
La base storica per il nostro racconto - supposta la mentalità di cui abbiamo parlato - è la seguente: nell’anno 7 prima di Cristo, secondo i calcoli astronomici, ebbe luogo la congiunzione di Giove con Saturno nella costellazione dei Pesci. Il pianeta Giove era considerato universalmente nel mondo antico come l’astro del sovrano dell’universo. Per gli astrologi babilonesi Saturno era l’astro della Siria, e l’astrologia ellenistica lo designa come l’astro dei giudei. In fine, la costellazione dei Pesci era in relazione con la fine dei tempi. È logico che, nella congiunzione di Giove con Saturno, si pensasse alla nascita in Giudea del sovrano della fine dei tempi.
A Qumran è comparso anche l’oroscopo del Messia. Questo sta a indicare che anche i giudei mescolavano le credenze astrologiche alle loro speranze messianiche e speculavano chiedendosi quale sarebbe stato l’astro sotto il quale sarebbe nato il Messia.
Ciò premesso, non vi è la minima possibilità d’identificare la stella dei magi con qualsiasi altra stella dell’uni verso. Matteo poté ispirarsi a quanto abbiamo detto, ma il racconto biblico intende parlarci d’una manifestazione straordinaria che, per vie oscure, guida i magi a scoprire il re dei giudei e dell’universo.
Il testo li presenta come magi. La parola è d’origine persiana e serve a designare la dirigenza religiosa. Nel greco corrente è usata per designare i maghi propriamente detti, gli esperti nelle arti della magia. Quale significato ha nel nostro testo? Naturalmente, non dice che i magi siano re: questo modo di pensare nacque più tardi pei l’influenza di alcuni passi biblici (Sai 72,10; Is 49,7; 60,10: verranno re e onoreranno Yahveh). Nel secolo V, fu stabilito il loro numero in base ai doni da essi offerti, e, in fine, nel secolo VIII, essi ricevettero i nomi di Melchiorre, Gaspare e Baldassarre. Né i magi erano quelli che oggi chiameremmo «saggi». Avevano conoscenza di astrologia, e oggi li chiameremmo astrologi.
I magi sono figure teologiche e funzionali, che vengono a ratificare la dignità unica del protagonista del vangelo, che Matteo ha già presentato (...). Perciò questa scena è come il complemento della precedente. Anzi questi uomini - che non erano giudei, ma pagani e quindi ignoravano la rivelazione dell’Antico Testamento - riconoscono il Messia e non si scandalizzano della sua povertà. Al contrario i dottori della legge, specialisti nella Scrittura, non lo riconoscono. Siamo di fronte a una tesi che sarà generale in tutto il corso del vangelo di Matteo: Gesù è rigettato dal popolo di Dio ed è accettato dai gentili. D’altra parte l’episodio sta a indicare che, davanti a Dio, non vi è accettazione di persone: cadono le barriere del particolarismo giudaico e si afferma l’universalismo della salvezza che è offerta a tutti senza distinzione. Perché il contenuto teologico non ha eliminato i motivi leggendari? Anche per ragioni teologiche: in Gesù si compiono tutte le speranze, non solo quelle del popolo giudaico, ma quelle di tutti gli uomini. Egli è il re che tutti attendono, ma un re umile e nascosto.
Chi lo trova, ne gioisce, lo fa re di tutta la sua vita e gli offre l’omaggio più prezioso, come i magi. I doni ricordati nel lesto sono i prodotti tipici d’un paese orientale, che sono offerti ai re. (Felipe F. Ramos)
 
Per approfondire
 
Bibbia Edu
 
Matteo - I contenuti Il vangelo secondo Matteo, per la ricchezza dei suoi contenuti, ha goduto di una larga diffusione lungo tutta la storia della Chiesa. Matteo dà grande importanza all’insegnamento di Gesù. Secondo il parere di molti studiosi, questo vangelo è articolato sulla base di cinque grandi discorsi. Per il resto, Matteo segue il racconto di Marco. Il libro si apre con uno scorcio sull’infanzia di Gesù, seguito dal racconto dei fatti essenziali che precedettero il suo ministero pubblico. Le pagine conclusive si riferiscono all’evento pasquale. Il materiale unisce discorsi e parti narrative e può essere disposto secondo questo schema:
Origini di Gesù (1,1-2,23)
Origini di Gesù (1,1-2,23)
Inizi della vita pubblica (3,1-4,11)
Gesù in Galilea (4,12-25)
Il discorso sul monte (5,1-7,29)
Miracoli di Gesù (8,1-9,34)
Il discorso sulla missione (9,35-11,1)
Discussioni su Gesù (11,2-12,50)
Il discorso delle parabole (13,1-52)
Rivelazione di Gesù: rifiuto e fede (13,53-17,27)
Il discorso sulla comunità dei discepoli (18,1-35)
Dalla Galilea alla Giudea (19,1-20,34)
Gesù a Gerusalemme (21,1-23,39)
Il discorso sugli ultimi tempi (24,1-25,46)
Passione e morte di Gesù (26,1-27,66)
Risurrezione di Gesù (28,1-20).

Le caratteristiche - In questo vangelo Gesù è presentato come colui che porta a compimento la storia e le speranze di Israele: la sua figura viene infatti collegata ai grandi personaggi dell’AT, in particolare a Mosè. Egli è il Maestro che insegna la nuova dottrina della salvezza; con la sua attività pubblica inaugura l’avvento del regno di Dio; chiamando i discepoli, dà inizio alla Chiesa, popolo di Dio; con la sua morte e risurrezione si manifesta come messia, il Figlio di Dio, annunciato dai Profeti, e ciò trova conferma nelle molte citazioni, tratte dalle Scritture ebraiche.
 
L’origine - La tradizione unanime della Chiesa antica attribuisce questo vangelo a Matteo, detto anche Levi, l’apostolo che Gesù chiamò al suo seguito dalla professione di pubblicano, cioè di esattore delle imposte (9,9). Con i vangeli di Marco e Luca, è uno dei tre vangeli sinottici. I destinatari immediati del vangelo di Matteo erano cristiani di origine ebraica, che probabilmente abitavano nella zona di Antiòchia di Siria. Forse un primo nucleo di questo vangelo, scritto in lingua aramaica, fu pubblicato tra il 40 e il 50 (e alcuni studiosi pensano di riconoscere in esso una fonte di Marco, altri la cosiddetta fonte Q). A noi è pervenuta soltanto una redazione greca, già conosciuta nel I sec. Per la stesura definitiva di questa redazione l’autore sembra abbia seguito da vicino soprattutto il vangelo di Marco.
 
I Magi nel vedere la stella, provarono una gioia grandissima: C’è in questa scena un particolare su cui occorre concentrarci, là dove l’evangelista annota che i Magi, nel vedere la stella, «provarono una grandissima gioia». L’espressione usata nel testo evangelico è ancora più intensa, perché Matteo ha inventato la frase: «Gioirono di una gioia grande in modo fortissimo», per dire che si tratta di una gioia straordinaria, insuperabile.
Di fronte a questo Bambino che ci ama noi oggi ci interroghiamo su quanto siamo capaci di veramente gioire dell’ amore che Dio ci dona. È come se il sentimento provato dai Magi dovesse quasi catturarci, prenderei il cuore. E le ragioni ci sono.
La prima ragione è semplicemente che la gioia stessa è il vertice riconosciuto dell’esistenza: tutti viviamo per ottenerla. Ma non è tutto qui: la gioia dell’episodio narrato nel Vangelo è, come si è detto, straordinaria, non è quella che si può sperimentare tutti i giorni. Oltre ad essere il vertice della vita e ad essere eccezionale, la gioia dei Magi ha ancora in sé un grande segreto: è provocata da Gesù, è originata da Dio.
I Magi non appartenevano alla cultura giudaica, che è sempre stata attraversata da un discorso di gioia, come emerge anche nella prima Lettura in cui Dio promette al suo popolo: «Sarai raggiante, sarai felice a causa mia». I Magi, che non provengono da una cultura caratterizzata da questa speranza, sono semplicemente persone sagge che trovano la gioia soltanto dopo una lunga ricerca.
C’è qui tutto il destino dell’uomo secondo il progetto di Dio: «Ti ho creato per la gioia, anzi per una grandissima gioia, ma sappi che in me la troverai: non t’imbatterai in essa strada facendo, ma l’ otterrai cercandola con tutta la forza e la fedeltà del tuo cuore».
Dobbiamo allora umilmente porre a noi stessi qualche domanda, perché riconoscere che questi uomini provano gioia nel Signore ci pare molto naturale, ma il fatto ci provoca anche a un confronto. Noi, che il Bambino e Maria li conosciamo già da molto tempo, che li abbiamo sempre vicini - sono nostri -, potremmo dire con altrettanta franchezza: «Siete la nostra gioia»? Non suonerebbe quasi eccessiva questa affermazione per molti di noi? Eppure è il nostro destino.
Questa pagina dunque ci mette in questione, ci interpella come cristiani spesso troppo tristi, ma soprattutto che non hanno ancora scoperto la letizia che viene da Dio e che Lui dona, perché a loro volta la donino attorno rischiarando il mondo, sollevando la nebbia fitta che avvolge le nazioni. (Giuseppe Pollano)
 
Epifania: L’etimologia di Epifania è da cercare nel greco antico: all’origine c’è il verbo epifàino (ἐπιφαίνω) che vuol dire “mi rendo manifesto” e da esso deriva il termine epifàneia (ἐπιφάνεια) che significa manifestazione, apparizione, venuta, presenza divina. L’«apparizione» di Dio nel mondo produce un cambiamento nella storia, si manifesta nelle vocazioni (Es 3; Is 6,1-13; Ger 1,2-10), nelle promesse (Gn 18; Gdc 13,3ss), specialmente nelle varie stipulazioni del patto (Gn 17,1-4; Es 19,18-20,19); come avvenimento storico l’epifania viene datata, localizzata (Es 19,18; Is 6,1; Mc 16,2-8; Lc 24,1; Gv 20,12) ed esperimentata in speciali luoghi: montagne (Es 3; 19; Mc 9,2), mare (Mc 6,48), tenda della rivelazione (Es 40,34), tempio (Is 6). L’epifania ha il carattere di una chiamata, che conquista l’uomo (Is 6,5; Ger 20,7), suscita in lui timore (Gn 28,17; Mc 6,50; 9,6; Lc 2,9; 24,38; Gv 6,20), richiede da lui una decisione; l’uomo può incontrare Dio in questi casi solo a distanza (Es 3,6; 33,22s; Gdc 6,11ss). Per mezzo di Cristo si compie l’epifania di Dio in un modo nuovo; essa viene preparata (Lc 1,10ss.28ss; 2,9ss) o convalidata (Mc 16,5par; Gv 20,12) dalle apparizioni angeliche; l’incarnazione di Cristo è un’apparizione nascosta della gloria di Dio (Mc 9,2s; Gv 1,14), che alla fine dei tempi si mostrerà in maniera svelata (Mc 13,26 par); in forza dell’unione con Cristo l’epifania è orientata in modo speciale verso la comunità (Lc 24,30.415s; Gv 20,24-29; l Cor 15,5ss). L’epifania di Dio avviene per mezzo dell’annunzio della sua parola ed è equivalente alla parusia di Cristo (1Tm 6,14; 2Tm 4,1-8; Tt 2,13).
 
I doni dei Magi svelano il mistero di Cristo - “L’apparizione di una stella, compresa fin dall’inizio dai Magi, evoca l’idea che i pagani non debbono interporre indugi nel credere in Cristo, né gli uomini allontanati dalla conoscenza di Dio dalle loro convinzioni derivate dalla scienza, stentare a riconoscere la luce che immantinente è apparsa alla sua nascita. In effetti, l’offerta dei doni ha espresso l’essere di Cristo in tutto il suo significato, riconoscendo il re nell’oro, Dio nell’incenso, l’uomo nella mirra. E con la venerazione dei Magi si realizza pienamente la conoscenza dell’insieme del mistero: della morte nell’uomo, della risurrezione in Dio, del potere di giudicare nel re. Nel fatto poi che sono impediti di ritornare sui loro passi e di tornare in Giudea da Erode, vi è l’idea che noi non siamo liberi di attingere in Giudea la nostra scienza e la nostra conoscenza, ma che siamo invitati ad abbandonare la via della nostra vita anteriore collocando tutta la nostra salvezza e tutta la nostra speranza in Cristo”. (Ilario di Poitiers, In Matth., 1, 5)
 
Testimoni di Cristo - Nella solennità dell’Epifania si ricorda anche il beato canadese Alfredo Bessette. Orfano a nove anni, nel 1854, fu cresciuto da una zia. Lavorò nelle filande ed emigrò negli Usa, improntando la vita alla spiritualità di san Giusppe. Tornato in patria, entrò come fratel Andrea nella Congregazione della Santa Croce, nata per far rinascere le scuole cattoliche francesi, abolite un secolo prima dagli inglesi. Fu per 40 anni portinaio del collegio di Notre-Dame a Montreal, operando guarigioni. Sul monte cittadino edificò una cappella a san Giuseppe, divenuta un importante santuario. Morì 91enne nel 1937 e fu lutto nazionale. (Avvenire)
 
O Dio, che in questo giorno,
con la guida della stella,
hai rivelato alle genti il tuo Figlio unigenito,
conduci benigno anche noi,
che già ti abbiamo conosciuto per la fede,
a contemplare la bellezza della tua gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
5 Gennaio 2026
 
Feria Propria del 5 Gennaio
 
1Gv 3,11-21; Salmo Responsoriale Dal Salmo 99 (100); Gv 1,43-51
 
“Un giorno santo è spuntato per noi: venite, popoli, adorate il Signore, oggi una grande luce è discesa sulla terra.” (Acclamazione al Vangelo).
 
Venite, popoli, adorate il Signore ... “Nella sua polemica contro le religioni e contro ogni idolatrie , il Nuovo Testamento sottolinea cbe soltanto a Dio è dovuta adorazione. (Mt 4,10). Il luogo di questa preghiera è tradizionalmente Gerusalemme (per es. At 8,27); questo, tuttavia, viene decisamente relativizzato sia da Gv (4,19-29) che da Paolo (1Cor 14,25): Dio può essere adorato ovunque, basta che ciò avvenga nello stato d’animo corretto. Il nuovo di questa idea di adorazione, nei confronti dell’Antico Testamento, risulta dal fatto che anche Gesù Cristo, essendo il Signore, riceve adorazione, (Fil 2,6-11), perché nel Signore risorto e glorificato si manifesta Dio stesso (Lc 24,52). L’adorazione di Dio avviene sempre, d’ora in poi, per mezzo di Cristo, cioè attraverso la fede in lui e attraverso una vita vissuta secondo la sua parola. L’adorazione cultuale dell’uomo veterotestamentario si è così trasformata nell’adorazione personale di Dio che avviene in tutti i luoghi dove gli uomini, in un’esistenza escatologica, hanno indirizzato tutto il loro essere verso il regno di Dio.” (Gertrud Herrgott).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Amiamoci gli uni gli altri … l’apostolo Giovanni per la seconda volta  richiama il comandamento dell’amore (cfr. 1,5), un amore puro, disinteressato, non “come Caino, che era del Maligno e uccise il fratello” (v. 12). Il genuino amore porta la vita, la gioia, la pace e la luce, l’odio invece genera tenebra, morte, morte eterna (v.15).
Amare è condivisione, un amore vero “nei fatti e nella verità” (v.18), un amore autentico che induce a spezzare il pane con l’affamato, a condividere le ricchezze con i poveri. Amare significa abbandonarsi come un lattante tra le braccia di Dio, al di là di ciò che la nostra coscienza ci può rimproverare. Dio è longanime nel giudizio, “Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” (v.20).
Il cristiano che ama Dio e i fratelli, pur sotto il peso ingombrante di una natura incline al peccato, va incontro al Signore con gioia, non teme nulla, fiduciosamente si abbandona al suo giudizio paterno e amorevole.
 
Vangelo
Tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele.
 
Gesù ha visto Natanaele sotto l’albero di fichi: nella tradizione del giudaismo il fico, albero della conoscenza della felicità e della sventura, può simboleggiare lo studio della legge, con il suo dolce frutto. Gesù ha visto Natanaele mentre si applicava con impegno allo studio della Scrittura, che l’ha preparato all’incontro con colui del quale essa parla: il Figlio di Dio, il re di Israele. In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo, qui è ricordata la visione di Giacobbe che vede angeli salire e scendere su di lui a Betel (cfr. Gen 28,12). L’alleanza con Dio, sospirata e preconizzata dai giusti e profeti, è stabilita e donata pienamente e per sempre nel Figlio dell’uomo: lui sarà il nuovo tempio, la porta aperta che permetterà agli uomini di entrare nel regno di Dio. Con Gesù, vera scala di Giacobbe, è definitivamente aperto il cielo: Dio comunica con l’uomo e l’uomo con Dio.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,43-51

In quel tempo, Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: «Seguimi!». Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro.
Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».
Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Parola del Signore.
 
Silvano Fausti (Una Comunità legge il Vangelo di Giovanni): v. 43 Il giorno dopo. Siamo al quarto giorno. Le diverse testimonianze, come il levar del sole, scandiscono il susseguirsi dei giorni. decise. Dall’andamento del testo, il soggetto implicito potrebbe essere, oltre che Gesù, ancora Andrea, che «per primo» ha incontrato Pietro (v. 41) e ora incontra Filippo.
gli dice Gesù: segui me. Filippo riceve da Gesù l’invito a seguirlo, a differenza dei precedenti che già lo cercavano. Ogni vocazione è diversa secondo la situazione ma uguale nella destinazione.
v. 44: Filippo era di Betsaida. Andrea e Filippo sono spesso affiancati nella slita dei Dodici (cf. Mc 3,18; At 1,13). Ambedue intervengono, di seguito o insieme, nell’episodio dei pani e nella richiesta a favore dei greci (cf. 6,5-9; 12,22). Andrea e Filippo erano amici, dello stesso paese. Qualcuno ritiene che Filippo sia il secondo
dei due che hanno udito Giovanni e hanno dimorato presso Gesù. Solo più tardi, in un secondo incontro, avrebbe superato le perplessità e si sarebbe deciso a seguirlo.
v. 45: Filippo incontra Natanaele. Come sempre, anche qui la vocazione è segnata dall’incontro con chi ha già incontrato il Signore. Natanaele non appare nella lista dei Dodici. Può essere identificato con Bartolomeo.
incontrammo colui, ecc. A nome degli altri tre, Filippo comunica la sua scoperta: ha visto in Gesù di Nazareth - il Figlio di Giuseppe che noi sappiamo dal prologo essere in realtà il Figlio di Dio - colui del quale la Scrittura parla.
v. 46: da Nazareth ci può e sere qualcosa di buono? Per uno che studia la Scrittura, non è così facile riconoscere colui del quale essa parla è l’uomo Gesù, per giunta di Nazareth (7,27), come può il Messia essere così ordinario e comune, uguale a ogni carne?
vieni e vedi. Filippo rivolge a lui lo stesso invito che i primi due udirono da Gesù (cf. v. 39).
v. 47: ecco davvero un Israelita. Gesù guarda dentro Natanaele: lo vede e conosce, senza che nessuno gli abbia parlato di lui.
in cui non c’è dolo. Gesù fa di Natanaele l’elogio del giusto, che cammina secondo la parola del Signore. II dolo è l’esca gettata al pesce per farlo abboccare. La menzogna è una parola ingannevole per intrappolare l’altro e impadronirsi di lui. Essa è verosimile, altrimenti non potrebbe ingannare. La Scrittura ci vuoi liberare dalle parole dolose che distruggono ciò che la Parola ha creato.
v, 48: donde mi conosci? E la sorpresa di essere scrutato e conosciuto fino in fondo (Sal 139,1ss).
mentre eri sotto il fico, ti ho visto. Nella tradidizione del giudaismo il fico, albero della conoscenza della felicità e della sventura, può simboleggiare lo studio della legge, con il suo dolce frutto. Gesù lo ha visto mentre si applicava con impegno allo studio della Scrittura, che l’ha preparato all’incontro con colui del quale e a parla. Eppure, a forse proprio per questo, è anche quello che ha più resistenze iniziali, forse come il suo amico Filippo.
v. 49: Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu re sei di Israele. Natanaele, come è riconosciuto da Gesù, lo riconosce.
Probabilmente per Natanaele «Figlio di Dio» e «re di Israele» significano Messia (SaI2,6s). Per il lettore invece è già l’anticipo del mistero profondo del Figlio.
v. 50: cose più grandi di queste vedrai. In Mosè e nei profeti è nascosto ben più di quanto Natanaele ha intravisto: la carne di Gesù fa vedere la gloria del Figlio unigenito.
v.51: vedrete il cielo aperto, ecc. Gesù è il Figlio dell’uomo sul quale si apre il cielo (Is 63,19), come nel battesimo (cf. Mc 1,10p): su di lui scende e dimora lo Spirito (cf. v. 32). È un richiamo alla visione di Giacobbe che vede angeli salire e scendere su di lui a Betel (cf. Gen 28,12) e scopre che quel luogo è «tremendo»: è la porta del cielo (cf. Gen 28,17). L’alleanza con Dio, che Giacobbe avvertiva minacciata, è ristabilita e donata pienamente nel Figlio dell’uomo: lui sarà il nuovo tempio (cf. 2,13-22), la porta tra Dio e l’uomo, comunione tra i due. Egli, infatti, Parola diventata carne, è la dimora di Dio tra gli uomini e di ogni uomo in Dio. Con lui, vera scala di Giacobbe, è definitivamente aperto il cielo: Dio comunica con l’uomo e l’uomo con Dio.
Questo versetto è l’apice della rivelazione di Gesù ai suoi discepoli, che sarà svolta nel seguito del Vangelo.
Nei primi incontri è tracciato il cammino di chi legge il vangelo: accogliendo la testimonianza del Battista e seguendo Gesù, cerca e vede dove dimora l’agnello di Dio, il Messia, il Figlio di Dio, il re d’Israele e il Figlio dell’uomo, dimora comune di Dio e dell’uomo. Dimorando nella ua parola diventa suo vero discepolo, conosce la verità e la verità lo farà libero, figlio nel Figlio (cf. 8,31).
 
Per approfondire
 
Amore odio, vita morte … Nel quarto vangelo - nel quale troviamo la stessa mentalità della nostra lettera - la vita cristiana era stata sperimentata come un cambiamento radicale nei confronti della vita precedente. Una differenza così radicale e profonda, che poteva essere paragonata a quella che vi è tra la vita e la morte. Ora, qui è usata la stessa immagine. Noi cristiani siamo passati dalla morte alla vita. Il mondo che non ha una relazione con Dio è fuori della sua sfera, che è quella della vita; e quindi si trova nell’ambito della morte.
Al contrario il cristiano, per la sua unione con Dio, partecipa della sua vita, ha in sé la vita di Dio ed è passato dalla morte alla vita (Gv 5,24). E il principio di discernimento di questa vita è l’amore fraterno. Dio è amore; quindi, la partecipazione alla sua vita dev’essere conoscibile attraverso l’amore. Ed è ugualmente valido l’aspetto contrario: chi non ama rimane nella morte; non è giunto fino a Dio che è l’autore della vita, rimane nell’ambito del mondo, nel quale regna la morte.
L’odio è la negazione totale dell’amore fraterno, la piena contraddizione a quello che Dio vuole. Quindi chi odia è del tutto privo della vita di Dio, vuole eliminare quella persona che odia, è un omicida. Ancora una volta, il nostro autore dipinge in bianco e nero, senza colori né sfumature intermedie, semplicemente perché non intende presentare attenuanti che giustifichino la diminuzione dell’amore. Egli intende insistere sull’essenziale, su quello che Dio e Cristo hanno comandato e su quello che hanno proibito; vuole evitare la mancanza d’amore nella quale vive il mondo.
Qual è la caratteristica dell’amore? L’autore la espone adducendo - in contrapposizione a Caino, che è la migliore illustrazione dell’odio - l’esempio di Cristo. Gesù diede la vita per i fratelli. Questo è l’esempio e l’illustrazione caratteristica di quello che significa l’amore. Ma l’amore cristiano non rivestirà necessariamente un carattere così sensazionale: la donazione della vita fino alla morte non sarà la condizione normale nelle relazioni col prossimo. L’amore si manifesterà abitualmente nella vita di ogni giorno davanti alle necessità altrui. In definitiva il termometro dell’amore è la capacità di donarsi. L’amore non consiste in belle parole (Gc 2,15-16), ma nell’azione efficace per rimediare alla necessità altrui. Le belle parole circa l’amore sono apparenza, menzogna, degenerazione di quello che è il vero amore. (Felipe F Ramos)
 
Giuliano Vigini - L’albero di fivo (sykē) e il fico come frutto (sycon) costituiscono - con l’ulivo e la vite - una delle similitudini ricorrenti nelle parole di Gesù, soprattutto nel parallelismo tra lo spuntare delle foglie di fico e l’arrivo dell’estate, la grande tribolazione e la venuta finale del Figlio dell’uomo (Mt 24,32-36; Mc 13,28-32; Lc 21,29-33). In particolare, il richiamo al fico  avviene più volte in contesti negativi: il fico sterile e la maledizione che vi è collegata (Mt 21,18-19; Mc 11,12-14) rimandano infatti profeticamente (cfr. ad es., Ger 8,13; 29,17; Os 9,10.16; Gl 1,7; Mi 7,1) al giudizio di Dio sulla infedeltà d’Israele e specificamente dei suoi capi, che non hanno saputo produrre frutti di giustizia e si sono completamente inariditi per aver respinto il Messia e il suo messaggio di salvezza.
 Sotto l’albero di fichi. Quest’espressione, difficile da interpretare, si incontra in Gv 1,48 (ypo tèn sykèn) e 1,50 (hypokatō tès sykès), messa sulla bocca di Natanaele. Essere a stare sotto l’albero di fichi può significare in quel contesto un luogo di riposo, simbolicamente evocativo della prosperità e della pace messianica (cfr. 1Re 4,25, Is 36,16; Mie 4,4; Zc 3,10), oppure un luogo di raccoglimento per la meditazione delle Scritture e per la preghiera. Il contesto messianico ed escatologico del passo sembra però spingere più verso la prima che non verso la seconda ipotesi.
 
Rabbì, tu sei il Figlio di Dio - Gesù, Figlio unico di Dio: 1. Nei sinottici, il titolo di Figlio di Dio, facilmente associato a quello di Cristo (Mt 16, 16; Mc 14, 61 par.), appare da prima come titolo messianico. Con ciò è esposto ad equivoci che Gesù dovrà dissipare. Già all’inizio, la scena della tentazione rivela l’opposizione tra due interpretazioni. Per Satana, essere figlio di Dio significa assicurarsi una potenza prodigiosa ed una protezione invulnerabile (Mt 4, 3. 6); per Gesù, significa non trovare cibo ed aiuto che nella volontà di Dio (Mt 4, 4. 7). Rigettando ogni suggestione di messianismo terreno, Gesù fa già apparire il legame indissolubile che lo unisce al Padre.
Agisce allo stesso modo dinanzi alle dichiarazioni degli indemoniati (Mc 3, 11 par.; 5, 7 par.), che mostrano nei demoni un riconoscimento involontario della sua persona (Mc 1, 34); ma esse sono ambigue, e perciò Gesù impone il silenzio. La confessione di fede di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», proviene da una adesione di fede autentica (Mt 16, 16 s), e l’evangelista che la riferisce le può dare senza difficoltà tutto il suo senso cristiano. Tuttavia Gesù previene subito un equivoco: il suo titolo non gli assicura un destino di gloria terrena; il figlio dell’uomo morrà per accedere alla sua gloria (16, 21). Infine, quando Caifa pone solennemente la domanda essenziale: «Sei tu il Cristo, il figlio del benedetto?» (Mt 26, 63; Mc 14, 61), Gesù sente che l’espressione potrebbe ancora essere intesa nel senso di un messianismo temporale. Risponde quindi indirettamente, aprendo un’altra prospettiva: annuncia la sua venuta come giudice sovrano sotto i tratti del figlio dell’uomo. Ai titoli di messia e di figlio dell’uomo dà così una portata propriamente divina, ben sottolineata nel vangelo di Luca: «Tu sei dunque il Figlio di Dio? - Voi lo dite, io lo sono» (Lc 22, 70). Rivelazione paradossale: spogliato di tutto ed apparentemente abbandonato da Dio (cfr. Mt 27, 46 par.), Gesù conserva intatte le sue rivendicazioni; fino alla morte resterà sicuro del Padre suo (Lc 23, 46). D’altronde questa morte finisce per dissipare ogni equivoco: citando la confessione del centurione (Mc 15, 39 par.), gli evangelisti sottolineano che la croce è alla origine della fede cristiana.
Si illuminano allora retrospettivamente parecchie frasi in cui Gesù aveva rivelato la natura dei suoi rapporti con Dio. Nei confronti di Dio egli è «il figlio» (Mt 11, 27 par.; 21, 37 par.; cfr. 24, 36 par.); formula familiare, che gli permette di rivolgersi a Dio chiamandolo «Abba! Padre!» (Mc 14, 36; cfr. Lc 23, 46). Tra lui e Dio regna quella profonda intimità che suppone una perfetta conoscenza reciproca ed una comunicazione totale (Mt 11, 25 ss par.). Così Gesù dà tutto il loro senso alle proclamazioni divine: «Tu sei il mio figlio» (Mc 1, 11 par.; 9, 7 par.).
2. Per mezzo della risurrezione di Gesù gli apostoli hanno finalmente compreso il mistero della sua filiazione divina: la risurrezione realizzava il Sal 2, 7 (cfr. Atti 13, 33); apportava la conferma di Dio alle rivendicazioni di Gesù dinanzi a Caífa e sulla croce. Già l’indomani della Pentecoste, la testimonianza apostolica e la confessione di fede cristiana hanno dunque per oggetto «Gesù, Figlio di Dio» (Atti 8, 37; 9, 20). Presentando l’infanzia di Gesù, Matteo e Luca sottolineano discretamente questo tema (Mt 2, 15; Lc 1, 35). In Paolo esso diventa il punto di partenza di una riflessione teologica molto più spinta. Dio ha inviato quaggiù il Figlio suo (Gal 4, 4; Rom 8, 3) affinché siamo riconciliati mediante la sua morte (Rom 5, 10). Attualmente egli lo ha stabilito nella sua potenza (Rom 1, 4) e ci chiama alla comunione con lui (1 Cor 1, 9), perché ci ha trasferiti nel suo regno (Col 1, 13). La vita cristiana è una vita «nella fede nel Figlio di Dio che ci ha amati e si è dato per noi» (Gal 2, 20), ed un’attesa del giorno in cui egli ritornerà dal cielo per «liberarci dall’ira» (1 Tess 1, 10). Le stesse certezze pervadono la lettera agli Ebrei (1, 2. 5. 8; passim).
3. In S. Giovanni la teologia della filiazione divina diventa un tema dominante. Talune confessioni di fede dei personaggi del vangelo possono ancora implicare un senso ristretto (Gv 1, 34; 1, 51; soprattutto 11, 27). Ma Gesù parla in termini chiari dei rapporti tra il Figlio ed il Padre: c’è tra essi unità di operazione e di gloria (Gv 5, 19. 23; cfr. 1 Gv 2, 22 s); il Padre comunica tutto al Figlio perché lo ama (Gv 5, 20): potere di vivificare (5, 21. 25 s) e potere di giudicare (5, 22. 27); quando Gesù ritorna a Dio, il Padre glorifica il Figlio affinché il Figlio lo glorifichi (Gv 17, 1; cfr. 14, 13). Si precisa in tal modo la dottrina della incarnazione: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unico per salvare il mondo (1 Gv 4, 9 s. 14); questo Figlio unico è il rivelatore di Dio (Gv 1, 18), e comunica agli uomini la vita eterna che viene da Dio (1 Gv 5, 11 s). L’opera da compiere è quindi di credere in lui (Gv 6, 29; 20, 31; 1 Gv 3, 23; 5, 5. 10): chi crede nel Figlio ha la vita eterna (Gv 6, 40), chi non crede è condannato (Gv 3, 18). (H. Renard e P. Grelot)
 
“Ecco un vero Israelita ...: Israelita può avere due significati ‘rettissimo’... oppure ‘uomo che teme Dio’. In entrambi i sensi Natanaele era un vero Israelita ... Perciò è come se Gesù dicesse: ‘Tu rappresenti davvero la tua stirpe, perché sei retto e senza falsità’. D’altra parte l’uomo è in grado di vedere Dio solo mediante la purezza e la semplicità; perciò lo può fare solo un vero Israelita. vale a dire: “Tu sei davvero un uomo che vede Dio, essendo semplice e senza malizia” (Tommaso d’Aquino, In Jo. ev. exp., I).
 
Testimoni di Cristo - Santa Sincletica: Santa Sincletica nacque ad Alessandria d’Egitto intorno al 266 d.C., in una famiglia benestante. Fin da giovane manifestò una grande inclinazione alla vita spirituale e, all’età di vent’anni, decise di abbandonare tutto per ritirarsi nel deserto. Per evitare di essere riconosciuta, Sincletica si travestì da uomo e si fece chiamare “Smaragdo”. Visse per molti anni in una grotta, dedicata alla preghiera e alla meditazione. Si cibava solo di erbe selvatiche e di acqua, e dormiva per terra.
Sincletica era una donna di grande intelligenza e spiritualità. Attorno a lei si radunarono molti discepoli, che venivano da ogni parte per ascoltarla e imparare da lei. Sincletica li guidava nella vita spirituale, insegnando loro l’importanza della preghiera, della purezza e dell’umiltà.
La vita di Sincletica fu lunga e ricca di esperienze spirituali. Morì ad Alessandria intorno al 350 d.C., all’età di ottantaquattro anni.
Era una donna umile e modesta, consapevole dei propri limiti e non si vantava mai delle sue virtù.
In una delle sue parole, Sincletica afferma: “Un tesoro è al sicuro solo quando è nascosto, scoprirlo significa esporlo all’avidità del primo che viene e perderlo; allo stesso modo, un’anima è al sicuro solo quando è nascosta nell’umiltà, scoprirla significa esporla al pericolo di vanità e orgoglio”.
L’umiltà di Santa Sincletica è un esempio per tutti coloro che desiderano seguire la via della santità. (Autore: Franco Dieghi)
 
O Padre, che nella nascita del tuo Figlio unigenito
hai dato mirabile principio
alla redenzione del tuo popolo,
rafforza la nostra fede,
perché, guidati da Cristo,
giungiamo al premio della gloria promessa.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.