7 Gennaio 2026
Feria Propria del 7 Gennaio
1Gv 3,22- 4,6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 2; Mt 4,12-17.23-25
“Gesù annunciava il vangelo del Regno, e guariva ogni sorta di infermità nel popolo.” (Cf. Mt 4,23 Acclamazione al Vangelo)
Gesù guariva ogni sorta di infermità nel popolo. Durante il suo ministero, Gesù trova ammalati sulla sua strada.
Senza interpretare la malattia in una prospettiva di retribuzione troppo stretta (cfr. Gv 9, 2 s), egli vede in essa un male di cui soffrono gli uomini, una conseguenza del peccato, un segno del potere di Satana sugli uomini (Lc 13, 16). Ne prova pietà (Mt 20, 34), e questa pietà guida la sua azione. Senza soffermarsi a distinguere ciò che è malattia naturale da ciò che è possessione diabolica, «egli scaccia gli spiriti e guarisce coloro che sono ammalati» (Mt 8, 16 par.). Le due cose vanno di pari passo. Manifestano entrambe la sua potenza (cfr. Lc 6, 19) ed hanno infine lo stesso senso: significano il trionfo di Gesù su Satana e la instaurazione del regno di Dio in terra, conformemente alle Scritture (cfr. Mt 11, 5 par.). Non già che la malattia debba ormai sparire dal mondo, ma la forza divina che infine la vincerà è fin d’ora in azione quaggiù. Perciò, dinanzi a tutti gli ammalati che gli esprimono la loro fiducia (Mc 1, 40; Mt 8, 2-6 par.), Gesù non manifesta che una esigenza: credere, perché tutto è possibile alla fede (Mt 9, 28; Mc 5, 36 par.; 9, 23). La loro fede in lui implica la fede nel regno di Dio, ed è questa fede a salvarli (Mt 9, 22 par.; 15, 28; Mc 10, 52 par.).
I miracoli di guarigione sono quindi in qualche misura un’anticipazione dello stato di perfezione che l’umanità ritroverà infine nel regno di Dio, conformemente alle profezie. Ma hanno pure un significato simbolico relativo al tempo attuale. La malattia è un simbolo della stato in cui si trova l’uomo peccatore: spiritualmente, egli è cieco, sordo, paralitico... Quindi la guarigione del malato è anche un simbolo: rappresenta la guarigione spirituale che Gesù viene ad operare negli uomini. Egli rimette i peccati del paralitico e, per dimostrare che ne ha il potere, lo guarisce (Mc 2, 1-12 par.). Questa portata dei miracoli-segni è messa in rilievo soprattutto nel quarto vangelo: la guarigione del paralitico di Bezatha significa l’opera di vivificazione compiuta da Gesù (Gv 5, 1-9. 19-26), e quella del cieco nato fa vedere in lui la luce del mondo (Gv 9). I gesti che Gesù compie sugli ammalati preludono così ai sacramenti cristiani. Egli infatti è venuto quaggiù come il medico dei peccatori (Mc 2, 17 par.), un medico che, per togliere le infermità e le malattie, le prende su di sé (Mt 8, 17 = Is 53, 4). Tale sarà di fatto il senso della sua passione: Gesù parteciperà alla condizione dell’umanità sofferente, per poter trionfare infine dei suoi mali. (J. Giblet e P. Grelot)
Liturgia della Parola
Prima Lettura: Nella prima lettura ci viene detto che per vivere come figli di Dio, oltre a evitare il peccato, dobbiamo osservare i suoi comandamenti, specialmente questi due: credere in Gesù e amare il fratello. Così resteremo in Dio e Dio in noi. Ma è facile ingannarsi; per questo è necessario il discernimento dello spirito. È veritiero e viene da Dio colui che riconosce l’incarnazione di Gesù Cristo; è falso e viene dall’anticristo colui che la nega.
Tutt’e due le esortazioni, amore e discernimento, rispondono agli obiettivi della prima lettera di san Giovanni: ribadire il comandamento dell’amore e mettere in guardia i cristiani sugli errori cristologici e morali di gnostici e doceti. Questi furono degli eretici del cristianesimo primitivo che, influenzati dalla filosofia platonica nel disprezzo di ciò che è corporeo, negavano la realtà dell’incarnazione di Cristo e anteponevano la gnosi (conoscenza filosofica) alla fede. (Basilio Caballero)
Vangelo
Il regno dei cieli è vicino
Gesù si ritirò nella Galilea e andò ad abitare a Cafarnao, l’evangelista Matteo nel fornire questa notizia non è spinto dal desiderio di precisazioni geografiche, ma dall’intenzione di riportare un fatto che senza dubbio costituì per le attese religiose del tempo una sorpresa, se non addirittura uno scandalo. Allora era pacificamente accettato che l’annuncio messianico doveva partire da Gerusalemme, la città santa, il cuore del giudaismo, e invece parte da una regione periferica, dalla Galilea, da molti disprezzata perché ritenuta contaminata dal paganesimo (Galilea delle Genti): una scelta di campo netta, precisa, con la quale si vuole sottolineare che “l’attività di Gesù era destinata a tutti gli uomini e che, davanti a Dio, nessuno può pretendere d’averne l’esclusiva” (Felipe F. Ramos). Il passo del profeta Isaia, citato da Matteo, vuole spiegare appunto il motivo di questa scelta da parte di Gesù, una citazione che frantuma un rigido tabù della religiosità giudaica: la luce è sorta per illuminare tutti gli uomini, la luce è destinata a superare i confini di Israele, il Vangelo sarà predicato nel mondo intero (cfr. Mt 28,18ss). Convertitevi, perché il del regno dei cieli è vicino: è l’invito che Gesù rivolge a tutti gli uomini e tutti gli uomini lo possono accogliere purché si convertano, il regno dei cieli è vicino perché è Gesù il regno, in lui Dio si fa vicino agli uomini per sanarli dai loro mali, per introdurli nella verità.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 4,12-17.23-25
In quel tempo, quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì. Grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano.
Parola del Signore.
In quel tempo, quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato - Il brano evangelico va suddiviso in due parti: nella prima l’evangelista Matteo parla dell’inizio del ministero pubblico, nella seconda narra, in modo molto sintetico, l’attività di Gesù.
Matteo, che ama citare l’Antico Testamento per mostrarlo compiuto in Cristo, per giustificare l’attività di Gesù in Galilea si rifà alla profezia di Isaia. L’evangelista Matteo lo fa apportando alcuni adattamenti. La profezia della luce «che sorge sui territori delle due tribù di Zabulon e Neftali [Is 8,23-9,1] si compie quando Gesù va ad abitare a Cafarnao. Ma per accordare la profezia con lo spostamento di Gesù a Cafarnao, la località viene collocata da Matteo “nel territorio di Zabulon e di Neftali”, mentre egli si trova semplicemente nel territorio dell’ultima tribù, così come il “mare” della profezia, il Mediterraneo, viene assimilato al mare di Galilea» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli, Ed. Paoline).
Galilea è detta delle “genti”, perché il nome significa circondario o distretto dei Gentili. In questo modo, l’evangelista Matteo vuole suggerire ai suoi lettori l’universalità della salvezza, ma anche una regola costante di Dio: cioè «quella di scegliere ciò che nel mondo è piccolo e disprezzato per realizzare con esso le meraviglie della sua salvezza [1Cor 1,27-28]. La Galilea entra a pieno titolo in questa tattica di Dio. Non è una scelta casuale, ma il compimento del disegno di Dio, anzi l’inizio di una rivelazione che diverrà progressivamente più chiara» (Luciano Monari).
Gesù inizia la predicazione con lo stesso messaggio del Battista: Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino. Ma con una sostanziale differenza.
Mentre Giovanni Battista attendeva il regno dei cieli come imminente, Gesù comincia ad attuarlo con la sua opera (Cf. Lc 17,21).
La conversione che Gesù esige deve tradursi in una adesione incondizionata alla sua persona, in un irreversibile distacco dal male, in un risoluto ritorno a Dio in piena obbedienza alla sua volontà.
Queste condizioni radicali vengono poste anche per la sequela cristiana per la quale non si ammettono tentennamenti di sorta (Cf. Lc 9,57-62).
La pericope evangelica si chiude con un sommario resoconto dell’apostolato itinerante di Gesù nella Galilea: Egli predica il vangelo del Regno, guarisce ogni sorta di malattie e di infermità. L’attività apostolica e taumaturgica di Gesù, senza soste, rivolta sopra tutto ai più bisognosi, resterà incisa, in modo indelebile, nel cuori degli Apostoli, tanto da avere in Atti 10,38, in poche parole, una sintesi perfetta della vita terrena del Figlio di Dio: «Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui».
Dio ha iniziato a camminare sulle strade degli uomini: ora, ad essi, tocca stare attenti al rumore dei passi del Dio che viene!
Per approfondire
Anticristo - Il termine Anticristo (alla lettera: «contro-Cristo») si trova esclusivamente in 1Gv 2,18.22; 4,3; 2Gv 7. Ma la stessa realtà, o una realtà analoga, è intesa in diversi passi apocalittici del NT: Mc 13,14 par.; 2Tess 2,3-12; Apoc 13,4-18. [...].
Nelle lettere di S. Giovanni, sotto il nome di anti-Cristo è designata una realtà assolutamente attuale: chiunque nega che Gesù sia il Cristo, negando in tal modo il Padre ed il Figlio (1 Gv 2, 22), chiunque non confessa Gesù Cristo venuta nella carne (1Gv 4,3; 2Gv 7), è il seduttore, 1’anti-Cristo. Giovanni fa chiaramente allusione agli eretici ed agli apostati, nei quali già si attua l’apostasia annunziata da Gesù ed intesa da Paolo.
L’escatologia è quindi attualizzata; ma il dramma presente della fede deve essere compreso in funzione di una prospettiva più ampia, quella di cui l’Apocalisse fornisce un’evocazione completa. La dottrina dell’anti-Cristo rimane molto misteriosa. Non la si comprende se non in funzione della guerra secolare in cui Dio ed il suo Cristo affrontano Satana ed i suoi ministri terreni. Per la duplice via della persecuzione temporale e della seduzione religiosa questi tentano di far fallire il disegno di salvezza. Sarebbe errato voler mettere dei nomi propri su ciascuno dei simboli che servono ad evocare la loro presenza; ma chiunque agisce come essi partecipa in qualche misura allo stesso mistero dell’anti-Cristo. Ora questa impresa continuerà senza respiro per tutto il corso della storia, ponendo gli uomini al centro di una lotta in cui nessun mezzo umano potrebbe trionfare. Ma dove avranno fallito gli uomini, vincerà l’agnello (Apoc 17, 14), ed i suoi testimoni parteciperanno alla sua vittoria (Apoc 3, 21). (B. Rigaux e P. Grelot)
Regno di Dio. L’espressione greca basileia theou (“regalità di Dio” ebr. “makut JHWH) designa in primo luogo il potere esercitato, l’effettivo governare di Dio. In genere sarebbe consigliabile la traduzione “signoria di Dio”. Tuttavia s’intende talvolta un particolare ambito o stato nel quale la sovranità di Dio si esplica pienamente, in tal caso si parla di regno. “Regno dei cieli” (in Mt; meglio: “signoria dei cieli”) perifrasa soltanto il nome di Dio e sarebbe totalmente frainteso se fosse concepito come un “regno al di sopra delle nubi”: si tratta della pretesa di governo che Dio avanza su questo mondo.
Nell’AT si parla molto della sovranità regale di JHWH, ma raramente nel senso di “regno”. In 1Cr 17,14 viene chiamato così il regno davidico (idealizzato teocraticamente); nelle visioni di Dn i regni di questo mondo vengono sostituiti dal regno del figlio dell’uomo (7,14 - e rispettivamente del popolo dei santi, come accenna il v. 27). Mentre nel giudaismo rabbinico la “signoria dei cieli” è piuttosto un’entità spirituale, nell’apocalittica vive e si sviluppa ulteriormente (naturalmente accanto a speculazioni escatologiche) la grande visione dei profeti (per es. Is 11): un regno universale di pace e di salvezza che trasforma anche la creazione, una vita purificata degli uomini al di là della colpa e del peccato, sotto l’ordine onnicomprensivo della legge divina.
Gesù non annuncia né un regno politico, né puramente spirituale-morale, ma si ricollega alle visioni profetiche. La novità è che tutto ciò è “vicino” (Mc 1,15), “è alle porte” (13,19). Il regno non viene attraverso i nostri sforzi, per quanto noi siamo assegnati al lavoro nella vigna (Mt 20,lss), ma cresce soltanto ad opera di Dio (cf. Mc 4,26-29). Si può essere certamente “collaboratori per il regno” (Col 4,11), ma “edificare il regno” lo può soltanto Dio stesso. A noi rimane l’umile invocazione: “Venga il tuo regno!” (Mt 6,10). (Anselm Urban)
La conferma della predicazione di Giovanni: “Cristo cominciò la predicazione dal momento in cui Giovanni fu arrestato. Se avesse iniziato a predicare mentre Giovanni era vivo, sicuramente lo avrebbe svilito e la predicazione di Giovanni sarebbe stata ritenuta superflua rispetto alla sua dottrina: come se la luce del giorno, nascendo contemporaneamente alla luce della stella del mattino, celasse la bellezza di quest’ultima. Saggiamente diede inizio alla sua predicazione dalle parole che era solito pronunciare Giovanni: Fate penitenza perché il regno dei cieli è vicino (Mt 3,2), non per cancellare l’insegnamento di Giovanni ma per dargli forza. Se infatti avesse predicato queste parole mentre il profeta ancora forniva i medesimi insegnamenti, forse avrebbe dato l’impressione di cancellarli, ora invece, poiché ripete tali parole mentre quello è in prigione, questo significa non voler cancellare ma voler rafforzare le dottrine di quello. Diede forza all’insegnamento di Giovanni per attestare che quello era un testimone degno di fede” (Anonimo, Opera incompleta su Matteo, omelia 6)
Testimoni di Cristo - San Raimondo de Penafort, Sacerdote: Figlio di signori catalani, nasce a Peñafort nel 1175. Comincia gli studi a Barcellona e li termina a Bologna. Qui conosce il genovese Sinibaldo Fieschi, poi papa Innocenzo IV. Di ritorno a Barcellona, Raimondo è nominato canonico della cattedrale. Ma nel 1222 si apre in città un convento dell’Ordine dei Predicatori, fondato pochi anni prima da san Domenico. E lui lascia il canonicato per farsi domenicano. Nel 1223 aiuta il futuro santo Pietro Nolasco a fondare l’Ordine dei Mercedari per il riscatto degli schiavi. Qualche anno dopo a Roma Gregorio IX gli affida il compito di raccogliere e ordinare tutte le decretali (gli atti emanati dai pontefici in materia dogmatica e disciplinare, rispondendo a quesiti o intervenendo su situazioni specifiche). Raimondo riesce a dare un ordine e una completezza mai raggiunti prima. Nel 1234, il Papa gli offre l’arcivescovado di Tarragona. Ma lui rifiuta. Nel 1238 i suoi confratelli lo vogliono generale dell’Ordine. Ma l’attività intensa che lo vede in tutta Europa lo sfianca. A 70 anni torna infine a una vita di preghiera, studio, formazione dei nuovi predicatori nell’Ordine. Frate Raimondo muore a Barcellona nel 1275. (Avvenire)
O Dio, il tuo Verbo dall’eternità
riveste il cielo di bellezza
e dalla Vergine Maria ha assunto
la nostra fragile carne:
apparso tra noi come splendore della verità,
nella pienezza della sua potenza
porti a compimento
la redenzione del mondo.
Egli è Dio, e vive e regna con te.