4 Gennaio 2026
II Domenica dopo Natale
Sir 24,1-4.12-16 (NV) [gr. 24,1-2.8-12]; Salmo Responsoriale Dal Salmo 147; Gv 1,1-5.9-14
“Gloria a te, o Cristo, annunciato a tutte le genti; gloria a te, o Cristo, creduto nel mondo. (Cf. 1Tm 3,16)” (Acclamazione al Vangelo)
“LA LODE DELLA GLORIA Il dovere dell’uomo è di riconoscere e di celebrare la gloria divina Il VT canta la gloria del creatore, re, salvatore e santo d’Israele (Sal 147, 1). Deplora il peccato che la vela (Is 52, 5; Ez 36, 20 s; Rom 2, 24). Arde del desiderio di vederla riconosciuta da tutto l’universo (Sal 145, 10 s; 57, 6. 12).
Nel NT la dossologia ha come centro Cristo. «Grazie a lui noi diciamo il nostro amen alla gloria di Dio» (2 Cor 1, 20). Per mezzo suo sale «a Dio solo sapiente... la gloria per tutta l’eternità» (Rom 16, 27; Ebr 13, 15).
A Dio è resa gloria per la sua nascita (Lc 2, 20), per i suoi miracoli (Mc 2, 12...) e per la sua morte (Lc 23, 47).
Le dossologie scandiscono i progressi del suo messaggio (Atti 11,18; 13, 48; 21, 20), così come punteggiano le esposizioni dogmatiche di Paolo (Gal 1, 3 s; ecc.). Le dossologie dell’Apocalisse ricapitolano in una solenne liturgia tutto il dramma redentore (Apoc 15, 3 s).
Infine, poiché la Chiesa è «il popolo che Dio si è acquistato per la lode della sua gloria» (Ef 1, 14), al Padre è resa «gloria nella Chiesa ed in Cristo Gesù per tutte le generazioni e tutti i secoli!» (3, 21). Alla dossologia liturgica il martire aggiunge la dossologia del sangue. «Disprezzando la sua vita fino alla morte» (Apoc 12, 11), il fedele professa in tal modo che la fedeltà a Dio supera ogni gloria ed ogni valore umano. Egli, come Pietro, «glorifica Dio» (Gv 21, 18) a prezzo del suo sangue.
L’ultima dossologia, al termine della storia, è il canto delle «nozze dell’agnello» (Apoc 19, 7). La sposa appare ornata di «una veste di lino di bianchezza splendente» (19, 8). Nel fuoco della «grande tribolazione» la Chiesa si è abbigliata, per le nozze eterne, della sola gloria degna del suo sposo, delle virtù, delle offerte, dei sacrifici dei santi. Tuttavia la gloria della sposa le viene tutta dallo sposo. Nel suo sangue sono state «imbiancate» le vesti degli eletti (7, 14; 15, 2) e se la sposa porta questa splendida acconciatura, si è perché «le è stato dato» di farlo (19, 8). Essa si è lasciata rivestire giorno per giorno delle «buone opere che Dio ha preparato in anticipo affinché noi le pratichiamo» (Ef 2, 10). L’amore di Cristo è all’origine di questa gloria; infatti «Cristo ha amato la Chiesa e si è dato per essa ...: voleva presentarla a se stesso tutta risplendente di gloria, senza macchia né ruga, né altra cosa del genere, ma santa ed immacolata» (5, 25. 27). In questo mistero di amore e di santità termina la rivelazione della gloria di Dio. (D. Mollat)
Liturgia della Parola
Prima Lettura: A differenza dell’Antico Testamento che non assimila mai la Sapienza al Dio unico, il Nuovo Testamento individua nella Sapienza una prefigurazione del Verbo di Dio attraverso il quale il Signore Dio ha creato tutte le cose (Cf. Gv 1,3; Col 1,16-17; Eb 1,2). La Sapienza, nel Nuovo Testamento, si contrappone alla sapienza umana: la prima è feconda di salvezza, la seconda è invece sterile. Gesù sarà ripieno di Sapienza: una pienezza che susciterà l’ammirazione dei dottori della Legge e lo stupore dei suoi uditori (Cf. Lc 2,41ss). Gesù è «più di Salomone» (Mt 7,12; Lc 11,31) e in lui «sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza» (Col 2,3). Così, il mistero della croce è «stoltezza e scandalo» (1Cor 1,18.23) agli occhi del mondo perché esso non ha riconosciuto Dio con gli strumenti della propria sapienza (Cf. 1Cor 1,21; Ef 4,17-18), invece per coloro che sono «chiamati» (1Cor 1,24) la croce è sapienza e «potenza di Dio» (1Cor 1,18). Cristo Gesù, infine, è diventato per noi, suoi discepoli, «sapienza, giustizia, santificazione e redenzione» (1Cor 1,30).
Seconda Lettura: Soltanto Dio, che è il solo sapiente, può donare quella sapienza che rende l’uomo capace di conoscere e di accogliere la sua volontà divina. Coloro che accoglieranno la volontà di Dio e la metteranno in pratica saranno «santi e immacolati», partecipi della «eredità fra i santi».
Vangelo (Forma breve)
Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.
Gesù Cristo «è per essenza la Verità increata, quindi è la Verità eterna, non creata ma generata dal Padre. Per mezzo di lui però sono venute tutte le verità create, che sono partecipazioni e riflessi della prima Verità, e che risplendono nelle anime sante» (San Tommaso d’Aquino).
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,1-5.9-14
In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Parola del Signore.
Salvatore A. Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni) - La vita del Verbo in Dio: Innanzi tutto si noti la stretta concatenazione di Gv 1,1s, passo costruito chiasticamente, anche se non in forma perfetta:
In principio era il Verbo e il Verbo era, (rivolto) verso DIO e il Verbo era DIO; questi era in principio, (rivolto) verso DIO.
Le parole tematiche di questi versetti sono i due sostantivi Verbo e Dio, e l’imperfetto era; ricorrono tre o quattro volte ciascuna. L’espressione in principio apre e chiude questo passo iniziale del prologo.
La prima frase dell’inno al Verbo rivelatore è formata dalla locuzione “in principio”, dall’imperfetto “era” e dal sostantivo “il Verbo”: “in principio era il Verbo”. L’accento della sentenza è posto sul primo e sul terzo membro; l’evangelista infatti vuol proclamare che, all’inizio del tempo e del creato, il Verbo c’era già. Egli preesiste al mondo: agli uomini e alle cose.
L’espressione in principio, tipicamente biblica, e invece molto rara nel greco profano, si riferisce all’inizio dell’universo descritto in Gn 1.
Il verbo era si oppone ad “egéneto” dei vv. 3.6.10.14.17, che indica il divenire del cosmo, degli uomini, della storia, della rivelazione e della salvezza. Quindi l’imperfetto “era” descrive il durare dell’essere del Verbo già all’inizio del mondo e indica che al principio dell’universo questa persona divina c’era, viveva già, rivolta verso Dio.
«Il Logos non è stato creato, egli “era”, vale a dire che già allora esisteva, assoluto, fuori del tempo, in eterno. È una preesistenza reale, personale».
Ma chi è “il Verbo”? È una persona che viveva già all’inizio del tempo, in intimo rapporto con Dio, ossia viveva rivolto verso il seno del Padre, in dinamico slancio verso Dio. Anzi “il Verbo era Dio”: è una persona divina; si tratta infatti del Figlio unigenito del Padre, come chiariscono i passi paralleli di Gv 1,14.18. La posizione enfatica del termine Dio in Gv 1,1 e, dato che questo sostantivo è messo al primo posto benché sia predicato nominale, sottolinea la divinità del Verbo.
Per noi, dopo due millenni di cristianesimo, l’affermazione che, oltre Jahvé, esiste un altro che può chiamarsi Dio, appare normale. Ma per i giudei del tempo di Giovanni l’attribuire la natura divina a un’altra persona, oltre Jahvé, costituiva uno scandalo inaudito, come documenta anche il quarto vangelo (Cf. Gv 5,18; 8,58s).
Questa persona divina è chiamata Verbo, per indicare la sua natura e la sua funzione di essere la parola del Padre, ossia la rivelazione personificata di Dio e la sua immagine perfetta. Il Figlio unigenito, infatti, è il Verbo di Dio non solo per rapporto al mondo, ma anche in relazione al Padre, in quanto è immagine perfetta di Dio, come si esprime Paolo (Cf. 2Cor 4,4; Col 1,15). Il termine “Verbo” quindi non è solo un titolo funzionale, ossia non indica solo la funzione del Figlio di Dio di parlare all’umanità della vita divina, comunicandola con la sua rivelazione salvifica, ma esprime anche l’essere di questa persona divina, che è il Figlio e l’immagine perfetta del Padre, esprimendo in sé la stessa natura di Dio.
Per approfondire
Felipe F. Ramos (Il Vangelo secondo Giovanni) - E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria … È il punto culminante del prologo nel quale si parla:
a) Del paradosso incredibile per il quale il Logos eterno di Dio - si ricordino le affermazioni del v. l - è entrato nella storia umana come soggetto della medesima.
Come parte attiva di questa storia, era già entrato nella sua prima venuta, nella creazione. quando Dio creò per mezzo della parola. Avvenimento unico e incredibile: Dio stesso entra nella storia come uno di coloro che fanno questa storia, della quale è allo stesso tempo guida e parte integrante.
b) Anche l’affermazione dell’incarnazione, nell’intenzione dell’evangelista, è destinata a presentare la ragione ultima della possibilità che è offerta all’uomo di divenire figlio di Dio.
c) Questo culmine del prologo parla eloquentemente dell’infinito amore di Dio. Questa è la ragione per cui l’evangelista afferma che il Verbo si è fatto carne, non uomo, anche se, in realtà, vuol dire che si è fatto uomo.
La «carne» sta a indicare la debolezza, la caducità. l’impotenza; e la distanza infinita fra il Logos e la carne, uniti in Cristo, rivela l’infinito amore di Dio. Distanza infinita superata dall’amore infinito di Dio.
d) L’evangelista prepara così il terreno per le affermazioni eucaristiche che farà più tardi (c. 6). II Logos s’è fatto «carne »; è necessario mangiare «la carne» del Figlio dell’uomo.
e) L’affermazione mette in rilievo l’abitazione di Dio fra gli uomini: «piantò la sua tenda» è la traduzione del verbo greco corrispondente che noi usiamo tradurre «abitò». Siamo di fronte al culmine di tutti i tentativi di questa abitazione di Dio in mezzo agli uomini, tentativi che l’AT raccoglie quando parla della tenda, del tempio, del tabernacolo ...
f) Come conseguenza, in Cristo possiamo vedere la gloria di Dio. Una visione molto vicina alla fede. Di fatto, questa visione è possibile solo ai credenti, Vedemmo la sua gloria ...
g) Per dare a tutto l’avvenimento un maggior rilievo, si contrappone Gesù, il Verbo fatto carne, a Mosè. Per mezzo di Mosè, venne la legge che era considerata come la garanzia della grazia e della fedeltà di Dio nei confronti del suo popolo; per mezzo di Gesù, è venuta la grazia, ma una grazia incalcolabile: «grazia su grazia».
h) In opposizione alle religioni pagane che parlavano di «vedere» Dio, Giovanni dice che questo è impossibile, ma che abbiamo la sua rivelazione attraverso Gesù. Gesù ci manifesta Dio, ce lo fa conoscere.
Augustin Feuillet e Pierre Grelot - Il mistero del Verbo di Dio: 1. Il Verbo fatto carne. - Di questo mistero della parola divina Giovanni ci offre il segreto ultimo, accostandolo nel modo più stretto al mistero stesso di Gesù, Figlio di Dio: in quanto Figlio, Gesù è la parola sussistente, il Verbo di Dio. Da lui quindi deriva, in ultima analisi, ogni manifestazione della parola divina, nella creazione, nella storia, nel compimento finale della salvezza. Si comprende in tal modo la frase della lettera agli Ebrei: «Dopo aver parlato ai nostri padri per mezzo dei profeti, Dio ci ha parlato per mezzo del Figlio suo» (Ebr 1, 1 s). In quanto Verbo, Gesù esisteva quindi fin dall’inizio in Dio ed era egli stesso Dio (Gv 1, 1 s). Era la parola creatrice nella quale tutto è stato fatto (1, 3; cfr. Ebr 1, 2; Sal 33, 6 ss), la parola illuminatrice che brillava nelle tenebre del mondo per portare agli uomini la rivelazione di Dio (Gv 1, 4 s. 9). Già nel VT egli si manifestava segretamente sotto le apparenze della parola operante e rivelatrice. Ma infine, al termine dei tempi, questo Verbo è entrato apertamente nella storia facendosi carne (1, 14); allora è diventato per gli uomini oggetto di esperienza concreta (1 Gv 1, 1 ss), cosicché «abbiamo visto la sua gloria» (Gv 1, 14). Con ciò egli ha portato a termine la sua duplice attività di rivelatore e di autore della salvezza: come Figlio unico, ha fatto conoscere agli uomini il Padre (1, 18); per salvarli, ha introdotto nel mondo la grazia e la verità (1, 14. 16 s). Il Verbo manifestato al mondo è ormai al centro della storia umana: prima di lui, essa tendeva verso la sua incarnazione; dopo la sua venuta, è tesa verso il suo trionfo finale. Sarà infatti ancora lui a manifestarsi in un’ultima lotta, per porre termine all’azione delle potenze malvagie ed assicurare quaggiù la vittoria definitiva di Dio (Apoc 19, 13).
2. Gli uomini di fronte al Verbo fatto carne. - Poiché Cristo è il Verbo sussistente «venuto nella carne», si comprende come l’atteggiamento assunto dagli uomini di fronte alla sua parola e di fronte alla sua persona determini nello stesso tempo il loro atteggiamento di fronte a Dio. Effettivamente la sua venuta in terra ha dato occasione ad una divisione tra di essi. Da un lato, le tenebre non l’hanno accolto (Gv 1, 5), il mondo malvagio non l’ha conosciuto (1, 10), i suoi - il suo stesso popolo - non l’hanno ricevuto (1, 11): è tutta la storia evangelica che sfocia nella passione. Ma dall’altro lato, vi sono di quelli che hanno «creduto nel suo nome» (1, 12): questi hanno «ricevuto dalla sua pienezza, grazia su grazia» (1, 16) ed egli, che è il Figlio per natura (1, 14. 18), ha dato loro il potere di diventare figli di Dio (1, 12). Attorno al Verbo incarnato si è così cristallizzato un dramma che, di fatto, dura da quando Dio ha incominciato a parlare agli uomini per mezzo dei suoi profeti. Ma anche quando i profeti proclamavano la parola di Dio, non era forse già il Verbo stesso ad esprimersi per bocca loro, lo stesso Verbo che doveva prendere carne alla fine dei tempi per rivolgersi direttamente agli uomini, quando il Padre l’avrebbe mandato personalmente in terra? A questa azione nascosta, preparatoria, si è ora sostituita una presenza diretta e visibile. Ma per gli uomini il problema vitale posto dalla parola di Dio non ha mutato aspetto: chi crede alla parola, chi riconosce il Verbo e l’accoglie, entra per mezzo suo in una vita teologale di figlio di Dio (Gv 1, 12); chi rifiuta la parola, chi disconosce il Verbo, rimane nelle tenebre del mondo ed è per ciò stesso giudicato (cfr. 3, 17 ss). Prospettiva terribile che ogni uomo deve affrontare, apertamente se è posto in presenza del vangelo di Gesù Cristo, segretamente se la parola divina lo raggiunge soltanto in forme imperfette. Il Verbo parla ad ogni uomo, e da ogni uomo attende una risposta. Ed il destino eterno di quest’uomo dipende dalla sua risposta.
La sapienza fa il proprio elogio, in Dio trova il proprio vanto, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria - La sapienza è misura dello spirito - Per essere felici è necessario non soggiacere a privazione, cioè essere sapiente. Ma forse voi chiedete che cosa sia la sapienza poiché il pensiero umano, per quanto gli è possibile in questa vita, ha già tentato di analizzare e chiarire anche il suo significato. Non è altro che la misura dello spirito con cui esso raggiunge l’equilibrio in maniera da non effondersi nel troppo né restringersi al di sotto del limite della pienezza. S’effonde nella lussuria, nella volontà di dominio, nell’orgoglio e simili, con cui lo spirito di individui incapaci di moderazione e infelici crede d’accaparrarsi gioie e potenza.
Si restringe nell’avarizia, nella pusillanimità, nella tristezza, nella cupidigia e altri mali di varia specie, a causa dei quali anche gli infelici ammettono che gli uomini sono infelici [Cicerone, Tusculanae, 4, 7,16-9,22; Diogene L., 7,110-116]. (Agostino, La felicità, 4,33)
Testimoni di Cristo - Santa Angela da Foligno - Il perdono trasforma l’esistenza e rende testimoni dell’Infinito: L’ amore chiama amore, l’accogliere la vita come dono spinge a diventare doni per gli altri, toccare l’Infinito rende testimoni della vita di Dio, sentirsi perdonati alimenta la carità e la fratellanza. Di questo tipo di esperienza fu testimone sant’Angela da Foligno. Nata nel 1248 in una famiglia agiata di Foligno, aveva vissuto una giovinezza definita nel «Memoriale», redatto dal suo consigliere spirituale, come «sacrilega». Sposata, con figli, viveva con la madre che, come lei stessa raccontò, soddisfaceva ogni suo capriccio. In quel periodo andava diffondendosi il messaggio francescano e anche a Foligno cresceva il Terz’Ordine nato dal carisma del Poverello di Assisi. Cominciando a comprendere il senso del peccato, Angela aveva tentato di confessare – senza mai riuscirci completamente però – e cambiare quella vita dissoluta. Ma fu solo nel 1285 che cominciò la sua vera “conversione”: dopo una confessione completa intraprese un cammino che la portò, forse nel 1291, in seguito alla morte del marito, dei figli e della madre, a entrare nel Terz’Ordine francescano. Lungo il suo percorso, vissuto nel segno della penitenza, dell’imitazione di Cristo e della meditazione della Passione, visse numerose esperienze mistiche. Raccolse attorno a sé un “cenacolo” di figli spirituali e fu definita “maestra di teologia”. Morì nel 1309, nel 2013 papa Francesco estese il suo culto alla Chiesa universale. (Matteo Liut)
che nel Verbo venuto ad abitare in mezzo a noi
riveli al mondo la tua gloria,
illumina gli occhi del nostro cuore,
perché, credendo nel tuo Figlio unigenito,
gustiamo la gioia di essere tuoi figli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.