4 Gennaio 2026
 
II Domenica dopo Natale
 
Sir 24,1-4.12-16 (NV) [gr. 24,1-2.8-12]; Salmo Responsoriale Dal Salmo 147; Gv 1,1-5.9-14
 
“Gloria a te, o Cristo, annunciato a tutte le genti; gloria a te, o Cristo, creduto nel mondo. (Cf. 1Tm 3,16)” (Acclamazione al Vangelo)
 
“LA LODE DELLA GLORIA Il dovere dell’uomo è di riconoscere e di celebrare la gloria divina Il VT canta la gloria del creatore, re, salvatore e santo d’Israele (Sal 147, 1). Deplora il peccato che la vela (Is 52, 5; Ez 36, 20 s; Rom 2, 24). Arde del desiderio di vederla riconosciuta da tutto l’universo (Sal 145, 10 s; 57, 6. 12).
Nel NT la dossologia ha come centro Cristo. «Grazie a lui noi diciamo il nostro amen alla gloria di Dio» (2 Cor 1, 20). Per mezzo suo sale «a Dio solo sapiente... la gloria per tutta l’eternità» (Rom 16, 27; Ebr 13, 15).
A Dio è resa gloria per la sua nascita (Lc 2, 20), per i suoi miracoli (Mc 2, 12...) e per la sua morte (Lc 23, 47).
Le dossologie scandiscono i progressi del suo messaggio (Atti 11,18; 13, 48; 21, 20), così come punteggiano le esposizioni dogmatiche di Paolo (Gal 1, 3 s; ecc.). Le dossologie dell’Apocalisse ricapitolano in una solenne liturgia tutto il dramma redentore (Apoc 15, 3 s).
Infine, poiché la Chiesa è «il popolo che Dio si è acquistato per la lode della sua gloria» (Ef 1, 14), al Padre è resa «gloria nella Chiesa ed in Cristo Gesù per tutte le generazioni e tutti i secoli!» (3, 21). Alla dossologia liturgica il martire aggiunge la dossologia del sangue. «Disprezzando la sua vita fino alla morte» (Apoc 12, 11), il fedele professa in tal modo che la fedeltà a Dio supera ogni gloria ed ogni valore umano. Egli, come Pietro, «glorifica Dio» (Gv 21, 18) a prezzo del suo sangue.
L’ultima dossologia, al termine della storia, è il canto delle «nozze dell’agnello» (Apoc 19, 7). La sposa appare ornata di «una veste di lino di bianchezza splendente» (19, 8). Nel fuoco della «grande tribolazione» la Chiesa si è abbigliata, per le nozze eterne, della sola gloria degna del suo sposo, delle virtù, delle offerte, dei sacrifici dei santi. Tuttavia la gloria della sposa le viene tutta dallo sposo. Nel suo sangue sono state «imbiancate» le vesti degli eletti (7, 14; 15, 2) e se la sposa porta questa splendida acconciatura, si è perché «le è stato dato» di farlo (19, 8). Essa si è lasciata rivestire giorno per giorno delle «buone opere che Dio ha preparato in anticipo affinché noi le pratichiamo» (Ef 2, 10). L’amore di Cristo è all’origine di questa gloria; infatti «Cristo ha amato la Chiesa e si è dato per essa ...: voleva presentarla a se stesso tutta risplendente di gloria, senza macchia né ruga, né altra cosa del genere, ma santa ed immacolata» (5, 25. 27). In questo mistero di amore e di santità termina la rivelazione della gloria di Dio. (D. Mollat)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: A differenza dell’Antico Testamento che non assimila mai la Sapienza al Dio unico, il Nuovo Testamento individua nella Sapienza una prefigurazione del Verbo di Dio attraverso il quale il Signore Dio ha creato tutte le cose (Cf. Gv 1,3; Col 1,16-17; Eb 1,2). La Sapienza, nel Nuovo Testamento, si contrappone alla sapienza umana: la prima è feconda di salvezza, la seconda è invece sterile. Gesù sarà ripieno di Sapienza: una pienezza che susciterà l’ammirazione dei dottori della Legge e lo stupore dei suoi uditori (Cf. Lc 2,41ss). Gesù è «più di Salomone» (Mt 7,12; Lc 11,31) e in lui «sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza» (Col 2,3). Così, il mistero della croce è «stoltezza e scandalo» (1Cor 1,18.23) agli occhi del mondo perché esso non ha riconosciuto Dio con gli strumenti della propria sapienza (Cf. 1Cor 1,21; Ef 4,17-18), invece per coloro che sono «chiamati» (1Cor 1,24) la croce è sapienza e «potenza di Dio» (1Cor 1,18). Cristo Gesù, infine, è diventato per noi, suoi discepoli, «sapienza, giustizia, santificazione e redenzione» (1Cor 1,30).
 
Seconda Lettura: Soltanto Dio, che è il solo sapiente, può donare quella sapienza che rende l’uomo capace di conoscere e di accogliere la sua volontà divina. Coloro che accoglieranno la volontà di Dio e la metteranno in pratica saranno «santi e immacolati», partecipi della «eredità fra i santi».
 
Vangelo (Forma breve)
Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.
Gesù Cristo «è per essenza la Verità increata, quindi è la Verità eterna, non creata ma generata dal Padre. Per mezzo di lui però sono venute tutte le verità create, che sono partecipazioni e riflessi della prima Verità, e che risplendono nelle anime sante» (San Tommaso d’Aquino).

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,1-5.9-14
In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Parola del Signore.
 
Salvatore A. Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni) - La vita del Verbo in Dio: Innanzi tutto si noti la stretta concatenazione di Gv 1,1s, passo costruito chiasticamente, anche se non in forma perfetta:
 
In principio era il Verbo e il Verbo era, (rivolto) verso DIO e il Verbo era DIO; questi era in principio, (rivolto) verso DIO.
 
Le parole tematiche di questi versetti sono i due sostantivi Verbo e Dio, e l’imperfetto era; ricorrono tre o quattro volte ciascuna. L’espressione in principio apre e chiude questo passo iniziale del prologo.
La prima frase dell’inno al Verbo rivelatore è formata dalla locuzione “in principio”, dall’imperfetto “era” e dal sostantivo “il Verbo”: “in principio era il Verbo”. L’accento della sentenza è posto sul primo e sul terzo membro; l’evangelista infatti vuol proclamare che, all’inizio del tempo e del creato, il Verbo c’era già. Egli preesiste al mondo: agli uomini e alle cose.
L’espressione in principio, tipicamente biblica, e invece molto rara nel greco profano, si riferisce all’inizio dell’universo descritto in Gn 1.
Il verbo era si oppone ad “egéneto” dei vv. 3.6.10.14.17, che indica il divenire del cosmo, degli uomini, della storia, della rivelazione e della salvezza. Quindi l’imperfetto “era” descrive il durare dell’essere del Verbo già all’inizio del mondo e indica che al principio dell’universo questa persona divina c’era, viveva già, rivolta verso Dio.
«Il Logos non è stato creato, egli “era”, vale a dire che già allora esisteva, assoluto, fuori del tempo, in eterno. È una preesistenza reale, personale».
Ma chi è “il Verbo”? È una persona che viveva già all’inizio del tempo, in intimo rapporto con Dio, ossia viveva rivolto verso il seno del Padre, in dinamico slancio verso Dio. Anzi “il Verbo era Dio”: è una persona divina; si tratta infatti del Figlio unigenito del Padre, come chiariscono i passi paralleli di Gv 1,14.18. La posizione enfatica del termine Dio in Gv 1,1 e, dato che questo sostantivo è messo al primo posto benché sia predicato nominale, sottolinea la divinità del Verbo.
Per noi, dopo due millenni di cristianesimo, l’affermazione che, oltre Jahvé, esiste un altro che può chiamarsi Dio, appare normale. Ma per i giudei del tempo di Giovanni l’attribuire la natura divina a un’altra persona, oltre Jahvé, costituiva uno scandalo inaudito, come documenta anche il quarto vangelo (Cf. Gv 5,18; 8,58s).
Questa persona divina è chiamata Verbo, per indicare la sua natura e la sua funzione di essere la parola del Padre, ossia la rivelazione personificata di Dio e la sua immagine perfetta. Il Figlio unigenito, infatti, è il Verbo di Dio non solo per rapporto al mondo, ma anche in relazione al Padre, in quanto è immagine perfetta di Dio, come si esprime Paolo (Cf. 2Cor 4,4; Col 1,15). Il termine “Verbo” quindi non è solo un titolo funzionale, ossia non indica solo la funzione del Figlio di Dio di parlare all’umanità della vita divina, comunicandola con la sua rivelazione salvifica, ma esprime anche l’essere di questa persona divina, che è il Figlio e l’immagine perfetta del Padre, esprimendo in sé la stessa natura di Dio.
 
Per approfondire
 
Felipe F. Ramos (Il Vangelo secondo Giovanni) - E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria … È il punto culminante del prologo nel quale si parla:
a) Del paradosso incredibile per il quale il Logos eterno di Dio - si ricordino le affermazioni del v. l - è entrato nella storia umana come soggetto della medesima.
Come parte attiva di questa storia, era già entrato nella sua prima venuta, nella creazione. quando Dio creò per mezzo della parola. Avvenimento unico e incredibile: Dio stesso entra nella storia come uno di coloro che fanno questa storia, della quale è allo stesso tempo guida e parte integrante.
b) Anche l’affermazione dell’incarnazione, nell’intenzione dell’evangelista, è destinata a presentare la ragione ultima della possibilità che è offerta all’uomo di divenire figlio di Dio.
c) Questo culmine del prologo parla eloquentemente dell’infinito amore di Dio. Questa è la ragione per cui l’evangelista afferma che il Verbo si è fatto carne, non uomo, anche se, in realtà, vuol dire che si è fatto uomo.
La «carne» sta a indicare la debolezza, la caducità. l’impotenza; e la distanza infinita fra il Logos e la carne, uniti in Cristo, rivela l’infinito amore di Dio. Distanza infinita superata dall’amore infinito di Dio.
d) L’evangelista prepara così il terreno per le affermazioni eucaristiche che farà più tardi (c. 6). II Logos s’è fatto «carne »; è necessario mangiare «la carne» del Figlio dell’uomo.
e) L’affermazione mette in rilievo l’abitazione di Dio fra gli uomini: «piantò la sua tenda» è la traduzione del verbo greco corrispondente che noi usiamo tradurre «abitò». Siamo di fronte al culmine di tutti i tentativi di questa abitazione di Dio in mezzo agli uomini, tentativi che l’AT raccoglie quando parla della tenda, del tempio, del tabernacolo ...
f) Come conseguenza, in Cristo possiamo vedere la gloria di Dio. Una visione molto vicina alla fede. Di fatto, questa visione è possibile solo ai credenti, Vedemmo la sua gloria ...
g) Per dare a tutto l’avvenimento un maggior rilievo, si contrappone Gesù, il Verbo fatto carne, a Mosè. Per mezzo di Mosè, venne la legge che era considerata come la garanzia della grazia e della fedeltà di Dio nei confronti del suo popolo; per mezzo di Gesù, è venuta la grazia, ma una grazia incalcolabile: «grazia su grazia».
h) In opposizione alle religioni pagane che parlavano di «vedere» Dio, Giovanni dice che questo è impossibile, ma che abbiamo la sua rivelazione attraverso Gesù. Gesù ci manifesta Dio, ce lo fa conoscere.
 
Augustin Feuillet e Pierre Grelot - Il mistero del Verbo di Dio: 1. Il Verbo fatto carne. - Di questo mistero della parola divina Giovanni ci offre il segreto ultimo, accostandolo nel modo più stretto al mistero stesso di Gesù, Figlio di Dio: in quanto Figlio, Gesù è la parola sussistente, il Verbo di Dio. Da lui quindi deriva, in ultima analisi, ogni manifestazione della parola divina, nella creazione, nella storia, nel compimento finale della salvezza. Si comprende in tal modo la frase della lettera agli Ebrei: «Dopo aver parlato ai nostri padri per mezzo dei profeti, Dio ci ha parlato per mezzo del Figlio suo» (Ebr 1, 1 s). In quanto Verbo, Gesù esisteva quindi fin dall’inizio in Dio ed era egli stesso Dio (Gv 1, 1 s). Era la parola creatrice nella quale tutto è stato fatto (1, 3; cfr. Ebr 1, 2; Sal 33, 6 ss), la parola illuminatrice che brillava nelle tenebre del mondo per portare agli uomini la rivelazione di Dio (Gv 1, 4 s. 9). Già nel VT egli si manifestava segretamente sotto le apparenze della parola operante e rivelatrice. Ma infine, al termine dei tempi, questo Verbo è entrato apertamente nella storia facendosi carne (1, 14); allora è diventato per gli uomini oggetto di esperienza concreta (1 Gv 1, 1 ss), cosicché «abbiamo visto la sua gloria» (Gv 1, 14). Con ciò egli ha portato a termine la sua duplice attività di rivelatore e di autore della salvezza: come Figlio unico, ha fatto conoscere agli uomini il Padre (1, 18); per salvarli, ha introdotto nel mondo la grazia e la verità (1, 14. 16 s). Il Verbo manifestato al mondo è ormai al centro della storia umana: prima di lui, essa tendeva verso la sua incarnazione; dopo la sua venuta, è tesa verso il suo trionfo finale. Sarà infatti ancora lui a manifestarsi in un’ultima lotta, per porre termine all’azione delle potenze malvagie ed assicurare quaggiù la vittoria definitiva di Dio (Apoc 19, 13).
2. Gli uomini di fronte al Verbo fatto carne. - Poiché Cristo è il Verbo sussistente «venuto nella carne», si comprende come l’atteggiamento assunto dagli uomini di fronte alla sua parola e di fronte alla sua persona determini nello stesso tempo il loro atteggiamento di fronte a Dio. Effettivamente la sua venuta in terra ha dato occasione ad una divisione tra di essi. Da un lato, le tenebre non l’hanno accolto (Gv 1, 5), il mondo malvagio non l’ha conosciuto (1, 10), i suoi - il suo stesso popolo - non l’hanno ricevuto (1, 11): è tutta la storia evangelica che sfocia nella passione. Ma dall’altro lato, vi sono di quelli che hanno «creduto nel suo nome» (1, 12): questi hanno «ricevuto dalla sua pienezza, grazia su grazia» (1, 16) ed egli, che è il Figlio per natura (1, 14. 18), ha dato loro il potere di diventare figli di Dio (1, 12). Attorno al Verbo incarnato si è così cristallizzato un dramma che, di fatto, dura da quando Dio ha incominciato a parlare agli uomini per mezzo dei suoi profeti. Ma anche quando i profeti proclamavano la parola di Dio, non era forse già il Verbo stesso ad esprimersi per bocca loro, lo stesso Verbo che doveva prendere carne alla fine dei tempi per rivolgersi direttamente agli uomini, quando il Padre l’avrebbe mandato personalmente in terra? A questa azione nascosta, preparatoria, si è ora sostituita una presenza diretta e visibile. Ma per gli uomini il problema vitale posto dalla parola di Dio non ha mutato aspetto: chi crede alla parola, chi riconosce il Verbo e l’accoglie, entra per mezzo suo in una vita teologale di figlio di Dio (Gv 1, 12); chi rifiuta la parola, chi disconosce il Verbo, rimane nelle tenebre del mondo ed è per ciò stesso giudicato (cfr. 3, 17 ss). Prospettiva terribile che ogni uomo deve affrontare, apertamente se è posto in presenza del vangelo di Gesù Cristo, segretamente se la parola divina lo raggiunge soltanto in forme imperfette. Il Verbo parla ad ogni uomo, e da ogni uomo attende una risposta. Ed il destino eterno di quest’uomo dipende dalla sua risposta.
 
La sapienza fa il proprio elogio, in Dio trova il proprio vanto, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria - La sapienza è misura dello spirito - Per essere felici è necessario non soggiacere a privazione, cioè essere sapiente. Ma forse voi chiedete che cosa sia la sapienza poiché il pensiero umano, per quanto gli è possibile in questa vita, ha già tentato di analizzare e chiarire anche il suo significato. Non è altro che la misura dello spirito con cui esso raggiunge l’equilibrio in maniera da non effondersi nel troppo né restringersi al di sotto del limite della pienezza. S’effonde nella lussuria, nella volontà di dominio, nell’orgoglio e simili, con cui lo spirito di individui incapaci di moderazione e infelici crede d’accaparrarsi gioie e potenza.
Si restringe nell’avarizia, nella pusillanimità, nella tristezza, nella cupidigia e altri mali di varia specie, a causa dei quali anche gli infelici ammettono che gli uomini sono infelici [Cicerone, Tusculanae, 4, 7,16-9,22; Diogene L., 7,110-116]. (Agostino, La felicità, 4,33)
 
Testimoni di Cristo - Santa Angela da Foligno - Il perdono trasforma l’esistenza e rende testimoni dell’Infinito: L’ amore chiama amore, l’accogliere la vita come dono spinge a diventare doni per gli altri, toccare l’Infinito rende testimoni della vita di Dio, sentirsi perdonati alimenta la carità e la fratellanza. Di questo tipo di esperienza fu testimone sant’Angela da Foligno. Nata nel 1248 in una famiglia agiata di Foligno, aveva vissuto una giovinezza definita nel «Memoriale», redatto dal suo consigliere spirituale, come «sacrilega». Sposata, con figli, viveva con la madre che, come lei stessa raccontò, soddisfaceva ogni suo capriccio. In quel periodo andava diffondendosi il messaggio francescano e anche a Foligno cresceva il Terz’Ordine nato dal carisma del Poverello di Assisi. Cominciando a comprendere il senso del peccato, Angela aveva tentato di confessare – senza mai riuscirci completamente però – e cambiare quella vita dissoluta. Ma fu solo nel 1285 che cominciò la sua vera “conversione”: dopo una confessione completa intraprese un cammino che la portò, forse nel 1291, in seguito alla morte del marito, dei figli e della madre, a entrare nel Terz’Ordine francescano. Lungo il suo percorso, vissuto nel segno della penitenza, dell’imitazione di Cristo e della meditazione della Passione, visse numerose esperienze mistiche. Raccolse attorno a sé un “cenacolo” di figli spirituali e fu definita “maestra di teologia”. Morì nel 1309, nel 2013 papa Francesco estese il suo culto alla Chiesa universale. (Matteo Liut)

O Dio, nostro Padre,
che nel Verbo venuto ad abitare in mezzo a noi
riveli al mondo la tua gloria,
illumina gli occhi del nostro cuore,
perché, credendo nel tuo Figlio unigenito,
gustiamo la gioia di essere tuoi figli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 

3 Gennaio 2026
 
Feria Propria del 3 Gennaio
 
1Gv 2,29- 3,6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 97 (98); Gv 1,29-34
 
“Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,14a.12a Acclamazione al Vangelo).
.«Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Con questa affermazione forte e concisa l’evangelista Giovanni esprime l’evento dell’Incarnazione. Egli ha parlato del Verbo anche poco prima, contemplandone l’esistenza eterna e descrivendola con le ben note parole: «In principio era il Verbo» (Gv 1,1). In questa prospettiva giovannea, che lega l’eternità al tempo, si iscrive il misterioso cammino compiuto da Cristo anche nella storia che lo ha preceduto. La sua presenza nel nostro mondo ha cominciato ad annunziarsi molto prima dell’Incarnazione. Il Verbo è stato in qualche modo presente nella storia dell’umanità fin dall’inizio. Per mezzo dello Spirito, Egli ha preparato la sua venuta di Salvatore, orientando segretamente i cuori a coltivare l’attesa nella speranza. Tracce di una speranza di liberazione si incontrano nelle diverse culture e tradizioni religiose” (Giovanni Paolo II Udienza Generale 3 Dicembre 1997).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura:  Il brano di 1Giovanni 2,29-3,6 sottolinea che chi pratica la giustizia è generato da Dio, evidenziando l’amore incondizionato del Padre nel renderci figli Suoi, un mistero che il mondo non conosce, ma che ci rende simili a Cristo quando Egli si manifesterà, purificandoci attraverso la speranza in Lui e la pratica della giustizia, in contrasto con il peccato, che è iniquità, e ricordando che in Cristo non c’è peccato.  (AI Overview). 
 
Vangelo
Ecco l’agnello di Dio.
 
Il Battista è immagine del discepolo che progredisce nella fede e nella conoscenza del Cristo. Il Precursore non lo conosceva, poi vede in Gesù il Messia sofferente, colui che battezza in Spirito Santo e infine il Figlio di Dio: è il cammino di fede che tutti i credenti devono percorrere. Il titolo di “agnello di Dio” è «la prima confessione cristologica del vangelo e rimanda al Servo di JHWH di Isaia 53,6-7, figura del popolo d’Israele le cui sofferenze sono salvezza per “molti”. In questo modo l’evangelista lascia intravedere fin dall’inizio il destino di morte di Gesù [Cf. 19,30]» (LA BIBBIA, Via Verità e Vita).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,29-34
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Parola del Signore.
 
Ecco l’agnello di Dio ... Applicando a Gesù il termine agnello, l’evangelista Giovanni offre al suo lettore diverse possibili interpretazioni. Le più comuni sono quelle che si rifanno all’agnello pasquale con cui è stato salvato il popolo d’Israele (Cf. Es 12,3) oppure all’Agnello apocalittico che distruggerà il male presente nel mondo (Cf. Ap 5,7; 17,14). Possono essere questi i riferimenti a cui il Precursore si è ispirato, ma poiché in aramaico per dire agnello si usa la parola talya, e la stessa parola designa anche il servo, al testo giovanneo possono essere date altre interpretazioni.
Giovanni Battista, può essersi ispirato al noto vaticinio presente nel quarto canto del servo del Signore: «Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello; come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (Is 53,7); oppure al servo sofferente preconizzato dal profeta Isaia: «Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (Is 53,4).
Ma forse, il Precursore, ha voluto unire intenzionalmente in una sola parola i due significati presentando in questo modo Gesù servo e agnello: un lavoro di sutura con il quale assomma la sofferenza vicaria del Figlio di Dio alla sua umile e mite obbedienza alla volontà del Padre, «fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,8). Gesù è il servo-luce (Cf. Gv 3,19s; 12,46) che porterà «la salvezza fino all’estremità della terra» (Is 49,6) e allo stesso tempo è l’Agnello-immolato (Cf. Gv 19,36; Ap 5,6), «colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29).
È probabile che il precursore abbia usato di proposito questa parola per assommare i due significati, ma «l’evangelista, scrivendo in greco, abbia dovuto scegliere» (Bibbia di Gerusalemme).
In ogni caso, con questa “immagine”, o faccia riferimento al servo-luce delle nazioni o all’agnello-immolato per la salvezza del popolo, bene viene messa in evidenza la missione del Verbo di Dio: strade intrise di sangue, di pene e di dolori indicibili che si incroceranno, sul Golgota, con la Croce, il supplizio infamante degli schiavi.
Comunque, il riferimento all’Agnello apocalittico che toglie il peccato del mondo «corrisponderebbe meglio al modo di pensare del Battista, così come possiamo trovarlo nei Sinottici: egli annuncia la venuta di colui che “ha in mano il ventilabro” e “pulirà la sua aia... brucerà la pula” [Matteo 3,12]. Egli in questo modo coincide con la concezione apocalittica, espressa in molti testi dell’epoca, dell’Agnello regale che lotta contro le fiere e distrugge il mondo cattivo [vedi Apocalisse 14,10; 17,14]. Qui però l’immagine ebraica è stata capovolta dalla fede cristiana: nell’Apocalisse, il combattimento dell’Agnello è la sua morte e sulla bocca del Battista non sono più i peccatori che sono vinti, ma il peccato del mondo che è tolto dall’Agnello di Dio» (I Quattro Vangeli Commentati, ELLEDICI).
... colui che toglie il peccato del mondo! Il peccato «al singolare indica la situazione in cui si trovavano gli uomini e che l’agnello di Dio prende su di sé per togliere» (Giuseppe Segalla). Mondo nel Vangelo di Giovanni indica l’ambiente in cui l’uomo vive, oppure gli uomini che lo abitano e che Dio ama e salva in Gesù (Cf. Gv 3,16-17), oppure tutto quello che si oppone al Vangelo di Gesù e alla salvezza da lui offerta (Cf. Gv 17,1s).
Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele. Che Giovanni Battista non conoscesse Gesù fa pensare che il quarto vangelo ignori la tradizione sull’infanzia di Gesù (Cf. Lc 1,41). Ma probabilmente il significato è ben diverso: nessuno può da solo conoscere il mistero di Gesù. C’è bisogno della rivelazione del Padre. Il battesimo di Giovanni non è un battesimo di perdono dei peccati, ma di preparazione alla rivelazione di Gesù. Il verbo manifestare (rivelare) è proprio del quarto vangelo ed indica l’uscire di Gesù dalle tenebre per essere visto e conosciuto dagli uomini.
Nella testimonianza del Battista vi è ancora un’immagine: Ho contemplato lo Spirito Santo discendere come una colomba.
La colomba, già presente in vari testi scritturali (come simbolo della nuova creazione nel libro della Genesi [8,8], come figura amorosa nel Cantico dei Cantici [2,14; 4,1; 5,2.12; 6,9] o della comunità d’Israele in Osea [11,11]), qui è il simbolo dello Spirito Santo che viene nel mondo rinnovandolo con il dono della pace, costituendolo nuovo Israele, la vera e unica Chiesa di Dio, e per unirlo come sposo, in mistiche nozze, al suo Creatore (Ap 21,2).
Lo Spirito si posa e rimane su Gesù: Giovanni, con quest’ultimo verbo, ama sottolineare il legame durevole della relazione tra il Padre e il Figlio e tra il Figlio e i discepoli. Ma il verbo rimanere è anche importante perché «nel quarto vangelo questo è il verbo che rende possibile il “portare frutto” [pensiamo al capitolo 15: nei primi versetti questo verbo compare ben 10 volte!]. “Rimanendo” in Gesù, lo Spirito Santo ne rende possibile il “portare frutto”, cioè ne rende possibile la missione, l’obbedienza al Padre, il cammino verso l’“ora” [tema caratteristico di Giovani], l’accettare la croce e l’esaltazione della gloria di Pasqua» (Don Primo Gironi).
Ed è stata la discesa dello Spirito Santo a manifestare al Battista la dignità messianica di Gesù.
E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio. Nell’annuncio del Precursore Figlio di Dio significa Messia, ma per i lettori cristiani esprime pure la sua Divinità come intende suggerire l’evangelista Giovanni (Cf. Gv 21,30-1). Quella di Giovanni Battista, è una professione di fede che dovrebbe risuonare nei cuori di tutti i credenti e «in tutto il mondo» (Mc 16,15) perché creda e si salvi.
 
Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!  ... I tre termini (arnion, amnos e arēn) che designano l’agnello nel NT sono usati in genere come immagini e simboli, a cominciare dalla definizione di Gesù come agnello di Dio. L’unica volta in cui viene usato il termine arēn è nel passo di Luca, dove Gesù nell’affidare la missione ai settantadue discepoli, li manda come “agnelli in mezzo a lupi” (Lc 10,3). II riferimento è alle prove e alle violenze subite dalle prime comunità cristiane (Gv 10,12; At 20,29), che anch’esse, deboli, dovranno subire da parte dei loro avversari più forti.
• agnello di Dio - La definizione di Gesù come agnello (amnos tou theou) ricorre nel NT solo due volte (Gv 1,29.36) e, nel primo caso, è accompagnata dalla frase “colui che toglie il peccato del mondo” (cfr. anche 1 Gv 3,5).
II riferimento più sicuro per questo titolo dato da Giovanni Battista a Gesù è l’agnello pasquale. L’ac­costamento tra la celebrazione rituale del sacrificio dell’agnello, con il sangue sparso sugli stipiti delle porte in segno di liberazione e salvezza (cfr. Es 12,7-13), e il sangue dell’agnello  immolato sulla croce sta a significare che il sacrificio di Cristo, “nostra pasqua” (1Cor 5,7), rappresenta il “passaggio” dalla morte alla vita (5,24), dalle tenebre alla luce (8,12) dell’umanità riconciliata e redenta. Gesù, l’inviato del Padre, inaugura infatti, col suo sacrificio, la pasqua della nuova alleanza e della nuova libertà dei figli di Dio.
L’immagine di Cristo come “agnello” (amnos) pasquale, senza difetti e senza macchia (cfr. Es 12,5; Lv 22,19-25; Nm 6,14; 19,2), è ripresa da 1Pt 1,19 e, con altro termine (arnion), dall’Apocalisse. Qui però Cristo, l’Agnello, non è solo la vittima mansueta (cfr. Is 53,7) che si è immolata (5,6; 7,14), ma è soprattutto il vincitore della morte, risorto ed esaltato in cielo, seduto al fianco di Dio sul trono (22,1.3).
Da lì l’Agnello combatterà contro le potenze del male e la sua vittoria lo consacrerà “il Signore dei signori e il Re dei re” (17,14; cfr. anche 19,16).
 
Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. L’incarnazione di Dio: è una delle affermazioni centrali del messaggio neotestamentario. Dio esiste nell’uomo Gesù Cristo. In Cristo, Dio incontra tutti gli uomini
alla stessa maniera; egli è il “Figlio di Dio” il suo ultimo inviato e plenipotenziario. Chi vede il Figlio, in lui vede il Padre; chi incontra Cristo incontra Dio. Nella morte e risurrezione di Gesù, Dio si è promesso al mondo in maniera vincolante. Cristo Gesù “pur essendo di natura divina, / non considerò un tesoro geloso / la sua uguaglianza con Dio; / ma spogliò se stesso, / assumendo la condizione di servo / e divenendo simile agli uomini” (Fil 2,5-7). Con un linguaggio ellenistico viene espresso qui, nel NT, qualcosa che per una mentalità ellenistica è assolutamente impossibile. Dio si è fatto uomo.
Filone riassumeva invece l’idea delle religioni misteriche che conoscevano un’unione dell’uomo con Dio e un’ascesa a Dio nell’espressione: “È più facile che l’uomo diventi Dio, piuttosto che Dio diventi uomo”.
La fondamentale professione neotestamentaria di fede dell’incarnazione di Dio viene espressa in diverse modalità rappresentative e linguistiche: il Figlio ili Dio nacque, per quanto riguarda la sua vita umana, dalla stirpe di Davide; fu però costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito ili santificazione mediante la risurrezione dai morti (Rm 1,3-4). Colui che era Figlio di Dio nacque come uomo; la potenza creatrice di Dio lo ha chiamato dalla morte a una nuova vita rendendolo definitivamente Figlio e Signore del mondo.
La stessa realtà viene affermata nel prologo di Giovanni mediante l’uso di altre categorie mentali: “Il Logos si fece carne / e venne ad abitare in mezzo a noi; / e noi vedemmo la sua gloria, / gloria come di unigenito dal Padre”(1,14). L’attesa veterotestamentaria è rivolta al tempo in cui Dio abiterà definitivamente tra i suoi e pianterà per sempre la sua tenda in mezzo al suo popolo. Nell’uomo Gesù Cristo, ora, Dio ha preso definitivamente dimora tra gli uomini. In Gesù, infatti, Dio è qui per noi e d’ora in poi non lo si troverà in nessun altro luogo che non sia quest’uomo e di conseguenza in ogni uomo. L’incarnazione di Dio significa che Dio d’ora in poi non sarà più rinvenibile in luoghi santi, nella natura o nel cosmo, e nemmeno nel profondo della propria anima (mistica greca), ma in Gesù Cristo, nel proprio simile, in tutte le relazioni e in tutti gli incontri interumano. Il fratello, la sorella sono chance dell’incontro con Dio. (Anton Grabner-Haider)
 
 L’Agnello che toglie il peccato del mondo! … Benché il Padre gli dica che è una grande cosa che egli sia divenuto servo, è poco, se lo si paragona con un agnellino innocente o un agnello. Infatti, l’Agnello di Dio è come un agnellino innocente condotto al sacrificio per “togliere il peccato del mondo” (Is 53,7; Gv 1,29); perché fossimo tutti purificati dalla sua morte, colui che dà a tutti la parola è divenuto simile ad un agnello muto davanti al tosatore, dato alla maniera di un carme magico contro le potenze avverse e contro il peccato di coloro che non vogliono accogliere la verità. Infatti, la morte di Cristo ha indebolito le potenze che combattono la stirpe degli uomini e, con la sua forza ineffabile, essa ha, in ciascuno dei credenti, strappato la vita al peccato.
Poiché fino a che tutti i suoi nemici siano annientati e, in ultimo, la morte (cf. 1Cor 15,26), egli toglie il peccato, affinché il mondo intero sia senza peccato: per tale motivo designandolo Giovanni dice: “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato dei mondo” (Gv 1,29); egli non è né colui che lo toglierà, ma non lo ha tolto ancora, né colui che lo ha tolto e non lo toglie più, bensì colui che continua a toglierlo in ciascuno di coloro che sono nel mondo fino a che il peccato non sia soppresso dal mondo intero e il Salvatore rimetta al Padre suo un regno pronto (cf. 1Cor 15,24) per essere governato da lui, perché non vi si trova più il minimo peccato, ed a ricevere, in tutti i suoi elementi, tutti i doni di Dio, quando sarà compiuta questa parola: “Dio sarà in tutto in tutti” (1Cor 15,28). (Origene, In Ioan. I, 233-235)
 
I Testimoni di Cristo - San Daniele di Padova, Diacono e Martire: Diacono, forse, della Chiesa padovana, fu martirizzato probabilmente durante la persecuzione di Diocleziano, al principio del sec. IV. Secondo le leggende, diffusesi in quella circostanza o poco dopo, e il cui nucleo essenziale sembra sicuro, il martire sarebbe apparso ad un cieco della Tuscia invitandolo a chiedere la grazia della vista nell’oratorio di san Prosdocimo a Padova, là ov’era la sua tomba, del tutto ignorata. Alla guarigione miracolosa seguirono diligenti ricerche, che portarono alla scoperta di un’arca marmorea. Il martire vi giaceva così com’era stato ucciso: il corpo, disteso supino sopra una tavola di legno e coperto da una lastra di marmo, era trapassato da molti lunghi chiodi. Un’iscrizione diceva: Hic corpus Danielis martyris et levitae quiescit. Il vescovo Ulderico, presente a quella prima ricognizione, fece trasportare il 3 gennaio 1076 l’arca nella nuova cattedrale di santa Maria, entro le mura della città e, per placare le opposizioni dei monaci di santa Giustina e degli abitanti del luogo, fece erigere un oratorio dedicato a san Daniele nel luogo ove ora è l’omonima chiesa parrocchiale. La salma del martire, dall’altare maggiore della vecchia cattedrale, nel 1592 fu traslata nel sottocoro della nuova. (Avvenire)
 
O Dio, tu hai voluto che l’umanità del Salvatore,
nella sua mirabile nascita dalla Vergine Maria,
non fosse sottoposta alla comune eredità dei nostri padri:
fa’ che, liberati dal contagio dell’antico male,
possiamo anche noi
far parte della nuova creazione,
iniziata da Cristo tuo Figlio.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 
 2 GENNAIO 2026
 
Santi Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno, Vescovi e Dottori della Chiesa
 
1Gv 2,22-28; Salmo Responsoriale dal Salmo 97 (98); Gv 1,19-28
 
Colletta
O Dio, che hai illuminato la tua Chiesa
con gli esempi e gli insegnamenti
dei santi vescovi Basilio e Gregorio,
donaci uno spirito umile per conoscere la tua verità
e attuarla fedelmente nella carità fraterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La testimonianza dei discepoli di Cristo - Lumen gentium 10: Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini (cfr. Eb 5,1-5), fece del nuovo popolo «un regno e sacerdoti per il Dio e il Padre suo» (Ap 1,6; cfr. 5,9-10). Infatti per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui, che dalle tenebre li chiamò all’ammirabile sua luce (cfr. 1 Pt 2,4-10). Tutti quindi i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio (cfr. At 2,42-47), offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cfr. Rm 12,1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi la richieda, rendano ragione della speranza che è in essi di una vita eterna (cfr. 1 Pt 3,15) Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo. Il sacerdote ministeriale, con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico nel ruolo di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del loro regale sacerdozio, concorrono all’offerta dell’Eucaristia, ed esercitano il loro sacerdozio col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e la carità operosa.
 
I Lettura: Falsi profeti e perniciose dottrine sono penetrati nelle comunità cristiane, da qui l’esortazione a restare saldi nella fede. Ma professare la fede in Cristo è dono della grazia dello Spirito Santo. Solo chi rimane nella fede possiede il Padre e Figlio.
 
Vangelo
Dopo di me verrà uno che è prima di me.
 
Perché dunque tu battezzi, se non sei il cristo, né Elia, né il profeta? All’incalzare delle domande degli inviati, arriva finalmente la risposta positiva: «Io sono voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1,23). L’attenzione quindi viene spostata perentoriamente sul vero Messia che è già in mezzo al popolo, ma non ancora manifestato: «In mezzo a voi sta uno che non conoscete» (Gv 1,26). Bisogna, dunque, disporsi ad accoglierlo, con la conversione e la penitenza cui allude il battesimo di Giovanni.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,19-28
 
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elìa?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elìa, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.
 
Parola del Signore.
 
L’occasione per rendere «testimonianza alla luce» (Gv 1,5.9), da parte del Battista, è data dalle domande dei Giudei, i quali vogliono conoscere la verità sulla persona del battezzatore. Gli inviati dei Giudei, i sacerdoti e i levìti, praticamente, a motivo della crescente notorietà del Battista, della sua predicazione e del suo apostolato, vogliono avere degli elementi probanti per discernere se si tratti di un mestatore o di un messaggero di Dio. Forse perché tra i seguaci, ma anche fuori da questa cerchia, serpeggiava la segreta speranza che Giovanni fosse il Messia. Lo rivela la risposta che Giovanni dà alla prima domanda dei suoi interlocutori: «Tu, chi sei?», «Io non sono il Cristo». È il primo tentativo di allontanare dalla sua persona le speranze messianiche tanto attese dal popolo.
Segue una seconda domanda: «Sei tu Elia?», a cui il Battista risponde: «Non lo sono».
La domanda ha come sfondo una tradizione vivissima nel mondo giudaico: il profeta Elia, che era stato rapito in cielo (Cf. 2Re 2,11), avrebbe dovuto precedere la venuta del Messia. È quanto testimonia Malachia: «Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore, perché converta il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri; così che io venendo non colpisca il paese con lo sterminio» (3,23-24). Anche Gesù dovrà dare ai suoi discepoli una risposta su questa attesa (Cf. Mt 17,10-13).
A un secco no di Giovanni segue la terza domanda: «Sei tu il profeta?» (Gv 1,21). Anche questo è un riferimento preciso ad una promessa divina: «Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò» (Dt 18,18).
Dopo tre risposte negative, all’incalzare degli inviati, arriva finalmente la risposta positiva: «Io sono voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1,23).
L’attenzione quindi viene spostata perentoriamente sul vero Messia che è già in mezzo al popolo, ma non ancora manifestato: «In mezzo a voi sta uno che non conoscete» (Gv 1,26). Bisogna, dunque, disporsi ad accoglierlo, con la conversione e la penitenza cui allude il battesimo di Giovanni.
Io battezzo nell’acqua. I sinottici aggiungono «ma egli vi battezzerà in Spirito Santo» (Mc1,8) o «in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3,11; Lc 3,16).
Il Vangelo si conclude con una ulteriore affermazione tesa a sottolineare l’inferiorità del Battista: A lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo. Giovanni è il più grande tra i nati di donna, «tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11,11).
 
I testimoni di Gesù - Maurice Prat e Pierre Grelot: 1. La testimonianza apostolica. - Per giungere agli uomini la testimonianza assume una forma concreta: la predicazione del vangelo (Mt 24,14). Per portarla a tutto il mondo gli apostoli sono costituiti testimoni di Gesù (Atti 1,8): dovranno attestare solennemente dinanzi agli uomini tutti i fatti avvenuti dal battesimo di Giovanni fino alla ascensione di Gesù, e specialmente la risurrezione che ha consacrato la sua sovranità (1,22; 2,32; ecc.). La missione di Paolo viene definita negli stessi termini: sulla via di Damasco egli è stato costituito testimone di Cristo dinanzi a tutti gli uomini (22,15; 26,16); in terra pagana egli attesta dovunque la risurrezione di Gesù (1Cor 15,15), e la fede nasce nelle comunità con l’accettazione di questa testimonianza (2Tess 1,10; 1Cor 1,6). Stessa identificazione del vangelo e della testimonianza negli scritti giovannei. Il racconto evangelico è un’attestazione data da un testimone oculare (Gv 19,35; 21,24); ma la testimonianza, ispirata dallo Spirito (Gv 16,13), verte pure sul mistero che i fatti nascondono: il mistero del Verbo di vita venuto nella carne (1Gv 1,2; 4,14). I credenti che hanno accettato questa testimonianza apostolica hanno ormai in sé la testimonianza stessa di Gesù, che è la profezia dei tempi nuovi (Apoc 12,17; 19,21). Perciò i testimoni incaricati di trasmetterla riprendono i tratti dei profeti antichi (11,3-7).
2. Dalla testimonianza al martirio. - La funzione dei testimoni di Gesù è messa ancor più in evidenza quando devono rendere testimonianza dinanzi alle autorità ed ai tribunali, secondo la prospettiva che Gesù apriva già ai Dodici (Mc 13,9; Mt 10,18; Lc 21,13s). Allora l’attestazione assume un carattere solenne, ma prelude sovente alla sofferenza. Di fatto, se i credenti sono perseguitati, si è «a motivo della testimonianza di Gesù» (Apoc 1,9). Stefano per primo ha suggellato la sua testimonianza con il suo sangue versato (Atti 22,20). La stessa sorte attende quaggiù i testimoni del vangelo (Apoc 11,7): quanti saranno sgozzati «per la testimonianza di Gesù e la parola di Dio» (6,9; 17,6). Babilonia, la potenza nemica che si accanisce contro la città celeste, si inebrierà del sangue di questi testimoni, di questi martiri (17,6). Ma riporterà soltanto una vittoria apparente. In realtà saranno essi ad aver vinto, con Cristo, il diavolo, «mediante il sangue dell’agnello e la parola della loro testimonianza» (12,11). Il martirio è la testimonianza della fede consacrata dalla testimonianza del sangue.

I cristiani, a somiglianza del precursore del Messia, «devono essere i testimoni della parola e della persona di Gesù Cristo. La loro condotta quindi deve costituire una testimonianza vivente della rivelazione del Verbo incarnato. I credenti, nel mondo ostile al messaggio del Cristo, debbono partecipare alla lotta contro le tenebre, caratterizzate dall’incredulità, dall’odio, dalla violenza e dall’egoismo, lasciandosi penetrare sempre più dalla luce del Verbo incarnato, dalla sua parola e dalla sua persona, rendendo in tal modo al Figlio di Dio la testimonianza di una vita impregnata di amore e di fede» (Salvatore Alberto Panimolle, Lettura pastorale del Vangelo di Giovanni). Nella mirabile opera missionaria, tutti i credenti sono assistiti dal Cristo (cfr. Mt 28,20).
Corroborati da questa Presenza, tutti i battezzati sono chiamati a dare, di fronte alle genti, testimonianza alla Parola: «Tutti i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio [cfr. At 2,42-47], offrano se stessi come oblazione vivente, santa, gradita a Dio [cfr. Rom 12,1], diano ovunque testimonianza a Cristo, e rendano ragione, a chi lo richieda, della speranza di vita eterna che è in loro [cfr. 1Pt 3,15]» (LG 10).
E poiché sono «arricchiti di una forza speciale dello Spirito Santo, sono tenuti più strettamente a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’azione, come veri testimoni di Cristo» (LG 11). Quest’ultima affermazione ricorda ai cristiani che il martirio è la più sincera testimonianza resa a Cristo e alla verità della fede: «Il martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede; il martire è un testimone che arriva fino alla morte. Egli rende testimonianza a Cristo, morto e risorto, al quale è unito dalla carità. Rende testimonianza alla verità della fede e della dottrina cristiana. Affronta la morte con un atto di fortezza. “Lasciate che diventi pasto delle belve. Solo così mi sarà concesso di raggiungere Dio”» (Catechismo della Chiesa Cattolica 2472).
Quindi, i credenti, in virtù del battesimo, sono testimoni del Redentore, di colui che è la «luce del mondo». Senza ritenersi luce o redentori, ma umili testimoni, devono avere un solo obiettivo: quello di favorire «la fede di coloro che non credono nel Cristo. Come il Battista rese testimonianza alla luce “affinché tutti credessero per mezzo di lui” (Gv 1,7), così il cristiano deve impegnarsi di persona per favorire la fede dei suoi fratelli nel figlio di Dio» (Savatore Alberto Panimolle, o. c.). In sintesi, i cristiani dovrebbero fare, ad ogni istante, quello che gli angeli hanno fatto nella notte di Betlemme: portare ad ogni uomo l’annuncio di una grande gioia: «oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2,10-11). Anche a costo della vita.
 
La via al Signore va preparata in continuazione: “Preparate la via del Signore [Is 40,3; Mc 1,3]. La via del Signore che ci si ordina di preparare, o fratelli, camminando la si prepara, preparandola, si cammina. E quand’anche aveste molto progredito in essa, vi resta sempre nondimeno da prepararla perché, dal punto in cui siete arrivati possiate avanzare, protesi verso ciò che sta oltre. Così, risultando in ogni singolo stadio preparata la via per il suo avvento, il Signore vi verrà incontro sempre nuovo, in qualche modo, e più grande di prima. È quindi con ragione che il giusto elevava questa preghiera: Indicami, o Signore, la via dei tuoi precetti e la seguirò sino alla fine [Sal 118,33]. E forse è stata definita vita eterna perché, pur avendo la Provvidenza previsto per ciascuno una via e fissato ad essa un termine, nondimeno non si dà alcun termine alla natura della bontà verso cui si tende. Per cui, il saggio e solerte viaggiatore, quando sarà giunto alla meta, non farà che ricominciare, poiché dimenticando ciò che si lascia alle spalle [cfr. Fil 3,13], dirà a se stesso ogni giorno: Comincio adesso [Sal 76,11]. Si lancia come un gigante che nulla teme per percorrere la via dei comandamenti di Dio; da autentico Idutun [cfr. 1Cr 16,42], egli supera facilmente nell’ardore della sua corsa i pigri che si fermano per via. E pur se arrivato all’ultima ora del giorno, egli ha attinto la perfezione in poco tempo, percorrendo peraltro un lungo cammino [cfr. Sap 4,13]; fattosi svelto, da ultimo che era, fu tra i primi ad essere coronato.” (Guerric d’Igny, Sermo V, de Adventu,1).
 
Il Santo del giorno - 2 Gennaio 2026 - San Basilio Magno e Gregorio Nazianzo, Vescovi e Dottori della Chiesa - Basilio nacque intorno al 330 a Cesarea di Cappadocia. Compiuti gli studi inferiori in patria, andò a perfezionarsi prima a Costantinopoli, poi ad Atene, dove ebbe per compagno Gregorio di Nazianzo. Ritornato in patria, si dedicò alla vita ascetica. Costruì un monastero e compose 2 regole: una più estesa, l’altra più breve. Per questo è considerato l’organizzatore della vita monastica in Asia Minore. Presto, però, il suo vescovo lo volle come collaboratore e alla sua morte, nel 370, venne chiamato a succedergli. Basilio prese molto sul serio il suo ufficio di vescovo di Cesarea e primate della Cappadocia. Anzitutto sul piano dottrinale diede un contributo decisivo alla precisazione del dogma trinitario e alla definizione della divinità dello Spirito Santo.
Intervenne poi nella vita della Chiesa denunciando gli abusi e adoperandosi per far eleggere vescovi degni del proprio ruolo. Lottò poi contro la miseria ed organizzò istituzioni di beneficenza aperte a tutti. Il figlio di una eminente e facoltosa famiglia divenne così difensore e padre dei poveri. Uomo di cultura, Basilio aiutò i cristiani a superare la sfiducia verso l’eredità greco-latina. Nel Trattato ai giovani difese l’esigenza di una buona formazione classica come presupposto dello studio della Bibbia e della teologia. Dottore della Chiesa, Basilio è una delle più belle figure di cristiano, monaco e vescovo.
Insieme a lui, la Chiesa ricorda oggi Gregorio di Nazianzo, a Basilio legato da amicizia, dall’amore allo studio, dalla dignità episcopale. Fu vescovo di Sásima, di Costantinopoli e di Nazianzo. Poco dotato per il governo, Gregorio ebbe sensibilità poetica che mise al servizio della riflessione teologica. Viene chiamato “il teologo” per il profondo senso del mistero di Dio. (Enciclopedia dei Santi)
 
La partecipazione a questo banchetto del cielo,
Dio onnipotente,
rinvigorisca e accresca in tutti noi la grazia
che da te proviene,
perché, celebrando la festa dei santi Basilio e Gregorio,
custodiamo integro il dono della fede
e camminiamo sulla via della salvezza da loro indicata.
Per Cristo nostro Signore.