5 Gennaio 2025
 
II Domenica dopo Natale
 
Sir 24,1-4.Sir 24,12-16 (NV) [gr. 24,1-2.8-12]; Salmo responsoriale 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18
 
Colletta
O Dio, nostro Padre,
che nel Verbo venuto ad abitare in mezzo a noi
riveli al mondo la tua gloria,
illumina gli occhi del nostro cuore,
perché, credendo nel tuo Figlio unigenito,
gustiamo la gioia di essere tuoi figli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
I Lettura: A differenza dell’Antico Testamento che non assimila mai la Sapienza al Dio unico, il Nuovo Testamento individua nella Sapienza una prefigurazione del Verbo di Dio attraverso il quale il Signore Dio ha creato tutte le cose (Cf. Gv 1,3; Col 1,16-17; Eb 1,2). La Sapienza, nel Nuovo Testamento, si contrappone alla sapienza umana: la prima è feconda di salvezza, la seconda è invece sterile. Gesù sarà ripieno di Sapienza: una pienezza che susciterà l’ammirazione dei dottori della Legge e lo stupore dei suoi uditori (Cf. Lc 2,41 ss). Gesù è «più di Salomone» (Mt 7,12; Lc 11,31) e in lui «sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza» (Col 2,3). Così, il mistero della croce è «stoltezza e scandalo» (1Cor 1,18.23) agli occhi del mondo perché esso non ha riconosciuto Dio con gli stru­menti della propria sapienza (Cf. 1Cor 1,21; Ef 4,17-18), invece per coloro che sono «chiamati» (1Cor 1,24) la croce è sapienza e «potenza di Dio» (1Cor 1,18). Cristo Gesù, infine, è diventato per noi, suoi discepoli, «sapienza, giustizia, santifica­zione e redenzione» (1Cor 1,30).
 
II Lettura: Soltanto Dio, che è il solo sapiente, può donare quella sapienza che rende l’uomo capace di conoscere e di accogliere la sua volontà divina. Coloro che accoglieranno la volontà di Dio e la metteranno in pratica saranno «santi e immacolati», partecipi della «eredità fra i santi».
 
Vangelo
Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.
 
Gesù Cristo «è per essenza la Verità increata, quindi è la Verità eterna, non creata ma generata dal Padre. Per mezzo di lui però sono venute tutte le verità create, che sono partecipazioni e riflessi della prima Verità, e che risplendono nelle anime sante» (San Tommaso d’Aquino).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,1-18

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla
luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la
sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.
 

Parola del Signore.
 
La vita del Verbo in Dio - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Innanzi tutto si noti la stretta concatenazione di Gv l,ls, passo costruito chiasticamente, anche se non in forma perfetta: In principio era il Verbo e il Verbo era, (rivolto) verso DIO e il Verbo era DIO; questi era in princi­pio, (rivolto) verso DIO.
Le parole tematiche di questi versetti sono i due sostantivi Verbo e Dio, e l’imperfetto era; ricorrono tre o quattro volte ciascuna. L’espressione in prin­cipio apre e chiude questo passo iniziale del prolo­go.
La prima frase dell’inno al Verbo rivelatore è formata dalla locuzione “in principio”, dall’imperfetto “era” e dal sostantivo “il Verbo”: “in principio era il Verbo”. L’accento della senten­za è posto sul primo e sul terzo membro; l’evangelista infatti vuol proclamare che, all’inizio del tempo e del creato, il Verbo c’era già. Egli pree­siste al mondo: agli uomini e alle cose.
L’espressione in principio, tipicamente biblica, e invece molto rara nel greco profano, si riferisce all’inizio dell’universo descritto in Gn 1.
Il verbo era si oppone ad “egéneto” dei vv. 3.6.10.14.17, che indica il divenire del cosmo, degli uomini, della storia, della rivelazione e della sal­vezza. Quindi l’imperfetto “era” descrive il durare dell’essere del Verbo già all’inizio del mondo e indica che al principio dell’universo questa persona divina c’era, viveva già, rivolta verso Dio.
«Il Logos non è stato creato, egli “era”, vale a dire che già allora esisteva, assoluto, fuori del tempo, in eterno. È una preesistenza reale, personale».
Ma chi è “il Verbo”?
È una persona che viveva già all’inizio del tempo, in intimo rapporto con Dio, ossia viveva rivolto verso il seno del Padre, in dina­mico slancio verso Dio.
Anzi “il Verbo era Dio”: è una persona divina; si tratta infatti del Figlio unige­nito del Padre, come chiariscono i passi paralleli di Gv 1,14.18. La posizione enfatica del termine Dio in Gv 1,1 e, dato che questo sostantivo è messo al primo posto benché sia predicato nominale, sottolinea la divinità del Verbo. Per noi, dopo due millenni di cristianesimo, l’affermazione che, oltre Jahvé, esiste un altro che può chiamarsi Dio, appare normale. Ma per i giudei del tempo di Giovanni l’attruibire la natura divina a un’altra persona, oltre Jahvé, costituiva uno scandalo inaudito, come documenta anche il quarto vangelo (Cf. Gv 5,18; 8,58s).
Questa persona divina è chiamata Verbo, per indicare la sua natura e la sua funzione di essere la parola del Padre, ossia la rivelazione personificata di Dio e la sua immagine perfetta. Il Figlio unigenito, infatti, è il Verbo di Dio non solo per rapporto al mondo, ma anche in relazione al Padre, in quanto è immagine perfetta di Dio, come si esprime Paolo (Cf. 2Cor 4,4; Col 1,15).
Il termine “Verbo” quindi non è solo un titolo funzionale, ossia non indica solo la funzione del Figlio di Dio di parlare all’umanità della vita divina, comunicandola con la sua rivelazione salvifica, ma esprime anche l’essere di questa persona divina, che è il Figlio e l’immagine perfetta del Padre, esprimendo in sé la stessa natura di Dio.
 
Vari aspetti della sapienza - Roberto Tufariello (Sapienza in Schede Bibliche Pastorali): Secondo la bibbia, la vera sapienza viene da Dio: egli dà all’uomo un cuore capace di «comprendere la differenza fra il bene e il male» (1Re 3,9). Ma gli uomini, come il loro padre Adamo, sono tentati di acquisire da sé la conoscenza del bene e del male (Gen. 3,5-6); a tale sapienza fallace, fondata sulle forze umane, li attira l’antico avversario. A questa tentazione cedono gli scribi, che giudicano ogni cosa con criteri umani e non in base alla legge di Dio (Cf. Ger. 8,8), e i consiglieri del re, che invece di ispirarsi a una retta sapienza fanno una politica del tutto umana (Cf. Is. 29,15 ss.; 30,1ss.).
Contro questi sapienti menzogneri e ingannatori insorgono i profeti ri­solutamente (Is. 5,21); affermano che Dio farà perire la loro sapienza (Is. 29,14), perché non è fondata sulla parola divina (Ger. 8,9); tale parola, infatti, è la sola sorgente di autentica sapienza: gli insensati se ne accorgeranno a proprie spese, ma troppo tardi (Is. 29, 24).
Il sapiente della bibbia cerca di condurre la propria vita in modo da ottenere la felicità. Egli conosce il mondo circostante e i suoi limiti (Cf. Prov. 13,7; Eccli. 13,21 ss.); conosce il cuore umano e ciò che gli procura gioia o dolore (Cf. Prov. 13,12; 14,13; Eccle. 1,2-6). Egli traccia regole di condotta per i suoi discepoli: prudenza, moderazione nei desideri, lavoro, umiltà, ponderazione, modestia, lealtà ... Tutta la morale del decalogo passa nei suoi consigli pratici: insegna l’elemosina (Eccli. 7,32 ss.), il rispetto della giustizia (Prov. 11,1; 17,15), l’amore dei poveri (Prov. 14,31; 17,5; Eccli. 4,1-10). Coloro che accolgono il consiglio del saggio acquistano la sapienza (Prov. 8,33; 19,20; 28,26). Questa è come un tesoro nascosto (Giob. 28,18; Prov. 3,15), che si deve acquistare vendendo tutto il resto (Prov. 4,7; 16). Tale sapienza però è frutto non solo dello sforzo e dell’esperienza, ma viene dall’alto.
 
Prov. 16,16: È molto meglio acquistare la sapienza che l’oro; - il possesso dell’intelligenza è preferibile all’argento. Cf. 8,11; 23,23; Sap. 7,7-14.
 
Il saggio si è formato una sua concezione della vita. Senza cessare di essere attento alle sorti del popolo di Dio (Eccli. 44-50; 36,1-17; Sap. 10-12; 15-19), egli si interessa soprattutto della vita degli individui. Esalta la grandezza dell’uomo (Eccli. 16,24-17,14), ma è cosciente anche della sua miseria (40,1-11), della sua angoscia di fronte al dolore e alla morte (Giob. 7, 6; Eccle. 3; Eccli. 41,1-4), della sua inquietu­dine di fronte ai problemi che pone l’esistenza (Giob. 14, 1-12; 17; Eccle. 1,4-8; Eccli. 18,8-14) o che suscita la realtà stessa di Dio (Giob. 10; 23; 30,20-23). Anche il problema della retribuzione viene affrontato dai saggi d’Israe­le. Consapevoli che le soluzioni tradizionali apparivano in parte ingiu­ste (Giob. 9,22-24; 21,7-26; Eccle. 7,15; 8,14; 9,2-3), essi hanno cercato una più valida risposta: l’hanno formulata gli ultimi autori sapienziali, invitando alla fede nella vita eterna (Sap. 5) e nella risurrezione dei corpi (Dan. 12).
 
Sap. 5,15:  I giusti, invece, vivono in eterno; - la loro ricompensa è presso il Signore...

Dan. 12,2-3: Molti di quanti dormono sottoterra si risveglieranno, gli uni per la vita eterna, gli altri per l’obbrobrio, per l’ignominia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento…

Il Verbo si fece carne - In questi giorni, “Tempo di Natale”, la Chiesa ci invita a meditare sull’ineffabile mistero dell’Incarnazione.
In questa «discesa divina», che è anche «ascesa umana», contempliamo, in primo luogo, l’amore di Dio che svela se stesso e chiama l’uomo all’alleanza con lui: un dono assolutamente gratuito dinanzi al quale l’uomo può solo innalzare al cielo inni di lode e rendere grazie, senza fine. Poi, in secondo luogo, contempliamo l’umiltà del Verbo Incarnato, il quale «pur essendo nella condizione di Dio... svuotò se stesso» (Fil 2,6) per assumere la nostra condizione umana.
Ma perché il Figlio di Dio si è fatto uomo?
Il Catechismo della Chiesa Cattolica pone quattro motivi: per salvarci riconciliandoci con Dio; perché noi conoscessimo l’amore di Dio; per essere nostro modello di santità e, infine, perché diventas­simo «partecipi della natura divina [2Pt 1,4]: “Infatti, questo è il motivo per cui il Verbo si è fatto uomo, e il Figlio di Dio, Figlio dell’uomo: perché l’uomo, entrando in comunione con il Verbo e ricevendo così la filiazione divina, diventasse figlio di Dio” [Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3,19]. “Infatti il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio” [Sant’Atanasio di Alessandria, De Incarnatione, 54,3; PG 25,192B]. “L’unigenito Figlio di Dio, volendo che noi fossimo partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura, affin­chè, fatto uomo, facesse gli uomini dèi” [San Tommaso d’Aquino, Opusculum 57 in festo Corporis Christi]» (457- 460). Quindi, Dio si è introdotto nella nostra condizione umana, perché l’uomo fosse introdotto nella condizione divina.
Alla luce di queste asserzioni, possiamo allora dire che il messaggio esaltante di questa “II Domenica dopo Natale” è racchiuso in questa affermazione da capogiro: Dio si è fatto uomo, è divenuto come noi, per divinizzarci.
È quanto ci ricorda il Concilio Vaticano II: «[Cristo] è “l’immagine dell’invisibile Dio” [Col 1,15]. Egli è l’uomo perfetto, che ha restituito ai figli d’Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato. Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata, per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime. Con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (GS 22).
E ancora: Cristo essendo «Dio, “in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” [Col 2,9]; e secondo la natura umana, nuovo Adamo, “pieno di grazia e di verità” [Gv 1,14], è costituito capo dell’umanità rinnovata. Pertanto il Figlio di Dio ha percorso la via di una reale incarnazione per rendere gli uomini partecipi della natura divina, per noi si è fatto povero, pur essendo ricco, per arricchire noi con la sua povertà» (AG 3).
A fronte di queste affermazioni, con l’ausilio del Concilio Vaticano II, possiamo mettere in evidenza altri tratti della dignità dell’uomo.
Conforme all’immagine del Figlio di Dio (Cf. GS 22), ha in sé la presenza di un germe divino dal quale è orientato sinceramente verso le realtà imperiture (Cf. GS 18). Creato a immagine di Dio, avendo ricevuto il comando di sottomettere a sé la terra con tutto quanto essa contiene «sintetizza in sé, per la stessa sua condizione corporale, gli elementi del mondo materiale, così che questi attraverso di lui toccano il loro vertice e prendono voce per lodare in libertà il Creatore». Per cui «non sbaglia a riconoscersi superiore alle cose corporali e a considerarsi più di una semplice particella della natura o un elemento anonimo della città umana. In­fatti, nella sua interiorità, egli trascende l’universo: a questa profonda interiorità egli torna, quando si volge al cuore, là dove lo aspetta Dio, che scruta i cuori, là dove sotto lo sguardo di Dio egli decide del suo destino. Perciò, riconoscendo di avere un’anima spirituale e immortale, non si lascia illudere da fallaci finzioni che fluiscono unicamente dalle condizioni fisiche e sociali, ma invece va a toccare in profondo la verità stessa delle cose» (GS 14).
Poiché l’uomo è stato costituito da Dio re e centro del creato, «tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito» a lui «come a suo centro e a suo vertice» (GS 12). Quindi, non si esagera quando si afferma che l’Incarnazione del Verbo è la festa della gioiosa esaltazione dell’uomo. L’Incarnazione del Verbo è  la suprema rivelazione della dignità di ogni persona umana, della singolare preziosità di ogni uomo: l’uomo creato per «dominare il mondo in virtù della sua rassomiglianza con il re universale», è stato concepito «come un’immagine vivente che partecipa del proprio archetipo nella dignità e nel nome» (Gregorio di Nissa).
 
La sapienza è misura dello spirito - Agostino, La felicità, 4,33: Per essere felici è necessario non soggiacere a privazione, cioè essere sapiente. Ma forse voi chiedete che cosa sia la sapienza poiché il pensiero umano, per quanto gli è possibile in questa vita, ha già tentato di analizzare e chiarire anche il suo significato. Non è altro che la misura dello spirito con cui esso raggiunge l’equilibrio in maniera da non effondersi nel troppo né restringersi al di sotto del limite della pienezza. S’effonde nella lussuria, nella volontà di dominio, nell’orgoglio e simili, con cui lo spirito di individui incapaci di moderazione e infelici crede d’accaparrarsi gioie e potenza.
Si restringe nell’avarizia, nella pusillanimità, nella tristezza, nella cupidigia e altri mali di varia specie, a causa dei quali anche gli infelici ammettono che gli uomini sono infelici [Cicerone, Tusculanae, 4, 7,16-9,22; Diogene L., 7,110-116].
 
Il Santo del Giorno - 5 Gennaio 2025 - San Giovanni Nepomuceno Neumann. Testimone del Vangelo tra le case e nelle periferie d’America: La «formula» è sempre quella, fin dall’inizio della Chiesa: il Vangelo si porta lungo le strade, stando in mezzo alla gente, là dove l’umanità vive, opera, spera, soffre e costruisce il futuro. Così fu per san Giovanni Nepomuceno Neumann, missionario in un’America in piena crescita e bisognosa di testimoni dei valori fondamentali del Vangelo. Era nato in Boemia nel 1811, figlio di artigiani, si era preparato all’ordinazione, che però venne rinviata. D’accordo con il vescovo di Praga, allora, partì per gli Stati Uniti nel 1836 e lì venne ordinato a Manhattan dal vescovo John Dubois che aveva solo 36 preti per gli Stati di New York e New Jersey. Venne mandato a Buffalo e gli fu affidata la cura pastorale di una zona rurale, dove si trovavano molti immigrati di origine tedesca. La sua attività apostolica partì da una casetta Williamsville, fatta di pochi mezzi, ma le difficoltà non lo fermarono e presto, grazie al suo impegno, sorsero chiese, scuole, collegi per ragazzi soli, opere di promozione sociale. Nel 1842 Giovanni Neumann a Baltimora prese i voti tra i Redentoristi, congregazione fondata da sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Nel 1852 venne nominato vescovo di Filadelfia: anche qui il suo apostolato si volse per strada, in mezzo alla gente, tra le periferie, dove lasciò un segno profondo, specie tra i giovani. Morì nel 1860. (Avvenire)
 
Signore Dio nostro,
questo sacramento agisca in noi,
ci purifichi dal male
e compia le nostre giuste aspirazioni.
Per Cristo nostro Signore.
 
 4 Gennaio 2025
 
Sabato Feria di Natale

 1Gv 3,7-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 97 (98); Gv 1,35-42
 
Colletta
Dio onnipotente,
il Salvatore che è venuto come luce nuova
per la redenzione del mondo
sorga per rinnovare sempre i nostri cuori.
Egli è Dio, e vive e regna con te. 
 
Il Vangelo di oggi ci presenta “[...] il primo incontro tra Gesù e alcuni di quelli che diventeranno suoi apostoli. Costoro erano discepoli di Giovanni Battista, e fu proprio lui a indirizzarli a Gesù, quando, dopo il Battesimo nel Giordano, lo indicò come “l’Agnello di Dio” (Gv 1, 36). Due dei suoi discepoli, allora, seguirono il Messia, il quale domandò loro: “Che cosa cercate?”. I due gli domandarono: “Maestro, dove abiti?”. E Gesù rispose: “Venite e vedrete”, li invitò cioè a seguirlo e a stare un po’ con Lui. Essi rimasero così colpiti nelle poche ore trascorse con Gesù, che subito uno di loro, Andrea, ne parlò al fratello Simone dicendogli: “Abbiamo trovato il Messia”. Ecco due parole singolarmente significative: “cercare”, “trovare”.
Possiamo estrarre dalla pagina evangelica odierna questi due verbi e ricavare un’indicazione fondamentale per il nuovo anno, che vogliamo sia un tempo in cui rinnovare il nostro cammino spirituale con Gesù, nella gioia di cercarlo e di trovarlo incessantemente. La gioia più vera, infatti, sta nel rapporto con Lui incontrato, seguito, conosciuto, amato, grazie ad una continua tensione della mente e del cuore. Essere discepolo di Cristo: questo basta al cristiano. L’amicizia col Maestro assicura all’anima pace profonda e serenità anche nei momenti bui e nelle prove più ardue. Quando la fede si imbatte in notti oscure, nelle quali non si “sente” e non si “vede” più la presenza di Dio, l’amicizia di Gesù garantisce che in realtà nulla può mai separarci dal suo amore (cfr Rm 8, 39).
Cercare e trovare Cristo, sorgente inesauribile di verità e di vita: la parola di Dio ci invita a riprendere, all’inizio di un nuovo anno, questo cammino di fede mai concluso. “Maestro, dove abiti?”, diciamo anche noi a Gesù ed Egli ci risponde: “Venite e vedrete”. Per il credente è sempre un’incessante ricerca e una nuova scoperta, perché Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre, ma noi, il mondo, la storia, non siamo mai gli stessi, ed Egli ci viene incontro per donarci la sua comunione e la pienezza della vita. Chiediamo alla Vergine Maria di aiutarci a seguire Gesù, gustando ogni giorno la gioia di penetrare sempre più nel suo mistero” (Benedetto XVI, Angelus, 15 gennaio 2006).
 
I Lettura: Chi commette il peccato viene dal diavolo: “Alle espressioni: essere da Dio, dalla verità, figli di Dio, che significano che il cristiano vive sotto l’influenza di Dio che dimora in lui, si oppongono le espressioni: essere (venire) dal diavolo (1Gv 3,8), dal maligno (1Gv 3,12), dal mondo (1Gv 2,16; 4,5), figli del diavolo (1Gv 3,10), per designare tutti quelli che vivono sotto l’influsso perverso di Satana e si lasciano «traviare» da lui” (Bibbia di Gerusalemme). Un germe divino rimane in lui: potremmo pensare al Cristo (cfr. Gal 3,16, 1Gv 5,18). Oppure lo Spirito Santo (1Gv 2,20.27) o il germe di vita, cioè la Parola che è stata accolta (1Gv 2,7; 1Gv 2,24) e che fruttifica mediante lo Spirito Santo (1Gv 2,20.27).  
 
Vangelo
Abbiamo trovato il Messia.
 
Possiamo trovarvi una traccia per un cammino vocazionale: cercare Gesù è andare da lui, vedere dove abita, stare con lui e ascoltare la sua Parola. Ma non può essere un possesso egoistico, perché l’incontro con il Verbo deve essere testimoniato; deve far nascere nel cuore dei discepoli il desiderio e lo zelo di condurre a Dio gli uomini. I credenti che hanno incontrato il Cristo sono i testimoni dell’Amore: tutti i battezzati, come Giovanni Battista, «tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12,2), devono indicare al mondo l’Agnello di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,35-42

In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì  - che tradotto, significa maestro - dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» - che significa Pietro.
 
Parola del Signore.
 
La chiamata dei primi tre discepoli (vv. 35-42) - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): v. 35 II giorno dopo.di nuovo stava (là) Giovanni ... I vv. 35-37 fungono da transizione: il Battista con la sua testimonianza indirizza alcuni suoi discepoli verso Gesù, facendo da intermediario.
vv. 36-37 Fissando Gesù che passava ... Si tratta di uno sguardo intenso, selettivo (emblépsas). Mentre Giovanni Battista stava là, Gesù è in cammino, passava (peripatoûnti): alla staticità di un mondo al tramonto, quello della Legge, subentra il dinamismo di una nuova realtà, quella del vangelo: il Figlio di Dio, vero uomo, intraprende la sua missione redentrice nel mondo. Giovanni ripete dinanzi a due suoi discepoli la testimonianza messianica, proferita nel giorno precedente (v. 29), «Ecco l’agnello di Dio», che determina i due a seguire Gesù (akoloutheîn); è questo il verbo tecnico della sequela e del discepolato (cf. vv. 37.38.40.43; 8,12; 10,4.27; 12,26; 13,36; 18,15; 21,19.20.22).
«Mentre parlava»: il verbo laleîn implica in Gv l’idea di rivelazione.Il profeta promuove l’incontro di due discepoli con Gesù.
v. 38 ... «Che cercate?» ... «Rabbi, ... dove abiti?». La sequela non è una scelta autonoma, ma nei vangeli appare sempre conseguenza dell’iniziativa di Gesù. Anche in questa circostanza è lui che interroga per primo: la chiamata dipende soltanto dalla sua libera scelta. Nel momento del congedo dai discepoli, egli potrà affermare: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (15,16). La domanda di Gesù è ricca di connotazioni teologiche. Nella Bibbia si parla spesso della ricerca della sapienza personificata, che invita gli uomini ad accogliere le sue istruzioni, a seguire le sue vie e a partecipare al suo banchetto (Pro 8-9); essa va alla ricerca di coloro che sono degni della sua sequela (Sir 6,18ss.; Sap 6, 12-16). Sembra, pertanto, che si abbia qui un accostamento intenzionale tra il Cristo e la sapienza divina, che l’uomo deve «cercare» (zētetn, 34 volte in Gv) per conoscere la verità e ottenere la salvezza. Gesù, il terzo giorno, a Cana manifesterà ai discepoli per la prima volta la sua «gloria» (2.11).
Rabbi significa «mio signore» (dalla etimologia ebraica rab = grande) ed è usato otto volte in Gv in riferimento a Gesù. Era un appellativo in uso anche al tempo di Gesù, benché solo dopo la restaurazione giudaica a Jamnia «rabbàn» diventi un titolo onorifico ufficiale. - Dove abiti implica una sfumatura teologica: infatti la particella pau (dove) è usata 18 volte in Gv per alludere ali ‘origine soprannaturale del Cristo dal seno del Padre. I due discepoli, pur non conoscendo Gesù, lo chiamano «maestro», perché si aspettano da lui un indirizzo essenziale per la loro vita, e lo seguono in modo incondizionato. In effetti, solo lui può comunicare la vita eterna, che rappresenta l’obiettivo essenziale d’ogni essere umano. Gesù avrebbe manifestato ad essi la «verità», che conduce alle sorgenti della vita.
v. 39 «Venite e vedrete». È un’espressione tecnica in Gv per designare la chiamata. È Gesù che chiama (venite) i due per un’esperienza personale di vita (= vedrete). II verbo vedere in Gv è connesso di frequente con l’adesione di fede, che scaturisce dall’incontro con Gesù, la Parola incarnata. - Vennero dunque e videro dove abitava, e rimasero presso di lui quel giorno. Si noti l’insistenza con cui ricorre il verbo ménein (qui tradotto con abitare e rimanere). Esso indica la comunione di vita con Gesù, l’esperienza profonda della Parola (Logos), che porta il discepolo all’unione con il Verbo e alla partecipazione della vita divina. «Innanzi tutto, la fede dipende dalla permanenza della parola di Dio nel cuore dei discepoli» (Panimolle, l, p. 184).
Con questo racconto Gv descrive l’inizio della nuova comunità messianica, ma prospetta pure il cammino costitutivo di fede per ogni futuro discepolo con tre verbi particolarmente significativi: «Andare a Gesù, vedere dove sta, rimanere in lui» (A Marchadour, p. 52).
Era circa l’ora decima (le quattro pomeridiane) l’annotazione temporale, secondo parecchi esegeti, trasmette un ricordo storico personale; altri ritengono arbitraria l’identificazione del discepolo anonimo con Giovanni, figlio di Zebedeo (cf. Fabris, p. 195). È possibile attribuirne un significato simbolico per indicare l’ora dell’adempimento, della pienezza (10 è il numero perfetto), oppure anche la fine dell’Antica Alleanza, perché con il tramonto del sole iniziava per gli ebrei il nuovo giorno.
vv. 40-42 Andrea, il fratello di Simon Pietro ... L’evangelista suppone nota al lettore la persona di Pietro. «Abbiamo trovato il Messia»: secondo Gv, Andrea avrebbe riconosciuto in Gesù il Messia prima di Pietro.
Il titolo Messia (che deriva dall’ebraico Mashiah = Unto o in greco Cristo) è usato solo qui e in Gv 4,25.
«Tu sei Simone, figlio di Giovanili; tu ti chiamerai Cela». Con questa frase viene espressa fin dall’inizio del quarto vangelo la preminenza di Pietro oltre che il suo ruolo nella chiesa. Cela (Kèphàs) significa in aramaico roccia, un soprannome inusitato nell’ambiente giudaico, che nel NT ricorre solo qui in Gv e otto volte in Paolo. Ora, secondo la mentalità biblica, l’assegnazione di un nome nuovo a una persona indicava il conferimento di una missione specifica nella storia della salvezza. Nonostante che in Gv si riscontri una certa tensione tra la posizione di Pietro e la singolare intimità del discepolo prediletto con Gesù, emerge chiaramente il ruolo di colui che era stato scelto come fondamento, come roccia della chiesa. Anche Paolo riconosce tale funzione primaziale di Pietro, usando il titolo Cefa (cf. Gal 1,18; 2,9.11.14; 1Cor 1,12; 3,22; 9,5; 15,5), ormai comune nella chiesa. Si osservi la consonanza di questo passo di Gv con Mt 16,17-18, anche se qui Pietro è detto «Simone Bariona», ossia «figlio di Giona» e non «figlio di Giovanni». Quindi la realtà della chiesa istituita da Cristo è ben nota anche al quarto evangelista, benché non ne affermi in modo esplicito come i sinottici I’ «istituzione».
La chiamata di Filippo e Natanaele (l ,43-51) costituisce il secondo pannello del racconto giovanneo, simmetrico a quello precedente (vv. 35-42), anche se qui non si ha la mediazione del Battista. Gesù ora agisce direttamente, con un comando categorico, «Seguimi!», a Filippo; questi poi si rivolge a Natanaele. Entrambi i di cepoli manifestano la loro fervida attesa del Messia in sintonia con la tradizione giudaica. Essi però diverranno testimoni di «cose più grandi» (v. 50), perché il messianismo che Gesù attuerà avrebbe superato ogni loro aspettativa.
 
La vocazione - Jacques Guillet: La Chiesa nascente ha subito inteso la condizione cristiana come una vocazione. La prima predicazione di Pietro a Gerusalemme è un appello ad Israele, simile a quello dei profeti, e cerca di suscitare un passo personale: «Salvatevi da questa generazione perversa!» (Atti 2,40). Per Paolo c’è un parallelismo reale tra lui, «apostolo per vocazione», e i cristiani di Roma o di Corinto «santi per vocazione» (Rom 1,1.7; 1Cor 1,1s). Per rimettere i Corinzi nella verità, egli li riporta alla loro chiamata, perché essa costituisce la comunità di Corinto così com’è: «Considerate la vostra chiamata, non ci sono molti sapienti secondo la carne» (1Cor 1,26). Per dar loro una regola di condotta in questo mondo la cui figura passa, li impegna a rimanere ciascuno «nella condizione in cui l’ha trovato la sua chiamata» (7,24). La vita cristiana è una vocazione perché è una vita nello Spirito, perché lo Spirito è un nuovo universo, perché «si unisce al nostro spirito» (Rom 8,16) per farci sentire la parola del Padre e risveglia in noi la risposta filiale. Poiché la vocazione cristiana è nata dallo Spirito, e poiché lo Spirito è uno solo che anima tutto il corpo di Cristo, in seno a quest’unica vocazione c’è «diversità di doni... di ministeri... di operazioni...», ma in questa varietà di carismi non c’è infine che un solo corpo ed un solo Spirito (1Cor 12,4-13). Poiché la Chiesa, la comunità dei chiamati, è essa stessa la Ekklesia, «la chiamata», come è la Ekleketè, «l’eletta» (2Gv 1), tutti coloro che in essa sentono la chiamata di Dio rispondono, ognuno al suo posto, all’unica vocazione della Chiesa che sente la voce dello sposo e gli risponde: «Vieni, o Signore Gesù!» (Ap 22,20).
 
Beda il venerabile: Il Signore sta alla porta e bussa allorché rende il nostro cuore intento alla sua volontà, sia mediante la voce di chi insegna, sia con un’ispirazione interiore. Noi schiudiamo la porta all’invito della sua voce allorché diamo il nostro libero consenso ai suoi avvertimenti interiori o esteriori e quando mettiamo in atto ciò che abbiamo capito di dover fare. Ed egli entra per ristorarsi, lui con noi e noi con lui, perché egli dimora nel cuore degli eletti, con la grazia del suo amore, per nutrirli incessantemente con la luce della sua presenza, affinché essi elevino progressivamente le loro aspirazioni e perché egli stesso si ristori con il loro zelo per il cielo, come fosse il cibo più delizioso.
 
Il Santo del giorno - 4 Gennaio 2025 - San Libenzio di Brema: Originario della Svevia, quando papa Benedetto V fu deposto ed esiliato ad Amburgo, Libenzio, suo sostenitore, lo seguì nell’esilio. Alla morte del papa l’arcivescovo Adaldago gli affidò la cura dei poveri e degli ammalati di Brema, lo nominò suo camerlengo e lo raccomandò come suo successore. Divenne, infatti, arcivescovo di Brema nel 988, con la conferma e l’investitura dell’imperatore Ottone III. Per tutta la durata della carica, Libenzio fu sempre ammirato per la sua erudizione, la vita ascetica, l’umiltà e la castità. Morì il 4 gennaio 1013 e fu sepolto nella cattedrale di Brema.

Sostieni, o Signore, con la tua provvidenza
questo popolo nel presente e nel futuro,
perché, con le semplici gioie che disponi sul suo cammino
aspiri con serena fiducia
alla gioia che non ha fine.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 

3 Gennaio 2025
 
Martedì Feria di Natale
 
1Gv 2,29-3,6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 97 (98);  Gv 1,29-34

Colletta

 
Catechismo della Chiesa Cattolica - Il battesimo di Gesù 536: Il battesimo di Gesù è, da parte di lui, l’accettazione e l’inaugurazione della sua missione di Servo sofferente. Egli si lascia annoverare tra i peccatori; è già «l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» Gv 1,29); già anticipa il «battesimo» della sua morte cruenta. Già viene ad adempiere «ogni giustizia» (Mt 3,15), cioè si sottomette totalmente alla volontà del Padre suo: accetta per amore il battesimo di morte per la remissione dei nostri peccati. A tale accettazione risponde la voce del Padre che nel Figlio suo si compiace. Lo Spirito, che Gesù possiede in pienezza fin dal suo concepimento, si posa e «rimane» su di lui. Egli ne sarà la sorgente per tutta l’umanità. Al suo battesimo, «si aprirono i cieli» (Mt 3,16) che il peccato di Adamo aveva chiuso; e le acque sono santificate dalla discesa di Gesù e dello Spirito, preludio della nuova creazione.
Ecco l’agnello di Dio 608: Dopo aver accettato di dargli il battesimo tra i peccatori, Giovanni Battista ha visto e mostrato in Gesù l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo. Egli manifesta così che Gesù è insieme il Servo sofferente che si lascia condurre in silenzio al macello e porta il peccato delle moltitudini e l’Agnello pasquale simbolo della redenzione di Israele al tempo della prima pasqua. Tutta la vita di Cristo esprime la sua missione: servire e dare la propria vita in riscatto per molti.
Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui - 1286: Nell’Antico Testamento, i profeti hanno annunziato che lo Spirito del Signore si sarebbe posato sul Messia atteso in vista della sua missione salvifica. La discesa dello Spirito Santo su Gesù, al momento del suo Battesimo da parte di Giovanni, costituì il segno che era lui che doveva venire, che egli era il Messia, il Figlio di Dio. Concepito per opera dello Spirito Santo, tutta la sua vita e la sua missione si svolgono in una totale comunione con lo Spirito Santo che il Padre gli dà «senza misura» (Gv 3,34).
 
Prima Lettura: Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non l’ha visto né l’ha conosciuto: “Giovanni stilizza i ritratti. Dalla speranza della visione [v 2] e della santità consumata [v 3] deriva fin da ora, per l’azione di Gesù Cristo [v 5; 1Gv 2,2], l’astensione da tutti i mali, propria dei figli di Dio [v 9; 1Gv 5,18; cfr. Gal 5,16] che sono stati «giustificati» [v 7; 1Gv 2,29; cfr. Rm 3,24-25]. Questo però, di fatto, non esclude la possibilità concreta del peccato (1Gv 1,8-10), che rompe appunto la comunione [cf. 1Gv 2,3-5]” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
 
Gesù agli inizi della sua missione, incomincia il suo cammino fra i peccatori e in solidarietà con essi, prendendo su di sé i loro peccati. Gesù è l’agnello di Dio, un’ immagine biblica che rievoca quella del servo sofferente di Ihawè che, come agnello mansueto, viene condotto al macello e porta su di sé i peccati del popolo (cfr. Isaia 53,4-7.11-12), e quella dell’agnello pasquale di Esodo (12,46) che l’evangelista accosterà più tardi alla morte innocente di Gesù in croce. La testimonianza del Battista si conclude con la proclamazione di Gesù Figlio di Dio. Tale riconoscimento non è frutto di conoscenza umana, ma è dono dello Spirito. Infatti Giovanni dichiara di non aver conosciuto la persona di Gesù nella profondità del suo mistero di Figlio di Dio, se non dopo aver visto lo Spirito discendere come una colomba dal cieli e rimanere su di lui (cfr. Is 11,2; 61,1).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,29-34

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
 
Parola del Signore.
 
Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo - Salvatore Alberto Panimolle ( Lettura Pastorale del vangelo secondo Giovanni): Gesù è indicato con il dito come l’agnello di Dio ossia come l’eletto di Dio o Messia, che toglie il peccato del mondo. Infatti la locuzione “Ecco l’agnello di Dio” sembra formare inclusione con la frase finale di tutto il brano sulla testimonianza: “questi è l’eletto di Dio” (Gv 1,34). L’espres­sione agnello di Dio è quindi un titolo messianico. Gesù dal Battista è riconosciuto come il Cristo. Il precursore confessa di non essere né il Messia né il profeta escatologico, perché l’agnello di Dio ossia l’eletto di Dio è Gesù. Il termine agnello (“amnós”) nel Nuovo Testamento all’infuori di Gv 1,29.36 ricorre solo in At 8,32, che cita Is 53,7, e in 1Pt 1,19. Il passo citato degli Atti applica a Gesù l’oracolo profetico di Is 53,7ss; mentre 1Pt 1,19 paragona il Cristo a un agnello senza macchia, che ha riscattato l’uomo con il suo sangue. Dunque i due passi neotestamentari non portano molta luce sul testo giovanneo in esame. Esaminando i LXX, osserviamo che il Dt-Is spesso presenta Israele come l’eletto di Dio (Is 42,1; 43,20; 45,4), anzi il quarto canto del servo di Jahvé lo paragona a un agnello, che porta i nostri peccati (Is 53,4) e che fu consegnato (a morte) per i nostri peccati (Is 53,6s). Il passo di Is 42,1s, in particolare, parla di Giacobbe servo del Signore, di Israele eletto di Dio, al quale il Signore ha dato il suo spirito. Sono diverse le locuzioni di questo testo isaiano che ritornano in Gv l,33s;  parimenti varie locuzioni di Is 53,3-7 si trovano anche in Gv 1,29ss: “(porta) i nostri peccati”, “agnello”. Non sembra quindi improbabile che il quarto evangelista, nel brano 1, 29-34, s’ispiri a questi passi dei canti del servo di Jahvé, presentando Gesù come il vero agnello che toglie il peccato dell’umanità, ossia come il servo del Signore che distrugge le colpe degli uomini, essendo l’eletto di Dio.
Gesù è l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, ossia elimina o porta via il peccato dell’umanità.
Infatti, il valore semantico normale di “áirein” nel quarto vangelo è quello di “portar via”, o togliere (cf. Gv 10,18), anche se può significare “prendere” (cf. Gv 8,59). Gesù, agnello di Dio, toglie o porta via il peccato del mondo. Ma che cos’è questo peccato del mondo? Il mondo in questo contesto indica l’umanità peccatrice, amata da Dio (Gv 3,16) e salvata dal Figlio di Dio (Gv 3,17; 4,42; 12,47), il quale dona ad essa vita (Gv 6,33.51; 1Gv 4,9) e luce rivelatrice (Gv 8,12; 9,5; 12,46), essendo egli stesso vittima d’espiazione per i peccati di tutto il mondo (1Gv 2,2).
Il peccato del mondo è quindi il complesso dei peccati dell’umanità. La frase di 1Gv 3,5 “quegli apparve per togliere i peccati”, l’unico testo parallelo di Gv 1,29, è in proposito assai chiara. Per Gv 1,29, Gesù è l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo e per 1Gv 3,5 la venuta del Figlio di Dio nel mondo è finalizzata dalla distruzione dei peccati dell’umanità. Si osservino in sinossi i due testi citati: Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29), /// quegli apparve per togliere i peccati (1Gv 3,5).
 
La missione di Gesù è la missione del Servo di Iahvè, una missione gravida di dolore, di tormenti, una missione il cui sbocco sarà la morte cruenta. La missione di Gesù, come la missione del Servo di Iahvè, è una missione ad ampio respiro, universale: la salvezza di tutte le nazioni e la restaurazione d’Israele. Una missione la cui prospettiva è puramente spirituale. Si tratta «di un ritorno a Dio del resto purificato, dei “superstiti d’Israele”. Il compito del servo è quello di portare alla conversione, alla riconciliazione del popolo eletto con Dio, dopo la grande prova dell’esilio» (A. Poppi). Una missione che sarà violentemente osteggiata. Il servo sarà perseguitato e sembrerà fallire, ma proprio con questa sofferenza e con questo fallimento, Dio realizzerà il suo disegno di salvezza. Il servo risponderà alle ingiurie con la morte vicaria e con la carità della preghiera: «io [...] offro la vita per le pecore ... Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Gv 10,15; Lc 22,34). Il servo è il messaggero ultimo, finale della promessa fatta ad Israele in Abramo, rinnovata nel corso dei secoli attraverso le disfatte militari, le tragedie nazionali, la deportazione, l’apostasia e le infedeltà del popolo eletto. Ma deluderà le aspettative di molti; non sarà il re temporale trionfante sognato dal popolo eletto, ma l’uomo «dei dolori che ben conosce il patire» (Is 53,3). Obbediente alla volontà di Colui che lo ha mandato, accetterà deliberatamente gli insulti, le sofferenze immeritate, atroci, devastanti. La sua innocenza e la sua dolcezza otterranno la riconciliazione del popolo infedele con il suo Dio e insieme il recupero delle nazioni immerse nelle tenebre dell’ignoranza, del peccato e del paganesimo. Una profezia che si realizzerà pienamente in Gesù di Nazaret. Gesù è il Servo che «è stato trafitto per i nostri delitti»: «come agnello condotto al macello» (Is 53,7) ha «consegnato se stesso alla morte» (Is 53,12) per i peccatori. Gesù è il Servo, luce delle nazioni, che ha offerto se stesso perché il mondo creda che il Padre lo ama e ha mandato il Figlio per la sua salvezza. La missione del Servo di Iavhé è la missione della Chiesa, di ogni battezzato.
 
Agnello // Agnello di Dio - Giuliano Vigini (Dizionario del Nuovo Testamento): I tre termini (arnion, amnos e aren) che designano l’agnello nel Nuovo Testamento sono usati in genere come immagini e simboli, a cominciare dalla definizione di Gesù come agnello di Dio. L’unica volta in cui viene usato il termine erén è nel passo di Luca, dove Gesù nell’affidare la missione ai settantadue discepoli, li manda come “agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10,3). II riferimento è alle prove e alle violenze subite dalle prime comunità cristiane (Gv 10,12; At 20,29), che anch’essi, deboli, dovranno subire da parte dei loro avversari più forti.
 La definizione di Gesù come agnello (amnos tou theou) ricorre nel Nuovo Testamento solo due volte (Gv 1,29.36) e, nel primo caso, è accompagnata dalla frase “colui che toglie il peccato del mondo” (cfr. anche 1 Gv 3,5). Il riferimento più sicuro per questo titolo dato da Giovanni Battista a Gesù è l’agnello pasquale. L’accostamento tra la celebrazione rituale del sacrificio dell’agnello, con il sangue sparso sugli stipiti delle porte in segno di liberazione e salvezza (cfr. Es 12,7-13), e il sangue dell’agnello immolato sulla croce sta a significare che il sacrificio di Cristo, “nostra pasqua” (1Cor 5,7), rappresenta il “passaggio” dalla morte alla vita (Gv 5,24), dalle tenebre alla luce (Gv 8,12) dell’umanità riconciliata e redenta.
Gesù, l’inviato del Padre, inaugura infatti, col suo sacrificio, la pasqua della nuova alleanza e della nuova libertà dei figli di Dio.
L’immagine di Cristo come “agnello” (amnos) pasquale, “senza difetti e senza macchia” (cfr. Es 12,5; Lv 22,19-25; Nm 6,14; 19,2), è ripresa da 1Pt 1,19 e, con altro termine (arnion), dall’Apocalisse. Qui però Cristo, l’Agnello, non è solo la vittima mansueta (cfr. Is 53,7) che si è immolata (5,6; 7,14), ma è soprattutto il vincitore della morte, risorto ed esaltato in cielo, seduto al fianco di Dio sul trono (22,1.3).
Da lì l’Agnello combatterà contro le potenze del male e la sua vittoria lo consacrerà “il Signore dei signori e il Re dei re” (17,14; cfr. anche19,16).
 
Chiunque commette il peccato, commette anche l’iniquità, perché il peccato è l’iniquità: «Allo stesso modo come gli acrobati che camminano sulla corda tesa bisogna che non siano minimamente disattenti [infatti, se anche si distraessero per un solo istante, si verificherebbe un grave danno: l’acrobata precipiterebbe immediatamente e morirebbe]; parimenti, abbiamo anche noi il dovere di non essere distratti e pigri. Noi percorriamo una strada angusta, circondata ovunque da precipizi, sulla quale non v’è lo spazio per tutt’e due i piedi a un tempo. Ti accorgi di quanta attenzione abbiamo bisogno? Non vedi che coloro i quali procedono fra due precipizi, non soltanto stanno attenti con i piedi, ma anche con gli occhi? Infatti, se talora sembra opportuno fermarsi, quantunque il piede rimanga con la sua pianta immobile, l’occhio tuttavia, attorniato dall’abisso guarda attentamente tutt’intorno. Gli sembra, però, necessario aspettare a riprendere il cammino; per questo suggerisce: «Né a destra né a sinistra». Orbene, profondo è l’abisso del peccato: enormi precipizi, tenebre oscure, una strada angusta. Stiamo attenti con timore, camminiamo con tremore. Nessuno, procedendo lungo una simile via, rida o si ubriachi, ma percorra il cammino in sobrietà e digiuno; nessuno si porti dietro alcunché di superfluo onde procedere, libero da tutto, più speditamente; nessuno trattenga i suoi piedi, ma li lasci agili e sciolti. Noi, al contrario, quando ci leghiamo a innumerevoli preoccupazioni e portiamo su di noi gl’infiniti pesi di questa vita, nell’avidità e nel disordine, come possiamo aspettarci di progredire lungo una strada così ardua?» (Giovanni Crisostomo, Omelie sulla prima lettera ai Tessalonicesi, 9,4-5).
 
Il Santo del Giorno - 3 Gennaio 2025 - Santissimo Nome di Gesù. Quella radice antica che porta verso il cielo: È nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo che vive ogni respiro della propria esistenza un cristiano. Lo si esprime con un gesto semplice ma potente, il segno della Croce, che è un modo per mostrare la scelta di portare nel mondo il messaggio di Gesù, morto e risorto. E nel nome di Gesù le prime comunità cristiane trovarono la loro radice, perché proprio la loro fede in una persona le distingueva e ne definiva l’identità. Per questo la devozione per il nome di Gesù, autentica “formula” per la santità, ha sempre accompagnato la storia della Chiesa, raggiungendo il proprio apice tra il XIV e il XV secolo quando san Bernardino da Siena realizzò il trigramma con le lettere IHS (prime tre lettere del nome di Gesù in greco), all’interno di un sole con 12 raggi su sfondo azzurro. Grazie a questo santo il culto si diffuse fino a entrare nel calendario liturgico. (Matteo Liut)

O Dio, che vieni a noi
nella partecipazione al tuo sacramento,
rendi efficace nei nostri cuori la sua potenza,
perché il dono ricevuto ci prepari a riceverlo ancora.
Per Cristo nostro Signore.

 2 GENNAIO 2025
 
SANTI BASILIO MAGNO E GREGORIO NAZIANZENO, 
VESCOVI E DOTTORI DELLA CHIESA
 
1Gv 2,22-28; Salmo Responsoriale Dal Salmo 97 (98); Gv 1,19-28
 
Colletta
O Dio, che hai illuminato la tua Chiesa
con gli esempi e gli insegnamenti
dei santi vescovi Basilio e Gregorio,
donaci uno spirito umile per conoscere la tua verità
e attuarla fedelmente nella carità fraterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La testimonianza dei discepoli di Cristo - Lumen gentium 10: Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini (cfr. Eb 5,1-5), fece del nuovo popolo «un regno e sacerdoti per il Dio e il Padre suo» (Ap 1,6; cfr. 5,9-10). Infatti per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui, che dalle tenebre li chiamò all’ammirabile sua luce (cfr. 1 Pt 2,4-10). Tutti quindi i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio (cfr. At 2,42-47), offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cfr. Rm 12,1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi la richieda, rendano ragione della speranza che è in essi di una vita eterna (cfr. 1 Pt 3,15) Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo. Il sacerdote ministeriale, con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico nel ruolo di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del loro regale sacerdozio, concorrono all’offerta dell’Eucaristia, ed esercitano il loro sacerdozio col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e la carità operosa.
 
I Lettura: Falsi profeti e perniciose dottrine sono penetrati nelle comunità cristiane, da qui l’esortazione a restare saldi nella fede. Ma professare la fede in Cristo è dono della grazia dello Spirito Santo. Solo chi rimane nella fede possiede il Padre e Figlio.
 
Vangelo
Dopo di me verrà uno che è prima di me.
 
Perché dunque tu battezzi, se non sei il cristo, né Elia, né il profeta? All’incalzare delle domande degli inviati, arriva finalmente la risposta positiva: «Io sono voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1,23). L’attenzione quindi viene spostata perentoriamente sul vero Messia che è già in mezzo al popolo, ma non ancora manifestato: «In mezzo a voi sta uno che non conoscete» (Gv 1,26). Bisogna, dunque, disporsi ad accoglierlo, con la conversione e la penitenza cui allude il battesimo di Giovanni.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,19-2
 
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elìa?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elìa, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.
 
Parola del Signore.
 
L’occasione per rendere «testimonianza alla luce» (Gv 1,5.9), da parte del Battista, è data dalle domande dei Giudei, i quali vogliono conoscere la verità sulla persona del battezzatore. Gli inviati dei Giudei, i sacerdoti e i levìti, praticamente, a motivo della crescente notorietà del Battista, della sua predicazione e del suo apostolato, vogliono avere degli elementi probanti per discernere se si tratti di un mestatore o di un messaggero di Dio. Forse perché tra i seguaci, ma anche fuori da questa cerchia, serpeggiava la segreta speranza che Giovanni fosse il Messia. Lo rivela la risposta che Giovanni dà alla prima domanda dei suoi interlocutori: «Tu, chi sei?», «Io non sono il Cristo». È il primo tentativo di allontanare dalla sua persona le speranze messianiche tanto attese dal popolo.
Segue una seconda domanda: «Sei tu Elia?», a cui il Battista risponde: «Non lo sono».
La domanda ha come sfondo una tradizione vivissima nel mondo giudaico: il profeta Elia, che era stato rapito in cielo (Cf. 2Re 2,11), avrebbe dovuto precedere la venuta del Messia. È quanto testimonia Malachia: «Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore, perché converta il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri; così che io venendo non colpisca il paese con lo sterminio» (3,23-24). Anche Gesù dovrà dare ai suoi discepoli una risposta su questa attesa (Cf. Mt 17,10-13).
A un secco no di Giovanni segue la terza domanda: «Sei tu il profeta?» (Gv 1,21). Anche questo è un riferimento preciso ad una promessa divina: «Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò» (Dt 18,18).
Dopo tre risposte negative, all’incalzare degli inviati, arriva finalmente la risposta positiva: «Io sono voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1,23).
L’attenzione quindi viene spostata perentoriamente sul vero Messia che è già in mezzo al popolo, ma non ancora manifestato: «In mezzo a voi sta uno che non conoscete» (Gv 1,26). Bisogna, dunque, disporsi ad accoglierlo, con la conversione e la penitenza cui allude il battesimo di Giovanni.
Io battezzo nell’acqua. I sinottici aggiungono «ma egli vi battezzerà in Spirito Santo» (Mc1,8) o «in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3,11; Lc 3,16).
Il Vangelo si conclude con una ulteriore affermazione tesa a sottolineare l’inferiorità del Battista: A lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo. Giovanni è il più grande tra i nati di donna, «tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11,11).
 
I testimoni di Gesù - Maurice Prat e Pierre Grelot: 1. La testimonianza apostolica. - Per giungere agli uomini la testimonianza assume una forma concreta: la predicazione del vangelo (Mt 24,14). Per portarla a tutto il mondo gli apostoli sono costituiti testimoni di Gesù (Atti 1,8): dovranno attestare solennemente dinanzi agli uomini tutti i fatti avvenuti dal battesimo di Giovanni fino alla ascensione di Gesù, e specialmente la risurrezione che ha consacrato la sua sovranità (1,22; 2,32; ecc.). La missione di Paolo viene definita negli stessi termini: sulla via di Damasco egli è stato costituito testimone di Cristo dinanzi a tutti gli uomini (22,15; 26,16); in terra pagana egli attesta dovunque la risurrezione di Gesù (1Cor 15,15), e la fede nasce nelle comunità con l’accettazione di questa testimonianza (2Tess 1,10; 1Cor 1,6). Stessa identificazione del vangelo e della testimonianza negli scritti giovannei. Il racconto evangelico è un’attestazione data da un testimone oculare (Gv 19,35; 21,24); ma la testimonianza, ispirata dallo Spirito (Gv 16,13), verte pure sul mistero che i fatti nascondono: il mistero del Verbo di vita venuto nella carne (1Gv 1,2; 4,14). I credenti che hanno accettato questa testimonianza apostolica hanno ormai in sé la testimonianza stessa di Gesù, che è la profezia dei tempi nuovi (Apoc 12,17; 19,21). Perciò i testimoni incaricati di trasmetterla riprendono i tratti dei profeti antichi (11,3-7).
2. Dalla testimonianza al martirio. - La funzione dei testimoni di Gesù è messa ancor più in evidenza quando devono rendere testimonianza dinanzi alle autorità ed ai tribunali, secondo la prospettiva che Gesù apriva già ai Dodici (Mc 13,9; Mt 10,18; Lc 21,13s). Allora l’attestazione assume un carattere solenne, ma prelude sovente alla sofferenza. Di fatto, se i credenti sono perseguitati, si è «a motivo della testimonianza di Gesù» (Apoc 1,9). Stefano per primo ha suggellato la sua testimonianza con il suo sangue versato (Atti 22,20). La stessa sorte attende quaggiù i testimoni del vangelo (Apoc 11,7): quanti saranno sgozzati «per la testimonianza di Gesù e la parola di Dio» (6,9; 17,6). Babilonia, la potenza nemica che si accanisce contro la città celeste, si inebrierà del sangue di questi testimoni, di questi martiri (17,6). Ma riporterà soltanto una vittoria apparente. In realtà saranno essi ad aver vinto, con Cristo, il diavolo, «mediante il sangue dell’agnello e la parola della loro testimonianza» (12,11). Il martirio è la testimonianza della fede consacrata dalla testimonianza del sangue.

I cristiani, a somiglianza del precursore del Messia, «devono essere i testimoni della parola e della persona di Gesù Cristo. La loro condotta quindi deve costituire una testimonianza vivente della rivelazione del Verbo incarnato. I credenti, nel mondo ostile al messaggio del Cristo, debbono partecipare alla lotta contro le tenebre, caratterizzate dall’incredulità, dall’odio, dalla violenza e dall’egoismo, lasciandosi penetrare sempre più dalla luce del Verbo incarnato, dalla sua parola e dalla sua persona, rendendo in tal modo al Figlio di Dio la testimonianza di una vita impregnata di amore e di fede» (Salvatore Alberto PANIMOLLE, Lettura pastorale del Vangelo di Giovanni). Nella mirabile opera missionaria, tutti i credenti sono assistiti dal Cristo (cfr. Mt 28,20).
Corroborati da questa Presenza, tutti i battezzati sono chiamati a dare, di fronte alle genti, testimonianza alla Parola: «Tutti i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio [cfr. At 2,42-47], offrano se stessi come oblazione vivente, santa, gradita a Dio [cfr. Rom 12,1], diano ovunque testimonianza a Cristo, e rendano ragione, a chi lo richieda, della speranza di vita eterna che è in loro [cfr. 1Pt 3,15]» (LG 10).
E poiché sono «arricchiti di una forza speciale dello Spirito Santo, sono tenuti più strettamente a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’azione, come veri testimoni di Cristo» (LG 11). Quest’ultima affermazione ricorda ai cristiani che il martirio è la più sincera testimonianza resa a Cristo e alla verità della fede: «Il martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede; il martire è un testimone che arriva fino alla morte. Egli rende testimonianza a Cristo, morto e risorto, al quale è unito dalla carità. Rende testimonianza alla verità della fede e della dottrina cristiana. Affronta la morte con un atto di fortezza. “Lasciate che diventi pasto delle belve. Solo così mi sarà concesso di raggiungere Dio”» (Catechismo della Chiesa Cattolica 2472).
Quindi, i credenti, in virtù del battesimo, sono testimoni del Redentore, di colui che è la «luce del mondo». Senza ritenersi luce o redentori, ma umili testimoni, devono avere un solo obiettivo: quello di favorire «la fede di coloro che non credono nel Cristo. Come il Battista rese testimonianza alla luce “affinché tutti credessero per mezzo di lui” (Gv 1,7), così il cristiano deve impegnarsi di persona per favorire la fede dei suoi fratelli nel figlio di Dio» (Savatore Alberto Panimolle, o. c.). In sintesi, i cristiani dovrebbero fare, ad ogni istante, quello che gli angeli hanno fatto nella notte di Betlemme: portare ad ogni uomo l’annuncio di una grande gioia: «oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2,10-11). Anche a costo della vita.
 
La via al Signore va preparata in continuazione: “Preparate la via del Signore [Is 40,3; Mc 1,3]. La via del Signore che ci si ordina di preparare, o fratelli, camminando la si prepara, preparandola, si cammina. E quand’anche aveste molto progredito in essa, vi resta sempre nondimeno da prepararla perché, dal punto in cui siete arrivati possiate avanzare, protesi verso ciò che sta oltre. Così, risultando in ogni singolo stadio preparata la via per il suo avvento, il Signore vi verrà incontro sempre nuovo, in qualche modo, e più grande di prima. È quindi con ragione che il giusto elevava questa preghiera: Indicami, o Signore, la via dei tuoi precetti e la seguirò sino alla fine [Sal 118,33]. E forse è stata definita vita eterna perché, pur avendo la Provvidenza previsto per ciascuno una via e fissato ad essa un termine, nondimeno non si dà alcun termine alla natura della bontà verso cui si tende. Per cui, il saggio e solerte viaggiatore, quando sarà giunto alla meta, non farà che ricominciare, poiché dimenticando ciò che si lascia alle spalle [cfr. Fil 3,13], dirà a se stesso ogni giorno: Comincio adesso [Sal 76,11]. Si lancia come un gigante che nulla teme per percorrere la via dei comandamenti di Dio; da autentico Idutun [cfr. 1Cr 16,42], egli supera facilmente nell’ardore della sua corsa i pigri che si fermano per via. E pur se arrivato all’ultima ora del giorno, egli ha attinto la perfezione in poco tempo, percorrendo peraltro un lungo cammino [cfr. Sap 4,13]; fattosi svelto, da ultimo che era, fu tra i primi ad essere coronato.” (Guerric d’Igny, Sermo V, de Adventu,1).
 
Il Santo del giorno - 2 Gennaio 2025 - San Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno, Vescovi e Dottori della Chiesa - Cercatori d’Infinito sui sentieri verso Dio: Cambiano le date, muta il tempo e il calendario, ma la sete d’Infinito che portiamo nel cuore non cambia mai. Su questo itinerario dell’anima abbiamo bisogno di compagni saggi e maestri autorevoli dal cuore grande. Oggi la liturgia ci propone le figure di due padri orientali, vescovi e dottori della Chiesa, che hanno contribuito a tracciare percorsi di ricerca del divino dall’eco intramontabile: san Basilio Magno e san Gregorio Nazianzeno. Il primo era nato attorno al 330 a Cesarea di Cappadocia e aveva compiuto i primi studi in patria, proseguendo poi la formazione a Costantinopoli e Atene, dove conobbe Gregorio di Nazianzo. Tornato a casa costruì un monastero e compose due regole e per questo è considerato l’organizzatore della vita monastica in Asia Minore. Chiamato a collaborare con il vescovo di Cesarea, ne divenne il successore nel 370. Da pastore e teologo contribuì alla definizione della divinità dello Spirito Santo e del dogma trinitario. Spinse perché la formazione classica fosse la base per lo studio della Bibbia. Morì nel 379. Gregorio (329-390), suo amico fin dai tempi degli studi, fu invece vescovo di Sásima, di Costantinopoli e di Nazianzo. Meno portato per il “governo”, seppe approfondire come pochi la teologia, difendendo la divinità del Figlio di Dio. (Avvenire)
 
La partecipazione a questo banchetto del cielo,
Dio onnipotente,
rinvigorisca e accresca in tutti noi la grazia
che da te proviene,
perché, celebrando la festa dei santi Basilio e Gregorio,
custodiamo integro il dono della fede
e camminiamo sulla via della salvezza da loro indicata.
Per Cristo nostro Signore.