6 FEBBRAIO 2022
 
V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C
 
Is 6,1-2a.3-8; Sal 137 (138); 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11
 
Il Santo del Giorno 6 Febbraio 2022 - Martirologio Romano: Memoria dei santi Paolo Miki e compagni, martiri, a Nagasaki in Giappone. Con l’aggravarsi della persecuzione contro i cristiani, otto tra sacerdoti e religiosi della Compagnia di Gesù e dell’Ordine dei Frati Minori, missionari europei o nati in Giappone, e diciassette laici, arrestati, subirono gravi ingiurie e furono condannati a morte. Tutti insieme, anche i ragazzi, furono messi in croce in quanto cristiani, lieti che fosse stato loro concesso di morire allo stesso modo di Cristo.
 
Colletta
O Dio, tre volte santo,
che hai scelto gli annunciatori della tua parola
tra uomini dalle labbra impure,
purifica i nostri cuori con il fuoco della tua parola
e perdona i nostri peccati con la dolcezza del tuo amore,
così che come discepoli seguiamo Gesù,
nostro Maestro e Signore.
Egli è Dio, e vive e regna con te.

San Paolo Miki e compagni, martiri: Giovanni Paolo II (Omelia, 6 novembre 1999): Le Chiese in Asia sono, per la maggior parte, relativamente piccole dal punto di vista numerico, ma si sono dimostrate grandi nella fedeltà a Cristo e al Vangelo anche in tempi di persecuzione. Sono Chiese che hanno conosciuto lo spargimento di sangue, e il gran numero di martiri asiatici è indubbiamente la loro maggiore gloria. Te martyrum candidatus laudat exercitus. I cristiani come san Andrea Kim Tae-gon, san Paolo Miki, san Lorenzo Ruiz e san Andrea Dung-Lac e gli innumerevoli altri uomini e donne santi in questo continente dimostrano quanto pienamente la grazia di Cristo possa penetrare nel cuore dei popoli asiatici. Da tale testimonianza indimenticabile, le Chiese dell’Asia imparano le vie dell’amore e del servizio amorevole e apprendono che un frutto importante dell’amore è la giustizia. É certamente opera dello Spirito Santo il fatto che i cristiani asiatici si stiano dedicando sempre più alla difesa della dignità umana e alla ricerca della giustizia. Questo servizio della persona umana non è radicato nelle illusioni delle ideologie ma nel rispetto dell’atto creativo di Dio, che ha fatto l’uomo e la donna a propria immagine (cfr. Gn 1,26). I cristiani dedicano immense energie alla carità pratica e alla promozione e alla liberazione dell’uomo, in obbedienza al comandamento del Signore di amarci gli uni gli altri come Lui ci ha amati (cfr. Gv 13, 34).
 
I Lettura: La santità di Dio «è un tema centrale della predicazione di Isaia, che chiama spesso Jahve “il Santo di Israele” [Is 1,4; 5,19.24; 10,17.20; 41,14.16.20; ecc.]. Questa santità di Dio esige dall’uomo che sia anche lui santificato, cioè separato dal profano [Lv 17,1], purificato dal peccato, partecipando alla “giustizia” di Dio [cfr. Is 1,26 e Is 5,16]» (Bibbia di Gerusalemme). Eccomi, manda me!: la prontezza del profeta Isaia richiama la fede di Abramo (Gen 12,1-4) ed è in contrasto con le incertezze di Mosè (Es 4,10-12) e soprattutto di Geremia (Ger 1,6). San Giovanni, riferendosi a questo passo, afferma in 12,41 che Isaia vide la gloria di Gesù, facendo in questo modo una chiarissima attestazione della sua divinità.
 
II Lettura: Alcuni cristiani di Corinto respingevano la risurrezione dei morti. Forse erano di cultura greca in quanto i greci consideravano la risurrezione una concezione grossolana (At 17,32). Per fugare ogni dubbio sulla risurrezione di Cristo, Paolo si appella alla testimonianza di molti testimoni oculari. Negare la risurrezione di Cristo è svuotare di ogni valore la predicazione cristiana. I cristiani di Corinto avrebbero creduto invano e il Vangelo non servirebbe alla loro salvezza. Col ricordare poi le apparizioni del Risorto che segnarono la sua vocazione apostolica, Paolo vuole sottolineare che il suo mandato a predicare non viene dagli uomini, ma da Dio. Per cui la sua predicazione va accolta «non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio» (1 Ts 2,13).
 
Vangelo: Luca ha riunito in questo racconto la storia di una pesca miracolosa e la chiamata di Simone. La reazione di Pietro mette in evidenza una peculiarità del carattere di Pietro: l’umiltà che spesso si associa al suo carattere irruento e a volte irriflessivo.

Dal Vangelo secondo Luca 5,1-11: In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
 
Non abbiamo preso nulla; sulla tua parola getterò le reti. La risposta che Simone dà a Gesù marca il carattere di quest’uomo abituato alla fatica: forse rude nei tratti, a volte impulsivo, ma sostanzialmente buono e umile per cui si fida di Gesù e della sua parola. Infatti, da buon pescatore, Simone sa che è assurdo l’invito di Gesù, ma accetta ben volentieri e la sua fede verrà premiata da una pesca abbondante: tanto enorme era la quantità di pesci che «le reti quasi si rompevano». Pietro, denominato con questo soprannome per la prima volta in Luca, percepisce la santità di Gesù e il gettarsi alle sue ginocchia è la conseguenza logica di questa sua comprensione: è la reazione dell’uomo affascinato e terrorizzato all’irrompere del soprannaturale nella sua vita. L’uomo davanti al divino, percepisce la sua miseria, il suo peccato. Simone capisce che tra lui e Gesù c’è una distanza infinita: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Pietro, con il suo stupore e con la sua umile confessione, «si colloca nella schiera dei profeti come Isaia che hanno reagito alla vista della gloria del Signore in maniera analoga [cfr. LXX Is 6,5] e rappresenta inoltre i “peccatori” che nel racconto di Luca rispondono positivamente a Gesù [5,30.32; 7,34.39; 15,1-2.7.10; 18,13; 19,7]» (L. T. Johnson). A un uomo di tale tempra e di tanta umiltà, Gesù può affidare una meravigliosa impresa, quella di essere pescatore di uomini. Il mare per gli antichi era la sede dei demoni, l’immagine è quindi molto forte: a Simon Pietro toccherà in sorte il nobile impegno di strappare gli uomini dal dominio di satana e liberarli dal giogo del peccato e della morte. In questo senso va il termine greco - zogron - usato per pescatore a cui appunto talvolta viene dato il senso di salvare dalla morte (il testo greco letteralmente ha: da ora [gli] uomini sarai prendente vivi). Un mandato che Pietro vivrà con intensità fino al dono totale della sua vita. Luca, infine, sottolinea la prontezza nel seguire Gesù: «Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono». Il termine tutto è proprio di Luca essendo assente negli altri sinottici. Tale «“totalità” nella sequela del Cristo costituisce un elemento caratterizzante di Luca, che accentua molto il radicalismo evangelico [...]. Infatti, secondo l’insegnamento di Luca, per essere autentici discepoli del Cristo, bisogna rinunciare a tutti i propri beni [Lc 14,33]» (Salvatore Panimolle). Una sequela senza sconti: bisogna rinunciare a tutto, anche alla vita.
 
Vincenzo Raffa (Liturgia Festiva) - Presunzione, umiltà e ottimismo - Isaia e Pietro sentirono ed espressero umilmente la loro inadeguatezza di fronte al compito che si prospettava ai loro occhi.
Questa umiltà attirò su loro la benevolenza divina, che li corroborò.
L’esempio ci serva di richiamo per affrontare con serenità, fiducia e fermezza le incombenze affidateci dalla Provvidenza, ma senza presumere mai delle nostre forze. Nel salmo responsoriale di oggi noi diciamo: «Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la mia forza». La preghiera è sempre una risorsa fra le più necessarie per il potenziamento delle nostre capacità.
Cristo disse a Pietro: «Non temere». Muniti della fiducia in Dio e fortificati attraverso la preghiera, possiamo essere ottimisti sulla riuscita della nostra attività. La fatica degli apostoli, dimostratasi inutile perché non fecondata dalla presenza di Cristo, e l’esito strepitoso della loro pesca, quando ebbero con loro Cristo e ne seguirono i suggerimenti, è il simbolo dei risultati profondamente diversi del nostro agire a seconda che operiamo con le sole nostre forze o con l’aiuto divino.
Tutte e tre le orazioni della Messa di oggi sono una domanda a Dio di aiuto e di protezione. L’Eucarestia viene considerata la grande risorsa «a sostegno della nostra debolezza», il grande segreto del successo nel senso evangelico.
Ogni vocazione deve far leva sulle sconfinate potenzialità dell’Eucaristia per superare gli ostacoli e trionfare su ogni scoraggiamento, per lavorare con lena nel disimpegno dei propri compiti anche più difficili.
 
Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore: Catechismo della Chiesa Cattolica 208: Di fronte alla presenza affascinante e misteriosa di Dio, l’uomo scopre la propria piccolezza. Davanti al roveto ardente, Mosè si toglie i sandali e si vela il viso al cospetto della Santità divina. Davanti alla Gloria del Dio tre volte santo, Isaia esclama: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono» (Is 6,5). Davanti ai segni divini che Gesù compie, Pietro esclama: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore» (Lc 5,8). Ma poiché Dio è santo, può perdonare all’uomo che davanti a lui si riconosce peccatore: «Non darò sfogo all’ardore della mia ira... perché sono Dio e non uomo, sono il Santo in mezzo a te» (Os 11,9). Anche l’apostolo Giovanni dirà: «Davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa» (1Gv 3,19-20).
 
Per fede Pietro getta le reti dell’insegnamento di Gesù - Massimo di Torino, Sermoni 110, 2: Ma perché tu comprenda che il Signore parlava della pesca spirituale, Pietro dice: Signore, pur faticando tutta la notte non abbiamo preso nulla, ma, sulla tua parola, getterò le reti; ed è come se dicesse: «Poiché, pur avendo faticato tutta la notte, la pesca non ci ha dato risultati, ormai pescherò non con gli attrezzi, ma con la grazia, non con l’abilità del mio mestiere, ma con la premura della devozione. Sulla tua parola dice getterò le reti. [ ... ] Dunque, quando sulla parola Pietro getta le reti, certamente comincia a parlare fidando in Cristo; e quando egli spiega le reti intrecciate e predisposte sulla parola del Maestro, nel nome del Salvatore diffonde piuttosto parole chiare e convenienti con le quali poter salvare non animali, ma anime. Pur faticando, dice, per tutta la notte, non abbiamo preso nulla. Davvero per tutta la notte aveva faticato Pietro, che prima, avvolto nell’oscurità, senza Cristo non poteva vedere che cosa prendere, ma quando la luce del Salvatore brillò ai suoi occhi, scacciate le tenebre, cominciò a vedere mediante la fede, anche in profondità, ciò che non vedeva con gli occhi.
 
O Dio, che ci hai resi partecipi
di un solo pane e di un solo calice,
fa’ che uniti a Cristo in un solo corpo
portiamo con gioia frutti di vita eterna per la salvezza del mondo.
Per Cristo nostro Signore
 

 SABATO 5 FEBBRAIO 2022

 SANT’AGATA, VERGINE E MARTIRE – MEMORIA

 1 Re 3,4-13; Sal 118 (119); Mc 6,30-34
 
Il Santo del Giorno - 5 Febbraio - Sant’Agata, Vergine e Martire - In Dio la vera bellezza e l’autentica forza: Chi trova Dio trova la vera bellezza, l’autentica forza e la determinazione necessaria per cambiare il mondo. È questo il messaggio che oggi ci lascia sant’Agata, martire del III secolo. Nata a Catania in una famiglia nobile di fede cristiana, verso i 15 anni volle consacrarsi a Dio. Il vescovo accolse la sua richiesta e le impose il velo rosso portato dalle vergini consacrate. Il proconsole di Catania Quinziano, ebbe l’occasione di vederla, se ne invaghì, e in forza dell’editto di persecuzione dell’imperatore Decio, l’accusò di vilipendio della religione di Stato, quindi ordinò che la portassero al Palazzo pretorio. I tentativi di seduzione da parte del proconsole non ebbero alcun risultato. Venne quindi processata, interrogata e torturata: Quinziano al colmo del furore per la resistenza della giovane, le fece anche strappare i seni con enormi tenaglie. Ma la giovane, dopo una visione, fu guarita. Fu ordinato allora che venisse bruciata, ma un forte terremoto evitò l’esecuzione. Tolta dalla brace, Agata venne portata agonizzante in cella, dove morì. Era il 251.
 
Colletta
Donaci, o Signore, la tua misericordia
per intercessione di sant’Agata, vergine e martire,
che sempre ti fu gradita
per la forza del martirio e la gloria della verginità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Papa Francesco (Angelus 17 Luglio 2021): L’atteggiamento di Gesù, che osserviamo nel Vangelo della Liturgia odierna (Mc 6,30-34), ci aiuta a cogliere due aspetti importanti della vita. Il primo è il riposo. Agli Apostoli, che tornano dalle fatiche della missione e con entusiasmo si mettono a raccontare tutto quello che hanno fatto, Gesù rivolge con tenerezza un invito: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» (v. 31). Invita al riposo.
Così facendo, Gesù ci dà un insegnamento prezioso. Anche se gioisce nel vedere i suoi discepoli felici per i prodigi della predicazione, non si dilunga in complimenti e domande, ma si preoccupa della loro stanchezza fisica e interiore. E perché fa questo? Perché li vuole mettere in guardia da un pericolo, che è sempre in agguato anche per noi: il pericolo di lasciarsi prendere dalla frenesia del fare, cadere nella trappola dell’attivismo, dove la cosa più importante sono i risultati che otteniamo e il sentirci protagonisti assoluti. Quante volte accade anche nella Chiesa: siamo indaffarati, corriamo, pensiamo che tutto dipenda da noi e, alla fine, rischiamo di trascurare Gesù e torniamo sempre noi al centro. Per questo Egli invita i suoi a riposare un po’ in disparte, con Lui. Non è solo riposo fisico, è anche riposo del cuore. Perché non basta “staccare la spina”, occorre riposare davvero. E come si fa questo? Per farlo, bisogna ritornare al cuore delle cose: fermarsi, stare in silenzio, pregare, per non passare dalle corse del lavoro alle corse delle ferie. Gesù non si sottraeva ai bisogni della folla, ma ogni giorno, prima di ogni cosa, si ritirava in preghiera, in silenzio, nell’intimità con il Padre. Il suo tenero invito - riposatevi un po’ - dovrebbe accompagnarci: guardiamoci, fratelli e sorelle, dall’efficientismo, fermiamo la corsa frenetica che detta le nostre agende. Impariamo a sostare, a spegnere il telefonino, a contemplare la natura, a rigenerarci nel dialogo con Dio.
 
I Lettura: Salomone, tra i tanti re che si affacciarono sulle vicende politiche del popolo eletto, eccelse per la sua sapienza: ebbe «saggezza e intelligenza molto grandi e una mente vasta come la sabbia che è sulla spiaggia del mare» (1Re 5,9). Tanta ricchezza intellettuale e spirituale non è il frutto di sforzi umani, ma un dono di Dio. Un dono che non mette l’uomo al riparo da certi errori umani, anche fatali. Se l’avvio del regno di Salomone è glorioso, la sua condotta religiosa ed economica sarà però disastrosa. Alla sua morte (932 a.C.) il regno si divide (cfr. 1 Re 12), avviando così il processo di dissoluzione della potenza militare d’Israele.
 
Vangelo: Nel brano evangelico troviamo alcuni temi molto cari all’Antico Testamento: il tema del riposo che richiama il riposo di Dio dopo la creazione, oppure l’entrata del popolo d’Israele nella Terra Promessa; le pecore senza pastore sono un’immagine che ricorda l’“amarezza e il dolore” di Dio a motivo della infingardaggine dei pastori d’Israele che invece di pascere le pecore a loro affidate pascono se stessi. Sarà Gesù, vero Dio e vero Uomo, il buon Pastore che concederà il riposo alle sue pecore e per la loro salvezza offrirà la sua vita sul legno della Croce.

Dal Vangelo secondo Marco 6,30-34: In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
 
Venite in disparte - Il testo del vangelo di oggi, considerato da alcuni solo un brano di transizione, introduce una sezione che va sotto il nome di «sezione dei pani», chiamata così perché ricorre spesso la parola «pane» (Cf. Mc 6,31-8,21).
Gli apostoli, precedentemente inviati (Mc 6,7), di ritorno dalla missione, riferiscono al Maestro «tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato» (Mc 6,30): Gesù «rimane al centro di tutta la loro attività. Li aveva inviati e ora tornano a rendergli conto del loro lavoro, a fare il punto con lui, come servi presso il padrone» (I quattro vangeli commentati).
È importante la sottolineatura «tutto quello che avevano fatto» che precede «quello che avevano insegnato»: l’insegnamento deve essere reso valido dalla coerenza della condotta.
Gli apostoli avevano scacciato i demoni, guarito gli infermi e avevano predicato la conversione (Mc 6,12-13): fare e insegnare, le stesse cose che compie Gesù ora diventano mandato e primario impegno degli apostoli. La Chiesa primitiva è chiamata a riconoscere proprio in questa attività, ancorata al ministero di Gesù e degli apostoli, il compito fondamentale della sua attività di evangelizzazione. 
Gesù invita gli apostoli a farsi in disparte con lui e a «riposare». Questa chiamata in un luogo in disparte non è una fuga, ma il tentativo di ritrovare un po’ di pace e di intimità in quanto la folla, che seguiva Gesù fin dagli inizi della sua predicazione, li pressava da ogni parte e non lasciava loro «neanche il tempo di mangiare» (Mc 6,31; Cf. Mc 1,33.37.45; 2,2; 3,20.32; 4,1; 5,21.31).
Il tema del riposo, caro all’Antico Testamento e che richiama l’ingresso del popolo eletto nella Terra promessa (Cf. Dt 3,20; 12,10; 25,19; Gs 1,13.15), indica la partecipazione al sabato eterno, alla vita stessa di Dio (Cf. Eb 3,11-18; 4,3-11). Nel brano di Marco, anticipa l’immagine di Gesù come ‘buon pastore’ (Gv 10,1ss) che concede il riposo alle sue pecore (Cf. Is 65,10; Ez 34,15; Sal 22,2).
Gesù invita ad appartarsi in un luogo solitario, questo luogo potrebbe far pensare al «deserto».
Nella sacra Scrittura, il deserto è il luogo ideale dove Dio parla al cuore dell’uomo: il luogo «ove l’aria è più pura, il cielo più aperto, e Dio più familiare ... per riposarsi nella preghiera, vivere con gli Angeli e per invocare il Signore e sentirlo rispondere: “Ecco sono qui” [Es 33,4]» (Origene).
Ritirarsi con Gesù in un luogo desertico è esigenza essenziale e vitale per ogni comunità missionaria come lo era per Gesù che spesso si ritirava in intima comunione con il Padre. È importante che «Gesù e i Dodici abbiano il tempo per riposarsi, pregare, prender le distanze rispetto alla loro attività e ritrovarsi insieme. Si noti questa sollecitudine molto umana di Gesù. Il riposo, la distensione e anche il tempo di riflessione e di ripresa sono indispensabili a ogni uomo, compresi gli operai del Vangelo» (I quattro vangeli commentati).
Ma molti «però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero» (Mc 6,33). Questa intrusione inopportuna non genera stizza o rabbia; infatti, Gesù, sceso dalla barca, vedendo quell’immensa folla, «ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore» (Mc 6,34). Un’immagine molto ricorrente nell’Antico Testamento per indicare il popolo che vaga senza meta perché senza guide (Cf. Num 27,17; 1Re 22,17; Ez 34,5).
La commozione di Gesù per la folla importuna non è semplicemente un sentimento di pietà o di commiserazione: la motivazione sta nel fatto che erano come pecore senza pastore e Gesù è il “buon Pastore” secondo il cuore di Dio, mandato dal Padre a radunare l’umanità dispersa in un solo ovile (Gv 10,16). Gesù di fronte alla folla che lo incalza, dimenticando il riposo, si mette a insegnare ad essa «molte cose». L’attività cui Gesù dà il primato è quello dell’insegnamento e dell’annuncio. Ora nutre la folla con il pane della parola, in seguito moltiplicherà i pani e la sazierà fisicamente.
Questo ordine, insegnamento-nutrimento, non è casuale. È un’indicazione per sé molto preziosa che la Chiesa ha fatto sua: «La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore, non tralasciando mai, soprattutto nella liturgia, di nutrirsi del pane di vita prendendola dalla mensa sia della parola di Dio sia del corpo di Cristo e di porgerlo ai fedeli» (DV 21).
 
Alessandro Pronzato (Un cristiano comincia a leggere il Vangelo di Marco): «E si adagiarono a gruppi di cento e di cinquanta» (v. 40). Difficile immaginare che i discepoli siano riusciti a dividere la folla in questa maniera. Ciò che, però, non hanno avuto tempo di fare i discepoli, l’hanno fatto certi commentatori, i quali sono riusciti a sistemare quella moltitudine in rettangoli perfetti: cento persone sul lato più lungo, cinquanta su quello minore. Ma tale sistemazione, molto bella a vedersi, ha l’unico inconveniente di riuscire sulla ... carta.
Più che altro si devono intendere raggruppamenti ordinati in modo da facilitare la distribuzione. Il fatto richiama, probabilmente, l’organizzazione del popolo nel deserto (Es 18, 21-25; Nm 31, 14· Dt 1, 15). E, soprattutto, costituisce l’antitesi del v. 34 (« pecore senza pastore»). Gesù fa di una massa dispersa, sbandata, un popolo « raccolto» intorno al Pastore.
Resta il fatto che, moltiplicando tra loro le due cifre (cento e cinquanta) si ottiene esattamente il numero dei commensali: cinquemila!
Il miracolo viene  con l’espressione «spezzò i pani e li dava ai discepoli» (v. 41). L’imperfetto («dava») sta a indicare un atto continuato. Gesù ha sempre altro pane da offrire, e i discepoli si limitano a «passarlo» alla folla. G. Nolli mette giustamente in rilievo la contrapposizione tra «spezzò» (un gesto compiuto una sola volta, come si faceva all’inizio del pasto) e «dava» («l’imperfetto segue Gesù nel suo continuo distribuire ai discepoli i pani che si moltiplicano nelle sue mani»).
Le ceste di pezzi avanzati sono, forse non casualmente, dodici: lo stesso numero degli apostoli. Anche il particolare degli avanzi ha la sua importanza. Lagrange lo attribuisce, semplicemente, al proverbiale rispetto degli
orientali per il pane. Ma, probabilmente, c’è qualcosa di più. «Il tema degli avanzi è importante. Sta a significare che il nutrimento distribuito è inesauribile. Se ne possono ancora nutrire altri, bisogna raccogliere i resti perché altri hanno fame. Questa indicazione dei dodici panieri, alla fine, costituisce la prova che la moltiplicazione viene concepita come simbolo di qualcosa che va ripetuto costantemente, di un nutrimento che occorre mettere a disposizione di altri. La tavola del Signore non è mai una tavola chiusa, è aperta a tutti. E proprio i Dodici sono incaricati di ciò» (J. Delorme).
Infine: «cinquemila », secondo Luca e Matteo, deve considerarsi una cifra approssimativa. L’idea di fondo - espressa sia nel numero dei «saziati», sia nelle ceste «avanzate» - è comunque quella dell’abbondanza.
 
Il momento della creazione - Efrem il Siro (Commento al Diatessaron 12,3): Pensa alla potenza creatrice del Signore, come essa è presente in ogni cosa. Dopo aver spezzato il pane, il nostro Signore lo ha moltiplicato a macchia d’olio. Ciò che gli uomini fanno e trasformano in dieci mesi di lavoro, le sue dieci dita lo hanno fatto in un istante.
Come se fosse terra pose le sue mani sul pane, e le sue parole furono come un tuono, e il mormorio delle sue labbra si sparse su di esso come una rugiada, il soffio della sua bocca fu come il sole, e compì in brevissimo ciò che chiunque compie in un lungo spazio di tempo. Dunque la poca quantità di pane si poteva dimenticare, e da tale minima quantità ne nacque una moltitudine, così che fosse uguale al primo che aveva benedetto, infatti dice: Crescete, e moltiplicatevi, e riempite la terra (Gn 1,28). Infatti questi pezzi sono cresciuti per la sua benedizione come donne sterili e senza figli, e dagli avanzi sono stati moltiplicati i pezzi che da essi sono stati generati.
 
O Dio, che hai glorificato tra i santi la beata Agata
con la duplice corona della verginità e del martirio,
per la potenza di questo sacramento
donaci di superare con forza ogni male,
per raggiungere la gloria del cielo.
Per Cristo nostro Signore.
 
 4 Febbraio 2022
 
Venerdì IV Settimana T. O.
 
Sir 47,2-13 NV [gr. 47,2-11]; Sal 17 (18); Mc 6,14-29 
 
Il Santo del Giorno - San Rabano Mauro Abate di Fulda - Rabano Mauro fu uno dei protagonisti della cultura carolingia. Nato a Magonza, in Germania nel 780, studiò nella celebre scuola del monastero benedettino di Fulda. Si recò poi a Tours, dove gli fu maestro Alcuino. Ritornato all’abbazia di Fulda, ne divenne la guida e la portò al suo massimo splendore. Nell’847 diventò arcivescovo di Magonza fino alla morte, avvenuta nell’856. Noto come «Magister Germaniae», è considerato il teologo occidentale più erudito del suo tempo. Fine poeta, è autore del «De laudibus sanctae Crucis» e alcuni gli attribuiscono anche l’inno «Veni creator». (Avvenire)
 
Colletta: Signore Dio nostro, concedi a noi tuoi fedeli di adorarti con tutta l’anima e di amare tutti gli uomini con la carità di Cristo. Egli è Dio, e vive e regna con te
 
Benedetto XVI (29 Agosto 2012): San Beda, monaco del IX secolo, nelle sue Omelie dice così: San Giovanni Per [Cristo] diede la sua vita, anche se non gli fu ingiunto di rinnegare Gesù Cristo, gli fu ingiunto solo di tacere la verità. (cfr Om. 23: CCL 122, 354).  non taceva la verità e così morì per Cristo che è la Verità. Proprio per l’amore alla verità, non scese a compromessi e non ebbe timore di rivolgere parole forti a chi aveva smarrito la strada di Dio.
Noi vediamo questa grande figura, questa forza nella passione, nella resistenza contro i potenti. Domandiamo: da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù? La risposta è semplice: dal rapporto con Dio, dalla preghiera, che è il filo conduttore di tutta la sua esistenza. Giovanni è il dono divino lungamente invocato dai suoi genitori, Zaccaria ed Elisabetta (cfr Lc 1,13); un dono grande, umanamente insperabile, perché entrambi erano avanti negli anni ed Elisabetta era sterile (cfr Lc 1,7); ma nulla è impossibile a Dio (cfr Lc 1,36). L’annuncio di questa nascita avviene proprio nel luogo della preghiera, al tempio di Gerusalemme, anzi avviene quando a Zaccaria tocca il grande privilegio di entrare nel luogo più sacro del tempio per fare l’offerta dell’incenso al Signore (cfr Lc 1,8-20). Anche la nascita del Battista è segnata dalla preghiera: il canto di gioia, di lode e di ringraziamento che Zaccaria eleva al Signore e che recitiamo ogni mattina nelle Lodi, il «Benedictus», esalta l’azione di Dio nella storia e indica profeticamente la missione del figlio Giovanni: precedere il Figlio di Dio fattosi carne per preparargli le strade (cfr Lc 1,67-79). L’esistenza intera del Precursore di Gesù è alimentata dal rapporto con Dio, in particolare il periodo trascorso in regioni deserte (cfr Lc 1,80); le regioni deserte che sono luogo della tentazione, ma anche luogo in cui l’uomo sente la propria povertà perché privo di appoggi e sicurezze materiali, e comprende come l’unico punto di riferimento solido rimane Dio stesso. Ma Giovanni Battista non è solo uomo di preghiera, del contatto permanente con Dio, ma anche una guida a questo rapporto. L’Evangelista Luca riportando la preghiera che Gesù insegna ai discepoli, il «Padre nostro», annota che la richiesta viene formulata dai discepoli con queste parole: «Signore insegnaci a pregare, come Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli» (cfr Lc 11,1).
Cari fratelli e sorelle, celebrare il martirio di san Giovanni Battista ricorda anche a noi, cristiani di questo nostro tempo, che non si può scendere a compromessi con l’amore a Cristo, alla sua Parola, alla Verità. La Verità è Verità, non ci sono compromessi. La vita cristiana esige, per così dire, il «martirio» della fedeltà quotidiana al Vangelo, il coraggio cioè di lasciare che Cristo cresca in noi e sia Cristo ad orientare il nostro pensiero e le nostre azioni. Ma questo può avvenire nella nostra vita solo se è solido il rapporto con Dio. La preghiera non è tempo perso, non è rubare spazio alle attività, anche a quelle apostoliche, ma è esattamente il contrario: solo se se siamo capaci di avere una vita di preghiera fedele, costante, fiduciosa, sarà Dio stesso a darci capacità e forza per vivere in modo felice e sereno, superare le difficoltà e testimoniarlo con coraggio.
 
I Lettura: Siracide tesse le lodi del re Davide. In evidenza la sua attività di liturgo, ma in primo piano spicca la sua umiltà, una virtù assai rara in chi detiene potere e governo di popoli. Una umiltà per la quale il Signore perdonò i suoi peccati, innalzò la sua potenza per sempre, gli concesse un’alleanza regale e un trono di gloria in Israele.
 
Vangelo: Erode tende l’orecchio ai tanti giudizi che riguardano Gesù. Gesù era diventato famoso. Alcuni dicevano addirittura che Gesù fosse Giovanni il Battista redivivo, ma Erode non si faceva abbindolare da queste chiacchiere, anche se restava dubbioso. Erode, al sentire queste cose, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!». Aveva fatto decapitare il Battista, l’aveva tolto di mezzo perché il figlio di Zaccaria e di Elisabetta lo rimproverava di adulterio. Una accusa che bruciava sopra tutto a Erodiade, l’adultera, la compagna di Erode. E così in una festa di compleanno, si festeggiava il compleanno di Erode, Erodiade con perfida astuzia ha ragione della debolezza di Erode e come dono della sua malvagità chiese e ottenne su un vassoio la testa mozzata di Giovanni il Battista.

Dal Vangelo secondo Marco 6,14-29: In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.
 
Alessandro Pronzato (Un cristiano comincia a leggere il Vangelo di Marco): Giuseppe Flavio - nelle sue Antichità Giudaiche - attribuisce l’esecuzione di Giovanni a ragioni politiche. Marco, evidentemente, preferisce accreditare la versione popolare del fattaccio. E non si può neppure escludere che le due cause (intrighi familiari e ragioni di stato, capriccio di una donna e timore di un’insurrezione) si siano sovrapposte.
Stupisce l’assolo di danza di una principessa come Salomè. Erano le prostitute, normalmente, che assicuravano quel tipo di esibizione. Qui, evidentemente, c’è la perfida regìa di Erodiade (insospettisce, infatti, il particolare che non sia stata colta di sorpresa dalla domanda della figlia, ma abbia avuto subito pronta la scelta). La donna, tra l’altro, conosce gli effetti del vino sul marito.
Uno degli aspetti che colpisce di più nel racconto è l’ambientazione: una festa. Quella che, normalmente, è occasione di gioia (e trattandosi di un sovrano dovrebbe essere contrassegnata da magnanimità nei confronti dei prigionieri), diventa la cornice di un’esecuzione spietata. Un altro elemento significativo è la contrapposizione tra attesa e rapidità …
«Venne il giorno propizio ...» (v. 21). Erodiade ha saputo aspettare, il suo odio freddo ha resistito a lungo.
E quando si è presentata l’occasione, non se l’è lasciata sfuggire. Non c’è più tempo da perdere. Da questo momento, la scena vien scandita secondo un ritmo implacabile. Sembra si sia messo in moto un meccanismo inesorabile. I «subito» si alternano alla «fretta». La ragazza torna «subito», in «tutta fretta» dal re. Vuole «subito» la testa del profeta. Erode manda «subito» il carnefice a eseguire la sentenza.
Si scopre un dinamismo che ha come punto di partenza e di arrivo Erodiade. Dalla madre, alla ragazza, al re, allo sbirro. Dal boia, alla ragazza, alla madre. Sembra che la testa di Giovanni viaggi prima ancora di essere spiccata dal collo. L’unica nota umana in questo quadro macabro è data dai discepoli che vengono a prelevare il cadavere per comporlo nel sepolcro (v. 29). E, con l’accenno alla sepoltura, forse Marco ci rimanda a un’altra vicenda che non si concluderà però in una tomba.
I discepoli di Giovanni devono limitarsi a occuparsi della sepoltura. Quelli di Cristo dovranno annunciare la risurrezione del Maestro.
Il legame tra le due vicende, comunque, è abbastanza evidente: Giovanni è stato precursore di Cristo anche nel martirio. E i discepoli vengono invitati a riflettere che la missione loro affidata può sfociare nella persecuzione. Non a caso, il prossimo «sondaggio d’opinione» su Cristo (8, 27-30), si concluderà con l’annuncio della Passione. Gesù non potrà mai essere semplicemente oggetto di curiosità.

Verità e menzogna. Nobiltà e miseria. Potrebbero essere questi i titoli di un dramma unto di potere e di morte, di libidine e di sangue, di arroganza e di debolezza, e di trasgressione non soltanto della legge dell’uomo, un delitto è sempre punito dalla giustizia umana, ma sopra tutto violazione dei Comandamenti di Dio che al capo cinque recita non uccidere e al capo sesto non commettere adulterio. Ma come succede spesso la menzogna ha il sopravvento, e la verità prima relegata in un oscuro carcere, se nonostante tutto continua a gridare allora bisogna ammazzarla. Questa è la triste storia di Giovanni il Battista, campione indiscusso della verità, muore da martire della verità, ma rimane pur sempre una triste storia. Anzi, sembra il canovaccio di una tragedia che si recita da sempre, sopra tutto su quei palcoscenici dove si dibattono marionette che si illudono di essere potenti, di avere in mano il destino di interi popoli. E naturalmente se a qualcuno viene in testa di illuminare con la luce della verità la loro tenebrosa vita, allora la scure della prepotenza è pronta a calare sulla testa di chi ha il coraggio di gridare la verità. Intrighi, sesso, avidità di potere... una miscela esplosiva ben celata nel cuore di Erode e che esploderà quando il rispetto umano prenderà il sopravvento annebbiando dignità, sentimenti, umanità: così Giovanni morirà per la malvagità di una donna e la debolezza di un sovrano dispotico. Sembra una tragica ironia che rientra nello scandalo della storia. Da che mondo è mondo, i giusti sono spesso morti per cose di poco conto, barattati per cose di poco prezzo: il prestigio, la faccia da salvare, interessi politici, poteri da conservare inalterati, anche se intrisi di sangue innocente.
 
La schiavitù dei desideri incontrollati - Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 48, 3: Tanto stimava il suo potere, era così prigioniero del tutto della passione da cederlo per una danza. Perché ti meravigli se allora accadeva questo, dal momento che anche ora, dopo una così grande filosofia, per una danza di questi giovani effeminati molti danno anche la loro ani. ma, senza avere neppure necessità di un giuramento? Divenuti prigionieri del piacere, vengono condotti come mandrie dove il lupo li trascina.
 
O Signore, che ci hai nutriti con il dono della redenzione,
fa’ che per la forza di questo sacramento di eterna salvezza
cresca sempre più la vera fede.
Per Cristo nostro Signore.
 
 3 Febbraio 2022
 
Giovedì IV Settimana T. O.
 
1 Re 2, 1-4.10-12; Sal 1Cr 29, 10-12; Mc 6,7-13

Il Santo del Giorno - 3 Febbraio 2022 - Santa Maria di Sant’Ignazio (Claudina Thevenet) Vergine e fondatrice:
Nasce a Lione il 30 marzo 1774: sino ai 15 anni Claudina Thevenet studia nell’Abbazia di Saint-Pierre-les-Nonnais. Una adolescenza, la sua, trascorsa nel periodo del terrore della Rivoluzione francese che le costa la perdita di due fratelli. Lei assiste all’esecuzione ma, sull’esempio dei due uomini che perdonano gli aguzzini, decide di operare per il bene dei poveri e degli orfani. Nel 1816 collabora alla creazione dell’Istituto della Pia unione del Sacro Cuore di Gesù; quindi, nel 1818 fonda la Congregazione delle Religiose di Gesù e Maria, dedita all’educazione delle ragazze. Nella zona di Lione apre un educandato per giovani di buona famiglia e per orfanelle. Nel 1835 la sua salute peggiora ma Claudina non rinuncia agli impegni. Due anni più tardi, il 3 febbraio, muore a Lione. Madre Maria Teresa di Sant’Ignazio (nome che prese nella sua professione religiosa) è stata beatificata da Giovanni Paolo II il 4 ottobre 1981 e canonizzata il 21 marzo 1993. (Avvenire) 
 
Colletta:  Signore Dio nostro, concedi a noi tuoi fedeli di adorarti con tutta l’anima e di amare tutti gli uomini con la carità di Cristo. Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Papa Francesco (Angelus 15 Luglio 2018): Il Vangelo di oggi (cfr Mc 6,7-13) narra il momento in cui Gesù invia i Dodici in missione. Dopo averli chiamati per nome ad uno ad uno, «perché stessero con lui» (Mc 3,14) ascoltando le sue parole e osservando i suoi gesti di guarigione, ora li convoca di nuovo per «mandarli a due a due» (6,7) nei villaggi dove Lui stava per recarsi. E’ una sorta di “tirocinio” di quello che saranno chiamati a fare dopo la Risurrezione del Signore con la potenza dello Spirito Santo.
Il brano evangelico si sofferma sullo stile del missionario, che possiamo riassumere in due punti: la missione ha un centro; la missione ha un volto.
Il discepolo missionario ha prima di tutto un suo centro di riferimento, che è la persona di Gesù. Il racconto lo indica usando una serie di verbi che hanno Lui per soggetto – «chiamò a sé», «prese a mandarli», «dava loro potere», «ordinò», «diceva loro» (vv. 7.8.10) –, cosicché l’andare e l’operare dei Dodici appare come l’irradiarsi da un centro, il riproporsi della presenza e dell’opera di Gesù nella loro azione missionaria. Questo manifesta come gli Apostoli non abbiano niente di proprio da annunciare, né proprie capacità da dimostrare, ma parlano e agiscono in quanto “inviati”, in quanto messaggeri di Gesù.
Questo episodio evangelico riguarda anche noi, e non solo i sacerdoti, ma tutti i battezzati, chiamati a testimoniare, nei vari ambienti di vita, il Vangelo di Cristo. E anche per noi questa missione è autentica solo a partire dal suo centro immutabile che è Gesù. Non è un’iniziativa dei singoli fedeli né dei gruppi e nemmeno delle grandi aggregazioni, ma è la missione della Chiesa inseparabilmente unita al suo Signore. Nessun cristiano annuncia il Vangelo “in proprio”, ma solo inviato dalla Chiesa che ha ricevuto il mandato da Cristo stesso. È proprio il Battesimo che ci rende missionari. Un battezzato che non sente il bisogno di annunciare il Vangelo, di annunciare Gesù, non è un buon cristiano.
La seconda caratteristica dello stile del missionario è, per così dire, un volto, che consiste nella povertà dei mezzi. Il suo equipaggiamento risponde a un criterio di sobrietà. I Dodici, infatti, hanno l’ordine di «non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura» (v. 8). Il Maestro li vuole liberi e leggeri, senza appoggi e senza favori, sicuri solo dell’amore di Lui che li invia, forti solo della sua parola che vanno ad annunciare. Il bastone e i sandali sono la dotazione dei pellegrini, perché tali sono i messaggeri del regno di Dio, non manager onnipotenti, non funzionari inamovibili, non divi in tournée.
 
I Lettura: Davide consegna a Salomone il regno. Il re aveva vissuto mille pericoli, sfiorato tragedie e provocato rovine, aveva amato intensamente Dio e si era sempre fidato di Lui, ora si fida di un uomo, di suo figlio. Lo sa intelligente, ponderato, ma non sa di aver consegnato il popolo d’Israele alla rovina. Davide muore con gli occhi pieni di gloria, e con le mani sporche di sangue, ora tocca a Salomone consolidare ulteriormente il regno d’Israele
 
Vangelo: La povertà degli apostoli è necessaria, ma molto più essenziale è la povertà della stessa missione: quando la Chiesa fa dipendere il suo annuncio unicamente dai mezzi, «è una Chiesa che si è indebolita nella sua fede» (José Maria Gonzáles-Ruiz). Essere mandati a due a due è in sintonia con la tradizione biblica, secondo la quale solo la testimonianza di due testimoni (o più) garantisce la veridicità di un fatto (Cf. Dt 19,15). Il potere sugli spiriti, che Gesù conferisce ai Dodici, è un potere teso a liberare l’uomo nella sua totalità come persona umana: in modo specifico è finalizzato a liberarlo dal peccato, dalla morte corporale e da quella spirituale. Scuotere la polvere dai piedi era un gesto con il quale gli Ebrei esprimevano il distacco dal mondo pagano e la messa sotto accusa di chi si chiudeva al messaggio del vero e unico Dio. L’unzione con l’olio è bene testimoniata nel mondo pagano e in quello biblico. In quest’ultimo l’unzione compare come segno messianico con il quale si evidenzia quanto la forza di Dio è capace di operare sul corpo e sullo spirito dell’uomo.
 
Dal Vangelo secondo Marco 6, 7-13: In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.
 
Prese a mandarli a due a due ... E ordinò loro di non prendere nient’altro che un bastone ... - Jacques Hervieux (Vangelo di Marco): Il maestro comincia con l’inviare i discepoli « a due a due (v. 7b): si tratta di un’usanza giudaica? Nella legge di Mosè sono necessari due testimoni perché una deposizione sia valida (Dt 19,15). Ma questo numero è anche il simbolo della comunità: i missionari devono operare non da soli, ma in compagnia; questa procedura di Gesù è stata presa alla lettera dai primi cristiani. Negli Atti degli Apostoli i missionari procedono sempre in due: Pietro e Giovanni (At 3,1; 4,13); Paolo e Barnaba (At 13,2); Giuda e Sila (At 15,22b) e così via. Gesù ha conferito ai suoi inviati anche una particolare potere: la cacciata dei demòni, uno dei segni che attestano che il regno di Dio ha già avuto inizio.
Quello che colpisce anzitutto nei dettami di Gesù agli inviati (vv. 8-9) è che si rivolgono a uomini continuamente in viaggio; ma, soprattutto, pongono l’accento sulla testimonianza di povertà che essi debbono dare. Gli stessi mezzi di sussistenza (il pane, un po’ di denaro) saranno accettati come doni da parte di coloro che avranno visitato. Il loro corredo sarà dei più modesti, come si addice a viaggiatori che nulla deve impacciare (né bisaccia, né tunica di ricambio).
Per potersi muovere agevolmente, Marco pensa - al contrario di Matteo e di Luca - che il bastone e i sandali sono necessari. All’epoca si andava solitamente a piedi nudi: ma, per i lunghi percorsi, bastone e sandali sembrano necessari. Forse vi è l’idea di presentare i coadiutori di Gesù come dei «pellegrini» sempre pronti a mettersi in cammino, come quelli descritti dal rituale della Pasqua: «Con i vostri fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano» (Es 12,11).
 
La vocazione - Pastores dabo vobis n. 36: La storia di ogni vocazione sacerdotale, come peraltro di ogni vocazione cristiana, è la storia di un ineffabile dialogo tra Dio e l’uomo, tra l’amore di Dio che chiama e la libertà dell’uomo che nell’amore risponde a Dio. Questi due aspetti indissociabili della vocazione, il dono gratuito di Dio e la libertà responsabile dell’uomo, emergono in modo splendido e quanto mai efficace nelle brevissime parole con le quali l’evangelista Marco presenta la vocazione dei dodici: Gesù «salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che volle ed essi andarono da lui». Da un lato sta la decisione assolutamente libera di Gesù, dall’altro l’«andare» dei dodici, ossia il loro «seguire» Gesù.
È questo il paradigma costante, il dato irrinunciabile di ogni vocazione: quella dei profeti, degli apostoli, dei sacerdoti, dei religiosi, dei fedeli laici, di ogni persona.
Ma del tutto prioritario, anzi preveniente e decisivo è l’intervento libero e gratuito di Dio che chiama. Sua è l’iniziativa del chiamare. È questa, ad esempio, l’esperienza del profeta Geremia: « Mi fu rivolta la parola del Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”». È la stessa verità presentata dall’apostolo Paolo, che radica ogni vocazione nell’eterna elezione in Cristo, fatta «prima della creazione del mondo e secondo il beneplacito della sua volontà». L’assoluto primato della grazia nella vocazione trova la sua perfetta proclamazione nella parola di Gesù: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga».
Se la vocazione sacerdotale testimonia in modo inequivocabile il primato della grazia, la libera e sovrana decisione di Dio di chiamare l’uomo domanda assoluto rispetto, non può minimamente essere forzata da qualsiasi pretesa umana, non può essere sostituita da qualsiasi decisione umana. La vocazione è un dono della grazia divina e mai un diritto dell’uomo, così che «non si può mai considerare la vita sacerdotale come una promozione semplicemente umana, né la missione del ministro come un semplice progetto personale». È così escluso in radice ogni vanto e ogni presunzione da parte dei chiamati. L’intero spazio spirituale del loro cuore è per una gratitudine ammirata e commossa, per una fiducia ed una speranza incrollabili, perché i chiamati sanno di essere fondati non sulle proprie forze, ma sull’incondizionata fedeltà di Dio che chiama.
 
La cura dei malati - Catechismo degli Adulti nn. 712-13: Profonda è l’unità di spirito e corpo: il disordine del peccato danneggia indirettamente il fisico; viceversa la malattia  dell’organismo colpisce anche lo spirito, in quanto causa sofferenza, senso di impotenza, pericolo di morte, solitudine e angoscia. Il malato ha particolarmente bisogno di sincera solidarietà, che lo aiuti a superare la tentazione di abbattersi, di chiudersi nei confronti degli altri, di ribellarsi a Dio.
In ogni epoca, «animata da quella carità con cui ci ha amato Dio,... la Chiesa attraverso i suoi figli si unisce agli uomini di qualsiasi condizione, ma soprattutto ai poveri e ai sofferenti, e si prodiga volentieri per loro». È una storia bellissima, malgrado gli inevitabili limiti umani: strutture ospedaliere, ordini religiosi, associazioni caritative, pastorale degli infermi, dedizione eroica di santi, tra i quali ricordiamo san Camillo de’ Lellis, san Giovanni di Dio, san Vincenzo de’ Paoli, san Giuseppe Cottolengo, il medico san Giuseppe Moscati. Oggi urge qualificare in senso cristiano gli operatori sanitari e promuovere il volontariato, per sottrarre i malati e gli anziani all’isolamento, in cui troppo spesso vengono a trovarsi.
 
L’unzione con l’olio: «Cose simili a queste sono anche in Luca. Guarivano i malati ungendoli di olio è un particolare del solo Marco [Mc 6,13], ma c’è qualcosa di simile nella lettera Cattolica di Giacomo ove dice: “Sta male qualcuno in mezzo a voi, ecc.” [Gc 5,14-15]. L’olio è un rimedio per la stanchezza ed è fonte di luce e di gioia. L’unzione dell’olio, quindi, significa la misericordia di Dio, il rimedio delle malattie e l’illuminazione del cuore. Che la preghiera faccia tutto questo lo sanno tutti; l’olio, come credo, è simbolo di queste cose» (Cirillo di Alessandria, In Marcum comment. 6,13).
 
O Signore, che ci hai nutriti con il dono della redenzione,
fa’ che per la forza di questo sacramento di eterna salvezza
cresca sempre più la vera fede.
Per Cristo nostro Signore.

 

 MERCOLEDÌ 2 FEBBRAIO 2022
 
PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – FESTA
 
Ml 3,1-4; Sal 23 (24); Eb 2,14-18; Lc 2,22-40 (Oppure Lc 2,22-32)
 
Il Santo del Giorno - 2 Febbraio 2022 - Presentazione del Signore: “Maria e Giuseppe portano Gesù al tempio: ecco la venuta del Signore Potente, che illumina il suo popolo. Cristo viene riconosciuto da chi con fede attendeva la sua venuta. Il Figlio di Dio, nato prima dei secoli, viene proclamato dallo Spirito Santo gloria d’Israele e luce di tutte le genti. Il popolo della Nuova Alleanza, adunato dallo Spirito Santo nel tempio di Dio con le candele, che simbolizzano il Cristo, luce del mondo. Le candele accese le portiamo, nella processione, come segno che insieme con Cristo camminiamo nella vita verso la casa del Padre. Ripetiamo le parole di Simeone: i miei occhi hanno visto la tua salvezza e crediamo che un giorno ci troveremo al cospetto di Dio, come Cristo oggi nel tempio di Gerusalemme. Colui, che al vecchio Simeone diede la gioia di tenere Cristo tra le braccia, a noi che camminiamo per incontrarlo concederà la gioia della vita eterna.
La Presentazione di Cristo al tempio contiene in sé qualcosa dei misteri dolorosi. Maria «offre» Gesù a Dio e ogni offerta è una rinuncia. Inizia il mistero della sua sofferenza, che sarà compiuta sotto la croce. La Croce diventerà la spada che trafiggerà la sua anima” (La Bibbia e i Padri della Chiesa [I Padri Vivi]).
 
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
guarda i tuoi fedeli riuniti
nella festa della Presentazione al tempio
del tuo unico Figlio fatto uomo,
e concedi anche a noi di essere presentati a te
purificati nello spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Maria e l’infanzia di Gesù: Lumen gentium 57: Questa unione della madre col figlio nell’opera della redenzione si manifesta dal momento della concezione verginale di Cristo fino alla morte di lui; e prima di tutto quando Maria, partendo in fretta per visitare Elisabetta, è da questa proclamata beata per la sua fede nella salvezza promessa, mentre il precursore esultava nel seno della madre (cfr. Lc 1,41-45); nella natività, poi, quando la madre di Dio mostrò lieta ai pastori e ai magi il Figlio suo primogenito, il quale non diminuì la sua verginale integrità, ma la consacrò. Quando poi lo presentò al Signore nel tempio con l’offerta del dono proprio dei poveri, udì Simeone profetizzare che il Figlio sarebbe divenuto segno di contraddizione e che una spada avrebbe trafitto l’anima della madre, perché fossero svelati i pensieri di molti cuori (cfr. Lc 2,34-35). Infine, dopo avere perduto il fanciullo Gesù e averlo cercato con angoscia, i suoi genitori lo trovarono nel tempio occupato nelle cose del Padre suo, e non compresero le sue parole. E la madre sua conservava tutte queste cose in cuor suo e le meditava (cfr. Lc 2,41-51).
 
I Lettura: Il Nuovo Testamento dà un nome all’angelo dell’alleanza che entra nel tempio per purificarlo: è Gesù che venne effettivamente a purificare la religione del popolo d’Israele. Nel sangue di Gesù Dio concluderà un sacrificio, eterno, puro, santo, a Lui sommamente gradito.
 
II Lettura: L’autore della Lettera agli Ebrei presenta il grande mistero dell’Incarnazione: Gesù “è inscindibilmente vero Dio e vero uomo, nell’unità della sua Persona divina. Egli, il Figlio di Dio, che è «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre», si è fatto vero uomo, nostro fratello, senza con ciò cessare di essere Dio, nostro Signore” (Compendio CCC 87).
 
Vangelo: I primi due capitoli di Matteo e di Luca sono conosciuti come i Vangeli dell’infanzia. La gioia di Giuseppe e di Maria, nel giorno della presentazione di Gesù al Tempio, viene turbata dalle parole oscure di Simeone, il quale non fa che indicare agli ignari sposi la via della croce: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione». Gesù apre questa via, la percorre fino in fondo e la propone a noi, suoi discepoli. Maria, per prima, la seguirà in piena fedeltà e disponibilità.
 
Dal Vangelo secondo Luca 2,22-40: Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore -  come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» - e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui. Parola del Signore.
 
Maria e Giuseppe portarono il bambino Gesù a Gerusalemme - Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale: secondo la legge mosaica (Cf. Lev 12,2-8) la donna che dava «alla luce un maschio», a motivo della sua impurità, non doveva toccare «alcuna cosa santa» né doveva entrare nel santuario per quaranta giorni. Al termine di questo periodo doveva portare «al sacerdote all’ingresso della tenda del convegno un agnello di un anno come olocausto e un colombo o una tortora in sacrificio di espiazione» per essere purificata «dal flusso del suo sangue». Le donne povere che non avevano mezzi per offrire un agnello offrivano, come Maria qui, due colombi.
In quanto primogenito, Gesù viene portato al tempio per essere consacrato al Signore, come richiesto dalla legge di Mosè (Es 13,1-2). In tutte le lingue, presso tutti i popoli, il primo nato è sempre detto primogenito, seguano o no altri figli. Presso gli Ebrei il primo nato era sempre detto e rimaneva sempre primogenito perché al primo nato erano riservati particolari diritti di famiglia (Cf. Gen 27; Num 3,12-13; 18,15-16; Dt 21,15-17).
Lo Spirito Santo aveva promesso a Simeone, che «non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo Signore». Il vegliardo, «uomo giusto e pio», rappresenta «l’Israele fedele, che attendeva con fiducia illimitata la comparsa del Messia per l’attuazione del regno di Dio. In questo incontro la religiosità sincera dell’Antico Testamento si salda direttamente con quella del Nuovo Testamento, in una meravigliosa continuazione del progetto salvifico di Dio» (Angelico Poppi). L’attesa di Simeone si fonda su alcune profezie che predominano in tutto il Secondo o il Terzo Isaia (Is 40-55; 56-66).
Il Nunc Dimittis sembra un cantico proveniente dall’ambiente giudaico-cristiano, anche se, come suggerisce la Bibbia di Gerusalemme, a differenza del Magnificat e del Benedictus, potrebbe essere «stato composto dallo stesso Luca, con il particolare aiuto di testi di Isaia. Dopo i primi tre versi che riguardano Simeone e la sua morte vicina, gli altri tre descrivono la salvezza universale portata dal Messia Gesù: una illuminazione del mondo pagano che ha avuto inizio dal popolo eletto e ridonderà a sua gloria» (vedi nota a Lc 2,29-32). Gesù sarà «come segno di contraddizione»: la sua missione sarà accompagnata da ostilità e da persecuzioni da parte del suo popolo. Maria, sua Madre, parteciperà a questo destino di dolore.
Anche la profetessa Anna, «figlia di Fanuèle», riconosce nel bambino Gesù il Messia e per questo favore si mette «a lodare Dio e a parlare del bambino». Per molti, poiché il termine bambino non ricorre nel testo, la «traduzione l’aggiunge per evitare la strana ambiguità, che sembra identificare questo piccolo con Dio. Questa applicazione a Cristo di testi concernenti Jahve non è specifica di Luca, ma costante nel Nuovo Testamento per esprimere la divinità di Cristo» (René Laurentin).
Della tribù di Aser, l’ultima nel tradizionale elenco delle tribù d’Israele: in questo modo «tutte le tribù d’Israele, anche l’ultima, almeno nelle anime ben disposte e pie», riconoscono «in Gesù bambino il redentore di Israele» e ne divengono «apostole. Ecco il tocco finale di Luca in questo secondo trittico: è un monito a tutti gli israeliti ad aprirsi al Signore, e a noi cristiani a non stimarci sicuri della salvezza per il solo fatto che siamo nati nel nuovo Israele» (Giovanni Leonardi).
 
Giovanni Leonardi (L’infanzia di Gesù): Il profeta Simeone è noto solo da questo episodio. Non è detto che fosse sacerdote: dal testo (v. 29) traspare invece che era una persona anziana. Qualcuno recentemente ha voluto identificarlo con Simeone figlio di Hillel, di cui si parla nel Talmud e il cui ritratto corrisponde a quello del Simeone di Luca. Daniélou ricorda che anche alcune tradizioni giudeo-cristiane sono favorevoli a questa interpretazione. Simeone è presentato «giusto e pio», al modo dei personaggi precedenti: giusto esternamente e praticamente, pio o timorato di Dio internamente. Egli attendeva «il conforto di Israele», cioè quel Messia (astratto per il concreto) il cui compito - secondo Isaia 61,2s - era «di confortare i piangenti di Sion», cioè di consolare e riportare alla gioia. Lo Spirito Santo, in premio di tali buone disposizioni e della intemerata condotta, gli aveva promesso (Luca non dice come) che avrebbe visto con i suoi occhi il Messia. Ed è appunto lo Spirito che, non solo lo fa salire al tempio in coincidenza con la venuta della sacra Famiglia, ma anche gli fa riconoscere nel Bambino il Messia.
Simeone non si accontenta di contemplarlo: lo prende nelle sue braccia venerande e, nonostante la commozione, trova la forza di benedire Dio, cioè di uscire, come già Zaccaria, in un inno di lode e ringraziamento a Dio. II cantico è, come il Magnificat e il Benedictus, un mosaico di testi tolti dall’Antico Testamento. Vi predominano però i riferimenti al Deutero-Isaia, il profeta della consolazione di Israele (40,1; 42,6; 46,13; 49,6; 52,10; Cf. 46,30); per cui Daniélou pensa che si tratti di un arcaico inno giudeo-cristiano della Chiesa post-pentecostale e da Luca messo in bocca a Simeone per esprimerne sentimenti simili.
Simeone si pone (vv. 29-32) nell’atteggiamento del servo verso il padrone ed esprime la sua soddisfazione al Signore per aver mantenuta la parola promessa: gli dice che lo lasci pur andare (lett. salpare) verso il porto dell’aldilà con la pace messianica ormai raggiunta; i suoi occhi infatti hanno visto la sua salvezza (astratto per il concreto): quella salvezza - continua a dire - che Dio ha preparato - quale mensa imbandita - davanti a tutti i popoli, perché sia luce alle genti pagane e gloria (cioè onore o vanto) del suo popolo Israele; oppure meglio perché sia la presenza specialissima e benefica di Dio in mezzo al suo popolo. Questo è l’unico accenno espressamente universalistico che troviamo nel Vangelo dell’infanzia di Luca: per giunta i pagani vengono messi al primo posto, anche se considerati avvolti dalle tenebre dell’idolatria e quindi bisognosi della luce della rivelazione cristiana.
 
Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele: Dominum et vivificantem 16: Il profeta [Isaia] presenta il Messia come colui che viene nello Spirito Santo, come colui che possiede la pienezza di questo Spirito in sé e, al tempo stesso, per gli altri, per Israele, per tutte le nazioni, per tutta l’umanità. La pienezza dello Spirito di Dio viene accompagnata da molteplici doni, i beni della salvezza, destinati in modo particolare ai poveri e ai sofferenti, a tutti coloro che a questi doni aprono i loro cuori - a volte mediante le dolorose esperienze della propria esistenza, ma, prima di tutto, con quella disponibilità interiore che viene dalla fede. Ciò intuiva il vecchio Simeone, “uomo giusto e pio”, sul quale “era lo Spirito Santo”, al momento della presentazione di Gesù al Tempio, quando scorgeva in lui la “salvezza preparata dinanzi a tutti i popoli” a prezzo della grande sofferenza - la Croce -, che avrebbe dovuto abbracciare insieme con sua Madre (Cf. Lc 2,25-35). Ciò intuiva ancor meglio la Vergine Maria, che “aveva concepito di Spirito Santo” (Cf. Lc 1,35) quando meditava in cuor suo sopra i “misteri” del Messia, a cui era associata (Cf. Lc 2,19.51).
 
Il bambino cresceva, pieno di sapienza: «anche a proposito di Giovanni leggiamo: “E il bambino cresceva e si fortificava...”, non si aggiunge però: era ricolmo di sapienza... Non appartiene alla natura umana essere ricolmati di sapienza prima di dodici anni. Una cosa è possedere parzialmente la sapienza, un’altra essere ricolmati di sapienza. È evidente dunque che qualcosa di divino si manifestò nel corpo di Gesù, qualcosa che supera non solo gli uomini, ma qualsiasi creatura razionale» (Origene).
 
O Padre, che hai esaudito
l’ardente attesa del santo Simeone,
porta a compimento in noi l’opera della tua misericordia;
tu che gli hai dato la gioia, prima di vedere la morte,
di stringere tra le braccia il Cristo tuo Figlio,
concedi anche a noi, con la forza del pane eucaristico,
di camminare incontro al Signore
per ottenere la vita eterna.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.