5 DICEMBRE 2019

Giovedì della I Settimana di Avvento

   Is 26,1-6; Sal 117 (118); Mt 7,21.24-27

Colletta: Ridesta la tua potenza, Signore, e con grande forza soccorri i tuo fedeli; la tua grazia vinca le resistenze del peccato e affretti il momento della salvezza. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

I capitoli cinque, sei e sette del Vangelo di Matteo contengono l’ampio discorso evangelico che Gesù rivolge alla folla e ai suoi discepoli e che è comunemente conosciuto come la Magna Charta del Regno dei Cieli. L’uomo, costruito solidamente nella sua libertà, può accogliere il Vangelo, la Buona Novella della salvezza, oppure rigettarlo, esponendosi alla catastrofe. Per l’uomo non vi sono vie intermedie: chi non è con Cristo è contro di lui, e chi non raccoglie con lui, disperde (Cf. Mt 12,30). La vita dell’uomo non è una sequenza fissa di avvenimenti che sono inevitabili e invariabili, né esiste una volontà che predetermina e ordina il corso degli avvenimenti: tutto poggia sulla sapienza o sulla insipienza dell’uomo, e quindi sulla sua capacità di saper discernere e percorrere quell’unica via che conduce alla vita.

Dal Vangelo secondo Matteo 7,21.24-27: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».

I capitoli 5-7 sono la magna carta del Regno di Dio, i versetti 21-27 del 7mo capitolo chiudono questa lunga sezione. Il versetto 21, Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, probabilmente si riferisce “ai cristiani entusiasti e carismatici, però neghittosi e disimpegnati. Costoro pensavano di piacere a Dio con grandi manifestazioni di devozione e con solenni professioni di fede nelle assemblee liturgiche. Per bocca di Gesù viene contestata la pietà falsa di questi cristiani. Non basta invocarlo e proclamarlo «Signore, Signore!», ma bisogna anzitutto impegnarsi seriamente per fare la volontà del Padre. Se la preghiera è disgiunta da una condotta di vita autenticamente cristiana non serve a nulla. È ancora l’orto prassi il criterio per discernere i veri dai falsi discepoli” (Angelico Poppi, I Quattro Vangeli).
I versetti 24-27 suggeriscono ai “veri discepoli” come edificare la loro vita perché possano ottenere il dono della beatitudine eterna. Fare la volontà del Padre e ascoltare le parole di Gesù sono consequenziali: la volontà di Gesù è la volontà del Padre, e la sua parola è la parola del Padre. Da qui si evince che colui che fa la volontà di Gesù fa la volontà del Padre, e chi ascolta la sua parola ascolta la parola Padre: “Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato… Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato” (Gv 5,30; 14,23; cfr. 4,34; 6,38).
In questi ultimi versetti il discorso della Montagna ha “una conclusione degna della sua apertura: l’immagine dell’edificio innalzato sulla roccia che non crolla, in contrasto con quello costruito sulla sabbia. Il discepolo di Gesù è un uomo saggio che edifica su solidi basi: l’ascolto e la messa in pratica degli insegnamenti del Maestro” (Angelo Lancellotti, Matteo).

Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli: Gesù al termine del lungo discorso evangelico (Cf. Mt 5-7), con il quale ha esposto lo spirito nuovo del regno di Dio, pone la folla e i suoi discepoli dinanzi alle loro concrete responsabilità: essere suoi seguaci comporta unicamente una vita pienamente donata all’Amore e agli uomini, liberamente compiacente a fare la volontà di Dio. Per entrare nel regno dei cieli non serve a nulla vantare amicizie o parentele con il Cristo oppure operare prodigi nel suo nome.
La salvezza non sta nel fare miracoli, nel parlare lingue sconosciute o esorcizzare i diavoli, ma nel fare la volontà del Padre.
Il profeta Geremia, molti anni prima, aveva rivolto a Israele lo stesso monito: «Così dice il Signore degli eserciti, Dio di Israele: Migliorate la vostra condotta e le vostre azioni e io vi farò abitare in questo luogo. Pertanto non confidate nelle parole menzognere di coloro che dicono: Tempio del Signore, tempio del Signore, tempio del Signore è questo!» (Ger 7,3-4).
Per Gesù, la discrasia tra il dire e il fare pone gli uomini nella condizione di andare incontro a un giudizio avverso: in «quel giorno», nel giorno del giudizio, coloro che conoscendo la volontà di Dio, non avranno disposto o agito secondo la sua volontà (Cf. Lc 12,47), saranno condannati al «fuoco eterno» (Mt 25,41; Cf. Mt 18,8). I falsi profeti e i carismatici millantatori sono «condannati dal giudice non per la mancanza di opere buone: hanno parlato profeticamente, hanno portato gli uomini a Dio, hanno vinto satana secondo lo stile della vittoria di Cristo su di lui [Mt 12,28]; hanno fatto meraviglie ... ma non hanno compiuto la volontà di Dio. Per questo, coloro che si presentano con questa arroganza davanti a Dio sono chiamati operatori di “iniquità”» (Felipe F. Ramos).

Perciò chiunque ascolta queste mie parole - Wolfgang Trilling (Vangelo di Matteo): Gesù ci presenta i due costruttori come esempio. A chi volete assomigliare nella costruzione della casa della vostra vita? Nel giudizio degli uomini l’uno è saggio e prudente, l’altro è uno stolto che merita giustamente «il danno e le beffe». Accade così anche nei riguardi della dottrina di Gesù: chi lo ascolta e lo segue è un uomo prudente; chi invece ascolta solo, ma non lo segue, è uno stolto. Ci sono unicamente queste due possibilità, e anche qui l’unica cosa veramente decisiva è «il fare». «Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori» (Gc 1, 22). Questa non è, come nel racconto, una prudenza a stoltezza semplicemente umana e terrena. Qui non si tratta di ciò che ha successo nella vita presente, di ciò che rende salda la casa materiale. Lo stolto dell’immagine poteva costruirsi una nuova casa e imparare a sue spese la prudenza.
Al discepolo di Gesù è possibile questo? Gesù dice: «Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio...», cioè nel giorno del giudizio. L’uragano del racconto è descritto con colori così forti da far pensare all’immane catastrofe che chiuderà la storia. Cadde la pioggia a dirotto, i fiumi strariparono, soffiarono i venti e s’abbatterono su quella casa. Questa immagine richiama “l’uragano” escatologico, che decide una volta per tutte la sorte della casa della tua vita: nessuno potrà cominciare a edificare una seconda volta. Se la casa è crollata resta in rovina, per sempre. Queste parole danno a tutto il discorso della montagna una profondità e una efficacia particolare. Tu puoi costruirti una casa soltanto nell’uno o nell’altro modo. Le parole di Gesù ci indicano dove dobbiamo porre le fondamenta per poter resistere all’uragano del giudizio; ma ascoltarle e conoscerle non basta, se non costruiamo effettivamente sulla roccia, cioè se non mettiamo in pratica le sue parole. Tutto incalza; non soltanto perché così vuole Dio o così fu rivelato da Gesù, ma perché per ognuno il tempo urge. La vita è una e irripetibile, e il giudizio finale è inevitabile. Solo colui che ha costruito la sua vita avendo come unico ideale Dio, il suo regno e la sua giustizia, lo potrà superare.

Un mondo da costruire e da condurre al suo fine - Gaudium et spes 93: I cristiani, ricordando le parole del Signore: «in questo conosceranno tutti che siete i miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri» (Gv 13,35), niente possono desiderare più ardentemente che servire con maggiore generosità ed efficacia gli uomini del mondo contemporaneo. Perciò, aderendo fedelmente al Vangelo e beneficiando della sua forza, uniti con tutti coloro che amano e praticano la giustizia, hanno assunto un compito immenso da adempiere su questa terra: di esso dovranno rendere conto a colui che tutti giudicherà nell’ultimo giorno.
Non tutti infatti quelli che dicono: «Signore, Signore», entreranno nel regno dei cieli, ma quelli che fanno la volontà del Padre e coraggiosamente agiscono. Perché la volontà del Padre è che in tutti gli uomini noi riconosciamo ed efficacemente amiamo Cristo fratello, con la parola e con l’azione, rendendo così testimonianza alla verità, e comunichiamo agli altri il mistero dell’amore del Padre celeste.
Così facendo, risveglieremo in tutti gli uomini della terra una viva speranza, dono dello Spirito Santo, affinché alla fine essi vengano ammessi nella pace e felicità somma, nella patria che risplende della gloria del Signore. « A colui che, mediante la potenza che opera in noi, può compiere infinitamente di più di tutto ciò che noi possiamo domandare o pensare, a lui sia la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù, per tutte le generazioni nei secoli dei secoli. Amen» (Ef 3,20-21).

Giovanni Paolo II (Omelia 6 Giugno 1999): Che cosa Cristo, dice in proposito, nella pagina dell’odierno Vangelo? Terminando il discorso della montagna, disse: “chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sulla roccia” (Mt 7, 24-25). L’opposto di colui che costruì sulla roccia è l’uomo che costruì sulla sabbia. La sua costruzione si dimostrò poco resistente. Di fronte alle prove e alle difficoltà crollò. Cristo ci insegna questo.
Una casa costruita sulla roccia. L’edificio della vita. Come costruirlo affinché non crolli sotto la pressione degli avvenimenti di questo mondo? Come costruire questo edificio perché da “abitazione sulla terra” diventi un’“abitazione ricevuta da Dio?, una dimora eterna nei cieli non costruita da mani di uomo” (cfr. 2Cor 5,1)? Oggi udiamo la risposta a questi interrogativi essenziali della fede: alla base della costruzione cristiana c’è l’ascolto e il compimento della parola di Cristo. E dicendo “la parola di Cristo” abbiamo in mente non soltanto il suo insegnamento, le parabole, le promesse, ma anche le sue opere, i segni, i miracoli. E soprattutto la sua morte, la risurrezione e la discesa dello Spirito Santo. Più ancora: abbiamo in mente il Figlio di Dio stesso, l’eterno Verbo del Padre, nel mistero dell’incarnazione. “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1, 14).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Vangelo).  
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

La partecipazione a questo sacramento
che a noi pellegrini sulla terra rivela il senso cristiano della vita,
ci sostenga, Signore, nel nostro cammino e ci guidi ai beni eterni.
Per Cristo nostro Signore
.




4 DICEMBRE 2019

Mercoledì della I Settimana di Avvento

   Is 25,6-10a; Sal 22 (23); Mt 15,29-37

Colletta: Dio grande e misericordioso, prepara con la tua potenza il nostro cuore a incontrare il Cristo che viene, perché ci trovi degni di partecipare al banchetto della vita e ci serva egli stesso nel suo avvento glorioso. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Gesù ha guarito molti infermi e dopo aver ammaestrato la folla, compassionevole, la sazia moltiplicando sette pani, e pochi pesciolini. Il racconto della moltiplicazione dei pani è simile alla prima moltiplicazione (Mt 14,21). Vi sono però delle divergenze: qui a prendere l’iniziativa non sono i discepoli, ma è Gesù, e ancora, la presenza della folla per la durata di tre giorni, il numero dei pani, il numero dei cesti avanzati, e viene dato da mangiare a quattromila uomini, senza contare le donne e i bambini (versetto 38). Al di là di queste diversità, “l’insegnamento è chiaro: ho compassione di questa folla... non voglio che vengano meno. Il vangelo è aperto a tutti grazie alla misericordia di Cristo, che non esclude nessuno dal banchetto nuziale che ha preparato, a meno che qualcuno si escluda da sé” (F. Ramos).
L’intenzione di Matteo è quella di raccontare un miracolo realmente compiuto da Gesù, ma la prima generazione cristiana, illuminata dalla luce del Risorto e ammaestrata dallo Spirito Santo, diede un’importanza particolare al prodigio. In Gesù Dio sazia la fame materiale e spirituale del suo popolo: lo fa con un pane misterioso che è il corpo del Cristo donato al mondo per la sua salvezza. Quindi un chiaro riferimento all’Eucarestia: “[...] il prodigio dei pani preannuncia l’Eucaristia. Lo si vede nel gesto di Gesù che «recitò la benedizione» (v. 19) prima di spezzare i pani e distribuirli alla gente. È lo stesso gesto che Gesù farà nell’Ultima Cena, quando istituirà il memoriale perpetuo del suo Sacrificio redentore. Nell’Eucaristia Gesù non dona un pane, ma il pane di vita eterna, dona Sé stesso, offrendosi al Padre per amore nostro. Ma noi dobbiamo andare all’Eucaristia con quei sentimenti di Gesù, cioè la compassione e quella volontà di condividere. Chi va all’Eucaristia senza avere compassione dei bisognosi e senza condividere, non si trova bene con Gesù” (Papa Francesco, Angelus 3 Agosto 2014).
Infine, Gesù, nuovo Mosè, nutre la folla nel deserto, e agisce come i grandi uomini di Dio; per esempio, come Eliseo il quale saziò con un miracolo la fame di cento uomini (2Re 4,42-44).

Dal Vangelo secondo Matteo 15,29-37a: In quel tempo, Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, lì si fermò. Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì, tanto che la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi guariti, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E lodava il Dio d’Israele. Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino». E i discepoli gli dissero: «Come possiamo trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?». Gesù domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette, e pochi pesciolini». Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò e li dava ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà. Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene.

Il testo evangelico è di una ricchezza straordinaria. Innanzi tutto vi possiamo cogliere un senso messianico. Il racconto evangelico è analogo al racconto del dono prodigioso della manna (Cf. Es 16,4-35). Gesù è circondato da una grande folla, affamata perché sprovvista di cibo, e come Mosè nel deserto si prende cura del popolo d’Israele, così Gesù sente compassione del popolo e lo nutre abbondantemente.
«L’analogia con l’epopea dell’esodo delle tribù israelitiche sostenute da Dio nel passaggio del deserto alla terra promessa offre un significato fondamentale al gesto di Cristo. Non diversamente da Mosè, egli, come messia, guida e sostiene la comunità messianica nel cammino verso la terra promessa» (Giuseppe Barbaglio).
Poi, il senso ecclesiale che emerge dalla mediazione dei discepoli per distribuire il cibo miracoloso procurato da Gesù alla folla, fatta sedere per terra. È «l’immagine della Chiesa, nella quale i Dodici continueranno a elargire i beni preziosi della Parola e del Pane eucaristico in ogni luogo e in ogni tempo» (Angelico Poppi).
E infine, il senso eucaristico. Se si colloca la narrazione della moltiplicazione dei pani in un contesto salvifico, allora sarà spontaneo leggere il miracolo dei pani e dei pesci, alla luce dell’Eucarestia: il cibo «apprestato da Gesù, attraverso il miracolo dei pani, è immagine e segno della Cena Eucaristica, in cui il Corpo e il Sangue del Figlio di Dio vengono dati agli uomini nel mistero della sua Pasqua salvifica. Intorno al Corpo Eucaristico si costruisce la Chiesa, Corpo Mistico di Cristo. Attraverso l’Eucaristia, Gesù diventa cibo e aduna organicamente tutta l’umanità in un Corpo di cui diventa Capo» (P. Massimo Biocco).
Anche se alcuni contestano questa lettura, i verbi prendere (prese i sette pani e i pesci), rese grazie, spezzare (spezzò i pani), dare (li diede ai discepoli) ci suggeriscono palesemente il senso eucaristico del racconto evangelico.

Il pane, dono di Dio - Daniel Sesboué: Dio, dopo aver creato l’uomo (Gen 1,29), e nuovamente dopo il diluvio (9, 3), gli fa conoscere ciò che può mangiare; e l’uomo peccatore si assicurerà il necessario a prezzo di una dura fatica: «Mangerai il pane col sudore della tua fronte» (3, 19). Da quel momento abbondanza o penuria di pane avranno valore di segno: l’abbondanza sarà  benedizione di Dio (Sal 37,25; 132, 15; Prov 12, 11), e la penuria  castigo del peccato (Ger 5,17; Ez 4,16s; Lam 1,11; 2,12). L’uomo deve quindi chiedere umilmente il suo pane a Dio ed aspettarlo con fiducia. A questo riguardo i racconti di moltiplicazione dei pani sono significativi. Il miracolo compiuto da Eliseo (2Re 4,42ss) esprime bene la sovrabbondanza del dono divino: «Si mangerà e se ne avanzerà». L’umile fiducia è quindi la prima lezione dei racconti evangelici; desumendo da un salmo (78, 25) la formula: «Tutti mangiarono e furono sazi» (Mt 14,20 par.; 15,37 par.; cfr. Gv 6,12), essi evocano il «pane dei forti» Con cui Dio saziò il suo popolo nel deserto. In un identico contesto di pensiero Gesù ha invitato i suoi discepoli a chiedergli «il pane quotidiano» (Mt 6,11), come figli che con fiducia attendono tutto dal loro Padre celeste (cfr. Mt 6,25 par.).
Infine il pane è il dono supremo dell’epoca escatologica, sia per ciascuno in particolare (Is 30, 23), sia nel banchetto messianico promesso agli eletti (Ger 31,12). I pasti di Gesù con i suoi erano così preludio al banchetto escatologico (Mt 11,19 par.), e soprattutto il pasto eucaristico in cui il pane che Cristo dà ai suoi discepoli è il suo corpo, vero dono di Dio (Lc 22,19).

Signore, dacci sempre questo pane: Catechismo Tridentino 400: Fin qui si è detto del pane che alimenta il corpo e lo sostenta; pane distribuito ai fedeli e agli infedeli, agli uomini pii e agli empi, per sublime misericordia di quel Dio il quale fa sorgere il suo sole sui cattivi come sui buoni, e manda la pioggia sugli ingiusti come sui giusti (Mt 5,45). Ma c’è anche un pane spirituale; e noi lo chiediamo con questa stessa preghiera: pane col quale viene designato tutto ciò che è necessario in questa vita alla salute e all’integrità dell’anima e dello spirito. Poiché come è vario il cibo che nutre e sostenta il corpo, egualmente vario è l’alimento della vita spirituale e dell’anima. Difatti: in primo luogo, è cibo dell’anima la parola di Dio, come ha detto la Sapienza: Venite, mangiate del mio pane, e bevete il vino che mesco a voi (Pr 9,5). E quando Dio toglie agli uomini la sua parola, cosa che avviene quando la gravità dei nostri peccati più l’offende, si dice che il genere umano è oppresso dalla fame. Cosi troviamo in Amos: Manderò la fame sulla terra; non fame di pane, né sete d’acqua, ma della parola del Signore (Amos, 8,11). Come infatti il non poter prendere cibo, o non ritenerlo, è segno di morte non lontana, cosi c’è grande motivo di disperare della salute di quelli che non ricercano la parola di Dio, o, se la conoscono, non la tollerano e rivolgono a Dio le empie parole: Scostati da noi, non vogliamo conoscere le tue vie (Gb 21,14). Pazzia questa e cecità mentale, nella quale cadono coloro che, toltisi alla dipendenza legittima dei loro capi cattolici, Vescovi e Sacerdoti, e separatisi dalla santa Chiesa Romana, si sono abbandonati agli insegnamenti degli eretici, corruttori della parola di Dio. Pane, inoltre, è Cristo Signore, cibo dell’anima; egli stesso lo ha detto: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo (Gv 6,51). Non è possibile immaginare quanto piacere, quanta gioia infonda nell’anima dei buoni questo pane, nello sconforto delle lotte terrene o delle disgrazie della vita. Ce ne offre l’esempio il santo collegio degli apostoli, dei quali è detto: Se ne andavano dal cospetto del Sinedrio lieti perché erano stati fatti degni di subire oltraggi per il nome di Gesù (Atti 5,41). Esempi simili ci forniscono le vite dei santi, delle cui intime gioie così parla Iddio: Al vincitore darò una manna nascosta (Ap 2,17). Specialmente, poi, è pane nostro Cristo Signore, sostanzialmente contenuto nel sacramento dell’Eucaristia, pegno indicibile di amore, che egli ci donò sul punto di tornare al Padre. Così egli ne parla: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui (Gv 6,57); Prendete e mangiate: questo è il mio corpo (Mt 26,26; 1Cor 11,24).

Nella narrazione della moltiplicazione dei pani e dei pesci il lettore può trovarvi alcuni suggerimenti fondanti per la sua fede. Per esempio, la sollecitudine di Gesù nello sfamare la folla stanca e affamata, fa pensare a qualcos’altro che può essere svelato da alcune sue parole fedelmente registrate dal Vangelo secondo Giovanni: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame, e chi crede in me non avrà sete, mai» (Gv 6,35).
Quindi è un invito a non andare a cercare cibi o bevande che danno la morte (Cf. Gv 6,49); solo Lui, il Pane vivo e vero, disceso dal cielo, può sfamare veramente la fame dell’uomo e donargli la vita eterna. Gesù nel racconto delle tentazioni lo aveva ricordato a Satana, e lo ricorda ad ogni credente: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4).
Il Cristo, con queste parole, scardina ogni tentazione di appagarsi dei semplici nutrimenti umani. Il pane che Dio ci dona si contrappone a tutti gli alimenti di questo mondo che non possono saziare l’intimo dell’uomo: è il Verbo eterno del Padre, Lui stesso, Parola fatta carne (Cf. Gv 1,1.14), a farsi alimento dell’intera umanità. In altre parole, solo il Figlio di Dio può soddisfare appieno tutti i bisogni dell’uomo, anche i più profondi e vitali. Lui solo sazia la fame del mondo.
Gesù, vero Uomo e Dio benedetto nei secoli (Cf. Rom 9,5), non solo può procurare agli uomini il pane, l’acqua, la casa, il lavoro, la salute, ma soprattutto solo lui può donare loro la serenità, la pace, la gioia, il benessere e quella vera felicità che supera tutte le felicità umane: la comunione con la Trinità che si compie col mangiare il pane eucaristico: un manducare che è inizio e preludio di quella vita beata che è la vita eterna.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Compassione, condivisione, Eucaristia. Questo è il cammino che Gesù ci indica in questo Vangelo. Un cammino che ci porta ad affrontare con fraternità i bisogni di questo mondo, ma che ci conduce oltre questo mondo, perché parte da Dio Padre e ritorna a Lui. La Vergine Maria, Madre della divina Provvidenza, ci accompagni in questo cammino” (Papa Francesco).  
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Padre, che ci hai nutriti con il corpo e sangue del tuo Figlio,
fa’ che rimaniamo nel tuo amore,
viviamo della tua vita e camminiamo verso la tua pace.
Per Cristo nostro Signore.




3 DICEMBRE 2019

Martedì della I Settimana di Avvento

SAN FRANCESCO SAVERIO, SACERDOTE – MEMORIA

  Is 11,1-10; Sal 71 (72); Lc 10,21

Dal Martirologio: Memoria di san Francesco Saverio, sacerdote della Compagnia di Gesù, evangelizzatore delle Indie, che, nato in Navarra, fu tra i primi compagni di sant’Ignazio. Spinto dall’ardente desiderio di diffondere il Vangelo, annunciò con impegno Cristo a innumerevoli popolazioni in India, nelle isole Molucche e in altre ancora, in Giappone convertì poi molti alla fede e morì, infine, in Cina nell’isola di Sancian, stremato dalla malattia e dalle fatiche.

Colletta: O Dio, che hai chiamato molti popoli dell’Oriente alla luce del Vangelo, con la predicazione apostolica di san Francesco Saverio, fa’ che ogni comunità cristiana arda dello stesso fervore missionario, perché su tutta la terra la santa Chiesa si allieti di nuovi figli. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Gesù aveva inviato settantadue discepoli a due a due, davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi (Lc 10,1) come precursori spirituali. Terminata la missione, i settantadue erano tornati pieni di gioia (Lc 10,17). In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo: il motivo di questa gioia sta nel fatto che ai suoi discepoli è dato conoscere i misteri del regno di Dio (Lc 8,10). Gesù conosce il Padre così come il Padre conosce il Figlio e nella sua benevolenza lo rivela ai piccoli: “Vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: «Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento». Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte.” (2Pt 1,16-18).

Dal Vangelo secondo Luca 10,21-34: In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra... - L’espressione Signore del cielo e della terra, evoca l’azione creatrice di Dio (Cf. Gen 1,1). Il motivo della lode sta nel fatto che il Padre ha «nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli». Le cose nascoste «non si riferiscono a ciò che precede; si devono intendere invece dei “misteri del regno” in generale [Mt 13,11], rivelati ai “piccoli”, i discepoli [Cf. Mt 10,42], ma tenuti nascosti ai “sapienti”, i farisei e i loro dottori» (Bibbia di Gerusalemme).
Molti anni dopo Paolo ricorderà queste parole di Gesù ai cristiani di Corinto: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor 1,26-29).
... nessuno sa chi è il Figlio... La rivelazione della mutua conoscenza tra il Padre e il Figlio pone decisamente il brano evangelico in relazione «con alcuni passi della letteratura sapienziale riguardanti la sophia. Solo il Padre conosce il Figlio, come solo Dio la sapienza [Gb 28,12-27; Bar 3,32]. Solo il Figlio conosce il Padre, così come solo la sapienza conosce Dio [Sap 8,4; 9,1-18]. Gesù fa conoscere la rivelazione nascosta, come la sapienza rivela i segreti divini [Sap 9,1-18; 10,10] e invita a prendere il suo giogo su di sé, proprio come la sapienza [Prov 1,20-23; 8,1-36]» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli).
... né chi è il Padre se non il Figlio... Gesù è l’unico rivelatore dei misteri divini, in quanto il Padre ne ha comunicato a lui, il Figlio, la conoscenza intera. Da questa affermazione si evince che Gesù è uguale al Padre nella natura e nella scienza, è Dio come il Padre, di cui è il Figlio Unico.
Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re - Luca mette in evidenza “la viva attesa dei tempi messianici (il regno di Dio) che ha contraddistinto e sorretto l’intera storia d’Israele. Si osservi che non si parla soltanto di vedere, ma anche di udire, poiché si tratta soprattutto di accogliere il messaggio di salvezza che promulgherà il Messia. Con questa dichiarazione Gesù si considera come il punto terminale della storia d’Israele, palesando cosi la sua chiara coscienza di essere il Messia lungamente atteso dal popolo eletto” (Benedetto Prete, I Quattro Vangeli).

La gioia - Christa Breuer: [Nel Nuovo Testamento] la gioia è legata alla persona di Cristo e alla salvezza in lui donata. Il messaggio di Gesù si chiama evangelo (Mc 1,1) e messaggio della gioia (Lc 2,10). La gioia è legata alla nascita del precursore (Lc I, 14). Maria gioisce della salvezza fattasi in lei manifesta (Lc 1,47). I magi gioiscono di aver trovato la stella (Mt 2,10). Giovanni Battista è pieno di gioia perché ha condotto la sposa a Cristo (Gv 3,20). Gesù gioisce per amore dei discepoli che sperimenteranno la risurrezione di Lazzaro (Gv 11,15). Nella parabola della pecorella smarrita, Gesù professa la sua gioia per il peccatore che si converte (Lc 15,5). Devono gioire coloro che sono perseguitati per amore della giustizia, poiché la loro ricompensa nei cieli è grande (Mt 5,12). La loro tristezza si trasformerà un giorno in gioia (Gv 16,20ss). La gioia diventa la forma di comportamento raccomandata ai discepoli del Signore. Essi debbono rallegrarsi perché i loro nomi sono scritti nei cieli (Lc 10,20). Se vivono secondo i suoi comandamenti, la g. di Gesù sarà in loro e la loro g. sarà piena (Gv 15,11). La gioia sta al centro delle parabole di Gesù. In esse il regno di Dio viene spesso paragonato a un banchetto o a una festa di nozze, che per gli orientali erano motivo di gioia particolare (cf. Mt 9,15). La gioia di seguire Gesù e di raggiungere il regno dei cieli assomiglia alla gioia di un uomo che trova nel campo un tesoro o una perla preziosissima: per la gioia di averli trovati vende tutto quello che ha per acquistarli (Mt 13,44ss).

La gioia spirituali, le sue fonti - A. Ridouard e M.-F. Lacan: 1. Le fonti della gioia spirituale. - Di fatto la gioia è un frutto dello Spirito (Gal 5,22) ed una nota caratteristica del regno di Dio (Rom 14,17). Non si tratta dell’entusiasmo passeggero che la parola suscita e la tribolazione distrugge (cfr. Mc 4,16), ma della gioia spirituale dei fedeli che, nella prova, sono di esempio (1 Tess l,6s) e che, con la loro generosità gioiosa (2Cor 8,2; 9,7), con la loro perfezione (2Cor 13,9), con la loro unione (Fil 2,2), con la loro docilità (Ebr 13,17) e la loro fedeltà alla verità (2Gv 4; 3Gv 3s), sono presentemente e saranno nel giorno del Signore la gioia dei loro apostoli (1Tess 2,19s). La carità che rende i fedeli partecipi della verità (1Cor 13,6) procura loro una gioia costante che è alimentata dalla preghiera e dal ringraziamento incessanti (1Tess 5,16; Fil 3,1; 4,4ss). Come rendere grazie al Padre di essere trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, senza essere nella gioia (Col 1,11ss)? E la preghiera assidua è fonte di gioia perché la anima la speranza e perché il Dio della speranza vi risponde colmando di gioia il fedele (Rom 12,12; 15,13). Pietro lo invita quindi a benedire Dio con esultanza; la sua fede, che l’afflizione mette alla prova, ma che è sicura di ottenere la salvezza, gli procura una gioia ineffabile Che è la pregustazione della gloria (1 Piet 1,39).
2. La testimonianza della gioia nella prova. - Ma questa gioia non appartiene che alla fede provata. Per essere nella letizia al momento della rivelazione della gloria di Cristo, bisogna che il suo discepolo si rallegri nella misura in cui partecipa alle sue sofferenze (1Piet 4,13). Come il suo maestro, egli preferisce in terra la croce alla gioia (Ebr 12,2); accetta con gioia di essere spogliato dei suoi beni (Ebr 10,34), considerando come gioia suprema l’essere messo alla prova in tutti i modi (Giac 1,2). Per gli apostoli, come per Cristo, la povertà e la persecuzione portano alla gioia perfetta. Nel suo ministero apostolico, Paolo gusta questa gioia della croce, che è un elemento della sua testimonianza: «afflitti», i ministri di Dio sono «sempre lieti» (2Cor 6,10). L’apostolo sovrabbonda di gioia nelle sue tribolazioni (2Cor 7,4); con un disinteresse totale egli si rallegra purché Cristo sia annunciato (Fil 1,17s) e trova la sua gioia nel soffrire per i suoi fedeli e per la Chiesa (Col 1,24). Invita persino i Filippesi a condividere la gioia che egli avrebbe nel versare il proprio sangue come suprema testimonianza di fede (Fil 2,17s).
3. La partecipazione alla gioia eterna. Ma la prova avrà fine e Dio vendicherà il sangue dei suoi servi giudicando Babilonia che se n’è ubriacata; ci sarà allora letizia in cielo (Apoc 18,20; 19,1-4) dove si celebreranno le nozze dell’agnello; coloro che vi prenderanno parte, renderanno gloria a Dio nella letizia (19,7ss). Sarà la manifestazione della gioia perfetta che è sin d’ora il retaggio dei figli di Dio; perché lo Spirito, che è stato dato loro, fa sì che essi abbiano comunione con il Padre e con il suo Figlio Gesù Cristo (1 Gv 1,2ss; 3,1s.24). 

Gioia e senso dell’umorismo: Gaudete et exsultate: 126. Ordinariamente la gioia cristiana è accompagnata dal senso dell’umorismo, così evidente, ad esempio, in san Tommaso Moro, in san Vincenzo de Paoli o in san Filippo Neri. Il malumore non è un segno di santità: «Caccia la malinconia dal tuo cuore» (Qo 11,10). È così tanto quello che riceviamo dal Signore «perché possiamo goderne» (1Tm 6,17), che a volte la tristezza è legata all’ingratitudine, con lo stare talmente chiusi in sé stessi da diventare incapaci di riconoscere i doni di Dio.
127. Il suo amore paterno ci invita: «Figlio, […] trattati bene […]. Non privarti di un giorno felice» (Sir 14,11.14). Ci vuole positivi, grati e non troppo complicati: «Nel giorno lieto sta’ allegro […]. Dio ha creato gli esseri umani retti, ma essi vanno in cerca di infinite complicazioni» (Qo 7,14.29). In ogni situazione, occorre mantenere uno spirito flessibile, e fare come san Paolo: «Ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione» (Fil 4,11). È quello che viveva san Francesco d’Assisi, capace di commuoversi di gratitudine davanti a un pezzo di pane duro, o di lodare felice Dio solo per la brezza che accarezzava il suo volto.
128. Non sto parlando della gioia consumista e individualista così presente in alcune esperienze culturali di oggi. Il consumismo infatti non fa che appesantire il cuore; può offrire piaceri occasionali e passeggeri, ma non gioia. Mi riferisco piuttosto a quella gioia che si vive in comunione, che si condivide e si partecipa, perché «si è più beati nel dare che nel ricevere» (At 20,35) e «Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9,7). L’amore fraterno moltiplica la nostra capacità di gioia, poiché ci rende capaci di gioire del bene degli altri: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia» (Rm 12,15). «Ci rallegriamo quando noi siamo deboli e voi siete forti» (2Cor 13,9). Invece, se «ci concentriamo soprattutto sulle nostre necessità, ci condanniamo a vivere con poca gioia».

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Il malumore non è un segno di santità” (Papa Francesco). 
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

L’Eucaristia che abbiamo celebrato, Signore,
ci comunichi la carità apostolica di san Francesco Saverio,
perché ognuno di noi viva in modo autentico
la sua vocazione cristiana,
e ottenga il premio promesso ai buoni operai del Vangelo.
Per Cristo nostro Signore.



 2 DICEMBRE 2019

Lunedì della I Settimana di Avvento

  Is 4,2-6; Sal 121 (122); Mt 8,5-11

Colletta: Il tuo aiuto, o Padre, ci renda perseveranti nel bene in attesa del Cristo tuo Figlio; quando egli verrà e busserà alla porta ci trovi vigilanti nella preghiera, operosi nella carità fraterna ed esultanti nella lode. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Il racconto della guarigione del servo del centurione romano lo troviamo anche nel vangelo di Luca 7,1-10, ma con particolarità e intenti propri. Questa memoria ci suggerisce che il Vangelo ha superato gli angusti confini della Palestina, e ha raggiunto il cuore dei pagani: “non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.” (Col 3,11). La Chiesa per un po’ di tempo resterà chiusa nella gabbia del nazionalismo giudaico (At 11,9), poi, a motivo della continua ostilità dei giudei, comprenderà che la Buona Novella doveva essere annunciata a tutti i popoli (Mt 28,19): “Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra».” (At 13,46-48). Alla testardaggine d’Israele, popolo disobbediente e ribelle (Rm 10,21), Dio risponde pazientemente con la fedeltà: quando nell’ovile di Cristo saranno entrate tutte quante le genti, allora tutto Israele sarà salvato (Rm 11,25-26). Il Vangelo è luce che illumina tutta l’umanità, la pazienza e la fedeltà di Dio aprono i cuori degli uomini alla pace e alla speranza. Manca il versetto 12 dove è sottolineata la riprovazione di Israele, e il versetto 13 dove è esplicitato il miracolo.

Dal Vangelo secondo Matteo 8,5-11: In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli».

In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 8 Matteo riporta il fatto in forma compendiosa, come appare manifestamente dal racconto parallelo di Luca, 7,1-10. Quest’ultimo evangelista parla di una ambasceria inviata a Gesù dal centurione per ottenere la guarigione. Le umili parole del centurione rivelano uno scrupolo religioso. L’ufficiale romano conosceva, per esperienza diretta, che gli Ebrei non entravano volentieri nelle case dei pagani per timore di contrarre un’impurità legale. Il centurione desidera risparmiare a Gesù un atto che poteva contaminarlo e renderlo inviso ai correligionari. Questo delicato sentimento suggerisce all’ufficiale un’espressione di fede viva nella potenza di Cristo. Gesù non aveva bisogno di recarsi nella sua casa, poiché egli, possedendo dei grandi poteri, era in grado di comandare all’infermità con una parola ed il suo ordine sarebbe stato eseguito dalle forze del male che minacciavano il servo morente.
versetto 9 Il centurione fa appello alla propria esperienza; egli conosce la potenza della parola e l’efficacia di un ordine, poiché nella sua carriera militare aveva visto come il comando giunge lontano.
versetto 10 Gesù... restò ammirato; Cristo, come uomo, era soggetto alla meraviglia. L’evangelista rileva questo aspetto interessante della natura umana di Gesù. Il Redentore elogia la fede del centurione pagano, il quale gli aveva espresso la propria fiducia nella potenza della sua parola. Non bisogna tuttavia sottilizzare troppo le parole di Cristo, né intenderle in modo assoluto, come se nessun altro ebreo avesse raggiunto l’intensità della fede del centurione.
versetti 10-11 La fede dell’ufficiale pagano richiama a Matteo un detto che Gesù pronunziò in altra circostanza (cf. Lc., 13,28-29). Cristo lamenta la sorte degli Ebrei (i figli del regno) che dovevano essere gli eredi delle promesse fatte ai patriarchi (AbramoIsaccoGiacobbe) e che invece, per un’ostinata cecità, non entrarono nel regno messianico che attendevano; al loro posto furono chiamati i pagani da ogni parte del mondo. Il pensiero è espresso con le immagini del banchetto e delle tenebre; i pagani siedono festosamente a mensa con i patriarchi, gli Ebrei invece rimangono nelle tenebre e in un luogo di pianto e di dolore.

In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! - Ortensio Da Spinetoli (Matteo): La «grande fede» del centurione richiama inevitabilmente la «poca fede» o incredulità dei giudei. Matteo ribadisce la lezione con un altro logion sulla futura conversione dei gentili e defezione dei connazionali. La venuta dall’Oriente e dall’Occidente attua un oracolo profetico. L’evangelista della chiesa dei giudei non perde di mira la comunità etnico-cristiana che, al momento in cui egli scrive, ha preso il posto della sinagoga. I magi, il centurione, la cananea (15,22-28) segnano i capisaldi del nuovo corso della storia della salvezza che trova nel solenne invio ai gentili la sua conclusione (28, 8-19). L’era messianica è simboleggiata nell’immagine di un convito. Sedersi attorno alla stessa mensa significa partecipare alla medesima comunità di beni. Nella grande sala, accanto ai capostipiti del popolo israelitico, prendono posto i pagani rimasti sino allora fuori. Il paradosso di questo rovescio sta nel fatto che i gentili si siedano al banchetto escatologico con i patriarchi giudaici, mentre i discendenti di tali antenati sono messi alla porta. Accanto ad Abramo, il padre dei credenti, si trovano solo coloro che accettano Cristo, non i suoi «figli» carnali. Egli è il capostipite di un popolo nuovo che possiede la sua stessa fede. Di fronte alle conversioni dal paganesimo, il giudaismo si irrigidirà nel suo diniego fino a essere espulso dalla sala conviviale, cioè dal regno messianico. La condizione in cui verranno a trovarsi gli israeliti è la stessa in cui si trovavano i pagani prima di essere chiamati. La luce e le tenebre simboleggiano la verità e l’errore, il bene e il male, Dio e Satana. Anche il richiamo allo stridore dei denti fa pensare a una condizione di particolare disagio.

La fede - Bibbia d Gerusalemme (nota a Mt 8,10): La fede, che Gesù richiede fin dall’inizio della sua attività (Mc 1,15) e che richiederà incessantemente, è un movimento di fiducia e di abbandono per il quale l’uomo rinuncia a far affidamento sui propri pensieri e sulle proprie forze, per rimettersi alle parole e alla potenza di colui nel quale crede (Lc 1,20.45; Mt 21,25p.32). Gesù la domanda in modo particolare in occasione dei miracoli (8,13; 9,2p.22p.28-29; 15,28; Mc 5,36p; 10,52p; Lc 17,19), che sono meno atti di misericordia che segni della sua missione e del Regno (8,3+, cf Gv 2,11+1; così egli non può compierne se non trova la fede, che deve dare ad essi il loro vero significato (2,38-39; 13.58p; 16,1-4). Esigendo un sacrificio dello spirito e di tutto l’essere, la fede è un atto difficile di umiltà (18,61), che molti rifiutano di compiere, particolarmente in Israele (8,10p; 15,28; 27,42p; Lc 18,8) o lo fanno solo per metà (Mc 9,24; Lc 8,13).
l discepoli stessi sono lenti a credere (8,26p; 14,31; 16,8; 17,20p), anche dopo la risurrezione (28,17; Mc 16,11-14; Lc 24,11.25.41). Anche la fede più sincera del loro capo, la «roccia» (16,16-18), sarà scossa dallo scanda­lo della passione (26,69-75p), ma poi trionferà (Lc 22,32). Quando è forte, la fede opera meraviglie (17,20p: 21,21p; Mc 16,171, ottiene tutto 121,22p; Mc 9,23), in particolare la remissione dci peccat(i 19,2p; Lc 7,50) e la salvezza, di cui è la condizione indispensabile (Lc 8,12; Mc 16,16; cf, At 3,16+).

La fede della Chiesa - J. Duplacy: 1. La fede pasquale. - Malgrado la loro conoscenza dei misteri del regno (Mt 13,11 par.), i discepoli ebbero difficoltà a mettersi sulla via in cui, nella fede, dovevano seguire il figlio dell’uomo (16,21-23 par.). La fiducia che esclude ogni  preoccupazione ed ogni timore (Lc 12, 22-32 par.) non era loro abituale (Mc 4,35-41; Mt 16,5-12 par.). Quindi, la prova della passione (Mt 26,41) sarà per essi uno scandalo (26,33). Ciò che allora essi vedono richiede molta fede (cfr. Mc 15,31s). La fede dello stesso Pietro, senza sparire - perché Gesù aveva pregato per essa (Lc 22,32) - non ebbe il coraggio di affermarsi (22,54-62 par.). La fede dei discepoli doveva ancora fare un passo decisivo per diventare la fede della Chiesa.
Questo passo fu compiuto quando i discepoli, dopo molte esitazioni in occasione delle apparizioni di Gesù (Mt 28,17; Mc 16,11-14; Lc 24,11), credettero alla sua risurrezione. Testimoni di tutto ciò che Gesù ha detto e fatto (Atti 10, 39), essi lo proclamano «Signore e Cristo», nel quale sono compiute invisibilmente le promesse (2,33-36). Ora la loro fede è capace di giungere «fino al sangue» (cfr. Ebr 12,4). Essi chiamano i loro uditori a condividerla per beneficiare della promessa ottenendo la remissione dei loro peccati (Atti 2,38s; 10,43). La fede della Chiesa è nata.
2. La fede nella parola. - Credere significa innanzitutto accogliere questa predicazione dei testimoni, il vangelo (Atti 15,7; 1Cor 15,2), la parola (Atti 2,41; Rom 10,17; 1Piet 2,8), confessando Gesù come Signore (1Cor 12,3; Rom 10,9; cfr. 1Gv 2,22). Questo messaggio iniziale, trasmesso come una tradizione (1Cor 15,1-3), potrà arricchirsi e precisarsi in un insegnamento (1Tim 4,6; 2Tim 4,1-5): questa parola umana sarà sempre, per la fede, la parola stessa di Dio (1Tess 2, 3). Riceverla, vuol dire per il pagano abbandonare gli idoli e rivolgersi al Dio vivo e vero (1Tess 1,8ss), significa per tutti riconoscere che il Signore Gesù porta a compimento il disegno di Dio (Atti 5,14; 13,27- 37; cfr. 1Gv 2,24). Significa, ricevendo il battesimo, confessare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (Mt 28,19). Questa fede, come constaterà Paolo, apre all’intelligenza «i tesori di sapienza e di scienza» che sono in Cristo (Col 2,3): la sapienza stessa di Dio rivelata dallo Spirito (1Cor 2), così diversa dalla sapienza umana (1Cor 1,17-31; cfr. Giac 2,1-5; 3,13-18; cfr. Is 29,14) e la conoscenza di Cristo e del suo amore (Fil 3, 8; Ef 3, 19; cfr. 1 Gv 3, 16).
3. La fede e la vita del battezzato. - Condotto dalla fede sino al battesimo e alla imposizione delle mani che lo fanno entrare pienamente nella Chiesa, colui che ha creduto nella parola partecipa all’insegnamento, allo spirito, alla «liturgia» di questa Chiesa (Atti 2,41-46). In essa infatti Dio realizza il suo disegno operando la salvezza di coloro che credono (2,47; 1Cor 1,18): la fede si manifesta nell’obbedienza a questo disegno (Atti 6,7; 2Tess 1,8). Si dispiega nell’attività (1Tess 1,3; Giac 1,21s) di una vita morale fedele alla legge di Cristo (Gal 6,2; Rom 8,2; Giac 1,25; 2,12); agisce per mezzo dell’amore fraterno (Gal 5,6; Giac 2,14-26). Si conserva in una fedeltà capace di affrontare la morte sull’esempio di Gesù (Ebr 12; Atti 7,55-60), in una fiducia assoluta in Colui «nel quale ha creduto» (2Tm 1,12; 4,17s). Fede nella parola, obbedienza nella fiducia, questa è la fede della Chiesa, che separa coloro i quali si perdono - l’eretico, per esempio (Tito 3,10) - da coloro che sono salvati (2Tess 1,3-10; 1Piet 2,7s; Mc 16,16).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Che cosa è proprio della fede? Piena e indubbia certezza della verità delle parole ispirate da Dio ... che cosa è proprio del fedele? Il conformarsi con tale piena certezza al significato delle parole della Scrittura, e non osare togliere o aggiungere alcunché.” (San Basilio).  
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

La partecipazione a questo sacramento,
che a noi pellegrini sulla terra
rivela il senso cristiano della vita,
ci sostenga, Signore, nel nostro cammino
e ci guidi ai beni eterni.
Per Cristo nostro Signore.