15 Febbraio 2017


Il pensiero del giorno


Lc 10,38-42: Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

 Questo racconto è esclusivo di Luca. Il villaggio è Betania dove abitavano le sorelle Marta e Maria con il fratello Lazzaro. È una località della Giudea, attualmente parte della Cisgiordania, molto vicina a  Gerusalemme. La casa dei tre fratelli era sempre aperta al Maestro (Mt 26,6-13; Mc 14.3-9; Lc 10,38-42; Gv 11,1-46; 12,1-8), ma, soprattutto, era aperto il loro cuore, una cara intimità frutto di una sincera amicizia. Le due sorelle si ritrovano con gli stessi tratti di carattere nel racconto della risurrezione del fratello Lazzaro (cfr. Gv 11,1-46).
Ad accogliere Gesù è Marta la quale, facendo onore al suo nome che significa «padrona», si affretta ad infilarsi in cucina tra le stoviglie per accogliere con una magnifica ospitalità il divino Ospite. Maria invece si accoccola ai piedi del Maestro per ascoltare la sua parola.
Il mettersi ai piedi di Gesù Maestro è l’atteggiamento del discepolo, ma non bisogna trascurare il fatto che Maria è una donna. Per capire la portata rivoluzionaria del gesto basta ricordare il posto che la donna occupava nella società contemporanea ai fatti evangelici. Praticamente, il più basso.
In Gv 4,27 i discepoli si meravigliano che Gesù stia parlando con una donna. Lo scandalo non viene dal fatto che quella donna era una samaritana di facili costumi, ma semplicemente donna e perciò stesso non degna di considerazione. In tribunale non veniva accettata la testimonianza della donna ed era esclusa dalla vita cultuale e liturgica. Nel tempio e nella sinagoga vi erano ambiti esclusivamente destinati alle donne, per cui erano separate fisicamente dagli uomini. Così in casa in quanto non mangiavano con gli uomini, ma in sale appartate. Potevano essere ripudiate per futili motivi. Non partecipavano alle discussioni in pubblico, non potevano uscire, se non per lavorare nei campi o per prendere l’acqua; dovevano portare il velo.
Nell’ambiente rabbinico circolava l’opinione secondo cui, piuttosto che consegnare la Torà ad una donna, era meglio bruciarla.
Gesù in questa occasione, ma non soltanto in questa circostanza, sta sovvertendo un modo di pensare, una convenzione sociale del suo tempo.
Gesù è un uomo libero da pregiudizi o idee preconcette e anche per tale questione agisce con grande libertà. Accetta di essere ospitato da donne e va oltre, accettando di avere anche un seguito femminile per il soddisfacimento dei comuni bisogni logistici (cfr. Lc 8,1-3).
Anche in quest’occasione, in casa di Marta e Maria, Gesù «va oltre, ammettendo una di esse come uditrice della parola. La formula nell’opera lucana indica l’annuncio del messaggio specifico di Gesù: Lc 5,2; At 13,7.44; 19,10. Tra Maria e Gesù non è dunque in corso una conversazione qualsiasi, tanto per intrattenere l’ospite in attesa che il pranzo sia servito. Le posizioni fisiche stesse dei due personaggi dicono che qui Gesù è ritratto come il Maestro che insegna e Maria come la discepola che ascolta [...]. Maria è ammessa anche lei nel gruppo dei discepoli senza inferiorità alcuna» (G. Corti).
La reazione di Marta, Dille dunque che mi aiuti, e la risposta di Gesù, Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta, ha dato la stura a un’infinità di risposte. Johannes Eckhart loda la reazione di Marta in quanto in lei era insorto il sospetto «che la cara Maria, sedesse là più per il piacevole sentire che non per il profitto spirituale. E per questo motivo Marta disse: “Signore, comandale di alzarsi!”, perché temeva che Maria si attestasse in questo piacere e non procedesse oltre».
Chi vede una difesa a spada tratta della vita contemplativa; chi invece cerca di conciliare il servizio con l’ascolto: «Infatti la parte migliore, che non sarà tolta, è che il cuore sia pronto non solo a contemplare, ma anche a servire il prossimo» (San Bernardo da Chiaravalle). Chi va oltre tanto da vedere in Marta colei che ha ricevuto la parola tra le spine: Marta è colei che «ascolta la parola, ma le molte preoccupazioni la soffocano, sì che essa non dà frutto. Maria invece è colei che ha ricevuto la parola in un terreno fertile, ascolta e dà frutto. L’episodio descrive la preoccupazione di Luca che vede nella sua comunità un eccesso di impegno sociale a scapito dell’ascolto della parola. L’invito di Gesù è a ridimensionare quel servizio, pur necessario, sull’essenziale» (Cesare Marcheselli).
I capi della primitiva comunità cristiana andranno per le vie di Maria e così al servizio delle mense (diaconia, il verbo che troviamo in Lc 10,40 e Atti 6,2) preferiranno la predicazione e la preghiera.
Quando alcuni ellenisti si lamenteranno perché le loro vedove erano trascurate «nella assistenza quotidiana» (Atti 6,1), la risposta di Pietro non si farà attendere: «Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola» (Atti 6,2-4).
Nella risposta di Pietro vi è un salutare insegnamento: l’eccessivo impegno sociale spegne l’annunzio e rarefà la preghiera. Le comunità cristiane di ogni tempo trovano la vera loro identità nel cercare «prima il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33), nell’occuparsi «delle cose del Padre» (Lc 2,49) e nel vivere «non di solo pane [...], ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4).
Al di là delle tante interpretazioni, possiamo cogliere nelle parole di Gesù il desiderio di far conoscere a Marta il confine tra quello che è buono e non passa e quello che, pur essendo buono, è effimero. A motivo dell’esigenza e dell’urgenza dell’ora in cui il credente vive, Maria ha scelto la parte migliore, per cui l’unica cosa di cui c’è bisogno è quella di ascoltare la parola, per crederla e metterla in pratica (cfr. Gc 1,22).


Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Padre sapiente e misericordioso, donaci un cuore umile e mite, per ascoltare la parola del tuo Figlio che ancora risuona nella Chiesa, radunata nel suo nome, e per accoglierlo e servirlo come ospite nella persona dei nostri fratelli. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

14 Febbraio 2017


Il pensiero del giorno



Lc 10,30: Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.


Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico - Solo Luca parla di questo episodio. Il «dottore della Legge» che si «alza» per mettere alla prova Gesù è un esperto della Legge e trascinare intenzionalmente il giovane maestro di Nazaret in questioni riguardanti la Legge era come spingerlo sulle sabbie mobili.
La domanda posta a Gesù, - che devo fare per ereditare la vita eterna -, era di vitale importanza per ogni ebreo e la preoccupazione del dottore della legge non è sul piano teorico, ma pratico (cfr. Lc 18,18). Non era facile districarsi in una selva di precetti e trovarvi la via che conduceva alla vita eterna. Basti pensare che i precetti della Tora (mitzwot; lett. “comandamenti”) sono 613, di cui 248 precetti positivi e 365 precetti negativi.
Alla domanda del leguleio, Gesù risponde a sua volta con una domanda in modo che sia lo stesso interlocutore a dare la risposta. Quando il dottore della legge cita la sacra Scrittura, e precisamente: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso » (Dt 6,5) e la legge parallela «amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lev 19,18), Gesù dice che ha risposto correttamente e lo invita a comportarsi di conseguenza.
Il monito - fa’ questo - è ripetuto alla fine della parabola per sottolineare l’importanza della pratica di vita di cui certamente difettava il borioso dottore della legge, il quale volendosi giustificare chiede a Gesù: «E chi è il mio prossimo?».
La risposta per l’interlocutore era in verità già scontata. In linea di massima, il prossimo, per un Giudeo, era il connazionale o lo straniero che dimorava in Israele (cfr. Lev 19,33-34). Più tardi saranno considerati prossimo i pagani convertiti.
Da questa lista certamente erano esclusi i nemici e sopra tutto i samaritani. Secondo Rinaldo Fabris, al tempo di Gesù erano state aggiunte altre restrizioni, «per cui praticamente il prossimo era il membro della setta o del gruppo religioso [farisei, esseni, zeloti, ecc.]. È su questo sfondo che deve essere trascritto il racconto magistrale di Gesù».
 Gesù, a questo punto, perché sia più chiara la sua esortazione, narra la parabola dell’uomo incappato nei briganti. Di proposito gli attori del racconto sono un sacerdote, un levita e un samaritano. I primi due, consci di essere gli «eletti» rappresentanti religiosi dell’ebraismo, appartengono al popolo d’Israele; il Samaritano a un popolo considerato dai Giudei eretico, pagano. Un’antica ferita che si perdeva nella notte dei tempi quando Sargon re degli Assiri, nel 721 a.C., aveva conquistato il regno del Nord deportando i suoi abitanti e al loro posto erano state trasferite persone di altre nazioni (cfr. 2Re 17) che si erano amalgamate con i pochi rimasti in patria. Un sincretismo che aveva spinto i Giudei scampati all’esilio, e che erano ritornati nella loro terra, a considerare i Samaritani come popolo misto. Nel corso degli anni la lacerazione si era sempre più fatta profonda e ai tempi di Gesù era una ferita ancora sanguinante (cfr. Gv 4,10).
Gesù però, nel raccontare la parabola, di proposito, opera uno spostamento di accento, dall’oggetto al soggetto. Mentre il dottore della Legge aveva chiesto chi doveva essere oggetto del suo amore, Gesù fa vedere il soggetto, chi è colui che ama veramente; al dottore della legge che chiedeva chi fosse il prossimo da amare, Gesù gli insegna come lui avrebbe dovuto diventare prossimo. Praticamente, Gesù chiede al dottore della legge di rientrare in se stesso e di verificare in che modo egli si pone nei confronti degli altri, quali relazioni costruisce con gli altri. Al termine della parabola, il saccente custode della legge scopre il senso dell’insegnamento di Gesù: come il Samaritano deve avere il coraggio di farsi prossimo di chi nell’immediato ha bisogno del suo aiuto senza stare a sofisticare in  questioni di lana caprina. Una bella lezione per chi era abituato a «filtrare il moscerino e a ingoiare il cammello» (Mt 23,24).
Non va poi dimenticato il senso cristologico della parabola: il buon Samaritano è Gesù che nell’amare l’umanità rivela e realizza l’infinito amore del Padre per tutti gli uomini.

Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: Padre misericordioso, che nel comandamento dell’amore hai posto il compendio e l’anima di tutta la legge, donaci un cuore attento e generoso verso le sofferenze e le miserie dei fratelli, per essere simili a Cristo, buon samaritano del mondo. Egli è Dio, e vive e regna con te...
13 Febbraio 2017


Il pensiero del giorno


Lc 9,60: Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio.


Lascia che i morti seppelliscano i loro morti - La sacra Scrittura mostra l’uomo sempre in riferimento a Dio. È il Signore che dirige i passi dell’uomo (cfr. Prov 16,9). È il Signore che scruta «i cuori e penetra ogni intimo pensiero» (1Cr 28,8); lui solo conosce l’uomo ancor prima che venga formato nel seno materno: «Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno» (Sal 138 [139],15-16; cfr. Ger 1,5; Gal 1,15).
Perché si realizzi il progetto di salvezza, soltanto Dio, il Signore della vita e della morte, può chiamare l’uomo e abilitarlo per tale missione, perché nessuno «può attribuire a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio» (Eb 5,4).
«Diventare il portavoce, la bocca di Dio, rinfacciare al mondo le sue empietà e bussare invano alla porta della conversione non sono incarichi che un uomo si assume da solo, ma che, nell’ubbidienza, riceve da Dio quando si lascia prendere a servizio da lui» (Karl Pauritsch).
Un onore che va al di là delle possibilità, delle capacità, dei meriti dei chiamati: Abramo era già vecchio: «aveva settantacinque anni quando lasciò Carran» (cfr. Gen 12,1-9); Mosè era «impacciato di bocca e di lingua» (Es 4,10); Isaia era un uomo dalle labbra impure e abitava in mezzo a un popolo dalle labbra impure (cfr. Is 6,1ss); Giona cerca di sottrarsi alla sua missione cercando di fuggire il più lontano possibile (cfr. Gn 1,3); Geremia, chiamato fin dal grembo materno, maledice il giorno in cui è nato perché la parola del Signore è diventata per lui motivo di obbrobrio e di scherno. Lui che vorrebbe annunciare una parola di pace è costretto, quando parla, a gridare, a proclamare: «Violenza! Oppressione!» (cfr. Ger 1,4-19; 20,7-18); Simon Pietro ha paura di una serva e rinnega il Maestro, imprecando e giurando di non conoscerlo (cfr. Mt 27,69-74); Giuda era ladro e finì per tradire per denaro il suo Maestro (cfr. Gv 12,26; Mt 26,15).
La fedeltà alla vocazione divina non donò ai chiamati onori umani o i «primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei conviti» (Lc 20,46), ma un destino tragico, brutale: alcuni «furono torturati [...]. Altri [...] subirono scherni e flagelli, catene e prigionia. Furono lapidati, torturati, segati, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati [...], vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra» (Eb 11,35-38).
E «pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano» (Eb 11,13), si mantennero saldi nella fede fino alla fine, obbedienti alla volontà di chi li chiamava fino alla morte: «il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia” (2Tm 4,6-8).
Essere discepoli di Cristo non è una cosa facile, seguirlo fino alla «follia della croce» esige spirito di abnegazione, essere pronti a rinnegare se stessi (cfr. Lc 9,23). Seguire la Vita (cfr. Gv 12,25) vuol dire essere pronti a perdere la propria vita (cfr. Lc 9,24). Mettersi «al seguito di Cristo richiede una disponibilità docile, una dedizione immediata alle cose che il Signore esige, poiché questa chiamata vuol dire seguire Cristo al ritmo del suo passo, che non ammette si rimanga indietro: o si segue Gesù o lo si perde di vista» (La Bibbia di Navarra, I quattro vangeli - nota a Mt 8,18-22).
Seguire Colui che «non ha dove posare il capo» significa sposare il destino dello spiantato; occorre avere l’intelligenza, il coraggio e la forza di sapersi sradicare da tutto... come i broccoli che «devono essere trapiantati, per sviluppare; cioè, sono sradicati per crescere. I semi marciscono in terra, per moltiplicarsi. Mentre sembra che perdano ciò che erano, ricevono ciò che non erano» (San Gregorio Magno). Se nella logica del Cristo vanno bene anche i broccoli, certamente non saranno i cristiani-broccoli a far dilatare il Regno di Dio sino agli estremi confini della terra.

Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che nella vocazione battesimale ci chiami ad essere pienamente disponibili all’annunzio del tuo regno, donaci il coraggio apostolico e la libertà evangelica, perché rendiamo presente in ogni ambiente di vita la tua parola di amore e di pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


 12 Febbraio 2017

Il pensiero del giorno


Lc 7,36-40: Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».  Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro».


Simone ho una cosa da dirti - Gesù è stato invitato a mangiare in casa del fariseo Simone, il quale chiamando l’ospite Maestro (v. 40) dimostra di avere una certa stima per il giovane Rabbi.
L’episodio potrebbe dimostrare quindi che non tutti i farisei erano ostili a Gesù, oppure l’invito poteva essere un modo per scandagliare con calma il cuore di quell’Uomo sul quale si addensavano mille interrogativi.
Il brano si compone di tre parti: l’episodio in casa di Simone (vv. 37-40), la parabola (vv. 41-44), la spiegazione data da Gesù (vv. 45-50).
Mentre tutti erano a tavola, una donna, una peccatrice di quella città, entrata in casa di Simone, si abbandona ai piedi di Gesù cospargendoli con effluvi di lagrime e di profumi.
La donna è notoriamente una donna peccatrice (amartolós), un termine generico che non fa presupporre che essa sia una prostituta.
Amartolós «significa peccaminoso, talvolta è sinonimo di corrotto, cattivo ... indica colui che non si attiene alla legge e all’interpretazione degli scribi» (Peccato in Dizionario Concetti Biblici del Nuovo Testamento). Forse soltanto una cortigiana amante del lusso, della dolce vita e del piacere con la faccia tosta di non nasconderlo.
In ogni caso, donna e peccatrice sono due elementi tanto esplosivi da mettere a soqquadro il cuore di Simone. Ma per il fariseo non tutto il male viene per nuocere, perché la reputazione della donna per Gesù è un banco di prova: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice» (v. 39).
Simone è sconcertato perché per le regole relative al puro e all’impuro la donna, peccatrice pubblica, toccando Gesù l’avrebbe reso impuro.
Simone si sarebbe trovato a mensa con un invitato infettato dalla lebbra dell’impurità! Per un fariseo non era una cosa da poco. Ma Gesù non si fa cogliere in fallo, e così racconta la parabola dei due debitori, la quale oltre a spiegare l’agire di Dio, mette a nudo il cuore dell’uomo.
È vero che l’uomo, istintivamente, quasi in modo interessato, ama di più chi gli dona di più; ed è vero che questa è una debolezza, ma Dio fa leva anche su questa debolezza umana.
Poi, senza mezzi termini, rimprovera a Simone di essere venuto meno ai suoi obblighi di ospite.
La donna ha supplito, invece, a tutto questo.
La donna lavando i piedi di Gesù con le sue lagrime e asciugandoli con i suoi capelli, ha dimostrato un grande amore ed è da questo grande amore che nasce il dolore dei peccati e dal dolore dei peccati il pentimento. È quanto Gesù vuol fare capire a Simone: «Le sono perdonati i suoi molti peccati perché ha amato molto» (v. 18).
Per cui i gesti della donna peccatrice non sono lascivi, ma gesti che dichiarano un grande amore per Gesù; gesti che manifestano un grande desiderio di cambiare vita e soprattutto di possedere nel profondo del cuore la gioia del perdono.
Perdono che non si fa attendere.
Proprio perché il tutto non resti nel vago, con una parola assolutoria e liberatoria, Gesù perdona alla donna i suoi molti peccati.
Alla donna, peccatrice anonima, «è stato dato molto perché molto aveva amato... L’amore dunque si vede rimettere il debito e donare quello che non gli è dovuto; ed entrambi questi aiuti fanno crescere l’amore, e l’amore procura uno e l’altro. L’amore, di conseguenza, è il mezzo espiatorio dei peccatori» (Isacco della Stella).
La reazione di Simone e dei commensali non si fa attendere. Gesù ha usurpato un potere che spetta solo a Dio, perché solo Dio può perdonare i peccati (cfr. Mc 2,6). Chi è allora costui che si arroga il potere di perdonare i peccati? (cfr. Mc 2,6).
Intrappolati nella casistica da loro stessi inventata, non possono avere gli elementi per rispondere a questa domanda, pur legittima. Il loro cuore e anche la loro vita religiosa sono ossessionati dalla rigida, scrupolosa osservanza della Legge: infatti, per loro solo dalle opere della Legge l’uomo viene giustificato (cfr. Lc18,9-14).
Per cui chi non osserva la Legge è dannato, maledetto (cfr. Gv 7,49), tagliato fuori dalla salvezza e di questa schiera, per Simone, fa parte anche la peccatrice pubblica che sfacciatamente, senza pudore, ha osato sconfinare in casa sua.
Dio, per i farisei, non può perdonare soggetti simili. Una logica, quella dei farisei, lucida, stringente, ma la logica dei farisei (per fortuna) non è quella di Dio: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,12).
Simone e compagni avevano la possibilità di abbeverarsi all’otre del vino nuovo (cfr. Mt 7,19) e invece restano ubriachi del vino rancido della legge giudaica. Stizziti dinanzi al comportamento di Gesù lo saranno ancora di più quando sentiranno dalla bocca del giovane Rabbi la parola che al perdono accomuna la salvezza: «La tua fede ti ha salvato; va’ in pace» (Lc 7,50).
La donna ha avuto fede in Gesù, nel suo amore misericordioso e ha trovato «la perla di grande valore» (Mt 13,46): la nuova vita sulla terra, la nuova vita in cielo. Una vita nuova che sarà per sempre vissuta nell’Amore (cfr. 1Gv 4,8.16).

Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che non ti stanchi mai di usarci misericordia, donaci un cuore penitente e fedele che sappia corrispondere al tuo amore di Padre, perché diffondiamo lungo le strade del mondo il messaggio evangelico di riconciliazione e di pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


11 Febbraio 2017


Il pensiero del giorno


Gen 2,7: Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente.

L’uomo tratto dalla terra è di terra.
 Oggi si tende a minimizzare la reale condizione dell’uomo: lo si vuole signore dell’universo, facitore e costruttore di un mondo efficiente e autosufficiente, indipendente da Dio. In questa comprensione c’è una mancanza di umiltà. Il bene che c’è nell’uomo se staccato dalla memoria del suo peccato originale diventa fittizio e inutile, diventa orgoglio, ostacolo alla sua reale e totale salvezza: «Per la tua misericordia, mio Signore e mio Dio, dimmi, dimmi che cosa sei per me. Dillo all’anima mia: “Io sono la tua salvezza”» (Sant’Agostino, Confessioni Libro I,5).
L’uomo esce dalla sua ombra solo se illuminato da Cristo, «il quale rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» (GS 22).
L’uomo non è un essere autonomo e la «speranza della realizzazione di sé è legata al dialogo che egli accetta con Dio. In questo dialogo è posta la sua salvezza. Occorre però che l’uomo sia cosciente di ciò che egli è. Anzitutto della sua povertà. Di fronte a Dio egli è un povero colmato di favori. Non può non essere umile. L’umiltà del povero si traduce nel silenzio adorante. Creatura di Dio, sua immagine e interlocutore nell’alleanza, l’uomo deve tener conto di questa realtà nel suo agire» (G. Ghiberti).
Deve tenere conto che c’è un «difetto costituzionale» che inquina la sua volontà e il suo operare, che rende difficile, e a volte lo inceppa, il dialogo relazionale con Dio e con la comunità. Questo «difetto costituzionale» porta il nome di «peccato originale» e «peccato attuale».
Tutta l’umanità è coinvolta in uno stato di peccato. Il racconto del peccato di Eva e di Adamo descrive l’origine di una condizione che lo scrittore sacro avvertiva come universale, così come avverrà ancora nel Nuovo Testamento: «Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato [...], per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori» (Rom 5,12.19).
Il peccato abita nell’uomo (Rom 7,14-25): esso è entrato nell’umanità per mezzo della colpa iniziale dei nostri progenitori. È la dottrina del peccato originale che «- connessa strettamente con quella della redenzione operata da Cristo - offre uno sguardo di lucido discernimento sulla situazione dell’uomo e del suo agire nel mondo. In conseguenza del peccato dei progenitori, il diavolo ha acquistato un certo dominio sull’uomo, benché questi rimanga libero. Il peccato originale comporta “schiavitù sotto il dominio di colui che della morte ha il potere cioè il diavolo”», per cui, conclude il Catechismo della Chiesa Cattolica, ignorare «che l’uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi» (407).
Tale «drammatica condizione del mondo che “giace sotto il potere del maligno” (1Gv 5,19), fa della vita dell’uomo una lotta: “una lotta tremenda contro le tenebre; lotta incominciata fin dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno”» (ibidem  407).
Per Luis Ladaria questa affermazione del Catechismo «è un richiamo al realismo. La dottrina del peccato originale ci aiuta a comprendere l’uomo ed il mondo. Pascal diceva che il peccato originale è certamente difficile da comprendere. Ma senza di esso parecchie cose diventano ancora molto più incomprensibili. Molti di noi sottoscriverebbero senza alcuna difficoltà questa acuta osservazione. Dimenticare la situazione in cui il peccato ha posto l’uomo, ed un certo dominio che il suo potere esercita su di noi, la nostra inclinazione al male, etc. non porta a nessun buon risultato. Questo richiamo al sano realismo non è pessimista».
È realismo anche l’affermazione di Paolo: «E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste» (1Cor 15,49).
Queste parole sono vere è servono a controbilanciare l’endemica debolezza dell’uomo. Partendo dalla conoscenza della propria fragilità l’uomo sente il bisogno di aprirsi a Dio, lo sente come l’unico e vero amico, come l’unico Salvatore e Redentore. Così conoscere la propria miseria non lo abbatte (2Cor 12,9) perché Dio non umilia, ma anzi lo esalta perché sa che alla fine sarà trasfigurato in Cristo, «di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2Cor 3,18).
L’uomo deve avere la consapevolezza che è impastato di miseria (la sua carne) e di nobiltà (la vita di Dio a lui donata gratuitamente): solo così può essere aiutato a raggiungere la salvezza e solo così diventa possibile attuare il programma di carità verso Dio e verso il prossimo, insegnato dal Cristo e illuminato dal Vangelo.

Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Il tuo aiuto, Padre misericordioso, ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito, perché possiamo conoscere ciò che è conforme alla tua volontà e attuarlo nelle parole e nelle opere. Per il nostro Signore...


10 Febbraio 2017

Il pensiero del giorno





Mt 5,3ss: Beati...

Se i dolenti, gli afflitti, i poveri sono beati, non dobbiamo pensare che bastino le lacrime per entrare nel regno dei cieli; occorrono nobili ragioni che diano spessore e valore alle sofferenze, perché la vita eterna non si conquista con i piagnistei. Se l’afflizione dei credenti, a riguardo del mondo in cui vivono, è il segno della loro rottura interiore con il mondo attuale e della loro attesa del Regno di Dio, così coloro che piangono lo fanno perché hanno trovato nel mondo un motivo di dolore e di sofferenza, ma in futuro rideranno, perché troveranno nella casa del Padre la felicità della vita eterna. Gesù questa felicità l’esprime con l’immagine del banchetto e degli invitati a nozze, aggiungendo che a questo banchetto saranno invitati «poveri, storpi, ciechi e zoppi» (cfr. Lc 14,15-20) e la condizione vera per essere ammessi non è tanto la dolenza o l’indigenza, ma il fatto di essere suoi discepoli (cfr. Lc 22,24-30).
Così per la persecuzione. I perseguitati sono quelli che sopportano i cattivi trattamenti per un doppio motivo: a causa della giustizia perché vivono fedeli a Dio e a causa di Gesù Cristo, per il fatto che sono discepoli di Gesù. Sono perseguitati perché hanno un atteggiamento di contestazione, di disaccordo con la vita del mondo: «È finito il tempo trascorso nel soddisfare le passioni dei pagani, vivendo nei vizi, nelle cupidigie, nei bagordi, nelle orge, nelle ubriachezze e nel culto illecito degli idoli. Per questo trovano strano che voi non corriate insieme con loro verso questo torrente di perdizione, e vi oltraggiano» (1Pt 4,3-4).
La persecuzione è pedagogia di Dio, e dà alla vittima l’opportunità di testimoniare la sua appartenenza al Cristo (cfr. Lc 12,11-12; 1Tm 6,12-15; 2Tm 4,17) di fronte ai pagani che ignorano ogni speranza (Ef 2,12; 1Ts 4,13): «E chi potrà farvi del male, se sarete ferventi nel bene? Se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non sgomentatevi per paura di loro e non turbatevi, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. » (1Pt 3,13-15).
Infine, è bene tenere a mente che le Beatitudini sono rivolte «a ciascuno personalmente, ma anche all’insieme della Chiesa, popolo nuovo di coloro che hanno ascoltato la promessa e di essa vivono nella fede» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1719). Praticamente, ancora una volta viene detto ai credenti che occorre vincere la terribile illusione di operare bene limitandosi ad ascoltare la parola di Dio senza metterla in pratica (cfr. Giac 1,19-25).

Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che hai promesso di essere presente in coloro che ti amano e con cuore retto e sincero custodiscono la tua parola, rendici degni di diventare tua stabile dimora. Per il nostro...


“ Dice Gesù: Beati i poveri in spirito, beati gli afflitti, i miti, beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, beati i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia [cfr. Mt 5,3-10]. In verità, il Beato per eccellenza è solo Lui, Gesù. È Lui, infatti, il vero povero in spirito, l’afflitto, il mite, l’affamato e l’assetato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, l’operatore di pace; è Lui il perseguitato a causa della giustizia. Le Beatitudini ci mostrano la fisionomia spirituale di Gesù e così esprimono il suo mistero, il mistero di Morte e Risurrezione, di Passione e di gioia della Risurrezione. Questo mistero, che è mistero della vera beatitudine, ci invita alla sequela di Gesù e così al cammino verso di essa. Nella misura in cui accogliamo la sua proposta e ci poniamo alla sua sequela - ognuno nelle sue circostanze - anche noi possiamo partecipare della sua beatitudine. Con Lui l’impossibile diventa possibile e persino un cammello passa per la cruna dell’ago [cfr. Mc 10, 25]; con il suo aiuto, solo con il suo aiuto ci è dato di diventare perfetti come è perfetto il Padre celeste [cfr. Mt 5, 48]” (Benedetto XVI, Omelia, 1 Novembre 2006). 
9 Febbraio 2017

Il pensiero del giorno



Is 6,1-8: Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Sopra di lui stavano dei serafini; ognuno aveva sei ali: con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l’uno all’altro, dicendo: «Santo, santo, santo il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria». Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti». Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e disse: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato». Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!».


Isaia dinanzi alla manifestazione della gloria e della santità di Dio sente il peso della sua povertà e del suo peccato. Viene purificato col fuoco, un’immagine che nel Nuovo Testamento è usata per raffigurare lo Spirito Santo.
Lo Spirito Santo scese in forma di lingue di fuoco sugli Apostoli (Atti 2,3) rendendoli coraggiosi annunciatori del Vangelo. La forma delle fiamme (cfr. Is 5,24; 6,6-7) nel racconto pentecostale deve esser messa in relazione con il dono delle lingue, quindi con l’annuncio del Vangelo. Gesù lo aveva promesso: dopo la sua partenza, lo Spirito Santo lo avrebbe sostituito presso i fedeli (cfr. Gv 14,26) e scendendo su di essi con potenza, fortificandoli nell’amore e nella fede, li avrebbe resi testimoni della Verità fino agli estremi confini della terra (cfr. Atti 1,8). L’azione dello Spirito Santo nella vocazione cristiana è insostituibile: solo il Consolatore (cfr. Gv 14,26; 16,7), ardendo nel cuore dei battezzati, e distruggendo con le sue fiamme purificatrici l’uomo vecchio, può rendere capaci di compiere la missione profetica cristiana come uomini nuovi (cfr. Gal 6,8; Ef 6,24).
“La Chiesa che, proprio in ordine alla sua missione, fu mondata dallo Spirito Santo e l’acqua [Gv 3,5; Ef 5,26], invoca sempre il dono della presenza divina, cioè dello Spirito Santo, quando trasmette la missione di Cristo. Lo invoca sui candidati all’episcopato, al sacerdozio e al diaconato nel rito di ordinazione. Lo invoca anche nelle professioni religiose, su coloro che si consacrano a Dio con l’osservanza dei consigli evangelici della castità, della povertà e dell’ubbidienza” (Vincenzo Raffa).
Solo lo Spirito Santo e soltanto lui, può cucire addosso al cristiano l’abito del profeta: un abito fatto con la stoffa della libertà e dell’amore.
Tutti i battezzati sono profeti, ma vi sono delle regole da rispettare.
Innanzi tutto, il vocato è un uomo libero. Il profeta non è vincolato da interessi di nessun genere, è libero dinanzi ai potenti e ai semplici, dinanzi ai re e ai poveri, non è un mercenario: «Così dice il Signore contro i profeti che fanno traviare il mio popolo, che annunziano la pace se hanno qualcosa tra i denti da mordere, ma a chi non mette loro niente in bocca dichiarano la guerra. Quindi per voi sarà notte invece di visioni, tenebre per voi invece di responsi. Il sole tramonterà su questi profeti e oscuro si farà il giorno su di loro» (Mi 3,5-6).
A motivo di tangenti e di regali, molti cristiani sono impediti nel loro ministero profetico, cioè non possiedono il coraggio di denunciare e di gridare, perché trovano sempre qualcuno che mette loro in bocca qualcosa da «mordere con i denti».
Il profeta è soprattutto un uomo che «cammina nella giustizia e parla con lealtà e che rifiuta un guadagno frutto di oppressione, scuote le mani per non prendere doni di corruzione» (Is 33,15) e così, sovranamente libero, può, pieno di forza e di coraggio, «annunziare a Giacobbe le sue colpe, a Israele il suo peccato» (Mi 3,8).
Poi è chiesta la fedeltà che per il cristiano-profeta significa almeno due cose.
Primo, poiché la missione è esclusivamente una missione di salvezza - «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10) -, perché la pesca sia abbondante occorre che i «pescatori» condividano il destino di Colui che li ha chiamati: devono, come Lui, abbandonare tutto (cfr. Mc 10,21.28; Lc 5,11); devono, come Colui che li ha amati sino alla fine (cfr. Gv 13,1), essere pronti alla sofferenza e alla croce (cfr. Mt 10,38; 16,24; Gv 12,24-26). La vita cristiana inequivocabilmente si esprime in termini di comunione (cfr. Fil 3,10; 1Gv 1,3; ecc.) e di imitazione (2Ts 3,7).
Secondo, il profeta, poiché parla nel nome di Gesù, deve essere fedele al mandato ricevuto e così chi riceve il Vangelo di Cristo. Tutta «la Chiesa nascente agisce e parla nel nome di Gesù Cristo [...]. Forse anche noi abbiamo lo zelo che avevano questi primi evangelisti. Siamo più irrequieti di loro, più fecondi di iniziative. Ma il nostro messaggio ha conservato la purezza del loro? La nostra testimonianza è sempre, in egual misura, “conforme al Vangelo del Cristo”»?”  (Henri de Lubac).
Per evitare ogni tentazione di trasgressione il cristiano-profeta ha una sola strada: come Cristo, deve essere un «servo della Parola» (cfr. Atti 6,4: the diakonia tou logou) ed avere la coscienza di essere un povero, piccolo e inutile servo: «Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10).
Proviamo a fare un esame di coscienza!

Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


 Preghiamo con la Chiesa: Dio di infinita grandezza, che affidi alle nostre labbra impure e alle nostre fragili mani il compito di portare agli uomini l’annunzio del Vangelo, sostienici con il tuo Spirito, perché la tua parola, accolta da cuori aperti e generosi, fruttifichi in ogni parte della terra. Per il nostro Signore Gesù Cristo...