8 Febbraio 2017

Il pensiero del giorno



Rm 11,29: I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!


L’apostolo Paolo, a motivo delle angherie subite dai suoi connazionali, poteva lasciarsi vincere dalla tentazione di abbandonare Israele al suo destino.
Invece, come uomo di Dio, si sforza di leggere la storia del suo popolo alla luce del nuovo Patto sigillato col sangue del Figlio di Dio. Ed arriva ad una conclusione: Dio è fedele, continua ad amare il suo popolo e la protervia di Israele, paradossalmente, si è trasformata in «salvezza per i pagani» (cfr. Rom 11,11). La durezza di cuore di una parte dei suoi connazionali ha facilitato la salvezza dei Gentili e questi a loro volta provocheranno la salvezza di Israele: praticamente resta ben fermo il principio che la «discendenza di Abramo» (Gv 8,31), nonostante la sua ostinazione colpevole, era e resta l’oggetto dell’amore misericordioso ed eterno di Dio: «Ti ho amato di amore eterno» (Ger 31,3).
San Paolo, ai cristiani di Roma, confiderà: «Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua» (Rom 9,2); è il dolore di vedere i suoi fratelli ancora nelle tenebre mentre già risplende la Luce: «Le loro menti furono indurite; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, quando si legge l’Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato. Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore» (2Cor 3,14-15). L’apostolo comunque ha una segreta speranza: «quando vi sarà la conversione al Signore, quel velo sarà tolto» (2Cor 3,16).
Quando ciò avverrà ci sarà una gioia così grande da poter essere paragonata alla felicità della risurrezione dei morti (Rom 11,13-15).
Partendo da queste premesse possiamo fare due considerazioni. La prima, già sottolineata da Gesù nel Vangelo: tutti i popoli sono chiamati ad entrare nella casa del Padre. In Cristo è abolita quella legge che poneva limiti di appartenenza: anche gli eunuchi, che la legge mosaica per il loro difetto fisico escludeva dalla salvezza, sono figli di Dio e anche loro si nutriranno dell’unico pane di Vita.
La seconda considerazione parte dalla fedeltà di Dio. La certezza di Paolo, su esposta, si fonda proprio sulla fedeltà di Dio che non viene meno alle sue promesse e sulla sua misericordia che dà tempo al pentimento e non fa distinzione tra gli uomini.
La fedeltà e la misericordia, oggi molto rare tra gli uomini, animano e infiammano il cuore di Dio.
Al nostro peccato, alla nostra durezza di cuore, si contrappone quell’amore di Dio che non ha confini, rivestito di pazienza, che attende e non si stanca di perdonare: «Io non ti dimenticherò mai. Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, sei sempre davanti a me» (cfr. Is 49,15-16).
L’amore di Dio è un amore esigente, ma è un amore che sa trovare tutte le soluzioni, anche le più impensabili, per afferrare il cuore dell’uomo e riversarlo in un gioioso amplesso di comunione.
Alla fine, possiamo fare un’altra riflessione. I cristiani possono commettere lo stesso errore del popolo eletto: potrebbero farsi vincere dalla tentazione di isolarsi in se stessi e di chiudersi in una sorta di arroganza spirituale di cui hanno dato prova gli ebrei. Da qui il monito di san Paolo: «Non stimatevi sapienti da voi stessi» (Rom 12,16), cioè non stimatevi superiori, non siate presuntuosi.
«No, i cristiani non sono superiori; e, per dimostralo, ecco il “mistero” divino: “L’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora, tutto Israele sarà salvato”. La sopravvivenza di Israele è interpretata da Paolo come un contrappeso provvidenziale alla nuova tentazione di privilegio; nella quale avrebbero potuto cadere facilmente le comunità cristiane. [...] Il grande “mistero” è appunto la sopravvivenza del pluralismo: il vedere che, a fianco della mia comunità, vi è un altro gruppo religioso che si rivolge a Dio e al quale Dio non nega i suoi doni. [...] Gesù stesso non può essere monopolizzato dal “gruppo legittimo”» (José Maria González-Ruiz).

Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Padre, che nell'accondiscendenza del tuo Figlio mite e umile di cuore hai compiuto il disegno universale di salvezza, rivestici dei suoi sentimenti, perché rendiamo continua testimonianza con le parole e con le opere al tuo amore eterno e fedele. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


7 Febbraio 2017

Il pensiero del giorno

Ger 1,7: Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò e dirai tutto quello che io ti ordinerò.


Dirai tutto quello che io ti ordinerò ... Queste parole continuano a risuonare negli orecchi di tutti coloro che prima o poi si ritrovano sulle strade del mondo per annunciare la Parola di Dio. Risuonano come antidoto ad una sottile tentazione che spesso mette radici nel cuore dell’apostolo, quella di accomodare la Parola, di renderla accessibile.
Quando si vuole essere servi della Parola, quando si vuole annunciare la Parola senza aggiungere o togliere nulla, è facile ritrovarsi nel catalogo dei fanatici, dei rigoristi o dei fondamentalisti.
Paolo, che vuole vivere il Vangelo sine glossa, rinfaccia senza mezzi termini ai cristiani di Corinto che a nulla servono i doni straordinari e i carismi se non sono sostenuti, vivificati e accompagnati dalla carità. Un appunto che lo renderà inviso ai sapientoni e agli operatori di miracoli di Corinto.
Per amore della verità, Paolo, si caccerà in altri guai. Ritrovandosi con lo stesso problema con i Galati, dirà loro senza peli sulla lingua: «È forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!» (Gal 1,10). E farà lo stesso discorso ai Tessalonicesi, arrivando a questa conclusione: l’apostolo non è un opportunista ed è fedele al mandato ricevuto, costi quel che costi: «... come Dio ci ha trovati degni di affidarci il vangelo così lo predichiamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori» (1Tess 2,4).
Paolo non è un adulatore di masse: «Mai infatti abbiamo pronunziato parole di adulazione: Dio ne è testimone» (1Tess 2,5). Né tanto meno cerca un vantaggio umano dalla sua missione: «E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo» (1Tess 2,6; cfr. Gv 5,41.44).
La predicazione di Paolo è stata sempre verace, non è un falsario della Parola di Dio. È stata sempre sincera e sopra tutto disinteressata perché la Parola di Dio non può essere adulterata o mercanteggiata riducendola a meri calcoli umani: «Noi non siamo infatti come quei molti che mercanteggiano la parola di Dio, ma con sincerità e come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo» (2Cor 2,17; cfr. 2Cor 4,2).
«Il predicatore deve rispondere del suo operato non agli uomini ma a Dio, che “scruta” [Ger 11,20] i cuori e che lo ha “approvato” e gli ha affidato il geloso “deposito” della sua parola [cfr. 1Tim 1,11]; da questa “fedeltà” al “mandato” divino dipenderà sempre il vero successo del lavoro apostolico» (SETTIMIO CIPRIANI, Le lettere di Paolo).

Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Dio grande e misericordioso, concedi a noi tuoi fedeli di adorarti con tutta l'anima e di amare i nostri fratelli nella carità del Cristo. Egli è Dio e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.


A servizio della Parola (http://forum.pastorale.murialdo.org/)

È il Signore che ha scelto Geremia per farne un suo profeta: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni” (Ger 1,5). La vocazione è sempre iniziativa di Dio che chiama l’uomo a collaborare al suo progetto. Dio ha un disegno per ogni uomo e per tutta l’umanità; accettare la sua chiamata è l’unica strada per la piena realizzazione personale e per il bene degli altri.
La conoscenza dei propri limiti e la consapevolezza dell’importanza dell’incarico ricevuto spingono Geremia a mettere avanti degli alibi umanamente veri, ma che in realtà denotano una scarsa fiducia in Colui che lo ha chiamato: “Non dire: Sono giovane, ma va’ da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti” (Ger 1,8).
Il profeta è l’uomo della Parola, colui che si mette a totale servizio del Signore per far conoscere agli uomini la sua volontà. Il ministero profetico richiede, quindi, un rapporto di particolare intimità e confidenza con Colui che manda, ma ha bisogno anche di un profondo inserimento nella vita degli uomini ai quali deve portare il messaggio di salvezza, con una vita coerente e un annuncio comprensibile.
Il profeta non è tanto colui che predice il futuro, ma è soprattutto colui che aiuta a discernere la volontà di Dio nella storia dell’uomo: mettendo a confronto fede e vita, sa valutare la posizione e tracciare le coordinate per il cammino del popolo.
La missione profetica porta con sé un pesante carico di fatica e spesso anche un’ampia scia di impopolarità. Dei sei verbi usati per definire l’azione del profeta ben quattro sono negativi: sradicare, demolire, distruggere e abbattere. La verifica e il confronto portano a individuare prima di tutto ciò che tolto dalle radici o abbattuto dalle fondamenta, non per il gusto di una critica distruttiva senza prospettive, ma come condizione indispensabile per “edificare e piantare”, cioè per ricominciare un’esistenza nuova. Dalla parola di Dio occorre partire per scoprire il senso della propria vita e per ricevere nuovo slancio quando le difficoltà attenuano l’entusiasmo iniziale.



6 Febbraio 2017

Il pensiero del giorno


Lc 4,21: Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato.

La liturgia, quotidiana e domenicale, ci svela il volto di un Popolo in lieto ascolto della Parola di Dio. Un Popolo che ha per «Capo Gesù Cristo ... per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come nel suo tempio ... per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati ... per missione di essere il sale della terra e la luce del mondo ... e per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento» (Catechismo della Chiesa Cattolica 782).
Oggi questa Scrittura si è compiuta, questa parola pronunziata solennemente da Gesù nella sinagoga di Nazaret ci permette di mettere in evidenza due aspetti peculiari e fondanti della nostra fede.
Innanzi tutto, la liberazione dell’uomo dalla «legge del peccato e della morte» (Rom 8,2), questo è il dato più importante; poi, la Buona Novella è per tutte le genti (cf. Mt 28,19 - «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» [1Tm 2,4]) .
La proclamazione ai prigionieri della loro liberazione, è molto più di una parola di consolazione, è un annuncio sconvolgente che va a sanare la carne e lo spirito dell’uomo ferito dal peccato e indica in Gesù il Medico, il Messia e il Redentore.
Oggi, in Cristo e per Cristo, colui che è schiavo del peccato e della morte (cf. Rom 7,14ss) acquista la libertà ed è adottato come figlio con il dono reale della vita divina: «E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio» (Gal 3,6; cf. 2Cor 13,13).
Questa liberazione si realizza nel fonte battesimale: nelle sue acque salutari vengono infranti i ceppi del peccato e della morte e l’uomo diventa «“una nuova creatura” [2Cor 5,17], un figlio adottivo di Dio che è divenuto “partecipe della natura divina” [2Pt 1,4], membro di Cristo e coerede con lui, tempio dello Spirito Santo» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1265).
L’universalità del messaggio evangelico è un dato inconfutabile: tutti gli uomini sono convocati dalla Parola di Dio, una convocazione che supera gli angusti spazi dei nazionalismi: «Nella Nuova Alleanza, l’elezione di Dio si estende a tutti i popoli della terra. In Cristo Gesù, Dio ha scelto l’umanità intera. Ha rivelato l’universalità dell’elezione mediante la redenzione. In Cristo, non c’è più né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, ma tutti sono uno [cf. Gal 3,28]. Tutti sono stati chiamati a partecipare alla vita di Dio, grazie alla morte e alla risurrezione di Cristo» (Giovanni Paolo II).
In questa possente opera di evangelizzazione emerge la preponderante azione dello Spirito Santo: «“Lo Spirito Santo è il protagonista di tutta la missione ecclesiale”. È lui che conduce la Chiesa sulle vie della missione. Essa continua e sviluppa nel corso della storia la missione del Cristo stesso, inviato a portare la Buona Novella ai poveri» (Catechismo della Chiesa Cattolica 852).
 La Chiesa è resa feconda dallo Spirito Santo: è per la potenza dello Spirito Santo «che i figli di Dio possono portare frutto. Colui che ci ha innestati sulla vera Vite, farà sì che portiamo il frutto dello Spirito che è “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22-23). Lo Spirito è la nostra vita, quanto più rinunciamo a noi stessi, tanto più lo Spirito fa che anche noi operiamo» (Catechismo della Chiesa Cattolica 736).
Lo Spirito Santo, inviato dal Cristo da parte di Dio (cf. Atti 2,33) per la diffusione della Buona Novella, dà la forza di annunziare Gesù Cristo, nonostante le persecuzioni (cf. Atti 4,8.31; 5,32; 6,10; Fil 1,19) e di rendergli testimonianza (Mt 10,20; Gv 15,26; Atti 1,8; 2Tm 1,7s). Accorda i carismi (cf. 1Cor 12,4s), che autenticano la predicazione: il dono delle lingue, dei miracoli, di distinguere gli spiriti, di profezia, di sapienza e di scienza.
Inoltre, assiste il magistero della Chiesa e nella testimonianza dei Santi manifesta la sua santità e continua l’opera di salvezza.
Se la Chiesa si lascerà “guidare e animare dallo Spirito Santo a somiglianza di Cristo, allora non solo non esisteranno divisioni, rivalità, scismi e fratture, ma il corpo della Chiesa crescerà armoniosamente e il popolo di Dio svolgerà con efficacia la propria missione profetica” (S. A. Panimolle).

Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Padre, tu hai mandato il Cristo, re e profeta, ad annunziare ai poveri il lieto messaggio del tuo regno, fa che la sua parola che oggi risuona nella Chiesa, ci edifichi in un corpo solo e ci renda strumento di liberazione e di salvezza. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

****

La parola di Dio si compie oggi (www.maranatha.it)

Ogni pagina del vangelo non è parola morta ma viva che Dio dice a noi e deve realizzarsi oggi. Il Vangelo non racconta solo la vita di Gesù, ma anche la mia vita. Il Vangelo ci contiene, ci coinvolge. Per questo la liturgia della Parola non è una semplice lezione morale, né l’affermazione della speranza escatologica tenuta desta dai profeti; essa proclama l’adempimento del disegno del Padre nell’oggi della vita e dell’assemblea.
Non si contempla qui un passato tramontato, né si sogna un avvenire straordinario, ma si vive il tempo presente come luogo privilegiato della venuta del Signore. Quindi non si cerca di applicare questo o quell’altro testo ispirato agli avvenimenti vissuti dai membri dell’assemblea, ma di indicare che l’evento vissuto oggi dagli uomini e dai cristiani rivela il disegno di Dio che si realizza in Cristo.
Antico e Nuovo Testamento vengono resi attuali, vicini, se non si rimane attaccati alla lettera morta. In ogni pagina scopriremo presto o tardi di poter dire: «Qui si parla di noi. Io sono Adamo. Noi siamo gli apostoli sul mare. Noi ci troviamo precisamente come Gesù sulla via del Calvario e della risurrezione. In tal modo, mediante la parola di Dio, noi veniamo lentamente a scoprire qual è la nostra vita agli occhi di lui, vale a dire nella sua dimensione profonda...».
La parola che viene da Dio, di Dio possiede la potenza e l’efficacia. Essa interroga, provoca, consola, crea comunione e salva, sia pure in modo diverso, secondo i momenti e le forme; ogni atto di predicazione è glorificazione di Dio ed evento per l’uomo.


5 Febbraio 2017

Il pensiero del giorno


Gv 2,1: Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù.

Il miracolo compiuto da Gesù alle nozze di Cana è strettamente legato alla iniziativa e alla mediazione di sua Madre. Una iniziativa e una mediazione che continua senza soste nella vita della Chiesa, la sposa del Cristo.
La Vergine Maria, la “piena di grazia” (Lc 1,28), che ne è colma per il dono dello Spirito Santo, fa traboccare dal suo cuore di Madre nel cuore dei suoi figli la grazia della fede, della speranza, della carità.
La santissima Trinità per beneplacito (cfr. LG 60) ha voluto la Vergine Maria «onnipotente per grazia» (Beato Bartolo Longo), cioè ha deciso che il suo cuore di Madre diventasse per il genere umano fonte di ogni grazia.
La mediazione di Maria, Madre di Dio, va intesa come provvidenza d’amore: di intercessione e di perdono, di protezione e di grazia, di riconciliazione e di pace  e quindi la «funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia. Ogni salutare influsso della beata Vergine verso gli uomini non nasce da una necessità oggettiva, ma da una disposizione puramente gratuita di Dio, e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo; pertanto si fonda sulla mediazione di questi, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia, e non impedisce minimamente l’unione immediata dei credenti con Cristo, anzi la facilita» (LG 60; cfr. Prefazio Messe Beata Vergine Maria, Maria Vergine Madre e Mediatrice di grazia).
La mediazione universale fa parte della missione materna di Maria SS. verso il genere umano.
L’Immacolata è la Mediatrice di tutte le grazie presso Gesù, unico Mediatore fra Dio e l’uomo.
Ella, come Madre nostra, intercede sempre in nostro favore, anche quando noi non ricorriamo esplicitamente e direttamente a Lei. Per questo, oltre che Madre nostra, è anche la “Madre della divina grazia” e tutte le grazie che gli uomini ricevono, tutte, senza eccezione, vengono dal suo Cuore, passano per le sue mani.
Il Papa Pio IX scrisse che la Madonna, con la Sua dignità di Madre e Regina, stando alla destra di Gesù «ottiene ciò che domanda, né può restare inesaudita».
Maria è stata da Dio elevata a questo ufficio di Tesoriera di tutte le grazie perché con le sue sofferenze è stata da Dio associata a Gesù per salvare gli uomini. La mediazione di Maria va colta in questo disegno divino: Dio l’ha voluta socia Christi,  Corredentrice del genere umano.
Afferma S. Pio X nell’Enciclica “Ad diem illum” del 2 febbraio 1904: «Da questa comunione di dolori e di volontà tra Cristo e Maria, meritò Ella di divenire degnissimamente la Riparatrice del mondo perduto, e quindi la Dispensatrice di tutti i doni che Gesù ci procurò con la morte e con il sangue». La Madonna quindi è Corredentrice e perciò stesso Mediatrice universale di tutte le grazie (cfr. LG 61). E soprattutto è Colei che procura all’uomo la grazia delle grazie, ossia la salvezza finale.
Alle nozze di Cana, Colei che ha trovato grazia presso Dio (cfr. Lc 1,30), si abbandona alla volontà del Figlio, sicura di non restare delusa. Piena di fede, certa di avere già ottenuto quanto aveva chiesto (cfr. Gc 1,6-8), senza attendere risposta, invita i servi ad «obbedire alla Parola del Figlio, così mostrandosi come madre dei fedeli, cioè di coloro che eseguono i comandi di Cristo; essa infatti vuol favorire l’accoglienza della rivelazione del Verbo incarnato. Maria, quindi, in questo episodio coopera alla nascita della fede nel cuore degli uomini, perciò è presentata realmente come la madre della chiesa» (S. A. Panimolle).
Alle nozze di Cana, Maria si svela anche Madre di tutti gli uomini e come Madre non permetterà mai che i suoi figli camminino per i sentieri della vita, a volte aspri, senza l’acqua della tenerezza e il pane della consolazione. Non lo permetterà perché la sua maternità, il suo amore materno, superano lo spazio, lo stesso tempo: Lei, assunta in Cielo in anima e corpo, incoronata Regina del Cielo e della terra, «con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni che ci assicurano la nostra salvezza eterna. Con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata» (LG 62).

Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Onnipotente Signore, che domini tutto il creato, rafforza la nostra fede e fa’ che ti riconosciamo presente in ogni avvenimento della vita e della storia, per affrontare serenamente ogni prova e camminare con Cristo verso la tua pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


Giovanni Paolo II (Tratto da: Catechesi, Mercoledì 26 Febbraio 1997)

1. Nell’episodio delle nozze di Cana, san Giovanni presenta il primo intervento di Maria nella vita pubblica di Gesù e pone in risalto la sua cooperazione alla missione del Figlio.
Fin dall’inizio del racconto l’evangelista avverte che «c’era la madre di Gesù» (Gv 2,1) e, quasi a voler suggerire che tale presenza sia all’origine dell’invito rivolto dagli sposi allo stesso Gesù ed ai suoi discepoli, aggiunge: «Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli» (Gv 2,2). Con tali notazioni Giovanni sembra indicare che a Cana, come nell’evento fondamentale dell’Incarnazione, Maria è colei che introduce il Salvatore.
Il significato ed il ruolo che assume la presenza della Vergine si manifesta quando viene a mancare il vino. Ella, da esperta ed avveduta donna di casa, se ne rende conto immediatamente ed interviene perché non venga meno la gioia di tutti e, in primo luogo, per soccorrere gli sposi in difficoltà.
Rivolgendosi a Gesù con le parole: «Non hanno più vino» (Gv 2,3), Maria gli esprime la sua preoccupazione per tale situazione, attendendone un intervento risolutore. Più precisamente, secondo alcuni esegeti, la Madre aspetta un segno straordinario, dal momento che Gesù non aveva del vino a disposizione.
La scelta di Maria, che avrebbe potuto forse procurare altrove il vino necessario, manifesta il coraggio della sua fede perché, fino a quel momento, Gesù non aveva operato alcun miracolo, né a Nazaret, né nella vita pubblica.
A Cana la Vergine mostra ancora una volta la sua totale disponibilità a Dio. Ella che nell’Annunciazione, credendo a Gesù prima di vederlo, aveva contribuito al prodigio del concepimento verginale, qui, fidando nel potere non ancora svelato di Gesù, provoca il suo «primo segno», la prodigiosa trasformazione dell’acqua in vino. In tal modo Ella precede nella fede i discepoli che, come riferisce Giovanni, crederanno dopo il miracolo: Gesù «manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Gv 2,11). Anzi, ottenendo il segno prodigioso, Maria offre un sostegno alla loro fede.
La risposta di Gesù alle parole di Maria: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2,4), esprime un apparente rifiuto, quasi mettendo alla prova la fede della Madre. Secondo un’interpretazione, Gesù dal momento in cui inizia la sua missione, sembra porre in discussione il naturale rapporto di figlio, chiamato in causa dalla madre. La frase, nella lingua parlata dell’ambiente, intende, infatti, sottolineare una distanza fra le persone, con l’esclusione della comunione di vita. Questa lontananza non elimina rispetto e stima; il termine «donna», con cui Egli si rivolge alla madre, è usato in un’accezione che ritornerà nei dialoghi con la Cananea (cf. Mt 15,28), con la Samaritana (cf. Gv 4,21), con l’adultera (cf. Gv 8,10) e con Maria Maddalena (cf. Gv 20,13), in contesti che manifestano un rapporto positivo di Gesù con le sue interlocutrici. Con l’espressione: «Che ho da fare con te, o donna?», Gesù intende porre la cooperazione di Maria sul piano della salvezza che, impegnando la sua fede e la sua speranza, chiede il superamento del suo ruolo naturale di madre.


4 Febbraio 2017

Il pensiero del giorno


Mt 14,30 Signore, salvami!


Matteo sta raccontando quando Gesù, camminando sulle acque, va incontro ai suoi discepoli (Mt 14,22-33). La pericope fa seguito alla prima moltiplicazione dei pani (Mt 14,13-21), e appartiene alla sezione narrativa della parte che l’evangelista Matteo dedica alla Chiesa (13,53-18,35). Questa collocazione ci offre la chiave di lettura del brano evangelico. Gesù è solo sul monte a pregare, ma le indicazioni geografiche hanno forse una funzione teologica: la preghiera di Gesù oltre a manifestare il suo essere sempre in comunione col Padre è preludio di qualche avvenimento importante. Subito dopo l’attenzione si sposta sulla barca di Pietro nella quale la tradizione cristiana unanimemente vi vede l’immagine della Chiesa.
Una barca distante qualche miglio da terra ed agitata dalle onde, a causa del vento contrario.
In questa scena, in un contesto di tempesta e di paura, emerge la figura di Pietro il quale chiede di andare incontro al Maestro camminando sulle acque. Il dialogo che intercorre tra Simone e Gesù indica ai discepoli il cammino necessario per conseguire la fede. Dal dubbio, se sei tu, con la catastrofica conseguenza di fare naufragio, occorre passare alla fede sic et simpliciter, confidando unicamente nella potenza della parola di Dio. Solo questa fede permette di andare verso Gesù provocando l’immediato intervento del Signore.
Il titolo di Signore (Kyrios), che troviamo sulle labbra di Pietro, è il più idoneo ad esprimere la fede della Chiesa in Gesù e nella sua origine divina.
Tornata la calma nella barca di Pietro, la Chiesa di Cristo, si svolge una specie di liturgia: i discepoli si prostrano dinanzi al Signore confessando la loro fede: Tu sei veramente il Figlio di Dio!
Gesù risorto è sempre presente nella sua Chiesa e se i marosi sembrano far affondare la barca di Pietro occorre continuare, nonostante tutto, ad avere fiducia nella potenza della sua parola, la quale tacitando la tempesta, fa ritornare la calma e rende possibile la prosecuzione della navigazione.
Così l’episodio illumina la vita cristiana fatta a volte anche di affondamenti. Tutti i giorni, quando si celebra l’Eucarestia, la presenza del Risorto si fa accessibile al credente nel mistero del sacramento dell’Eucaristia. Solo la fede di Pietro può far cogliere ai nostri cuori questa presenza viva.

Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Onnipotente Signore, che domini tutto il creato, rafforza la nostra fede e fa’ che ti riconosciamo presente in ogni avvenimento della vita e della storia, per affrontare serenamente ogni prova e camminare con Cristo verso la tua pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

****

“Dio è con noi: è vicino e assiste la sua Chiesa. Dio viene incontro all’uomo specialmente nei momenti di necessità, quando questi lo invoca con fede. Il Dio dei profeti e di Gesù è colui che prende le difese dei poveri e dei deboli, e che delude le speranze di coloro che vogliono disporre della sua potenza. Egli non è nei fenomeni naturali grandiosi e violenti: vento, terremoto, fuoco; ma nel soffio leggero della brezza, quasi a significare la spiritualità e l’intimità delle manifestazioni di Dio all’uomo.
La comunità cristiana vive un’esistenza travagliata dalle ostilità delle forze avverse, che si manifestano nelle persecuzioni e nelle difficoltà esterne ed interne. Con le sue sole forze essa non giungerebbe al termine del suo cammino. Ma Gesù risorto è presente in mezzo ai suoi: anche se invisibile, egli li assiste.
La Chiesa rivive, così, l’esperienza del pellegrinaggio dell’Esodo. La fede sua, come quella di Pietro, è messa a dura prova, ma la mano di Gesù che salva dal baratro non cessa mai di stendersi. Gesù offre dunque alla sua Chiesa la vittoria sulle forze del male e la sicurezza nelle prove, ma richiede come condizione essenziale una fiducia senza tentennamenti.
Solo la fede è vittoriosa, la fede del cristiano che marcia incontro al Signore risorto, nel mezzo della tempesta. Una fede che qualche volta, come quella di Pietro, spinge ad andar lontano, a lasciare le tranquille sicurezze della terraferma per andare al largo.” (http://www.maranatha.it).


3 Febbraio 2017

Il pensiero del giorno


Mt 13,25: Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò.

«Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! [...]. Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti. Abbi pietà della tua Chiesa: anche all’interno di essa» (Joseph Ratzinger, Via Crucis, Venerdì Santo 2005).
Le parole dell’illustre porporato, oggi papa emerito Benedetto XVI, suggeriscono che lo scandalo di una Chiesa peccatrice, lontana dall’ideale evangelico della purezza, della santità non deve turbare il cuore dei credenti. È quasi un dato di fatto. Essendo costituita di uomini e vivendo nel mondo, la Chiesa è semper convertenda e semper reformanda.
Alcuni cristiani vorrebbero ricorrere a mezzi violenti e sbrigativi: tagliare la testa agli infedeli, scomunicare i membri non allineati, bruciare sul rogo gli eretici, gettare con violenza le istanze del Vangelo in faccia a cristiani e non cristiani con il diktat dell’aut-aut, o con me o contro di me.
Alla base di questi atteggiamenti c’è una distorsione. È l’arroganza di imporre un Dio frutto di una fantasia molto personalistica e anche malata: un Dio geloso degli uomini, pronto a scagliare i suoi fulmini; quindi un Dio gretto, meschino, non il Padre misericordioso. Un Dio simile non può che generare sfiducia, paura e incertezze.
Ma vi è il rischio di passare dall’intolleranza al buonismo. Alla politica della pacca sulle spalle. Il Vangelo non ci suggerisce una accettazione passiva degli eventi e neppure una qualunquistica bonomia, ma un atteggiamento positivo, costruttivo, che richiede anche pazienza e rispetto dei tempi di crescita. Dolcezza e misericordia che esigono il deciso abbandono di una vita peccaminosa, la riparazione e la conversione, «senza la quale non si può entrare nel regno» (Catechismo della Chiesa Cattolica 545).
Se l’annuncio non richiedesse scelte esigenti, pur rispettando i personali tempi di crescita, si lascerebbe il peccatore nel suo peccato e in un infantilismo peggiore dello stesso peccato. Sarebbe bello una Chiesa senza penitenza, senza inferno, senza ascesi, senza diavoli, senza peccato, senza mortificazioni e senza conversione. Ma il regno di Dio non è la terra di Bengodi!
Se la Chiesa, istruita dallo Spirito Santo e facendo suo il progetto di Dio, concede a tutti gli uomini, con longanimità e pazienza, la possibilità di pentirsi dei peccati, lo fa perché l’uomo si decida a convertirsi immantinente. E tutti gli uomini, anche i discepoli del Cristo, hanno bisogno di convertirsi e fare penitenza. Infatti, come ci suggerisce il Catechismo della Chiesa Cattolica (827), tutti «i membri della Chiesa, compresi i suoi ministri, devono riconoscersi peccatori. In tutti sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora mescolata al buon grano del Vangelo. La Chiesa raduna dunque peccatori raggiunti dalla salvezza di Cristo, ma sempre in via di santificazione: “La Chiesa è santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l’irradiazione della sua santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui peraltro ha il potere di guarire i suoi figli con il sangue di Cristo e il dono dello Spirito Santo” ».
La santità è solo alla conclusione del Regno sulla terra: «Prima della fine non chiamare nessuno beato; un uomo si conosce veramente alla fine» (cfr. Sir 11,28). E prima della fine c’è il sudore della conquista, la spossatezza della vigilanza, la carità della pazienza e il fuoco della missione.

Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene, perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


 2 Febbraio 2017

Il pensiero del giorno


Mt 13,24-30: In quel tempo, Gesù espose alla folla una parabola: «Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio».


Per calmierare l’impazienza di alcuni che avrebbero voluto che giustizia fosse fatta subito, Gesù rivela che il giudizio sarà soltanto alla fine dei tempi al momento del suo ritorno quando Egli verrà come Giudice e Salvatore. Soltanto allora il buon grano sarà separato dalla zizzania.
Per il popolo d’Israele l’esistenza umana si compiva sulla terra. Dopo la morte, tutti attendevano una sorte uguale nello Sheol, il regno dei morti.
La fedeltà all’alleanza del Sinai garantiva già nella vita terrena la felicità, il benessere, la prosperità, una vita lunga (Gen 25,28; 35,29; Gb 42,17); al contrario, la disobbedienza portava la povertà, l’infelicità, la malattia e una morte prematura.
Questo schema di remunerazione che univa sanzione e ricompensa alla durata e qualità dell’esistenza corporale sulla terra, era spesso in contraddizione con l’esperienza: «Tu sei troppo giusto, Signore, perché io possa contendere con te, ma vorrei solo rivolgerti una parola sulla giustizia. Perché la via degli empi prospera? Perché tutti i traditori sono tranquilli?» (Ger 12,1).
Anche il libro di Giobbe si porrà questi interrogativi, ma saranno domande senza risposte: le domande di Giobbe sulla giustizia restano senza risposta perché egli «ha capito che Dio non ha da render conto e che la sua sapienza può dare un significato impensabile a realtà come la sofferenza e la morte» (Bibbia di Gerusalemme).
Ma sarà l’ellenismo a influenzare il pensiero veterotestamentario facendogli mutare decisamente rotta. Facendo conoscere una differenziazione più precisa fra l’anima e il corpo farà nascere la convinzione che anche dopo la morte c’è la possibilità di perpetuare lo stato di felicità o di castigo.
Il libro della Sapienza è una evidente testimonianza di questo cambiamento in un’epoca anteriore a Cristo. Ma sopra tutto sarà il secondo Libro dei Maccabei, per esempio il martirio dei sette fratelli (2Mac 7,1ss), ad enunciare palesemente una ricompensa ultramondana per i giusti e un castigo eterno, dopo la morte, per gli empi. Il Nuovo Testamento non farà che ampliare e completare questa comprensione del giudizio di Dio dopo la vita terrena, subito dopo la morte, e nel giorno del giudizio universale quando Cristo, alla fine del mondo, tornerà sulla terra per risuscitare i morti, giudicare i vivi e i morti e stabilire definitivamente il Regno di Dio. Gesù ha nascosto ai suoi discepoli il giorno e l’ora del suo ritorno sulla terra. Paolo, riprendendo l’insegnamento del Cristo, avverte che arriverà all’improvviso, come un ladro in piena notte. Per questo motivo è necessario vigilare (1Cor 16,13).
Per san Pietro la memoria del giudizio è un invito per il cristiano a vivere nel timore (1Pt 1,17).
Sarà invece Matteo, con grande maestria pittorica, ad affrescare il giudizio universale (cap. 25,1ss) fondendo «le classiche presentazioni del giudizio divino con quella che è la novità del Nuovo Testamento: la centralità di Cristo e la sua missione universale per tutti gli uomini» (MARCO BARBERO, Giudizio di Dio).
Gli uomini saranno giudicati per la pratica delle opere di misericordia spirituale e corporale. La novità sta nel fatto che «sotto “i più piccoli di questi miei fratelli” si nasconde Gesù stesso. La persona di Cristo diviene così il confronto decisivo per il giudizio. Ogni uomo è giudicato, fondamentalmente, per il suo atteggiamento verso Gesù» (MARCO BARBERO, Giudizio di Dio). Anche Giacomo, in sintonia con il Vangelo di Matteo, dirà che «il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia» (Gc 3,17).
Ma nonostante la conoscenza di queste cose, rimane il mistero della impenitenza finale di coloro che pur conoscendo il giudizio di Dio non solo continuano a vivere da traviati, ma anche approvano chi si comporta come loro (Rom 1,32).
Comunque il giudizio, nelle sue conseguenze positive o negative, non coglierà di sorpresa l’uomo perché con l’incarnazione di Gesù è già iniziato il processo tra Cristo e il mondo: «Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio» (Gv 3,17-18).

Siamo arrivati al termine. Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene, perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli. Per il nostro Signore Gesù Cristo...