9 Maggio 2020
Sabato IV Settimana di Pasqua
At 13,44-52; Sal 97; Gv 14,7-14
Colletta: Dio onnipotente ed eterno, rendi sempre operante in noi il mistero della Pasqua, perché, nati a nuova vita nel Battesimo, con la tua protezione possiamo portare molto frutto e giungere alla pienezza della gioia eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
Misericordiae Vultus: 1. Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi. Essa è divenuta viva, visibile e ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazareth. Il Padre, «ricco di misericordia» (Ef 2,4), dopo aver rivelato il suo nome a Mosè come «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34,6), non ha cessato di far conoscere in vari modi e in tanti momenti della storia la sua natura divina. Nella «pienezza del tempo» (Gal 4,4), quando tutto era disposto secondo il suo piano di salvezza, Egli mandò suo Figlio nato dalla Vergine Maria per rivelare a noi in modo definitivo il suo amore. Chi vede Lui vede il Padre (cfr Gv 14,9). Gesù di Nazareth con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona rivela la misericordia di Dio.
2. Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato.
Dal Vangelo secondo Giovanni 14,7-14: In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.
Bibbia di Navarra: Prima di lasciare questo mondo, il Signore promette agli apostoli che li renderà partecipi dei propri poteri, affinché la salvezza di Dio possa manifestarsi per mezzo loro. Le opere che attueranno sono i miracoli compiuti nel nome di Gesù Cristo (cfr. At 3,1-10; 5,15-16; e altri luoghi), ma soprattutto la conversione degli uomini alla fede cristiana e la loro santificazione, mediante la predicazione e l’amministrazione dei sacramenti. Tali opere si possono ritenere più grandi di quelle compiute da Gesù in quanto che, grazie al ministero degli apostoli, il vangelo sarà predicato non solo in tutta la Palestina, ma si diffonderà fino agli estremi confini della terra; e tuttavia, questa singolare efficacia della parola apostolica deriva da Gesù Cristo asceso al Padre: dopo essere passato attraverso l’umiliazione della Croce, Gesù è stato reso glorioso e dal cielo manifesta la sua potenza agendo per mezzo degli apostoli. Il potere degli apostoli promana, dunque, da Cristo glorificato. Il Signore esprime questa realtà con le parole: «Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò...». «Non potrà essere più grande di me chi crede in me, ma allora sarò io che farò cose più grandi di quanto ho fatto ora. Per mezzo di chi crede in me, farò cose più grandi di quelle che ho fatto da me senza di lui» (Agostino In Ioannis Evang. tractatus, 72,1).
Gesù Cristo è nostro intercessore in cielo, e pertanto ci promette che qualunque cosa chiederemo nel nome suo, egli la farà. Chiedere nel nome suo (cfr Gv 15,7.16; 16,23-24) significa fare appello al potere di Cristo risorto, credendo che egli è onnipotente e misericordioso perché è vero Dio; così come significa impetrare ciò che giova ai fini della nostra salvezza, perché Cristo Gesù è il nostro Salvatore. Pertanto le parole “qualunque cosa chiederete” sottintendono che l’oggetto delle petizioni debba essere il bene di colui che chiede. Quando il Signore non ci concede quello che gli chiediamo vuol dire che ciò non è congruo alla nostra salvezza. Di maniera che Cristo si rivela sempre Salvatore, sia che ci neghi le cose che gli chiediamo sia che ce le conceda.
Signore, mostraci il Padre e ci basta - Henri van den Bussche (Giovanni): Filippo, nel suo entusiasmo un po’ puerile, ha afferrato qualcosa. Si prepara una teofania, una apparizione grandiosa della divinità, simile a quelle che contemplarono un tempo Mosè sul Sinai ed Elia sull’Horeb o Isaia nel Tempio (Is. 6). Ogni giudeo aspirava a beneficiare di questo favore divino, tuttavia non senza apprensione, perché si diceva che esso comportava un pericolo di morte. Il desiderio di questo spettacolo rende il discepolo impaziente.
Il Signore deve avere accolto questa sua preghiera scuotendo il capo. Avrebbe dunque fatto discendere il Padre dal cielo per offrir loro tale spettacolo? Nessuno ha mai veduto Dio (1,18; 6,46); anzi nessuno può vedere Dio, se non nel Cristo. Filippo attende una manifestazione teatrale di Dio in qualche posto, sulle nubi, mentre Dio-nel-Cristo è davanti a lui. Dio non si manifesta più nel tuono e nei lampi, né appare in visioni, ormai è nell’aspetto umano del Cristo che egli si rivela, del Cristo che presto sarà circondato dallo splendore della gloria. La gloria che Isaia aveva contemplato nel Tempio era soltanto la prefigurazione lontana della rivelazione di Dio nel Figlio (Is. 6,1; Gv. 12,41). I giudei si appellano agli eroi della loro stirpe che udirono la voce di Dio e contemplarono il suo Volto, ma non ne sussiste più per essi né un’eco né un riflesso, nonostante la loro conoscenza delle Scritture, perché le rivelazioni preparatorie di Dio nell’Antico Testamento non avevano altro scopo che di condurli all’ultimo Messaggero della rivelazione divina, al Cristo (5,37-38). Tutta la rivelazione di Dio nell’Antico Testamento non ha senso se non in vista della Parola, e da quando questa Parola si è fatta carne (1,14), Dio non è più accessibile se non in Gesù. Tutti i santuari cessano dalla loro funzione, quello di Gerusalemme come quello dei Samaritani sul Garizim; uno solo sussiste, un luogo unico di incontro con Dio, nella persona del Figlio suo (4,21-24; 2,13-22). Chiunque possiede la vera pietà arriva alla Luce-Gesù (3,21), e chiunque si apre al soffio del Padre ricevendo il suo insegnamento viene a Gesù (6,45). Non esiste nessuna via di accesso al Padre all’infuori del Figlio.
E come dici tu, Filippo: mostraci il Padre? Domandando una manifestazione sensibile del Padre al di fuori di Gesù, Filippo dimostra di non aver conosciuto, di non aver compreso il Maestro. Perché vederlo, contemplarlo, è vedere in lui il, Padre, come credere in lui, è credere in colui che lo ha mandato (12,44-45). Padre e Figlio sono inseparabili: il Figlio ha la sua più profonda essenza nel Padre, e questi si nasconde dietro il Figlio, abita nel Figlio, parla e agisce attraverso il Figlio. Se Filippo non può crederlo sulla parola, creda almeno a motivo delle sue opere, dei suoi miracoli (10,25.37.38)! Quante volte Gesù lo ha dovuto ripetere! Le parole e le opere di Gesù sono le parole e le opere del Padre. La sua unità col Padre nell’agire suppone l’unità nell’essere. Se Gesù è in accordo costante col Padre, è perché è essenzialmente uno con lui.
Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?: Queste parole di Gesù rivolte a Filippo, sono rivolte anche a noi che pur incontrando Gesù nel mistero della Eucarestia, nella liturgia, nell’assemblea eucaristica, spesso dubitiamo, o fatichiamo a credere.
Sembra che il dubbio sia il nostro pane quotidiano: “Non abbiamo dubitato, qualche volta, anche dell’amore dei nostri famigliari, forse dell’amore della nostra mamma? Certamente, qualche volta, avete dubitato dell’amore di vostra moglie o dell’amore di vostro marito o dell’amore dei vostri figlioli. La fatica di credere nell’amore! Ebbene il Signore ci recupera all’amore, ci aiuta a credere nell’amore” (Don Primo Mazzolari, Il Signore ci recupera all’amore, 26 marzo 1959).
E così anche in casa degli Apostoli, il dubbio non era una pianta ornamentale nel campo degli Apostoli, ma un albero con robuste e profonde radici. Gesù era risorto, era apparso a Simone, a Maria Maddalena, a più di cinquecento discepoli (Cf. 1Cor 15,6), era apparso agli Undici, aveva mangiato con loro .... ma alcuni però continuavano a dubitare (Mt 28,16-17). Quello degli Apostoli, era un campo infruttuoso perché non cresceva il bel fiore della fede, ma la gramigna dell’incredulità. Eppure in questo campo infruttuoso, Gesù, vero Dio e vero uomo (Cf. Rom 9,5), pianta la tenda divina della sua Carne che sarà offerta «come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Rom 12,1) per la salvezza del mondo.
Ad uomini arsi dal fuoco del dubbio, Gesù rivela il suo volto e nel suo volto vediamo il volto del Padre rivolto verso di noi; nel suo volto trasfigurato dalla risurrezione, ora vediamo i tratti dell’Amore della Trinità: del Padre che ci ha tanto amato da donarci il suo Figlio unigenito (Cf. Gv 3,16); del Figlio che ci ha amati sino alla fine (Cf. Gv 13,1); dello Spirito Santo che ha effuso nei nostri cuori l’amore del Padre e del Figlio (Cf. Rom 5,5). Ad uomini increduli e paurosi, Gesù rivela il mistero della sua natura: «Io sono nel Padre e il Padre è in me» (Gv 14,11). E allo stesso tempo rivela loro un’esaltante missione. Come Gesù è nel Padre ed è il rivelatore perfetto del volto del Padre, così il discepolo, trovandosi in Gesù e nello stesso tempo nel Padre, è chiamato ad essere perfetto ostensorio del Padre e del Figlio: «Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato» perché riveli il volto glorioso del Padre (1Pt 2,9).
I cristiani hanno il compito di essere sacramento della presenza di Dio, nel suo profondo mistero trinitario. Ed è possibile soltanto se si identificano con Cristo Gesù (2Cor 3,18).
La Chiesa «è quel segno, quella realtà visibile, che Gesù ha lasciato sulla terra per continuare la sua missione di «mostrare il Padre»... Ogni uomo ha il diritto di rivolgersi alla Chiesa, come Filippo a Gesù «immagine di Dio invisibile», e chiederle: «Mostraci il Padre, e ci basta» ... «Ci basta, perché questo è il desiderio dell’uomo: vedere Dio ... ci basta, perché in questo sta la vita eterna» (Mons. Luigi Olgiati).
Quando, nei tempi antichi, Cicerone finiva di parlare, la folla applaudiva commentando: «Come ha parlato bene!», ma quando parlava Demostene, il popolo si alzava in piedi e gridava: «Mettiamoci in marcia». Così la nostra testimonianza al Signore attraverso le opere dev’essere tale, che tutti si sentano spinti a mettersi immediatamente in cammino per annunciare «a tutti i popoli» (Mt 28,19) il Vangelo dell’amore.
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli, e conoscerete la verità. (Gv 8,31-32)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
O Dio, che ci hai nutriti con questo sacramento,
ascolta la nostra umile preghiera:
il memoriale della Pasqua,
che Cristo tuo Figlio ci ha comandato di celebrare,
ci edifichi sempre nel vincolo della tua carità.
Per Cristo nostro Signore.
ascolta la nostra umile preghiera:
il memoriale della Pasqua,
che Cristo tuo Figlio ci ha comandato di celebrare,
ci edifichi sempre nel vincolo della tua carità.
Per Cristo nostro Signore.