7 Maggio 2020

Giovedì della IV Settimana di Pasqua

At 13,13-25; Sal 88; Gv 13,16-20

Colletta: O Dio grande e misericordioso, che nel Signore risorto riporti l’umanità alla speranza eterna, accresci in noi l’efficacia del mistero pasquale, con la forza di questo sacramento di salvezza. Per Cristo nostro Signore.

Amare col cuore di Cristo - Vita consecrata 75: «Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Mentre cenavano [...] si alzò da tavola [...] e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto» (Gv13,1-2.4-5). Nella lavanda dei piedi Gesù rivela la profondità dell’amore di Dio per l’uomo: in Lui Dio stesso si mette a servizio degli uomini! Egli rivela, al tempo stesso, il senso della vita cristiana e, a maggior ragione, della vita consacrata, che è vita d’amore oblativo, di concreto e generoso servizio. Ponendosi alla sequela del Figlio dell’uomo, che «non è venuto per essere servito, ma per servire» (Mt 20,28), la vita consacrata, almeno nei periodi migliori della sua lunga storia, s’è caratterizzata per questo «lavare i piedi», ossia per il servizio specialmente ai più poveri e ai più bisognosi. Se, da una parte, essa contempla il mistero sublime del Verbo nel seno del Padre (cfr Gv 1,1), dall’altra segue lo stesso Verbo che si fa carne (cfr Gv 1,14), si abbassa, si umilia per servire gli uomini. Le persone che seguono Cristo nella via dei consigli evangelici anche oggi intendono andare dove è andato Cristo e fare ciò che Egli ha fatto. Continuamente Egli chiama a sé nuovi discepoli, uomini e donne, per comunicare loro, mediante l’effusione dello Spirito (cfr Rm 5,5), l’agape divina, il suo modo d’amare, e per sospingerli così a servire gli altri nell’umile dono di sé, alieno da calcoli interessati. A Pietro, che estasiato dalla luce della Trasfigurazione esclama: «Signore, è bello per noi restare qui» (Mt 17,4), è rivolto l’invito a tornare sulle strade del mondo, per continuare a servire il Regno di Dio: «Scendi, Pietro; desideravi riposare sul monte: scendi; predica la Parola di Dio, insisti in ogni occasione opportuna e importuna, rimprovera, esorta, incoraggia usando tutta la tua pazienza e la tua capacità di insegnare. Lavora, affaticati molto, accetta anche sofferenze e supplizi, affinché, mediante il candore e la bellezza delle buone opere, tu possegga nella carità ciò che è simboleggiato nel candore delle vesti del Signore». Lo sguardo fisso sul volto del Signore non attenua nell’apostolo l’impegno per l’uomo; al contrario lo potenzia, dotandolo di una nuova capacità di incidere sulla storia, per liberarla da quanto la deturpa. La ricerca della divina bellezza spinge le persone consacrate a prendersi cura dell’immagine divina deformata nei volti di fratelli e sorelle, volti sfigurati dalla fame, volti delusi da promesse politiche, volti umiliati di chi vede disprezzata la propria cultura, volti spaventati dalla violenza quotidiana e indiscriminata, volti angustiati di minorenni, volti di donne offese e umiliate, volti stanchi di migranti senza degna accoglienza, volti di anziani senza le minime condizioni per una vita degna. La vita consacrata mostra così, con l’eloquenza delle opere, che la divina carità è fondamento e stimolo dell’amore gratuito ed operoso. Ne era ben convinto S. Vincenzo de’ Paoli quando indicava alle Figlie della Carità questo programma di vita: «Lo spirito della Compagnia consiste nel darsi a Dio per amare Nostro Signore e servirlo nella persona dei poveri materialmente e spiritualmente, nelle loro case e altrove, per istruire le povere giovanette, i bambini, in generale tutti coloro che la divina Provvidenza vi manda». Tra i diversi possibili ambiti della carità, certamente quello che a titolo speciale manifesta al mondo l’amore «sino alla fine» è, oggi, l’annuncio appassionato di Gesù Cristo a coloro che ancora non Lo conoscono, a coloro che L’hanno dimenticato e, in modo preferenziale, ai poveri.

Gesù si accomiata dai suoi amici (Gv 15,15) e vuole imprimere nei loro cuori il fuoco ardente della carità e del servizio umile e lo fa “lavando loro i piedi”, un servizio servile che colpisce immantinente il segno. Pietro protesta, mentre gli altri Apostoli, anche se non viene messo in evidenza la loro reazione, restano sgomenti, sopratutto per le parole profetiche che accompagnano la lavanda dei piedi. Nel brano di oggi è preannunciato il tradimento di Giuda, e quindi palesemente viene profetizzata la dolorosa passione che porterà alla morte del Figlio dell’uomo. Ma la morte di Gesù non sarà la somma di progetti delittuosi portati avanti dai suoi nemici, tutto deve accadere perché deve “compiersi la Scrittura”, e se da una parte porterà dolore e tristezza, dall’altra parte sarà dono di intelligenza per gli Apostoli, infatti, quando tutto sarà avvenuto essi conoscerà Gesù nel mistero della divinità e della umanità. Vi è anche sottolineato il mandato missionario: come il Padre ha mandato me, io mando voi: andranno sino agli estremi confini come Apostoli e come ostensori del Cristo: “chi accoglie colui che egli manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato”. Con questa affermazione, Gesù sottolinea l’intima unione che esiste tra i discepoli e il Maestro: se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione (Rm 6,5). L’accoglienza che viene riservata a un discepolo è accoglienza di Gesù stesso e di Dio.

Dal Vangelo secondo Giovanni 13,16-20: Dopo che ebbe lavato i piedi ai discepoli, Gesù] disse loro: «In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica. Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma deve compiersi la Scrittura: “Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno”. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io sono. In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».

Giuseppe Segalla (Giovanni): versetto16: È un detto, che si trova in forma simile anche nella tradizione sinottica: «Non c’è discepolo sopra il maestro né servo sopra il suo padrone» (Mt 10,24); «Non c’è discepolo sopra il maestro, ma ogni discepolo ben formato sarà come il maestro» (Lc 6,40). Come si vede, Gv è più vicino a Mt così anche in 13,20 è vicino a Mt 10,40. La introduzione e la formulazione è però indipendente e propria della tradizione giovannea.
versetto l7: siete beati se le mettete in pratica: è questa una delle due beatitudini (l’altra si trova in 20,29) che ricorrono nel IV vangelo. È in linea con l’insistenza, nei discorsi di addio, sulla osseranza dei comandamenti di Gesù e delle sue parole.
Versetto 18: Io conosco chi ho scelto: mentre sottolinea la primarietà della scelta e della chiamata, vuol affrontare anche il difficile problema della scelta fra i dodici del traditore Giuda Essa viene giustificata mediante il compimento della Scrittura; il Salmo 41,10. Parte di questa citazione senza introduzione si trova anche in Mc 14,18: «In verità vi dico qualcuno di voi mi tradirà, “colui che mangia con me” ha levato contro di me il suo calcagno». Nel medio Oriente questo gesto è segno di disprezzo.
versetto 19: Come il versetto precedente, anche questo ha carattere apologetico. La profezia del tradimento di Giuda deve aiutare a superare lo scandalo; che ha certo turbato profondamente già il gruppo apostolico. - crediate che io sono oggetto della fede è ancora la formula assoluta «io sono», già incontrata in 8,24.28.58. Orienta alla divinità di Cristo.
versetto 20: Un altro detto, come al v. 16, con introduzione solenne giovannea, che ha un parallelo nella tradizione sinottica, in Mt 10,40: «Colui che accoglie voi, accoglie me e colui che accoglie me, accoglie Colui che mi ha mandato». Nella traduzione italiana sembra molto più vicino di quello che non lo sia nell’originale greco, dove per «cogliere» e « andare» ci sono due verbi diversi in Gv e Mt. Si tratta quindi di uno stesso detto di Gesù, conservato in due tradizioni diverse e indipendenti. Abbiamo qui un buon esempio della diversità nella trasmissione di uno stesso detto di Gesù. Sia questo v. 20 che il v. 16 danno l’impressione di essere stati aggiunti posteriormente per affinità col tema del «mandato».

Il Maestro, modello da imitare - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Nel brano della lavanda dei piedi Gesù ci è presentato come il Maestro perfetto, perché insegna prima con l’esempio e poi con la parola. Il Cristo infatti, dopo aver prestato ai discepoli quest’umile servizio di amore (Gv 13 ,4ss), richiama alla loro attenzione la sua dignità di Maestro e di Signore, per invitarli con maggiore efficacia a imitare il suo esempio (Gv 13,13ss).
Luca nel prologo degli Atti afferma che nel suo vangelo ha narrato quanto Gesù ha fatto e insegnato fino al giorno della sua ascensione gloriosa (At 1,1s), perciò presenta il Signore come modello al quale ispirarsi. Paolo in diversi passi delle sue lettere esorta i suoi fedeli ad imitare il Cristo: essi debbono nutrire gli stessi sentimenti del Signore Gesù (Fil 2,5), facendosi imitatori di Dio, soprattutto nell’esercizio della carità (Ef 5,1s). In modo particolare gli sposi cristiani devono donarsi e amarsi profondamente, come il Cristo ha amato la chiesa sacrificando la sua vita per essa (Ef 5,25ss).
Nel quarto vangelo Gesù comanda ai discepoli di amarsi come egli li ha amati (Gv 13,34; 15,12), inoltre presenta la sua perfetta unione con il Padre come modello di unità per tutti i membri della chiesa (Gv 17,11.21s). Quindi il Cristo l’esemplare perfetto del discepolo. Per Giovanni, Gesù non è solo il Maestro in quanto rivela l’amore e la vita di Dio, comunicandoli al mondo, ma anche perché insegna con l’esempio e la parola come ci si deve comportare.

Dopo che ebbe lavato i piedi ai discepoli - Benedetto XVI (13 Aprile 2006): “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1): Dio ama la sua creatura, l’uomo; lo ama anche nella sua caduta e non lo abbandona a se stesso. Egli ama sino alla fine. Si spinge con il suo amore fino alla fine, fino all’estremo: scende giù dalla sua gloria divina. Depone le vesti della sua gloria divina e indossa le vesti dello schiavo. Scende giù fin nell’estrema bassezza della nostra caduta. Si inginocchia davanti a noi e ci rende il servizio dello schiavo; lava i nostri piedi sporchi, affinché noi diventiamo ammissibili alla mensa di Dio, affinché diventiamo degni di prendere posto alla sua tavola – una cosa che da noi stessi non potremmo né dovremmo mai fare. 
Dio non è un Dio lontano, troppo distante e troppo grande per occuparsi delle nostre bazzecole. Poiché Egli è grande, può interessarsi anche delle cose piccole. Poiché Egli è grande, l’anima dell’uomo, lo stesso uomo creato per l’amore eterno, non è una cosa piccola, ma è grande e degno del suo amore. La santità di Dio non è solo un potere incandescente, davanti al quale noi dobbiamo ritrarci atterriti; è potere d’amore e per questo è potere purificatore e risanante. 
Dio scende e diventa schiavo, ci lava i piedi affinché noi possiamo stare alla sua tavola. In questo si esprime tutto il mistero di Gesù Cristo. In questo diventa visibile che cosa significa redenzione. Il bagno nel quale ci lava è il suo amore pronto ad affrontare la morte. Solo l’amore ha quella forza purificante che ci toglie la nostra sporcizia e ci eleva alle altezze di Dio. Il bagno che ci purifica è Lui stesso che si dona totalmente a noi – fin nelle profondità della sua sofferenza e della sua morte. Continuamente Egli è questo amore che ci lava; nei sacramenti della purificazione - il battesimo e il sacramento della penitenza - Egli è continuamente inginocchiato davanti ai nostri piedi e ci rende il servizio da schiavo, il servizio della purificazione, ci fa capaci di Dio. Il suo amore è inesauribile, va veramente sino alla fine. 

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Gesù Cristo, testimone fedele, primogenito dei morti, tu ci hai amati e hai lavato i nostri peccati nel tuo sangue. (Ap 1,5)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio grande e misericordioso,
che nel Signore risorto
riporti l’umanità alla speranza eterna,
accresci in noi l’efficacia del mistero pasquale,
con la forza di questo sacramento di salvezza.
Per Cristo nostro Signore.