6 Maggio 2020

Mercoledì della IV Settimana di Pasqua

At 12,24-13.5; Sal 66 (67); Gv 12,44-50

Colletta: O Dio, vita dei tuoi fedeli, gloria degli umili, beatitudine dei giusti, ascolta la preghiera del tuo popolo, e sazia con l’abbondanza dei tuoi doni la sete di coloro che sperano nelle tue promesse. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Lumen fidei 30
 La connessione tra il vedere e l’ascoltare, come organi di conoscenza della fede, appare con la massima chiarezza nel Vangelo di Giovanni. Per il quarto Vangelo, credere è ascoltare e, allo stesso tempo, vedere. L’ascolto della fede avviene secondo la forma di conoscenza propria dell’amore: è un ascolto personale, che distingue la voce e riconosce quella del Buon Pastore (cfr Gv 10,3-5); un ascolto che richiede la sequela, come accade con i primi discepoli che, «sentendolo parlare così, seguirono Gesù» (Gv 1,37). D’altra parte, la fede è collegata anche alla visione. A volte, la visione dei segni di Gesù precede la fede, come con i giudei che, dopo la risurrezione di Lazzaro, «alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui» (Gv 11,45). Altre volte, è la fede che porta a una visione più profonda: «Se crederai, vedrai la gloria di Dio» (Gv 11,40). Alla fine, credere e vedere s’intrecciano: «Chi crede in me […] crede in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato» (Gv 12,44-45). Grazie a quest’unione con l’ascolto, il vedere diventa sequela di Cristo, e la fede appare come un cammino dello sguardo, in cui gli occhi si abituano a vedere in profondità. E così, il mattino di Pasqua, si passa da Giovanni che, ancora nel buio, davanti al sepolcro vuoto, “vide e credette” (Gv 20,8); a Maria Maddalena che, ormai, vede Gesù (cfr Gv 20,14) e vuole trattenerlo, ma è invitata a contemplarlo nel suo cammino verso il Padre; fino alla piena confessione della stessa Maddalena davanti ai discepoli: «Ho visto il Signore!» (Gv 20,18).
Come si arriva a questa sintesi tra l’udire e il vedere? Diventa possibile a partire dalla persona concreta di Gesù, che si vede e si ascolta. Egli è la Parola fatta carne, di cui abbiamo contemplato la gloria (cfr Gv 1,14). La luce della fede è quella di un Volto in cui si vede il Padre. Infatti, la verità che la fede coglie è, nel quarto Vangelo, la manifestazione del Padre nel Figlio, nella sua carne e nelle sue opere terrene, verità che si può definire come la “vita luminosa” di Gesù. Ciò significa che la conoscenza della fede non ci invita a guardare una verità puramente interiore. La verità che la fede ci dischiude è una verità centrata sull’incontro con Cristo, sulla contemplazione della sua vita, sulla percezione della sua presenza. In questo senso, san Tommaso d’Aquino parla dell’oculata fides degli Apostoli - fede che vede! - davanti alla visione corporea del Risorto. Hanno visto Gesù risorto con i loro occhi e hanno creduto, hanno, cioè, potuto penetrare nella profondità di quello che vedevano per confessare il Figlio di Dio, seduto alla destra del Padre.

Dal Vangelo secondo Giovanni 12,44-50: In quel tempo, Gesù esclamò: «Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».

I  versetti 44-50 chiudono il 12mo capitolo del Vangelo secondo Giovanni. Il brano lo si può dividere in tre parti. I - La risposta della fede: credere in colui che ha mandato Gesù, vedere in Gesù il Padre, accogliere Gesù luce del mondo e non rimanere nelle tenebre (versetti 44-46). II - L’incredulità pratica e la sua attuale condannata che avverrà nel giorno del giudizio universale (versetti 47-48). III - La salvezza o la dannazione dipende dalla accoglienza o dal rifiuto della parola di Gesù.
Chi crede in me… Gesù parla della fede nel Padre come ultimo termine della fede in lui, in Gesù, l’inviato, è presente il Padre, il mandante. Allo stesso modo chi vede Gesù vede il Padre, colui che lo ha mandato: “Un tema di grande attualità spirituale riguarda la mediazione del Cristo per giungere per giungere a Dio. Ora, in Gv 12,44s Gesù proclama che il suo discepolo si pone in diretto rapporto di fede con il Padre, anzi chi contempla lui contempla Dio, quindi attraverso l’umanità del Cristo il credente vive in comunione con il Padre celeste. Dopo l’incarnazione del Verbo, l’uomo non può fare a meno della mediazione del Signore Gesù per mettersi in relazione con Dio. Il Cristo è l’unica via per giungere al Padre (Gv 14,6). Chi vuole ignorare questa realtà, si pone fuori del piano salvifico divino e non potrà mai raggiungere il Padre. Dio può essere visto e sperimentato solo nel Figlio suo. Gesù è il mediatore in senso pieno, perché per mezzo suo è stata comunicata al mondo la salvezza e per mezzo suo l’uomo può giungere al Padre, la fonte primigenia della vita” (Salvatore Alberto Panimolle).
Gesù non è venuto per condannare il mondo ma per illuminarlo, è venuto come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre.
L’affermazione sono venuto nel mondo è molto cara a Giovanni, è un modo per esprimere la missione e la preesistenza del Verbo. Gesù non è venuto per condannare il mondo, il giudizio viene spostato nel “giorno del giudizio” e farà riferimento all’ascolto della Parola, e alla pratica della Parola, in modo particolare nell’esercizio della carità e dell’amore. In ultima analisi la salvezza o la condanna dipendono dalla parola di Gesù, e dalla sua accoglienza, una accoglienza che deve trasformarsi in conversione e prassi.

Per mezzo del Cristo nello Spirito Santo, gli uomini hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della natura divina - Dei Verbum 2: Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto. La profonda verità, poi, che questa Rivelazione manifesta su Dio e sulla salvezza degli uomini, risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione.

In Gesù si vede il Padre - Dei verbum 4: Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio « alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18). Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come «uomo agli uomini » [3], « parla le parole di Dio » (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna. L’economia cristiana dunque, in quanto è l’Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun’altra Rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cfr. 1 Tm 6,14 e Tt 2,13).

Gesù è il mediatore e la via della salvezza - Lumen gentium 14: Il santo Concilio si rivolge quindi prima di tutto ai fedeli cattolici. Esso, basandosi sulla sacra Scrittura e sulla tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza. Solo il Cristo, infatti, presente in mezzo a noi nel suo corpo che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza; ora egli stesso, inculcando espressamente la necessità della fede e del battesimo (cfr. Gv 3,5), ha nello stesso tempo confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano per il battesimo come per una porta. Perciò non possono salvarsi quegli uomini, i quali, pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria, non vorranno entrare in essa o in essa perseverare. Sono pienamente incorporati nella società della Chiesa quelli che, avendo lo Spirito di Cristo, accettano integralmente la sua organizzazione e tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti, e che inoltre, grazie ai legami costituiti dalla professione di fede, dai sacramenti, dal governo ecclesiastico e dalla comunione, sono uniti, nell’assemblea visibile della Chiesa, con il Cristo che la dirige mediante il sommo Pontefice e i vescovi. Non si salva, però, anche se incorporato alla Chiesa, colui che, non perseverando nella carità, rimane sì in seno alla Chiesa col «corpo», ma non col «cuore». Si ricordino bene tutti i figli della Chiesa che la loro privilegiata condizione non va ascritta ai loro meriti, ma ad una speciale grazia di Cristo; per cui, se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati.

Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del vangelo di Giovanni): In Gv 12,46 Gesù proclama di essere venuto nel mondo come luce, per liberare l’uomo dalle tenebre dell’incredulità, dell’egoismo e dell’odio. In realtà la creatura, che si sottrae all’amore di Dio, vive nell’oscurità del male e barcolla nella notte del peccato. La salvezza da questa situazione disperata è possibile solo per chi si apre alla luce del Verbo, che brilla nelle tenebre (Gv 1,5), per rischiarare la notte del mondo con la sua rivelazione salvifica (1Gv 2,8). L’uomo, per essere liberato dalla schiavitù del male, deve spalancare le porte del suo cuore alla parola del Figlio di Dio, deve accogliere il Verbo con la fede, aderendo vitalmente alla sua persona divina. In tal modo si è salvati dall’oppressione delle tenebre e si diventa figli di Dio (Gv 1,12; 1Gv 5,1); quindi si ottiene vita, libertà e salvezza (su questo tema, l’enciclica «Redemptor hominis», 12).
La salvezza dipende dall’accoglienza della Parola: Il brano di Gv 12,47ss contiene espressioni del Maestro che debbono far riflettere seriamente l’uomo sulle sue responsabilità dinanzi alla rivelazione del Cristo. Qui infatti Gesù proclama che la salvezza eterna o la condanna nel giudizio finale è la conseguenza del rapporto personale con la Parola: chi non custodisce le parole di Gesù e non le accoglie, nell’ultimo giorno sarà condannato alla rovina eterna. Quindi l’incredulo, teorico o pratico, ossia chi rigetta il Cristo e la sua rivelazione, si fabbrica la rovina con le proprie mani. Chi nella vita ignora il vangelo o si comporta come se Gesù non avesse mai manifestato la volontà di Dio, costui nel giudizio finale sarà condannato alla disperazione senza fine.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Io sono la luce del mondo, dice il Signore: chi segue me avrà la luce della vita. (Gv 8,12)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Assisti il tuo popolo, Dio onnipotente:
e poiché lo hai colmato della grazia
di questi santi misteri,
donagli di passare dalla nativa fragilità umana
alla vita nuova nel Cristo risorto.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.