3 Maggio 2020
IV Domenica di Pasqua
At 2,14.36-41; Sal 22 (23); 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10
Colletta: O Dio, nostro Padre, che nel tuo Figlio ci hai riaperto la porta della salvezza, infondi in noi la sapienza dello Spirito, perché fra le insidie del mondo sappiamo riconoscere la voce di Cristo, buon pastore, che ci dona l’abbondanza della vita. Egli è Dio, e vive e regna con te...
Prima Lettura At 2,14a.36-41 - Dio lo ha costituito Signore e Cristo: La prima lettura è la conclusione del discorso di Pietro tenuto il giorno di Pentecoste. La parola di Pietro è particolarmente efficace: toccando il cuore della folla, la dispone ad accogliere con gioia il dono della salvezza. Ritroviamo l’atmosfera degli inizi del Vangelo, quando Giovanni Battista invitava il popolo d’Israele alla conversione, alla penitenza, al battesimo (Cf. Lc 3,10).
Salmo Responsoriale 22 (23) - Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla: «I pagani sono divenuti i discepoli di Dio. Riconoscono il loro pastore, proclamano la loro unità con lui, esprimono la loro fierezza d’avere come pastore non un santo o lo stesso Mosè, ma il principe dei pastori, il maestro dei dottori, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza. Nulla mancherà loro, perché il Cristo onnipotente dona con generosità» (Cirillo Alessandrino).
Seconda Lettura 1Pt 2,20b-25: Siete stati ricondotti al pastore delle vostre anime: L’apostolo Pietro esorta gli schiavi a sopportare pazientemente la sofferenza, soprattutto quando è inflitta ingiustamente. Umanamente impossibile, è possibile se si tiene fisso lo sguardo su Gesù, il quale, per la salvezza degli uomini, «di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore» (Eb 12,2; Cf. Eb 12,3). Soffrire pazientemente è gradito a Dio e fa parte della vocazione cristiana: è l’unica via maestra che conduce il discepolo al possesso della gloria eterna.
Vangelo Gv 10,1-10 - Io sono la porta delle pecore: Gesù, con l’allegoria evangelica della «Porta delle pecore», si presenta anche come «il Pastore grande» (Eb 13,20) del popolo eletto e del mondo intero: «E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,16). Egli si rivolge alle guide spirituali del popolo eletto e contro di esse riprende le accuse che i profeti rivolgevano ai cattivi pastori i quali, pascendo se stessi, disperdevano il gregge loro affidato (Cf. Ez 34,2; Ger 23,1). Gesù è il buon pastore che le pecore seguono perché ne conoscono la voce come egli le conosce una ad una. L’immagine della porta è usata nella sacra Scrittura per designare l’accesso al mondo di Dio (Cf. Gen 28,17). Qui, affermando di essere la porta, Gesù dà all’immagine lo stesso significato positivo: passando attraverso di lui, e soltanto attraverso di lui, si accede alla salvezza, alla vita. Cristo Gesù è dunque il pastore-messia atteso dal popolo d’Israele, è «il pastore che finalmente redimerà il gregge di Iahvé e lo renderà giusto e santo agli occhi di Dio» (Giorgio Fornasari).
Dal Vangelo secondo Giovanni 10,1-10: In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Io sono la porta delle pecore - La similitudine della Porta delle pecore (Gv 10,1-10) segue il racconto del miracolo del cieco nato (Cf. Gv 9,1-41) e quindi fa ben intendere a chi è rivolta.
... chi non entra nel recinto... L’ovile, costruito in luogo soleggiato, era una costruzione bassa, ad arcate, con un recinto costituito quasi sempre da un muro a secco. Il pastore si sdraiava attraverso l’apertura e fungeva da porta per le pecore. A custodire il gregge era posto un guardiano per impedire ai ladri di rubare le pecore. Solo chi entrava dalla porta veniva riconosciuto dal guardiano e dalle pecore. Il vivere con le pecore «in un luogo isolato fa sì che crei un rapporto speciale tra il pastore e le pecore. I pastori conoscono talmente bene le loro pecore che queste rispondono istantaneamente alla loro voce. Il pastore chiama ogni pecora per nome, e il nome indica qualcosa del carattere e del modo di comportarsi della pecora» (Ralph Gower).
A questa intimità si riferisce Gesù quando dice di conoscere le sue pecore, per cui quando sono chiamate rispondono alla sua voce.
Il termine recinto (greco aulè) nella versione greca dei Settanta è usato per indicare il vestibolo del tempio. Forse, idealmente, Gesù vuole trasportare i suoi ascoltatori in questo luogo santo, tanto amato dal popolo eletto ed emblema e centro spirituale del giudaismo: così facendo, Gesù dà alle sue parole una valenza altamente pregnante di significato teologico-pastorale. Il recinto aveva una porta, o un cancello. Gesù è la porta per la quale entrano i veri pastori e dalla quale si esce per trovare il pascolo, cioè per essere salvi e per avere la vita in abbondanza. Applicando a sé l’immagine della porta, Gesù «esprime in maniera unitaria due fondamentali verità: da una parte, egli è mediatore della salvezza, via di accesso unica ai beni messianici; dall’altra, egli stesso è il nuovo Tempio, che si sostituisce definitivamente a quello vecchio materiale [Cf. Gv 2,13-22], cioè non più tramite ma luogo stesso in cui il nuovo Popolo trova la sua salvezza. Così si spiegano le promesse di una comunione piena e senza ostacoli tra Lui e i credenti [espressa mediante i termini contrari di entrare e di uscire], di pascolo e di nutrimento, anzi di vita data loro in abbondanza» (P. Adriano Schenker, o.p. - Rosario Scognamiglio, o.p.).
Gesù disse loro questa similitudine. Similitudine (paroimía) è un termine esclusivo di Giovanni, che ricorre ancora in 16,25.29, mentre i Sinottici parlano di parabola (parabolè), ma il senso è lo stesso. Gesù, palesemente, si rivolge ai farisei, guide cieche del popolo d’Israele: un duro rimprovero se la parabola è letta sopra tutto alla luce dei testi di Ez 34,1ss e di Zac 23,1-3.
In verità, in verità io vi dico... traslitterazione dell’ebraico amen e sta per certamente, veramente, sinceramente. Il suo uso dà autorevolezza al discorso. Gesù insegna con autorità (Cf. Lc 4,31) al contrario degli scribi (Cf. Mt 7,29) e dei profeti che usavano le parole “Dice il Signore”.
... io sono la porta delle pecore, questa affermazione riporta il lettore-credente a tutta una serie di analoghe affermazioni costruite con il verbo «Io sono», uniche nel discorrere giovanneo: il pane della vita (Gv 6,35.48.51), la luce del mondo (Gv 8,12), la risurrezione e la vita (Gv 11,25), la via, la verità e la vita (Gv 14,6), la vera vite (Gv 15,15). Queste affermazioni nelle menti occluse dei farisei avevano un effetto devastante. Gesù nei suoi insegnamenti si appropriava di questo attributo tipico di IAHWH (Cf. Es 3,14; Is 43,25) per manifestare la sua natura divina. Per le guide cieche d’Israele non poteva non essere che intollerabile e inaccettabile: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33). Scandalizzandosi e non accettando la rivelazione del Cristo, i farisei si pongono tra le fila di tutti coloro che sono venuti prima di lui, autodichiarandosi ladri e briganti. Chi si arroga il diritto di pascere le pecore di Dio rifiutando di passare dall’unica porta piomba nel mondo delle tenebre che, per così dire, è anteriore all’apparire di Cristo, luce del mondo. Vi è un solo modo per reggere legittimamente il gregge: bisogna passare per Gesù (Cf. Gv 21,15-17).
Io sono la porta... Gesù è la porta delle pecore: è l’unico mediatore della salvezza, «in nessun altro c’è salvezza» (Atti 4,12). Chi cerca «vita e felicità fuori e lungi dal Cristo, si illude: troverà solo amarezza e rovina. Chi si allontana dalla fonte d’acqua viva, si scava cisterne screpolate, incapaci di contenere acqua, o si abbevera ad acque limacciose e inquinate. Chi vuole conseguire la salvezza, servendosi di altri mediatori, giungerà alla perdizione. L’unico mediatore tra Dio e gli uomini è Gesù Cristo [1Tm 2,5]. Egli è l’unico salvatore del genere umano, il sigillo dell’amore del Padre per il mondo [Gv 3,16s; 1Gv 4,14-16]» (Salvatore A. Panimolle)
Alain Marchadour (Vangelo di Giovanni): Il versetto 6 precisa che si tratta di una parabola. Questa figura del linguaggio è un modo di comunicazione enigmatico e allusivo. Nel vangelo di Giovanni la parabola si contrappone al discorso esplicito: «Dicono i suoi discepoli: “Ecco che ora parli apertamente e non usi nessuna figura”» (16,29). Qui Gesù, attraverso questo insegnamento segreto ed enigmatico, vuole condurre i suoi ascoltatori verso una rivelazione .più piena e una rimessa in discussione. La parabola destabilizza l’ascoltatore, trascinandolo su un terreno inaspettato per renderlo, più ricettivo.
Essa può essere letta a un livello ordinario come un racconto ispirato alla vita quotidiana. Gesù contrappone il vero pastore (quello che entra per la porta, ossia la via normale) a quello che entra per effrazione come un ladro e un bandito., Poiché le greggi appartenevano a diversi proprietari, spettava ad’ ogni pastore farsi riconoscere dalle sue pecore attraverso la sua voce e i nomi con cui le chiamava.
Radicata nell’esperienza ordinaria, la parabola implica sempre un significato nascosto che si esprime in maniera velata nel contesto testuale e geografico, nelle parole a doppio senso. Nel capitolo 9, il cieco guarito poteva apparire come una pecora espulsa dal gregge d’Israele. La parabola permette di capire che egli fa parte di quel-
le pecore che hanno saputo riconoscere la voce di Gesù e mettersi alla sua. sequela.
L’immagine del gregge è familiare all’uomo biblico. Dio è il pastore che conduce il suo popolo nel deserto (Sal 79,13; 95,7; 100,3)., Per guidare questo popolo, egli si sceglie dei servi che, come Giosuè, «escano davanti a loro ed entrino davanti a loro, li facciano uscire e li facciano entrare, in modo che la comunità non sia come un gregge che non ha pastore» (Nm 27,17). In nome di Dio, Geremia denuncia i pastori «sperperatori e dissipatori del gregge del mio pascolo» (Ger 23,21-4). La parola greca tradotta con «le fa uscire»› si ritrova spesso nella Bibbia greca per descrivere l’uscita dall’Egitto (Es 3,10; 6,27; Lv 19,36). Non bisogna mai dimenticare che l’evangelista si rivolge a lettori provenienti per la maggior parte dal giudaismo e che hanno seguito Gesù in questo nuovo esodo.
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Io sono il buon pastore, dice il Signore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. (Gv 10,14)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Custodisci benigno, o Dio nostro Padre,
il gregge che hai redento con il sangue prezioso
del tuo Figlio, e guidalo ai pascoli eterni del cielo.
Per Cristo nostro Signore.
il gregge che hai redento con il sangue prezioso
del tuo Figlio, e guidalo ai pascoli eterni del cielo.
Per Cristo nostro Signore.