4 Maggio 2020
Lunedì IV Settimana di Pasqua
At 11,1-18; Salmo Responsoriale 41 e 42; Gv 10,11-18
Colletta: O Dio, che nell’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato il mondo dalla sua caduta, donaci la santa gioia pasquale, perché, liberi dall’oppressione della colpa, partecipiamo alla felicità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
Paolo VI (Omelia 26 Aprile 1978): Il Buon Pastore dà la vita per le sue pecorelle, per il suo gregge. È come dire: l’immagine della bontà si congiunge a quella d’un eroismo che si dona, si sacrifica, s’immola, per cui tale bontà si congiunge ad altezze e visioni dell’atto redentore, talmente elevate da lasciarci sorpresi e attoniti.
Dobbiamo avvicinarci a Gesù, così presentato dal Vangelo, e dobbiamo chiederci se davvero noi cristiani portiamo bene questo nome, se cioè abbiamo un esatto concetto del nostro Divin Salvatore. Certo: molte Vite sono state scritte di Lui; un diffuso catechismo lo concerne e lo presenta; e tante pagine del Vangelo ci sono familiari. Ma una sintesi, come dire?, fotografica, completa, di Lui, la possediamo? Abbiamo un giusto concetto di quel che Egli è stato? Orbene, la cara immagine evangelica e quasi arcadica, offertaci dallo stesso Divino Maestro, lascia riposare, in un incanto di amore, il nostro spirito, e lo dirige e l’aiuta nella ricerca di Dio.
Tutti Egli ci conosce e ci chiama. Che fa Gesù per attirarci e conquiderci in modo tanto sicuro? Egli ci conosce. Si pensi, quindi, quale prodigio ciò rappresenti. Siamo noti, chiamati uno ad uno, per nome, da Cristo: e in una forma completa, totale, cioè nel nostro essere, nella nostra persona, nei doni da Lui prodigatici, nei nostri desideri, nei nostri destini. Sono inseriti in questo Libro, che contiene le pagine della infinita bontà. Tutti siamo iscritti nell’elenco dei suoi: ciascuno può trovare se stesso nel Cuore di Cristo. Quale stupenda bellezza quella di rispecchiarsi in Gesù e di indovinare come Egli ci conosce! San Paolo lascia vedere tale stupenda realtà come una delle cose future: «Nunc cognosco ex parte; tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum» (1Cor. 13,12). Ora conosco in parte; allora poi conoscerò in quel modo stesso ond’io pure sono stato conosciuto. Ma già fin d’ora qualche cosa possiamo percepire, e così diventiamo un po’ diversi dalla ordinaria statura di uomini orgogliosi, o indifferenti o anche talvolta cattivi. Davanti a Gesù, che si denomina Buon Pastore, ci conosce e ci chiama per nome, vuole avvicinarci e ci guida assicurando di condurci ai pascoli della vera vita e agli alimenti necessari, oh come diventiamo un po’ migliori anche noi e come sentiamo, per via di amore e di elezione, l’energia nuova, divina, sostituire la nostra umana e tanto ribelle psicologia! In una parola, il divenire perfetti cristiani.
E ancora un’ulteriore nota che concerne e definisce il Buon Pastore. Gesù ha sofferto, è morto per noi. Il Buon Pastore ha dato la sua vita per salvare la nostra. Se qualcuno di noi ha avuto la sorte d’essere stato, in qualche pericolosa circostanza, liberato da una malattia, o d’essere risparmiato da una disgrazia per intervento e merito di qualcuno, che ha agito con disinteresse, persino con sacrificio, certamente avverte insopprimibile, perenne, il vincolo della gratitudine verso il benefattore. Adunque, per il Signore Gesù dobbiamo avere, e a titoli superlativi, l’atteggiamento, l’obbligo di una riconoscenza senza fine. Questa attitudine di ringraziamento illimitato dobbiamo sentirla verso Gesù. Egli ci ha salvato offrendo la sua vita per noi, dandola coscientemente, con inenarrabili sofferenze, mentre - lo dicono i Padri - Egli poteva dare la sua vita in una maniera più semplice e meno tormentosa. Ha voluto, invece, conferire al suo Sacrificio una evidenza dolorosa fino allo spasimo; ha voluto imprimere nelle nostre anime l’immagine sanguinante delle sue membra straziate per noi!
Gesù è il pastore atteso, promesso da Dio, pastore egli stesso del suo popolo (cfr. Ez 34,1). La conoscenza che le pecore hanno del pastore (cf Os 2,22), deriva non da un processo puramente intellettuale, ma da una «esperienza», da una presenza (cfr. Gv 14,17; 17,3; 2Gv 1,1-2); essa si effonde necessariamente in amore (cfr. Os 6,6 e 1Gv 1,3). Cristo Gesù ha la vita in se stesso (Gv 3,35) e nessuno gliela può togliere (Gv 7,30.44; 8,20; 10,39): egli la dà liberamente (Gv 10,18; 14,30; 19,11). È dalla contemplazione di questo gesto maestoso d’amore che nasce nelle pecore l’amore, la devozione e la fedeltà verso il loro buon pastore.
Dal Vangelo secondo Giovanni 10,11-18: In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
La porta delle pecore - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Oggi e domani viene letta la parabola del buon pastore. Questa parabola contiene varie immagini parziali: porta, pastore e pecore, che sono poi sviluppate in tappe successive: la porta (Gv 10,6-10), il pastore (vv. 11-18) e le pecore (vv. 26-30). Ma tutto indica una stessa idea: Gesù è il buon pastore, cioè la sua autorità e la sua missione sono autentiche e si realizzano nel servizio, fino al punto di dare la propria vita per la salvezza eterna delle sue pecore.
Gesù ha appena chiamato ciechi i farisei, in seguito alla guarigione del cieco dalla nascita che hanno poi cacciato dalla sinagoga. Egli continua con la parabola del buon pastore, che nella prima parte definisce chiaramente i farisei, più che guide religiose del popolo, «ladri e briganti» che non entrano dalla porta ma saltano dal muro di cinta.
La porta è la prima immagine che identifica il pastore autentico, il quale entra attraverso di essa; chiama ogni pecora per nome, le porta fuori e cammina davanti al gregge che lo segue fiducioso. Il ladro fa tutto il contrario: come il lupo entra nell’ovile solo per rubare, uccidere e distruggere.
L’immagine del buon pastore; penetrata tanto profondamente nella tradizione cristiana, ha un ampio sostrato biblico; La metafora del pastore e delle pecore è adoperata abbondantemente nell’Antico Testamento per riferirsi a Dio e al suo popolo, con estensione anche ai capi religioso-politici visti pastori del gregge. Un brano classico a questo proposito; che fa da sottofondo alla parabola del buon pastore è il capitolo 34 del profeta Ezechiele: Dio s’impegna a essere lui stesso il pastore del suo popolo, sfruttato dai cattivi pastori.
Nel testo evangelico di oggi Gesù comincia definendosi porta delle pecore. Egli è la porta che conduce alla vita e all’immortalità, aprendoci l’ingresso del paradiso perduto che dà l’accesso al Padre e al suo regno «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Io sono il buon pastore; l’espressione costituisce una affermazione a sé stante, la quale sarà ripresa e illustrata nei verss. 14-15. «Il buon pastore» (ὁ ποιμὴν ὁ καλός) è il pastore perfetto, che possiede i requisiti inerenti alla funzione del pastore. L’immagine del pastore è conosciuta da tutti i popoli; essa qui tuttavia non dipende dall’uso che ne ha fatto l’antichità classica, ma da quello che si ha nella rivelazione dell’Antico Testamento. Infatti qui Gesù si ricollega ad un’intera tradizione biblica, la quale presenta e parla di Dio (Jahweh) j come pastore del suo popolo (Israele); Dio stesso è pastore d’Israele (Genesi, 48,15-16; 49,24; Osea, 4,16; Michea, 7,14; Salmo 80 [79],2); egli libera e conduce il suo gregge (Isaia, 40,11; 63,11; Salmo 77 [76],21; 78 [77],52-53), lo punisce e lo disperde tra altri popoli (Salmo, 74 [73], k 44 [43],12,23), lo raduna e lo vigila amorevolmente (Michea, 2,12; 4,6-7; Sofonia, 3,19), gli dà come pastori uomini di sua scelta (2Samuele, 5,2; Geremia, 10,21; Isaia, 63,11; Salmo 78 [77],71-72 ecc.). Jahweh rimprovera e condanna i pastori infedeli del suo popolo (Geremia, 23,1-2; 50,17-18; Ezechiele, 34; Zaccaria, 11,4-5), egli predice al suo popolo afflitto e disperso che verrà il tempo in cui si ritroverà unito sotto il vincastro del buon pastore (Ezechiele, 34, 23-24; Michea, 5, 3). A tutta questa ricca documentazione biblica concernente il tema del pastore si riallacciano l’immagine del buon pastore e le applicazioni che Gesù ne fa nel testo giovanneo. Il Maestro, dichiarando di essere il buon pastore, viene implicitamente ad affermare che egli è il pastore preannunziato dall’Antico Testamento. Tuttavia, mentre nella rivelazione vetotestamentaria il tema del pastore è visto nel suo duplice aspetto di bontà e di severità, di tenerezza e di giustizia, nell’applicazione giovannea di tale tema viene messa in luce la bontà del pastore. Offre la propria vita per le pecore; «offre» (τίθησιν = pone la propria vita), invece di «dona» (δίδωσιν), come hanno alcuni manoscritti, seguiti dalla Volgata (animam suam dat...). «Offrire» indica la totale dedizione, compresa quella della vita, per le pecore; questa offerta risponde meglio al pensiero di Giovanni (10,15,17-18; 13,37-38; 15,13; 1Giov., 3,16; cf. Mc., 10,45). I verss. 11b-13 costituiscono una parabola.
Richard Gutzwiller (Meditazioni si Giovanni): Cristo parla del lupo che vuole sbranare il gregge, contro il quale il pastore impegna una dura lotta. Chi non è vero pastore prende la fuga dinanzi al lupo, perché pensa al proprio interesse e non al gregge che gli è stato affidato. Chi si è posto al seguito di Cristo sa che questi lo protegge non solamente dai lupi in veste umana, che vogliono «uccidere il suo corpo», ma anche da chi vuol rapirgli la vita eterna. Il lupo dal quale Cristo ci protegge è però specialmente il lupo infernale, di fronte al quale l’uomo si trova in una condizione di inferiorità. Anche la Chiesa universale sta sotto la protezione del Signore e tutto quel che si abbatte su di essa, tutto quel che la minaccia, non è mai più forte di Cristo, perciò la Chiesa è assicurata e fortificata interiormente.
La vittima. Il pastore dà la propria vita per le sue pecore. Cristo ha sacrificato agli uomini il suo tempo, le sue forze ed infine la sua vita. La vittima della croce si è immolata per tutti, Perciò S., Paolo scrive: «Mi ha amato e si è donato per me». Ciascuno di noi può e deve ripetere queste parole applicandole a se stesso, perché Cristo si è immolato personalmente per lui. Del pari, anche tutti coloro ai quali è stata affidata la salvezza altrui devono essere pronti a sacrificarsi per gli altri: il dono disinteressato di sé per gli altri è lo spirito di Cristo.
Per tutti. Non si tratta solo di un piccolo gregge, di pochi prescelti, previo abbandono o addirittura disprezzo degli altri. Il cristianesimo non è una società segreta: la chiamata è rivolta a tutti, la salvezza è fondamentalmente aperta a tutti. Nelle parole di Gesù c’è una sfumatura di inquietudine e di ansia: «Ed ho altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle bisogna che io guidi; e daranno ascolto alla mia voce, sicché si avrà un solo gregge ed un solo pastore». Pensa a tutti, conosce tutti, vuole difendere tutti e si immola per tutti. Su questa affermazione si profila l’universalità del regno di Dio.
La figura del «pastor bonus» ha una grande importanza soprattutto per coloro che sono detti «pastores ecclesiae». Proprio oggi, nell’epoca della partecipazione dei laici al lavoro apostolico, essa assume per tutti un significato che non è puramente passivo, consistente cioè nella coscienza di sentirsi protetti da Cristo, ma è anche attivo, ossia ci mostra il compito e la responsabilità che abbiamo nei confronti degli altri.
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Io sono il buon pastore, dice il Signore; conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. (Gv 10,14)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
O Padre, che ci hai nutriti
con il corpo e sangue del tuo Figlio,
donaci lo Spirito di carità,
perché diventiamo operatori della pace,
che il Cristo ci ha lasciato come suo dono.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
con il corpo e sangue del tuo Figlio,
donaci lo Spirito di carità,
perché diventiamo operatori della pace,
che il Cristo ci ha lasciato come suo dono.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.