28 Maggio 2020

Giovedì della Settima Settimana di Pasqua

At 22,30; 23,6-11; Sal 15 (16); Gv 17,20-26

Colletta: Venga, o Padre, il tuo Spirito e ci trasformi interiormente con i suoi doni; crei in noi un cuore nuovo, perché possiamo piacere a te e cooperare al tuo disegno di salvezza. Per il nostro Signore Gesù Cristo...  

Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti - Paolo VI (Omelia 30 Giugno 1968): Noi crediamo in Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli è il Verbo eterno, nato dal Padre prima di tutti i secoli, e al Padre consustanziale, homoousios to Patri (Dz-Sch. 150); e per mezzo di Lui tutto è stato fatto. Egli si è incarnato per opera dello Spirito nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo: eguale pertanto al Padre secondo la divinità, e inferiore al Padre secondo l’umanità (Cfr. Dz.-Sch. 76), ed Egli stesso uno, non per una qualche impossibile confusione delle nature ma per l’unità della persona (Cfr. Ibid.).
Egli ha dimorato in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità. Egli ha annunciato e instaurato il Regno di Dio, e in Sé ci ha fatto conoscere il Padre. Egli ci ha dato il suo Comandamento nuovo, di amarci gli uni gli altri com’Egli ci ha amato. Ci ha insegnato la via delle Beatitudini del Vangelo: povertà in spirito, mitezza, dolore sopportato nella pazienza, sete della giustizia, misericordia, purezza di cuore, volontà di pace, persecuzione sofferta per la giustizia. Egli ha patito sotto Ponzio Pilato, Agnello di Dio che porta sopra di sé i peccati del mondo, ed è morto per noi sulla Croce, salvandoci col suo Sangue Redentore. Egli è stato sepolto e, per suo proprio potere, è risolto nel terzo giorno, elevandoci con la sua Resurrezione alla partecipazione della vita divina, che è la vita della grazia. Egli è salito al Cielo, e verrà nuovamente, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, ciascuno secondo i propri meriti; sicché andranno alla vita eterna coloro che hanno risposto all’Amore e alla Misericordia di Dio, e andranno nel fuoco inestinguibile coloro che fino all’ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto.

Dal Vangelo secondo Giovanni 17,20-26: In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:] «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

Gesù prega per la Chiesa, il nuovo Israele, la comunità dei credenti riuniti dalla testimonianza degli Apostoli. Per la Chiesa Gesù chiede il dono dell’unità, cioè quella stessa comunione che lo unisce al Padre. Uniti a lui, i credenti saranno intimamente uniti al Padre, e uniti anche tra loro nell’amore. Ed è grazie a questo legame d’amore che la Chiesa sarà destinata a contemplare la gloria di Cristo e a parteciparvi. Questa è la mèta ultima dei credenti condividere, oltre la morte, la vita eterna del Padre e del Figlio. Dopo la liberazione dalla cattività egiziana e la rivelazione del Sinai, la gloria di Dio dimorava sopra il tabernacolo in mezzo a Israele (Es 40,34), ora questa gloria abita nella comunità dei credenti: Gesù è la gloria di Dio manifestata agli uomini in mezzo ai quali ha piantato la sua tenda (Gv 1,14).

E la gloria che tu hai dato a me… - Adolf Smitmans Stuttgart: Nel Nuovo Testamento il concetto di gloria mantiene un’importanza centrale; la gloria  di Dio si rivela in  Gesù Cristo. Anche dove apparentemente manca un contesto cristologico (per es. nei racconti dell’infanzia), il discorso della gloria di Dio è uno strumento letterario usato per illustrare il significato della storia di Gesù. La gloria di Dio in Gesù Cristo viene sperimentata originariamente nelle  apparizioni del Risorto. A partire di qui per gli evangelisti si rende comprensibile il suo svelamento, con carattere di segno, già nella vita terrena di Gesù, quale gloria del messia e Figlio dell’uomo ... Per la riflessione credente, l’intera esistenza di Gesù Cristo, a partire dall’incarnazione di Dio, è infine rivelazione della gloria di Dio. Come Dio con la sua gloria aveva preso tipologicamente dimora nella tenda santa dell’antica alleanza, così in Cristo la sua gloria ha piantato definitivamente la sua tenda fra gli uomini.
“E il Verbo si fece carne / e venne ad abitare in mezzo a noi; / e noi vedemmo la sila gloria, / gloria come di unigenito dal Padre” (Gv 1,14). Una teologia della gloria viene sviluppata, in maniera tutta propria, sia dal Vangelo di Giovanni che da Paolo. Secondo il Vangelo di Giovanni, Gesù Cristo nella sua missione rivela la gloria del Padre nel mondo. Contemporaneamente, però, rifulge la sua propria gloria che aveva in precedenza presso il Padre e che aveva ricevuto da lui. Orbene, le due gloria sono una sola: la gloria di Dio intravista da Isaia è già la gloria di Gesù (Gv 12,43). Nella incarnazione del Verbo essa si rivela entrando nel mondo; essa rifulge nei segni prodigiosi di Gesù (2,11); nella morte in croce, che è al tempo stesso, l’esaltazione di Gesù verso il Padre, essa giunge al suo compimento. La gloria di Gesù è dunque il tema centrale del Vangelo di Giovanni. Tuttavia l’interrogativo in relazione al modo in cui l’evangelista abbia pensato più da vicino questa rivelazione della gloria, non viene soddisfatto in maniera unitaria. Nella vita di Gesù la gloria era manifesta al punto da oscurare la sua umanità (l’evangelista correrebbe allora il pericolo di docetismo)? Contro ciò sta il fatto che l’ora della gloria di Gesù è soprattutto quella della sua morte - un’ora la cui gloria non è affatto evidente, ma riconoscibile soltanto nella fede; e così pure i segni sono pieni di gloria soltanto per colui che crede. Bisogna prendere molto sul serio il fatto che il Vangelo di Giovanni vuole presentare la gloria del Cristo a una comunità credente. Paolo parla della irradiante manifestazione della nuova alleanza. Egli annuncia ll’evangelo della gloria di Cristo che è la gloria di Dio sul volto di Gesù Cristo (2Cor 3 e 4). Questa gloria però - e questo è l’aspetto peculiare del suo annuncio - trasforma colui che la contempla con fede, cosicché il cristiano viene lui stesso trasformato in gloria per mezzo dello Spirito del Signore (2Cor 3,13).
Questo avviene già ora, ma come il cristiano attende ancora il compimento della “beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo” (Tt 2,13), così attende anche la manifestazione della gloria dei figli di Dio e, collegata a questa, quella della nuova creazione (Rm 8). Egli è predestinato a lodare la gloria della sua grazia che risplende nelle azioni salvifiche del Cristo (Ef 1,6), una lode che Giovanni, nell’Apocalisse, vedo compiuta nella liturgia celeste. L’unità della lode della comunità con quella della liturgia celeste è, nella nuova creazione, la loro risposta alla gloria manifesta di Dio e dell’agncllo.

Padre, voglio che quelli che mi hai dato … - Bibbia di Navarra: Cristo conclude la preghiera al Padre chiedendo la visione beatifica per tutti i cristiani. Il verbo usato dal Signore - “voglio” anziché “prego” - è indice che sta chiedendo la cosa più importante, coincidente con la volontà del Padre, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (cfr l Tm 2,4); è, in definitiva, la missione della Chiesa: la salvezza delle anime.
Fino a quando siamo in terra partecipiamo alla vita di Dio mediante la conoscenza (fede) e l’amore (carità); ma solamente nel cielo otterremo la pienezza della vita soprannaturale, contemplando Dio così come egli è (cfr l Gv 3,2), faccia a faccia (cfr 1Cor 13,9-12). Per questo la Chiesa è orientata verso l’eternità, è per sua natura escatologica; ciò vuoi dire che, possedendo in questo mondo tutti i mezzi per insegnare la vera dottrina, tributare a Dio il genuino culto e trasmettere la vita della grazia, la Chiesa mantiene viva la speranza nella pienezza della vita eterna: «La Chiesa, alla quale tutti siamo chiamati in Cristo Gesù e nella quale per mezzo della grazia acquistiamo la santità, non avrà il suo compimento se non nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose (cfr At 3,21), e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l’uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, avrà perfettamente ricapitolato in Cristo (cfr Ef 1,10; Col 1,20; 2Pt 3,10-13)» (Lumen gentium, n. 48).

Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto… Giuseppe Segalla (Giovanni): versetto 25 Nella conclusione  ritorna la contrapposizione  dialettica al mondo come in 17,9.14-16. Da una parte sta Gesù che riconosce il Padre e i discepoli che riconoscono Gesù Inviato del Padre, dall’altra il mondo che non ha riconosciuto il giusto; sono così contrapposte fede e incredulità.
Versetto 26 Ed ho loro fatto conoscere ... e continuerò a farlo conoscere: i due momenti della rivelazione sono: quello della rivelazione nel Gesù storico e quello della rivelazione futura nel momento della morte-risurrezione-invio dello Spirito come guida continua a tutta la verità. Tutto ciò è definito come «rivelare il nome del Padre». Lo scopo finale è descritto con una delle sintesi più alte se non la più alta di tutto il vangelo. L’amore del Padre per il Figlio passa nei fedeli come una realtà interiore dinamica insieme alla presenza spirituale di Gesù; («io in loro»). La rivelazione quindi conduce all’amore, quando viene accolta nella fede. Non un amore, prodotto dell’uomo ma dono di Dio, trasmissione della corrente di amore dal Padre nel Figlio e attraverso di lui nelluomo. Così si comprende come la vera unità della comunità dei credenti non è di questo mondo, non è fondata sulla psicologia, sulle strutture mondane o su ciò che ha l’uomo ma su ciò che dona il Padre nel Figlio mediante la rivelazione storica ed escatologica in lui.

La responsabilità dei cristiani per l’incredulità del mondo - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Gesù nella sua preghiera al Padre dichiara esplicitamente che l’unità dei suoi discepoli favorirà la fede dell’umanità nella sua missione divina e nell’amore del Padre per la chiesa (Gv 17,21.23). Ora, la conseguenza logica di questa dipendenza tra unione e fede appare con chiarezza: se il mondo non crede ancora nella divinità di Gesù Cristo e nell’amore del Padre, ciò si deve attribuire anche e principalmente alle divisioni dei credenti, alla mancanza di armonia e di amore in seno alla chiesa, all’assenza di comprensione e di unione nelle famiglie cristiane.
La controtestimonianza dei discepoli di Gesù con le loro divisioni e rivalità incide in modo fortemente negativo nell’evangelizzazione del mondo. Ma anche dei paesi che non sono terra di missione, le divisioni e l’assenza di carità fra i credenti formano un ostacolo spesso insormontabile per entrare nella chiesa.
Il decreto conciliare sull’ecumenismo cattolico fa riferimento esplicito allo scandalo delle lacerazioni del mondo cristiano e alle difficoltà che queste divisioni creano ai missionari: «Tale divisione non solo contraddice apertamente alla volontà di Cristo, ma anche è di scandalo al mondo e danneggia la santissima causa della predicazione del vangelo ad ogni creatura» (Unitatis redintegratio, 1). La testimonianza della vita, l’impegno serio per essere operatori di unione e di pace favoriscono la fede di tante persone che non conoscono il Signore Gesù: «Tutti siano una cosa sola ... , affinché il mondo creda ... Siano perfetti per l’unità, affinché il mondo riconosca che tu mi hai inviato» (Gv 17,21.23).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
****  Siano tutti una cosa sola, come tu, Padre, sei in me e io in te, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. (Gv 17,21)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Ci illumini, Signore, la tua parola
e ci sostenga la comunione al sacrificio che abbiamo celebrato,
perché guidati dal tuo Santo Spirito
perseveriamo nell’unità e nella pace.
Per Cristo nostro Signore.