15 Maggio 2020
Venerdì della V Settimana di Pasqua
At 15,22-31; Sal 56; Gv 15,12-17
Colletta: Donaci, o Padre, di uniformare la nostra vita al mistero pasquale che celebriamo nella gioia, perché la potenza del Signore risorto ci protegga e ci salvi. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
Deus caritas est 28: L’amore - caritas - sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo. Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un’istanza burocratica che non può assicurare l’essenziale di cui l’uomo sofferente - ogni uomo - ha bisogno: l’amorevole dedizione personale. Non uno Stato che regoli e domini tutto è ciò che ci occorre, ma invece uno Stato che generosamente riconosca e sostenga, nella linea del principio di sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto. La Chiesa è una di queste forze vive: in essa pulsa la dinamica dell’amore suscitato dallo Spirito di Cristo. Questo amore non offre agli uomini solamente un aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell’anima, un aiuto spesso più necessario del sostegno materiale. L’affermazione secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di carità di fatto nasconde una concezione materialistica dell’uomo: il pregiudizio secondo cui l’uomo vivrebbe «di solo pane» (Mt 4,4; cfr. Dt 8,3) - convinzione che umilia l’uomo e disconosce proprio ciò che è più specificamente umano.
La pericope evangelica odierna è tratta dai «discorsi dell’addio»: Gesù, prima della morte, rivela ai discepoli i misteri più grandi della vita divina. Il brano svolge il tema della carità fraterna, dell’osservanza dei comandamenti, della gioia che ne deriva nell’osservarli e dell’elezione divina. Il brano evangelico, dopo aver ricordato che il discepolo è chiamato ad essere familiare con il Cristo, si chiude ricordando il dovere di portare frutto che si concretizza nell’impegno missionario e nell’amore vicendevole.
Dal Vangelo secondo Giovanni 15,12-17: In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».
L’amicizia di Gesù e l’amore fraterno - Henri van de Bussche (Giovanni): Sulla croce il Signore ha provato il suo amore col sangue. È quindi comprensibile che abbia presentato la legge
dell'amore fraterno come la sintesi del suo insegnamento (13,15.34): i suoi discepoli si ameranno gli uni gli altri perché lui li ha amati, e si ameranno nella stessa misura del suo amore per loro, cioè senza misura. Egli non ha dato la vita per i suoi amici?
Perché sono suoi amici, nonostante il titolo di servi che spesso dà loro, conforme a quello che sono in realtà. E resteranno suoi amici, se compiono la missione che egli ha loro affidata. Questa missione non è un ordine dato da un superiore sconosciuto, ma un compito comune, che suppone un'intesa perfetta tra il capo e i suoi collaboratori (cfr. Gn. 18,17). Il servo esegue gli ordini del suo padrone, benché non ne comprenda né il significato né il motivo. Ma i discepoli sono degli amici, conoscono i segreti del Maestro, che sono quelli del Padre. Non sono semplici incaricati di una missione, che si limitano a trasmettere le istruzioni di un padrone lontano. Sono ammessi nell'intimità del Signore, che ha fatto loro conoscere tutto ciò che ha appreso dal Padre. Infatti essi ricevono da questo momento la piena comunicazione della sua rivelazione (14,7; 16,25-30), almeno nel suo principio, perché l'effusione dello Spirito dipende dalla rivelazione della gloria che essa permette di conoscere (16,12). Se soltanto il Signore poteva rivelare il Padre, in quanto Figlio unico vivente nel seno del Padre (1,18), soltanto i discepoli sono i testimoni sinceri della sua rivelazione, perché essi soli sono stati ammessi dal Signore alla sua amicizia e alla comunicazione del suo segreto: alla sua conoscenza del Padre.
Da servi che erano, egli li ha fatti amici: i discepoli non dovranno mai dimenticare che sono divenuti tali per pura grazia. L'umile gesto che hanno compiuto aderendo a lui è un nulla in confronto alla grazia della sua amicizia che egli ha loro fatto. Essi ricevono, lui dà. Il valore della sua amicizia ne risulta immensamente aumentato, come pure il suo diritto alla loro fedeltà.
La promozione alla sua amicizia è un'investitura alla funzione apostolica (cfr. Ga. 1,15-16): egli li ha costituiti
per «andare». Questo verbo evoca un gesto largo della mano, che indica orizzonti senza confini. Se la missione di Gesù non ha superato i confini di Israele, ad essi spetta la conquista del mondo (12,20-24). Tale investitura non dà loro soltanto la capacità di portare frutto, cioè di estendere la comunità della fede; dà anche la sicurezza che questo frutto delle loro fatiche apostoliche si manterrà e crescerà. Perché dà al tempo stesso la garanzia che, qualunque cosa domanderanno al Padre in suo nome, cioè come suoi mandatari e continuatori dell'opera sua (14,13), sarà loro concessa. La preghiera apostolica non conosce limiti nel suo oggetto né misura nella sua intensità.
E su questa comunità dei credenti che si sviluppa il Signore ancora una volta appone il sigillo dell'amore fraterno (13,34; 15,12). L'amore col quale il Padre si è manifestato nel Figlio, deve essere anche l'amore che unisce tra di loro i testimoni della rivelazione e il segno che li distingue dal mondo ostile (15,18).
Dio è amore - W. GUNTHER / H.-G. LINK (Amore in Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento, EDB): In Giovanni l’essere e l’agire di Dio vengono definiti con particolare energia dal concetto di agape. Lo si nota già dal fatto che in Giovanni agape viene usato in senso assoluto, cioè come sostantivo senza genitivo, molto più spesso che in Paolo; lo stesso vale per il verbo, usato spesso senza complemento oggetto. In Giovanni anche concetti paralleli come dikaiosyne (giustizia), cháris (grazia), éleos (misericordia) ecc. finiscono nettamente in secondo piano rispetto ad agape. È così che Giovanni può parlare dell’amore preesistente, allo stesso modo che in Gv 1,1ss aveva parlato della preesistenza del logos (parola Cf. Gv 3,35; 10,17; 15,9; 17,23ss).
Dio è amore (1Gv 4,8) e l’amore era la sua intenzione fin da principio. Per questo l’amore del Padre per il Figlio è il modello originario di ogni amore.
Questo fatto diviene manifesto nella missione e nella dedizione del Figlio (1Gv 3,1.16).
“Vedere” e “conoscere” tale amore è la salvezza per l’uomo. In fondo, il volere di Dio nei riguardi del mondo è l’amore che ha misericordia e che perdona, l’amore che resiste a qualsiasi opposizione del cosmo ostile. Nell’agape si manifesta nello stesso tempo la doxa theoú (la gloria di Dio; Gv 1,14). La vittoria dell’amore, a sua volta, si manifesta nel doxasthênai di Gesù, cioè nella sua glorificazione, nella sua morte che per Giovanni include anche il suo ritorno al Padre (Gv 12,16.23ss. ecc.).
Il credente viene coinvolto in questa vittoria. Egli ottiene così la zoê (la vita; 1Gv 4,9; Gv 3,36; 11,25ss).
Mentre per Paolo il volgersi dell’uomo a Dio è definito principalmente dal concetto di pistis, in Giovanni abbiamo invece agape. Il rapporto tra Padre e Figlio è agape (Gv 14,31) e i credenti vengono accolti all’interno di questa relazione di amore (Gv 14,21ss; 17,26; 15,9s). Il costante avvicendarsi in Giovanni del soggetto e dell’oggetto dell’amore sta a dimostrare che Padre, Figlio e il credente sono unificati nell’unica realtà dell’amore divino. L’alternativa è una sola, la morte (1Gv 3,14ss.; 4,7s.). L’espressione tipicamente giovannea ménein en (rimanere in) può riferirsi tanto a Gesù quanto all’amore (Gv 15,4ss.; 1Gv 4,12ss.).
In Giovanni ancor più nettamente che in Paolo l’amore vicendevole si fonda nell’amore di Dio (Gv 13,34; 1Gv 4,21). L’amore assurge a segno e prova della fede (1Gv 3,10; 4,7ss.). L’amore per il fratello scaturisce dall’amore divino. Senza l’amore fraterno non si dà relazione con Dio.
Anche Giovanni risale al comandamento dell’amore (Gv 13,34; 15,12.17; 2Gv 5).
L’osservanza dei comandamenti si compendia nell’agapân, nell’amare (Gv 14,23s.).
Infine l’amore ha trovato, già nel cristianesimo primitivo, un’espressione concreta in azioni liturgiche. Nella comunità era usuale il bacio fraterno (Rm 16,16 ecc.), chiamato in 1Pt 5,14 «bacio dell’agape». Ben poco sappiamo tuttavia sui dettagli di questo rito.
Il nome di un’altra azione liturgica protocristiana è agape che noi conosciamo soltanto per accenni.
Come dimostra 1Cor 11, la celebrazione vera e propria della cena era unita a un pasto in piena regola. In seguito il «banchetto d’amore» (agape) venne separato dalla cena eucaristica e mantenuto come celebrazione autonoma (Cf. Gd 12; forse 2Pt 2,13). Mentre nel servizio della Parola e nella cena eucaristica era in primo piano il consolidamento della fede, sembra che in questa celebrazione l’aspetto centrale fosse dato dal pasto comune in quanto segno di una particolare comunione nell’agape. Anche la vasta attività di beneficenza sociale che animava le comunità era connessa con questa celebrazione (Cf. At 6,1ss.).
L’abitudine di chiamarsi fratello o sorella nell’ambito della comunità sta a dimostrare che questa nuova comunanza, fondata sull’agape, veniva intesa come famiglia di Dio.
L’amore di Gesù per gli Apostoli: Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Il Cristo si è dimostrato vero amico, anzi ha offerto il segno supremo dell’amicizia autentica, perché ha donato la vita per i suoi discepoli (Gv 10,11.15.17). In realtà Gesù, avendo amato i suoi, li amò fino all’estremo limite (Gv 13,1). Questa è la prova concreta della vera amicizia, perché nessuno nutre un amore più grande di questo: deporre l’anima, cioè sacrificare la vita per gli amici (Gv 15,13). Il Maestro ha amato realmente i suoi amici e con Cuore umano (Gv 11,3.5), fino a versare lacrime per la loro morte (Gv 11,35s); egli ama i discepoli, ma dimostrerà particolari segni di amore per chi osserva i suoi comandamenti, rivelandosi a lui (Gv 14,21). L’amore del Cristo per gli amici è simile a quello del Padre per il Figlio (Gv 15,9): come Dio ha mostrato concretamente di amare l’umanità donando l’unico suo Figlio (Gv 3,16; 1Gv 4,9s), così Gesù ha manifestato il suo amore per i discepoli con il sacrificio della vita (1Gv 3,16). L’iniziativa dell’amicizia parte dal Cristo: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi!» (Gv 15,16). Quindi può e deve essere applicato a Gesù quanto Giovanni dice di Dio: «Non noi abbiamo amato Dio, ma egli ha amato noi» (1Gv 4,10); «egli per primo ci ha amato» (1Gv 4,19).
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** L’Agnello immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza e sapienza e forza e onore. (Ap 5,12)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
O Dio, che ci hai nutriti con questo sacramento,
ascolta la nostra umile preghiera:
il memoriale della Pasqua,
che Cristo tuo Figlio ci ha comandato di celebrare,
ci edifichi sempre nella tua carità.
Per Cristo nostro Signore.
ascolta la nostra umile preghiera:
il memoriale della Pasqua,
che Cristo tuo Figlio ci ha comandato di celebrare,
ci edifichi sempre nella tua carità.
Per Cristo nostro Signore.