14 Maggio 2020
Giovedì della V Settimana di Pasqua
At 1,15-17.20-26; Sal 112; Gv 15,9-17
San Mattia Apostolo
Avvenire: Di Mattia si parla nel primo capitolo degli Atti degli apostoli, quando viene chiamato a ricomporre il numero di dodici, sostituendo Giuda Iscariota. Viene scelto con un sorteggio, attraverso il quale la preferenze divina cade su di lui e non sull’altro candidato - tra quelli che erano stati discepoli di Cristo sin dal Battesimo sul Giordano -, Giuseppe, detto Barsabba. Dopo Pentecoste, Mattia inizia a predicare, ma non si hanno più notizie su di lui. La tradizione ha tramandato l’immagine di un uomo anziano con in mano un’alabarda, simbolo del suo martirio. Ma non c’è evidenza storica di morte violenta. Così come non è certo che sia morto a Gerusalemme e che le reliquie siano state poi portate da sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, a Treviri, dove sono venerate.
Colletta: O Dio, che hai voluto aggregare san Mattia al collegio degli Apostoli, per sua intercessione concedi a noi, che abbiamo ricevuto in sorte la tua amicizia, di essere contati nel numero degli eletti. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
La missione degli Apostoli: Catechesi tradendae 10: L’immagine del Cristo docente si era impressa nello spirito dei Dodici e dei primi discepoli, e la consegna: “Andate..., ammaestrate tutte le nazioni” (Mt 28,19) ha orientato l’intera loro vita. Di questo offre testimonianza San Giovanni nel suo Vangelo, quando riferisce le parole di Gesù: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15). Non sono già essi che hanno scelto di seguire Gesù, ma è Gesù che li ha scelti, li ha tenuti con sé e li ha posti, fin dal tempo anteriore alla Pasqua, perché vadano e portino frutto ed il loro frutto rimanga (cfr. Gv 15,16). È per questo che, dopo la risurrezione, egli affida loro formalmente la missione di rendere discepole tutte le genti. L’insieme del libro degli “Atti degli Apostoli” testimonia che essi sono stati fedeli alla vocazione e alla missione ricevuta. I membri della prima Comunità cristiana vi appaiono “assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (Atti 2,42). Si trova qui senza dubbio l’immagine permanente di una Chiesa che, grazie all’insegnamento degli Apostoli, nasce e si nutre continuamente della Parola del Signore, la celebra nel Sacrificio eucaristico e ne dà testimonianza al mondo nel segno della carità. Allorché gli avversari si adombrano per l’attività degli Apostoli, è perché sono “contrariati di vederli insegnare al popolo” (Atti 4,2), e l’ordine che danno è di non insegnare più nel nome di Gesù (cfr. Atti 4,2). Ma noi sappiamo che, proprio su questo punto, gli Apostoli hanno ritenuto giusto obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (cfr. Atti 4,19).
La pericope evangelica odierna è tratta dai «discorsi dell’addio»: Gesù, prima della morte, rivela ai discepoli i misteri più grandi della vita divina. Il brano svolge il tema della carità fraterna, dell’osservanza dei comandamenti, della gioia che ne deriva nell’osservarli e dell’elezione divina. Il brano evangelico, dopo aver ricordato che il discepolo è chiamato ad essere familiare con il Cristo, si chiude ricordando il dovere di portare frutto che si concretizza nell’amore vicendevole.
Dal Vangelo secondo Giovanni 15,9-17: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».
Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi - Con queste parole, prima di consegnarsi nelle mani dei persecutori per la salvezza del mondo, Gesù svela ai suoi amici l’intensità del suo amore.
Per gustare questo amore i discepoli sono invitati a rimanere in lui: soltanto se saranno in Cristo e il Cristo abiterà per la fede nei loro cuori, e così radicati e fondati nella carità, saranno in grado di conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza (Cf. Ef 3,17-19).
Il frutto più bello di questa profonda comunione di amore è la gioia: la gioia «è un segno messianico-escatologico della salvezza presente, ed è conseguenza della pace. La reciproca immanenza porta nel discepolo la stessa gioia di Gesù, la sicurezza della salvezza, la liberazione da ogni schiavitù e da ogni ansia: una sicurezza posta totalmente nella esperienza cosciente dell’amore di Dio in Cristo. Così l’uomo diventa libero di amare [Cf. Gv 8,32] da schiavo che era di se stesso e della sua angoscia. Anche la gioia arriva alla perfezione come dono interiore partecipata da Cristo, che la trasforma in sua, pur rimanendo nostra» (Adalberto Sisti).
Nella Sacra Scrittura la gioia può sgorgare dalla benedizione di Dio che rende fecondo il lavoro dell’uomo (Dt 12,7), dal ritrovamento di cose perdute (Cf. Lc 15,4ss.), dal culto (Cf. Sal 43,4), dalla Legge (Cf. Sal 119,109), ma, alla fine, la vera gioia proviene da Dio (Cfr. Sal 65,9; Lc 1,47). Con l’incarnazione del Verbo la gioia fa irruzione nel mondo. Giovanni Battista esulta di gioia nel seno di Elisabetta (Cf. Lc 1,44), Maria canta i suoi sentimenti di lode, di gratitudine in un inno gioioso, che celebra Dio salvatore degli umili (Cf. Lc 1,46-49), ai pastori viene annunciata «una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2,10). La gioia straripa nei cuori degli uomini perché «l’attesa della redenzione è ormai imminente nel Cristo [Lc 2,36-38]. Giovanni Battista già sente la voce dello sposo, che lo riempie di gioia [Gv 3,28-29]. Gesù stesso si manifesta come lo sposo presente, che non permette ai suoi amici di digiunare, poiché è tempo di festa [Lc 5,34-35]. Ormai, in Gesù, il Regno di Dio è in mezzo agli uomini: esso è il tesoro per il quale si è disposti a dare tutto gioiosamente [Mt 13,44]» (Giuseppe Manzoni).
L’amore che Gesù chiede ai suoi deve essere espansivo, totale, senza riserve: esso deve consumarsi fino al dono di se stessi: «In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16).
Voi siete miei amici... perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi: nell’Antico Testamento Mose, Giosuè e Davide sono chiamati servi di Dio (Cf. Dt 34,5; Gs 24,29; Sal 89,21); solo Abramo è definito amico di Dio e a motivo di questa amicizia il Signore gli svela i suoi intimi pensieri (Cf. Gen 18,17; 2Cr 20,7; Is 41,8).
Era uso nel mondo giudaico scegliersi un maestro, Gesù sottolinea invece che la chiamata, esplicitamente gratuita, è venuta dalla sua volontà. Nessuno può arrogarsi il diritto di essere suo discepolo se Egli non lo chiama al suo seguito. Ed è Lui che li ha costituiti perché vadano e portino frutto. Dal contesto il mandato non sembra intendersi in una prospettiva missionaria ma, più genericamente riferirsi alla vita cristiana come impegno di portar frutto. Il frutto rimane perché i discepoli sono innestati alla vera vite: la fecondità ai tralci viene data dalla vite. Precipua preoccupazione dei discepoli è quindi quella di rimanere in Cristo.
Oltre la gioia, la comunione con la Vite vera arreca ai discepoli un altro dono: tutto quello che chiederete al Padre nel mio Nome egli ve lo concederà.
La preghiera sarà sempre accolta perché l’orante cercherà unicamente il Regno del Padre: infatti, «è sempre esaudito chi chiede per sé cose necessarie alla salvezza con pietà e perseveranza» (San Tommaso d’Aquino)
Amore e ubbidienza - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): L’idea centrale del vangelo odierno è l’unione permanente del discepolo a Gesù attraverso l’amore, cioè attraverso l’osservanza dei suoi comandamenti. Questo breve testo è il passaggio tra la similitudine della vite e la dichiarazione d’amicizia che farà poi Gesù a coloro che fino a quel momento erano solo i suoi discepoli.
L’amore reciproco del Padre e del Figlio si trasfonde da Cristo al discepolo e da questi ai fratelli. Dice Gesù: « Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore». Gesù afferma adesso dell’amore ciò che prima aveva detto della vita nel discorso sul pane della vita: «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me» (Gv 6,57).
Amore e vita sono concetti intercambiabili e realtà equivalenti nella letteratura giovannea.
E come si rimane nell’amore di Cristo? «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore», dice Gesù, perché «se uno mi ama, osserverà la mia parola». Le espressioni «se uno mi ama» e «rimarrete nel mio amore», intese alla luce di tutto il messaggio di Cristo, equivalgono a «chi ama il fratello ama me». Perché, chi può essere sicuro di amare Dio e Gesù, che non vede, se non amando il fratello che vede? Per questo, più avanti, Gesù insisterà sull’amore fraterno, come vedremo domani.
Amare Gesù equivale a osservare i suoi comandamenti. Amore e ubbidienza non sono termini che si escludono a vicenda, ma dipendono l’uno dall’altro.
Perché l’amore nasce dall’ubbidienza, e questa, a sua volta, esprime e aumenta l’amore, come succede con Cristo rispetto al Padre. La relazione tra amore e ubbidienza è molto stretta; si sostengono e si completano a vicenda. Quando l’amore porta a sacrificare il proprio volere per conformarsi alla volontà dell’altro, ottenendo una fusione di volontà, allora l’amore è maturo e avviene quello che diceva san Giovanni della Croce: «Amata nell’Amato trasformata». La felicità è in relazione diretta alla capacità di sacrificio.
Rimanete nel mio amore: Giovanni Paolo II (Omelia, 28 maggio 2000): La parola che la nostra Chiesa oggi ascolta dalle labbra del suo Signore è forte e chiara: “Rimanete nel mio amore! ... Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato” (Gv 15,9.12). Come non sentire particolarmente “nostra” questa parola di Gesù? Non ha forse la Chiesa di Roma il compito specifico di “presiedere alla carità” nell’intera ecumene cristiana? (cfr. S. Ignazio, Ad Rom, inscr.). Sì, il comandamento dell’amore impegna la nostra Chiesa di Roma con una forza ed un’urgenza speciale. E l’amore è esigente. Cristo dice: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). L’amore condurrà Gesù sulla croce. Ogni discepolo deve ricordarlo. L’amore viene dal Cenacolo ed al Cenacolo riconduce. In effetti, dopo la risurrezione, sarà ancora nel Cenacolo che gli Apostoli con la mente riandranno alle parole pronunciate da Gesù il Giovedì Santo e prenderanno consapevolezza del contenuto salvifico che esse rivestono. In forza dell’amore di Cristo, accolto e ricambiato, essi sono ormai suoi amici: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; vi ho chiamati amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15).
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituito, perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga». (Gv 15,16)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Signore, non privare mai la tua famiglia
di questo pane di vita eterna,
e per intercessione di san Mattia
accoglici nella comunione gloriosa dei tuoi santi.
Per Cristo nostro Signore.
di questo pane di vita eterna,
e per intercessione di san Mattia
accoglici nella comunione gloriosa dei tuoi santi.
Per Cristo nostro Signore.