29 Aprile 2020

Santa Caterina da Siena Festa

1Gv 1,5-2,2; Salmo Responsoriale 102; Mt 11,25-30

Santa Caterina da Siena, Vergine: «Niuno Stato si può conservare nella legge civile in stato di grazia senza la santa giustizia»: queste alcune delle parole che hanno reso questa santa, patrona d’Italia, celebre. Nata nel 1347 Caterina non va a scuola, non ha maestri. I suoi avviano discorsi di maritaggio quando lei è sui 12 anni. E lei dice di no, sempre. E la spunta. Del resto chiede solo una stanzetta che sarà la sua “cella” di terziaria domenicana [o Mantellata, per l’abito bianco e il mantello nero]. La stanzetta si fa cenacolo di artisti e di dotti, di religiosi, di processionisti, tutti più istruiti di lei. Li chiameranno “Caterinati”. Lei impara a leggere e a scrivere, ma la maggior parte dei suoi messaggi è dettata. Con essi lei parla a papi e re, a donne di casa e a regine, e pure ai detenuti. Va ad Avignone, ambasciatrice dei fiorentini per una non riuscita missione di pace presso papa Gregorio XI. Ma dà al Pontefice la spinta per il ritorno a Roma, nel 1377. Deve poi recarsi a Roma, chiamata da papa Urbano VI dopo la ribellione di una parte dei cardinali che dà inizio allo scisma di Occidente. Ma qui si ammala e muore, a soli 33 anni. Sarà canonizzata nel 1461 dal papa senese Pio II. Nel 1939 Pio XII la dichiarerà patrona d’Italia con Francesco d’Assisi» (Avvenire)

Colletta: O Dio, che in santa Caterina da Siena, ardente del tuo spirito di amore, hai unito la contemplazione di Cristo crocifisso e il servizio della Chiesa, per sua intercessione concedi a noi tuoi fedeli, partecipi del mistero di Cristo, di esultare nella rivelazione della sua gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo... 

Paolo VI (Mirabilis in Ecclesia Deus): Secondo l’insegnamento di Caterina, al primo posto bisogna mettere la potenza del sangue di Cristo e la missione della Chiesa: mediante quel sangue prezioso si è specialmente manifestata la verità del Padre (Lett. 102) e da parte di Cristo la volontà di compierla; e ancora è mostrata la via della dottrina di Cristo, aperta a tutti, che ognuno può percorrere «nel sangue della stessa verità incarnata» (Dial., c. 135). Si ha così questo: negli scritti di Caterina l’umanità di Cristo è collocata proprio al centro di tutta la pietà cristiana, insieme con le verità di fede che nutrono la carità, come sono l’Eucaristia, le sofferenze di Cristo e il suo preziosissimo sangue. La Chiesa, poi, per Caterina, non è altro che Cristo (Lett. 171), poiché nella carità diventa una cosa sola con Cristo, come il Padre e il Figlio sono una cosa sοla (cfr. Gv 17,21). Il suo impegno per la Chiesa e per il Sommo Pontefice fu così straordinario e singolare, da farle offrire la vita a Dio come vittima per essi (cfr. Lett. 371), e questa determinazione fu così ferma, che nei durissimi anni del grande scisma Occidentale contribuì molto col suo prestigio ad aumentare l’amore verso il Corpo Mistico di Cristo. La Vergine Senese considerò sempre il Romano Pontefice cοme «il dolce Cristo in terra» (Lett. 196), al quale si deve sempre amore e obbedienza; e chi non obbedisce a questo Cristo terrestre, che è una cosa sola cοl Cristo celeste (cfr. Lett. 207), non partecipa al frutto del Sangue del Figlio di Dio. Quello poi che Caterina insegna della comunione che passa tra ognuno di noi e gli altri membri del Corpo mistico, e anche del sacro ordine dei Sacerdoti i quali prestano la loro opera a Cristo» come «ministri del sangue» (Dial., c. 117) e infine quello che dice riguardo a tutti i fedeli di Cristo, tutto ciò è perfettamente conforme a quanto insegna il Concilio Vaticano II (cfr. Cost. Lumen Gentium n. 23).

Nel brano evangelico si possono mettere in evidenza almeno tre temi. Il primo è quello dei piccoli, i quali proprio per la loro umiltà riescono a cogliere il mistero del Cristo. Il secondo tema è la rivelazione della divinità di Gesù: il Figlio conosce il Padre con la medesima conoscenza con cui il Padre conosce il Figlio. Il terzo tema è quello del giogo di Gesù che è dolce e sopportabile a differenza di quello imposto dai Farisei, insopportabile perché reso pesante da minuziose norme di fatto impraticabili.

Dal Vangelo secondo Matteo 11,25-30: In quel tempo, Gesù disse:  «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra... - L’espressione Signore del cielo e della terra, evoca l’azione creatrice di Dio (Cf. Gen 1,1). Il motivo della lode sta nel fatto che il Padre ha «nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli». Le cose nascoste «non si riferiscono a ciò che precede; si devono intendere invece dei “misteri del regno” in generale [Mt 13,11], rivelati ai “piccoli”, i discepoli [Cf. Mt 10,42], ma tenuti nascosti ai “sapienti”, i farisei e i loro dottori» (Bibbia di Gerusalemme).
Molti anni dopo Paolo ricorderà queste parole di Gesù ai cristiani di Corinto: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor 1,26-29).
... nessuno conosce il Figlio... La rivelazione della mutua conoscenza tra il Padre e il Figlio pone decisamente il brano evangelico in relazione «con alcuni passi della letteratura sapienziale riguardanti la sophia. Solo il Padre conosce il Figlio, come solo Dio la sapienza [Gb 28,12-27; Bar 3,32]. Solo il Figlio conosce il Padre, così come solo la sapienza conosce Dio [Sap 8,4; 9,1-18]. Gesù fa conoscere la rivelazione nascosta, come la sapienza rivela i segreti divini [Sap 9,1-18; 10,10] e invita a prendere il suo giogo su di sé, proprio come la sapienza [Prov 1,20-23; 8,1-36]» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli).
... nessuno conosce il Padre se non il Figlio... Gesù è l’unico rivelatore dei misteri divini, in quanto il Padre ne ha comunicato a lui, il Figlio, la conoscenza intera. Da questa affermazione si evince che Gesù è uguale al Padre nella natura e nella scienza, è Dio come il Padre, di cui è il Figlio Unico.
Venite a me... Gesù nell’offrire ai suoi discepoli il suo giogo dolce fa emergere la «nuova giustizia» evangelica in netta contrapposizione con la giustizia farisaica fatta di leggi e precetti meramente umani (Mt 15,9); una giustizia ipocrita, ma strisciante da sempre in tutte le religioni. Il ristoro che Gesù dona a coloro che sono stanchi e oppressi, in ogni caso, non esime chi si mette seriamente al suo seguito di accogliere, senza tentennamenti, le condizioni che la sequela esige: rinnegare se stessi e portare la croce dietro di lui, ogni giorno, senza infingimenti o accomodamenti: «Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”» (Lc 9,23). È la croce che diventa, per il Cristo come per il suo discepolo, motivo discriminante della vera sapienza, quella sapienza che agli occhi del mondo è considerata sempre stoltezza o scandalo (1Cor 1,17-31). Un carico, la croce di Cristo, che non soverchia le forze umane, non annienta l’uomo nelle sue aspettative, non lo umilia nella sua dignità di creatura, anzi lo esalta, lo promuove, lo avvia, «di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito Santo» (2Cor 3,18) ad un traguardo di felicità e di beatitudine eterna. La croce va quindi piantata al centro del cuore e della vita del credente.
Invece, molti, anche cristiani, tendono a porre al centro di tutta la loro vita, spesso disordinata, le loro scelte, non sempre in sintonia con la morale; o avvinti dai loro gusti e programmi, tentano di far ruotare attorno a questo centro anche l’intero messaggio evangelico, accettandolo in parte o corrompendolo o assoggettandolo ai propri capricci; da qui la necessità capricciosa di imporre alla Bibbia, distinguo, precetti o nuove leggi, frutto della tradizione umana; paletti issati come muri di protezione per contenere la devastante e benefica azione esplosiva della Parola di Dio (Cf. Mc 7,8-9).
Gesù è mite e umile di cuore: è la via maestra per tutti i discepoli, è la via dell’annichilimento (Cf. Fil 2,5ss), dell’incarnarsi nel tempo, nella storia, nel quotidiano dei fratelli, non come maestri arroganti o petulanti, ma come servi (Cf. 1Cor 9,22).

… imparate da me, che sono mite e umile di cuore - C. Spic e M. F. Lacan - «Mettetevi alla mia scuola, perché io sono mite ed umile di Cuore» (Mt 11,29). Gesù, che così parla, è la rivelazione suprema della mitezza di Dio (Mi 12,18ss); è la fonte della nostra, quando proclama: «Beati i miti» (Mt 5,4).
La mitezza di Dio. - L’Antico Testamento canta l’immensa e clemente bontà di Dio (Sal 31,20; 86,5), manifestata nel suo governo dell’universo (Sap 8,1; 15,1), e ci invita a gustarla (Sal 34,9). Più dolci del miele sono la parola di Dio, la sua legge (Sal 119,103; 19,11; Ez 3,3), la conoscenza della sua sapienza (Prov 24,13; Eccli 24,20) e la fedeltà alla sua legge (Eccli 23, 27). Dio nutre il suo popolo con un pane che soddisfa tutti i gusti; rivela in tal modo la sua dolcezza (Sap 16,20s), dolcezza che egli fa gustare al popolo di Cui è lo sposo diletto (Cant 2,3), dolcezza che il Signore Gesù finisce di rivelarci (Tito 3, 4) e di farci gustare (1Piet 2,3).
Mitezza ed umiltà. - Mosè è il modello della vera mitezza, virtù che non è debolezza, ma umile sottomissione a Dio, fondata sulla fede nel suo amore (Num 12,3; Eccli 45,4; 1,27; cfr. Gal 5,22s). Questa umile mitezza caratterizza il «resto» che Dio salverà, ed il re che darà la pace a tutte le nazioni (Sof 3,12; Zac 9,9s = Mt 21,5). Questi miti, sottomessi alla sua parola (Giac 1,20ss), Dio li dirige (Sal 25,9), li sostiene (Sal 147,6), li salva (Sal 76,10); dà loro il trono dei potenti (Eccli 10,14) e fa loro godere la pace nella sua terra (Sal 37,11 = Mt 5,4).
Mitezza e carità.- Colui Che è docile a Dio, è mite verso gli uomini, specialmente verso i poveri (Eccli 4,8). La mitezza è il frutto dello Spirito (Gal 5,23) ed il segno della presenza della sapienza dall’alto (Giac 3,13. 17). Sotto il suo duplice aspetto di calma mansuetudine (gr. pràytes) e di indulgente moderazione (gr. epieikìi.), la mitezza caratterizza Cristo (2Cor 10,1), i suoi discepoli (Gal 6,1; Col 3,12; Ef 4,2) ed i loro pastori (1Tim 6,11; 2Tim 2,25). Essa è l’ornamento delle donne cristiane (1Piet 3,4) e fa la felicità dei loro focolari (Eccli 36,23). Il vero cristiano, anche nella persecuzione (1Piet 3,16), mostra a tutti una mitezza serena (Tito 3,2; Fil 4,5); attesta in tal modo che il «giogo del Signore è dolce» (Mt 11,30), essendo quello dell’amore.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno. (Cfr. Mt 11,25)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Signore, questo cibo spirituale
che fu nutrimento e sostegno
di santa Caterina nella vita terrena,
comunichi a noi la tua vita immortale.
Per Cristo nostro Signore.