30 Aprile 2020
Giovedì III Settimana di Pasqua
At 8,26-40; Sal 65 (66); Gv 6,44-51
Colletta: O Dio, che in questi giorni pasquali ci hai rivelato la grandezza del tuo amore, fa’ che accogliamo pienamente il tuo dono, perché, liberi da ogni errore, aderiamo sempre più alla tua parola di verità. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
Redemptor Hominis (Eucarestia e penitenza n.20): Nel mistero della Redenzione, cioè dell’opera salvifica operata da Gesù Cristo, la Chiesa partecipa al Vangelo del suo Maestro non soltanto mediante la fedeltà alla Parola ed il servizio alla verità, ma parimenti mediante la sottomissione, piena di speranza e di amore, partecipa alla forza della sua azione redentrice, che Egli ha espresso e racchiuso in forma sacramentale, soprattutto nell’Eucaristia. Questo è il centro e il vertice di tutta la vita sacramentale, per mezzo della quale ogni cristiano riceve la forza salvifica della Redenzione, iniziando dal mistero del Battesimo, in cui siamo immersi nella morte di Cristo, per diventare partecipi della sua Risurrezione, come insegna l’Apostolo. Alla luce di questa dottrina, diventa ancor più chiara la ragione per cui tutta la vita sacramentale della Chiesa e di ciascun cristiano raggiunge il suo vertice e la sua pienezza proprio nell’Eucaristia. In questo Sacramento, infatti, si rinnova continuamente, per volere di Cristo, il mistero del sacrificio, che Egli fece di se stesso al Padre sull’altare della Croce: sacrificio che il Padre accettò, ricambiando questa totale donazione di suo Figlio, che si fece «obbediente fino alla morte», con la sua paterna donazione, cioè col dono della nuova vita immortale nella risurrezione, perché il Padre è la prima sorgente e il datore della vita fin dal principio. Quella vita nuova che implica la glorificazione corporale di Cristo crocifisso, è diventata segno efficace del nuovo dono elargito all’umanità, dono che è lo Spirito Santo, mediante il quale la vita divina, che il Padre ha in sé e che dà al suo Figlio, viene comunicata a tutti gli uomini che sono uniti con Cristo.
L’Eucaristia è il Sacramento più perfetto di questa unione. Celebrando ed insieme partecipando all’Eucaristia, noi ci uniamo a Cristo terrestre e celeste, che intercede per noi presso il Padre; ma ci uniamo sempre mediante l’atto redentore del suo sacrificio, per mezzo del quale Egli ci ha redenti, così che siamo stati «comprati a caro prezzo». Il «caro prezzo» della nostra redenzione comprova, parimenti, il valore che Dio stesso attribuisce all’uomo, comprova la nostra dignità in Cristo. Diventando infatti «figli di Dio», figli di adozione, a sua somiglianza noi diventiamo al tempo stesso «regno di sacerdoti», otteniamo «il sacerdozio regale», cioè partecipiamo a quell’unica e irreversibile restituzione dell’uomo e del mondo al Padre, che Egli, Figlio eterno e insieme vero uomo, fece una volta per sempre. L’Eucaristia è il Sacramento, in cui si esprime più compiutamente il nostro nuovo essere, in cui Cristo stesso, incessantemente e sempre in modo nuovo, «rende testimonianza» nello Spirito Santo al nostro spirito che ognuno di noi, come partecipe del mistero della Redenzione, ha accesso ai frutti della filiale riconciliazione con Dio, quale Egli stesso aveva attuato e sempre attua fra noi mediante il ministero della Chiesa.
È verità essenziale, non soltanto dottrinale ma anche esistenziale, che l’Eucaristia costruisce la Chiesa, e la costruisce come autentica comunità del Popolo di Dio, come assemblea dei fedeli, contrassegnata dallo stesso carattere di unità, di cui furono partecipi gli Apostoli ed i primi discepoli del Signore. L’Eucaristia costruisce sempre nuovamente questa comunità e unità; sempre la costruisce e la rigenera sulla base del sacrificio di Cristo stesso, perché commemora la sua morte sulla Croce, a prezzo della quale siamo stati redenti da Lui. Perciò, nell’Eucaristia tocchiamo, si potrebbe dire, il mistero stesso del Corpo e del Sangue del Signore, come testimoniano le stesse parole al momento dell’istituzione, le quali, in virtù di essa, sono diventate le parole della perenne celebrazione dell’Eucaristia da parte dei chiamati a questo ministero nella Chiesa.
Dal Vangelo secondo Giovanni 6,44-51: In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno: Cosa vuol dire che il Padre attira? Forse non è libero l’uomo nel suo andare? L’espressione di Gesù va compresa solo alla luce dell’amore e della fede. La fede è un dono di Dio, ma ha come condizione l’apertura da parte dell’uomo, l’ascolto di Dio: l’uomo, pur consapevole della sua debolezza che non gli permette di giungere a Dio con le sue sole forze, desidera e ama Dio; anela, tende a Lui e fiducioso attende quella grazia divina che «previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità» (DV 5).
Solo chi «ha udito il Padre e ha imparato da lui» si può porre alla sequela del Cristo perché la sequela non è una conquista, ma una grazia.
Avendo cercato di allargare il cuore dei Giudei entro gli ampi spazi della fede, Gesù ritorna sul tema del pane della vita. E mostra ancora una volta se stesso come «il pane vivo, disceso dal cielo».
Solo questo pane preserva l’uomo dalla morte e lo introduce nella vera vita: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Il termine carne (sàrx) che nella Bibbia indica la realtà fragile della persona umana, ora, riferita al corpo di Cristo, rimanda sia al mistero dell’incarnazione, sia alla Passione e alla morte sacrificale «per la vita del mondo», cioè per tutti: «Gesù è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1Gv 2,1-2).
«Le espressioni “per la vita del mondo”, “per voi”, alludono al valore redentivo dell’immolazio- ne di Cristo sulla Croce. Già in alcuni sacrifici dell’Antico Testamento, che erano tipo di quello del Signore, una parte della carne offerta veniva successivamente distribuita come cibo e significava la partecipazione dei presenti al rito sacro [Cf. Es 11,3-4]. Parimenti, quando ci comunichiamo, diveniamo partecipi del sacrificio di Gesù. Perciò durante la liturgia delle Ore nella solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, la Chiesa canta: “Oh sacra mensa in cui Cristo si fa nostro cibo, si celebra il memoriale della sua Passione, l’anima è colmata di grazia e ci vien dato un pegno della futura gloria” [Antifona del Magnificat, ai secondi Vespri ]» (La Bibbia di Navarra).
Così si entra nel cuore del mistero dell’Eucaristia.
Il pane eucaristico non è un pane metaforico: il pane che viene donato per la vita eterna è veramente il Corpo e il Sangue del Figlio di Dio. La presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia sorpassa sia la capacità della nostra intelligenza, sia le nostre conoscenze: che «nell’Eucaristia ci sia il vero corpo e sangue di Cristo non si può percepire per mezzo dei sensi e nemmeno per mezzo dell’intelletto, ma lo si sa per fede, in base all’autorevolissima testimonianza di Dio [....]. Dire che Cristo nell’Eucaristia non c’è veramente, ma c’è per esempio solo in figura o in simbolo, è eresia» (San Tommaso, S. Th., q. 75).
Il mistero della fede - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni, Vol. II): Nel discorso di Cafarnao è prospettato con sufficiente chiarezza il carattere misterioso della fede, perché da una parte essa è presentata come un dono di Dio, dall’altra è proclamata la libertà umana nel processo di adesione alla persona del Verbo incarnato.
Il Cristo giovanneo dichiara esplicitamente che può andare verso di lui solo chi è attirato dal Padre (Gv 6,44). Anzi Gesù, nel brano finale che descrive la reazione dei discepoli alle sue parole di rivelazione, dichiara che può credere nel Figlio di Dio solo chi ha ricevuto questo dono dal Padre (Gv 6,65). Inoltre in Gv 8,43 egli dice anche ai suoi avversari che essi non possono ascoltare la sua parola divina, ossia da soli sono incapaci di fare il salto della fede. In questo sermone sul pane di vita, però, è affermato che Dio chiama tutti alla salvezza per mezzo del Figlio suo e che vuole ammaestrare tutti per condurli al Cristo (Gv 6,45). La fede quindi è un dono, è una grazia che il Padre vuol concedere a tutti gli uomini.
Il carattere di favore divino, proprio della fede, non sopprime la libertà umana nell’accogliere o nel rigettare questa grazia celeste. In realtà il quarto evangelista non è determinista, perché sottolinea molto la responsabilità dell’uomo nel rifiuto della fede. Giovanni infatti presenta l’incredulità del mondo, già giudicato e condannato per questa sua scelta, come un preferire le tenebre alla luce (Gv 3,19). L’uomo perciò è responsabile di questo suo atteggiamento religioso. Anzi il nostro agiografo parla dell’incredulità come di un rifiuto a voler andare verso il Verbo incarnato (Gv 5,40). Si tratta quindi di un libero atto di volontà.
Nel discorso di Cafarnao, parimenti è insinuata la libertà dell’uomo nel credere in Gesù. Il Maestro presenta la fede come l’unica opera che l’uomo deve compiere (Gv 6,29), anzi rimprovera i galilei di non credere, nonostante abbiano visto il Rivelatore in persona, operatore di segni straordinari (Gv 6,36). In realtà la fede è un andare verso il Cristo (Gv 6,35), ascoltando l’insegnamento del Padre e lasciandosi ammaestrare da lui (Gv 6,45). Espressioni simili dicono che l’uomo deve fare la verità (Gv 3,21), ossia deve far propria la rivelazione del Verbo incarnato, deve mostrarsi docile alla voce di Dio, interiorizzando la sua parola. Quindi la fede implica il movimento della volontà e perciò presuppone la responsabilità dell’uomo, pur essendo dono di Dio.
In un altro contesto Gesù domanda ai suoi avversari, per quale ragione non credono a colui che rivela loro la verità, ossia comunica loro la parola salvifica di Dio (Gv 8,46). In realtà i giudei increduli, nell’opposizione al Verbo incarnato e nei loro propositi omicidi, vogliono eseguire i desideri del loro padre, il diavolo, il primo omicida del mondo (Gv 8,44).
La fede quindi, per il nostro evangelista, è una realtà misteriosa, perché dono divino, che coinvolge la responsabilità dell’uomo. Nessuno può credere, se non ha ricevuto questa grazia dal Padre celeste; ciò nonostante la fede, o l’incredulità, non sopprime la libertà umana: la creatura infatti può accettare o rifiutare questo favore divino. In realtà il Salvatore invita tutti alla fede, però non costringe nessuno ad accogliere il suo appello.
Comunione con Cristo e con il Padre: Richard Gutzwiller (Meditazioni su Giovanni): Tutti i sacramenti della Chiesa hanno una relazione con la nuova vita donata da Dio. Il Battesimo la conferisce, la Cresima la stabilizza, la Penitenza la restituisce a chi l’ha perduta, l’Ordinazione sacerdotale dà la capacità di donarla agli altri, il Matrimonio congiunge due vite, naturali e soprannaturali, per la generazione naturale e soprannaturale, l’Unzione degli infermi rafforza la vita naturale ed assicura l’eterna. Al vertice sta l’autentico Sacramento di vita, il cibo vivificante della carne di Cristo, la bevanda vivificante del sangue di Cristo. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me ed io in lui». Nella santa Comunione l’uomo si unisce a Cristo e Cristo si unisce a chi si nutre di lui. È questo un processo di assimilazione, che indicato simbolicamente dal mangiare e dal bere, sarà consumato nella realtà invisibile di un’unione soprannaturale. La corrente di vita ha la sua scaturigine nel Padre: «Come il Padre che vive ha mandato me, ed io vivo per il Padre, così chi mangia me, vivrà anch’egli per me». La generazione del Figlio dal Padre è comunicazione di vita. Ricevere il Figlio, mangiando la sua carne ed il suo sangue, significa partecipare a questa comunicazione di vita. Così si completa l’unità vitale: dal Padre attraverso Cristo si passa all’uomo, dall’uomo attraverso Cristo si torna al Padre. Quel pane non ha solo un’efficacia transitoria come la manna, ma chi ne mangia vivrà in eterno. «Non come la manna che mangiarono i vostri padri e morirono». La vera manna è Cristo: chi ne mangia non muore più, perché - anche se muore nel suo elemento esterno, corporalmente - ha pur sempre in sé una vita, che non può esser distrutta dalla morte e per di più sarà risuscitato anche nel suo elemento esterno corporalmente, nell’ultimo giorno.
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo”. (Vangelo)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Per questa comunione al tuo sacrificio donaci, Signore,
un servizio perseverante nella tua volontà,
perché cerchiamo con tutte le forze il regno dei cieli
e annunziamo al mondo il tuo amore.
Per Cristo nostro Signore.
un servizio perseverante nella tua volontà,
perché cerchiamo con tutte le forze il regno dei cieli
e annunziamo al mondo il tuo amore.
Per Cristo nostro Signore.