23 Aprile 2020
Giovedì della II settimana di Pasqua
At 5,27-33; Sal 33 (34); Gv 3,31-36
Colletta: Donaci, Padre misericordioso, di rendere presente in ogni momento della vita la fecondità della Pasqua, che si attua nei tuoi misteri. Per il nostro Signore Gesù Cristo ...
Catechismo della Chiesa Cattolica 246: La tradizione latina del Credo confessa che lo Spirito «procede dal Padre e dal Figlio [Filioque]». Il Concilio di Firenze, nel 1439, esplicita: «Lo Spirito Santo ha la sua essenza e il suo essere sussistente ad un tempo dal Padre e dal Figlio e [...] procede eternamente dall’uno e dall’altro come da un solo principio e per una sola spirazione [...]. E poiché tutto quello che è del Padre, lo stesso Padre lo ha donato al suo unico Figlio generandolo, ad eccezione del suo essere Padre, anche questo procedere dello Spirito Santo a partire dal Figlio, lo riceve dall’eternità dal suo Padre che ha generato il Figlio stesso».
248 La tradizione orientale mette innanzi tutto in rilievo che il Padre, in rapporto allo Spirito, è l’origine prima. Confessando che lo Spirito «procede dal Padre» (Gv 15,26), afferma che lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio. La tradizione occidentale dà maggior risalto alla comunione consostanziale tra il Padre e il Figlio affermando che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio (Filioque). Lo dice «lecitamente e ragionevolmente»; infatti l’ordine eterno delle Persone divine nella loro comunione consostanziale implica che il Padre sia l’origine prima dello Spirito in quanto «principio senza principio», ma pure che, in quanto Padre del Figlio unigenito, egli con lui sia «l’unico principio dal quale procede lo Spirito Santo». Questa legittima complementarità, se non viene inasprita, non scalfisce l’identità della fede nella realtà del medesimo mistero confessato.
264 «Lo Spirito Santo procede, primariamente, dal Padre e, per il dono eterno che il Padre ne fa al Figlio, procede dal Padre e dal Figlio in comunione».
Dal Vangelo secondo Giovanni 3,31-36: Chi viene dall’alto, è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito.
Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui.
Colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio: Evangelium vitae 30: È dunque con lo sguardo fisso al Signore Gesù che intendiamo riascoltare da lui «le parole di Dio» (Gv 3,34) e rimeditare il Vangelo della vita. Il senso più profondo e originale di questa meditazione sul messaggio rivelato circa la vita umana è stato colto dall’apostolo Giovanni, quando scrive, all’inizio della sua Prima Lettera: «Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (1,1-3). In Gesù, «Verbo della vita», viene quindi annunciata e comunicata la vita divina ed eterna. Grazie a tale annuncio e a tale dono, la vita fisica e spirituale dell’uomo, anche nella sua fase terrena, acquista pienezza di valore e di significato: la vita divina ed eterna, infatti, è il fine a cui l’uomo che vive in questo mondo è orientato e chiamato. Il Vangelo della vita racchiude così quanto la stessa esperienza e ragione umana dicono circa il valore della vita, lo accoglie, lo eleva e lo porta a compimento.
... senza misura egli dà lo Spirito: Sacramentum caritatis 8: Nell’Eucaristia si rivela il disegno di amore che guida tutta la storia della salvezza (cfr. Ef 1,10; 3,8-11). In essa il Deus Trinitas, che in se stesso è amore (cfr. 1Gv 4,7-8), si coinvolge pienamente con la nostra condizione umana. Nel pane e nel vino, sotto le cui apparenze Cristo si dona a noi nella cena pasquale (cfr. Lc 22,14-20; 1Cor 11,23-26), è l’intera vita divina che ci raggiunge e si partecipa a noi nella forma del Sacramento. Dio è comunione perfetta di amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Già nella creazione l’uomo è chiamato a condividere in qualche misura il soffio vitale di Dio (cfr. Gn 2,7). Ma è in Cristo morto e risorto e nell’effusione dello Spirito Santo, dato senza misura (cfr. Gv 3,34), che siamo resi partecipi dell’intimità divina. Gesù Cristo, dunque, che «con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio» (Eb 9,14), nel dono eucaristico ci comunica la stessa vita divina. Si tratta di un dono assolutamente gratuito, che risponde soltanto alle promesse di Dio, compiute oltre ogni misura.
Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa - Henri van den Bussche (Giovanni): A questo punto il Padre ama il Figlio che ha inviato nel mondo per essere la sua immagine e la sua rivelazione.
Se in Giovanni l’amore del Padre per il Figlio implica la comunione di essere, «identità di natura», questa na-tura è affermata in quanto sta a servizio della rivelazione del Padre. La teologia giovannea non fa speculazioni
metafisiche, specialmente a proposito del mistero della Santissima Trinità; si sforza di scrutare il valore unico della rivelazione di Dio attraverso il suo Verbo nel mondo. Quando Gesù parla, non parla solo con autorità divina, Dio stesso parla in lui. Perciò la parola divina pronunciata da Gesù è di portata escatologica, perché Dio gli ha affidato tutto, gli ha dato i pieni poteri di giudice escatologico (5, 20-23; 13, 2; 17, 2). La parola di Gesù ha valore di giudizio (12,48): essa introduce alla vita eterna quanti credono e respinge nella dannazione quanti rifiutano di credere.
Nicodemo considera Gesù un collega, eminente senz’altro, ma che appartiene totalmente al popolo giudaico. Ma il suo interlocutore è molto più di un rabbino dotato di sapienza e istruito nella rivelazione veterotestamentaria. Egli supera infinitamente tutti i dottori. Ridurre Gesù alla misura dell’economia giudaica significa disconoscere in lui lo Spirito senza misura, la sua divinità. Tale confusione è non credere ed è qualificata nel testo greco come cattiva volontà (apeithôn), termine che qui sembra riassumere tutta la storia del popolo dalla dura cervice. L’ostinazione ha raggiunto il suo parossismo col rifiuto della rivelazione finale; l’ultimo inviato di Dio, il suo inviato diretto essendo il suo proprio Figlio (cfr. Mr. 12, 6), non può rispondere alla incredulità se non con una condanna, anch’essa definitiva, escatologica.
Come si vede, dal colloquio con Nicodemo Giovanni trae le ultime conseguenze per il popolo giudaico, fino alla sua sorte escatologica. Il racconto del primo confronto col giudaismo fa presagire la condanna finale. L’ultima testimonianza del Battista, ultimo avvertimento, è anche l’ultima accusa allegata al dossier del processo escatologico.
Perché da quando Gesù stesso incomincia a testimoniare, tutto prende una dimensione escatologica. Allora il giudaismo che si irrigidisce nella sua rivelazione preparatoria è superato e definitivamente condannato. Il Battista chiude un triste passato, come accusatore suo malgrado.
Il verdetto del Figlio è irrevocabile; la collera di Dio rimane (menein) davvero sul giudaismo incredulo, perché
il suo peccato rimane (menein: 9, 41), cioè si iscrive nel contesto del giudizio escatologico.
Gesù promette lo Spirito - J. Guillet: Ripieno dello Spirito e non agendo se non per mezzo suo, Gesù tuttavia quasi non ne parla. Lo manifesta con tutti i suoi atti, ma finché vive in mezzo a noi, non può mostrarlo distinto da sé.
Affinché lo Spirito sia effuso e riconosciuto bisogna che Gesù se ne vada (Gv 7,39; 16,7); allora si riconoscerà quel che è lo Spirito e che viene da lui. Gesù quindi non parla ai suoi dello Spirito se non separandosi sensibilmente da essi, in modo temporaneo (Mt 10,20) o definitivo (Gv 14,16s.26; 16,13ss). Nei sinottici sembra che lo Spirito non debba manifestarsi se non nelle situazioni gravi, in mezzo ad avversari trionfanti, dinanzi ai tribunali (Mc 13,11). Ma le confidenze del discorso dopo la cena sono più precise: l’ostilità del mondo per Gesù non è un fatto accidentale, e se non la manifesta ogni giorno con persecuzioni violente, tuttavia ogni giorno i discepoli sentiranno pesare su di sé la sua minaccia (Gv 15,18-21), e perciò ogni giorno anche lo Spirito sarà con essi (14,16s). Come Gesù ha confessato il Padre suo con tutta la sua vita (Gv 5,41; 8,50; 12,49), Così i discepoli dovranno rendere testimonianza al Signore (Mc 13,9; Gv 15,27). Essi, finché Gesù viveva con loro, non temevano nulla; egli era il loro paraclito, sempre presente per prendere la loro difesa e trarli d’impaccio (Gv 17,12). Dopo la sua partenza, lo Spirito occuperà il suo posto per essere il loro paraclito (14,16; 16,7). Distinto da Gesù, egli non parlerà in nome proprio, ma sempre in nome di Gesù, da cui è inseparabile e che egli «glorificherà» (16,13s).
Ricorderà ai discepoli gli atti e le parole del Signore e ne darà loro l’intelligenza (14,26); darà loro la forza di affrontare il mondo nel nome di Gesù, di scoprire il senso della sua morte e di rendere testimonianza al mistero divino Che si è Compiuto in questo fatto scandaloso: la condanna del peccato, la sconfitta di Satana, il trionfo della giustizia di Dio (16, 8-11).
Gesù dispone dello Spirito: Morto e risorto, Gesù fa alla Chiesa il dono del suo Spirito. Un uomo che muore, per quanto grande sia stato il suo spirito, per quanto profonda rimanga la sua influenza, è non di meno condannato ad entrare nel passato. La sua azione gli può sopravvivere, ma non gli appartiene più; egli non può più nulla su di essa e deve abbandonarla alla mercé dei capricci degli uomini. Invece Gesù, quando muore e «rende il suo Spirito» a Dio, lo «trasmette» nello stesso tempo alla sua Chiesa (Gv 19,30). Fino alla sua morte, lo Spirito sembrava circoscritto nei limiti normali della sua individualità umana e del suo raggio di azione. Ora che è esaltato alla destra del Padre nella gloria (12,23), il figlio dell’uomo raduna l’umanità salvata (12,32) ed effonde su di essa lo Spirito (7,39; 20,22s; Atti 2,33).
Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Il passo finale della pericope sull’ultima testimonianza del Battista minaccia 1’ira di Dio a coloro che non obbediscono al Figlio (Gv 3, 36). Come abbiamo costatato, questa è la disobbedienza della fede ossia il rifiuto di lasciarsi guidare dal messaggio e dalla persona di Gesù. In realtà, l’incredulità consiste nella disobbedienza al Verbo incarnato, che esclude dalla vita di Dio.
La fede quindi, anche per il quarto evangelista, deve essere considerata come un impegno che coinvolge tutta 1’esistenza e polarizza completamente la vita in in tutte le sue manifestazioni, in tutte le sue attività.
«La fede non è umore e sentimento. La fede è una dedizione fiduciosa e docile che sorge a una volontaria decisione».
La costituzione Dei Verbum del concilio Vaticano II ci ricorda questa verità fondamentale: alla rivelazione di Dio è dovuta l’obbedienza della fede che consiste nell’abbandono totale e fiducioso al Padre celeste:
«A Dio che rivela è dovuta l’obbedienza della fede..., con la quale l’uomo si abbandona a Dio tutt’intero liberamente, prestandogli il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà e acconsentendo volontariamente alla rivelazione data da lui» (n. 5).
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** «Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui». (Vangelo)
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Guarda, o Padre, i tuoi fedeli,
che hai nutriti di Cristo, pane vivo,
perché, con la luce della fede
e con la forza della carità, costruiscano
e allietino la tua Chiesa.
Per Cristo nostro Signore.
che hai nutriti di Cristo, pane vivo,
perché, con la luce della fede
e con la forza della carità, costruiscano
e allietino la tua Chiesa.
Per Cristo nostro Signore.