22 Aprile 2020

Mercoledì della II settimana di Pasqua

At 5,17-26; Sal 33 (34); Gv 3,16-21

Colletta: O Padre, che nella Pasqua del tuo Figlio hai ristabilito l’uomo nella dignità perduta e gli hai dato la speranza della risurrezione, fa’ che accogliamo e viviamo nell’amore il mistero celebrato ogni anno nella fede. Per il nostro Signore Gesù Cristo ...

Dominus Iesus n. 13: È anche ricorrente la tesi che nega l’unicità e l’universalità salvifica del mistero di Gesù Cristo. Questa posizione non ha alcun fondamento biblico. Infatti, deve essere fermamente creduta, come dato perenne della fede della Chiesa, la verità di Gesù Cristo, Figlio di Dio, Signore e unico salvatore, che nel suo evento di incarnazione, morte e risurrezione ha portato a compimento la storia della salvezza, che ha in lui la sua pienezza e il suo centro.
Le testimonianze neotestamentarie lo attestano con chiarezza: «Il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo» (1 Gv 4,14); «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Nel suo discorso davanti al sinedrio, Pietro, per giustificare la guarigione dell’uomo storpio fin dalla nascita, avvenuta nel nome di Gesù (cf. At 3,1-8), proclama: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale dobbiamo essere salvati» (At 4,12). Lo stesso apostolo aggiunge inoltre che Gesù Cristo «è il Signore di tutti»; «è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio»; per cui «chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome» (At 10,36.42.43).
Paolo, rivolgendosi alla comunità di Corinto, scrive: « In realtà anche se ci sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra, e difatti ci sono molti dèi e signori, per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene, e noi siamo per lui; e c’è un solo Signore, Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo grazie a lui » (1 Cor 8,5-6). Anche l’apostolo Giovanni afferma: « Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui » (Gv 3,16-17). Nel Nuovo Testamento, la volontà salvifica universale di Dio viene strettamente collegata all’unica mediazione di Cristo: «[Dio] vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità . Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti» (1 Tm 2,4-6).
È su questa coscienza del dono di salvezza unico e universale offerto dal Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito (cf. Ef 1,3-14), che i primi cristiani si rivolsero a Israele, mostrando il compimento della salvezza che andava oltre la Legge, e affrontarono poi il mondo pagano di allora, che aspirava alla salvezza attraverso una pluralità di dèi salvatori. Questo patrimonio di fede è stato riproposto dal recente Magistero della Chiesa: «Ecco, la Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto (cf. 2 Cor 5,15), dà all’uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza perché egli possa rispondere alla suprema sua vocazione; né è dato in terra un altro nome agli uomini in cui possano salvarsi (cf. At 4,12). Crede ugualmente di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana»

Dal Vangelo secondo Giovanni 3,16-21: In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio». 

Dio ha tanto amato il mondo - Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei (Gv 3,1), è un membro autorevole del Sinedrio (Gv 7,50). Incontrarsi con Gesù sta a dimostrare che è un uomo che ama la verità e ama cercarla: la sua mente è libera, non è posseduta da quei pregiudizi che assai pesantemente avvelenarono i rapporti tra i sinedriti, Farisei e Sadducei, e il giovane Rabbi di Nazareth.
A Nicodèmo, Gesù fa una rivelazione, densissima di significato teologico: Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito.
Le parole di Gesù «esaltano l’immensa carità di Dio verso l’umanità; egli ha amato per primo, ha avuto l’iniziativa nell’amore, ha amato gli uomini che l’avevano offeso e si trovavano immersi nel peccato; ha amato fino al punto di donare il suo stesso Figlio unigenito: lo ha dato nel senso che lo ha abbandonato alla passione e alla morte» (Giuseppe Ferraro). Lo ha consegnato alla passione e alla morte per la salvezza degli uomini: una salvezza che inizia già qui nel cammino terreno e che troverà pienezza di beatitudine nel Regno dei Cieli.
Gesù è il dono dell’amore di Dio per l’umanità peccatrice, il dono perfetto che viene dal Cielo (Gc 1,17). Non è registrato, ma possiamo pensare che Gesù, con questa affermazione, voglia porre a Nicodèmo la stessa domanda che più avanti porrà alla donna samaritana: «Se tu conoscessi il dono di Dio» (Gv 4,10). Il più prezioso dono di Dio all’umanità al momento è velato agli occhi degli uomini, sarà svelato soltanto quando il Figlio si sarà assiso sul trono della Croce: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io sono» (Gv 8,28; Cf. Gv 12,32).
... Dio ha dato il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. L’aggettivo eterna «nella traduzione è inevitabile, ma non rende bene il senso della soggiacente espressione ebraica. Parlare di “vita eterna” significa parlare di quella vita che è la sola vera, perché possiede il carattere della “definitività”. Si tratta di quella vita indistruttibile la cui sorgente è in Dio. Chi la possiede, anche se materialmente muore, in realtà non perisce: continua a vivere la vita di Dio che è in lui» (Mario Galizzi).
E poi al maestro d’Israele (Gv 3,10), Gesù rivela la segreta intenzione del Padre: Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Se Israele attendeva un Messia giudice e vendicatore nei confronti dei pagani, qui viene rivelato il vero cuore di Dio che nel Figlio suo Unigenito indica l’àncora della salvezza: «Chi crede in lui non è condannato».
Solo chi rifiuta questa àncora (Cf. Gv 3,18) viene condannato: non è Dio a prendere l’iniziativa, ma è l’uomo, con tutta la sua capacità di intendere e volere, a determinare il suo ultimo destino: solo chi accetta di credere nel nome dell’Unigenito Figlio di Dio può entrare nel numero dei salvati (Cf. Ap 7,13-17). L’uomo è arbitro della sua sorte eterna. Ha intelletto e discernimento, può scegliere o la salvezza o la perdizione. Può e deve, nessuno può sostituirsi a lui. Possiamo ricordare le parole che Dio rivolge al suo popolo: «Vedi, io pongo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male... Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza» (Dt 30,15ss).
Nella Nuova Economia accedere alla salvezza dipende dalla fede in Gesù: tutto è grazia, la salvezza un dono da accogliere. Gesù è la via (Gv14,6), solo chi pone i propri passi su questa via raggiungerà la vita, quella vera che non tramonta mai.

Il dono del Padre - C . Wiener: La venuta di Gesù è in primo luogo un atto del Padre. Secondo i profeti e le promesse dell’Antico Testamento, «ricordandosi della sua misericordia» (Lc 1,54s; Ebr 1,1s), Dio si fa conoscere (Gv 1,18); manifesta il suo amore (Rom 8,39; 1Gv 3,1; 4,9) in colui che non è soltanto il Messia salvatore atteso (Lc 2,11), ma anche il suo proprio Figlio (Mc 1,11; 9,7; 12,6), colui che egli ama (Gv 3,35; 10,17; 15,9; Col 1,13). L’amore del Padre si esprime allora in un modo insuperabile. Ecco realizzata la nuova alleanza, e concluse le nozze eterne dello sposo con l’umanità. La generosità divina, manifestata fin dalle origini di Israele (Deut 7,7s), raggiunge il suo culmine, accogliendo il Figlio, l’uomo non può che rinunciare a ogni orgoglio, a ogni fierezza fondata sul proprio merito: il dono d’amore fatto da Dio è integralmente gratuito (Rom 5,6s; Tit 3,5; 1Gv 4,10-19). Questo dono è definitivo, al di là dell’esistenza terrena di Gesù (Mt 28,20; Gv 14,18s); è spinto all’estremo, poiché acconsente alla morte del Figlio affinché il mondo abbia la vita (Rom 5,8; 8, 32) e noi siamo figli di Dio (1Gv 3,1; Gal 4,4-7). Se «Dio ha tanto  amato il mondo da dare il suo Figlio unico» (Gv 3,16), lo ha fatto affinché gli uomini abbiano la vita eterna; ma condannano se stessi coloro che rifiutano di credere in colui che è stato mandato e «preferiscono» le tenebre alla luce (3,19). L’opzione è inevitabile: o l’amore mediante la fede nel Figlio, o l’ira per il rifiuto della fede (3,36).

«Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4,16). Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre per così dire una formula sintetica dell’esistenza cristiana: «Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto».
Abbiamo creduto all’amore di Dio - così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest’avvenimento con le seguenti parole: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui ... abbia la vita eterna » (Gv 3,16). Con la centralità dell’amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d’Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza. L’Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro del Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il centro della sua esistenza: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5). Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell’amore di Dio con quello dell’amore del prossimo, contenuto nel Libro del Levitico: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18; cfr Mc 12,29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1Jn 4,10), l’amore adesso non è più solo un «comandamento», ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro.
In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza, questo è un messaggio di grande attualità e di significato molto concreto.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** «Dio ha mandato il Figlio nel mondo, perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».  (Vangelo)
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Assisti il tuo popolo, Dio onnipotente,
e poiché lo hai colmato della grazia di questi santi misteri,
donagli di passare dalla nativa fragilità umana
alla vita nuova nel Cristo risorto.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.