Sabato della Settima Settimana di Pasqua
At 28,16-20.30-31; Sal 10; Gv 21,20-25
Colletta: Dio onnipotente ed eterno, che ci dài la gioia di portare a compimento i giorni della Pasqua, fa’ che tutta la nostra vita sia una testimonianza del Signore risorto. Egli è Dio, e vive e regna con te...
Eccellenza del Nuovo Testamento 17. La parola di Dio, che è potenza divina per la salvezza di chiunque crede (cfr. Rm 1,16), si presenta e manifesta la sua forza in modo eminente negli scritti del Nuovo Testamento. Quando infatti venne la pienezza dei tempi (cfr. Gal 4,4), il Verbo si fece carne ed abitò tra noi pieno di grazia e di verità (cfr. Gv 1,14). Cristo stabilì il regno di Dio sulla terra, manifestò con opere e parole il Padre suo e se stesso e portò a compimento l’opera sua con la morte, la risurrezione e la gloriosa ascensione, nonché con l’invio dello Spirito Santo. Elevato da terra, attira tutti a sé (cfr. Gv 12,32 gr.), lui che solo ha parole di vita eterna (cfr. Gv 6,68). Ma questo mistero non fu palesato alle altre generazioni, come adesso è stato svelato ai santi apostoli suoi e ai profeti nello Spirito Santo (cfr. Ef 3,4-6, gr.), affinché predicassero l’Evangelo, suscitassero la fede in Gesù Cristo Signore e radunassero la Chiesa. Di tutto ciò gli scritti del Nuovo Testamento presentano una testimonianza perenne e divina.
Origine apostolica dei Vangeli 18. A nessuno sfugge che tra tutte le Scritture, anche quelle del Nuovo Testamento, i Vangeli possiedono una superiorità meritata, in quanto costituiscono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore. La Chiesa ha sempre e in ogni luogo ritenuto e ritiene che i quattro Vangeli sono di origine apostolica. Infatti, ciò che gli apostoli per mandato di Cristo predicarono, in seguito, per ispirazione dello Spirito Santo, fu dagli stessi e da uomini della loro cerchia tramandato in scritti che sono il fondamento della fede, cioè l’Evangelo quadriforme secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni.
Carattere storico dei Vangeli 19. La santa madre Chiesa ha ritenuto e ritiene con fermezza e con la più grande costanza che i quattro suindicati Vangeli, di cui afferma senza esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro eterna salvezza, fino al giorno in cui fu assunto in cielo (cfr At 1,1-2). Gli apostoli poi, dopo l’Ascensione del Signore, trasmisero ai loro ascoltatori ciò che egli aveva detto e fatto, con quella più completa intelligenza delle cose, di cui essi, ammaestrati dagli eventi gloriosi di Cristo e illuminati dallo Spirito di verità, godevano. E gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte che erano tramandate a voce o già per iscritto, redigendo un riassunto di altre, o spiegandole con riguardo alla situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferire su Gesù cose vere e sincere [34]. Essi infatti, attingendo sia ai propri ricordi sia alla testimonianza di coloro i quali « fin dal principio furono testimoni oculari e ministri della parola », scrissero con l’intenzione di farci conoscere la «verità» (cfr. Lc 1,2-4) degli insegnamenti che abbiamo ricevuto.
Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto: La morte del discepolo che Gesù amava dovette sconcertare molta gente, poiché pensavano che almeno quel discepolo doveva essere presente quando sarebbe tornato il Signore nella sua gloria per giudicare i vivi e i morti. Senza dubbio lo scopo dell’aggiunta di questa appendice era che quello di correggere questa errata interpretazione.
Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera: Queste ultime parole sono state aggiunte come una specie di autenticazione del vangelo dalla comunità di Giovanni, per affermare che il discepolo che Gesù amava è proprio il responsabile del vangelo. Giovanni ha terminato la sua opera ma il vangelo rimane sempre aperto, vi sono ancora molte cose non scritte e da scoprire con l’aiuto dello Spirito Santo. Giovanni non ha scritto tutto quasi per sottolineare la perenne novità della Parola.
Dal Vangelo secondo Giovanni 21,20-25: In quel tempo, Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?». Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 20 Pietro si voltò e vide che [li] seguiva il discepolo che Gesù amava; il participio ἀκολουθοῦντα occupa l’ultimo posto della proposizione ed è senza complemento: per questo motivo lo abbiamo riferito ai due personaggi di cui si parla (Gesù e Pietro). L’apostolo Pietro si mette a seguire il Maestro e poi si avvede che anche il discepolo prediletto si trova al loro seguito. Siccome il testo inizia a parlare del «discepolo che Gesù amava», si danno di lui più ampi particolari per identificarlo con chiarezza (quello stesso che nella cena si era chinato verso il suo petto e...; cf. Giov., 13, 25).
21 Signore, e di lui che sarà?; Pietro mostra un particolare interesse per il discepolo prediletto; siccome il Maestro ha detto soltanto a lui di seguirlo, egli desidera sapere che cosa avverrà della persona che Gesù amava. L’apostolo quindi con estremo candore e con premuroso interessamento domanda a Cristo quale sorte attenderà il discepolo prediletto; egli desidera sentire da Gesù se anche il discepolo amato avrà una sorte eguale a quella predetta a lui poco dianzi.
22 Se voglio che egli rimanga fino a quando io venga, che ne viene a te?; il Maestro non accondiscende al desiderio dell’apostolo, poiché la conoscenza della sorte concernente il discepolo prediletto non lo riguarda, cioè non ha un particolare interesse per lui; a Pietro infatti basta sapere quale sarà la fine che lo attende, a lui Gesù ha detto chiaramente di seguirlo (Tu seguimi) e su queste parole egli deve riflettere. «Fino a quando io venga»; la venuta di Cristo si riferisce alla sua parusia, cioè al suo ritorno glorioso; tuttavia il Salvatore non intende affermare che il discepolo amato rimarrà in vita fino a quel momento, ma che se egli volesse anche questo per il discepolo prediletto, ciò non avrebbe un interesse particolare per Pietro.
23 Si diffuse... tra i fratelli questa voce che quel discepolo non morirà; «i fratelli» designano i cristiani. Tra i credenti le parole che Cristo aveva dette a Pietro intorno al discepolo prediletto furono intese nel senso che questo discepolo non sarebbe morto, cioè egli sarebbe sopravvissuto fino al ritorno glorioso di Cristo nella parusia. L’autore precisa che questa credenza è fondata su una falsa conclusione tratta dalle parole di Gesù (Gesù tuttavia non aveva detto a Pietro: Egli non morrà, ma...). L’ultima parte del versetto («che te ne riguarda?») è omessa da alcuni codici; per la traduzione essa è richiesta per dare un senso compiuto alla frase. L’accento della spiegazione è posto sul fatto che Gesù si è espresso in forma condizionale (se mi piacesse farlo vivere finché io non ritorni...), non già che egli abbia manifestato una sua volontà positiva. Alcuni autori ritengono che sia stato il discepolo prediletto stesso a rettificare la falsa interpretazione data dai credenti alle parole che il Maestro gli aveva rivolto in quella circostanza; infatti il discepolo amato, una volta divenuto vecchio, non1 voleva che si pensasse che la sua longevità accreditasse tale credenza, né che si pensasse ad una parusia ormai prossima nel tempo. Di conseguenza, secondo questi interpreti, il presente testo sarebbe stato scritto quando il discepolo prediletto era ancora in vita. Altri studiosi invece opinano che il redattore di questo capitolo abbia inteso chiarire con il presente versetto che alcuni credenti erano caduti in un errore d’interpretazione delle parole rivolte da Cristo al discepolo prediletto, poiché avevano creduto che questo discepolo non dovesse morire prima della parusia, ed invece era morto. Evidentemente per questi esegeti la presente chiarificazione sarebbe stata data dopo la morte del discepolo amato.
24 Questo è il discepolo che dà testimonianza su questi fatti e li ha scritti; i verss. 24-25 formano un nuovo epilogo del vangelo, epilogo aggiunto da un gruppo di discepoli del «discepolo prediletto»; i due versetti quindi non appartengono all’autore del vangelo. Questo gruppo di discepoli si richiamano alla testimonianza del discepolo prediletto, la quale garantisce la verità dei fatti narrati, fatti che egli stesso ha trasmessi per scritto (e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera). L’epilogo rivela una preoccupazione, quella cioè di assicurare i lettori (i credenti della Chiesa primitiva) che le cose narrate sono degne di fede. Probabilmente questo versetto doveva servire di commendatizia del vangelo, quando questo incominciò ad essere divulgato tra le comunità della Chiesa primitiva.
25 Vi sono ancora molte altre opere compiute da Gesù; si richiama un’idea già espressa nella prima conclusione del vangelo (cf. 20, 30-31); in tal modo si riafferma la notevole abbondanza delle opere di bontà compiute dal Salvatore. Se queste fossero scritte una per una...; la formula è manifestamente iperbolica e riflette il gusto letterario degli scrittori del tempo; essa è usata per esaltare i personaggi dei quali si ricordano le gesta compiute; cf. 1 Maccabei, 9, 22; si veda anche Filone, Legatio ad Gaium, III, § 238.
Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Come Gv 20 termina con una nota dell’evangelista sullo scopo della raccolta di alcuni segni operati da Gesù (Gv 20,30s), così alla fine di Gv 21 troviamo un secondo epilogo sulla veracità della testimonianza del discepolo amato (v. 24) e sul carattere incompleto del quarto vangelo (v. 25). In Gv 21,24 il discepolo amato è presentato come il testimone oculare e l’autore di ciò che è stato raccolto nel vangelo giovanneo. Chi ha aggiunto questo passo, garantisce la veracità della testimonianza di tale discepolo: questi perciò è presentato come testimone oculare delle parole e delle opere del Cristo Signore. L’espressione «e sappiamo» può essere considerata probabilmente come un plurale maiestatico riferito all’autore di Gv 21,24,24 oppure può indicare la comunità giovannea, come si costata in 1Gv 3,2.14; 5,15.18ss.25 Tuttavia il redattore finale, riallacciandosi all’epilogo di Gv 20,30, confessa che il quarto vangelo è un’opera incompleta: Gesù ha fatto molte altre cose che non sono scritte in questo libro: tali gesta fossero raccolte in volumi, questi non potrebbero essere contenuti neppure da tutte le biblioteche del mondo (Gv 21,2 ). L’iperbole è palese; con tale esagerata affermazione l’autore vuoi mettere in risalto che solo una piccola parte delle opere compiute da Gesù e dei suoi discorsi, è stata fissata per i critto. In modo altrettanto iperbolico si era espresso il rabbino Johann ben Zakkai (I sec. a.C.) in merito alla conoscenza della Sapienza divina.
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Manderò a voi lo Spirito di verità, egli vi guiderà a tutta la verità. (Gv 16,7.13)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Signore, che hai guidato il tuo popolo
dall’antica alla nuova alleanza,
concedi che, liberati dalla corruzione del peccato,
ci rinnoviamo pienamente nel tuo Spirito.
Per Cristo nostro Signore.
dall’antica alla nuova alleanza,
concedi che, liberati dalla corruzione del peccato,
ci rinnoviamo pienamente nel tuo Spirito.
Per Cristo nostro Signore.