26 Maggio 2020
Martedì della Settima Settimana di Pasqua
San Filippo Neri, Sacerdote
At 20,17-20; Sal 67 (68); Gv 17,1-11a
San Filippo Neri nasce a Firenze nel 1515. Nel 1551 viene ordinato sacerdote e andò a vivere nel convitto ecclesiastico di san Girolamo, dove presto si fece un nome come confessore; gli fu attribuito il dono di saper leggere nei cuori. Nel 1575 a Roma per accogliere ragazzi sbandati fonda l’Oratorio, nel quale si eseguivano letture spirituali, canti e opere di carità. San Filippo rifulse per il suo amore verso il prossimo, la semplicità evangelica, la letizia d’animo, lo zelo esemplare e il fervore nel servire Dio. Unì all’esperienza mistica, che ebbe le sue più alte espressioni specialmente nella celebrazione della Messa, una straordinaria capacità di contatto umano e popolare. Diventò famoso in tutta Roma e la sua influenza sui romani del tempo, a qualunque ceto appartenessero, fu incalcolabile. Fu promotore di forme nuove di arte e di cultura. Catechista e guida spirituale di straordinario talento, diffondeva intorno a sé un senso di letizia che scaturiva dalla sua unione con Dio e dal suo buon umore. Muore a Roma nel 1595.
Colletta: O Padre, che glorifichi i tuoi santi e li doni alla Chiesa come modelli di vita evangelica, infondi in noi il tuo Spirito, che infiammò mirabilmente il cuore di san Filippo Neri. Per il nostro Signore Gesù Cristo ...
Spe salvi: n. 26 Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore. Ciò vale già nell’ambito puramente intramondano. Quando uno nella sua vita fa l’esperienza di un grande amore, quello è un momento di « redenzione » che dà un senso nuovo alla sua vita. Ma ben presto egli si renderà anche conto che l’amore a lui donato non risolve, da solo, il problema della sua vita. È un amore che resta fragile. Può essere distrutto dalla morte. L’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: «Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38-39). Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora - soltanto allora – l’uomo è «redento», qualunque cosa gli accada nel caso particolare. È questo che si intende, quando diciamo: Gesù Cristo ci ha «redenti». Per mezzo di Lui siamo diventati certi di Dio - di un Dio che non costituisce una lontana «causa prima» del mondo, perché il suo Figlio unigenito si è fatto uomo e di Lui ciascuno può dire: «Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).
n. 27 In questo senso è vero che chi non conosce Dio, pur potendo avere molteplici speranze, in fondo è senza speranza, senza la grande speranza che sorregge tutta la vita (cfr Ef 2,12). La vera, grande speranza dell’uomo, che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio – il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora «sino alla fine», «fino al pieno compimento» (cfr Gv 13,1 e 19,30). Chi viene toccato dall’amore comincia a intuire che cosa propriamente sarebbe «vita». Comincia a intuire che cosa vuole dire la parola di speranza che abbiamo incontrato nel rito del Battesimo: dalla fede aspetto la «vita eterna» - la vita vera che, interamente e senza minacce, in tutta la sua pienezza è semplicemente vita. Gesù che di sé ha detto di essere venuto perché noi abbiamo la vita e l’abbiamo in pienezza, in abbondanza (cfr Gv 10,10), ci ha anche spiegato che cosa significhi «vita»: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). La vita nel senso vero non la si ha in sé da soli e neppure solo da sé: essa è una relazione. E la vita nella sua totalità è relazione con Colui che è la sorgente della vita. Se siamo in relazione con Colui che non muore, che è la Vita stessa e lo stesso Amore, allora siamo nella vita. Allora «viviamo».
Gesù e Paolo sono accomunati da uno stesso destino: è venuta l’ora, la morte è vicina. Paolo non ritiene in nessun modo preziosa la sua vita, purché conduca a termine la sua corsa e il servizio che gli fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al vangelo della grazia di Dio. Momenti prima che il carnefice calasse la spada sul suo capo per decapitarlo, l’Apostolo scriverà a Timoteo, a tutti i suoi amici: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (2Tm 4,7). Gesù, prima che i chiodi lacerassero la sua carne, alzàti gli occhi al cielo, prega il Padre domandando che la sua volontà si compia totalmente. Gesù, con la sua preghiera si rivela inseparabile dal Padre in quello che è e vive. Prega anche per i suoi amici, quelli che hanno accolto la sua Parola. Gesù ritorna al Padre, ora comincia il tempo della Chiesa, e la preghiera di Gesù nei secoli sosterrà la sua missione apostolica che si spingerà fino agli estremi confini della terra.
Dal Vangelo secondo Giovanni 17,1-11a: In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse. Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te».
La preghiera di Gesù al Padre, ora in cui l’«ora» si trasforma - Marida Nicolaci (Vangelo secondo Giovanni): L’introduzione alla preghiera di Gesù (v. 1a) chiude definitivamente con quanto precede (il «parlare» di Gesù ai discepoli) e apre il dire di Gesù al Padre. Nello sguardo orientato a lui il Figlio si raccoglie interamente e affronta la sua «ora» costringendola all’interno del suo integro e non scalfibile rapporto col Padre, ben espresso dal linguaggio e dall’opera della «glorificazione» (vv. 1b.4.5). È come se la preghiera dell’«ora» attestasse la battaglia vinta dal Figlio sulla violenza e la morte grazie al rapporto col Padre, la «gloria» che il Figlio possiede da lui, che precede strutturalmente l’esistenza del «mondo» (cf 1,1-3.14) e che quindi non può essere dissolta dall’odio del mondo. In forza del suo rapporto col Padre, il Figlio può anzi anticipare nella preghiera l’arrivo dell’«ora», dicendola al Padre e trasformandone il potenziale tenebroso e distruttivo (cf Mt 26,45; Mc 14,35.41; Lc 22,53) in occasione di rivelazione luminosa e di espressione piena della sua identità filiale. Come già annunziato (cf 12,23.27-28a.31), nella preghiera che attesta la sua accoglienza piena dell’«ora» Gesù trasforma l’ora della violenza subita nell’«adesso» (nyn) in cui lui si fa protagonista attivo dell’espulsione del principe del mondo e della glorificazione del Padre. Stavolta, però, l’accento è posto sull’azione di glorificazione che «adesso» Gesù chiede al Padre: accettando l’ora, egli ha accettato di vivere fino in fondo la sua opera di rivelazione del volto e della volontà di vita del Padre in termini radicalmente anti-mondani, esponendosi al rifiuto e alla morte; adesso, chiede che sia il Padre a porre il suo sigillo sull’opera della glorificazione da lui compiuta nel mondo, dimostrando di riconoscere tutto il peso («gloria») della vita donata del Figlio e permettendo così al Figlio di rappresentare per sempre nel mondo il suo vero volto di Padre. La gloria con la quale il Figlio chiede di essere glorificato è una gloria che trascende l’esistenza del mondo e che esprime la sua identità di Figlio partecipe del «potere» (exousia) di giudizio e di vita del Padre stesso.
Padre è venuta l’ora - Alain Marchadour (Vangelo di Giovanni): La preghiera di Gesù inizia con un’invocazione filiale: la parola «Padre» potrebbe essere la trascrizione dell’aramaico ‘abba’, termine familiare per dire «papà», poco usato nel giudaismo e abituale a Gesù (Lc 11,2; Mc 14,36).
La gloria del Figlio e la gloria del Padre sono interdipendenti (13,31-32). L’esaltazione in croce segna l’avvento dell’ora. Portando a compimento la missione che il Padre gli ha affidato, Gesù glorifica Dio. Colui che accoglie questa gloria di Dio presente in Gesù crocifisso riceve la vita eterna, vale a dire entra nell’intimità (la «conoscenza») del vero Dio e di suo Figlio Gesù Cristo. Stranamente, pur parlando egli stesso, Gesù è indicato con il suo nome: «Colui che tu hai mandato, Gesù Cristo». Possiamo scorgere in ciò un evidente elemento redazionale, per cui Giovanni mescola il discorso della comunità eon le parole del Cristo. I vv. 6-8 sottolineano che, nella glorificazione del Padre, l’opera di Gesù fu di «manifestare il nome di Dio».
L’insistenza di Gesù sulla «conoscenza di Dio» come sorgente della vita è stata considerata da alcuni come un’influenza gnostica. Ma alla gnosi mancano due tratti presenti in Giovanni, anzitutto questa conoscenza è trasmessa attraverso un evento concreto e singolare: la morte e la risurrezione di Gesù; in secondo luogo la vita eterna è data fin d’ora su questa terra, che la gnosi invece esorta a disertare.
La gloria di Gesù qui manifestata e riconosciuta esisteva «prima che il mondo fosse», nell’ amore eterno che unisce il Padre e il Figlio (17,24), a immagine della sapienza che «costituita prima dei primordi della terra, era la delizia del Signore» (Pro 8,23-31).
La Chiesa è proprietà di Dio - Salvatore Alberto Panomolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Un tema ecclesiologico di rilievo e di grande attualità è costituito nell’affermazione di Gesù che il gruppo dei discepoli appartiene al Padre. Questi uomini «erano» di Dio e sono stati affidati a Gesù (Gv 17,6), anzi «sono» del Padre, anche se donati al Figlio (Gv 17,9); essi formano il dono di Dio al Cristo (Gv 17,24). Ora, questa dottrina deve ispirare tanta fiducia alla comunità cristiana: la chiesa non è una società semplicemente umana, ma è d’istituzione divina, essa appartiene sempre al Padre ed è stata affidata al Figlio, è una realtà «teandrica» cioè umano-divina, perché - benché composta di uomini - è stata ideata, voluta da Dio fin dall’eternità, istituita dal Cristo e vivificata dallo Spirito santo (cf. Lumen gentium, 2-4). In realtà la chiesa è il podere a campo di Dio, è la vigna «piantata dal celeste agricoltore», è l’edificio di Dio, costruito sulla pietra angolare che è il Cristo (cf. LG, 6).
Soprattutto nella prova, nelle situazioni difficili, nei momenti di lotta e di apparenti sconfitte non deve vacillare la fede della comunità cristiana nella sua appartenenza al Padre, contro il quale nessuno può prevalere (cf. Gv 10,29). Se la chiesa, conscia di essere proprietà di Dio, si vota completamente alla causa del vangelo, orienta la sua vita verso la persona del suo sposo divino, si lascia guidare totalmente dallo Spirito santo, lottando contro il male e le ingiustizie, non potrà temere di essere abbandonata lasciata sola. «Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo!», assicura Gesù (Mt 28,20). La comunità dei credenti infatti appartiene al Padre, il quale la custodisce con cura dal Maligno (Gv 17,15) e la conserva nel suo nome divino (Gv 17,l1s).
La speranza nella vita eterna non sol non diminuisse, ma aumenta l’impegno dell’uomo negli affari terreni - Gaudium et spes 21: La Chiesa crede che il riconoscimento di Dio non si oppone in alcun modo alla dignità dell’uomo, dato che questa dignità trova proprio in Dio il suo fondamento e la sua perfezione. L’uomo infatti riceve da Dio Creatore le doti di intelligenza e di libertà ed è costituito nella società; ma soprattutto è chiamato alla comunione con Dio stesso in qualità di figlio e a partecipare alla sua stessa felicità. Inoltre la Chiesa insegna che la speranza escatologica non diminuisce l’importanza degli impegni terreni, ma anzi dà nuovi motivi a sostegno dell’attuazione di essi.
Al contrario, invece, se manca la base religiosa e la speranza della vita eterna, la dignità umana viene lesa in maniera assai grave, come si constata spesso al giorno d’oggi, e gli enigmi della vita e della morte, della colpa e del dolore rimangono senza soluzione, tanto che non di rado gli uomini sprofondano nella disperazione.
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre. (Gv 14,16)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
O Dio, che ci hai fatto gustare le gioie della tua mensa,
fa’ che sull’esempio di san Filippo Neri abbiamo sempre
fame e sete di te, che sei la vera vita.
Per Cristo nostro Signore.
fa’ che sull’esempio di san Filippo Neri abbiamo sempre
fame e sete di te, che sei la vera vita.
Per Cristo nostro Signore.