21 Maggio 2020
Giovedì della VI Settimana di Pasqua
At 18,1-8; Sal 97; Gv 16,16-20
Colletta: O Dio, nostro Padre, che ci hai reso partecipi dei doni della salvezza, fa’ che professiamo con la fede e testimoniamo con le opere la gioia della risurrezione. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia - Gaudete in Domini (IV La gioia nel cuore dei santi): È necessario che noi, ora, facciamo sentire qualche eco di tale esperienza spirituale, che, secondo la diversità dei carismi delle vocazioni particolari, illumina il mistero della gioia cristiana. Al primo posto ecco la Vergine Maria, piena di grazia, la Madre del Salvatore. Disponibile all’annuncio venuto dall’alto, essa, la serva del Signore, la sposa dello Spirito Santo, la Madre dell’eterno Figlio, fa esplodere la sua gioia dinanzi alla cugina Elisabetta, che ne esalta la fede: «L’anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore . . . D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (47). Essa, meglio di ogni altra creatura, ha compreso che Dio compie azioni meravigliose: santo è il suo Nome, egli mostra la sua misericordia, egli innalza gli umili, egli è fedele alle sue promesse. Non che l’apparente corso della vita di Maria esca dalla trama ordinaria: ma essa riflette sui più piccoli segni di Dio, meditandoli nel suo cuore. Non che le sofferenze le siano state risparmiate: essa sta in piedi accanto alla croce, associata in modo eminente al sacrificio del Servo innocente, Lei ch’è madre dei dolori [...].
Dopo Maria, noi incontriamo l’espressione della gioia più pura, più ardente, là dove la Croce di Gesù viene abbracciata con l’amore più fedele: presso i martiri, ai quali lo Spirito Santo ispira, al culmine stesso della prova, un’attesa appassionata della venuta dello Sposo. Santo Stefano, che muore vedendo il cielo aperto, non è che il primo di questi testimoni innumerevoli del Cristo. Quanti ve ne sono, ancora ai nostri giorni e in vari Paesi, che, rischiando tutto per il Cristo, potrebbero affermare come il martire Sant’Ignazio di Antiochia: «Vi scrivo mentre sono ancora vivo, ma desidero di morire. Il mio desiderio terreno è stato crocifisso, e in me non c’è più fuoco alcuno per amare la materia, ma in me c’è un’acqua viva che mormora e dice nel mio intimo: “Vieni al Padre”». In realtà, la forza della Chiesa, la certezza della sua vittoria, la sua allegrezza quando si celebra il combattimento dei martiri, provengono dal fatto ch’essa contempla in loro la fecondità gloriosa della Croce. Per questo motivo il nostro Predecessore san Leone Magno, esaltando da questa cattedra romana il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo, esclama: «È preziosa davanti allo sguardo di Dio la morte dei suoi santi, e nessuna specie di efferatezza può distruggere una religione fondata sul mistero della Croce di Cristo. La Chiesa non diminuisce, bensì cresce con le persecuzioni; e il campo del Signore si riveste incessantemente d’una messe più ricca quando i grani di frumento, caduti singolarmente, rinascono moltiplicati».
La gioia che Gesù promette ai suoi discepoli non è la gioia che proviene dal guadagno (Dt 12,7), dal ritrovamento di cose perdute (Lc 15ss.9), dal culto (Sal 43,4), da altre cose o persone ( 1Re 4,20; Pr 5,18), dalla legge (Sal 119,162). La vera gioia che Gesù promette proviene da Dio (Sal 65,9; Lc 1,47). Questa gioia non è passeggera è non si eclissa né tra i tormenti o nell’esilio o nelle persecuzioni: “Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro - destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco - torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù” (1Pt 1,6-9). Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia, questa gioia “è dovuta al rivedere Gesù, dopo la risurrezione, nelle apparizioni e nella presenza-spirituale, che dura sempre fino alla parusia” (Giuseppe Segalla).
Dal Vangelo secondo Giovanni 16,16-20: In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”, e: “Io me ne vado al Padre”?». Dicevano perciò: «Che cos’è questo “un poco”, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”? In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia».
Un poco e non mi vedrete - Felipe F. Ramos: Un poco e non mi vedrete. Un altro poco e mi vedrete. Le frasi sono almeno ambigue. Possono essere intese così pare che si debba fare, a prima vista- degli avvenimenti che si avvicinavano: morte-risurrezione-apparizioni. Gesù scomparve di fra loro e, nella Pasqua, si ritrovò nuovamente con essi. Questa sarebbe l’interpretazione normale. Potrebbero anche riferirsi all’ascensione e al suo ritorno alla fine dei tempi.
Il lettore del vangelo deve sapere che, con questa frase ambigua, si fa riferimento alla morte-risurrezione di Cristo, alla sua glorificazione da parte del Padre, alla venuta dello Spirito Santo e al nuovo ordine di cose creato da tutto l’avvenimento di Gesù: il credente si sentirà unito col Padre e col Figlio.
L’evangelista Giovanni ricorre al fenomeno dell’incomprensione dei discepoli per provocare un ulteriore chiarimento delle parole ambigue di Gesù.
Il contenuto o il significato della frase «un poco e non mi vedrete» nei vangeli sinottici è espresso con maggior chiarezza. Gesù ha annunziato che il Figlio dell’uomo sarà arrestato, maltrattato e ucciso. e, il terzo giorno, risusciterà (Mc 9.9 e altre predizioni e annunzi della passione).
La frase «fra poco» era parte del vocabolario corrente di qualsiasi rabbino che fosse convinto d’avere una certa visione del futuro. Chiunque avesse creduto che il mondo tende verso una fine è la fede d’Israele della quale partecipano anche i cristiani e che Dio sarebbe intervenuto presto e in maniera definitiva nella storia, qualora gli avessero chiesto quando tutto sarebbe avvenuto, avrebbe risposto: «fra poco».
La frase ha radici nell’AT - cosi parlavano i profeti- e nel NT appare anche nell’Apocalisse (6,11): fu detto loro di pazientare ancora un poco . Gesù, in tutto questo contesto, afferma quello che attendono tutti i suoi seguaci in un futuro non lontano. Si riferisce al tempo che precederà immediatamente il giudizio ultimo, questo tempo ultimo che va dalla sua passione fino al suo ritorno finale alla fine dei tempi.
Il riferimento, tanto a questo tempo intermedio quanto al tempo finale, porta necessariamente con sé un’oscurità per gli uditori e per i lettori. Chi può penetrare questo futuro? Tuttavia, i seguaci intimi di Gesù pensavano d’avere il diritto di sapere come sarebbero andate le cose.
Non glielo chiedono, ma confessano, come sorpresi, la loro ignoranza: Non comprendiamo quello che vuol Una cosa di cui tutti erano convinti era che quel periodo sarebbe stato caratterizzato da violenze e tribolazioni intense. Le gioie dell’età futura saranno precedute da sofferenze tremende, senza precedenti. L’immagine dei dolori della partoriente era assai indicata per esprimere questo periodo di tribolazioni. Le sofferenze sarebbero tali, che non vi sarebbero stati precedenti, e sarebbero subite in modo repentino e breve, ma comunque sarebbero mitigate dalla gioia che verrebbe subito dopo.
Il misterioso «fra poco» sarebbe stato compreso dai discepoli, se avessero saputo che cosa significava andare «al Padre». Comunque sia, si afferma che questo mistero d’incomprensione ha le sue radici nell’incomprensione del mistero di Gesù. Quando si comprenderà chi è che lo invia, qual è la missione che egli compie e qual è il futuro che egli annunzia... allora tutta sarà chiaro.
LA GIOIA DEL VANGELO - A. Ridouard e M. F. Lacan: [Quando Dio visiterà il suo popolo, allora] i servi di Dio canteranno, con la gioia nel cuore, in una creazione rinnovata; perché Dio creerà Gerusalemme «gioia» ed il suo popolo «letizia», per rallegrarsi in essi e procurare a tutti un giubilo senza fine (65,14.17 ss; 66, 10). Questa è la gioia che Gerusalemme attende dal suo Dio, il santo e l’eterno la cui misericordia la salverà (Bar 4,22.36 s; 5,9). L’artefice di quest’opera di salvezza è il suo re che viene ad essa nell’umiltà; l’accolga essa nell’esultanza (Zac 9,9).
Questo re umile è Gesù Cristo che annunzia la gioia della salvezza agli umili e la dà loro mediante il suo sacrificio.
1. La gioia della salvezza annunziata agli umili - La venuta del salvatore crea un clima di gioia che Luca, più degli altri evangelisti ha reso sensibile. Ancor prima che ci si rallegri della sua nascita (Lc 1,14), quando viene Maria, Giovanni Battista sussulta di gioia nel seno della madre (1,41.44); e la Vergine, che il saluto dell’angelo aveva invitato alla gioia (1,28: gr. chàire = rallégrati), canta con gioia pari all’umiltà il Signore che è divenuto suo figlio per salvare gli umili (1,42.46-55). La nascita di Gesù è una grande gioia per gli angeli che l’annunziano e per il popolo che egli viene a salvare (2,10.13s; cfr. Mt 1,21); essa pone termine all’attesa dei giusti (Mt 13,17 par.) che, come Abramo, esultavano già pensandovi (Gv 8,56).
In Gesù Cristo il regno di Dio è già presente (Mc 1,45 par.; Lc 17,21); egli è lo sposo la cui voce colma di gioia il Battista (Gv 3, 29) e la cui presenza non permette ai suoi discepoli di digiunare (Lc 5,34 par.). Questi hanno la gioia di sapere che i loro nomi sono scritti in cielo (10,20), perché rientrano nel numero dei poveri ai quali appartiene il regno (6,20 par.), tesoro per il quale si sacrifica tutto con gioia (Mt 13,44); e Gesù ha insegnato loro che la persecuzione, confermando la loro certezza, doveva intensificare la loro letizia (Mt 5,10ss par.).
I discepoli hanno ragione di rallegrarsi dei miracoli di Gesù che attestano la sua missione (Lc 19,37ss); ma non devono porre la loro gioia nel potere miracoloso che Cristo comunica loro (10,17-20); esso non è che un mezzo destinato non a procurare una vana gioia a uomini come Erode, amanti del meraviglioso (23,8), ma a far lodare Dio dalle anime rette (13,17) e ad atti rare i peccatori al salvatore, disponendoli ad accoglierlo con gioia ed a convertirsi (19,6.9). Di questa conversione i discepoli si rallegreranno da veri fratelli (15,32), come se ne rallegrano in cielo il Padre e gli angeli (15,7. 0.24), come se ne rallegra il buon pastore, il cui amore ha salvato le pecore smarrite (15,6; Mt 18,13). Ma per condividere la sua gioia, bisogna amare com’egli ha amato.
2. La gioia dello Spirito, frutto della croce. - Di fatto Gesù, che aveva esultato di gioia perché il Padre si rivelava per mezzo suo ai piccoli (Lc 10,21 s), dà la propria vita per questi piccoli, suoi amici, allo scopo di comunicare loro la gioia di cui il suo amore è la fonte (Gv 15,9-15), mentre ai piedi della sua croce i suoi nemici ostentano la loro gioia malvagia (Lc 23,35ss). Attraverso la croce Gesù va al Padre; i discepoli dovrebbero rallegrarsene, se lo amassero (Gv 14,28) e se comprendessero lo scopo di questa partenza, che è il dono dello Spirito (16,7). Grazie a questo dono, essi vivranno della vita di Gesù (14,16-20) e, poiché domanderanno nel suo nome, otterranno tutto dal Padre; allora la loro tristezza si muterà in gioia, la loro gioia sarà perfetta e nessuno la potrà togliere loro (14,13s; 16,20-24).
Ma i discepoli hanno così poco compreso che la passione porta alla risurrezione, e la passione distrugge a tal punto la loro speranza (Lc 24,21) che non osano abbandonarsi alla gioia che li invade dinanzi alle apparizioni (24,41). Tuttavia quando il risorto, dopo aver loro mostrato che le Scritture erano compiute ed aver loro promesso la forza dello Spirito (24,44.49; Atti 1,8), sale al cielo, essi hanno una grande gioia (Lc 24,52s); la venuta dello Spirito la rende tanto comunicativa, (Atti 2,4.11) quanto incrollabile: «sono lieti di essere giudicati degni di soffrire per il nome» del salvatore di cui sono i testimoni (Atti 5,41; cfr. 4,12; Lc 24,46ss).
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Voi sarete afflitti e il mondo si rallegrerà, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia” (Gv 16,20).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
O Dio grande e misericordioso,
che nel Signore risorto
riporti l’umanità alla speranza eterna,
accresci in noi l’efficacia del mistero pasquale,
con la forza di questo sacramento di salvezza.
Per Cristo nostro Signore.
che nel Signore risorto
riporti l’umanità alla speranza eterna,
accresci in noi l’efficacia del mistero pasquale,
con la forza di questo sacramento di salvezza.
Per Cristo nostro Signore.