16 APRILE 2020
Giovedì fra l’Ottava di Pasqua
At 3,11-26; Sal 8; Lc 24,35-48
Colletta: O Padre, che da ogni parte della terra hai riunito i popoli per lodare il tuo nome, concedi che tutti i tuoi figli, nati a nuova vita nelle acque del Battesimo e animati dall’unica fede, esprimano nelle opere l’unico amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
Paolo VI (12 Aprile 1972): A noi premerebbe di accendere nei vostri animi la scintilla profetica della testimonianza. Quale testimonianza? La testimonianza della risurrezione di Cristo. Voi avete diritto di chiederci: come sarebbe a dire? Noi ricordiamo che da ragazzi si faceva a gara fra quelli che riuscissero prima a salutare un altro col grido gioioso: è Pasqua! e sappiamo che nella Chiesa Orientale è sempre in uso, per il giorno di Pasqua, lo scambio del saluto: Cristo è risorto! al quale saluto la persona incontrata risponde con pari entusiasmo: è risorto davvero!
Ma voi ci direte ora: la Pasqua è passata; l’annuncio non è più tempestivo. È vero: come saluto d’occasione è per questo anno superato; ma come testimonianza del fatto miracoloso, misterioso, strepitoso della risurrezione del Signore rimane d’attualità, anzi rimane dovere. Diremo allora: non è scintilla, ma fiamma. Fiamma accesa; non soltanto lume per uso personale di ogni fedele, ma lume anche per chi ci circonda. È testimonianza, dicevamo; è il principio interiore dell’apostolato esteriore. Come è nato il cristianesimo? Come si è formata la Chiesa? E che cosa costituisce l’elemento originale ed energetico della Chiesa? La fede. La fede in Chi ed in che cosa? Nella risurrezione del Signore. Scrive San Paolo: «Questa è la parola della fede che noi annunziamo. Se tu confessi con la bocca il Signore Gesù, e nel tuo cuore hai fede che Dio lo ha risuscitato da morte, sarai salvo» (Rm 10,9 ). Avete ancora bene presente allo spirito la narrazione evangelica dei fatti relativi alla risurrezione del Signore? Avete anche qualche ricordo della prima predicazione degli Apostoli dopo la Pentecoste? (Cfr. Ac 2,36) E certo voi sapete come nella predicazione di San Paolo e specialmente nella sua prima lettera ai Corinti (1Cor 15), egli aveva un fatto da asserire come fondamento di tutta la dottrina nuova di Cristo, e cioè la risurrezione del Signore, e come egli si erigeva a storico e a maestro di questo prodigio capitale del Vangelo della salvezza, dal quale la nuova religione, anzi la nuova società, cioè la Chiesa, traeva la sua origine e la sua ragion di essere.
Da tutto questo noi vediamo l’importanza essenziale della «testimonianza» circa l’avvenuta risurrezione di Gesù. Perché, da un lato, questo fatto prodigioso fu manifestato, sì, ad esempio, in modo diretto, sperimentale e agli occhi, all’udito, al tatto agli Undici e agli altri ch’erano riuniti con loro a Gerusalemme, tanto che il Signore disse loro: «Perché vi turbate, e quali dubbi sorgono nel vostro cuore? Guardate le mie mani ed i miei piedi; sono proprio Io; palpate e guardate, perché uno spirito non ha carne ed ossa come voi vedete che Io ho in questo momento...» (Lc 24,38-39); ma questa esperienza sensibile non fu continua e non fu per tutti, tanto che San Pietro, nel suo discorso nella casa del centurione Cornelio, spiegando l’ordine degli eventi che stavano realizzandosi, ebbe a dire circa Gesù di Nazareth: «Dio lo ha risuscitato il terzo giorno, ed ha fatto sì che Egli si rendesse visibile, ma non a tutto il popolo, ma a testimoni prestabiliti da Dio» (Ac 10,40-41). D’altro lato, dunque, la certezza della risurrezione del Signore è stata data, salvo a pochi (sebbene non pochissimi; San Paolo parla di «più di cinquecento fratelli in una volta», dei quali i più erano allora ancora viventi - ), non per via di conoscenza sensibile e diretta, ma per via di testimonianza, cioè per fede; fede umana, ma subito suffragata da un’altra testimonianza interiore, dalla grazia dello Spirito Santo (Cfr. Jn 15,26-27).
Dal Vangelo secondo Luca 24,35-48: In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».
Gesù in persona apparve in mezzo a loro - L’evangelista Luca non vuole nascondere o minimizzare l’atteggiamento umano dei discepoli di fronte a Gesù risorto. Increduli, stupiti, spaventati (il testo greco ha atterriti), «i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,16).
Gli «Undici e quelli che erano con loro» trovano difficoltà nel credere alla risurrezione. Pensano di vedere un fantasma (spirito, pnèuma, nel testo greco). Credono di vedere «una persona defunta rievocata dalla loro fantasia allucinata e considerata come reale. Un’immagine illusoria, priva di corrispondenza con la realtà dei fatti» (Zingarelli).
Gesù incalza i discepoli e, dopo aver donato loro la pace, per dissipare le loro difficoltà li invita a guardare le sue mani e i suoi piedi che portano impresse le ferite dei chiodi e a toccare il suo corpo.
Questi verbi - guardare, toccare - ritornano spesso quando i discepoli devono dare testimonianza della risurrezione di Gesù. Per esempio, san Giovanni nella sua prima lettera: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita - la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi - quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi» (1Gv 1,1ss).
L’incredulità si trasforma immediatamente in grande gioia: l’esperienza fisica - vedere, toccare, udire - sfocia nella fede perché la fede è incontro con una Persona. E il Cristo risorto è una Persona, non è l’elucubrazione mentale di visionari o invenzione fantastica di menti malate. Gesù risorto non è un fantasma! È vivo! Palpatemi, toccatemi, «sono proprio io!».
E indubbiamente il racconto lucano ha anche uno scopo didattico. Per dei cristiani «che vivevano in ambiente greco, dove le diverse filosofie insegnavano che l’anima vive separata dal corpo, dopo la morte, era importante affermare che Cristo risorto non era uno “spirito” immortale senza corpo [...], perciò san Luca vuole prima di tutto dire ai suoi lettori che Gesù è veramente risorto perché adesso vive di nuovo con il suo corpo, quel corpo che era stato dato alla morte sulla croce» (Salvatore Cipriani).
Ma poiché per la grande gioia ancora non credono, Gesù, per vincere ogni resistenza li invita a mangiare con lui. Chiede qualcosa da mangiare a compròva che lui è una Persona viva e vera. Anche il verbo mangiare torna spesso nella memoria degli Apostoli quando devono dare testimonianza della risurrezione di Gesù (Cf. Atti 1,3-4; 10,41).
Il corpo del Risorto è impassibile e di conseguenza non ha più bisogno di nutrirsi, ma il Signore Gesù ricorre a questo espediente per confermare i discepoli nella verità della sua risurrezione.
Ma si trattò di un vero pasto? Al dire di san Tommaso d’Aquino ci sono «dei pasti che sono veri solo come verità figurata: per esempio il mangiare degli Angeli... Ora il mangiare di Cristo dopo la Risurrezione fu vero... tuttavia non c’erano gli effetti conseguenti alla masticazione, perché il cibo non era assimilato da chi ne mangiava, avendo un corpo glorificato e incorruttibile» (In Jo. ev., 122,8).
Se il mangiare è un’azione frequente nelle apparizioni pasquali, questi pasti del Risorto con i discepoli hanno anche una dimensione liturgico-eucaristica: l’Eucaristia è stare a mensa con il Signore risorto. Quindi, san Luca, con mirabili pennellate, vuole dipingere la vita della Chiesa dopo la risurrezione del suo Fondatore: Gesù Cristo mangia e conversa con i suoi discepoli, apre loro l’intelligenza alle Scritture, li istruisce e li dispone a ricevere lo Spirito Santo, la promessa del Padre.
Gesù, fugato ogni dubbio, istruisce i discepoli intorno alla sua missione terrena, una missione di salvezza da sempre pensata dal Padre: «Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me... Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti».
La necessità della morte orrenda di Gesù sulla croce rivela quindi l’amore infinito del Padre e del Figlio. Quest’ultimo si è offerto volontariamente alla morte di croce per amore e non perché costretto da condizioni esterne alla sua volontà. Non erano stati gli uomini a determinare la fine atroce del Verbo umanato, come erano stati tentati di credere gli stessi discepoli. Il fallimento umano della vicenda umana del Cristo in verità rientrava nel piano di salvezza di Dio: al di sopra degli uomini e per mezzo degli uomini, anche degli stessi aguzzini che avevano crocifisso il Figlio, il Padre ha realizzato il suo disegno di amore, «creando in tal modo le condizioni nelle quali Cristo avrebbe espresso il massimo della sua capacità di “amare” e di “obbedire” [...]. Il “segno supremo” dell’amore è la sua morte di croce che egli già “sa” da sempre [...]. Proprio perché Cristo “conosce” la volontà del Padre, il suo donarsi alla morte è un gesto di generosità e di “obbedienza”. Egli vive e muore non per sé, ma “per gli altri”» (Salvatore Cipriani).
Ora, pieni di luce e ricolmi di verità, i discepoli possono accogliere le ultime istruzioni del Risorto: nel suo nome devono andare in tutto il mondo a predicare a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme, che rimane così al centro della storia e della salvezza e di lì diffondersi progressivamente sino agli estremi confini della terra.
Sconvolti e pieni di paura - Mario Galizzi (Vangelo secondo Luca): Solo la parola di Gesù li riporta alla realtà, anche se a loro non basta risentire la stessa voce. E allora Gesù fa qualcosa di cui essi già hanno esperienza: legge nei loro cuori (5,22; 6,8; 9,48) e dice: «Perché sorgono tanti dubbi nel vostro cuore?». La parola di Gesù esprime bene la loro intima situazione, che si traduce in un atteggiamento di turbamento e incertezza. Sembra proprio lui, ma non riescono a darsi ragione del suo rendersi visibile e invisibile in modo improvviso.
Un vero essere umano non ha queste capacità ed essi non conoscono le capacità di un risorto. Essi hanno bisogno di convincersi che il Risorto e il Crocifisso sono la stessa e identica persona.
E Gesù li accontenta, li invita a guardare, toccare, palpare per capire che non è un puro spirito perché ha davvero carne e ossa, un’espressione questa che dà l’idea della concretezza, dell’individualità. Ma non perdiamo di vista Gesù che mentre diceva ciò mostrava loro le mani e i piedi (in Gv 20,20 invece di piedi si legge costato). Non c’era di meglio per capire che era lui il Crocifisso. Ed ecco che scoppia la gioia (idea presente pure in Gv 20,19), anche se la diffidenza non scompare ancora.
Allora chiede loro qualcosa da mangiare. E questo fatto di vederlo mangiare è la prova che li convince e a cui Pietro si appellerà per convincere altri, dicendo: «Noi abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione» (At 10,41).
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!». (Vangelo)
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Esaudisci, Signore, le nostre preghiere;
la comunione ai beni della redenzione
ci dia l'aiuto per la vita presente
e ci ottenga la felicità eterna.
Per Cristo nostro Signore.
la comunione ai beni della redenzione
ci dia l'aiuto per la vita presente
e ci ottenga la felicità eterna.
Per Cristo nostro Signore.