8 Agosto 2025
 
San Domenico, Presbitero
 
Dt 4,32-40; Salmo Responsoriale Dal Salmo 76 (77); Mt 16,24-28
 
Colletta
Guida e proteggi, o Signore, la tua Chiesa
per i meriti e gli insegnamenti di san Domenico:
egli, che fu insigne predicatore della tua verità,
sia nostro intercessore davanti a te.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
… chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà: Benedetto XVI (Udienza Generale, 6 Febbraio 2008): La conversione comporta quindi porsi umilmente alla scuola di Gesù e camminare seguendo docilmente le sue orme. Illuminanti sono al riguardo le parole con cui Egli stesso indica le condizioni per essere suoi veri discepoli. Dopo aver affermato che “chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”, aggiunge: “Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima”? (Mc 8,35-36). La conquista del successo, la bramosia del prestigio e la ricerca delle comodità, quando assorbono totalmente la vita sino ad escludere Dio dal proprio orizzonte, conducono veramente alla felicità? Ci può essere felicità autentica a prescindere da Dio? L’esperienza dimostra che non si è felici perché si soddisfano le attese e le esigenze materiali. In realtà, la sola gioia che colma il cuore umano è quella che viene da Dio: abbiamo infatti bisogno della gioia infinita. Né le preoccupazioni quotidiane, né le difficoltà della vita riescono a spegnere la gioia che nasce dall’amicizia con Dio. L’invito di Gesù a prendere la propria croce e a seguirlo in un primo momento può apparire duro e contrario a quanto noi vogliamo, mortificante per il nostro desiderio di realizzazione personale. Ma guardando più da vicino possiamo scoprire che non è così: la testimonianza dei santi dimostra che nella Croce di Cristo, nell’amore che si dona, rinunciando al possesso di se stesso, si trova quella profonda serenità che è sorgente di generosa dedizione ai fratelli, specialmente ai poveri e ai bisognosi. E questo dona gioia anche a noi stessi.
 
Prima Lettura - Le prove di Dio - Angel González: Il capitolo introduttivo alla legge deuteronomica termina con una professione di fede monoteista e un’esortazione all’ubbidienza: al comandamento capitale. E tutto questo ha come fondamento alcune « prove » che fanno riconoscere Dio come l’unico. L’affermazione monoteista è qui esplicita come nel Deutero-Isaia; le due affermazioni si rassomigliano per il fatto che furono fatte di fronte all’idolatria e in polemica con essa, e anche di fronte al grande orizzonte dei popoli che Israele scoprì direttamente nell’esilio.
Il punto chiave del passo è indicato dalla proclamazione dell’unico Dio, ripetuta a modo di ritornello (v. 25 e 39). La sicura affermazione porta le prove che, per Israele, sono nella sua storia, della quale sono elementi centrali la rivelazione sull’Oreb (Sinai) nella teofania di fuoco, e la liberazione dalla schiavitù d’Egitto, con forza e possanza. Di qui lo sguardo si rivolge al passato e trova come fondamento di queste manifestazioni salvatrici l’amore di Dio per i patriarchi; si volge in avanti, e vede che l’azione salvatrice si prolunga nella conquista della terra. Questi sono i grandi momenti raccolti nelle antiche professioni di fede d’Israele o nel « credo storico » che lo stesso Deuteronomio intende trasmettere (Dt 26,1-11).
Con gli avvenimenti proclamati nel « credo », e con tutti i momenti intermedi, che si susseguono e rivelano un proposito, Dio entrò nella vita d’Israele come il Dio unico: nessun altro si fece conoscere come salvatore attraverso questa via storica. Gli eventuali idoli e le eventuali deificazioni momentanee sono stati deludenti. Con questo margine temporale e spaziale così vasto di esperienza, Israele non può ammettere che esista un altro Dio, poiché nessuno si è fatto avanti per offrire prove simili della sua divinità. Anzi, le prove che ha date Dio escludono che ve ne sia un altro, poiché si sarebbe interposto sulla via della sua salvezza nel contesto di tutti i popoli.
Il predicatore non si presenta qui come un teologo teorico, bensì come un pastore, e si indirizza al popolo come a un « tu» situato nel presente, tentato, un giorno, dalle divinità cananee e ormai disilluso di esse, deluso dal corso della sua storia e privo d’un futuro chiaro. Il suo scopo è aprire la porta di questo popolo alla speranza; e lo fa richiamandogli alla mente la sua storia nei suoi stessi fondamenti. Si potrebbe dire che la sua omelia versa sulla vocazione eterna d’Israele, per nulla offuscata dal corso degli avvenimenti storici, ma anzi assicurata dalle stesse prove di Dio. Queste impegnano Dio nella sua fedeltà e impegnano il popolo a rispondere immediatamente.
La porta verso il futuro, secondo il predicatore, sta nella fedeltà all’alleanza e al suo comandamento capitale. Col ritorno ubbidiente e pieno di speranza al Dio unico, il popolo si ricollega alla sua stessa radice: si idenfica col popolo amato da Dio nei patriarchi, con quello che fu liberato dalla schiavitù, che ascoltò la sua parola al Sinai e che ricevette una terra come sua dimora. La relazione creata da Dio con questo popolo è ancora in vigore; anzi, sta ricominciando ora negli stessi termini. Dio che riempì di opere salvatrici il passato, ne ha altre con cui riempire il presente e il futuro.
 
Vangelo
Che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
 
Gli affanni, l’ambizione, il desiderio smodato delle ricchezze e del benessere cassano nel cuore dell’uomo il desiderio del Paradiso. Tutto diventa nebuloso, instabile, si vive solo per vivere, per mangiare, per divertirsi, immobili e non  più proiettati verso un futuro che supera gli angusti confini della vita terrena. Ma quello che conta per il credente non è un corpo pasciuto o infinite gratificazioni della carne e del cuore, ma la salvezza dell’anima perché perduta questa ha perduto tutto. Si va alla tomba con la pancia piena, e con la pancia piena si va all’Inferno.
Prenda la sua croce, se nel linguaggio di Matteo il termine discepoli indica tutti i seguaci del Rabbi di Nazaret, allora, le parole dure di Gesù sono rivolte ai Dodici, a tutti i discepoli, a quelli che affollavano le strade della Palestina, e anche ai cristiani di oggi e a quelli di domani. Da qui l’urgente necessità di mettere in atto il programma di conversione indicato dal Cristo: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Le tre espressioni verbali - venire, rinnegare, prendere - non vanno intese come tre tappe di un cammino vocazionale, ma tre aspetti della stessa realtà: la decisione coraggiosa di seguire il Maestro non contando più su se stessi, abbandonandosi al progetto di Dio e legando la propria sorte a quella di Gesù: «A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1Pt 2,21; cfr. Fil 2,5-9). Poi, l’inciso, per causa mia, fa evitare la trappola di un ascetismo astratto e vacuo: la rinunzia, la sofferenza, la morte hanno senso, e valore salvifico, solo se riconducono alla croce e alla morte di Cristo; hanno significato solo se si rapportano alla piena e totale adesione a Gesù. Fuori da questa cornice il dolore, la rinuncia ai beni terreni, la sofferenza, la morte sono incomprensibili: la croce resta uno strumento di tortura, via larga che conduce solo alla disperazione.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 16,24-28
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni.
In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno».
 
Parola del Signore
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 24 Cf. Mt., 10, 38; il discepolo deve esser pronto a portare la croce ad imitazione del suo Maestro. Il detto di Gesù è meglio collocato nel contesto presente che in Mt., 10, 38 (cf. commento), poiché esso è posto subito dopo la profezia della passione.
25 Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; per la sua vita il greco ha: la sua anima (ψυχή): semitismo che significa: vita. Questo logion (detto) è formulato in modo paradossale e gioca sul doppio aspetto della vita: la vita materiale-terrena e quella spirituale-eterna. Per raggiungere la vita spirituale-eterna è necessario esser disposti ai sacrifici più duri, non escluso quello della morte fisica. Chi non ha queste disposizioni, rischia di perdere tutto; cf. Mt., 10, 39.
26 Se poi danneggia la propria vita? Il logion ha un’intonazione spirituale; Gesù infatti non desidera rimanere nella sfera terrena, ma vuol portarsi su quella spirituale. Il detto infatti, preso nella sua materialità, potrebbe anche avere il senso seguente: che cosa giova all’uomo guadagnare tutto il mondo e poi non aver la vita per goderlo? Il valore del logion è trascendente e la parola “vita” indica la vita spirituale e la salvezza eterna dell’anima. La Pontificia Commissione Biblica in un decreto del 1° luglio 1933 (cf. Acta Apostolicae Sedis 25 [1933] p. 344) dichiara che il passo di Matteo 16, 26 e quello parallelo di Luca 9, 25 secondo il senso letterale riguardano la salvezza eterna dell’anima, non già la vita terrena dell’uomo.
27 L’uomo non può comprare la vita eterna (cf. vers. precedente); egli sarà giudicato e ricompensato secondo le opere compiute, cioè secondo il principio esposto poco sopra (cf. vers. 25). Il versetto si riporta al giudizio finale, poiché accenna al Figlio dell’uomo che dovrà venire «nella gloria del Padre suo con i suoi angeli» (cf. Mt., 25, 31 segg.).
Renderà a ciascuno secondo il proprio operato, è un’allusione al Salmo, 62 (61), 13.
28 Il versetto, con molta probabilità, doveva costituire una dichiarazione indipendente, come sembra indicare Marco, 9, 1. La venuta del Figlio dell’uomo nel suo regno, di cui parla questo passo, va distinta dalla venuta del Figlio nella gloria del Padre (cf. vers. 27) ed indica un fatto importante che avrà luogo prima del giudizio finale. Questa venuta, a cui assisteranno alcuni dei presenti ai quali Gesù si rivolge, è l’affermazione del regno di Dio sopra la terra (Marco infatti parla del regno di Dio che viene «con potenza»; cf. Mc., 9, 1), cioè la rovina definitiva del giudaismo. La caduta di Gerusalemme, centro dell’ebraismo e del tempio, unico luogo di culto della religione ebraica (anno 70 d. Cr.), costituisce il segno esterno che il regno di Dio si è affermato (è venuto), sopra la terra (cf. Mt., 10, 23; 24, 30; 26, 64). L’espressione: «...prima di aver veduto il Figlio dell’uomo venire nel suo regno», può esser anche tradotta: «...prima di aver veduto il Figlio dell’uomo entrare nel suo regno» (ἐν – εἰς); in questo caso, il trionfo del regno di Dio sopra la terra dopo la rovina del giudaismo indica agli uomini che Gesù ha ricevuto l’investitura regale nel cielo, come prevedeva la visione di Daniele, secondo la quale «uno simile ad un figlio d’uomo» andava, non sulla terra, ma verso il trono celeste del Vecchio di giorni (Dio) per ricevere il potere, la gloria ed il regno (cf. Daniele, 7, 13-14). La tendenza a raggruppare argomenti analoghi ha influito la tradizione sinottica nel mettere uno accanto all’altro due detti di Gesù (vers. 27-28) che si riferivano a due fatti ben distinti del regno di Dio. Marco (9, 1) ha fatto sufficientemente intendere questo avvicinamento di due prospettive distanziate.
 
Costante Brovetto - Croce come mistica del fallimento? La croce cristiana si identifica tanto poco con la sofferenza, che suppone al contrario la lotta di Gesù contro di essa, condotta mediante guarigioni ed esorcismi. In ogni ipotesi, anche oggi, nessuna mistica della croce  può confondersi con forme di dolorismo e di passività di fronte a situazioni sataniche.
Più che alla sofferenza, la croce può piuttosto riferirsi correttamente all’eventuale fallimento di imprese assunte per il bene degli uomini. C’è, è vero, pericolo di vederla, alla maniera protestante, come un « no » totale detto da Dio agli sforzi umani. Invece, l’unione alla croce  del Risorto è la risposta adeguata, nella fede, all’esigenza di riscattare dal non-senso ogni esistenza umana, per quanto frustrata e fallita possa essere.
Si tratta, quindi, di affrontare la croce-fallimento nel presente, senza evasioni, ma capovolgendone il senso, riferendola alla verità e alla bontà delle mire evangeliche perseguite, che nessuno potrà mai vanificare. Contemplando la croce di Gesù, si ribadisce la certezza che la storia, in ultima analisi, non è scritta dai vincitori, ma piuttosto dai cosiddetti « vinti ». che non hanno consentito ai vincitori di impadronirsi della propria coscienza. La relativizzazione della storia contingente e necessaria proprio per mantenere la profondità prospettica, entro cui si colloca ogni piccolo contributo alla costruzione del regno. Croce e utopia concreta sono com- patibili, anzi fanno una cosa sola, contro ogni utopia indolore, puramente platonica, e contro ogni illusione di accelerare, con l’impiego della violenza, il compimento della storia.
IV. Ultima parola della croce è l’Amore. La sintesi finale d’ogni mistica della croce si ritrova necessariamente nella carità divina, che si dona totalmente, e nella risposta d’amore di chi è stato « afferrato » da Cristo. « Mi ha amato e ha dato se stesso per me » (Gal 2,20). « Per me vivere è Cristo e morire un guadagno » (Fil l,2l).
Croce e amore essenziale si identificano tanto, anche in Dio, che in questi ultimi tempi si è sviluppata tutta una teologia del « dolore di Dio ». La croce  è l’autorivelazione massima di Dio Amore.
In questo senso, anche se continua ad avere valore una mistica dell’espiazione e della riparazione, la mistica della croce confluisce senza residui in quella del mistero pasquale di Gesù, ed ha, quindi, in sé quella carica di ottimismo cristiano che il Risorto ha infuso fin dagli inizi nei discepoli, mostrandosi loro con i segni della passione.
 
Ciò che è veramente essenziale - Crisostomo Giovanni, In Matth. 59, 7: Ecco perché tutto è pieno di confusione, di disordine e di turbamento: perché si trascura l’anima, si dimentica ciò che è necessario e fondamentale, per occuparsi con grande sollecitudine di ciò che è secondario e disprezzabile. Non sai che il più grande favore che puoi fare a tuo figlio è di conservarlo immune dall’impurità della fornicazione? Nessuna cosa infatti è così preziosa quanto l’anima. “Che giova all’uomo” - dice Cristo - “guadagnare il mondo intero, se poi perde l’anima?” (Mt 16,26). Ma l’amore delle ricchezze ha pervertito e sovvertito tutto: come un tiranno s’impossessa della cittadella così l’avarizia occupa l’anima degli uomini e vi bandisce il giusto timor di Dio.
Ecco perché trascuriamo la nostra salvezza e quella dei nostri figli, avendo come unica preoccupazione quella di arricchire sempre più.
 
Il Santo del Giorno - 8 Agosto 2025 - Domenico di Guzman - Studio, preghiera e parole sulle tracce di Dio: Siamo mendicanti di Dio alla continua ricerca dell’infinito amore che ci riempia la vita e il cuore, ma la strada che ci porta a questa meta è fatta di impegno, costanza e fedeltà. È questo il messaggio che ricaviamo guardando alla storia e all’eredità di san Domenico di Guzman, ricordato oggi nel Martirologio ma celebrato dai Domenicani nel giorno della nascita, il 6 agosto. Nato nel 1170 a Caleruega in Spagna, Domenico decise di adottare fin da giovane uno stile fatto di povertà e austerità, convinto della urgente necessità per la Chiesa di recuperare la purezza evangelica originaria davanti all’avanzare delle eresie di quel tempo. Un orizzonte che pose tra le basi dell’Ordine dei Frati Predicatori, fondato a Tolosa nel 1215. La sua Regola si rifaceva a quella agostiniana e ruotava attorno alla predicazione itinerante (fu il primo ordine clericale mendicante), osservanze di tipo monastico e lo studio approfondito. Domenico morì nel convento di Bologna nel 1221 in una cella non sua. È stato canonizzato da Gregorio IX nel 1234. (Matteo Liut)

Fa’ che accogliamo con viva fede, o Signore,
la forza del sacramento di cui ci siamo nutriti
nella memoria di san Domenico;
egli, che ha fatto fiorire la tua Chiesa con la predicazione,
la sostenga con la sua preghiera.
Per Cristo nostro Signore.