4 AGOSTO 2025
 
SAN GIOVANNI MARIA VIANNEY, PRESBITERO - MEMORIA
 
Nm 11,4b-15; Salmo Responsoriale Dal Salmo 80 (81); Mt 14,13-21
 
 
Colletta
Dio onnipotente e misericordioso,
che hai fatto di san Giovanni Maria [Vianney]
un pastore mirabile per lo zelo apostolico,
per la sua intercessione e il suo esempio
fa’ che con la nostra carità guadagniamo a Cristo i fratelli
e godiamo, insieme con loro, la gloria senza fine.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 5 Agosto 2009): I metodi pastorali di san Giovanni Maria Vianney potrebbero apparire poco adatti alle attuali condizioni sociali e culturali. Come potrebbe infatti imitarlo un sacerdote oggi, in un mondo tanto cambiato? Se è vero che mutano i tempi e molti carismi sono tipici della persona, quindi irripetibili, c’è però uno stile di vita e un anelito di fondo che tutti siamo chiamati a coltivare. A ben vedere, ciò che ha reso santo il Curato d’Ars è stata la sua umile fedeltà alla missione a cui Iddio lo aveva chiamato; è stato il suo costante abbandono, colmo di fiducia, nelle mani della Provvidenza divina. Egli riuscì a toccare il cuore della gente non in forza delle proprie doti umane, né facendo leva esclusivamente su un pur lodevole impegno della volontà; conquistò le anime, anche le più refrattarie, comunicando loro ciò che intimamente viveva, e cioè la sua amicizia con Cristo. Fu “innamorato” di Cristo, e il vero segreto del suo successo pastorale è stato l’amore che nutriva per il Mistero eucaristico annunciato, celebrato e vissuto, che è divenuto amore per il gregge di Cristo, i cristiani e per tutte le persone che cercano Dio. La sua testimonianza ci ricorda, cari fratelli e sorelle, che per ciascun battezzato, e ancor più per il sacerdote, l’Eucaristia “non è semplicemente un evento con due protagonisti, un dialogo tra Dio e me. La Comunione eucaristica tende ad una trasformazione totale della propria vita. Con forza spalanca l’intero io dell’uomo e crea un nuovo noi” (Joseph Ratzinger, La Comunione nella Chiesa, p. 80).
Lungi allora dal ridurre la figura di san Giovanni Maria Vianney a un esempio, sia pure ammirevole, della spiritualità devozionale ottocentesca, è necessario al contrario cogliere la forza profetica che contrassegna la sua personalità umana e sacerdotale di altissima attualità. Nella Francia post-rivoluzionaria che sperimentava una sorta di “dittatura del razionalismo” volta a cancellare la presenza stessa dei sacerdoti e della Chiesa nella società, egli visse, prima - negli anni della giovinezza - un’eroica clandestinità percorrendo chilometri nella notte per partecipare alla Santa Messa. Poi - da sacerdote - si contraddistinse per una singolare e feconda creatività pastorale, atta a mostrare che il razionalismo, allora imperante, era in realtà distante dal soddisfare gli autentici bisogni dell’uomo e quindi, in definitiva, non vivibile.
 
I lettura: Il popolo d’Israele non si stanca di lamentarsi, di ricordare la pentole d’Egitto colme di carne e di pesci, ora è nauseato dalla manna, il pane che Dio ha dato al suo popolo: «Ora la nostra gola inaridisce; non c’è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna». La risposta di Dio non tarderà ad arrivare, intanto Mosè riveste il ruolo di mediatore: la preghiera è onnipotente, e vince anche il cuore di Dio.
 
Vangelo
Alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
 
L’intenzione di Matteo è quella di raccontare un miracolo realmente compiuto da Gesù, ma è chiaro che la prima generazione cristiana, illuminata dalla luce del Risorto e ammaestrata dallo Spirito Santo, diede un’importanza particolare al prodigio. In Gesù Dio sazia la fame materiale e spirituale del suo popolo: lo fa con un pane misterioso che è il corpo del Cristo donato al mondo per la sua salvezza. Gesù, nuovo Mosè, nutre la folla nel deserto, e agisce come i grandi uomini di Dio; per esempio, come Eliseo il quale saziò con un miracolo la fame di cento uomini (2Re 4,42-44).
 
Vangelo secondo Matteo
Mt 14,13-21
 
In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
 
Parola del Signore.
 
Pronunziò la benedizione, spezzò i pani - Mentre Luca (9,10-17) e Giovanni (6,1-13) non raccontano che una sola moltiplicazione dei pani, Matteo e Marco ne riferiscono due (Cf. Mt 14,13-21; 15,32-39; Mc 6,30-44; 8,1-10). Forse, come suggerisce anche la Bibbia di Gerusalemme, si tratta di un doppione, sicuramente molto antico, che presenta lo stesso avvenimento secondo due tradizioni diverse.
La prima redazione più antica, d’origine palestinese, sembra collocare il fatto sulla riva occidentale del lago e parla di dodici panieri, il numero delle tribù d’Israele e degli apostoli. La seconda redazione, che deriverebbe da ambienti cristiani di origine pagana, situa il fatto sulla riva orientale del lago, in terra pagana (Mc 7,31), e parla di sette ceste, numero delle nazioni di Canaan (At 13,19) e dei diaconi ellenisti (At 6,5; 21,8).
Il testo evangelico è di una ricchezza straordinaria. Innanzi tutto vi possiamo cogliere un senso messianico. Il racconto evangelico è analogo al racconto del dono prodigioso della manna (Cf. Es 16,4-35). Ci aiuta in questa comprensione anche l’ambiente dove Gesù opera il miracolo della moltiplicazione dei pani che corrisponde a quello dell’Esodo: Gesù come Mosè si trova nel deserto, circondato da una grande folla, affamata perché sprovvista di cibo, e come Mosè nel deserto si prende cura del popolo d’Israele, così Gesù sente compassione del popolo e lo nutre abbondantemente.
«L’analogia con l’epopea dell’esodo delle tribù israelitiche sostenute da Dio nel passaggio del deserto alla terra promessa offre un significato fondamentale al gesto di Cristo. Non diversamente da Mosè, egli, come messia, guida e sostiene la comunità messianica nel cammino verso la terra promessa» (Giuseppe Barbaglio).
Poi, il senso ecclesiale che «emerge dalla mediazione dei discepoli [v. 19] per distribuire il cibo miracoloso procurato da Gesù alle folle, fatte adagiare sull’erba. È l’immagine della Chiesa, nella quale i Dodici continueranno a elargire i beni preziosi della Parola e del Pane eucaristico in ogni luogo e in ogni tempo. Le dodici ceste di pane avanzate [v. 20] evocano le dodici tribù d’Israele, qui rappresentate dalla nuova assemblea, radunata intorno a Gesù e ai Dodici» (Angelico Poppi).
E infine, il senso eucaristico. Se si colloca la narrazione della moltiplicazione dei pani in un contesto salvifico, allora sarà spontaneo leggere il miracolo dei pani e dei pesci, alla luce dell’Eucarestia: il cibo «apprestato da Gesù, attraverso il miracolo dei pani, è immagine e segno della Cena Eucaristica, in cui il Corpo e il Sangue del Figlio di Dio vengono dati agli uomini nel mistero della sua Pasqua salvifica. Intorno al Corpo Eucaristico si costruisce la Chiesa, Corpo Mistico di Cristo. Attraverso l’Eucaristia, Gesù diventa cibo e aduna organicamente tutta l’umanità in un Corpo di cui diventa Capo» (P. Massimo Biocco).
 Anche se alcuni contestano questa lettura, i verbi prendere (prese i cinque pani e i due pesci), benedire (recitò la benedizione), spezzare (spezzò i pani), dare (li diede ai discepoli) ci suggeriscono palesemente il senso eucaristico del racconto evangelico.
Ma nella narrazione di Matteo il lettore può trovarvi altri suggerimenti. Per esempio, la sollecitudine di Gesù nello sfamare i cinquemila, fa pensare a qualcos’altro che può essere svelato da alcune sue parole fedelmente registrate dal Vangelo secondo Giovanni: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame, e chi crede in me non avrà sete, mai» (Gv 6,35).
Quindi è un invito a non andare a cercare cibi o bevande che danno la morte (Cf. Gv 6,49); solo Lui, il Pane vivo e vero, disceso dal cielo, può sfamare veramente la fame dell’uomo e donargli la vita eterna. Gesù nel racconto delle tentazioni lo aveva ricordato a Satana, e lo ricorda ad ogni credente: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4).
Il Cristo, con queste parole, scardina ogni tentazione di appagarsi dei semplici nutrimenti umani. Il pane che Dio ci dona si contrappone a tutti gli alimenti di questo mondo che non possono saziare l’intimo dell’uomo: è il Verbo eterno del Padre, Lui stesso, Parola fatta carne (Cf. Gv 1,1.14), a farsi alimento dell’intera umanità. In altre parole, solo il Figlio di Dio può soddisfare appieno tutti i bisogni dell’uomo, anche i più profondi e vitali. Lui solo sazia la fame del mondo.
Gesù, vero Uomo e Dio benedetto nei secoli (Cf. Rom 9,5), non solo può procurare agli uomini il pane, l’acqua, la casa, il lavoro, la salute, ma soprattutto solo lui può donare loro la serenità, la pace, la gioia, il benessere e quella vera felicità che supera tutte le felicità umane: la comunione con la Trinità che si compie col mangiare il pane eucaristico: un manducare che è inizio e preludio di quella vita beata che è la vita eterna.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste. Dio non lesina i suoi doni, perché offre le sue grazie e i suoi beni a profusione: «A quelli che sono ricchi in questo mondo ordina di non essere orgogliosi, di non porre la speranza nell’instabilità delle ricchezze, ma in Dio, che tutto ci dà con abbondanza perché possiamo goderne» (1Tm 6,17). Ma perché l’uomo possa, oggi e domani, ricevere il dono di Dio deve essere affamato del pane celeste, deve imitare la generosità del suo Signore, deve saper dare senza chiedere nulla in contraccambio: voi stessi date loro da mangiare, perché solo se si dona si riceve: «Date e vi sarà dato; una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo» (Lc 6,38).
 
Fr. Merkel (Pane in Dizionario dei Concetti Biblici nel Nuovo Testamento): Il pane era il genere alimentare più importante d’Israele, in origine fatto di un impasto di orzo, leguminacci acidi, lenticchie e altri ingredienti e quindi messo al forno: la Palestina era un paese povero. In seguito andò sempre più diffondendosi il pane di frumento, che però soltanto lo strato più benestante della popolazione poteva permettersi, mentre il pane d’orzo rimaneva il cibo, sovente quasi unico, dei poveri [....]. In caso di una visita inaspettata (Gn 19, 3) o durante il raccolto (Rt 2,14) si mangiava pane fatto di pasta non lievitata o più semplicemente chicchi di frumento tostati; questo tipo di cibo veniva portato dietro, come vivanda quasi indeperibile, quando capitava di doversi mettere in viaggio all’improvviso (1Sam 17,17), come avvenne partendo dall’Egitto (Es 12,8.11.34.39).
La festa del pane non lievitato (festa degli azzimi) viene ricondotta, secondo Es 12,14-20; 13,3ss, a questa improvvisa partenza; nella sua celebrazione viene riattualizzata ogni anno la liberazione dall’Egitto ad opera di Dio. Nel culto israelitico la farina o il pane venivano usati come offerta nel sacrificio alimentare (di origine preisraelitica; Lv 2).
Anche in questo caso si offriva soltanto pane non lievitato. Si narra anche di dodici «pani dell’offerta», che si trovavano su un tavolo speciale, nel santuario d’Israele (Es 25,30; 1Cr 28,16). Si trattava di focacce di pane non lievitato che venivano deposte come offerta al cospetto di Jahvé.
Nel banchetto giudaico antico, il padrone di casa prendeva in mano il pane che gli stava davanti e pronunciava su di esso la benedizione: «Sia lodato Jahvé, nostro Dio, re del mondo, che fa crescere il pane dalla terra». Gli ospiti rispondevano con l’amen.
Quindi l’ospitante porgeva a tutti un pezzo di pane e ne mangiava per primo. Anche Gesù, saldamente radicato nella tradizione del suo popolo, ha pronunciato questa benedizione sul pane, come rispecchiano sia i racconti dei miracoli dei pani (Mc 6,41 par.) sia il racconto della cena.   
Poiché al tempo e nell’ambiente storico del NT il pane rappresentava l’alimento fondamentale, pane, oltre al suo significato specifico in senso stretto, può indicare anche alimento e sostentamento in generale (del resto anche noi diciamo «pane e lavoro», «guadagnare il pane» ecc.). Così il figlio prodigo si ricorda in terra straniera che gli operai giornalieri alle dipendenze di suo padre hanno pane in abbondanza (e cioè abbastanza di che vivere) (Lc 15, 17). Perciò «mangiare il pane» ha il significato generale di  prendere un pasto (Is 65,25); spezzare il proprio pane per chi è affamato significa dargli da mangiare e assisterlo (Is 58,7.10). Se uno non mangia «gratuitamente il pane di alcuno», vuol dire che non vive alle spalle degli altri, ma del proprio lavoro (2Ts 5,8). Chi si astiene dal pane e dal vino è un asceta che digiuna (Lc 7,33); la quarta richiesta della preghiera del Signore (Mt 6,11) si riferisce a tutto ciò che riguarda il nutrimento del corpo e i bisogni primari. Con l’espressione «mangiare il pane nel regno di Dio» (Lc 14,15) si intende la partecipazione al banchetto festivo nel regno celeste.
La parola di Gesù «non di solo pane vive l’uomo» (Dt 8, 3) si riferisce ai beni materiali nel senso più ampio, ai quali è contrapposta la forza vivificatrice della parola di Dio (Mt 4,4). La storia del miracolo con il quale Gesù, con un po’ di pane e un paio di pesci, sfamò una folla di 5.000 (Mt 14,13-21 par.) o di 4.000 (Mt 15,32-59 par.) persone, viene attestata - con poche varianti della tradizione - complessivamente sei volte. Essa dimostra che Gesù, come signore messianico, distribuisce il vero pane della vita. Nella composizione del vangelo di Giovanni, al racconto del miracolo dei pani e del cammino sul lago (Gv 6,1-26) segue il discorso di rivelazione di Gesù: Gesù è il pane della vita. Dietro l’idea di «pane della vita» sta l’antica e universale aspirazione a un cibo che comunichi una vita che non viene meno. In questo senso va intesa anche la richiesta: «Signore, dacci sempre questo pane» (Gv 6,34). E Gesù risponde che è lui quello che i discepoli desiderano. Chi  vuole partecipare a questa vita eterna deve sapere che Gesù è il pane e egli lo darà a quanti vengono a lui. Con questo egli si contrappone a tutti coloro che pretendono di essere essi stessi o di poter dare il pane della vita.
Esiste una sola possibilità per dare la vita al mondo: «Il pane del Rivelatore, che viene dal cielo e dà la vita al mondo» (R. Bultman). Trova così risposta il problema sul senso e lo scopo della vita.
 
Nerses Snorhali, Jesus, 486-487 (Moltiplicazione dei pani Mt 14,13-21; 15,32-38)
 
Con soli cinque pani Tu hai avuto
Il superfluo per cinquemila persone;
E di nuovo con quattro (pani)
Tu li hai nutriti in pieno deserto.
 
Io che sono affamato del tuo Pane,
Del tuo Pane divino, celeste,
Con questo degnati di saziarmi l’anima
Che è disceso dal cielo ed è immortale.
 
Il Santo del giorno - 4 Agosto 2025 - Santo Curato d’Ars: Giovanni Maria Vianney nacque l’8 maggio 1786 a Dardilly, Lione, in Francia. Di famiglia contadina e privo della prima formazione, riuscì, nell’agosto 1815, ad essere ordinato sacerdote. Per farlo sacerdote, ci volle tutta la tenacia dell’abbé Charles Balley, parroco di Ecully, presso Lione: lo avviò al seminario, lo riaccolse quando venne sospeso dagli studi. Giovanni Maria Vianney, appena prete, tornò a Ecully come vicario dell’abbé Balley. Alla morte di Balley, fu mandato ad Ars-en-Dombes, un borgo con meno di trecento abitanti. Giovanni Maria Vianney, noto come il curato d’Ars, si dedicò all’evangelizzazione, attraverso l’esempio della sua bontà e carità. Ma fu sempre tormentato dal pensiero di non essere degno del suo compito. Trascorreva le giornate dedicandosi a celebrare la Messa e a confessare, senza risparmiarsi. Morì nel 1859. Papa Pio XI lo proclamerà santo nel 1925. Verrà indicato modello e patrono del clero parrocchiale. (Avvenire)
 
La partecipazione a questo banchetto del cielo,
Dio onnipotente,
rinvigorisca e accresca in tutti noi la grazia che da te proviene,
perché, celebrando la memoria di san Giovanni Maria [Vianney],
custodiamo integro il dono della fede
e camminiamo sulla via della salvezza da lui indicata.
Per Cristo nostro Signore.