3 Agosto 2025
XVIII Domenica Tempo Ordinario
Qo 1,2; 2,21-23; Salmo Responsoriale Dal Salmo 89 (90); Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21
Colletta
O Dio, fonte della carità,
che in Cristo tuo Figlio
ci chiami a condividere la gioia del Regno,
donaci di lavorare con impegno in questo mondo,
affinché, liberi da ogni cupidigia,
ricerchiamo il vero bene della sapienza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Benedetto XVI (Angelus, 1° agosto 2010): Nel Vangelo dell’odierna domenica, l’insegnamento di Gesù riguarda proprio la vera saggezza ed è introdotto dalla domanda di uno della folla: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità» (Lc 12,13). Gesù, rispondendo, mette in guardia gli ascoltatori dalla brama dei beni terreni con la parabola del ricco stolto, il quale, avendo accumulato per sé un abbondante raccolto, smette di lavorare, consuma i suoi beni divertendosi e s’illude persino di poter allontanare la morte. «Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”» (Lc 13,20). L’uomo stolto nella Bibbia è colui che non vuole rendersi conto, dall’esperienza delle cose visibili, che nulla dura per sempre, ma tutto passa: la giovinezza come la forza fisica, le comodità come i ruoli di potere. Far dipendere la propria vita da realtà così passeggere è, dunque, stoltezza. L’uomo che confida nel Signore, invece, non teme le avversità della vita, neppure la realtà ineludibile della morte: è l’uomo che ha acquistato “un cuore saggio”, come i Santi.
I Lettura: Il libro del Qoèlet, scritto in ebraico, è più comunemente conosciuto col titolo greco “Ecclesiaste” che significa “colui che parla nell’assemblea”, cioè il predicatore. Il testo si svolge senza un chiaro ordine ed affronta il problema del significato della vita umana. Per Qoèlet tutta la vita umana è un mistero insondabile, cioè ‘vanità’, compreso lo sforzo dell’uomo di comprendere. L’amara riflessione sulle ultime sorti delle creature, vuole spingere l’uomo a considerare la caducità e la vanità dei beni terreni. Essi non vanno agognati o accumulati quasi fossero la ragione suprema dell’esistenza umana.
Un insegnamento sapienziale che ritroveremo nella dottrina paolina, ma con sfumature positive perché illuminato dalla abbagliante luce del Risorto: «... quelli che comprano, [vivano] come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non ne usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!» (1Cor 7,30-31).
Salmo Responsoriale - San Giovanni Crisostomo: Una bufera è la realtà della vita, anzi, più luttuosa di una bufera. Non produce gelo, pioggia, pozzanghere o fango profondo, ma ciò che è ben peggio: produce l’inferno e i mali dell’inferno. Come nel freddo intensissimo le membra si irrigidiscono e muoiono, così l’anima intirizzisce nel gelo dei peccati, non compie più ciò che le spetta, irrigidita nel ghiaccio della coscienza. Quello che è il freddo per il corpo, lo è la cattiva coscienza per l’anima. Sorge anche la paura. Nessuno infatti è più timoroso di colui che è inchiodato ai beni di questa vita: la sua, è la vita di Caino: ogni giorno è oppresso dal timore.
II Lettura: L’Apostolo Paolo suggerisce la grande dignità dell’uomo: con il Battesimo, è immerso in una vita nuova, celeste, divina e non può perderla stupidamente come Esaù perdette la primogenitura per un piatto di lenticchie (Cf. Gen 25,29-34). La novità di vita implica anche un nuovo metro di giudizio: non si possono più valutare le persone prendendo come criterio la razza, la ricchezza o l’appartenenza a una fede religiosa, perché in Cristo è stata abbattuta ogni separazione e distinzione. Tra i tanti peccati Paolo mette in evidenza la menzogna che è assente negli altri cataloghi paolini. Forse la menzione è dovuta al fatto che il mentire era un vizio molto diffuso tra i cristiani della comunità di Colossi.
Vangelo
Quello che hai preparato, di chi sarà?
Gesù invita i discepoli a diventare «prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16) in modo da comprendere che la loro vita non dipende dall’abbondanza dei beni, ma dall’amore misericordioso e dal perdono di Dio. Gesù non condanna la ricchezza, ma il modo di gestirla soprattutto quando esso fa dimenticare che quello che conta sta al di là della morte.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,13-21
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
Parola del Signore.
«Beato il ricco che si trova senza macchia e che non corre dietro all’oro. Chi è costui? Lo proclameremo beato» (Sir 31,8-9) - Un tale chiede a Gesù di far da giudice in una questione di eredità che in innumerevoli casi è fonte di litigi e perniciose divisioni. Gesù, non acconsentendo di fare da mediatore o da giudice, ricusa un ruolo che era molto ambito dalle guide spirituali d’Israele le quali ben volentieri si avventuravano in queste vicende: essendo attaccate al denaro erano pronte ad assumere questo compito più per guadagno che per giustizia (Cf. Mc 12,40; Lc 20,47).
Così commenta Nicola di Lira: «Col fatto che il Signore non volle intromettersi nella divisione dell’eredità tra i fratelli, si vuole mostrare che i predicatori del Vangelo non devono interessarsi della determinazione degli affari di questo mondo».
La risposta di Gesù all’anonimo interlocutore, come sempre, tout court, va al cuore del problema: mettendo in evidenza il vero motivo della disputa sulla eredità, invita l’uomo a tenersi «lontano da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni».
L’uomo della parabola è stolto non perché agogna il riposo dopo la fatica o perché ha saputo approfittare della insperata fortuna che lo ha messo tra le file dei ricchi, ma perché non ha elevato mai il pensiero a Dio; perché ha escluso Dio dalla sua vita, fonte della ricchezza vera e datore di «ogni buon regalo e ogni dono perfetto» (Gc 1,17; Cf. Gv 3,27).
L’uomo ricco della parabola, dando eccessivo peso ai beni terreni come se tutto dipendesse dalla loro abbondanza, si è chiuso in una triste avventura umana dalla quale è stato bandito il Cielo.
La risposta di Gesù è in sintonia con gli insegnamenti sapienziali. Già Ben Sirach suggeriva ai suoi lettori: «Chi ama l’oro non sarà esente da colpa, chi insegue il denaro ne sarà fuorviato. Molti sono andati in rovina a causa dell’oro, e la loro rovina era davanti a loro. È una trappola per quanti ne sono infatuati, e ogni insensato vi resta preso» (31,5-7).
Lo stolto, secondo l’Antico Testamento, è colui che «non informa la condotta alle regole insegnate dai saggi. Anzi, egli si oppone alla verità che la creazione stessa gli manifesta e rifiuta un ordine che gli sarebbe invece salutare. Alla base del suo comportamento vi è una lacuna nella “conoscenza”, una errata valutazione della realtà» (A. Z.).
Lo stolto è «colui che si comporta male con Dio e con gli uomini» (Bibbia di Gerusalemme); è il ficcanaso che si immischia in tutto (Cf. Prov 17,24); è colui che nega l’esistenza di Dio e la sua provvidenza (Cf. Sir 5,3); lo stolto è l’uomo ribelle, scettico e libertino (Cf. Sir 22,9-11); stolto è il popolo che abbandona il suo vero Dio per mettersi tra le braccia di idoli che sono inutili e vani (Cf. Ger 2,11). Lo stolto è colui che non si domina, che non controlla le sue passioni (Cf. Prov 29,11 ).
La rovina dello stolto sarà improvvisa, «in un attimo, crollerà senza rimedio» (Prov 6,15).
Il peccato dell’uomo ricco della parabola non sta nella cupidigia, infatti, non ha cercato affannosamente di arricchirsi: è solo un uomo che è stato baciato dalla fortuna; non è nemmeno un uomo perverso o vizioso: in un’ultima analisi, è semplicemente un uomo che fa progetti e vuol godersi la sua fortuna. Il suo vero errore sta nel fatto di non attendere «alle cose del cielo» (Cf. Col 3,1-2): il pesante metallo aureo, come sporco cerume, ha occluso l’udito dello spirito impedendogli di captarle.
Oltre ad essere sordo è anche un povero cieco pur dicendo di vedere (Cf. Gv 9,39): una cecità che lo trascina ad escludere Dio dalla sua vita e ad assolutizzare e a riporre la sua fiducia in quello che è soltanto transeunte, fumo, apparenza.
Tradotto nel linguaggio biblico, questo agire è idolatria perché «pur conoscendo Dio» non gli ha «dato gloria né gli ha reso grazie» e «vaneggiando nei suoi ragionamenti si è ottenebrata la sua mente ottusa» (Cf. Rom 1,21).
Ha invertito ruoli e valori. Invece di dare lode a Dio, dal quale dipende la sorte di ogni uomo, ha esaltato le creature e i valori terreni che, come la scena di questo mondo (Cf. 1Cor 7,31), passeranno inesorabilmente. È come quel tale che dopo una pesca abbondante invece di ringraziare Dio «offre sacrifici alle sue sciabiche e brucia incenso alle sue reti, perché, grazie a loro, la sua parte è abbondante e il suo cibo succulento» (Abacuc 1,16).
L’uomo della parabola è stolto perché invece di procurarsi un tesoro inesauribile presso Dio ha pensato solo di accumulare per sé.
In ultima istanza, Gesù ha voluto porre l’anonimo interlocutore dinanzi al suo vero destino; gli ha insegnato che il pensare alla morte personale è più importante del tesoreggiare: questo significa arricchirsi dinanzi a Dio. La prospettiva, quindi, è «quella della morte personale: è in questo momento che i beni della terra vengono meno e che importa disporre di tesori indefettibili ... Il discepolo di Gesù si preoccupa del tesoro di cui potrà disporre in cielo presso Dio, nel momento in cui Dio gli chiederà l’anima» (J. Dupont). E questa è sapienza cristiana!
Opposizione a Dio e alla sua legge - Stefano Virgulin: Le parole ebraiche che vengono tradotte con «vanità» (hebel, saw, kazab, tohu, ‘awen), cui in greco corrispondono i termini mataios/kenos e derivati, indicano soffio, nulla, menzogna, illusione, l’essere vuoto, il peccato. Il più delle volte sono usati in senso metaforico. Così Pro 21,6 ammonisce a non accumulare tesori, che sono un vuoto effimero. L’uomo stesso è caduco, come un soffio; i suoi giorni sono come un’ombra che si dilegua (Sal 144,4).
La qualità della transitorietà viene dunque applicata a tutto ciò che ha attinenza all’uomo e alla sua esistenza. La vita umana è fugace e senza consistenza, perché vana. Espressiva in proposito l’immagine del Sal 103,15-16: l’esistenza umana è come erba che fiorisce, ma presto finisce. Più in generale Sal 62,10 afferma che l’uomo stesso è un nulla. [...]. Un uso speciale del termine di vanità si trova nel Nuovo Testamento; esso indica tutto ciò che è opposto a Dio e alla sua legge e perciò è privo di valore, di verità ed efficacia. L’uomo che non rende il dovuto culto a Dio viene castigato mediante la vanificazione dei suoi piani, pensieri ed azioni. Ciò significa che i suoi ragionamenti su Dio e le cose di Dio mancano del retto giudizio, che proviene dalla verità.
Ecco la messa sotto accusa del mondo pagano idolatrico da parte di Paolo in Rm 1,21: «Essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa». A causa del peccato dell’uomo tutta la creazione è stata assoggettata alla caducità e alla nullità, giacché deve servire, contro il piano del Creatore, ai piani perversi e fallaci dell’uomo decaduto. Questa corruzione però non è definitiva, perché non rappresenta una scelta voluta, ma imposta alla creatura. Questa, dalla sua condizione umiliante, sospira verso la liberazione dalla nullità (Rm 8,19-21).
Combattendo una falsa sapienza cristiana, l’apostolo Paolo oppone all’autoelevazione del pensiero umano la croce di Cristo, che agli occhi del mondo è una debolezza e una nullità, ma che in realtà è per il credente l’espressione della sapienza e potenza di Dio. Coloro che sono sapienti secondo la carne vengono resi stolti dalla croce di Cristo sia davanti a Dio che davanti agli uomini. In proposito Paolo si rifà a Sal 94,11 e dichiara: «Il Signore sa che i disegni dei sapienti sono vani» (1Cor 3,20).
Una fede che nega la realtà della risurrezione di Cristo è nulla, priva di verità. Essa toglie una solida base al messaggio di Cristo. Perché la risurrezione di Cristo è opera di Dio, la nostra fede non è un’illusione (1Cor 15,14). La grazia del Signore potrebbe essere ricevuta senza che produca alcun frutto, senza utilità. Tale potrebbe essere anche il lavoro missionario dell’apostolo Paolo, che esorta i corinzi a non accogliere invano la grazia di Dio (2Cor 6,1) e confessa di essere andato a Gerusalemme a confrontare il suo annuncio evangelico, libero dall’imposizione della legge e della circoncisione, con la predicazione apostolica dei Dodici; e questo nella consapevolezza della necessaria unità del Vangelo, senza la quale il lavoro missionario risulta vuoto di contenuti positivi per l’uomo; in concreto, la sua corsa di evangelizzatore attraverso il mondo sarebbe risultata vana (Gal 2,2).
Il modo di vita fallace e menzognero dei pagani dediti ai vizi, fondato sul culto idolatrico, viene opposto alla condotta santa della comunità dei fedeli redenta dal sacrificio di Cristo. Eloquente espressione della vita sregolata sono i discorsi falsi. Le vane dottrine degli uomini possono indurre in fallo i credenti (1Pt 1,18; 2Pt 2,18; Col 2,8).
I pagani che sono privi della luce della rivelazione e nel loro agire perseguono scopi che non sono né retti né utili, si trovano in una condizione di vanità.
Il culto ricco di forme esteriori, che non sbocca nella pratica della carità, è vano (Ef 4,17; Gc 1,26).
I cristiani sono invitati ad astenersi dal parlare o insegnare cose futili, frivole ed inutili, dal desiderare e perseguire una fama vana e caduca (1Tm 1,6; 2Tm 2,16; Gal 5,26).
Giusto uso delle ricchezze - Ambrogio, In Luc., 5, 69: “Guai a voi ricchi, che avete già la vostra consolazione!” (Lc 6,24). Sebbene l’abbondanza delle ricchezze rechi con sé molte sollecitazioni al male, si trovano tuttavia in esse anche inviti alla virtù. Ma senza dubbio la virtù non ha bisogno di sussidi e l’offerta del povero è certamente più degna di lode che la generosità del ricco. Comunque, coloro che vengono condannati dall’autorità della sentenza di Cristo non sono coloro che possiedono le ricchezze, ma coloro che non sanno usarle bene. Infatti, come il povero è più degno di lode quando dona di buon animo e non si lascia fermare dalla minaccia della miseria, poiché non si ritiene povero se ha quello che basta alla sua condizione, così tanto più degno di rimprovero è il ricco che dovrebbe, almeno, rendere grazie a Dio di tutto quello che ha ricevuto, non tener nascosto e inutilizzato quanto ha avuto per l’utilità di tutti, e non covare i suoi tesori seppellendoli sotto terra. Non è dunque la ricchezza che è condannata, ma l’attaccamento ad essa. Ebbene, quantunque l’avaro per tutta la vita faccia la guardia inquieta, un gravoso servizio di sentinella - pensa questa che non trova l’eguale -, per conservare, in un continuo e angoscioso timore di perderlo, ciò che servirà ai piaceri degli eredi, tuttavia, dato che le preoccupazioni dell’avarizia e il desiderio di ammassare si nutrono di una sorta di vana felicità, chi ha avuto la sua consolazione in questa vita presente, ha perduto la ricompensa eterna.
Il Santo del Giorno - 3 Agosto 2025 - San Pietro di Anagni. La riforma, cammino paziente e “testardo”: La riforma, cioè il cambiamento, è un’opera perenne, un cammino che si compie a piccoli passi, giorno dopo giorno, scelta dopo scelta. Un percorso che non si arrende davanti alle difficoltà o a ciò che sembra impossibile, ma che con costanza e determinazione supera ogni ostacolo. Con questo stile san Pietro di Anagni portò la riforma nella sua comunità, in fedeltà al mandato di tutta la Chiesa a darsi la forma più efficace nella storia per diventare autorevole testimone del Vangelo. Pietro era nato nell’XI secolo nella famiglia longobarda dei principi di Salerno; rimasto orfano, fu affidato ai monaci del monastero salernitano di San Benedetto. Il cardinale Ildebrando di Soana, poi, lo scelse per diventare cappellano per papa Alessandro II. E fu proprio quest’ultimo Pontefice a volerlo vescovo di Anagni e a consacrarlo. Lo stesso Papa, poi, lo scelse per una missione delicata e lo inviò come apocrisario (una sorta di messaggero, mediatore e ambasciatore) presso l’imperatore d’Oriente Michele VII. Nella città laziale, in particolare, si dedicò alla costruzione della Cattedrale e, soprattutto, alla riforma della vita del clero, ravvivò il culto del martire san Magno e difese i beni ecclesiastici da indebite ingerenze esterne. Morì nel 1105 e il culto fu autorizzato già nel 1110 da papa Pasquale II.
Accompagna con la tua continua protezione, o Signore,
i tuoi fedeli che nutri con il pane del cielo,
e rendi degni della salvezza eterna
coloro che non privi del tuo aiuto.
Per Cristo nostro Signore.