30 AGOSTO 2025
 
Sabato XXI Settimana T. O.
 
1Ts 4,9-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 97 (98); Mt 25,14-30
 
Colletta
O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli,
concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi
e desiderare ciò che prometti,
perché tra le vicende del mondo
là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La parabola dei dieci talenti: Benedetto XVI (Angelus, 13 Novembre 2011): Nella celebre parabola dei talenti – riportata dall’evangelista Matteo (cfr. 25,14-30) - Gesù racconta di tre servi ai quali il padrone, al momento di partire per un lungo viaggio, affida le proprie sostanze. Due di loro si comportano bene, perché fanno fruttare del doppio i beni ricevuti. Il terzo, invece, nasconde il denaro ricevuto in una buca. Tornato a casa, il padrone chiede conto ai servitori di quanto aveva loro affidato e, mentre si compiace dei primi due, rimane deluso del terzo. Quel servo, infatti, che ha tenuto nascosto il talento senza valorizzarlo, ha fatto male i suoi conti: si è comportato come se il suo padrone non dovesse più tornare, come se non ci fosse un giorno in cui gli avrebbe chiesto conto del suo operato. Con questa parabola, Gesù vuole insegnare ai discepoli ad usare bene i suoi doni: Dio chiama ogni uomo alla vita e gli consegna dei talenti, affidandogli nel contempo una missione da compiere. Sarebbe da stolti pensare che questi doni siano dovuti, così come rinunciare ad impiegarli sarebbe un venir meno allo scopo della propria esistenza. Commentando questa pagina evangelica, san Gregorio Magno nota che a nessuno il Signore fa mancare il dono della sua carità, dell’amore. Egli scrive: “È perciò necessario, fratelli miei, che poniate ogni cura nella custodia della carità, in ogni azione che dovete compiere” (Omelie sui Vangeli 9,6). E dopo aver precisato che la vera carità consiste nell’amare tanto gli amici quanto i nemici, aggiunge: “se uno manca di questa virtù, perde ogni bene che ha, è privato del talento ricevuto e viene buttato fuori, nelle tenebre” (ibidem).
 
I Lettura: La donna è una persona, non un oggetto 4,1-8 e 4,9-11 (4,1-3a.7-12) - José Maria González-Ruiz: In questo testo Paolo detta alcune norme generali specialmente di morale sessuale.
La prima cosa a cui esorta è «astenersi dall’impudicizia». La parola originale - «pornéia» - significa in generale ogni relazione sessuale profonda fuori del matrimonio. Le esigenze del cristianesimo erano, sotto questo aspetto, assai rigorose, anche se confrontate con quelle della morale giudaica.
La seconda esigenza si riferisce al rispetto che il cristiano deve avere per il corpo proprio o della moglie, secondo il duplice significato che può avere il termine greco skeûos tradotto, nella versione italiana, con corpo e che di per sé significa vaso. Per il cristiano si tratta di membra sacre, essendo consacrate a Cristo, in quanto sono parte del suo corpo mistico.
Alcuni interpreti, traducendo acquistare invece di mantenere, interpretano l’esortazione paolina nel senso di orientarsi verso il matrimonio monogamico. Da tutto il contesto trasuda l’elevatezza della morale sessuale cui deve pervenire il cristiano, per essere un segno della presenza e della santità di Dio nella corrotta società del tempo.
Ma la parte più interessante dell’esortazione è la sua alta motivazione: l’amore fraterno. Paolo non predica una morale sessuale repressiva, ma semplicemente una morale dell’amore vicendevole, una morale dell’elevazione della donna a una categoria pari a quella dell’uomo.
Ogni morale sessuale che perda di vista questo sfondo dell’amore fraterno può facilmente degenerare in una pseudo morale di inibizione sessuale.
 
Vangelo
Sei stato fedele nel poco, prendi parte alla gioia del tuo padrone.
 
Molti credono che «la parabola dei talenti» faccia riferimento a Erode Archelao il quale era partito per Roma per ricevere il titolo di re della Giudea. Al di là di questa nota, l’insegnamento del racconto è molto chiaro. Gesù è l’uomo che intraprende il viaggio, i servi i credenti, i talenti il «patrimonio del padrone dato da amministrare in proporzione diverse “a ciascuno secondo le sue capacità”» (Clara A. Cesarini). Non è degno del premio celeste chi non sente la responsabilità di far crescere il regno. L’inattività del servo malvagio, alla fine della vita, sarà giudicata con severità.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 25,14-30:
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.  Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.  Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.  Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».
 
Parola del Signore.
 
I talenti - Felipe F. Ramos (Vangelo secondo Matteo, Commento della Bibbia Liturgica): Nelle sue relazioni con Dio l’uomo non può avanzare diritti; deve invece tener presente la sua assoluta dipendenza, come il servo davanti al suo signore e, come servo, con l’assoluta necessità di ascoltare gli ordini del suo Signore e di eseguirli. Nell’esecuzione di questi ordini deve mettere tutto l’ardore e le capacità di lavoro che lo stesso padrone suppone nei suoi servi, senza avanzare pretese, ma con la consolante e stimolante speranza che il Signore premia lo sforzo personale compiuto per far fruttificare il capitale che ci ha affidato. Questo è l’insegnamento della parabola dei talenti.
La divisione disuguale che un uomo ricco fa dei suoi talenti fra i suoi servi mirava in primo luogo, come narra la parabola, a far sì che il suo capitale fruttasse nelle mani dei suoi servitori. Per questo egli tiene conto delle loro capacità di lavoro e della loro abilità negli affari. I due primi servi della parabola raddoppiano il capitale iniziale loro affidato. Non ci è detto come, semplicemente perché questo non aveva interesse per l’insegnamento della parabola.
Matteo passa immediatamente dal paragone al suo significato. La ricompensa descritta nella parabola comporta un chiaro riferimento alla realtà religiosa. Prendi parte alla gioia del tuo padrone. Questo premio concesso ai due servi fedeli per la loro attiva fedeltà alle consegne del loro signore significa evidentemente la vita eterna. E colui che parla così dev’essere necessariamente il Figlio dell’uomo nella sua qualità di giudice. E solo perché si tratta di realtà soprannaturali, i talenti raddoppiati sono considerati come poco: «sei stato fedele nel poco...».
Il terzo servo lascia improduttivo il capitale del suo signore e in più ragiona in modo insolente nel tentativo di discolparsi. Non ha osato correre il rischio. Il talento non ha fruttificato nelle sue mani, ma può restituirlo integro. Il suo signore gli risponde duramente. Ha deluso le speranze che aveva riposte in lui. Anche lui era cosciente del rischio, ma contava sulla diligenza fedele e laboriosa del suo servo. La sua indolenza è la ragione unica per cui il talento che gli aveva affidato è rimasto improduttivo.
Subito dopo abbiamo due incongruenze: il signore ordina - e non ci è detto a chi sono indirizzati i suoi ordini - che gli sia tolto il talento e che sia dato a colui che ne ha dieci. D’altra parte, la parabola suppone che i primi due servi abbiano già consegnato i loro talenti al loro signore. Sono due particolari che tentano di mettere in rilievo, in primo luogo, la condanna del servo inutile appunto per la sua indolenza e, in più, la norma di retribuzione seguita dal giudice divino: «a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha», norma d’azione indicata già altre volte dal Signore (13,12; Mc 4,23) e che fu messa qui dall’evangelista Matteo come riassunto dell’insegnamento della parabola.
 
E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti - Rapporto dal Purgatorio: L’Inferno: L’anima si trova improvvisamente immersa in una solitudine assoluta, che è come la densità del caos, della morte, del nulla. Tutto è non-presenza, non-comunicazione, non-amore. È, un’assenza totale di movimento, di desiderio, un’immersione nel peccato allo stato bruto, nel male assoluto, oggettivato. L’anima sa di essere peccatrice, ma il peccato non le appartiene più, non è più suo: è esso che la possiede, l’impregna, l’attraversa. L’anima sa di essere dannata e si vede diventata il suo proprio peccato. Vi è come un groviglio tra il dannato e il peccato. Questo è l’inferno. [...].
Qui, inoltre, si comprenda bene, non si ha un’entrata nel nulla, una dissoluzione; si tratta della non-vita: niente dinamismo della vita, niente creatività, niente evoluzione, È uno stato permanente di vertigini e d’oppressione, che crescerà e s’intensificherà sempre di più, perché questa morte è infinita, e l’inferno è eterno. Questa sofferenza è più atroce di ogni cosa; il fuoco più cocente qui sulla terra è glaciale al confronto di questo fuoco dell’inferno, e il freddo più tagliente qui sulla terra è cocente rispetto a questo freddo glaciale della seconda morte. Non è un’esperienza di non-essere, ma di non essere ciò che si è, l’assoluta impossibilità di mai essere, di divenire, ciò che si è, perché si era chiamati a divenirlo nel mistero della croce salvifica, e si è rifiutato il mistero, disprezzato il dono gratuito della salvezza.
 
Girolamo, In Matth. IV, 22, 14-30: “Poiché a chi ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza, ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che crede di avere” (Mt 25,29). Molti, pur essendo per natura sapienti e avendo un ingegno acuto, se però sono stati negligenti e con la pigrizia hanno corrotto la loro naturale ricchezza, a confronto di chi invece è un poco più tardo, ma con il lavoro e l’industria ha compensato i minori doni che ha ricevuto, perderanno i loro beni di natura e vedranno che il premio loro promesso sarà dato agli altri. Possiamo capire queste parole anche così: chi ha fede ed è animato da buona volontà nel Signore, riceverà dal giusto Giudice, anche se per la sua fragilità umana avrà accumulato minor numero di opere buone. Chi invece non avrà avuto fede, perderà anche le altre virtù che credeva di possedere per natura. Efficacemente dice che a costui «sarà tolto anche quello che crede di avere». Infatti, anche tutto ciò che non appartiene alla fede in Cristo, non deve essere attribuito a chi male ne ha usato, ma a colui che ha dato anche al cattivo servo i beni naturali.
“E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre, dove sarà pianto e stridor di denti” (Mt 25,30). Il Signore è la luce; chi è gettato fuori, lontano da lui, manca della vera luce.
 
Il Santo del giorno - 30 Agosto 2025 - Beato Alfredo Ildefonso Schuster, Vescovo: Nacque a Roma il 18 gennaio 1880, divenne monaco esemplare e, il 19 marzo 1904, venne ordinato sacerdote nella basilica di San Giovanni in Laterano. Gli furono affidati incarichi gravosi, che manifestavano però la stima e la fiducia nei suoi confronti. A soli 28 anni era maestro dei novizi, poi procuratore generale della Congregazione cassinese, poi priore claustrale e infine abate ordinario di San Paolo fuori le mura. L’amore per lo studio, che fanno di lui un vero figlio di san Benedetto, non verrà meno a causa dei suoi impegni che sempre più occuperanno il suo tempo e il suo ministero. Grande infatti fu la sua passione per l’archeologia, l’arte sacra, la storia monastica e liturgica. Il 15 luglio 1929 fu creato cardinale da papa Pio XI e il 21 luglio fu consacrato arcivescovo di Milano nella suggestiva cornice della Cappella Sistina. Ebbe inizio così il suo ministero di vescovo nella Chiesa ambrosiana fino al 30 agosto 1954, data della sua morte, avvenuta presso il seminario di Venegono, da lui fatto costruire come un’abbazia in cima ad un colle. Fu proclamato beato da Giovanni Paolo II il 12 maggio 1996. (Avvenire)
 
Ci santifichi, o Signore,
la partecipazione alla mensa di Cristo
perché, fatti membra del suo corpo,
siamo trasformati in colui che abbiamo ricevuto.
Per Cristo nostro Signore.