28 Agosto 2025
Sant’Agostino, Vescovo e Dottore della Chiesa
1Ts 3,7-13; Salmo Responsoriale Dal Salmo 89 (90); Mt 24,42-51
Colletta
Suscita sempre nella tua Chiesa, o Signore,
lo spirito che animò il tuo vescovo Agostino,
perché anche noi, assetati della vera sapienza,
non ci stanchiamo di cercare te,
fonte viva dell’eterno amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Augustinum Hipponensem (Giovanni Paolo II 28 agosto 1986): A quest’uomo straordinario vogliamo chiedere, prima di terminare, che cosa abbia da dire agli uomini d’oggi. Penso che abbia da dire veramente molto, sia con l’esempio che con l’insegnamento.
A chi cerca la verità insegna a non disperare di trovarla. Lo insegna con l’esempio - egli la ritrovò dopo molti anni di faticose ricerche - e con la sua attività letteraria della quale fissa il programma nella prima lettera scritta poco dopo la conversione. «A me sembra che si debbano ricondurre gli uomini alla speranza di trovare la verità». Insegna pertanto a cercarla «con umiltà, disinteresse, diligenza»; a superare lo scetticismo attraverso il ritorno in se stessi, dove abita la verità; il materialismo che impedisce alla mente di percepire la sua unione indissolubile con le realtà intelligibili; il razionalismo, che ricusando la collaborazione della fede si mette nella condizione di non capire il «mistero» dell’uomo.
Ai teologi che meritatamente faticano per approfondire il contenuto della fede, egli lascia l’immenso patrimonio del suo pensiero, nel complesso sempre valido, e particolarmente il metodo teologico cui restò incrollabilmente fedele. Sappiamo che questo metodo comportava l’adesione piena all’autorità della fede, che, una nella sua origine - l’autorità di Cristo - si manifesta attraverso la Scrittura, la tradizione, la Chiesa; l’ardente desiderio di capire la propria fede: «ama molto di capire», dice agli altri e applica a se stesso; il senso profondo del mistero: «è migliore la fedele ignoranza», esclama, «che la temeraria scienza»; la convinta sicurezza che la dottrina cristiana viene da Dio e ha pertanto una sua originalità che non solo dev’essere conservata integralmente - è questa la «verginità» della fede di cui si parlava -, ma deve servire anche come misura per giudicare filosofie ad essa conformi o difformi.
È noto quanto Agostino amasse la Scrittura, di cui esalta l’origine divina, l’inerranza, la profondità e la ricchezza inesauribile, e quanto la studiasse. Ma egli studia e vuole che si studi tutta la Scrittura, che se ne metta in luce il vero pensiero o, come dice, il «cuore», concordandola, dove occorra, con se stessa. Ritiene questi due presupposti leggi fondamentali per capirla. Per questo la legge nella Chiesa, e tenendo conto della tradizione, della quale mette in rilievo con insistenza le proprietà e la forza obbligante. E’ celebre il suo effato: «Io non crederei nel Vangelo se non mi c’inducesse l’autorità della Chiesa cattolica».
Nelle controversie che sorgono sull’interpretazione della Scrittura raccomanda di discutere «con santa umiltà, con pace cattolica, con carità cristiana» «finché non sia emersa la verità, che Dio ha posto nella cattedra dell’unità». Allora si potrà constatare che la controversia non è sorta inutilmente, perché è diventata «occasione d’imparare», determinando un progresso nell’intelligenza della fede.
I Lettura: Il pastore non dà soltanto, ma riceve anche - José Maria González-Ruiz: Il pastore d’una comunità non è solo un uomo che dà agli altri. ma riceve anche da essi: «per la vostra fede ... ci sentiamo consolati». un fenomeno costante nella pastorale di Paolo, specialmente come è presentata nel C. 12 della prima Lettera ai Corinzi. In un corpo, non vi sono membra inutili, e persino le membra che parrebbero meno nobili sono utili a quelle che sono considerate come più nobili: «l’occhio non può dire alla mano: non ho bisogno di te; né la testa ai piedi: non ho bisogno di voi. Anzi, quelle membra del corpo che sembrano più deboli, sono più necessarie» (1Cor 12,21-22).
Quando, subito dopo, Paolo desidera «completare ciò che manca ancora alla fede» dei tessalonicesi, non pare che si riferisca al contenuto teologale della fede.
Anzi, molte volte, nelle lettere paoline (come, più tardi, nei padri apostolici), certe parole astratte - come «agape», «amore» - sono usate per indicare la comunità religiosa. E così, Paolo potrebbe riferirsi qui, quando parla della «fede» dei tessalonicesi, alla loro «comunità di credenti», come è probabilmente il caso di 2Cor 1,24. In più, l’espressione «ciò che manca» (nel testo originale: «hysterémata» = «deficienze») ha in Paolo (come nel greco ellenistico) una chiara connotazione economica (2Cor 8,14; ),12; 11,9; FiI2,30). Per conseguenza, Paolo desidera poter contribuire economicamente alle indubbie deficienze economiche d’una comunità povera come quella di TessaIonica. È chiaro che Paolo conta anche su donativi offerti da altre comunità solidali con quella di Tessalonica.
Paolo termina questo brano della sua lettera rimettendosi, come sempre, a Dio: «il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole». Un pastore è solo un intermediario e mai un surrogato del Cristo risuscitato e realmente presente nelle comunità di fede.
Vangelo
Tenetevi pronti
Bibbia di Navarra: versetto 40. La chiamata divina e la risposta dell’uomo avvengono in mezzo alle realtà più normali della vita: i lavori dei campi, gli impegni professionali, le attività domestiche e altre ancora; è pertanto in tali àmbiti che si decide la felicità eterna o l’eterna condanna. Per salvarsi non sono necessarie condizioni o circostanze straordinarie di vita; basta la fedeltà quotidiana al Signore in mezzo a queste attività.
versetto 42. La conseguenza che Gesù trae da questa rivelazione intorno alle realtà future è che il cristiano deve vivere vigilando, come se ogni giorno fosse l’ultimo della sua vita.
Ciò che importa non è almanaccare sul come e sul quando degli avvenimenti conclusivi della storia, ma vivere in maniera tale che, alloro compimento, essi ci trovino in grazia di Dio.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 24,42-51
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.
Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni.
Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».
Parola del Signore.
Angelo Lancellotti (Matteo): 42-44: necessità della vigilanza per l’incertezza dell’ora. È la conclusione ultima che il discepolo di Cristo deve tirare di fronte all’imminenza degli eventi, così carichi di conseguenze (di rovina o di scampo), significati nella «venuta del Figlio dell’uomo». Marco e Luca chiudono il discorso escatologico proprio con l’appello alla vigilanza, ma con una formulazione alquanto diversa; Luca poi riporta il detto del ladro con l’esortazione relativa alla vigilanza in un altro contesto.
viene il ladro: l’immagine del «ladro» con cui è presentata l’improvvisa «venuta del Signore» ricorre più volte negli scritti apostolici (cf 1Ts 5,2.4; 2Pt z,10); in Ap 3,3 l’immagine è riferita al Cristo stesso: «Se non sarai vigilante, io verrò come un ladro, senza che tu sappia l’ora della mia venuta a te» (cf anche Ap 16,15).
24,45-25,30: l’escatologia individuale. Con una nuova trilogia di parabole Matteo espone qui, legati al discorso escatologico e in modo particolare al motivo della vigilanza, alcuni aspetti dell’escatologia individuale che hanno una incidenza decisiva in tutta l’impostazione della vita cristiana. Dopo il «giudizio» sulla nazione eletta (24,4- 44) l’interesse di Gesù (e della Chiesa) si porta su quello particolare riguardante i singoli fedeli al momento del loro incontro personale con Cristo, alla fine della loro vicenda terrena.
45-51 (cf Lc 12,42-46): parabola del servo fedele e del servo malvagio, ossia: giudizio di approvazione e di condanna rispettivamente della fedeltà e dell’infedeltà nel «servizio» ecclesiale e cristiano in genere. La parabola è accennata in Marco nella esortazione finale del discorso escatologico (Mc 13,34) con una forte accentuazione del motivo della vigilanza, che in Matteo affiora, ma in maniera secondaria, nel ritardo del padrone supposto dal servo malvagio (v. 48) e nel suo arrivo improvviso. (v. 50). Luca, dal canto suo, pone Pietro come interlocutore privilegiato di Gesù e, tacitamente, come destinatario principale dell’insegnamento contenuto nella parabola.
quel servo: Luca precisa: « l’amministratore», con chiaro riferimento a Pietro, il maggiordomo del regno messianico (cf 16,19). Qui, in Matteo, il «servo» preposto a capo della servitù non è soltanto il capo in assoluto, ma tutti coloro che nella comunità ecclesiale hanno particolari mansioni di «servizio», quali gli Apostoli e i vescovi sono presentati comunemente come intendenti, servi di Dio o di Cristo (cf 1Cor 4,1; Ef 3,2; 1Tm 1,4.12; 1Pt 4,10 ecc.). La loro amministrazione non può essere dispotica, ma responsabile, dovendo subire il controllo finale del Cristo, capo dei pastori, da cui deriverà il premio o il castigo.
47 gli affiderà tutti i suoi beni: è il noto motivo della parabola dei talenti (25,21-23) e di quella corrispondente di Luca delle mine (Lc 19,17.19). La promozione a una incombenza superiore nella vita ultraterrena è solo un’immagine della superiorità della ricompensa celeste rispetto al servizio prestato. Esso indica, tutt’al più, una più intensa partecipazione al trionfo del regno di Dio.
51 lo farà a pezzi: gr. διχοτομήσει; lo squartamento del reo è un supplizio noto nell’antichità (cf 1Sam 15,33; Ger 34,18-19; Eb 11,37). Ma forse si tratta di una «dicotomia» spirituale, cioè dell’allontanamento dalla comunità beata del cielo. La frase infatti ricorre più volte con il senso di scomunica nella regola degli Esseni di Qumran (cf Manuale di disciplina 6,24; 7,1.2, ecc.). - gli ipocriti: Luca ha: «degli infedeli».
Nel primo vangelo gli ipocriti sono tutti coloro che, come gli «Scribi e Farisei ipocriti» (cf 23,13-15, ecc.), accecati dal loro orgoglio e soddisfatti della loro vana religiosità, non hanno saputo discernere «i segni dei tempi» (cf 16,3) 3 sono rimasti «fuori del regno dei cieli» (cf 23,13).
La parusia - Catechismo degli Adulti [1175]: La Chiesa delle origini crede che il Signore Gesù, morto e risorto, ha aperto una storia di salvezza universale, cosmica. Il regno di Dio è impersonato in lui. Attendere il Regno significa attendere la “Parusia” del Signore. Con questa parola, usata comunemente per indicare la visita ufficiale di un sovrano in qualche città, i credenti designano la venuta pubblica e manifesta del Cristo glorioso. Non si tratta di un ritorno, quasi che adesso sia assente, ma del compimento e della manifestazione suprema di quella presenza che ha avuto inizio con la sua umile vicenda terrena e che continua oggi nascosta nel mistero dell’eucaristia, della Chiesa, della carità e dei poveri.
La parusia è la meta della storia. Porterà la perfezione totale dell’uomo e del mondo. Dio infatti ha voluto «ricapitolare in Cristo tutte le cose» (Ef 1,10), «per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose» (Col 1,20). La nostra risurrezione è prolungamento della sua. Significativamente nei primi secoli le assemblee cristiane preferivano pregare rivolte a oriente, da dove sorgerà il sole che inaugurerà il giorno eterno. La stessa fede viene professata ai nostri giorni dal concilio Vaticano II: «Il Signore è il fine della storia umana, il punto focale dei desideri della storia e della civiltà, il centro del genere umano, la gioia di tutti i cuori, la pienezza delle loro aspirazioni. Egli è colui che il Padre ha risuscitato da morte, ha esaltato e collocato alla sua destra, costituendolo giudice dei vivi e dei morti. Nel suo Spirito vivificati e coadunati, noi andiamo pellegrini incontro alla finale perfezione della storia umana».
Vivere nell’attesa - Anonimo, Opera incompleta su Matteo omelia 51: Perché la data della morte ci è celata? Chiaramente questo ci viene fatto, affinché facciamo sempre del bene, visto che possiamo aspettarci di morire in ogni momento. La data del secondo avvento di Cristo è sottratta al mondo per lo stesso motivo, cioè affinché ogni generazione viva nell’ attesa del ritorno di Cristo.
Per questo, quando i suoi discepoli gli chiesero: Signore, restituirai il regno ad Israele in questo tempo? Gesù rispose: Non vi compete di conoscere i tempi e le stagioni che il Padre ha stabilito con la sua autorità (At l,6-7). Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Il padrone di casa rappresenta l’anima umana, il ladro è il diavolo, la casa è il corpo, le porte sono la bocca e le orecchie, e le finestre sono gli occhi. Come il ladro che riesce a entrare attraverso le porte e le finestre per saccheggiare il padrone di casa, così anche il diavolo trova facile accesso all’anima dell’uomo attraverso la bocca, le orecchie e gli occhi per farlo prigioniero. […] Se dunque vuoi essere sicuro, metti un catenaccio alla tua porta, cioè metti la legge del timore di Dio nella tua bocca.
Il Santo del Giorno - 28 Agosto 2025 - Sant’Agostino, Vescovo - Sant’Agostino nasce in Africa a Tagaste, nella Numidia - attualmente Souk-Ahras in Algeria - il 13 novembre 354 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Dalla madre riceve un’educazione cristiana, ma dopo aver letto l’Ortensio di Cicerone abbraccia la filosofia aderendo al manicheismo. Risale al 387 il viaggio a Milano, città in cui conosce sant’Ambrogio.
L’incontro si rivela importante per il cammino di fede di Agostino: è da Ambrogio che riceve il battesimo. Successivamente ritorna in Africa con il desiderio di creare una comunità di monaci; dopo la morte della madre si reca a Ippona, dove viene ordinato sacerdote e vescovo. Le sue opere teologiche, mistiche, filosofiche e polemiche - quest’ultime riflettono l’intensa lotta che Agostino intraprende contro le eresie, a cui dedica parte della sua vita - sono tutt’ora studiate. Agostino per il suo pensiero, racchiuso in testi come «Confessioni» o «Città di Dio», ha meritato il titolo di Dottore della Chiesa. Mentre Ippona è assediata dai Vandali, nel 429 il santo si ammala gravemente. Muore il 28 agosto del 430 all’età di 76 anni. (Avvenire)
Ci santifichi, o Signore,
la partecipazione alla mensa di Cristo
perché, fatti membra del suo corpo,
siamo trasformati in colui che abbiamo ricevuto.
Per Cristo nostro Signore.