27 Agosto 2025
Santa Monica
1Ts 2,913; Salmo Responsoriale Salmo 138 (139); Mt 23,27-32
Colletta
O Dio, consolatore degli afflitti,
che nella tua misericordia hai esaudito le pie lacrime
di santa Monica con la conversione del figlio Agostino,
per la loro comune intercessione
donaci di piangere i nostri peccati
e di ottenere la grazia del tuo perdono.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Benedetto XVI (Angelus 30 Agosto 2009): Di [santa Monica] molte notizie ci vengono fornite dal figlio nel libro autobiografico Le confessioni, capolavoro tra i più letti di tutti i tempi. Qui apprendiamo che sant’Agostino bevve il nome di Gesù con il latte materno e fu educato dalla madre nella religione cristiana, i cui princìpi gli rimarranno impressi anche negli anni di sbandamento spirituale e morale. Monica non smise mai di pregare per lui e per la sua conversione, ed ebbe la consolazione di vederlo ritornare alla fede e ricevere il battesimo. Iddio esaudì le preghiere di questa santa mamma, alla quale il Vescovo di Tagaste aveva detto: “È impossibile che un figlio di tante lacrime vada perduto”. In verità, sant’Agostino non solo si convertì, ma decise di abbracciare la vita monastica e, ritornato in Africa, fondò egli stesso una comunità di monaci. Commoventi ed edificanti sono gli ultimi colloqui spirituali tra lui e la madre nella quiete di una casa di Ostia, in attesa di imbarcarsi per l’Africa. Ormai santa Monica era diventata, per questo suo figlio, “più che madre, la sorgente del suo cristianesimo”. Il suo unico desiderio era stato per anni la conversione di Agostino, che ora vedeva orientato addirittura verso una vita di consacrazione al servizio di Dio. Poteva pertanto morire contenta, ed effettivamente si spense il 27 agosto del 387, a 56 anni, dopo aver chiesto ai figli di non darsi pena per la sua sepoltura, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’altare del Signore. Sant’Agostino ripeteva che sua madre lo aveva “generato due volte”.
La storia del cristianesimo è costellata di innumerevoli esempi di genitori santi e di autentiche famiglie cristiane, che hanno accompagnato la vita di generosi sacerdoti e pastori della Chiesa. Si pensi ai santi Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno, entrambi appartenenti a famiglie di santi. Pensiamo, vicinissimi a noi, ai coniugi Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini, vissuti tra la fine del XIX secolo e la metà del 1900, beatificati dal mio venerato predecessore Giovanni Paolo II nell’ottobre del 2001, in coincidenza con i vent’anni dell’Esortazione Apostolica Familiaris consortio. Questo documento, oltre ad illustrare il valore del matrimonio e i compiti della famiglia, sollecita gli sposi a un particolare impegno nel cammino di santità, che, attingendo grazia e forza dal Sacramento del matrimonio, li accompagna lungo tutta la loro esistenza (cfr n. 56). Quando i coniugi si dedicano generosamente all’educazione dei figli, guidandoli e orientandoli alla scoperta del disegno d’amore di Dio, preparano quel fertile terreno spirituale dove scaturiscono e maturano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Si rivela così quanto siano intimamente legati e si illuminino a vicenda il matrimonio e la verginità, a partire dal loro comune radicamento nell’amore sponsale di Cristo.
Prima Lettura - Voi ricordate, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica … - Settimio Cipriani (Le lettere di San Paolo): 10-12 Non solo l’affetto tenero di una madre nutre S. Paolo, ma anche quello forte e virile di un padre, il quale con mano ferma esorta, riprende e incoraggia «ciascuno» (v. 11) dei suoi figli, precisamente perché ognuno ha i propri problemi e le proprie difficoltà. Anche nel discorso agli «anziani» di Efeso l’Apostolo ricorda questa sua opera di accostamento individuale: « Per tre anni notte e giorno non abbiamo cessato di ammonire, con le lacrime, ciascuno di voi» (Atti 20,31). Iddio «chiama» (v. 12: si noti il presente, che indica azione perdurante) i cristiani a penetrare sempre più a fondo nel piano di salvezza attuato da Cristo e ad alimentare la loro vita. È dunque un «regno» già operante, che però avrà la sua piena attuazione nella «gloria» radiante dei cieli. Il cristiano è in continua attesa di questa «gloria» luminosa.
13 È un ringraziamento a Dio (cfr. 1,2) per l’accoglienza riservata dai Tessalonicesi alla predicazione di Paolo. Abbiamo qui una magnifica definizione della predicazione missionaria e dei suoi effetti: essa è autentica «Parola di Dio», perché da lui proviene nel suo contenuto di verità rivelata e anche nel mandato che gli Apostoli hanno ricevuto di trasmetterla incorrotta. I predicatori sono soltanto i «ministri della Parola» (Lc. 1,2) e non debbono annunciare che Gesù Cristo, l’oggetto precipuo del messaggio evangelico (Atti 8,35; 18,5; 1Cor. 1,23; 2Cor. 4,5; Col. 1,25-27). Per questa origine divina la «Parola» ha una sua efficacia immanente e sempre attuale, e può quindi sempre « operare» in mezzo ai « credenti », che si dispongono docili ad «accoglierla». Essa è « viva ed efficace e penetra fino alla di visione dell’animo e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, cd è capace di discernere i sentimenti e i pensieri del cuore» (Ebr. 4, 12).
Vangelo
Siete figli di chi uccise i profeti.
Guai a voi …, ancora guai che scendono in profondità mettendo a nudo falsità e ipocrisia. Due denuncie: l’apparire, l’ostentazione, praticamente il mostrarsi all’esterno belli, ma dentro pieni di ossa di morti e di ogni marciume. E infine, la stupida recriminazione dei Giudei contemporanei di Gesù i quali accusavano i loro antenati di essere stati ribelli e di avere ammazzati i profeti. Ottuso rimpianto perché i detrattori non capivano che in questo modo ammettevano di essere figli di assassini. Loro non sarebbero da meno, e lo saranno mettendo a morte il Figlio di Dio. La cosa peggiore è il voler apparire diversi da quello che si è!
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 23,27-32
In quel tempo Gesù parlò dicendo: ««Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti”. Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri».
Parola del Signore.
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 27-28 Sesta invettiva: ipocrisia. Simili a sepolcri imbiancati; le tombe erano imbiancate con calce per evitare ai passanti il pericolo di contrarre un’impurità legale toccandole (cf. Numeri, 19, 16). Anche oggi in Oriente sono imbiancati i sepolcri delle persone che si distinsero per religiosità. Le tombe imbiancate appaiono belle alla luce del sole, ma dentro nascondono ossa e putridume. Gesù non rifugge da questa immagine macabra e repellente per smascherare l’ipocrisia e la malizia nascoste sotto l’apparenza di religiosità degli Scribi e dei Farisei.
29-32 Settima invettiva: uccisori degli inviati di Dio. Con un’ironia penetrante e con una logica avvolgente Gesù prova che gli Scribi ed i Farisei sono i discendenti di coloro i quali hanno perseguitato ed ucciso gli inviati di Jahweh (cf. 21, 35-36).
Essi continuano ancora nella linea tracciata dai loro padri, anzi ne colmano la misura. Gli Ebrei non sono condannati perché erigono sepolcri ai profeti ed ai giusti, ma per i loro intenti omicidi e sanguinari che non rimangono nascosti alla loro coscienza, né allo sguardo di Cristo. I Farisei ammettono di essere discendenti di coloro che hanno ucciso dei profeti e dei giusti, ma vogliono allontanare da sé ogni responsabilità. Questo sforzo di scagionarsi è inutile, perché essi appaiono degni dei loro padri. Voi colmate la misura..., altri codici leggono: colmerete; avete colmato. Le parole del Maestro lasciano profondamente impressionato il lettore: gli antenati dei Farisei hanno ucciso gli inviati di Jahweh (cf. Mt., 21, 35-36), gli Ebrei della presente generazione colmano la misura dei padri uccidendo il Figlio di Dio.
L’avete accolta non come parola di uomini …: Dei Verbum 11: Le verità divinamente rivelate, che sono contenute ed espresse nei libri della sacra Scrittura, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo. La santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti per ispirazione dello Spirito Santo (cfr. Gv 20,31; 2Tm 3,16); hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa per la composizione dei libri sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte. Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, bisogna ritenere, per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture. Pertanto «ogni Scrittura divinamente ispirata è anche utile per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto, addestrato ad ogni opera buona».
Mulieris Dignitatem 13: In tutto l’insegnamento di Gesù, come anche nel suo comportamento, nulla si incontra che rifletta la discriminazione, propria del suo tempo, della donna. Al contrario, le sue parole e le sue opere esprimono sempre il rispetto e l’onore dovuto alla donna. La donna ricurva viene chiamata «figlia di Abramo» (Lc 13, 16): mentre in tutta la Bibbia il titolo di «figlio di Abramo» è riferito solo agli uomini. Percorrendo la via dolorosa verso il Golgota, Gesù dirà alle donne: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me» (Lc 23, 28). Questo modo di parlare delle donne e alle donne, nonché il modo di trattarle, costituisce una chiara «novità» rispetto al costume allora dominante.
Ciò diventa ancora più esplicito nei riguardi di quelle donne che l’opinione corrente indicava con disprezzo come peccatrici, pubbliche peccatrici e adultere. Ecco la Samaritana, alla quale lo stesso Gesù dice: «Infatti hai avuto cinque mariti, e quello che hai ora non è tuo marito». Ed essa, sentendo che egli conosceva i segreti della sua vita, riconosce in lui il Messia e corre ad annunciarlo ai suoi compaesani. Il dialogo, che precede questo riconoscimento, è uno dei più belli del Vangelo (cf. Gv 4, 7-27). [...].
Questi episodi costituiscono un quadro d’insieme molto trasparente. Cristo è colui che «sa che cosa c’è nell’uomo» (cf. Gv 2, 25), nell’uomo e nella donna. Conosce la dignità dell’uomo, il suo pregio agli occhi di Dio. Egli stesso, il Cristo, è la conferma definitiva di questo pregio. Tutto ciò che dice e che fa ha definitivo compimento nel mistero pasquale della redenzione. L’atteggiamento di Gesù nei riguardi delle donne, che incontra lungo la strada del suo servizio messianico, è il riflesso dell’eterno disegno di Dio, che, creando ciascuna di loro, la sceglie e la ama in Cristo (cf. Ef 1, 1-5). Ciascuna, perciò, è quella «sola creatura in terra che Dio ha voluto per se stessa». Ciascuna dal «principio» eredita la dignità di persona proprio come donna. Gesù di Nazareth conferma questa dignità, la ricorda, la rinnova, ne fa un contenuto del Vangelo e della redenzione, per la quale è inviato nel mondo. Bisogna, dunque, introdurre nella dimensione del mistero pasquale ogni parola e ogni gesto di Cristo nei confronti della donna. In questo modo tutto si spiega compiutamente.
Apparite giusti all’esterno: «Come, in precedenza, erano dall’interno pieni di rapina e intemperanza [Mt 23,25], così ora sono pieni d’ipocrisia e d’iniquità, paragonate ad ossa di morti e di ogni specie di putridume. In realtà l’ipocrisia, essendo una simulazione del bene, non ha niente di vitale di quel bene che simula; ha solo le ossa di quella virtù che simula ... Se però con sapienza ascoltiamo che cosa voglia indicare il presente discorso, comprendiamo che ogni giustizia simulata non è che giustizia morta, anzi non è neppure giustizia. Come un morto sembra essere un essere umano, così una castità morta non è neppure castità; ed è castità morta quella che si pratica non per amore di Dio, ma per finzione e rispetto umano. E come avviene nel caso . dei mimi che prendono ad imitare le sembianze di alcuni, ma loro non sono ma sembrano essere quelli che imitano, così in chi finge di vivere la giustizia, la sua non è giustizia che in apparenza. Non è giustizia; è finzione di giustizia» (Origene, Commento a Matteo 24).
Il Santo del giorno - 27 Agosto 2025 - Santa Monica: Nacque a Tagaste, antica città della Numidia, nel 331.
Da giovane studiò e meditò la Sacra Scrittura. Madre di Agostino d’Ippona, fu determinante nei confronti del figlio per la sua conversione al cristianesimo. A 39 anni rimase vedova e si dovette occupare di tutta la famiglia. Nella notte di Pasqua del 387 poté vedere Agostino, nel frattempo trasferitosi a Milano, battezzato insieme a tutti i familiari, ormai cristiano convinto profondamente. Poi Agostino decise di trasferirsi in Africa e dedicarsi alla vita monastica. Nelle «Confessioni» Agostino narra dei colloqui spirituali con sua madre, che si svolgevano nella quiete della casa di Ostia, tappa intermedia verso la destinazione africana, ricevendone conforto ed edificazione; ormai più che madre ella era la sorgente del suo cristianesimo. Monica morì, a seguito di febbri molto alte (forse per malaria), a 56 anni, il 27 agosto del 387. Ai figli disse di seppellire il suo corpo dove volevano, senza darsi pena, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’altare del Signore. (Avvenire)
O Signore, nella memoria di santa Monica
ci hai saziati con i tuoi doni:
fa’ che ci purifichino con la loro efficacia
e ci rafforzino con il loro aiuto.
Per Cristo nostro Signore.