26 Agosto 2025
Martedì XXI Settimana T. O.
1Ts 2,1-8; Salmo Responsoriale Dal Salmo 138 (139); Mt 23,23-26
Colletta
O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli,
concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi
e desiderare ciò che prometti,
perché tra le vicende del mondo
là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Dei Verbum - Gli apostoli e i loro successori, missionari del Vangelo 7. Dio, con somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta intera la Rivelazione di Dio altissimo, ordinò agli apostoli che l’Evangelo, prima promesso per mezzo dei profeti e da lui adempiuto e promulgato di persona venisse da loro predicato a tutti come la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale, comunicando così ad essi i doni divini. Ciò venne fedelmente eseguito, tanto dagli apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalla bocca del Cristo vivendo con lui e guardandolo agire, sia ciò che avevano imparato dai suggerimenti dello spirito Santo, quanto da quegli apostoli e da uomini a loro cerchia, i quali, per ispirazione dello Spirito Santo, misero per scritto il messaggio della salvezza.
Gli apostoli poi, affinché l’Evangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come loro successori i vescovi, ad essi « affidando il loro proprio posto di maestri ». Questa sacra Tradizione e la Scrittura sacra dell’uno e dell’altro Testamento sono dunque come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché giunga a vederlo faccia a faccia, com’egli è (cfr. 1 Gv 3,2).
Prima Lettura - Pietro Rossano (Lettere di san Paolo): la nostra venuta tra voi: la figura dell’Apostolo acquista risalto se messa in confronto con i retori, i filosofi ambulanti che apparivano di tanto in tanto nelle città greche, o con i falsi profeti, a cui si riferiscono frequentemente gli autori sacri. Tutti sono in grado di pronunziare elevati discorsi, ma non sono le parole che contano, bensì i frutti che producono. La predicazione evangelica trasforma radicalmente coloro che l’accolgono (1Ts 1,9).
2 il vangelo di Dio: l’origine soprannaturale del messaggio apostolico è dimostrata dal coraggio, dalla franchezza, dall’ardore con cui i missionari l’annunziano, sfidando persecuzioni, sofferenze, oltraggi. La vittoria conseguita con forze umanamente impari attesta la presenza di Dio nei suoi inviati. È lui che parla e opera in loro, per questo possono superare tutte le difficoltà.
3 La nostra esortazione: Paolo rivela qualche tratto del suo animo apostolico. La sua prima e più grave preoccupazione, nelle città in cui entrava, era quella di non confondersi con i vari propagandisti di nuove dottrine filosofiche o religiose che abbondavano nel mondo ellenistico: gente non sempre retta, disinteressata, in buona fede. La predicazione apostolica è la continuazione del discorso di Dio agli uomini; collaborarvi è prestare a Dio tutte le proprie forze, senza tuttavia immettervi nulla di umano. Dio ha altri mezzi per farsi credere, i segni della sua potenza (i, 5 ), ma presentemente l’Apostolo fa appello alla rettitudine degli inviati di Dio. Essa non è comune tra gli uomini e per questo attesta la presenza di Dio nel predicatore. C’è un modo di parlare umano che fa ricorso all’adulazione, guarda all’interesse, alla vanagloria. Paolo si è ben guardato di cadervi. Lo sguardo dell’Apostolo è costantemente fisso in Dio e sugli uomini ai quali è inviato, mai su se stesso.
7 apostoli: il termine che Paolo attribuisce a sé e ai colleghi ha ancora il valore generico di messo, inviato. — come una madre: in virtù del loro mandato, gli apostoli avrebbero potuto assumere un attegiamento autoritario, altezzoso, soprattutto esigere il mantenimento materiale dalle comunità, ma non hanno usato del loro diritto; al contrario si sono posti alla pari di tutti, comportandosi con tutta dolcezza e umiltà come una madre che si china sorridente sui suoi figli ancora piccoli. Paolo scopre in questa confessione una ricchezza di sentimento, ma più ancora una bontà d’animo eccezionali.
8 comunicarvi ... la nostra stessa vita: l’atteggiamento di Paolo non rivela soltanto gentilezza, affabilità, ma autentica carità cristiana. Egli ama i neoconvertiti con tutto se stesso, più della propria vita.
La frase dare la propria vita può significare la sua disposizione a morire per loro, ma più probabilmente equivale a mettere le proprie, doti, capacità, energie, in una parola tutto se stesso, al loro servizio.
Vangelo
Queste erano le cose da fare, senza tralasciare quelle.
Gli scribi e i farisei, guide spirituali del giudaismo, si erano seduti sulla cattedra di Mosè (Mt 23,22), cioè si erano presentati come continuatori del suo magistero: lo ripetevano, lo difendevano, lo interpretavano autorevolmente, lo attualizzavano, ma al loro insegnamento non corrispondeva il loro comportamento.
Avevano un’autorità che anche Gesù riconosce, osservate tutto ciò che vi dicono, ma allo stesso tempo stimmatizza il loro comportamento ipocrita che non doveva essere imitato: dicono e non fanno (Mt 23,3).
Due sono i rimproveri che muove loro Gesù: innanzi tutto l’incoerenza: legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito e, infine, la ricerca di sé, infatti si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe per essere ammirati dal popolo (Mt 23,4-6).
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 23,23-26
In quel tempo, Gesù parlò dicendo:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito!».
Parola del Signore.
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 23 Quarta invettiva: rovesciamento dei valori morali. La legge su la decima aveva raggiunto applicazioni minuziose che si estendevano anche alle erbe, come la menta, l’aneto, il comino; il precetto mosaico esigeva che si prelevasse dai prodotti della terra la decima parte (cf. Numeri, 18, 12; Levitico, 27, 30; Deuteronomio, 14, 22-23), i rabbini avevano esteso questo prescrizioni anche alle piante più insignificanti. Gesù non condanna questa pratica, ma rileva con una chiarezza ed un equilibrio rimasti proverbiali che bisogna osservare i precetti più importanti senza tuttavia tralasciare gli altri. La giustizia (κρίσις; ebraico: mishpat) riassume i doveri verso gli altri; la misericordia indica una compassione efficiente verso il prossimo; la fede (πίστις) esprime il senso di fiducia che deve regnare nei rapporti con gli altri.
24 Il detto proverbiale di formulazione iperbolica illustra la condotta degli Scribi e dei Farisei; essi infatti sono preoccupati di filtrare le bevande per timore d’ingoiare; qualche insetto impuro e non si dànno pensiero di trangugiare un cammello.
25-26 Quinta invettiva: il formalismo farisaico. I Farisei avevano una cura meticolosa per non incorrere nella impurità legale (cf. Mc., 7, 4), ma non avevano in pari tempo la stessa cura di evitare la sordidezza morale ed interiore. Prescrizioni ben determinate dovevano essere osservate per la purificazione (lavaggio) rituale degli utensili di cucina ed i Farisei distinguevano tra la parete interna ed esterna delle coppe e dei piatti; Gesù, servendosi del loro stesso linguaggio, oppone all’impurità legale dei recipienti l’impurità morale del contenuto; i piatti possono essere in condizione di purità legale, ma il loro contenuto non è sempre la conseguenza o la causa di bontà interiore; infatti possono essere consumati in piatti e coppe legalmente puri frutti di rapine e cibi abbondanti che fomentano l’intemperanza. (i quali) all’interno son pieni di rapina e d’intemperanza; alcuni codici latini e la Volgata hanno: voi (cioè: gli Scribi ed i Farisei) siete pieni di rapina ...; questa lettura s’ispira a Lc., 11, 39 ed al vers. 28 del presente capitolo. Intemperanza; vari codici hanno altro sostantivo: ingiustizia, impurità, cupidigia. Fariseo cieco, purifica prima l’interno della coppa; molti codici aggiungono: e del piatto. Gesù richiama l’ordine obiettivo dei valori; bisogna preoccuparsi che l’interno (το ἐντός)sia moralmente puro, poiché esso trasmetterà la necessaria purità a tutto ciò che tocca.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà - Ceslas Spicq e Marc-François Lacan (Dizionario di Teologia Biblica): 1. Fedeltà di Dio. - Dio è la «roccia» di Israele (Deut 32, 4); questo nome simboleggia la sua immutabile fedeltà, la verità delle sue parole, la fermezza delle sue promesse.
Le sue parole non passano (Is 40,8), le sue promesse saranno mantenute (Tob 14,4); Dio non mente, né si ritratta (Num 23, 19); il suo disegno è attuato (Is 25,1) mediante la potenza della sua parola che, uscita dalla sua bocca, non ritorna se non dopo aver compiuto la sua missione (Is 55,11); Dio non muta (Mal 3,6). Egli quindi vuole unire a sé la sposa che si è scelta mediante il legame di una fedeltà perfetta (Os 2,22) senza la quale non si può conoscere Dio (4,2).
Non è quindi sufficiente lodare la fedeltà divina che supera i cieli (Sal 36,6), né proclamarla per invocarla (Sal 143,1) o per ricordare a Dio le sue promesse (Sal 89,1-9.25-40). Bisogna pregare il Dio fedele per ottenere da lui la fedeltà (1 Re 8,56ss), e cessare di rispondere alla sua fedeltà con l’empietà (Neem 9,33). Di fatto Dio solo può convertire il suo popolo infedele e dargli la felicità, facendo germogliare dalla terra la fedeltà che ne deve essere il frutto (Sal 85,5.11ss).
2. Dio esige dal suo popolo la fedeltà all’alleanza che egli rinnova liberamente (Gios 24,14); i sacerdoti devono essere fedeli in modo speciale (1Sam 2,35). Se Abramo e Mosè (Neem 9,8; Eccli 45,4) sono modelli di fedeltà, Israele nel suo complesso imita l’infedeltà della generazione del deserto (Sal 78,8 ss.36s; 106,6). E quando non si è fedeli a Dio, sparisce la fedeltà verso gli uomini; non si può contare su nessuno (Ger 9,2-8). Questa corruzione non è esclusiva di Israele, perché vale per tutti i luoghi il proverbio: «Un uomo sicuro, chi lo troverà?» (Prov 20,6). Israele, scelto da Dio per essere suo testimone, non è quindi stato un servo fedele; è rimasto cieco e sordo (Is 42,18s). Ma Dio ha eletto un altro servo sul quale ha posto il suo spirito (Is 42,1ss), al quale ha fatto il dono di ascoltare e di parlare; questo eletto proclama fedelmente la giustizia, senza che le prove lo possano rendere infedele alla sua missione (Is 50,4-7), perché Dio è la sua forza (Is 49,5). Il servo fedele così annunciato è Gesù Cristo, Figlio e Verbo di Dio, il vero ed il fedele, che viene a compiere la Scrittura e l’opera del Padre suo (Mc 10,45; Lc 24, 4; Gv 19, 8. 30; Apoc 19, 11ss). Per mezzo suo sono mantenute tutte le promesse di Dio (2Cor 1,20); in lui sono la salvezza e la gloria degli eletti (2Tm 2,10); con lui, gli uomini sono chiamati dal Padre ad entrare in comunione; e per mezzo suo i credenti saranno confermati e resi fedeli alla loro vocazione fino al termine (1Cor 1,8s). In Cristo quindi si manifesta in pienezza la fedeltà di Dio (1Tess 5,23s) e il fedele viene rassicurato (2Tess 3,3ss): i doni di Dio sono irrevocabili (Rom 11,29). Dobbiamo imitare la fedeltà di Cristo, tenendo duro fino alla morte, e contare sulla sua fedeltà per vivere e regnare con lui (2Tim 2,11s). Più ancora, anche se noi siamo infedeli, egli rimane fedele; perché, se può rinnegarci, non può rinnegare se stesso (2Tim 2,13); oggi, come ieri e per sempre, egli rimane ciò che è (Ebr 13,8), il sommo sacerdote misericordioso e fedele (Ebr 2,17) che permette di accedere con sicurezza al trono della grazia (Ebr 4,14 ss) a coloro che, fondandosi sulla fedeltà della promessa divina, conservano una fede ed una speranza indefettibili (Ebr 10,23).
Trascurate aspetti più importanti della Legge: «Egli redarguisce i pensieri nascosti del loro spirito e l’iniquità occultata delle loro volontà. Essi infatti compiono ciò che la Legge prescrive circa la decima della menta e dell’aneto per apparire agli occhi degli uomini osservanti della Legge, ma trascurano il dovere proprio dell’uomo, la misericordia, la giustizia, la fedeltà, e ogni sentimento di benevolenza. La decima di queste erbe, che era utile come prefigurazione del futuro, non doveva essere omessa. Ma bisognava fare in modo che, esercitando il nostro dovere di uomini fedeli, giusti e misericordiosi, rendessimo la nostra condotta gradita non mediante l’imitazione apparente di una volontà ma attraverso un modo veritiero di comportarsi. E poiché sarebbe una colpa meno grave trascurare la decima delle erbe piuttosto che il dovere di essere benevoli, deride la cura messa nel filtrare il moscerino da parte di coloro che non si preoccupano di ingoiare un cammello: di coloro, cioè, che evitano i peccati leggeri e divorano i grandi.» (Ilario di Poitiers, Commentario a Matteo 24, 7).
Il Santo del Giorno - 26 Agosto 2025 - Madonna di Czestochowa. Negli occhi lo sguardo che apre all’amore: Lo sguardo amorevole di Dio cerca l’umanità fin dentro le sue ferite più profonde e guarisce, dona speranza, apre alla vita vera. Ma per essere “visti” da Dio è necessario aprire il proprio cuore, volgere a nostra volta il nostro sguardo verso di lui: è allora che si realizza quell’abbraccio d’amore infinito che all’origine della vita stessa. La ricorrenza della Madonna di Czestochowa oggi ci offre l’occasione proprio per meditare sulla bellezza che nasce quando lo sguardo di Dio e quello dell’uomo s’incrociano. La devozione, forse la più cara alla fede popolare polacca, ha al centro il quadro della Madonna nera custodita a Jasna Gòra, il “monte luminoso”.
Secondo la tradizione autore del quadro fu san Luca, che ne realizzò due (il secondo è custodito a Bologna).
Ma ciò che colpisce il pellegrino è lo sguardo della Madonna in questo dipinto: incrocia sempre quello di chi la osserva. E ci ricorda che quando ci mettiamo a ricercare Dio scopriamo sempre che lui per primo ci cerca, ci guarda, ci ama. E in fondo lasciarsi amare da Dio è la via che porta a una vita realizzata, alla felicità e alla santità. (Avvenire)
Porta a compimento in noi, o Signore,
l’opera risanatrice della tua misericordia
e fa’ che, interiormente rinnovati,
possiamo piacere a te in tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.