25 Agosto 2025
Lunedì XXI Settimana T. O.
1Ts 1,1-5.8b-10; Salmo Responsoriale Salmo 149; Mt 23,13-22
Colletta
O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli,
concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi
e desiderare ciò che prometti,
perché tra le vicende del mondo
là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Catechismo della Chiesa Cattolica - Chiesa come custode della fede 171 La Chiesa, che è «colonna e sostegno della verità» (1 Tm 3,15), conserva fedelmente la fede, che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte.202 È la Chiesa che custodisce la memoria delle parole di Cristo e trasmette di generazione in generazione la confessione di fede degli Apostoli. Come una madre che insegna ai suoi figli a parlare, e quindi a comprendere e a comunicare, la Chiesa nostra Madre ci insegna il linguaggio della fede per introdurci nell’intelligenza della fede e nella vita.
181 «Credere» è un atto ecclesiale. La fede della Chiesa precede, genera, sostiene e nutre la nostra fede. La Chiesa è la Madre di tutti i credenti. «Nessuno può avere Dio per Padre, se non ha la Chiesa per Madre».
507 Maria è ad un tempo Vergine e Madre perché è la figura e la realizzazione più perfetta della Chiesa: «La Chiesa [...] per mezzo della Parola di Dio accolta con fedeltà diventa essa pure Madre, poiché con la predicazione e il Battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio. Essa è pure la vergine che custodisce integra e pura la fede data allo Sposo».
Prima Lettura - Settimio Cipriani (Le Lettere di Paolo): 1. Nell’inviare questa lettera l’Apostolo si associa anche i due fidi discepoli, che furono suoi compagni di lavoro fin dall’inizio del secondo viaggio missionario (Atti 15, 40 - 16, 5). Uno dei due fu probabilmente anche l’amanuense della lettera.
Il termine «ἐκκλησίᾳ», con cui viene indicata la còmunità cristiana di Tessalonica o di Corinto ecc. (1Cor, 1, 2), è un termine preso dai Settanta, presso i quali rendeva l’espressione ebraica «qehàl Jahwéh» (Deut. 23, 2.9; Esdr. 23, 1 ecc.), col quale si designava Israele in quanto «popolo di Dio». La Chiesa è ormai per S. Paolo il «nuovo Israele di Dio» (Gal. 6,16). Il termine può esprimere, di per sé, o la Chiesa in genere (1Cor. 15, 9; Gal. 1, 13; Col. 1, 18.24; Efes. 1, 22; 3, 10.21; 5, 23-32 ecc.), o qualche Chiesa particolare (come qui), quasi a significare che essa è solo una porzione del più grande «popolo di Dio» sparso su tutta la terra ma unificato «in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo».
2-3 Il motivo del ringraziamento è dato dalla fresca vitalità della Chiesa, che fiorisce in ognuna delle tre virtù «teologali». Si noti il preciso elenco che ne fa per la prima volta S. Paolo (cfr. 5, 8; 1Cor. 13, 13 ecc.): la fede è «operosa», la carità si dona «sacrificandosi», la speranza è «tenace». Molto significative queste qualifiche aggiunte alle virtù di cui sono una efficacissima descrizione.
4-5 La vitalità della Chiesa di Tessalonica non è dovuta solo alla corrispondenza dei cristiani alla grazia, ma soprattutto all’amore di Dio (Efes. 2, 4) che ha dimostrato di averli «eletti» (v. 4), di averli cioè positivamente chiamati alla fede, mediante i numerosi carismi che accompagnarono la predicazione (il «Vangelo») di Paolo: «prodigi», nel senso di miracoli veri e propri, virtù di «Spirito Santo», trascinante forza «persuasiva» della parola ecc. (v. 5). Siamo in pieno clima soprannaturale. L’arte della parola è vana (1Cor. 2,4-6), dove non soccorra la grazia celeste.
Il termine πληροφορίᾳ (v. 5), che noi abbiamo tradotto con «persuasione», altrove significa «pienezza, perfezione» (cfr. Ebr. 6, 11; 10, 22; Col. 2, 2).
La «elezione» (v. 4) implica la sola vocazione alla fede e non la predestinazione alla gloria, come risulta dal fatto stesso che la salvezza finale dei Tessalonicesi non è per niente assicurata (3, 5; 4,6; 5,6-9 ecc.).
L’ira ventura (v. 10) allude alla punizione riservata ai malvagi nell’ultimo giorno. Cristo è morto appunto per «liberarci» dalla condanna irreparabile. Anche più sotto (2, 16; 5, 9) si parlerà dell’ira in senso escatologico, come manifestazione punitiva di Dio che non può sopportare il peccato degli uomini.
Vangelo
Guai a voi, guide cieche.
L’insegnamento dei farisei, impastato con una pruriginosa e insopportabile casistica, asfissiava implacabilmente la vita spirituale e quella sociale del popolo ebraico, impedendo di fatto di entrare nel regno dei cieli a chi voleva entrarvi.
Il proselitismo ebraico nel mondo geco-romano era molto attivo (cf. At 2,11), ma conquistata la preda quest’ultima veniva a trovarsi in una gabbia di ferro dalla quale era impossibile uscirne fuori, veniva a trovarsi obbligata a osservare numerosi precetti religiosi, molti dei quali inutili e schiavizzanti.
Guai a voi, guide cieche, che dite: “si tratta qui dei voti. Per sciogliere coloro che li avevano imprudentemente emessi, i rabbini ricorrevano a sottili argomenti” (Bibbia di Gerusalemme nota Mt 23,16).
Il tentativo di imporre la legge di Mosè come via per raggiungere la salvezza farà capolino anche nella Chiesa di Cristo (At 15,5-6).
Per fortuna l’apostolo Giacomo, suggerendo una norma liberatoria che sarà accolta da tutta la Chiesa, dichiarerà superata e inutile questa indicazione costrittiva: “Io ritengo che non si debbano importunare quelli che dalle nazioni si convertono a Dio, ma solo che si ordini loro di astenersi dalla contaminazione con gli idoli, dalle unioni illegittime, dagli animali soffocati e dal sangue” (At 15,19-20), una traccia apostolica che permetterà ai cristiani di volare con le ali dello Spirito Santo.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 23,13-22
In quel tempo, Gesù parlò dicendo:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo prosèlito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi.
Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il tempio, non conta nulla; se invece uno giura per l’oro del tempio, resta obbligato”. Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? E dite ancora: “Se uno giura per l’altare, non conta nulla; se invece uno giura per l’offerta che vi sta sopra, resta obbligato”. Ciechi! Che cosa è più grande: l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che lo abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso».
Parola del Signore.
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): Ipocrisia degli scribi e dei farisei (23,1-12) - In questa prima parte del discorso, dopo una introduzione (v. 1), si possono distinguere due unità: denunzia dell’ipocrisia delle guide spirituali d’Israele (vv. 2-7); breve statuto per la comunità cristiana (vv. 8-12). Le due parti si contrappongono in forma antitetica e vengono collegate dall’evangelista secondo strutture parallele.
Gesù attacca duramente dinanzi alle «folle» gli scribi e i farisei in maniera indiretta, perché costoro non figurano come interlocutori. Li biasima per il contrasto stridente fra illoro insegnamento e la loro condotta. Gesù non ne contesta la dottrina, che anzi comanda di osservare, perché essi rappresentavano per il popolo i maestri ufficiali e i tutori della Legge mosaica, ma ne riprova la prassi e i cattivi esempi, che non corrispondevano a quanto insegnavano. Matteo intendeva rivolgere queste ammonizioni anche alla comunità cristiana, tenuta a confrontarsi incessantemente con il vangelo e a conformarsi all’esempio sublime di servizio dato da Gesù, per non cadere nei medesimi difetti dei farisei.
Per l’inserimento di questo brano Matteo si aggancia al passo di Mc 12,37-40, che arricchisce con altro materiale, derivato da Q (vv. 4.6-7a.12, in parte combinato con Marco) e dal patrimonio proprio, attinto probabilmente dalla cosiddetta «scuola» prematteana (vv. 2-3.8-10). L’assemblaggio accurato e intelligente con qualche aggiunta e raccordo redazionale (vv. 1.5.7b.) è opera dell ‘evangelista. Le sentenze dei vv. 4.9.12 trovano pieno riscontro nella predicazione stessa di Gesù.
Ipocriti: Xavier Léon-Dufour Sull’esempio dei profeti (ad es. Is. 29,13) e dei sapienti (ad es. Eccli 1,28s; 32,15; 36,20), ma con una forza ineguagliata, Gesù ha messo a nudo le radici e le conseguenze dell’ipocrisia, avendo di mira specialmente quelli che allora costituivano l’«intellighenzia», scribi, farisei e dottori della legge. Ipocriti sono evidentemente coloro la cui condotta non esprime i pensieri del cuore; ma essi sono pure qualificati da Gesù come ciechi (cfr. Mi 23,25 e 23,26). Un legame sembra giustificare il passaggio dall’uno all’altro senso: a forza di voler ingannare gli altri, l’ipocrita inganna se stesso e diventa cieco sul suo proprio stato, incapace di legge. Ipocriti sono evidentemente coloro la cui condotta non esprime i pensieri del cuore; ma essi sono pure qualificati da Gesù come ciechi (cfr. Mi 23,25 e 23,26). Un legame sembra giustificare il passaggio dall’uno all’altro senso: a forza di voler ingannare gli altri, l’ipocrita inganna se stesso e diventa cieco sul suo proprio stato, incapace di vedere la luce.
Il formalismo dell’ipocrita. - L’ipocrisia religiosa non è semplicemente una menzogna; essa inganna gli altri per acquistarne la stima mediante atti religiosi la cui intenzione non è semplice. L’ipocrita sembra agire per Dio, ma di fatto agisce per se stesso. Le pratiche più raccomandabili, elemosina, preghiera, digiuno, sono in tal modo pervertite dalla preoccupazione di «farsi notare» (Mt 6,2.5.16; 23,5). Quest’abitudine di mettere una disarmonia tra il cuore e le labbra insegna a velare intenzioni malvagie sotto un’aria ingenua, come quando sotto pretesto di una questione giuridica si vuol tendere un’insidia a Gesù (Mt 22,18; cfr. Ger 18,18). Desideroso di salvare la mettere una disarmonia tra il cuore e le labbra insegna a velare intenzioni malvagie sotto un’aria ingenua, come quando sotto pretesto di una questione giuridica si vuol tendere un’insidia a Gesù (Mt 22,18; cfr. Ger 18,18). Desideroso di salvare la faccia, l’ipocrita sa scegliere tra i precetti o adattarli con una sapiente casistica: può così filtrare il moscerino ed inghiottire il cammello (Mt 23,24), o rivolgere le prescrizioni divine a profitto della sua rapina e della sua intemperanza (23,25): «Ipocriti! ben ha profetizzato di voi Isaia dicendo: questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me» (15,7).
Ira e amore, espressioni della potenza di Dio - Lattanzio, L’ira di Dio, 16: Vi è un gran numero di uomini convinti che la giustizia piace a Dio: lo onorano come signore e creatore di tutte le cose. Essi, con continue preghiere e numerosi voti, offrono a lui doni e sacrifici, inneggiano al suo nome e si sforzano di acquistarsi il suo beneplacito con opere buone e giuste. Vi è dunque un motivo se Dio vuole e deve mostrarsi benevolo; nulla infatti è tanto consono con la divina essenza quanto il beneficare, e nulla è tanto alieno da Dio quanto l’ingratitudine, non è perciò possibile non ammettere che Dio - per non incorrere nella colpa di irriconoscenza, che anche per l’uomo è un biasimo - riconosca pienamente queste attestazioni di servizio degli uomini nobili santi e vivi, e offra loro il contraccambio. Ma vi sono anche uomini infami e viziosi, che tutto contaminano con la loro cupidigia: commettono omicidi, inganni, ruberie e spergiuri, non risparmiano neppure i consanguinei e i genitori, ponendosi al di sopra della legge e perfino al di sopra di Dio stesso. Qui l’ira di Dio ha motivo di agire. Sarebbe infatti contro l’ordine santo, se Dio restasse tranquillo di fronte a tanto orrore, se non sorgesse a vendicare i delitti, a estirpare questi uomini dannosi alla società, accogliendoli invece insieme con i buoni; dunque nella sua ira stessa vi è la prova della sua grazia.
Gli affetti virtuosi, come l’ira contro i cattivi, l’amore verso i buoni e la misericordia per i tribolati, sono presenti in senso proprio, retto e vero in Dio, perché sono degni della potenza divina. Se Dio non li avesse, tutta la vita umana finirebbe nella confusione, la stabilità delle cose giungerebbe a tale disordine che, per il disprezzo e la trascuratezza della legge, regnerebbe solo la temerarietà e nessuno sarebbe mai certo di poter superare gli altri con la propria forza. Avverrebbe dunque ciò che succede sotto la balìa di un’orda di predoni: tutta la terra verrebbe devastata.
Il Santo del Giorno - 25 Agosto 2025 - San Giuseppe Calasanzio, Sacerdote: Nato nel 1557 a Peralta de la Sal, in Spagna, Giuseppe diventa sacerdote a ventisei anni. Ricopre importanti mansioni in diverse diocesi spagnole. A Roma, colpito dalla miseria in cui vivevano i ragazzi abbandonati, fonda un nuovo ordine religioso con l’obiettivo di dare un’istruzione ai più poveri e combattere così l’analfabetismo, l’ignoranza e la criminalità. Nascono le «Scuole Pie» e i suoi religiosi vengono chiamati «scolopi». Scrive il santo: «È missione nobilissima e fonte di grandi meriti quella di dedicarsi all’educazione dei fanciulli, specialmente poveri, per aiutarli a conseguire la vita eterna. Chi si fa loro maestro e, attraverso la formazione intellettuale, s’impegna a educarli, soprattutto nella fede e nella pietà, compie in qualche modo verso i fanciulli l’ufficio stesso del loro angelo custode, ed è altamente benemerito del loro sviluppo umano e cristiano». Giuseppe muore il 25 agosto del 1648; è canonizzato nel 1767 e nel 1948 è dichiarato da papa Pio XII «patrono Universale di tutte le scuole popolari cristiane del mondo». Oggi l’ordine degli Scolopi è presente in 4 continenti e 32 paesi. (Avvenire)
Porta a compimento in noi, o Signore,
l’opera risanatrice della tua misericordia
e fa’ che, interiormente rinnovati,
possiamo piacere a te in tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.