24 Agosto 2025
 
XXI Domenica T. O.

Is 66,18b-21; Salmo Responsoriale Salmo 116 (117); Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30

Colletta
O Padre, che inviti tutti gli uomini
al banchetto pasquale della vita nuova,
concedi a noi di crescere nel tuo amore
passando per la porta stretta della croce,
perché, uniti al sacrificio del tuo Figlio,
gustiamo il frutto della libertà vera.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Papa Francesco (Angelus 25 Agosto 2013): il Vangelo di oggi ci invita a riflettere sul tema della salvezza. Gesù sta salendo dalla Galilea verso la città di Gerusalemme e lungo il cammino un tale – racconta l’evangelista Luca – gli si avvicina e gli chiede: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?» (13,23). Gesù non risponde direttamente alla domanda: non è importante sapere quanti si salvano, ma è importante piuttosto sapere qual è il cammino della salvezza. Ed ecco allora che alla domanda Gesù risponde dicendo: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno» (v. 24). Che cosa vuol dire Gesù? Qual è la porta per la quale dobbiamo entrare? E perché Gesù parla di una porta stretta?
L’immagine della porta ritorna varie volte nel Vangelo e richiama quella della casa, del focolare domestico, dove troviamo sicurezza, amore, calore. Gesù ci dice che c’è una porta che ci fa entrare nella famiglia di Dio, nel calore della casa di Dio, della comunione con Lui. Questa porta è Gesù stesso (cfr Gv 10,9). Lui è la porta. Lui è il passaggio per la salvezza. Lui ci conduce al Padre. E la porta che è Gesù non è mai chiusa, questa porta non è mai chiusa, è aperta sempre e a tutti, senza distinzione, senza esclusioni, senza privilegi. Perché, sapete, Gesù non esclude nessuno. Qualcuno di voi forse potrà dirmi: “Ma, Padre, sicuramente io sono escluso, perché sono un gran peccatore: ho fatto cose brutte, ne ho fatte tante, nella vita”. No, non sei escluso! Precisamente per questo sei il preferito, perché Gesù preferisce il peccatore, sempre, per perdonarlo, per amarlo. Gesù ti sta aspettando per abbracciarti, per perdonarti. Non avere paura: Lui ti aspetta. Animati, fatti coraggio per entrare per la sua porta. Tutti sono invitati a varcare questa porta, a varcare la porta della fede, ad entrare nella sua vita, e a farlo entrare nella nostra vita, perché Lui la trasformi, la rinnovi, le doni gioia piena e duratura.
Al giorno d’oggi passiamo davanti a tante porte che invitano ad entrare promettendo una felicità che poi noi ci accorgiamo che dura un istante soltanto, che si esaurisce in se stessa e non ha futuro. Ma io vi domando: noi per quale porta vogliamo entrare? E chi vogliamo far entrare per la porta della nostra vita? Vorrei dire con forza: non abbiamo paura di varcare la porta della fede in Gesù, di lasciarlo entrare sempre di più nella nostra vita, di uscire dai nostri egoismi, dalle nostre chiusure, dalle nostre indifferenze verso gli altri. Perché Gesù illumina la nostra vita con una luce che non si spegne più. Non è un fuoco d’artificio, non è un flash! No, è una luce tranquilla che dura sempre e ci da pace. Così è la luce che incontriamo se entriamo per la porta di Gesù.
Certo quella di Gesù è una porta stretta, non perché sia una sala di tortura. No, non per quello! Ma perché ci chiede di aprire il nostro cuore a Lui, di riconoscerci peccatori, bisognosi della sua salvezza, del suo perdono, del suo amore, di avere l’umiltà di accogliere la sua misericordia e farci rinnovare da Lui. Gesù nel Vangelo ci dice che l’essere cristiani non è avere un’«etichetta»! Io domando a voi: voi siete cristiani di etichetta o di verità? E ciascuno si risponda dentro! Non cristiani, mai cristiani di etichetta! Cristiani di verità, di cuore. Essere cristiani è vivere e testimoniare la fede nella preghiera, nelle opere di carità, nel promuovere la giustizia, nel compiere il bene. Per la porta stretta che è Cristo deve passare tutta la nostra vita.
Alla Vergine Maria, Porta del Cielo, chiediamo che ci aiuti a varcare la porta della fede, a lasciare che il suo Figlio trasformi la nostra esistenza come ha trasformato la sua per portare a tutti la gioia del Vangelo.
 
Prima Lettura - Il ministero profetico di Isaìa si snoda in un tempo di decadenza religiosa e morale e nel corso di tragiche vicende politiche che rischiavano di trascinare Israele fuori dal patto di alleanza con Dio. Fedele alla sua vocazione, Isaìa richiamò caparbiamente gli impegni dei re e del popolo con il Signore, procla­mando la necessità della fede a quanti erano inclini a risolvere i problemi del popolo eletto con mezzi esclusivamente umani, specialmente facendo ricorso a effimere alleanze politiche. Il testo odierno è di grande portata universale: tutti i popoli si convertiranno e si congregheranno a contemplare la gloria di Dio. I nomi geografici coprono un arco che va dall’estremo occidente, passa per l’Africa, risale verso il Mar Nero e si conclude con la Grecia. Anche i pagani convertiti avranno accesso alle funzioni del culto.
 
Salmo Responsoriale: «Lodate il Signore, o genti tutte; lodatelo, o popoli tutti ... Ecco cosa sono gli atri del Signore: il popolo di Dio nella sua totalità. Questa è la vera Gerusalemme. Lo ascoltino bene quelli che si sono rifiutati di essere figli di questa città, separandosi dalla comunione con tutte le genti ... La misericordia del Signore si è in effetti rafforzata su di noi quando di fronte al suo nome, per opera del quale siamo stati liberati, si sono arrese le genti, un tempo ostili, e hanno chiuso la loro bocca fremente di rabbia. E la verità del Signore persiste in eterno, e questo tanto nelle promesse fatte ai giusti quanto nelle minacce pronunciate contro gli empi» (Sant’Agostino).
 
II Lettura: Il valore della sofferenza è immenso. In essa vi è il sigillo dell’amore del Padre il quale a volte permette le prove perché l’uomo possa fare una esperienza più profonda della sua figliolanza divina. Ai tanti cristiani scoraggiati, il nostro autore non poteva non rivolgere discorso più appropriato: «Ricordatevi che i vostri padri furono messi alla prova per vedere se davvero temevano il loro Dio. Ricordate come fu tentato il nostro padre Abramo e come proprio attraverso la prova di molte tribola­zioni egli divenne l’amico di Dio. Così pure Isacco, così Giacobbe, così Mosè e tutti quelli che piacque­ro a Dio furono provati con molte tribolazioni e si mantennero fedeli» (Cf. Gdt 8,26).
 
Vangelo
Verranno da oriente a occidente e siederanno a mensa nel regno di Dio.
 
La liturgia di questa domenica, che presenta un aspetto fondamentale della salvezza già compiuta in Cristo Gesù, mette in evidenza due temi molto cari al mondo biblico. Da una parte, il Signore Dio apre la porta del suo regno a tutti gli uomini e dall’altra essa si presenta “stretta”, sottintendendo in questo modo il grande impegno necessario per entravi, così come è sottolineato dalla seconda lettura e dalla parte centrale del vangelo. Tutto è grazia, ma il dono esige l’operosa collaborazione dell’uomo.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 13,22-30
 
In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio.
Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

Parola del Signore.
 
Lottate per entrare per la porta stretta ... molti cercheranno di entrare, ma non avranno la forza - L’opera evangelizzatrice di Gesù non conosce riposo. Egli è in cammino alla volta di Gerusalemme, il centro geografico verso cui tende tutta la storia della salvezza: nell’opera lucana, la Città santa è il punto di arrivo dell’itinerario di Gesù (Cf. Lc 9,51; 13,22.33; 17,11; 19,11.28) ed anche il punto di partenza della predicazione del vangelo nel mondo (Atti 1-2).
La domanda del tale era una questione molto dibattuta anche nelle scuole rabbiniche. Gesù non risponde a questa domanda, certamente oziosa e capziosa, e si limita a mettere l’interlocutore in guardia da simili considerazioni che non portano a nulla di concreto. Importante invece è sforzarsi di entrare per la porta stretta.
Più che sforzo il testo greco ha lotta: come dire che tutta la vita cristiana è milizia. La «lotta [agon] accentua l’impegno cosciente delle proprie forze per raggiungere una meta [...]. Il lavoro dell’apostolo non è solamente un adempi­mento fedele del dovere, ma un agon, collegato a pesi e strapazzi [Col 1,29; lTm 4,10]. Si tratta della meta ultima e immutabile, la sola che valga: [...] il premio della vittoria, che il cristiano sarà in grado di raggiungere solo se si impegna, talvolta con il sacrificio di tutta la vita e mediante la comunione con le sofferenze di Cristo [Cf. Fil 3,15]» (A. Ringward).
All’anonimo interlocutore, Gesù sta dicendo, con estrema chiarezza, che per entrare nel regno di Dio non è solo richiesto il massimo impegno, ma anche la massima rinuncia. Qui siamo molto lontano da quel Vangelo edulcorato, infantile, dove tutto si poggia su un preteso buonismo di Dio che perdona tutti e tutto. Per salvarsi non basterà aver mangiato e bevuto in sua presenza, non sarà sufficiente aver avuto l’onore di averlo ospitato come maestro nelle nostre piazze, non serviranno nemmeno i legami di razza, essere figli di Abramo non servirà a nulla per evitare l’esclusione meritata da una condotta iniqua (Cf. Lc 3,7-9; Gv 8,33s).
Quando il padrone di casa si alzerà... Il padrone di casa è Cristo Gesù, il quale «chiude la porta alla morte di ogni peccatore, il cui tempo per accumulare meriti è ormai finito, poiché la penitenza dopo la morte è infruttuosa. Per questo Egli dirà ai peccatori: Non vi conosco!» (Nicola di Lira, Postilla super Lucam, XIII).
In Luca, gli operatori di ingiustizia non sono i falsi profeti e guaritori come in Mt 7,21-23, ma i Giudei increduli e i pagani convertiti che non fanno la volontà del Padre.
Gli esclusi, quei Giudei che ritenevano di essere giusti davanti agli uomini (Lc 16,15), piangeranno come disperati e saranno in preda del risentimento e della rabbia quando vedranno i pagani sedere a mensa nel regno di Dio.
Verranno da oriente e da occidente... Quanto sognato dai profeti, cioè il raduno di tutte le genti nell’unico ovile di Cristo (Cf. Is 2,2-5; 25,6-8; 60,1ss; 66,18-21; Gv 10,16), «incomincia a realizzarsi fin d’ora, nel ministero pubblico di Gesù [Cf. Lc 14,21.23,26; 15,32; 16,9], e troverà più pieno compimento nel ministero apostolico [Cf. Atti degli Apostoli]» (Carlo Ghidelli).
In questo modo e con queste immagini (pianto e stridore di denti... siederanno a mensa), Gesù proclama ai Giudei, che ritenevano di essere i primi e gli unici destinatari delle promesse messianiche fatte ai profeti, l’universalità della salvezza. L’unica condizione che viene chiesta è la libera e gioiosa risposta alla chiamata misericordiosa di Dio.
Alla fine, sarebbe facile metterci noi cristiani al posto dei Giudei e credere, come lo credeva Israele, che le porte ormai sono per sempre spalancate per tutti. Chi dà per scontata la propria salvezza è un illuso e un povero stolto: non «ci sarà neanche salvezza automatica per i cristiani che rimanderan­no al domani la riforma, sempre da riprendere, del loro comportamento. La porta è stretta per tutti: quelli che commettono il male non potranno appellarsi alla loro familiarità superficiale con il Cristo per farsi aprire, quando la porta sarà chiusa» (H. Cousin).
 
Maria Ignazia Danieli: Penitenza e opzione fondamentale - Nella odierna civiltà «del benessere», ma anche all’epoca dei grandi profeti biblici, la parola penitenza suona dissueta e lontana. L’aver sottolineato poi a tante riprese, e giustamente, che i termini con cui la bibbia parla di penitenza vogliono sostanzialmente dire «convertirsi; tornare indietro; tornare all’origine della salvezza, cioè al Signore», ha portato oggi a considerare quasi esclusivamente l’aspetto della penitenza come atteggiamento interiore dell’uomo, trasmutazione del suo essere desideroso di ricongiungersi a Dio da cui lo distoglie il peccato.
È certo che quel che conta davanti a Dio è l’orientamento fondamentale della vita. Poiché non siamo noi che scegliamo Dio, ma è lui che ci ha scelti; non siamo noi che lo amiamo per primi, ma è lui che ci ha amati (Gv. 15,16; 1Gv. 4,10; Rom. 5,8), Gesù può chiederci dove poniamo il punto di convergenza della nostra vita, quale è la intensità della nostra risposta al suo dono infinito. La vita conosce solo due possibili dimensioni, che la rivelazione cristiana rende irrefutabili e consapevoli: l’amore di Dio fino al disprezzo di sé (caritas) o l’amore di sé fino al disprezzo di Dio (cupiditas); sono i due amori dai quali, secondo Agostino, si generano le due città, celeste e terrena, mischiate nel crogiuolo del mondo fino a che la forza purificante del fuoco divino avrà tutto assunto e bruciato in sé.
La verità del nostro guardare a Dio, del nostro essere rivolti a lui, della nostra penitenza, consiste nell’aver gettato nella fornace divina il nostro cuore, il nostro pensiero, la nostra volontà (Dt. 6,4ss).
La conversione non si dà senza la rinuncia radicale a se stessi e la opzione fondamentale di vivere di Dio e per Dio (Dt. 30,14-20; Mc. 8,34-35). La opzione interiore necessariamente si traduce in atti esteriori. Ricor­diamo la parola di Gesù nel discorso della montagna: «Se dunque stai offrendo il tuo dono all’altare e lì ti ricordi che il fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e prima va’, riconciliati con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono» (Mt. 5,23-24).
Per essere di Cristo e, nel Cristo, di Dio, è necessario fare dei gesti esterni, riconciliarsi, qualunque nube di divisione ci fosse tra noi e i fratelli, nella forza della parola del Signore. Siamo tutti un popolo di riconciliati (Cf. Rom. 5,10-11): la parola del vangelo ci dice che bisogna mettersi in sintonia con la grande onda di unità che Gesù è venuto a portare a tutta la creazione: questo il senso della incarnazione e della redenzione. Quando parliamo della riconcilia­zione - che è poi uno dei gesti più veri e significativi della nostra penitenza - sappiamo bene che basta un piccolo gesto per ritrovarsi nell’unico essere, nella verità: ogni faziosità non è solo errore morale, ma una frantumazione dell’essere, una rottura della verità. Per questo abbiamo il dovere di praticare un abito di unità e di mortificazione che esprima il nostro desiderio di dilatazione, la nostra sete di Dio. Tutto questo non avviene senza sforzo, senza penitenza: è stato detto che si va verso una via di spoliazione e di secolarizzazione; ma queste forme che si svuotano di esteriorismi vanno riempite di contenuti. Sempre più si parla di una vita da «cristiano indistinto»; ma se questa è un’esigenza vera, va compiuta ripudiando ciò che è sbagliato ed egoistico, ecco la croce, il sacrificio, la mortificazione: «Non avete ancora resistito fino  al sangue nella lotta  contro  il peccato» (Ebr. 12,4).
Questa frase della lettera agli Ebrei dice il senso cristiano della penitenza che, così intesa, diventa la nostra massima contestazione e insieme il vertice della nostra unità col mondo. Certo la mortificazione non vale nulla senza l’amore, ma al vero amore non si arriva senza mortificazione; e senza mortificazione non si arriva a quella preghiera umile che fa perdere il proprio io nell’Io divino, conforme all’operazione del Signore che è Spirito (Cf. 2Cor. 3,18).
 
Chi non entrerà per la porta stretta - Cirillo di Alessandria, Commento a Luca, omelia 99: Tu puoi annoverare tra queste persone altre capaci di dire al giudice di tutti: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre strade.
Chi sono ora questi? Alcuni hanno creduto in Cristo e hanno celebrato le sante feste in suo onore. Frequentando le chiese, hanno anche sentito le dottrine del Vangelo, ma non ricordano assolutamente nulla delle verità della Scrittura. Con difficoltà essi portano con sé la pratica della virtù, mentre il loro cuore è quasi spoglio della ricchezza spirituale. Questi piangeranno amaramente e batteranno i denti, perché il Signore li rinnegherà.
Egli ha detto: Non chiunque mi dice: «Signore, Signore» entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mt 7,21).
 
Il Santo del Giorno - 24 Agosto 2025 - San Bartolomeo, Apostolo. Quando Dio stesso ci guarda dentro ci sentiamo amati, accolti, compresi: C’è un moto di gioia nel cuore ogni volta che qualcuno si ferma, ci guarda e ci dice: io ti conosco, so cosa porti dentro, so cosa puoi fare per il mondo. Un moto di gioia che si moltiplica fino a diventare un travolgente fiume di luce, se a pronunciare quelle parole è Dio stesso. Perché in fondo sentirsi riconosciuti e amati per ciò che si è rappresenta l’aspirazione più profonda di ogni essere umano. Fa da piccoli, infatti, cerchiamo un braccio forte in grado di sostenerci nel difficile cammino dell’esistenza e allo stesso una mano amica che ci spinga verso orizzonti più ampi. Si sentì così, compreso, amato ed esaltato, san Bartolomeo davanti allo sguardo profondo e accogliente di Gesù: quell’incontro cambiò la vita del futuro apostolo. Il racconto evangelico è il ritratto di un percorso di conversione, che parte dall’iniziale diffidenza per arrivare a una totale offerta di sé. Bastarono poche parole di Gesù, al quale era stato portato da Filippo, per conquistare Bartolomeo (o Natanaele, come viene chiamato nel testo giovanneo) e trasformarlo in un discepolo pronto al martirio: nell’incontro Gesù lo descrisse come «israelita in cui non c’è falsità». Bartolomeo quasi non credeva alle proprie orecchie, ma dopo il breve scambio dichiarò senza indugio: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio!». Non si conosce il destino di questo apostolo dopo la nascita della prima comunità cristiana a Gerusalemme, ma di certo il suo esempio è oggi per noi stimolo a «lasciarci leggere l’anima» da Gesù. 
 
Porta a compimento in noi, o Signore,
l’opera risanatrice della tua misericordia
e fa’ che, interiormente rinnovati,
possiamo piacere a te in tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.