23 Agosto 2025
Sabato XX Settimana T. O.
Rt 2,1-3.8-11; 4,13-17; Salmo Responsoriale Dal Salmo 127 (128)
Colletta
O Dio, che hai preparato beni invisibili
per coloro che ti amano,
infondi nei nostri cuori la dolcezza del tuo amore,
perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa,
otteniamo i beni da te promessi,
che superano ogni desiderio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Chi si umilierà sarà esaltato - Catechismo della Chiesa Cattolica - «Povertà di spirito» come umiltà 2546 «Beati i poveri in spirito» (Mt 5,3). Le beatitudini rivelano un ordine di felicità e di grazia, di bellezza e di pace. Gesù esalta la gioia dei poveri, ai quali già appartiene il Regno: «Il Verbo chiama povertà di spirito l’umiltà volontaria dell’animo umano, e l’Apostolo ci addita come esempio la povertà di Dio quando dice: Da ricco che era, si è fatto povero per noi (2 Cor 8,9)».
Umiltà come fondamento della preghiera 2559 «La preghiera è l’elevazione dell’anima a Dio o la domanda a Dio di beni convenienti». Da dove partiamo pregando? Dall’altezza del nostro orgoglio e della nostra volontà o «dal profondo» (Sal 130,1) di un cuore umile e contrito? È colui che si umilia ad essere esaltato. L’umiltà è il fondamento della preghiera. «Nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare» (Rm 8,26). L’umiltà è la disposizione necessaria per ricevere gratuitamente il dono della preghiera: l’uomo è un mendicante di Dio.
2631 La domanda del perdono è il primo moto della preghiera di domanda (cf il pubblicano: «O Dio, abbi pietà di me peccatore», Lc 18,13). Essa è preliminare ad una preghiera giusta e pura. L’umiltà confidente ci pone nella luce della comunione con il Padre e il Figlio suo Gesù Cristo, e gli uni con gli altri: allora «qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui» (1 Gv 3,22). La domanda del perdono è l’atto preliminare della liturgia eucaristica, come anche della preghiera personale.
Umiltà necessaria per la preghiera 2713 Così la preghiera contemplativa è la più semplice espressione del mistero della preghiera. La preghiera contemplativa è un dono, una grazia; non può essere accolta che nell’umiltà e nella povertà. La preghiera contemplativa è un rapporto di alleanza, concluso da Dio nella profondità del nostro essere. La preghiera contemplativa è comunione: in essa la Santissima Trinità conforma l’uomo, immagine di Dio, «a sua somiglianza».
I lettura - Davide, discendente della moabita Rut - Antonio Gonzale-Lamádrid: La restaurazione della comunità israelita a Gerusalemme e in Giuda, dopo l’esilio di Babilonia, fu compiuta secondo canoni abbastanza rigidi e rigorosi. Sono significative, a questo riguardo, le misure prese da Esdra riguardo ai matrimoni misti. Si leggano, a questo proposito, i capitoli 9-10 del libro di Esdra. Dopo averli letti, si sarebbe tentati di accusare Esdra perfino di razzismo.
«Hanno profanato la stirpe santa con le popolazioni locali» (9,2). Certo, il suo fine era santo e nobile: salvaguardare la purezza della rivelazione, ma i metodi e i procedimenti, almeno in alcuni ambienti, dovettero parere eccessivamente rigidi.
A questi ambienti potrebbe appartenere l’autore del libro di Rut. L’affetto, la tenerezza, la fedeltà che le due giovani moabite, Orpa e Rut, dimostrano verso l’israelita Noemi e, più ancora, il matrimonio della moabita Rut con l’israelita Booz, e, per giunta, un matrimonio dal quale avrebbe dovuto nascere, nella seconda generazione, Davide e, col tempo, lo stesso Messia: si direbbe che tutti questi aspetti siano stati escogitati per controbattere le misure eccessivamente radicali di Esdra.
L’esegesi moderna scopre nella storia di Rut una seconda intenzione più profonda. Vi era in Israele una tradizione assai forte secondo la quale il re Davide era d’origine moabita. Questo fatto umiliava gl’israeliti, i quali trattavano con disprezzo i moabiti che consideravano come fratelli bastardi (Gn 19,30-38). Per addolcire le cose e coonestare i fatti, un autore avrebbe scritto la storia di Rut o almeno avrebbe aggiunto i versetti finali che vorrebbero dire questo: Davide è certamente di ascendenza moabita, ma non di ascendenza diretta. Egli ha fra i suoi antenati una donna moabita che si convertì allo yahvismo e si integrò in una famiglia di Betlemme.
Comunque sia, abbiamo sempre in mano un libro aperto ed ecumenico, pieno d’umanità e ricco di virtù familiari e personali. È uno dei libri dell’Antico Testamento che possono essere messi in linea col vangelo.
Vangelo
Dicono e non fanno.
Ipocriti saranno coloro che siedono sulla cattedra di Mosè per dire e non fare; chi si atteggerà a maestro e osservante della legge, ma non la compie; chi rifiuterà di farsi piccolo e di servire i fratelli.
L’umiltà, la capacità di sapersi mettere in crisi, l’attaccamento alla verità, il farsi servo, l’onestà delle azioni, la sincera conoscenza di se stessi ..., saranno sempre dei buoni antidoti per non scivolare nel formalismo e per non essere attaccati dalla lebbra dell’ipocrisia.
Le parole molto forti di Gesù sono rivolte a tutti i cristiani, ma sopra tutto a chi è maestro nella comunità. Chi annuncia il vangelo non ha diritto di sfumarle, facendolo si accuserebbe da se stesso di essere un ipocrita.
San Girolamo ebbe a scrivere: “Guai a noi, sventurati, se abbiamo ereditato i vizi dei farisei!”.
Alla luce di questa sapiente affermazione, possiamo affermare che questa eredità è la suprema sventura per un cristiano.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 23,1-12
In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».
Parola del Signore.
Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei - La tensione creatasi tra Gesù e le guide spirituali del popolo d’Israele, testimoniata nel vangelo di Matteo a partire dal capitolo 21, sfocia qui in invettive così violente da suscitare stupore.
Possiamo ben dire che il capitolo 23 di Matteo è una seria e incisiva catechesi contro l’ipocrisia.
I peccati sono abbastanza rintracciabili.
Sulla cattedra di Mosè ..., sta ad indicare la funzione di insegnare: nelle sinagoghe v’erano dei seggi d’onore, di pietra, riservati ai dottori della Legge che venivano chiamati cattedra di Mosè, perché da essi gli scribi interpretavano per il popolo i testi biblici. In questo modo il loro insegnamento si i nseriva nell’alveo magisteriale di Mosé. Ma se erano bravi come maestri, poco meno lo erano nell’osservare la Legge di cui si dicevano sapienti conoscitori. E così finivano coll’essere indulgenti con se stessi, e implacabili giudici con la povera gente tanta da angariarla imponendo fardelli pesanti e difficili da portare, e che loro non volevano muoverli nemmeno con un dito.
Tutte le opere le fanno per essere ammirati... è la lebbra della ipocrisia.
L’ipocrisia, appena accennata qua e là nell’Antico Testamento (Is 29,13; Sir 1,28; 32,15; 36,20), è il ricercare l’approvazione degli altri per mezzo di gesti ostentati di beneficenza, di preghiera e di digiuno (Cf. Mt 6,2), giudica negativamente gli altri uomini (Cf. Mt 7,5) e fa pregare solo con le labbra, ma non col cuore (Cf. Mt 15,7). Gli ipocriti sono pure qualificati da Gesù come sepolcri imbiancati all’esterno “belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume”, vipere, stolti ... (Cf. Mt 23,25-26). Ma gli ipocriti sono sopra tutto dei poveri ciechi.
“L’ipocrisia si avvicina così all’indurimento, poiché l’ipocrita, illudendosi di essere veramente giusto, diventa sordo ad ogni appello alla conversione. Nella sua cecità, egli non può togliere la trave che gli impedisce di vedere, dal momento che pensa solo a togliere la pagliuzza dall’occhio del fratello (Mt 7,4-5). Questa cecità è particolarmente grave quando colpisce coloro che devono essere le guide spirituali del popolo di Dio. Così i farisei, divenuti delle «guide cieche» [Mt 23,16.17.19.24], ingannano se stessi e guidano anche gli altri alla rovina [Mt 23,13]. Essi, che hanno sostituito alla legge divina le tradizioni umane [Mt 15,6-7], sono ciechi e pretendono di guidare altri ciechi [Mt 15,14], e la loro dottrina non è che un cattivo lievito [Lc 12,1]. Accecati dalla loro stessa malizia, si oppongono alla bontà di Gesù e si appellano alla legge del sabato per impedirgli di fare il bene [Lc 13,15-16]; con le loro accuse a Gesù non fanno che manifestare la loro intima malvagità, poiché la «bocca dice ciò che trabocca dal cuore» [Mt 12,24-34]” (R. Tufariello).
I farisei, tanta era la bramosia di essere reputati ottimi religiosi e osservanti della Legge, arrivavano alla puerilità di allargare i loro filatteri e allungare le frange che ogni Israelita, osservando quanto indicato in Num 15,37-41, portava ai quattro capi della veste e che in aramaico erano chiamate frange di preghiera . I filatteri sono astucci di cuoio, contenenti la riproduzione di alcuni testi biblici, e che venivano allacciate al braccio sinistro e alla fronte con strisce. Gesù non condanna tali usanze, ma solo lo spirito di ostentazione con cui venivano praticate.
Il brano evangelico si chiude con l’indicare un antidoto a tale veleno: l’umiltà, il servizio disinteressato, la carità e l’amore fraterno. E sopra tutto ognuno impari a stare al suo posto. La Chiesa ha un solo Maestro Cristo Gesù: “Cristo è il modello dei pastori della Chiesa, nell’infaticabile amore con cui ha compiuto la missione, affidatagli dal Padre, di andare in cerca delle “pecore perdute della casa d’Israele” [Mt 15,24]. Per questo nessun altro all’infuori del Cristo può essere chiamato “maestro” dalla comunità dei credenti (A. Lancellotti).
Soltanto Gesù è la Guida: soltanto Lui rivela il Padre e solo Lui può donare la luce necessaria perché il credente entri nel cuore del Padre e ne comprenda la volontà; Lui è la Via (Gv 8,16), l’unica Via che conduce al Padre. Via,
I farisei - La critica di Gesù - Pio Jorg: Considerata la potenza della corrente farisaica, solo uno spirito eccezionale avrebbe osato mettersi contro. Gesù ha manifestato subito questo coraggio e, cosciente della sua missione divina, affrontò anche questo gruppo con il suo nuovo messaggio. Dapprima rivolse ai farisei il suo invito alla penitenza. I sinottici parlano frequentemente di questi contatti di Gesù con i farisei. Con bontà e pazienza accettava i loro inviti a cena. Per loro raccontò parecchie parabole. In un certo senso si può dire che i farisei, sostenendo l’importanza dominante della religione in tutta la vita dell’uomo, potevano sembrare il gruppo religioso più vicino alle sue idee. Invece ne divennero i più accaniti avversari, perché egli cercò di riformarne lo spirito. Infatti il formalismo religioso falsificava i rapporti dell’uomo con Dio. Presso certe categorie di giudei si sentiva il bisogno di spezzare il giogo di certi complessi di inferiorità creati dai farisei. Ma il nuovo messaggio non era gradito ai farisei, che respinsero Gesù e lo accusarono di violare la legge, di rinnegarla tradizione, d’essere indemoniato e nemico del popolo e, con il loro influsso presso il sinedrio e il popolo, condurranno l’opposizione fino alla condanna capitale (Cf. Mt 12,24.38; 16,1; 22,15.34-35; Mc 3,6).
In verità Gesù non si è mai messo contro la legge, mentre i farisei si perdevano nel numerare, soppesare e misurare i precetti, egli poneva al centro della morale la purezza dei sentimenti e la trasparenza dell’animo, non permettendo nessun vuoto tra la conoscenza e l’azione, nessuna dissonanza tra l’interno e l’esterno dell’uomo, sottomettendo ogni osservanza al valore supremo della carità.
In un’epoca tanto diversa da quella anteriore all’esilio, si poteva considerare il fariseismo come uno sforzo di aggiornamento della legge a una situazione nuova. Invece non gli si può perdonare d’aver dimenticato tutto l’approfondimento compiuto sulla legge dal profetismo per quattro secoli. I farisei preferirono agganciarsi alla tradizione della «halakà», un’interpretazione legale, giuridica della Torah, assurta a valore normativo uguale alla legge.
Mentre una volta la legge era gioia e corona dell’esistenza, e si diceva: «Tutto può crollare, si può perdere anche la patria, ma la legge nessuno può rapire, perché dove c’è la legge, là c’è vita eterna» (Pirkê Aboth 11,7), ora il fariseismo la riduceva a una maglia ferrea senza rotture, e ogni filo aveva la stessa importanza normativa per le azioni. Non ci fu uno sforzo per stabilire un rapporto interiore con essa. Era logico, dato che la legge era considerata manifestazione insondabile della volontà di Dio.
Ora, i comandi di Dio cadevano semplicemente sotto la considerazione di un esercizio di volontà.
Importante era la sottomissione, non lo spirito con cui questa era eseguita. I punti principali su cui i farisei esercitarono maggiormente la loro attività giuridica furono tre: il sabato, la purità legale, il pagamento delle decime. Essi li interpretavano in modo rigorista, elencando con minuziosità una casistica onerosa. Ma proprio qui si esercitò la critica di Gesù. Per cui la legge del sabato viene dopo l’esigenza del bene dell’uomo (Mc 2,23-28; 3,1-6 e par.). Quanto alle prescrizioni sul puro e l’impuro, la tradizione evangelica ci ha conservato un suo detto che incentra tutta l’attenzione sul «cuore», vera sede profonda da cui scaturisce l’azione, che porta a una prassi creatrice di morte: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo» (Mc 7,15). Parimenti Gesù contesta il massimalismo farisaico circa il dovere di pagare le decime: «Ma guai a voi, farisei, che pagate la decima della menta, della ruta e di ogni erbaggio, e poi trasgredite la giustizia e l’amore di Dio. Queste cose bisognava curare senza trascurare le altre» (Lc 11,42; cf. Mt 23,23). Soprattutto, egli ha contestato l’ipocrisia farisaica. In proposito basta leggere, nel discorso antifarisaico di Mt 23, i sette «guai» agli scribi e farisei ipocriti (Cf. anche Mt 6,2.5.16).
Certo, Gesù ha anche riconosciuto il loro magistero, ma nello stesso tempo ne ha messo sotto processo la prassi incoerente: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno» (Mt 23,2-3).
Istruzioni spirituali - M. Eckhart: Chi infatti si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato: la suprema altezza della elevazione sta nel profondo abisso dell’umiltà. Infatti, più l’abisso è basso e profondo, maggiore e senza misura è anche l’altezza e l’elevazione, e più il pozzo è profondo, più è alto, giacché altezza e profondità sono la stessa cosa. Ecco perché più uno si abbassa, e più è innalzato; perciò Nostro Signore dice: Chi vuole essere il primo sia l’ultimo di tutti (Mc. 9,34).
Il Santo del Giorno - 23 Agosto 2025 - Santa Rosa da Lima. L’amore di Dio rende la vita un giardino della speranza: Vivere alla luce dell’amore di Dio rende la vita un giardino, dove trovano casa i fiori più delicati della cura delle sorelle e dei fratelli bisognosi o feriti dalla vita. A questo giardino della speranza si dedicò Isabel Flores de Oliva, che, figlia di una nobile famiglia di origine spagnola a Lima, nota con il nome che le venne attribuito proprio in virtù della sua bellezza: Rosa. La prima santa dell’America Latina era nata nel 1586, decima di tredici figli, e aveva coltivato la propria vita spirituale fin da piccola, sognando la consacrazione, nonostante la famiglia preferisse per lei un buon matrimonio, che avrebbe magari aiutato la famiglia a risollevarsi dai problemi economici nei quali si era trovata a causa di un tracollo finanziario. Di fronte alle difficoltà, però, Rosa non si scoraggiò e si diede da fare lavorando per aiutare la famiglia, senza dimenticare, al contempo, di fare quello che poteva per i poveri e i bisognosi, specie gli indios. Allestì quindi nella casa materna una specie di ricovero pensato soprattutto per i bambini e gli anziani poveri. Guardando al modello di Caterina da Siena, vestì l’abito del Terz’Ordine Domenicano, visse in una sorta di cella nella casa materna da penitente e, per cinque anni, da reclusa. Nel 1614, provata dalle privazioni, lasciò la “cella”; morì nel 1617, è santa dal 1672. (Avvenire)
O Dio, che in questo sacramento
ci hai fatti partecipi della vita di Cristo,
ascolta la nostra umile preghiera:
trasformaci a immagine del tuo Figlio,
perché diventiamo coeredi della sua gloria nel cielo.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.