17 Agosto 2025
 
XX Domenica T. O.
 
Ger 38,4-6.8-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 39 (40); Eb 12,1-4; Lc 12,49-53

Colletta
O Dio, che nella croce del tuo Figlio
riveli i segreti dei cuori,
donaci occhi puri,
perché, tenendo lo sguardo fisso su Gesù,
corriamo con perseveranza incontro a lui, nostra salvezza.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni - Lumen gentium 50: La Chiesa di coloro che camminano sulla terra, riconoscendo benissimo questa comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, fino dai primi tempi della religione cristiana coltivò con grande pietà la memoria dei defunti e, «poiché santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati», ha offerto per loro anche suffragi. Che gli apostoli e i martiri di Cristo, i quali con l’effusione del loro sangue diedero la suprema testimonianza della fede e della carità, siano con noi strettamente uniti in Cristo, la Chiesa lo ha sempre creduto; li ha venerati con particolare affetto insieme con la beata vergine Maria e i santi angeli e ha piamente implorato il soccorso della loro intercessione. A questi in breve se ne aggiunsero anche altri, che avevano più da vicino imitata la verginità e la povertà di Cristo e infine altri, il cui singolare esercizio delle virtù cristiane e le grazie insigni di Dio raccomandavano alla pia devozione e imitazione dei fedeli.
Il contemplare infatti la vita di coloro che hanno seguito fedelmente Cristo, è un motivo in più per sentirsi spinti a ricercare la città futura (cfr. Eb 13,14 e 11,10); nello stesso tempo impariamo la via sicurissima per la quale, tra le mutevoli cose del mondo e secondo lo stato e la condizione propria di ciascuno, potremo arrivare alla perfetta unione con Cristo, cioè alla santità. Nella vita di quelli che, sebbene partecipi della nostra natura umana, sono tuttavia più perfettamente trasformati nell’immagine di Cristo (cfr. 2Cor 3,18), Dio manifesta agli uomini in una viva luce la sua presenza e il suo volto. In loro è egli stesso che ci parla e ci dà un segno del suo Regno verso il quale, avendo intorno a noi un tal nugolo di testimoni (cfr. Eb 12,1) e una tale affermazione della verità del Vangelo, siamo potentemente attirati.
Non veneriamo però la memoria degli abitanti del cielo solo per il loro esempio, ma più ancora perché l’unione della Chiesa nello Spirito sia consolidata dall’esercizio della fraterna carità (cfr. Ef 4,1-6). Poiché, come la cristiana comunione tra i cristiani della terra ci porta più vicino a Cristo, così la comunità con i santi ci congiunge a lui, dal quale, come dalla loro fonte e dal loro capo, promana ogni grazia e la vita dello stesso popolo di Dio.
È quindi sommamente giusto che amiamo questi amici e coeredi di Gesù Cristo, che sono anche nostri fratelli e insigni benefattori, e che per essi rendiamo le dovute grazie a Dio, «rivolgiamo loro supplici invocazioni e ricorriamo alle loro preghiere e al loro potente aiuto per impetrare grazie da Dio mediante il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro, il quale solo è il nostro Redentore e Salvatore». Infatti ogni nostra vera attestazione di amore fatta ai santi, per sua natura tende e termina a Cristo, che è «la corona di tutti i santi» e per lui a Dio, che è mirabile nei suoi santi e in essi è glorificato.
 
Prima Lettura - Il profeta Geremia, di origine sacerdotale, visse e predicò nel regno di Giuda tra il 622 e oltre il 587 a.C., anni drammatici e tumultuosi che videro consumarsi la tragedia della Città santa, del tempio e delle istituzioni che reggevano il popolo di Dio.  Perseguitato, incarcerato e percosso come traditore e disfattista a motivo del suo messaggio che non incontrava i progetti dei governanti, egli resta fedele al suo messaggio. Geremia non si ribella alla sua sorte iniqua in quanto ha la certezza che dall’Eterno gli verrà la salvezza (cfr. Bar 4,22): «Mi ha tratto dalla fossa della morte, dal fango della palude; i miei piedi ha stabilito sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi» (Sal 39,3).
 
Salmo Responsoriale - Origene: Quelli che vogliono vedere nella Scrittura solo il senso letterale, possono dirmi quale vantaggio c’è a stare in piedi su una roccia materiale e perché dovrei rendere grazie? Noi invece affermiamo che, chi pronuncia queste parole, è stato costituito in una perfezione indiscutibile e indefettibile, dalla Verità. Ma che cosa è questa roccia? Impariamolo da san Paolo: La roccia era il Cristo (cfr. 1Cor 10,4): questa roccia è la stabilità di tutte le cose, pietra scelta e posta a fondamento di Sion da Dio; su di essa noi tutti siamo edificati in dimora spirituale, in tempio santo, in dimora di Dio nello Spirito (cfr. 1Pt 2,4ss). Non solo siamo stati solidamente costruiti sulla pietra della fede cristiana, ma ci è stato insegnato a camminare rettamente, perché non seguissimo sentieri tortuosi, come in passato; siamo stati tirati fuori dal fango.
 
Seconda Lettura - I cristiani, imitando i grandi testimoni del passato, devono cercare «le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (Col 3,1). Per correre sulla via della fede senza gli impacci del peccato, i credenti oltre a tenere lo sguardo su Gesù, «autore e perfezionatore della fede», in una continua e amorosa meditazione del mistero della Passione, devono nutrirsi dei dolori del Cristo: «Chiunque vuol vivere in perfezione non faccia altro che disprezzare quello che Cristo disprezzò sulla croce, e desiderare quello che egli desiderò. Nessun esempio di virtù è infatti assente dalla croce» (San Tommaso d’Aquino).
 
Vangelo
Non sono venuto a portare pace sulla terra, ma divisione.
 
Gesù è in cammino verso Gerusalemme e parla ai suoi discepoli della sua missione che porterà al mondo pace e salvezza, ma che dovrà passare attraverso il crogiuolo della abnegazione, della rinunzia e della sofferenza.
La pace che Gesù dona agli uomini non è pacifismo, ma è un frutto che si può cogliere soltanto sull’albero della croce. Il Vangelo è tutt’altro che comodo: accoglierlo comporta il rinnegamento di sé, la piena vittoria sul peccato e l’esigenza di fedeltà alla parola data a Dio e al suo Cristo. Il battesimo che Gesù deve ricevere è la sua Passione. Egli è angosciato «non per timore della propria morte, ma per il ritardo del compimento della nostra redenzione» (Sant’Ambrogio).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,49-53
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
Parola del Signore.
 
Sono venuto a portare il fuoco sulla terra - Il brano si divide distintamente in due parti. Nella prima Gesù parla ai discepoli del significato profondo della sua missione sulla terra; nella seconda si rivolge alla folla biasimandola per l’ostinata incapacità a decidersi nei suoi riguardi con intelligenza e giustizia.
Gesù ‘sale’ verso la Città santa dove l’attendono la morte ignominiosa di croce e la gloria, durante questo tragitto ammaestra e prepara i discepoli al compimento del suo mistero pasquale.
Il fuoco nelle manifestazioni divine «è spesso un segno della presenza di Iahvé e ne rivela la santità sotto il duplice aspetto, attraente e terribile: Iahvé si manifesta all’uomo e gli parla, ma esige santità e purità» (R. T.). Invece, il fuoco che Gesù ha portato sulla terra è un po’ più misterioso: può essere il fuoco del giudizio escatologico, che purifica o castiga secondo ci si schiera pro o contro il Cristo.
Potrebbe essere invece il fuoco dello Spirito Santo che discende sui credenti immersi nelle acque salutari del Battesimo: un dono promesso e inviato da Gesù a compimento della sua missione di salvezza (cfr. At 1,5). Un’altra ipotesi potrebbe essere quella del fuoco purificatore della Passione e della morte attraverso il quale Gesù brama di passare per portare a compimento la sua missione di salvezza. In questo modo fuoco e battesimo si saldano in un binomio inscindibile. Infatti, il battesimo che Gesù deve ricevere va inteso nel senso generico del termine battesimo, che in greco significa «immersione». Nella Passione, Gesù sarà come immerso in un mare indicibile di dolori.
Il linguaggio di Gesù ricorda «quello di Giovanni Battista, quando presentava il Messia appunto come colui che avrebbe battezzato i credenti “in Spirito Santo e fuoco” [Gv 3,16]. È tuttavia difficile sapere se in questo caso è al giudizio o allo Spirito che si riferisce il fuoco, per quanto concerne il testo di Luca. Ma un battesimo di nuovo tipo attende il Messia: il martirio. Gesù non ha certo un desiderio di morte; però il martirio non gli fa paura. E gli va incontro, perché la prova che segnerà la fine della sua missione terrena è indispensabile perché possa venire lo Spirito Santo - sotto forma di lingue di fuoco: At 2,3 - e possa continuare il tempo della Chiesa, un tempo di prova per tutti coloro che crederanno in lui» (Hugues Cousin).
La pace che Gesù dona al mondo non è una pace a buon mercato, perché comporta lacerazioni, divisioni, rotture di relazioni con gli amici, con i familiari, anche con i più intimi: «Gesù è un “segno di contraddizione” (Lc 2,34) che, senza volere le discordie, le provoca necessariamente per le esigenze di scelta che richiede» (Bibbia di Gerusalemme).
Alla fine, Gesù, si rivolge alla folla partendo da elementi ben sperimentabili. In Palestina, le grandi piogge vengono da sud-ovest, dal mare; lo scirocco, dal sud, porta il caldo.
Con profonda amarezza Gesù deve costatare che la folla, pur essendo ben preparata a cogliere i cambiamenti climatici, non è affatto capace di rilevare la presenza in mezzo ad essa di Colui che ha disposto con sapienza «l’avvicendarsi dei tempi e delle stagioni» (Prefazio V Domenica T. O.).
Colui, per mezzo del quale «sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili» (Col 1,16), vero Dio e vero Uomo (cfr. Gv 1,14; Rom 9,5), è «disceso sulla terra» (Ef 4,9) ed è decisivo ai fini della salvezza pronunziarsi su di lui. È di massima urgenza perché è in gioco la salvezza, la decisione non va presa secondo preconcetti e velleità che nulla hanno a che fare con un giusto giudizio (cfr. Lc 4,16-30).
Questa incapacità è anche ipocrisia perché i segni, attraverso i quali dare un giusto giudizio, nella vita di Gesù sono evidentissimi: «Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre» (Gv 10,36-38).
Respingendo Gesù, gli uomini si perdono senza speranza; peccano contro la verità. È il peccato contro lo Spirito Santo che non sarà perdonato né in questo secolo, né in quello futuro (cfr. Mt 12,32).
 
Sono venuto a gettare fuoco - Roberto Tufariello (Fuoco in Schede Bibliche Pastorali): Il fuoco è un elemento presente fin dal tempo di Abramo nella storia delle relazioni tra Dio e il suo popolo; esso però «ha soltanto valore di segno, che bisogna superare per trovare Dio». Nelle teofanie, il fuoco è spesso un segno della presenza di Iahvé e ne rivela la santità sotto il suo duplice aspetto, attraente e temibile: Iahvé si manifesta all’uomo e gli parla, ma esige santità e purità.
Nei sacrifici, il fuoco è il segno della benevolenza e dell’amore di Dio, che accetta e gradisce l’offerta della creatura e la sua volontà di purificazione.
Il fuoco è anche il simbolo della collera divina, il fuoco dell’ira che divora gli empi e punisce il popolo eletto, quando si comporta da peccatore impenitente.
Gesù è annunciato da Giovanni Battista come il vagliatore che getta la paglia nel fuoco e come colui che battezza nello Spirito santo e nel fuoco: «Io vi battezzo con l’acqua per farvi convertire; ma colui che viene dopo di me è più potente di me ed io non sono degno neanche di portargli i calzari; lui vi battezzerà con lo Spirito santo e col fuoco. Ha in mano il suo ventilabro e monderà la sua aia, e raccoglierà il suo grano nel granaio e brucerà la pula con un fuoco inestinguibile» (Mt. 3,11-12).
Giovanni, nella sua predicazione, presentava il regno dei cieli, ormai imminente (Mt. 3,1-2), come una discriminazione ed un giudizio che si compiono in base alle opere di ognuno. L’era messianica è un tempo di discriminazione che purifica l’aia, ammassando il grano da una parte e gettando invece la paglia nel fuoco. Il messia dunque è il vagliatore; è il santificatore e, nello stesso tempo, il giudice. Egli inaugura il giorno di Iahvé, che porta la salvezza ai credenti, ma che riserva il fuoco della geenna a chi rifiuta la grazia. Dopo questa attestazione del Battista in suo favore, Gesù riceve il battesimo nel Giordano.
Questo atto dà inizio alla sua azione redentrice, ed è anche un segno precursore della sua passione e morte sulla croce, l’altro battesimo che egli attende di ricevere (Mc. 10,38).
Nel vangelo di Luca, il battesimo di sangue che Gesù deve ricevere è accostato alla sua missione di portare il fuoco sulla terra (Lc. 12,49-50). È questo il solo testo in cui Gesù paragona la sua opera all’azione del fuoco. Il battesimo che egli riceverà sulla croce, accenderà un fuoco nel mondo.
L’offerta sul Calvario, infatti, è la prova del fuoco, in cui la vittima pura viene consumata e diviene purificante per gli uomini, ai quali porta il dono della grazia e della vita nuova. Attraverso il batte-simo di sangue di Gesù, «il fuoco è acceso»; esso diventerà operante per i credenti grazie all’azione dello Spirito. Per questo occorre essere battezzati nello Spirito santo e nel fuoco.
La chiesa ormai vive di questo fuoco che infiamma il mondo grazie al sacrificio di Cristo.
Tale fuoco ardeva nel cuore dei pellegrini di Emmaus, mentre ascoltavano il Maestro risorto: «Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc. 24,32). È disceso sui discepoli nel giorno della Pentecoste (Atti 2,3), realizzando per essi il battesimo nello Spirito e nel fuoco (cfr. Atti 1,5).
La vita cristiana è anch’essa sotto il segno del fuoco: non più quello del Sinai, ma quello che consuma l’olocausto delle nostre vite in un culto accetto a Dio (Ebr. 12,18.28-29).
Per coloro che hanno accolto il fuoco dello Spirito, la distanza tra l’uomo e Dio è superata da Dio stesso, che si è interiorizzato perfettamente nell’uomo. In questo senso è necessario essere «salati» per mezzo del fuoco, il fuoco del giudizio e quello dello Spirito, attraverso i quali si condanna l’uomo vecchio e si entra a far parte del regno come  fedeli: «Perché ciascuno sarà salato col fuoco. Buona cosa è il sale: ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace tra voi» (Mc. 9,49-50).
 
Il fuoco e il battesimo si riferiscono alla morte e risurrezione di Gesù: “Egli ci insegna dicendo: C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto. Con questo battesimo egli intende la sua morte nella carne. Il fatto che ne fosse angosciato significa che era rattristato e preoccupato fin tanto che tale battesimo non fu compiuto. Il messaggio salvifico del Vangelo non sarebbe stato annunciato solo in Giudea. Paragonandolo con il fuoco, egli ha detto: Sono venuto per portare il fuoco sulla terra - ma questo ora dovrebbe essere proclamato anche in tutto il mondo. Prima della croce preziosa e della sua risurrezione dai morti, si parlava dei suoi comandamenti e della gloria dei suoi miracoli divini solo in Giudea.” (Cirillo di Alessandria, Commento a Luca, omelia 94).
 
Il Santo del giorno - 17 Agosto 2025 - Santa Giovanna della Croce, Fondatrice: Nacque a Saumur, sulle rive della Loira, in Francia, il 18 giugno 1666. I suoi genitori gestivano un modesto negozio di merceria, nei pressi del santuario di Notre-Dame-des-Ardilliers. Perse il padre all’età di soli sei anni e fu in grado di aiutare la mamma nel lavoro per poter mantenere l’intera famiglia. Morta anche la madre, un pellegrino al santuario invitò Jeanne a consacrarsi ai poveri. Lei prese a visitare coloro che vivevano nelle stalle scavate nella collina, portando loro nutrimento e vestiti, lavando i loro abiti e se necessario donandogli i suoi e cominciò anche ad accoglierli in casa propria. Poi arrivarono alcune giovani per aiutarla. Così nel 1704 nacque la congregazione di Sant’Anna della Provvidenza. E nel 1715 sorse a Saumur una casa per poveri. Alla sua morte, il 17 agosto 1736, la fondatrice lasciò una dozzina di comunità, ospizi ed anche piccole scuole. A Saumur risuonò l’annuncio: «La sainte est morte», cioè «La santa è morta». È santa dal 1982. (Avvenire)  
 
O Dio, che in questo sacramento
ci hai fatti partecipi della vita di Cristo,
ascolta la nostra umile preghiera:
trasformaci a immagine del tuo Figlio,
perché diventiamo coeredi della sua gloria nel cielo.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.